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23 June, 2009

Un sogno al cioccolato.

Giocare, sognare, fantasticare. Mai queste tre cose mi riescono bene come a New York. Ho già parlato dei negozi di giocattoli con Barbie che si esibiscono in vere e proprie sfilate, o di pasticcerie nate per tirare su il morale. Oggi è il caso di entrare in uno store un po’ turistico, ma che egregiamente rappresenta il connubio tra SOGNO+CIOCCOLATO. Anche perché siamo a Time Square, inequivocabilmente in una delle piazze che più rappresentano Manhattan.


Entriamo dunque nel magico mondo dell’M&M’S Store, annunciato da un enorme schermo che riproduce cascate e giochi grafici realizzati con le mitiche praline colorate di cioccolata. All’interno ne troverete di ogni dimensione, dalle gigantesche alle più microscopiche.

Il primo piano è già un trionfo di gadget ma non è certo per fare incauti acquisti che vi ho portato qui (anche se io ho comprato per 9 dollari un ombrello bianco decorato con tutte M&M’S colorate che non potranno che mettermi gioia il prossimo giorno di pioggia). Il vero motivo è passare qualche ora a giocare con un mondo fantastico.

Iniziamo dalla pedana rossa: saliteci e scoprite qual è il colore M&M’S che corrisponde al vostro umore.



Verde acqua, ottimo. Ora giocate un po’ con la slot-machine che regala jackpot ipercalorici, ma solo se siete fortunati. Dopo aver completato il giro dei piani, avvicinatevi alla finestra e guardate Time Square da una nuova visuale:



Anna Wintour che entra nella sede di Vogue, future stelle di Hollywood che corrono a un provino qui a Broadway, appassionati di Good Morning America, bambini fortunati (Toys’r us si trova dall’altra parte della strada, vi ricordo che siamo tra la Broadway e la Seventh Avenue), il fantasma di Charlie Chaplin (che frequentava dal vivo la piazza), passanti ipnotizzati davanti alle insegne del NASDAQ… inizierete a vedere tutto ciò che avrete voglia di vedere. Anche perché davanti a voi passeranno sempre migliaia di persone. Un flusso incessante e irrefrenabile.


Chissà cosa avrà provato Tom Cruise quando per una scena di Vanilla Sky si è trovato completamente solo a Time Square. Chi è stato a Manhattan sa che è impossibile immaginarsela silenziosa, a qualsiasi ora della notte. Io, ho provato la sensazione contraria: tanti anni fa mi trovavo lì per festeggiare il nuovo anno, con altre 75.000 persone… un'esperienza che non avrei più ripetuto in futuro.

Ma ora basta stare qui alla finestra, voglio uscire e tornare al Village. E alla cioccolata. Se ne volete una proprio insuperabile, vi aspetto da Max Brenner, a Union Square, che come me è convinto che la cioccolata non sia solo un sapore… ma anche un modo per sognare.

02 September, 2008

Quello che le guide non dicono - 1° Puntata

“Sfogliate pure, visitatori di ogniddove, sottolineate con l’evidenziatore le tappe imperdibili del vostro prossimo viaggio. Ma nessuna guida è migliore del luogo stesso in cui vi trovate. Basta ascoltarne il respiro e seguirne il ritmo. A quel punto sì che sarete davvero persi. Dentro un nuovo fantastico mondo.”

Nel cuore di Manhattan, a ventisette passi da Time Square, c’è un bar dove si parla solo lo spagnolo. Dopo aver ordinato un cafe, facendo attenzione che non me ne servano uno normal, che a NY significa con latte, prendo il mio cup e mi preparo a divorare chilometri.
Proprio così. Sto per ingurgitare mezzo litro di lontanissimo parente dell’espresso da un agglomerato plastico-alimentare, uno di quelli in cui da Mac Donald ti ci servono la Coca Cola. È il modo più veloce per iniziare a vivere Manhattan da autentica newyorkese.


Fingo di bere un po’ dell’infuocato caffè, visto che se lo facessi davvero le mie labbra diventerebbero un nuovo capolavoro di Picasso. Ma è servito ad ingannare la città che, riconoscendosi nel mio gesto, sta già guidandomi sulla quarantaseiesima.
Mi fermo davanti ad un tipico negozio da 99 cents: un bazar orientale in cui si può sbrigare, in modo indolore per il portafoglio, l’inspiegabile usanza italiana di dover portare un regalo a tutti quando si va negli Stati Uniti. Sopra di me solo la verticalità cristallina di un grattacielo.


Chissà quanti 0 e 1 digitati staranno cambiando il mondo in questo momento? Magari proprio da uno di questi piani che mi sovrastano… La complessità della riflessione mi spinge a saltare il discount cinese e a seguire il ritmo salsa delle streets. Salsa non per una vena latina, ma per il melting pot di possibili vite che tenta chiunque ci passeggi. A suon di congas, allora, supero la quarantesima e viro verso sud. Una giornalista americana che vive nell’East Village mi ha detto che la quarantesima è il suo off-limit. Andare oltre sarebbe sconfinare in una Manhattan che non la rappresenta.

Forse anche chi vive nel lussuoso Upper East Side non scende mai negli inferi del Village. Di certo non immaginavo che anche qui ci fosse una sorta di antagonismo cittadino, un po’ come tra Roma nord e Roma sud o tra Milano dentro e fuori le mura.


Il caffè è finito da un pezzo e voglio capire cos’altro può fare di me una newyorkese autentica, anzi in questo caso una newyorkese che non supera la quarantesima, visto che mi trovo all’altezza della ventisettesima. Vagando, mi trovo in uno slargo occupato da alcune bancarelle. Mi informo: è il Flea Market. Un orrido ammasso di cianfrusaglie che ogni sabato danno vita a questo strano mercato per essere vendute chissà a chi. Do un’occhiata, magari scovo un Andy Warhol very original, chessò uno scarabocchio di quando era piccolo finito tra questi ciaffi per caso. E invece no, ma come distolgo lo sguardo dalla montagna di roba in cui stavo rovistando, mi rifletto in una vetrata tirata a lucido, che sembra lo specchio di Alice nelle Meraviglie.
Che mondo nasconde? Senza che nessuna mappa me lo abbia segnalato, per puro caso, entro al Greenroom, tappa che nessun vero fanatico del trendy salterebbe per il brunch del sabato. E oggi è proprio sabato. La musica jazz dal vivo sembra suonata dalle piante che affollano questo locale. Ma è quell’immenso ficus benjamin a produrre l’irresistibile pezzo di Gerschwin che sto ascoltando? Non esageriamo adesso, è solo che la band è nascosta da una parente stretta della foresta amazzonica. Ci sono piante e alberi di ogni tipo. Per quindici dollari pranzo e soprattutto bevo champagne.

Altri appuntamenti americani mi insegneranno che negli Stati Uniti è un’usanza sorseggiarne durante il brunch. Intanto fuori, l’assenza di giapponesi e di zainetti Invicta mi convince che New York mi sta volendo bene, portandomi nei suoi posti più veri e paradossalmente così poco nascosti. Accetto l’invito e riprendo a camminare...

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