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26 May, 2011

In esclusiva su Z&C People le geometrie fluttuanti di Miki Nagao.

Origata di Soffio di Sofia, tutti i diritti riservati

"Progettare una borsa è come progettare una piccola casa, una casa per i nostri oggetti più cari e che non ha grossi impatti ambientali. Si tratta di architettura."

Miki Nagao, fashion designer giapponese, ci accompagna attraverso il suo mondo fluttuante e raffinato.

Miki, parlaci un po' di te e della strada che ti ha portato a diventare una designer.

Sarà il fatto che ho sempre respirato arte. Mio padre è un artista, si occupa di pittura e sin da bambina provavo grande gioia a passare il mio tempo a disegnare con i pennelli e gli oli colorati di mio padre. Adoravo disegnare i vestiti delle principesse! Nel 1994 mi sono iscritta alla Kyoto Seika University specializzandomi in graphic design e fotografia.

Dopo gli studi sono rimasta affascinata da uno spettacolo di avanguardia teatrale, al punto di contattare la compagnia. Da quel momento ho iniziato a collaborare con loro, occupandomi soprattutto di scenografia, portando gli spettacoli in giro per il Giappone e in Australia. Ho fatto questa vita per ben 4 anni, e ancora oggi considero questa esperienza la più importante di tutta la mia carriera.

Successivamente ho iniziato a lavorare come affreschista, restauratrice e decoratrice; fu in quel momento che conobbi il mondo del fashion design. Un incontro importante mi ha aperto le porte di questo mondo, ho perciò iniziato a occuparmi di design di borse, arrivando a realizzare due nuovi brand: "Con Ton Too" e "Compora conto". Quella che all'inizio era un passione era diventata una vera e propria professione, il successo di questi prodotti ha portato me e il mio staff nel mercato internazionale.

Finché nel 2008 ho deciso di mollare tutto e cedere i marchi ai soci; nel 2009 sono partita per l'Italia per imparare a realizzare le borse a mano, studiando tutte le tecniche dell'artigianato italiano.

Origata di Soffio di Sofia, tutti i diritti riservati

Ho imparato la vostra lingua partendo da zero, grazie anche all'aiuto del mio insegnante d'italiano (laureato in filosofia, specializzazione estetica ma anche fotografo, esperto di cinema e musica)… oggi mio marito. Proprio lui che aveva sempre un po' snobbato il mondo del fashion design mi ha proposto di lavorare insieme e fondare un nuovo brand: Soffio di Sofia.

Durante la tua formazione, da quali artisti sei stata influenzata e quali sono i tuoi gusti in fatto di design?

Gli artisti da cui mi sento influenzata sono indubbiamente i bambini. Tutti i bambini sono degli artisti e gli artisti adulti cercano di emulare proprio i bambini. Gli scarabocchi e i disegni stilizzati dei bambini la più alta forma d'arte, perché i bambini creano nel modo più libero possibile. Gli artisti adulti invece sono sempre condizionati da qualcosa, soprattutto dal giudizio degli altri.

Vorrei citare un passo di Niezsche tratto da "Così parlò Zarathustra", all'interno de "Le tre metamorfosi": "Ma ditemi, fratelli, cosa sa fare il fanciullo, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve anche diventare un fanciullo? Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sì. Sì, per il giuoco della creazione, fratelli occorre un sacro dire di sì...."

Dal 24 maggio esponi in occasione della Florence Design Week presso lo store "Esclusivamente Italiano". Parlaci dei tuoi lavori in mostra e da cosa hai tratto ispirazione per la loro creazione.

Dopo il tragico terremoto che ha scosso il Giappone nel mese di marzo, ho riscoperto in me e nel mio popolo quella fragilità, una specie di instabilità e insicurezza nel futuro che costituisce la base delle nostre tradizioni. Una di esse è l'origami (arte di piegare la carta).

Origata di Soffio di Sofia, tutti i diritti riservati

Nella tradizione shintoista un origami di carta simboleggia il ciclo naturale di morte e rinascita: infatti a causa della fragilità della carta l'origami è destinato ad un rapido deteriomento (morte) ma viene ricreato infinite volte e, grazie alla tradizione, questo ciclo viene perpetuato.

Origata di Soffio di Sofia, tutti i diritti riservati

Il titolo di questa mostra è "Origata". L'origata è uno speciale tipo di origami la cui funzione è quella di fragile packaging per un dono. Cessata questa funzione, l'origata muore.

Il gesto di sostituire la carta rappresenta un tentativo di congelamento di questo ciclo grazie al più durevole materiale, la pelle. Tentativo illusorio come la moda, illusorio perché inganna proprio come una fotografia che dà parvenza di congelamento del tempo. Operando una reinterpretazione sul materiale, abbiamo creato un origami non di carta ma con la pelle, una borsa al tempo stesso bidimensionale e tridimensionale.


03 September, 2009

Z&C People. Un live con i Lost Revolution (NYC’s band).



Una sera, ero sulla Houston e dopo aver visto il bar dove è stata girata la scena di “Harry ti presento Sally” sono entrata in un locale, che forse proprio Morgan (il cantante) aveva citato in una sua intervista. Entrai e conobbi una gran voce, quella di Marshall. Il cantante (grande interprete) di una band che porto nel cuore, quella dei Lost Revolution. Primo perché mi piacciono molto le loro canzoni, secondo perché li ho conosciuti e sono delle belle persone, con la musica nel sangue. Terzo (non c’era ma voglio aggiungerlo) perché durante un loro concerto mi hanno salutata durante lo show. Per me, questo saluto è stato davvero emozionante. Conosciamoli dunque ed entriamo nella loro musica.



Ci raccontate un po’ come è nato il gruppo, quando, e come…?

I LR hanno iniziato su Craigslists, quando Merx postò un annuncio in cui si ricercavano un bassista e un batterista. Così, trovò un batterista e Corrado (che sarei io). Poi, nella primavera del 2007 trovammo Marshall, il cantante, e a quel punto demmo il nome alla band. Non c’è molto da dire sul nome, ne tirammo fuori tanti e alla fine ne rimase solo uno.

Abbiamo iniziato subito a scrivere più canzoni, a suonare live e inciso in studio. Così uscì il nostro primo CD, intitolato proprio Lost Revolution. Ci è voluto moltissimo tempo per arrivare a un mix di cui fossimo pienamente soddisfatti e proprio nel momento in cui eravamo pronti a festeggiare il nostro lancio il nostro batterista lasciò la band. Fortunatamente, dopo poco tempo arrivò Marty che andava benissimo per noi e non perdemmo il "beat". Il CD fu lanciato all’Arlene’s Grocery (dove ti abbiamo conosciuta) e iniziammo a suonarlo in tantissimi posti nell’area di NYC.

Ora, stiamo registrando il secondo CD. Abbiamo sei canzoni pronte a prevediamo di registrarne altre sei quest’inverno. Stiamo anche pianificando un tour nel Nord America, per ampliare il nostro pubblico.

Metà di questo blog è dedicato a New York. Quale parte della città è più simile ai LR?

La parte di Manhattan che più assomiglia alla nostra band è il Lower East Side. Persino oggi che il LES è stato ripulito, ristrutturato e alleggerito, "spicca" e si distingue per essere un luogo grossolano... duro ed estremo ma con bellissime vibrazioni. Quella sarebbe la vera rivoluzione... musica "cool" in cui davvero ci stai dentro, ma che ha un limite ed è ancora grezza...


New York è una città ideale e piena di opportunità per una band. È come un palcoscenico con tantissimi occhi puntati… ma nello stesso tempo c’è molta concorrenza. Quindi, alla fine siete contenti di esibirvi qui o preferireste un altro posto?

NY è una città dura per le live band. Infatti, il nostro obiettivo per il 2009 è proprio andare fuori città e suonare in posti nuovi. Anche se adoriamo NY vogliamo espanderci fuori di qui. E, di sicuro, ci piacerebbe molto suonare in Europa dove, io penso, iI nostro tipo di rock music è molto più diffuso e apprezzato che in America.

Le vostre canzoni parlano di…

Di molte cose. Malditesta, tossicodipendenza, struggimento per trovare se stessi… tutte le frustrazioni e le ansie che possono affliggere un cittadino di oggi. In breve, la nostra musica parla di umanità.

Augurandomi di potervi davvero vedere suonare in Italia prima o poi, dedicate una canzone a Zen and the City:

Ci auguriamo di vederti anche noi presto in Italia. Metà della band (Martino ed io) siamo italo-americani e quindi sarebbe molto appropriato. Ci piacerebbe dedicarvi Stay with me perché noi speriamo che stiamo tutti con noi!

E noi ci siamo ragazzi! Thanks you guys for the interview, but most of all for your music.

20 April, 2009

Z&C People. Diario di una Maiko: a passeggio per Kyoto con Miriam Bendìa.


"Il tuo cuore
Ondeggia e muta

Come una marionetta.
Qualcuno, nell'ombra,
Tira i tuoi fili.
"

Dalla penna della giovane scrittrice Miriam Bendìa nasce Diario di una Maiko, edito da Casadei Libri, dal 3 febbraio 2009 in tutte le librerie. Un grande successo che unisce sogno e realtà, come ci spiega Miriam nella sua intervista su Canale 5.
I segreti di questo piccolo capolavoro in esclusiva per Zen and the City.
Miriam, da cosa nasce l'idea di raccontare la vita di una maiko dei tempi nostri, tramite il suo diario?

Dall’ammirazione, infinita, per una di queste fanciulle danzanti.
Ero a Kyoto ed era la primavera del sakura, passeggiavo per le vie incantate del distretto di Kamishichiken quando ho incrociato una figura ondeggiante su alti sandali di legno e avvolta in colorate ali di seta preziosa. Ho domandato e ho scoperto che si trattava di una maiko, di un’apprendista geisha. Solo molto tempo dopo avrei saputo il suo nome: Naosome.
I lenti accordi ritmici dei suoi passi simulavano i battiti del mio cuore, mentre la straordinaria bellezza del volto meravigliava qualunque casuale spettatore. La bocca era incantevole: sembrava una goccia di sangue che mandava bagliori alla luce del sole. Il luccichio purpureo rimbalzava da una ciglia all’altra e l’eco di ognuno di quei rimbalzi mi si ripercuoteva nel petto. Le mani erano affusolate e si muovevano in modo trasognato, come se l’animo dell’artista fosse altrove. Un’ignota energia le invadeva solo quando sollevavano con eleganza il prezioso kimono. Sorrideva. Ma non con lo sguardo. Era la prima volta che degli occhi mi impressionavano così intensamente. Il suo era uno sguardo indefinibile, quasi pervaso da una nera fiamma pronta a incenerire: profondo come un pozzo d’acqua senza fine ma infinitamente limpido.
Da quell’incontro ho cercato, in ogni modo possibile, di ascoltare e raccontare la sua storia prima attraverso il mio blog poi attraverso il romanzo che le ho dedicato.

Baika Sai Naosome (Kyoto, 25 Feb 2008) di Dave Lumenta® All rights reserved.

Quali sono gli ostacoli con cui un giovane scrittore si scontra durante la sua crescita? E che tipo di influenze hai avuto?
La Scrittura è una fonte infinita di piacere ma è anche una sfida e una lotta continua con se stessi e con la pagina bianca. Come in ogni battaglia, a volte si vince e a volte si perde. Ma questo è logico e naturale, fa parte del gioco!
Le complicazioni innaturali nascono invece quando lo scrittore prova a pubblicare ciò che ha scritto. A quel punto deve confrontarsi con le regole e le leggi non scritte del Mercato dei Libri che non sempre premiano il talento e l’onestà intellettuale.
Afferma Bee Ker: “I libri sono le finestre dalle quali l’anima guarda fuori. Una casa senza libri è come una stanza senza finestre”. I libri sono la vita: lo specchio della vita. Per questo oltre a scrivere i miei continuo a leggere, appassionatamente, quelli scritti dagli altri.

Se provo a pensarci non riesco a ricordare quando e come ho iniziato a scrivere, i diari, i racconti, le poesie. È qualcosa che ha sempre fatto parte di me, qualcosa che è nato e cresciuto con me, quasi senza che me ne accorgessi. Respiro, dormo, mangio, odio, amo e scrivo. Semplicemente. Scrivere è l’unica cosa che mi interessa veramente, nella vita, ed è ciò che più mi fa sentire appagata. Sono convinta che tutto questo in me non cambierà mai.
La scrittura è il mio modo di esistere. Scrivo, dunque sono.

Manaha misedashi, Tama okiya di Michael Chandler® All rights reserved.

In che modo è cambiata l'editoria dopo internet, secondo te? E come utilizzi gli strumenti mediatici per raccontare il tuo ultimo libro?
Un mio amico editore, ieri, ha ricevuto una mail da una ragazza affetta da una grave e rara malattia: Silvia non può toccare fisicamente la carta e quindi non può più leggere libri.
Ora si sta rivolgendo ai vari editori chiedendo loro di acquistare i volumi che la interessano in formato pdf, per poter continuare a leggere.
Internet è questo: è uno strumento in più, non un nemico dell’editore. La rete consente a loro di arrivare a quei lettori che prima non riuscivano a raggiungere e di promuovere ulteriormente i propri autori e le nuove pubblicazioni e al lettore invece permette di abbattere tante barriere inutili tra se stesso e il libro che vuole e l’autore e l’editore. Faticoso, rivoluzionario, rischioso, forse, dal punto di vista di alcuni ma decisamente più democratico, emozionante e coinvolgente, secondo me.
Personalmente attraverso il mio blog riesco ad avere un dialogo diretto e un vitale scambio emozionale con le persone che leggono i miei romanzi e ho il modo di aggiornarli, in tempo reale, sui miei nuovi progetti e sugli eventi culturali che organizzo.
Senza Internet il mio ultimo romanzo non esisterebbe poiché non avrei potuto condurre quel lavoro di ricerca né sarei riuscita ad intessere quelle importanti relazioni che mi hanno condotto fino al cuore di una okiya (geisha house).

Dedica un tuo libro a Zen and the City e spiegaci perché.
Non ho dubbi, vi dedico Diario di una Maiko perché il libro è ispirato dall’ideale dell’iki proprio come Zen and the City.
Ci racconta Kuki Shuzo: "L'iki è dunque la quintessenza (sui) della seduzione. L'iki ignora le mediocri certezze della realtà, osa mettere fra parentesi la vita reale, e mentre respira con distacco un'aria incontaminata si abbandona a un gioco autonomo, gratuito e disinteressato. È, in una parola, seduzione per la seduzione. La serietà e l'ossessione amorosa sono contrarie all'essenza dell'iki a causa della loro realtà e della mancanza di possibilità. L'iki esige un'anima disponibile al mutamento e libera, che abbia trasceso i vincoli dell'amore. Quella che dice preferisco il buio a una luna incerta è l'anima obnubilata dalla passione. Quella che invece dichiara di preferire la luna, seppure incerta è l’anima iki, che fa andare in collera l'innamorato".

Miriam Bendìa: o-zashiki di Marco Rospo® All rights reserved.

T
ra un libro e l'altro Miriam si dedica ad articoli e recensioni per siti letterari, quotidiani e riviste. Cura la regia di spettacoli teatrali e cortometraggi, organizza mostre fotografiche e pittoriche.
 Ha pubblicato, tra gli altri:
 Sarò la musa delle tue notti insonni (1996), Edizioni Beta; L’isola che c’è (2000), Pixel Press/Le Streghe; Ride il telefonino (2001), Stampa Alternativa; Editori a perdere (2001), Stampa Alternativa.

24 March, 2009

Z&C People. Sapori d'oriente con lo chef Alessandro Salamone.

Atmosfere d'Oriente al Ketumbar, Roma

"Girare in Asia mi ha aiutato molto ad evolvere la mia cucina, a creare sapori nuovi. Vedere da vicino, toccare e assaporare prodotti quasi inesistenti in Italia è stato per me fantastico."

Già da qualche anno il giovanissimo Alessandro Salamone brilla di luce propria nel panorama gastronomico italiano. Forte di una rigorosa e sofisticata formazione, Alessandro ci porta in viaggio tra sapori e colori d'Oriente, in esclusiva su Zen and the City People.

Quand'ero piccolo passavo l'estate in Spagna dai nonni materni. Ricordo che mia nonna impastava la pizza a mano, e io mi divertivo a stare lì con lei. I ripiani della cucina zeppi di riviste culinarie, le sue mani rugose piene di farina e lei che mi guardava e rideva, e poi quel profumo di pizza che rempiva tutta la casa. Che ricordi... forse è stato proprio in quei momenti che decisi il mio futuro e mi avvicinai per la prima volta a questo mondo.

Qual è stato il tuo percorso formativo?
Devo davvero tutto ai miei genitori, che hanno creduto in me e mi hanno permesso di frequentare le scuole migliori d'Italia (IPSSAR e Maggia di Stresa, ndr): 180 km al giorno in treno, divise scolastiche, pranzo, libri. Ho studiato e lavorato in alcuni importanti ristoranti di Milano, e in famose località turistiche tra Ibiza, Sardegna, Cina e Giappone. Dopo aver imparato i capisaldi della tradizione mediterranea, ho iniziato a rivisitare i piatti con l'uso delle spezie e delle salse tipiche orientali, per esempio la teriyaki. Girare in Asia mi ha aiutato molto ad evolvere la mia cucina, a creare sapori nuovi. Vedere da vicino, toccare e assaporare prodotti quasi inesistenti in Italia è stato per me fantastico.

In particolare, il mio amore per il Giappone mi ha portato a diverse sperimentazioni in ambito culinario. Per esempio, con i fagioli di soia azuki preparo una zuppa di frutti di mare semplice ma davvero gustosa. Parto dalla cucina mediterranea, che è quella più completa, abbinando i sapori e i profumi di quella asiatica. L' importante è studiare con attenzione i colori, l'abbinamento dei vari sapori, senza mai strafare. Sono dell'idea che è la semplicità del piatto sia fondamentale: lasciare integri i sapori e riconoscere sempre quello che si sta mangiando. Insomma, creatività non troppo spinta e semplicità. Questo per me fa la differenza in cucina.


Quali sono attualmente i tuoi impegni più importanti?
Attualmente sono primo chef al Ketumbar, dove ogni lunedì tengo anche un corso di sushi. Inoltre, dallo scorso anno collaboro con Italian Food Net. Questa collaborazione per me è molto importante. Devo ringraziare Sulay Michelin, la produttrice e ideatrice della prima web tv italiana nel mondo, per avermi dato questa incredibile possibilità. È un progetto originale che mi mi permette di crescere professionalmente e, allo stesso tempo, divertirmi. È bello poter fare il mio lavoro davanti alle telecamere, cucinare direttamente davanti alle persone, realizzando ricette semplici e gustose e non le solite cose complicate.

Amo anche scrivere e raccontare di cucina nel mio blog. Fino a poco tempo fa mi occupavo di una rubrica di ricette creative su un mensile in free press, Club Italia Magazine. Mi piacerebbe molto scrivere un libro, e penso che mi troverei bene anche a partecipare a qualche programma televisivo di cucina. Ho vinto alcuni riconoscimenti, tra cui quello di Alta Cucina Mediterranea Creativa e, mentre lavoravo presso il Circolo dei canottieri Tevere Remo, il Concorso Nazionale dei Circoli Sportivi.


Dedica una tua creazione a Zen and the City e spiegaci perché.
Il piatto migliore da dedicare a Zen and the City è senza dubbio il mio salmone marinato con petali di zenzero e sfoglie di mela verde. Un connubio perfetto tra la tradizione orientale giapponese e la vitalità della Grande Mela. Un delicato richiamo ai petali del chakra, per un antipasto leggero che deve aprire l'appetito e rilassare il palato.
Ho imparato a fare una marinatura del pesce a secco, con sale grosso e zucchero, mentre lavoraravo da Alberto Ciarla. Con il passare del tempo ho provato diversi tipi di marinatura, finché ho creato questa che utilizzo per il salmone: sale grosso, zucchero di canna, pepe nero, anice, semi di finocchio, pepe rosa e radice di zenzero grattugiata.
La stessa radice di zenzero essiccata diventa polvere per guarnire il piatto. Al salmone abbino sfoglie di mela verde per alleggerirne il gusto; infine piccoli cubetti di mango, che danno un tocco amarognolo e si sposano benissimo con lo zenzero. Limoni di Amalfi e olio extra vergine di oliva, magari con spremitura a freddo e ovviamente di frantoio.


In un prossimo futuro? beh, sicuramente il mio sogno più grande è quello di avere un'attività tutta mia. Un ristorante anche piccolo, non chiedo una cosa grande, con qualità e prezzi decenti. Sembra difficile creare un locale di fiducia dove poter mangiare dei prodotti buoni e di qualità senza spendere cifre abissali, invece è possibile. C'è solo bisogno di molta volontà e, chiaramente, un buon investimento iniziale.
Per ora, penso che la cosa più importante sia stare con i piedi per terra e continuare a imparare. Tra i miei progetti c'è sicuramente quello di tornare in Giappone, per capire molte cose che mi affascinano, e toccare la mitica New York.

03 March, 2009

Z&C People. Live con Daniele Mattioli.

Tearsheets. Photo by Daniele Mattioli® All rights reserved.

"La fotografia non è necessariamente uno strumento di verità, ma è saper fermare la tanta arte che esiste nella vita quotidiana."

Dopo aver lavorato a Toronto, Vienna e Sidney, Daniele Mattioli si è stabilito a Shanghai, dove affronta temi legati alla città e alle contraddizioni sociali ed economiche della Cina moderna. In esclusiva per Zen and the City racconta la sua arte: la fotografia.

Ho iniziato come fotografo di reportage di viaggi, per poi sconfinare nei temi sociali. Non mi definisco un fotogiornalista, ma uno che lavora nel campo documentativo. Specialmente negli ultimi anni sto cambiando a favore di una fotografia più d'autore, personale, che possa essere anche esposta. Scostandomi dall'oramai saturo mondo editoriale, dove è diventato difficile lavorare bene, vista la grande quantità di fotografie amatoriali ed "editorialmente accettabili" che si trovano facilmente in Rete. Lavoro anche per commissioni commerciali come fotografia corporate e ritratti.

Shanghai Jazz. Photo by Daniele Mattioli® All rights reserved.

Daniele Mattioli: chi è?
Bella domanda... in generale la mia scusa per non saperlo è quella di aver passato gran parte della mia vita a cercare di rispondere a questa domanda...
Penso che la voglia di fotografare sia legata ad una certa curiosità verso quel mondo in cui viviamo. Sono partito con una ricerca oggettiva della realtà, riportare quello che visitavo, quello che riuscivo a vedere. Per poi passare a un ricerca più soggettiva, cercando di sapere attraverso una mia interpretazione. Di sicuro l'irrequietezza mi ha portato a percorrere molte strade, a volte le strade meno logiche ma anche le più interessanti.
La fotografia non è necessariamente uno strumento di verità, ma è saper fermare la tanta arte che esiste nella vita quotidiana. Così ho cercato di tirar fuori lo straordinario che si nasconde tra le tante composizioni che si possono ottenere dalla casualità dei fatti, dai movimenti e dalle espressioni della gente; dalle luci che si abbattono sui nostri luoghi, i luoghi che si decide di vedere. Quella casualità che scientificamente non si può razionalizzare ma solo seguire e sentire.

Chinatown, London. Photo by Daniele Mattioli® All rights reserved.

Quali sono i mostri sacri con cui un fotografo si incontra/scontra durante la sua formazione? E che tipo di influenze hai avuto?
Il primo scontro è sicuramente quello tecnico, anche se le ultime macchine digitali facilitano l'apprendimento. Poi inizia quello più difficile, l'impatto visivo. Molti credono di saper vedere solo perché posseggono una sicurezza tecnica; questa è una delle grandi mistificazioni in fotografia, anzi al contrario si comincia a vedere quando si comincia ad assimilare l'abilità tecnica e si comincia a lavorare sul messaggio che la foto deve dare.
Le mie influenze sono state tante. Agli inizi sicuramente William Klein e Robert Frank.
Adesso, con una maggiore maturità guardo a quei fotografi che sanno fare arte della realtà, trovando la differenza dalla normalità. Ho molti nomi e per questo motivo ho deciso di scrivere Augenblick, un blog per parlare di fotografi. È allo stesso tempo un modo di educarmi. Il blog in questo senso ha lo stesso significato di un "post-it" per me, è come mettere ordine tra le tante influenze, capirle e poi dimenticarle e dare retta al proprio istinto. Sono in questa fase.

Come utilizzi gli strumenti mediatici che ci offre oggi la tecnologia? Quanta libertà di pensiero e parola ritieni di avere?
Nella fotografia, la macchina digitale che potrebbe in teoria rappresentare lo sviluppo tecnico e la facilitazione, ha avuto un effetto opposto. Per fare un esempio, riporto le parole del fotografo americano di origini giapponesi Teru Kuwayama, che nel rispondere al perchè non usasse macchine digitali moderne racconta che "in Giappone, per un periodo di 300 anni, i samurai smisero di usare i fucili per poter tornare all'arco e le frecce". Il progresso non è sempre uno sviluppo adatto. Lo dico perchè dopo essermi ubriacato dei tanti vantaggi della digitale sono tornato a fare i miei progetti personali usando vecchie macchine di medio formato, che mi danno un risultato migliore. Ma allo stesso tempo non sono un tradizionalista, cerco sempre quello che più si adatta al mio modo di lavorare.

Cosplayer. Photo by Daniele Mattioli® All rights reserved.

Dedica una foto a Zen and the City e spiegaci perché.
Ho una foto che spero vi possa piacere. La foto ritrae un cosplayer cinese. Il fenomeno giapponese del Cosplay sta esplodendo in Cina, e il ragazzo in questione si è costruito un costume da robot; l'ho fotograto nella sua piccola, vecchia stanzetta.
Questa foto fa parte di un progetto che riguarda le differenti sub-culture e influenze presenti in Cina, quelle influenze che stanno cambiando la generazioni dei ventenni, un progetto del 2009 in cui ricorreranno i vent'anni dalla protesta di piazza Tian an men.


I lavori di Daniele Mattioli sono stati pubblicati su The New York Times, Time, Focus, GQ, Globo, Elle, Maxi, Merian, Marie Claire, Newton, D - La repubblica delle Donne, Sette, Corriere Magazine. Attualmente è rappresentato dall'agenzia Anzenberger.
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