“Dico sempre che lo shopping è meno caro di uno psicanalista.” Tammy Faye Bakker
Credo di essere nel cuore del Greenwich Village. Le case ora si sono fatte tutte basse, con fiori alle finestre e gatti sognanti dietro; la maggior parte dei passanti porta con sé uno strumento musicale e noto innumerevoli Nail’s shop, uno ogni dieci negozi. Per 6 dollari c’è un’orientale disposta a farti le mani, con tanto di scrub ai sali marini. Lo smalto lo scegli tu tra mille. Dei grandi centri commerciali non c’è traccia. L’atmosfera mi fa venire voglia, anzi un vero e proprio bisogno, di Vanilla Coke, la coca cola più azzardata e azzeccata che conosca.
La prima sorpresa delle viette con gli alberelli ai lati è Salvation Army. Questa Onlus - credo lo sia - raccoglie oggetti e indumenti di ogni genere per poi distribuirli nei propri punti vendita e rivenderli. Sono negozi conosciuti in tutta America. Il ricavato va in beneficenza of course. Ma non si tratta di merce avariata: qui ho trovato giacche di pelle a 10, t-shirt (per cui certi adolescenti italiani venderebbero la madre) a 2… La grande mela offre davvero tanto shopping low budget, basta scovarlo.
Un’altra chicca è costituita dai vestiti del Prom Day. Questa festa tutta a stelle e strisce (paragonabile al nostro ormai sorpassato debutto in società) fa sì che le ragazze scelgano per l’occasione un fantastico vestito. E per la felicità di chi capiterà poi in un negozio dell’usato, lo indosseranno solo una volta. Come il vestito da sposa. Fino a qualche anno fa c’era Domsey’s, un palazzo intero per poter scoprire le gioie dello shopping senza correre il rischio di diventare un’eroina di Sophie Kinsella, con milioni di vestiti da sera (ex Prom-day). Ma ora “si sono trasferiti”, chissà dove. Pazienza, indosserò i livais presi a sei dollari. E poi dicono che Manhattan è cara.
“Ci dovrebbe essere un Lower East Side nella vita di ognuno.” Irving Berlin
La metafora della grande cipolla è la più calzante per il quartiere che - dopo aver sistemato la lunga coda di capelli finti che arricchisce la mia capigliatura - sto per attraversare. Il Lower East Side, infatti, si lascia scoprire strato dopo strato e ognuno rappresenta un decennio, un gruppo etnico, qualcuno. Infatti, ho un’emozione in più nel percorrerlo: qui c’è lo SIN-E, il locale in cui suonava Jeff Buckley, un musicista di cui solo da qualche anno, cioè dopo la sua tragica morte nel Mississipi, il mondo sembra essersi accorto. Inizio a riprodurre mentalmente le note di Last Goodbye. Se fumassi mi accenderei una sigaretta, per gustarmala con aria maledetta su una panchina. Ma per fortuna che non ho questo vizio, visto che in tutta Manhattan è permesso solo in cinque locali.
Supero negozietti artigianali o quasi, bancarelle punkabestia, negozi piccolissimi ed esclusivissimi di cd (se cercate qualcosa di Bill Laswell non mancate quello sulla Bowery), locali marocchini molto in voga, sushi freschissimi, ristoranti indiani profumatissimi e pub accoglienti, issimi anche loro.
Sono lontana dalla New York dei film e, nello stesso tempo, sono proprio lì. Infatti, la città deve veramente amarmi, perché sbuco a un incrocio con Delancey Street. La via in cui è stata girata una scena del mio film preferito: C’era un volta in America. Mi immedesimo in una di quelle donne ebree che il giovedì sera, negli anni Dieci-Venti, si recava a un mercato del quartiere per preparare il shabbat, mentre dieci metri più in là, i gangster ebrei, gli stessi interpretati nel film da De Niro e gli altri, si sparavano per inventare la loro America.
Prima puntata