Torna l'interessantissimo reportage dalla Russia di SOULFUL JULES.
Una visuale molto particolare e dal campo.
Per certi versi raggellante.
A un certo punto mi sono stufato di scrivere, annotare pensieri, conversazioni, abbozzare descrizioni di strade, uffici o palazzi.
A due anni dallo scoppio della guerra, per me e quelli che mi stanno intorno è cambiato poco.
È una cosa agghiacciante da dire ma è la verità.
Tra i miei clienti, amici e conoscenti nessuno è andato a combattere, nessuno ha perso la vita o si è ritrovato con la casa bombardata.
Sì, qualche ucraino ha fatto carte false per uscire dal paese, qualcun altro ha abbandonato la propria città per poi tornarci una volta che le cose sembravano essersi stabilizzate ma nel complesso la vita va avanti e la nuova realtà, inizialmente incerta, priva di fondamenta, di prospettive e di orizzonti, ha preso a compattarsi nella dimensione attuale, che adesso pare così solida e piegata verso Oriente, Mosca mai così vicina a Pechino.
Ho smesso di scrivere perché non succedeva niente.
Per quelli che non combattono la vita è sospesa tra le faccende di tutti i giorni, la spesa, il tragitto per andare al lavoro, le cene con gli amici, cose così da un lato, e dall’altro le immagini dal fronte che la tv trasmette a tutte le ore. E poco importa se non guardi i telegiornali, poco importa se provi a pensare ad altro mentre percorri in taxi le arterie trafficate di Mosca.
Alzi appena lo sguardo e lungo le strade è tutto un susseguirsi di billboard che invitano la gente ad arruolarsi per difendere la patria in cambio di quattrini, tanti quattrini.
Quasi seimila euro alla firma del contratto e una mensilità da duemila euro per tutta la durata del servizio.
Nelle regioni, nella periferia dove vive la maggioranza dei russi, un insegnante, un infermiere o un vigile del fuoco porta a casa l’equivalente di centocinquanta euro, quando va bene.
E così ogni giorno c’è qualcuno che tenta la fortuna e si arruola, con i primi bonifici mette da parte un gruzzoletto per comprare casa o cambiare macchina.
Se poi va male si troverà a popolare quei piccoli cimiteri di provincia pieni di stendardi colorati e composizioni floreali che vegliano su cumuli di terra scura, appena smossa.
Intanto le vendite di mobili crescono, così come le vendite di case e appartamenti nei grossi centri regionali, le città da cui provengono le nuove reclute. E non serve andare in cerca del verde delle divise sui cartelloni, nelle sale d’attesa delle stazioni o negli aeroporti per rendersi conto che il paese è in guerra, basta fare attenzione al quotidiano per capire che qualcosa è cambiato e non tornerà più come prima.
La nuova realtà è fatta di auto cinesi e marche di abbigliamento mai sentite, Gloria Jeans, Gate 31 e 2Mood le più gettonate. Poi chiaro, se vuoi una borsa Louis Vuitton, l’ultimo modello di IPhone o di BMW si trova tutto. Basta pagare.
E’ impressionante la quantità di supercar che circolano nelle grosse città.
Si tratta di una fetta ridotta della popolazione ma più in generale, le persone con cui ho a che fare stanno abbastanza bene, cresce l’inflazione ma salgono anche gli stipendi e la vita prosegue, magari non si viaggia più in Europa, le vacanze adesso si fanno in Russia, in Turchia, in Egitto o in Asia.
Negli alberghi gli europei non li vedi più, a colazione sempre e solo cinesi con lo sguardo catatonico perso nello schermo del cellulare e in sottofondo una sinfonia di risucchi, schiocchi e rutti.
I russi sono cambiati, se non altro nel modo di parlare.
Se a pochi mesi dall’invasione dell’Ucraina la gente faceva fatica ad esprimersi, per paura, vergogna o indifferenza, adesso il sentimento generale è positivo, fiducioso, la percezione è che la guerra la stanno vincendo loro. Lo capisci dalle battute, “Il prossimo anno saremo a Kiev”, “Se vogliamo ci prendiamo tutto”, “Non abbiamo neanche iniziato a fare sul serio.”
In Ucraina sembra che la gente si sia abituata alle esplosioni e agli allarmi aerei, i miei clienti continuano a lavorare ma adesso la preoccupazione più grande per i maschi è quella di essere fermati per strada, caricati su un furgone ed essere mandati al fronte.
Me ne parlava Evgenij, il cliente di Odessa, quando ci siamo visti alla fiera del mobile, a Milano. “In giro ci sono solo donne.
Se devo mandare qualcuno a prendere le misure per una cameretta, a consegnare una cucina, meglio se ci mando una donna. Da noi è così e ti dirò di più. La guerra, quella vera, deve ancora iniziare.”
Lui era uscito dal paese perché ha sessant’anni ma ogni giorno qualche dipendente o qualche conoscente viene portato al distretto militare, per essere arruolato. E allora telefonano a Evgenij che ha conoscenze nei gradi alti dell’esercito e gli chiedono una mano, una mezza raccomandazione o una parte della somma necessaria a corrompere l’ufficiale di turno. Ad aprile si parlava di tremila euro a persona. E se il giorno dopo ti beccano di nuovo sono altri tremila euro, sempre che ci sia qualcuno da corrompere.
Oleksandr, il cliente di Kiev, è ormai disincantato.
Due anni fa profetizzava la sconfitta della Russia, questione di settimane, i missili erano finiti. Adesso si accontenta di poter lasciare il paese ogni tanto per motivi di lavoro.
E quando ai primi di maggio abbiamo fatto una video-call per parlare dei nuovi prodotti, a un certo punto mi ha interrotto “Aspetta un attimo”, si è alzato dalla sua postazione per poi tornarci dopo qualche secondo. “Scusa ma stanno bombardando, ho chiuso le finestre”. Così, con un mezzo sorriso, quasi fosse stato un temporale primaverile.
Non è vero che non succedeva niente.
Non succedeva niente a me.
Continuavo a prendere voli, treni, taxi e metropolitane. Le disgrazie degli altri mi passavano accanto, senza sfiorarmi.
Quando c’è stato l’attentato al Crocus era un venerdì sera, ero a Mosca e non mi sono accorto di nulla.
Avevo il volo di rientro quella notte, verso ora di cena mi ero buttato un attimo, per riposarmi un po’ prima del viaggio. Poi avevo chiamato un taxi, l’auto era arrivata in pochi istanti, la ragazza alla reception mi aveva dato la fattura sorridendo. Per strada tutto regolare, un po’ di traffico, qualche auto della polizia, niente di strano per un venerdì sera.
Il tassista guardava una chat su Telegram, a un certo punto aveva ricevuto una videochiamata, sullo schermo era comparso il volto di una donna sulla trentina.
A quel punto ero sbottato “Per favore, guardi la strada!”
“E’ mia moglie, si preoccupa.” Aveva provato a giustificarsi quell’altro.
“Non mi interessa, guardi la strada per piacere!” gli avevo ordinato con un certo fastidio, che non è che uno ci gode a fare il prepotente ma che cazzo ti metti a fare la video-call mentre sei al volante.
L’autista aveva abbozzato e si era scusato debolmente.
All’ingresso dell’aeroporto di Vnukovo c’erano un paio di sbirri in assetto antisommossa.
Giubbino antiproiettile, protezioni sulle gambe e fucile-mitragliatore con la canna puntata verso il basso. Avranno alzato il livello di allerta, avevo pensato.
In fin dei conti una partenza come tante altre, passaporto, metal detector, tutto regolare. Soltanto verso le due di notte, mentre ero già a bordo dell’aereo e dall’altra parte della città i vigili del fuoco cercavano di spegnere l’incendio al Crocus City Hall, mi era vibrato il cellulare in tasca. Era un mio amico, mi chiedeva se fosse tutto a posto.
“Sì, tutto ok. Perché?”
“Non hai sentito dell’attentato?”
No. Avevo trascurato i siti di notizie, tanto di notte non li aggiornano, e mi ero messo a guardare le foto che avevo fatto il giorno prima a una mostra sul punk, in un capannone industriale dei primi del ‘900, uno di quei complessi in mattoni rossi, ripuliti e sistemati, che vanno di moda adesso.
Deludente la prima sala, quella introduttiva, le pareti rivestite da pannelli in forex con sopra le immagini sgranate di Sex Pistols, Clash e Ramones. Peggio ancora le didascalie piene di cliché e banalità sul pogo, lo stage-diving, l’anarchia simboleggiata dalla distruzione degli strumenti musicali, la copertina di London Calling presa come testimonianza, con buona pace di Pete Townshend e delle decine di Rickenbaker polverizzate quando Paul Simonon andava ancora alle elementari.
Più interessante la parte sul punk sovietico, tante foto e memorabilia, soprattutto della seconda metà degli anni ottanta. Storicamente in Urss i posti più fertili per l’underground musicale e culturale erano Leningrado e i Paesi Baltici.
La capitale in questo senso offriva poco. In Russia le mode e le influenze straniere vengono adattate e interpretate secondo la sensibilità locale per cui i primi punk erano di fatto situazionisti, artisti e avanguardisti incazzati che spesso rifiutavano l’etichetta stessa di punk. Ben pochi i moicani o i giubbotti in pelle tipo chiodo, lo stile, anche musicale, è più vicino alla New Wave. Veri e propri esponenti del genere sono gli Avtomaticheskie Udovletvoriteli, di Leningrado e i siberiani Grazhdanskaja Oborona che ondeggiano vagamente tra Clash e Boys, pur con un sound decisamente più grezzo e primitivo. Nella sezione dove sono raccolte le foto del primo punk festival moscovita del 1988, c’è un po’ di tutto: creste coi baffi, impermeabili da Ispettore Derrick, calze a rete e cappelli da baseball.
Quello che traspare dalle immagini in bianco e nero è lo spirito dei tempi, il senso di oppressione, una realtà povera di prospettive e ricca di fermenti come quella della perestrojka.
Il festival finì male, risse sul palco e in città, con conseguente messa al bando del punk rock da parte delle autorità moscovite e la nascita di un movimento tutto russo, il “pank-dandizm” che declinava in maniera più spendibile, per gli standard locali, le correnti New Wave del momento.
A metà degli anni novanta, quando i soldi e le persone iniziano un po’ a girare, lo stile diventa più curato e definito, i punk sembrano punk e quelli con la banana sono veri e propri rockabilly.
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Ero assorto in quelle immagini, attorno a me migliaia di passeggeri con lo sguardo assonnato, famiglie e coppiette proiettate verso una settimana di ferie, nessuno sembrava preoccupato dal fatto che a pochi chilometri di distanza erano morte o erano rimaste ferite centinaia di persone come noi.
Quando ero tornato a Mosca, dieci giorni dopo, niente di nuovo. Qualche pattuglia lungo le strade, gli sbirri che controllavano i documenti di tizi coi capelli neri e gli occhi a mandorla.
Nessuna novità da parte dei clienti, molti erano appena tornati dalla Cina, dalla fiera di Guangzhou, dove il nostro stand era stato preso d’assalto dai mobilieri russi, mai registrata così tanta affluenza dai paesi dell’ex Urss.
“Non sappiamo cosa succederà.” mi spiegava Mikhail, il responsabile tecnico di una grossa fabbrica di mobili per bagno. “Per me sarebbe più facile gestire le consegne dall’Italia ma qua non si capisce niente. Capace che bloccano tutto.”
Invece le merci continuano a passare, le persone anche ma con dei distinguo.
A metà giugno sono atterrato a San Pietroburgo e mi hanno trattenuto per un paio d’ore.
Me l’aspettavo, prima o poi sarebbe successo, ma quando capita fa un altro effetto. Anche per le modalità, che non lasciano nulla al caso.
Al controllo passaporti ti fanno le domande di rito, togliti gli occhiali, fai un passo indietro, ecco metti qua la firma e appena stai per appoggiare la punta della biro sul fogliettino di carta che dovrai tenere con te per la durata del soggiorno arriva una poliziotta con l’aria arcigna che ti invita a seguirla, per ulteriori controlli, vaghi, indefiniti. Inutile chiedere quanto tempo ci vuole.
Ti accompagnano in un’area delimitata da un nastro rosso, all’interno ci sono una trentina di persone con lo sguardo preoccupato o assente o incurante. Hanno quasi tutti la carnagione olivastra, i capelli scuri e i tratti asiatici. Qualcuno parla in russo, altri chiacchierano nella loro lingua smozzicata, piena di consonanti aspirate, il tono ondeggiante, simile a una cantilena o a un lamento. Passa un’ora, forse meno e arriva uno sbirro con in mano un foglietto di carta. Legge i nomi di alcuni dei presenti e li invita a seguirlo.
Per fortuna sono tra i convocati.
Nel frattempo ho cancellato dal cellulare quello che poteva risultare sospetto o controverso. Sostanzialmente foto e messaggi da clienti ucraini.
Ci fanno entrare in una stanza, su una delle pareti è appeso un pannello graduato coi metri e centimetri, per la foto segnaletica. Appoggia la schiena, guarda verso di me, gira la testa a destra, ora a sinistra. Poi è il momento della scansione delle impronte digitali, chissà quando è che hanno smesso di usare l’inchiostro.
In compenso l’interrogatorio, tutto sommato blando e neanche troppo approfondito, viene interamente annotato a mano su un foglietto di carta da una ragazza cordiale, quasi timida. Il verbale finisce sopra ad una pila di altri fogli, che forse verranno registrati su un computer oppure verranno raccolti in un faldone e conservati all’interno di qualche archivio.
La ragazza mi fa i complimenti per il russo, sorride senza motivo al punto che approfitto di questa gentilezza per fargliela io una domanda.
“Sono ventiquattro anni che vengo qua e questa è la prima volta che succede una cosa del genere… Come mai?” la interrogo con fare risentito.
“A San Pietroburgo controlliamo tutti i passeggeri stranieri, soprattutto gli europei.” mi risponde sorridente, come a dire, ve la siete cercata.
Assieme a me nella stanza ci sono prevalentemente tagiki, qualche russo di origine asiatica e una signora di Mariupol che si professa disperatamente patriota. Durante l’interrogatorio a momenti scoppia in lacrime, non so se per lo stress o per l’onta di essere considerata filo-ucraina.
Rispondo a tutte le domande senza esitazioni né particolari emozioni ma ancora è finita.
Vengo riaccompagnato nella zona delimitata dal nastro rosso, dall’altra parte della zona arrivi, il funzionario ci dice di aspettare.
Dopo un po’ arriva un collega in divisa e legge i nomi di alcuni dei presenti dai rispettivi passaporti, che tiene in mano.
Ci invita nuovamente a seguirlo, questa volta verso un gabbiotto dove un altro poliziotto esamina con particolare cura il passaporto e il visto, ripete alcune delle domande che mi hanno fatto i suoi colleghi e alla fine mette il timbro a caso, in mezzo alla pagina, proprio quello che gli avevo chiesto di evitare.
Le persone muoiono o perdono tutto o diventano mezze sceme dalla paura e tu ti preoccupi del fatto che i timbri siano ben allineati sulle pagine, per ottimizzare lo spazio. E il tempo. Due ore che segnano un prima e un dopo, non sei più un intoccabile, adesso ti trattano come un tagiko qualunque.
Va tutto bene finché va tutto bene.
https://youtube.com/playlist?list=PLswVQxMUauajY6H8MkxPCN_uqpjj4VPZr&si=mkK1bP03Nejjn7Du
https://www.youtube.com/watch?v=rWCLmd4FlmE
Foto dalla mostra punk di Mosca di Soulful Jules
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venerdì, agosto 09, 2024
martedì, novembre 14, 2023
Russia. Febbraio 2023 #7
L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.
Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss
Russia. Febbraio 2023
PARTE #7 - ULTIMA PUNTATA
“Io arrivo da Mosca. Ferramenta per mobili.”
“E com’è lì adesso?”
“Mah, tranquillo direi. In Ucraina un po’ meno. Ma continuano a comprare.”
“Ma scusa se ti chiedo, ma tu che magari in quei posti ci vai, che senti cosa dice la gente, chi ha ragione?”
Chi ha ragione.
È una delle domande più gettonate, come se fossi il giudice che legge la sentenza, nero su bianco.
Giusto e sbagliato.
Come se lo sapessi davvero.
Certe volte faccio la supercazzola, i mille distinguo, perché mi sta sulle palle tutta ‘sta semplificazione e se uno è filo-russo difendo il punto di vista degli ucraini, se uno è schierato con Zelenskij faccio presente che questa guerra è iniziata nel 2014 con un colpo di stato sostenuto dagli americani.
Poi capitano dei momenti come oggi, due giorni che non dormo e sono senza freni, i pensieri scorrono veloci, fai fatica a starci dietro, a modellarli, ti partono che non sembrano neanche tuoi e non mi pare vero di fare un po’ di show, l’affabulatore, il narratore che ti mostra e ti racconta.
Show AND Tell.
Sono le sette di mattina, in parte a me uno sconosciuto, non so neanche come si chiama, e gli racconto di una sera a Kiev, nel dicembre del 2018.
Ero a cena con Gennadij, un cliente originario del Donbass, in un ristorante tipico ucraino: al centro della sala forno aperto con cappa in pietra bianca e fiori rossi e gialli stilizzati.
Pareti addobbate con sciabole incrociate, dipinti a olio con campi di grano, mensole di legno piene di vasellame e piatti decorati. Eravamo seduti sotto una specie di pergola di tronchi, col tetto di paglia che ricordava quello di una stalla o di una capanna di contadini.
Il personale vestiva abiti tradizionali.
I ragazzi indossavano camicioni bianchi di lino grezzo, senza colletto, l’apertura al centro ornata di ricami colorati, una fascia rossa annodata in vita.
Sotto portavano pantaloni larghi e scuri.
Le colleghe avevano vestiti lunghi ricamati sulla scollatura, sul petto e sull’orlo delle maniche, corpetti e grembiuli verdi o rossi e in testa una ghirlanda di stoffa e fiori.
Abbigliamento comodo e pratico per il lavoro in campagna, il servizio militare e il ballo.
A tavola eravamo una decina: Gennadij, i suoi collaboratori e dei fornitori italiani, tra questi ultimi io ero l’unico che parlava russo. Accanto a me c’era un triestino, Sandro, cinquant’anni ben portati, alto, fisico asciutto, decisamente un bell’uomo.
Era filo-russo e non ne faceva mistero.
Lo ero stato anch’io nel 2014, dopo il Maidan.
Poi mi ero stancato di sostenere una delle due versioni.
Più avevo a che fare con la gente e più mi accorgevo che ogni esistenza aveva la sua storia, ognuno aveva un vissuto, un punto di vista diverso. C’erano decine, centinaia di versioni, la realtà è complessa e sfaccettata.
Secondo Carrère, nel suo romanzo Limonov, questa cosa che la realtà è complessa è un po’ il refrain di quelli che difendono posizioni insostenibili, spesso e volentieri di quelli di destra.
Eppure è così, lo sa anche Carrère, ne sono convinto.
Nelle settimane successive alla cacciata del presidente filo-russo Janukovič, nei telegiornali o nei talk-show in Russia parlavano sempre dei nazisti ucraini - un po’ quello che fanno da un annetto a questa parte - e per un periodo mi ero convinto che fossero tutti seguaci di Hitler.
Poi, quando ero tornato in Ucraina qualche mese dopo la rivolta di febbraio, mi ero reso conto che la gente era la stessa di prima, per le strade manco l’ombra di svastiche o croci celtiche.
In tutti i miei viaggi non avevo incontrato neanche un nazista.
Forse uno, Ruslan, un esaltato di Rivne.
Avevo fatto appena in tempo ad accorgermene che era morto di tumore.
Sandro di Trieste non aveva cambiato idea, era rimasto ancorato alle sue convinzioni e quella sera a tavola con Gennadij ne parlava apertamente, usando me come interprete.
Era un tipo equilibrato, Gennadij.
Il capoccione rasato e lucido, l’espressione serena. Non alzava la voce coi dipendenti, non increspava le ciglia, sorrideva spesso.
Sembrava un monaco buddista.
Raccontava di quando, nel giugno 2014, gli avevano bombardato lo show-room aperto da poco a Doneck, che si sentiva ancora l’odore di nuovo ed era tutto pulito e ordinato, con la boiserie in rovere naturale, come andava di moda allora.
Era una giornata calda di metà giugno, verso sera, che l’esercito di Kiev aveva preso a tirare sui suoi capannoni.
Forse era stato un errore perché poco distante da loro erano dislocate le milizie separatiste o forse ce l’avevano proprio con la sua azienda.
Era stato un mezzo miracolo che non ci fosse nessuno dentro allo show-room. I collaboratori erano in magazzino e lui era appena uscito per tornare dalla sua famiglia.
Quando aveva visto il fumo alzarsi dal tetto si era precipitato in auto, era passato per casa, aveva caricato la moglie e la figlia, preso lo stretto necessario e aveva guidato fino a Kiev senza fermarsi.
Sandro aveva ascoltato quello che gli avevo tradotto e mi aveva obbligato a domandargli: “Chi ha ragione?”
Gennadij aveva sorriso, come se non avesse capito e aveva continuato a parlare.
La situazione nel Donbass si era cristallizzata in una guerra a bassa intensità, quattro o cinque morti al giorno, tutti i giorni, la gente si era abituata, i suoi parenti abitavano ancora lì e ogni tanto li andava a trovare. C’era tornato pochi mesi prima e in occasione di quella visita gli era venuta voglia di rivedere la sua azienda.
Si era avvicinato al terreno, ora era sotto il controllo delle milizie separatiste il perimetro recintato con del filo spinato.
Un soldato lo aveva interrogato con fare aggressivo, cosa stava facendo, dove voleva andare?
Lui gli aveva parlato con deferenza, gli aveva spiegato che una volta quei capannoni erano suoi.
Aveva chiesto se fosse possibile dare un’occhiata, per vedere cosa c’era adesso al posto dei pannelli in truciolare e MDF, delle cerniere e guide per cassetti.
Il soldato ci aveva pensato un po’ su, aveva parlato con un superiore e poi lo aveva accompagnato all’interno.
La sua azienda era diventata un ospedale militare.
Adagiate sopra le scaffalature del magazzino, dove una volta c’erano pallet e scatole di cartone, ora c’erano le brande, disposte in verticale.
E su quelle brande erano distesi dei giovani, sotto i trent’anni, se ne stavano in silenzio, chi cercava di dormire, chi leggeva un libro o guardava lo schermo del telefono.
Non si lamentavano quei ragazzi, tanti erano appena maggiorenni, avevano l’età di sua figlia, probabilmente quel giorno in cui era scappato da Doneck, quel giorno di giugno, caldo e luminoso, erano ancora dei ragazzini in canotta e pantaloncini che giocavano per strada e si rincorrevano in bici. Lui aveva avuto modo di rifarsi una vita, di spostare l’azienda e trasferire i dipendenti a Kiev, di ricominciare.
Quei ragazzi invece non avevano avuto un’altra possibilità, erano rimasti lì, in quella terra pregna di odio per un nemico che fino a poco prima era stato un parente, un compagno di scuola o un vicino.
“Chi ha ragione?” aveva ripetuto Gennadij, allargando le braccia.
Aveva sorriso, alzando le sopracciglia, come a dire:
“Che domanda del cazzo, amico mio”.
Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss
Russia. Febbraio 2023
PARTE #7 - ULTIMA PUNTATA
“Io arrivo da Mosca. Ferramenta per mobili.”
“E com’è lì adesso?”
“Mah, tranquillo direi. In Ucraina un po’ meno. Ma continuano a comprare.”
“Ma scusa se ti chiedo, ma tu che magari in quei posti ci vai, che senti cosa dice la gente, chi ha ragione?”
Chi ha ragione.
È una delle domande più gettonate, come se fossi il giudice che legge la sentenza, nero su bianco.
Giusto e sbagliato.
Come se lo sapessi davvero.
Certe volte faccio la supercazzola, i mille distinguo, perché mi sta sulle palle tutta ‘sta semplificazione e se uno è filo-russo difendo il punto di vista degli ucraini, se uno è schierato con Zelenskij faccio presente che questa guerra è iniziata nel 2014 con un colpo di stato sostenuto dagli americani.
Poi capitano dei momenti come oggi, due giorni che non dormo e sono senza freni, i pensieri scorrono veloci, fai fatica a starci dietro, a modellarli, ti partono che non sembrano neanche tuoi e non mi pare vero di fare un po’ di show, l’affabulatore, il narratore che ti mostra e ti racconta.
Show AND Tell.
Sono le sette di mattina, in parte a me uno sconosciuto, non so neanche come si chiama, e gli racconto di una sera a Kiev, nel dicembre del 2018.
Ero a cena con Gennadij, un cliente originario del Donbass, in un ristorante tipico ucraino: al centro della sala forno aperto con cappa in pietra bianca e fiori rossi e gialli stilizzati.
Pareti addobbate con sciabole incrociate, dipinti a olio con campi di grano, mensole di legno piene di vasellame e piatti decorati. Eravamo seduti sotto una specie di pergola di tronchi, col tetto di paglia che ricordava quello di una stalla o di una capanna di contadini.
Il personale vestiva abiti tradizionali.
I ragazzi indossavano camicioni bianchi di lino grezzo, senza colletto, l’apertura al centro ornata di ricami colorati, una fascia rossa annodata in vita.
Sotto portavano pantaloni larghi e scuri.
Le colleghe avevano vestiti lunghi ricamati sulla scollatura, sul petto e sull’orlo delle maniche, corpetti e grembiuli verdi o rossi e in testa una ghirlanda di stoffa e fiori.
Abbigliamento comodo e pratico per il lavoro in campagna, il servizio militare e il ballo.
A tavola eravamo una decina: Gennadij, i suoi collaboratori e dei fornitori italiani, tra questi ultimi io ero l’unico che parlava russo. Accanto a me c’era un triestino, Sandro, cinquant’anni ben portati, alto, fisico asciutto, decisamente un bell’uomo.
Era filo-russo e non ne faceva mistero.
Lo ero stato anch’io nel 2014, dopo il Maidan.
Poi mi ero stancato di sostenere una delle due versioni.
Più avevo a che fare con la gente e più mi accorgevo che ogni esistenza aveva la sua storia, ognuno aveva un vissuto, un punto di vista diverso. C’erano decine, centinaia di versioni, la realtà è complessa e sfaccettata.
Secondo Carrère, nel suo romanzo Limonov, questa cosa che la realtà è complessa è un po’ il refrain di quelli che difendono posizioni insostenibili, spesso e volentieri di quelli di destra.
Eppure è così, lo sa anche Carrère, ne sono convinto.
Nelle settimane successive alla cacciata del presidente filo-russo Janukovič, nei telegiornali o nei talk-show in Russia parlavano sempre dei nazisti ucraini - un po’ quello che fanno da un annetto a questa parte - e per un periodo mi ero convinto che fossero tutti seguaci di Hitler.
Poi, quando ero tornato in Ucraina qualche mese dopo la rivolta di febbraio, mi ero reso conto che la gente era la stessa di prima, per le strade manco l’ombra di svastiche o croci celtiche.
In tutti i miei viaggi non avevo incontrato neanche un nazista.
Forse uno, Ruslan, un esaltato di Rivne.
Avevo fatto appena in tempo ad accorgermene che era morto di tumore.
Sandro di Trieste non aveva cambiato idea, era rimasto ancorato alle sue convinzioni e quella sera a tavola con Gennadij ne parlava apertamente, usando me come interprete.
Era un tipo equilibrato, Gennadij.
Il capoccione rasato e lucido, l’espressione serena. Non alzava la voce coi dipendenti, non increspava le ciglia, sorrideva spesso.
Sembrava un monaco buddista.
Raccontava di quando, nel giugno 2014, gli avevano bombardato lo show-room aperto da poco a Doneck, che si sentiva ancora l’odore di nuovo ed era tutto pulito e ordinato, con la boiserie in rovere naturale, come andava di moda allora.
Era una giornata calda di metà giugno, verso sera, che l’esercito di Kiev aveva preso a tirare sui suoi capannoni.
Forse era stato un errore perché poco distante da loro erano dislocate le milizie separatiste o forse ce l’avevano proprio con la sua azienda.
Era stato un mezzo miracolo che non ci fosse nessuno dentro allo show-room. I collaboratori erano in magazzino e lui era appena uscito per tornare dalla sua famiglia.
Quando aveva visto il fumo alzarsi dal tetto si era precipitato in auto, era passato per casa, aveva caricato la moglie e la figlia, preso lo stretto necessario e aveva guidato fino a Kiev senza fermarsi.
Sandro aveva ascoltato quello che gli avevo tradotto e mi aveva obbligato a domandargli: “Chi ha ragione?”
Gennadij aveva sorriso, come se non avesse capito e aveva continuato a parlare.
La situazione nel Donbass si era cristallizzata in una guerra a bassa intensità, quattro o cinque morti al giorno, tutti i giorni, la gente si era abituata, i suoi parenti abitavano ancora lì e ogni tanto li andava a trovare. C’era tornato pochi mesi prima e in occasione di quella visita gli era venuta voglia di rivedere la sua azienda.
Si era avvicinato al terreno, ora era sotto il controllo delle milizie separatiste il perimetro recintato con del filo spinato.
Un soldato lo aveva interrogato con fare aggressivo, cosa stava facendo, dove voleva andare?
Lui gli aveva parlato con deferenza, gli aveva spiegato che una volta quei capannoni erano suoi.
Aveva chiesto se fosse possibile dare un’occhiata, per vedere cosa c’era adesso al posto dei pannelli in truciolare e MDF, delle cerniere e guide per cassetti.
Il soldato ci aveva pensato un po’ su, aveva parlato con un superiore e poi lo aveva accompagnato all’interno.
La sua azienda era diventata un ospedale militare.
Adagiate sopra le scaffalature del magazzino, dove una volta c’erano pallet e scatole di cartone, ora c’erano le brande, disposte in verticale.
E su quelle brande erano distesi dei giovani, sotto i trent’anni, se ne stavano in silenzio, chi cercava di dormire, chi leggeva un libro o guardava lo schermo del telefono.
Non si lamentavano quei ragazzi, tanti erano appena maggiorenni, avevano l’età di sua figlia, probabilmente quel giorno in cui era scappato da Doneck, quel giorno di giugno, caldo e luminoso, erano ancora dei ragazzini in canotta e pantaloncini che giocavano per strada e si rincorrevano in bici. Lui aveva avuto modo di rifarsi una vita, di spostare l’azienda e trasferire i dipendenti a Kiev, di ricominciare.
Quei ragazzi invece non avevano avuto un’altra possibilità, erano rimasti lì, in quella terra pregna di odio per un nemico che fino a poco prima era stato un parente, un compagno di scuola o un vicino.
“Chi ha ragione?” aveva ripetuto Gennadij, allargando le braccia.
Aveva sorriso, alzando le sopracciglia, come a dire:
“Che domanda del cazzo, amico mio”.
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Tales from Ex Urss
martedì, novembre 07, 2023
Russia. Febbraio 2023 #6
L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.
Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss
Russia. Febbraio 2023
PARTE #6
Il Nagorno-Karabakh è un’area contesa tra Armenia e Azerbaigian.
La maggior parte della popolazione che vive nella regione è di etnia armena ma territorialmente fa parte dell’Azerbaigian dal 1920, quando Lenin ne ha sancito la cessione agli azeri.
Con il crollo dell’Urss, tra il 1992 e il 1994 si è combattuta una vera e propria guerra, da una parte Baku a rivendicare l’integrità territoriale, dall’altra Yerevan che faceva appello all’autodeterminazione dei popoli.
Per trent’anni il conflitto è rimasto congelato, qualche sparatoria qua e là ma tutto sommato Mosca era riuscita a mantenere l’ordine.
Finché nel settembre del 2020 sono ripartiti gli scontri lungo la linea di confine, dalla parte azera.
Il conflitto si era prolungato per due mesi, a novembre era stato firmato un cessate il fuoco che di fatto sanciva un avanzamento delle posizioni sotto il controllo di Baku.
(Come sappiamo, recentemente l'Azerbaijan ha riconquistato il territorio con un'azione militare, scacciando di fatto la quasi totalità della popolazione armena. La capitale Stepanakert è stata ribattezzata Khankendi e dal 1 gennaio 2024 il Nagorno Karabakh ufficialmente non esisterà più NdR).
“Ormai sono due anni che sparano e che fanno finta non succeda niente.”
Commentava Garry, mio coetaneo, sposato e con una figlia piccola. Nel 2020 era stato mobilitato, aveva combattuto.
“Hai sparato?”
“Ho sparato.”
Aveva risposto, come a dire che sì, qualcuno lo aveva anche colpito e non aveva aggiunto altro mentre passavamo accanto a un cimitero su una collina, cumuli di terra smossa di recente, di un marrone più scuro rispetto alle altre tombe, le ghirlande di fiori freschi e gli stendardi colorati, che sembrava li avessero appena deposti.
Cinquemila armeni erano morti nell’arco di quarantaquattro giorni, prima che i due governi firmassero un cessate il fuoco negoziato da Mosca.
Tra una presentazione e una cena al ristorante venivano fuori i paragoni con la guerra in Ucraina, ero curioso di sapere cosa ne pensassero gli armeni.
“L’Ucraina ha sostenuto l’Azerbaijan contro di noi.
Hanno fornito le bombe al fosforo ma non serbiamo rancore. Poi se mi chiedi della guerra cosa ti dico… centocinquantamila immigrati dalla Russia. Giovani, istruiti. Da un lato è un bene ma considera che qua è diventato tutto più caro. Tra qualche anno tireremo una linea e vedremo. A qualcuno è andata bene ma non al mio popolo.” aveva commentato Garry con amarezza.
L’insonnia, i voli notturni, il fuso orario, il rientro a casa il venerdì, il tempo di disfare e rifare la valigia e poi lunedì ero andato in Moldavia, a Chisinau.
Dicono che sia uno dei paesi più poveri d’Europa e basta vedere le strade piene di buche, le case basse con gli infissi in legno, come nella provincia russa, e il colore del cemento dappertutto, dai campi sporchi di neve e terra al cielo coperto di nuvole.
Se invece fai caso alle auto che ci sono in giro, par di essere in qualche quartiere esclusivo di Londra o Milano.
Bmw, Mercedes, Audi, Porsche, mega cilindrate, carrozzerie opacizzate e vetri oscurati.
Lo status dell’auto costosa che ti riporta agli anni novanta, quando la Moldavia, appena proclamata l’indipendenza dall’Urss, introdusse l’economia di mercato.
Il territorio attuale corrisponde alla parte orientale della Dacia, per oltre un secolo provincia romana, ed è uno di quegli staterelli un po’ sfigati che si trovano a essere periodicamente invasi e sottomessi dai big di turno.
Prima i romani, poi i barbari, in seguito la Rus’ di Kiev fino alle invasioni dei Mongoli e negli ultimi secoli una spartizione continua tra gli ottomani, gli austro-ungarici, i russi e infine i sovietici.
Nel 1940 venne istituita la Repubblica Socialista di Moldavia che rimase tale fino al 1990.
Oggi nel paese ci sono tre milioni di abitanti, quindici etnie e i principali credo religiosi.
A Chisinau parlano tutti almeno tre lingue, nei ristoranti trovi i menu in inglese, russo, rumeno, tedesco e francese.
Qualche parola comprensibile qua e là, alimentara, strada, farmacia, sens unic e le insegne in russo e rumeno.
In quei giorni, mentre ero a Chisinau, c’erano state delle proteste davanti al parlamento, contro il caro vita dicevano i clienti; come provocazione da parte dei partiti filo-russi, dicevano il Corriere e La Repubblica.
Avevano tutti ragione.
Una sera ero andato a cena con Evgenij, il cliente di Odessa.
Si era fatto due ore di strada per venire a trovarmi, alla frontiera non era rimasto a lungo in coda; lo avevano fatto uscire senza problemi quando avevano capito che aveva superato da un pezzo i sessant’anni.
A tavola parlavamo della loro guerra, c’era anche la moglie di Evgenij.
Ol’ga aveva iniziato a studiare l’ucraino, a sessanta e passa anni, non so se per convinzione o per convenienza, quando tutto sarebbe finito avrebbe parlato un’altra lingua, si preparava a vivere in un paese cambiato.
Evgenij non ci pensava nemmeno a imparare una lingua diversa dal russo, nonostante i missili di Mosca gli avessero sfiorato la casa e l’azienda in un paio di occasioni, continuava a mettere in discussione qualsiasi cosa, sempre questa capacità di spiazzarti con le sue verità alternative, lui unico illuminato in grado di decifrare la realtà.
“Non c’è nessuna guerra. Fanno vedere che sono là, fermi nelle trincee e non succede niente. Dimmi se questa è una guerra.”
“Beh ma c’è una differenza rispetto a prima, no?” provavo a riportare il discorso sui fondamentali.
“Da noi adesso è tutto a posto, non ci sono più problemi con l’elettricità o il riscaldamento.”
Evgenij l’aveva prevista questa guerra, era dal 2014 che continuava a chiamarla, prima o poi sarebbe scoppiata.
“È andata come dicevi tu.” avevo riconosciuto tra un antipasto e l’altro.
“Solo che poi non è andata come diceva lui.” aveva aggiunto ridendo sua moglie.
No, i russi non avevano preso Kiev in pochi giorni e Odessa era ancora in Ucraina.
Questa la sintesi dell’ultimo mese, sicuro ho tralasciato qualcosa, le domeniche al parco con i bambini, le feste di compleanno dei compagni di scuola e ogni ora di veglia rubata al lavoro o alla famiglia dedicata a registrare viaggi, conversazioni, paesaggi e odori.
Forse c’è un motivo se ho la pressione alta.
È il caso di rallentare, anche gli occhi me lo stanno dicendo.
Vengo visitato da donne giovani, i nomi di origine musulmana e le sopracciglia spesse.
Prima mi fanno un elettrocardiogramma, le ventose non si incollano al petto per via dei pelazzi neri e folti.
Amira mi depila con un rasoio bilama, giusto due striscette ma ci sta una vita.
Poi mi mette il gel, freddo e viscido.
Dà un’occhiata al grafico tracciato sulla carta, in generale è tutto ok ma c’è qualcosa che non la convince.
Meglio fare anche un ecocardiogramma.
Mi passa delle salviette di carta, per togliermi il gel dal petto.
Mi rivesto e passo in un laboratorio al piano inferiore.
Nafisa mi aggancia delle pinzette sui peli dei pettorali.
Dà un’occhiata al risultato e aggrotta la fronte, lo sguardo serio. Mi invita a rimettere la camicia, mi fa uscire e chiama la collega per un consulto.
Nel corridoio, accucciati su una panchina, ci sono ancora Elena e Rafael, il vecchio autista sonnecchia con la bocca aperta, la biondina guarda il cellu. Rafael apre gli occhi scuotendo la testa, come a dissimulare la stanchezza, Elena mi guarda senza dire niente.
Provo a tranquillizzarli, va tutto bene, è ora che vadano a casa ma non c’è niente da fare, restano qua finché non ho terminato.
Dopo pochi minuti Nafisa apre la porta dell’ambulatorio e fa cenno di entrare.
Volto inespressivo. Mi fa accomodare e mi spiega che ho un prolasso della valvola mitralica, un soffio al cuore.
Ci metto un paio di minuti a capire cosa sta dicendo, mai sentito parlare di mitral’nyj kapàn, ci vuole il traduttore online e ancora non ho ben chiaro che cosa sia di preciso.
La cardiologa cerca di rassicurarmi.
Niente di grave, può essere una cosa congenita, c’è un sacco di gente che ci convive senza problemi ma bisogna stare attenti.
Mi consiglia di comprare uno di quegli aggeggi per misurare la pressione e prendermi nota di tutti i valori perché non ho idea di quale sia il mio standard, l’ultima volta che il medico me l’ha controllata è stato dieci anni fa.
Quando le chiedo se devo proprio farla ‘sta cosa, di misurarmi due volte al giorno, Nafisa fa un sospiro e mi spiega con tono paziente:
“Può essere pericoloso avere la pressione alta, per l’effetto che ha sul cuore. Prenda gli animali. Di solito le bestie più grandi vivono a lungo perché hanno la pressione bassa. Invece quelli piccolini, che sono sempre tutti agitati” imita l’espressione concitata di certi cagnolini, “beh quelli muoiono prima.” conclude conciliante, convinta, a torto, di avermi tranquillizzato.
Il prolasso della valvola mitralica, guarda te se lo devo scoprire a Mosca.
E taci che mi è andata bene, qua in poche ore mi hanno fatto tutte le analisi.
In Italia mi sarei fatto una giornata intera al pronto soccorso prima di essere ricevuto e la prima visita specialistica, a pagamento, l’avrebbero fissata dopo due settimane.
Progetti, idee, viaggi per lavoro e per divertimento già programmati fino a quest’estate, gli ordini da inserire per garantire le consegne, il fatturato da tenere sott’occhio per capire le dinamiche di crescita, le ferie con la famiglia ad agosto, finalmente torniamo all’estero con i bambini. E sempre questo pensiero strisciante in sottofondo, questa preoccupazione dai contorni velati che possa succedere qualcosa quando sei in Russia e, tra tutti i rischi che avevo messo in conto, quello dell’ictus o dell’infarto non l’avevo mai considerato.
Usciamo dalla clinica che sono le nove di sera, portiamo Elena alla fermata della metro, è il mezzo più economico per tornare a casa. La saluto con riconoscenza e un po’ mi vergogno di essermi segnato tutti quei dettagli nel corso della giornata. L’aspetto fisico, certe imperfezioni che solo gli stronzi notano, le sue banalità sulla guerra e le lagne per non riuscire a vedere certi film al cinema, perché tu sei quello più intelligente, acuto, tanto cervello e poco cuore, e oggi te l’ha detto anche la dottoressa.
Rafael pare sollevato, forse perché non gli sono schiattato tra le braccia, inizia a raccontarmi dell’ultimo viaggio che ha fatto in Armenia, per i novogodnje prazdniki, le festività natalizie, che in Russia iniziano il 31 dicembre e finiscono il 7 gennaio con il Natale ortodosso.
È andato a trovare le sorelle, abitano lì dal 1985, quando la famiglia di Rafael è scappata dall’Azerbaijan, dove avevano sempre abitato. Vivevano a Sumgait, una delle città più grandi del paese, armeni trapiantati da diverse generazioni, c’era una grossa comunità nel paese.
Poi negli anni ottanta il clima di insofferenza da parte degli azeri, in prevalenza musulmani, era cresciuto a dismisura nei confronti degli armeni, che sono cristiani, e a un certo punto Rafael aveva deciso di trasferirsi a Mosca con la famiglia mentre le sorelle avevano raggiunto dei parenti a Yerevan.
Stava bene in Azerbaigian, era direttore di un negozio di alimentari, prima di lui il direttore era stato il padre.
In quegli anni si stava bene dappertutto, continua.
“Andavi al lavoro e sapevi che alla sera saresti tornato a casa. E la casa era gratis.” Ridacchia, “Pensati adesso, ma quale casa gratis!” ragiona ad alta voce e infatti oggi è una cosa inconcepibile ma per quasi trecento milioni di persone fino al 1991 questa è stata la norma, con tutti i vantaggi e le scomodità del caso.
“L’unica cosa è che eravamo chiusi qua. Non potevamo uscire.”
Non era mai stato all’estero, Rafael, aveva girato per tutto l’Urss, aveva fatto il militare in Cecoslovacchia, vicino a Praga, nel 1972.
“Là era diverso. Era meglio, a partire dalle cose semplici. Il dentifricio, i dolcetti che vendevano nei negozi. Qua non avevamo neanche la gomma da masticare. La prima volta l’ho provata a Praga.” ricorda con un sorriso che gli alza le punte dei baffi. “E prima di tornare a casa avevo comprato una camicia arancione, di tessuto goffrato. Me la invidiavano tutti. È lì che ho capito che non vivevamo in paradiso.”
Mi pare di vederlo Rafael, fresco di congedo, che balla le ultime hit sovietiche in qualche balera di Sumgait con la sua blusa di importazione. Il primo pensiero frivolo che mi è passato per la testa nelle ultime ore.
Arriviamo in albergo che sono le dieci di sera, Rafael esce dall’abitacolo per sincerarsi che mi reggo in piedi, lo ringrazio e ne approfitto per liberarmi dei valenki, gli stivali in feltro che mi trascino dietro da due giorni.
Rafael è contentissimo, mi stringe la mano tra le sue e continua a fare un mezzo inchino.
“Quando ci rivediamo?” mi domanda.
“Penso in aprile, vediamo come va.” rispondo indicandogli l’occhio.
“Daj bog, daj bog.” se Dio vuole. “La cosa più importante è la salute.” commenta prima di congedarsi.
Mi butto a letto che sono stanco e abbacchiato. Dal corridoio arrivano delle grida, parole che hanno un suono familiare, con un ritmo cadenzato. È un tipo che parla al telefono in bergamasco ad altissima voce. “E allora io ci ho detto, guarda che così non portiamo a casa il bisinèss, cala di un venti percento o qua salta tutto. Balabiòt!”
Preferivo la tipa che scopava.
L’indomani mi alzo e per prima cosa mi guardo allo specchio.
Il taglietto, che poche ore fa era appena visibile, si è trasformato in una chiazza rossa che copre metà della sclera, roba da film horror.
Una delle dottoresse mi ha assicurato che entro cinque giorni tornerà a posto ma la vedo dura.
Prima di pranzo ho un incontro in una grossa azienda fuori Mosca. Nikolaj, il venditore che mi viene a prendere, non si accorge neanche che ho l’occhio sinistro arrossato.
Gli racconto delle visite e dello spavento che mi sono preso, annuisce giusto per darmi un po’ di soddisfazione, mi pare che non gliene freghi molto. Veniamo ricevuti in uno stanzone adibito a sala riunioni, un tavolone al centro e uno schermo da cinquanta pollici appeso a una parete. Viktor Andreevič, il responsabile degli acquisti, ha chiesto espressamente di incontrarci. Mi osserva qualche secondo dopo i convenevoli di rito e alza il mento come a domandare: “Che è successo?”
“Ho litigato con un cliente.” rispondo sorridendo.
Parliamo dei miei viaggi, mi lagno perché mi tocca stare attento ai soldi, devo cambiare i contanti, come quando ero studente.
Viktor Andreevič mi osserva con l’aria severa e ribatte: “C’è una guerra, con tutto quello che succede… questo è il problema minore.”
“Sì, certo.” Ammetto con un po’ di vergogna.
Viktor Andreevič è un omone brizzolato con la barbetta curata, l’ultima volta l’ho visto un anno fa, prima della guerra. Mi sembra che sia dimagrito, più tranquillo. Non beve te né caffè, giusto un bicchiere d’acqua.
Seco che anche lui c’ha la pressione alta. Ci racconta dell’ultimo viaggio che ha fatto in Italia per lavoro, delle visite ai fornitori.
In alcuni casi ha scoperto che la roba che comprava era fatta in Cina e si è sentito preso in giro. Adesso vuole vederci chiaro e mi chiede dov’è che produciamo noi.
Mi guarda dritto negli occhi, come un padre che interroga il figlio e non vuole sentire cazzate. Mi viene da ridere, poteva venire anche da noi, gli avrei mostrato gli stampi per la plastica, i cassoni con i semilavorati che poi sono assemblati di fronte alla nostra sede, in un capannone col pavimento lucido, da quanto è pulito.
In magazzino gli avrei fatto vedere l’area dove è stoccata la sua merce, pronta per essere caricata, poi saremmo andati a pranzo, pesce o crostacei e vino bianco.
v Provo a convincerlo mentre lui mi fissa l’occhio arrossato, in maniera insistente, forse per mettermi a disagio ma casca male perché mi focalizzo sul neo che ha sotto il labbro inferiore, una pallina di carne marroncina che non c’entra niente con il resto del mento, i peli della barba fanno capolino da sotto, è chiaro che lì il rasoio non ci arriva e sembra un’aiuola contornata da ciuffetti d’erba.
Viktor Andreevič pare soddisfatto dalle mie spiegazioni, sposta lo sguardo sull’occhio buono e riporta il discorso sulla guerra, senza motivo, a dire il vero. “Io sono cresciuto in strada e quando ero bambino la regola era che quello che colpisce per primo colpisce più forte.”
Annuisco senza dire niente, perché non ho niente da dire. Anch’io sono cresciuto nel marciapiede davanti a casa, mai tirato né preso un pugno.
Alla sera prendo un taxi che sono le undici per andare in aeroporto. Ho il volo per Istanbul alle due e mezza del mattino, un’ora di attesa e poi la coincidenza per Venezia.
L’autista ha un testone che pare una palla da basket coi capelli a spazzola. È originario del Kirgizistan e mi fa i complimenti per il russo:
“Lei abita qua?”
“No, ci vengo per lavoro. Adesso torno a casa da mia moglie e i miei figli.”
“Maschi o femmine?”
“Un maschio e una femmina.”
“Io ho un bambino, ha tre anni. Lo stiamo viziando tantissimo. Gli compriamo tutto quello che vuole. L’altro giorno voleva un camion, preso il camion blu. Se vede la pizza non c’è verso, tocca comprargli la pizza, anche se sta mangiando il gelato. Ma sa,” prova a giustificarsi, anche se io non ho detto una parola, “è ancora piccolo, non capisce. Quando crescerà un po’ allora gli dirò di no, sarà tutto più facile.”
Certo, come no.
Dice che questa è l’ultima corsa della serata, non gli piace lavorare di notte, troppi rischi.
“Una volta una donna mi ha offerto dei soldi per andare a casa sua. Voleva che dormissi con lei.” mi spiega con una punta di imbarazzo. Dopo qualche attimo di silenzio mi fa una domanda. “Senta ma mi spieghi una cosa, lei che viene dall’occidente, che parla le lingue. Perché ce l’hanno tutti con la Russia?”
“Beh… perché ha invaso l’Ucraina.”
“Ma non l’ha invasa, stanno distruggendo le armi, stanno combattendo contro i nazisti ma nessuno vuole invadere l’Ucraina.”
“Sì ma di fatto sono in un altro paese. Sparano, bombardano, la gente muore.”
“Ma gli Stati Uniti lo hanno fatto in tutto il mondo. Se lo fanno loro nessuno dice niente. Lo fa la Russia una volta e tutti si lamentano. Perché?
Parla come un bambino, con un po’ di accento, argomenta in maniera semplice, schematica eppure non ho risposte da dare a questo tassista mezzo asiatico, non così, su due piedi, e mi sento anch’io un bambino, senza parole, senza argomenti.
In aeroporto c’è un sacco di gente in partenza per le vacanze, famiglie, coppie di giovani e di anziani.
Molti sono diretti in Turchia e discutono dei programmi di viaggio, degli itinerari modificati, le visite cancellate o spostate. Al solito c’è un tono fatalista, nessuno pare preoccupato del fatto che ci possa essere un’altra scossa.
Il volo è in ritardo, forse per i disagi del terremoto o per via della guerra, capita che ogni tanto l’aereo faccia una deviazione e allunghi un po’ la tratta.
Fatto sta che a Istanbul non riesco a prendere la coincidenza per Venezia. Al banco assistenza mi danno un biglietto per il volo successivo, mi tocca aspettare quattro ore in aeroporto. Poteva andare peggio.
Trovo una poltrona libera in un’area comune, è posizionata davanti a un maxischermo sintonizzato sul primo canale della tv turca, l’audio azzerato, trasmettono in diretta le operazioni di salvataggio.
Uomini barbuti raccolti attorno a cumuli di macerie, strati di cemento e laterizi, ammassi di intonaci, calcinacci, nuvole di polvere.
Ogni tanto la regia ritorna in studio e inquadra una speaker vestita di nero. Stacco, segue la vista dall’alto di una zona residenziale, la regia mostra il prima e il dopo, una linea si sposta da un lato all’altro dello schermo. Man mano che si avvicina all’estremità opposta, i tetti delle case si trasformano in rovine.
In basso a destra, dentro un riquadro, l’interprete per i non udenti gesticola con enfasi e pare stia tirando una tendina che separa la vita dalla morte.
Sono a pochi centimetri dalla tv, la larghezza del monitor risucchia la visione periferica, impossibile girare lo sguardo altrove, c’è solo questo, tipo Arancia Meccanica.
La Turchia come l’Ucraina, gli stessi ruderi, qua le case sono crollate e là sono state abbattute ma a parte questo non cambia molto, l’angoscia, la paura, il dolore e lo sconforto sono gli stessi.
Solo che qua il terremoto ha fatto un lavoro più accurato, non è rimasto niente in piedi. Tutto distrutto, in maniera più articolata, certosina, c’è una cura meticolosa nella devastazione che l’opera dell’uomo ancora non riesce a eguagliare, come se la natura avesse detto: “Adesso vi faccio vedere io.”
Guerra, distruzione, un occhio rosso, la pressione alta. Ho bisogno di dormire, riesco quasi a perdermi via che arriva uno spilungone, fa per avvicinarsi alla poltrona accanto alla mia e mi fa: “Excuse me? Can I take this chair?” Ha un tono altalenante, ogni parola un interrogativo, secco che questo viene da Udine.
“Sei italiano? Comunque sì, è libera.”
Il tipo tira indietro il capoccione di ricci neri un po’ sorpreso. Ci scambiamo qualche parola, dice che doveva prendere il mio stesso volo per Venezia ma anche lui ha fatto ritardo. È appena atterrato da Teheran.
“Ero lì per lavoro, abbiamo appena costruito un impianto di verniciatura per l’automotive.”
“Quanto sei stato via?”
“Quasi due mesi, abbiamo tirato su un capannone da duemila metri quadri.”
Duemila metri quadri, macchinari, linee di verniciatura, impianti, tonnellate di acciaio, plastica e tecnologia in uno dei paesi più sanzionati al mondo. “E coi pagamenti come fate?”
“Ah non so. Turchia o paesi arabi. Tu invece?”
“Io arrivo da Mosca. Ferramenta per mobili.”
“E com’è lì adesso?”
“Mah, tranquillo direi. In Ucraina un po’ meno. Ma continuano a comprare.”
“Ma scusa se ti chiedo, ma tu che magari in quei posti ci vai, che senti cosa dice la gente, chi ha ragione?”
Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss
Russia. Febbraio 2023
PARTE #6
Il Nagorno-Karabakh è un’area contesa tra Armenia e Azerbaigian.
La maggior parte della popolazione che vive nella regione è di etnia armena ma territorialmente fa parte dell’Azerbaigian dal 1920, quando Lenin ne ha sancito la cessione agli azeri.
Con il crollo dell’Urss, tra il 1992 e il 1994 si è combattuta una vera e propria guerra, da una parte Baku a rivendicare l’integrità territoriale, dall’altra Yerevan che faceva appello all’autodeterminazione dei popoli.
Per trent’anni il conflitto è rimasto congelato, qualche sparatoria qua e là ma tutto sommato Mosca era riuscita a mantenere l’ordine.
Finché nel settembre del 2020 sono ripartiti gli scontri lungo la linea di confine, dalla parte azera.
Il conflitto si era prolungato per due mesi, a novembre era stato firmato un cessate il fuoco che di fatto sanciva un avanzamento delle posizioni sotto il controllo di Baku.
(Come sappiamo, recentemente l'Azerbaijan ha riconquistato il territorio con un'azione militare, scacciando di fatto la quasi totalità della popolazione armena. La capitale Stepanakert è stata ribattezzata Khankendi e dal 1 gennaio 2024 il Nagorno Karabakh ufficialmente non esisterà più NdR).
“Ormai sono due anni che sparano e che fanno finta non succeda niente.”
Commentava Garry, mio coetaneo, sposato e con una figlia piccola. Nel 2020 era stato mobilitato, aveva combattuto.
“Hai sparato?”
“Ho sparato.”
Aveva risposto, come a dire che sì, qualcuno lo aveva anche colpito e non aveva aggiunto altro mentre passavamo accanto a un cimitero su una collina, cumuli di terra smossa di recente, di un marrone più scuro rispetto alle altre tombe, le ghirlande di fiori freschi e gli stendardi colorati, che sembrava li avessero appena deposti.
Cinquemila armeni erano morti nell’arco di quarantaquattro giorni, prima che i due governi firmassero un cessate il fuoco negoziato da Mosca.
Tra una presentazione e una cena al ristorante venivano fuori i paragoni con la guerra in Ucraina, ero curioso di sapere cosa ne pensassero gli armeni.
“L’Ucraina ha sostenuto l’Azerbaijan contro di noi.
Hanno fornito le bombe al fosforo ma non serbiamo rancore. Poi se mi chiedi della guerra cosa ti dico… centocinquantamila immigrati dalla Russia. Giovani, istruiti. Da un lato è un bene ma considera che qua è diventato tutto più caro. Tra qualche anno tireremo una linea e vedremo. A qualcuno è andata bene ma non al mio popolo.” aveva commentato Garry con amarezza.
L’insonnia, i voli notturni, il fuso orario, il rientro a casa il venerdì, il tempo di disfare e rifare la valigia e poi lunedì ero andato in Moldavia, a Chisinau.
Dicono che sia uno dei paesi più poveri d’Europa e basta vedere le strade piene di buche, le case basse con gli infissi in legno, come nella provincia russa, e il colore del cemento dappertutto, dai campi sporchi di neve e terra al cielo coperto di nuvole.
Se invece fai caso alle auto che ci sono in giro, par di essere in qualche quartiere esclusivo di Londra o Milano.
Bmw, Mercedes, Audi, Porsche, mega cilindrate, carrozzerie opacizzate e vetri oscurati.
Lo status dell’auto costosa che ti riporta agli anni novanta, quando la Moldavia, appena proclamata l’indipendenza dall’Urss, introdusse l’economia di mercato.
Il territorio attuale corrisponde alla parte orientale della Dacia, per oltre un secolo provincia romana, ed è uno di quegli staterelli un po’ sfigati che si trovano a essere periodicamente invasi e sottomessi dai big di turno.
Prima i romani, poi i barbari, in seguito la Rus’ di Kiev fino alle invasioni dei Mongoli e negli ultimi secoli una spartizione continua tra gli ottomani, gli austro-ungarici, i russi e infine i sovietici.
Nel 1940 venne istituita la Repubblica Socialista di Moldavia che rimase tale fino al 1990.
Oggi nel paese ci sono tre milioni di abitanti, quindici etnie e i principali credo religiosi.
A Chisinau parlano tutti almeno tre lingue, nei ristoranti trovi i menu in inglese, russo, rumeno, tedesco e francese.
Qualche parola comprensibile qua e là, alimentara, strada, farmacia, sens unic e le insegne in russo e rumeno.
In quei giorni, mentre ero a Chisinau, c’erano state delle proteste davanti al parlamento, contro il caro vita dicevano i clienti; come provocazione da parte dei partiti filo-russi, dicevano il Corriere e La Repubblica.
Avevano tutti ragione.
Una sera ero andato a cena con Evgenij, il cliente di Odessa.
Si era fatto due ore di strada per venire a trovarmi, alla frontiera non era rimasto a lungo in coda; lo avevano fatto uscire senza problemi quando avevano capito che aveva superato da un pezzo i sessant’anni.
A tavola parlavamo della loro guerra, c’era anche la moglie di Evgenij.
Ol’ga aveva iniziato a studiare l’ucraino, a sessanta e passa anni, non so se per convinzione o per convenienza, quando tutto sarebbe finito avrebbe parlato un’altra lingua, si preparava a vivere in un paese cambiato.
Evgenij non ci pensava nemmeno a imparare una lingua diversa dal russo, nonostante i missili di Mosca gli avessero sfiorato la casa e l’azienda in un paio di occasioni, continuava a mettere in discussione qualsiasi cosa, sempre questa capacità di spiazzarti con le sue verità alternative, lui unico illuminato in grado di decifrare la realtà.
“Non c’è nessuna guerra. Fanno vedere che sono là, fermi nelle trincee e non succede niente. Dimmi se questa è una guerra.”
“Beh ma c’è una differenza rispetto a prima, no?” provavo a riportare il discorso sui fondamentali.
“Da noi adesso è tutto a posto, non ci sono più problemi con l’elettricità o il riscaldamento.”
Evgenij l’aveva prevista questa guerra, era dal 2014 che continuava a chiamarla, prima o poi sarebbe scoppiata.
“È andata come dicevi tu.” avevo riconosciuto tra un antipasto e l’altro.
“Solo che poi non è andata come diceva lui.” aveva aggiunto ridendo sua moglie.
No, i russi non avevano preso Kiev in pochi giorni e Odessa era ancora in Ucraina.
Questa la sintesi dell’ultimo mese, sicuro ho tralasciato qualcosa, le domeniche al parco con i bambini, le feste di compleanno dei compagni di scuola e ogni ora di veglia rubata al lavoro o alla famiglia dedicata a registrare viaggi, conversazioni, paesaggi e odori.
Forse c’è un motivo se ho la pressione alta.
È il caso di rallentare, anche gli occhi me lo stanno dicendo.
Vengo visitato da donne giovani, i nomi di origine musulmana e le sopracciglia spesse.
Prima mi fanno un elettrocardiogramma, le ventose non si incollano al petto per via dei pelazzi neri e folti.
Amira mi depila con un rasoio bilama, giusto due striscette ma ci sta una vita.
Poi mi mette il gel, freddo e viscido.
Dà un’occhiata al grafico tracciato sulla carta, in generale è tutto ok ma c’è qualcosa che non la convince.
Meglio fare anche un ecocardiogramma.
Mi passa delle salviette di carta, per togliermi il gel dal petto.
Mi rivesto e passo in un laboratorio al piano inferiore.
Nafisa mi aggancia delle pinzette sui peli dei pettorali.
Dà un’occhiata al risultato e aggrotta la fronte, lo sguardo serio. Mi invita a rimettere la camicia, mi fa uscire e chiama la collega per un consulto.
Nel corridoio, accucciati su una panchina, ci sono ancora Elena e Rafael, il vecchio autista sonnecchia con la bocca aperta, la biondina guarda il cellu. Rafael apre gli occhi scuotendo la testa, come a dissimulare la stanchezza, Elena mi guarda senza dire niente.
Provo a tranquillizzarli, va tutto bene, è ora che vadano a casa ma non c’è niente da fare, restano qua finché non ho terminato.
Dopo pochi minuti Nafisa apre la porta dell’ambulatorio e fa cenno di entrare.
Volto inespressivo. Mi fa accomodare e mi spiega che ho un prolasso della valvola mitralica, un soffio al cuore.
Ci metto un paio di minuti a capire cosa sta dicendo, mai sentito parlare di mitral’nyj kapàn, ci vuole il traduttore online e ancora non ho ben chiaro che cosa sia di preciso.
La cardiologa cerca di rassicurarmi.
Niente di grave, può essere una cosa congenita, c’è un sacco di gente che ci convive senza problemi ma bisogna stare attenti.
Mi consiglia di comprare uno di quegli aggeggi per misurare la pressione e prendermi nota di tutti i valori perché non ho idea di quale sia il mio standard, l’ultima volta che il medico me l’ha controllata è stato dieci anni fa.
Quando le chiedo se devo proprio farla ‘sta cosa, di misurarmi due volte al giorno, Nafisa fa un sospiro e mi spiega con tono paziente:
“Può essere pericoloso avere la pressione alta, per l’effetto che ha sul cuore. Prenda gli animali. Di solito le bestie più grandi vivono a lungo perché hanno la pressione bassa. Invece quelli piccolini, che sono sempre tutti agitati” imita l’espressione concitata di certi cagnolini, “beh quelli muoiono prima.” conclude conciliante, convinta, a torto, di avermi tranquillizzato.
Il prolasso della valvola mitralica, guarda te se lo devo scoprire a Mosca.
E taci che mi è andata bene, qua in poche ore mi hanno fatto tutte le analisi.
In Italia mi sarei fatto una giornata intera al pronto soccorso prima di essere ricevuto e la prima visita specialistica, a pagamento, l’avrebbero fissata dopo due settimane.
Progetti, idee, viaggi per lavoro e per divertimento già programmati fino a quest’estate, gli ordini da inserire per garantire le consegne, il fatturato da tenere sott’occhio per capire le dinamiche di crescita, le ferie con la famiglia ad agosto, finalmente torniamo all’estero con i bambini. E sempre questo pensiero strisciante in sottofondo, questa preoccupazione dai contorni velati che possa succedere qualcosa quando sei in Russia e, tra tutti i rischi che avevo messo in conto, quello dell’ictus o dell’infarto non l’avevo mai considerato.
Usciamo dalla clinica che sono le nove di sera, portiamo Elena alla fermata della metro, è il mezzo più economico per tornare a casa. La saluto con riconoscenza e un po’ mi vergogno di essermi segnato tutti quei dettagli nel corso della giornata. L’aspetto fisico, certe imperfezioni che solo gli stronzi notano, le sue banalità sulla guerra e le lagne per non riuscire a vedere certi film al cinema, perché tu sei quello più intelligente, acuto, tanto cervello e poco cuore, e oggi te l’ha detto anche la dottoressa.
Rafael pare sollevato, forse perché non gli sono schiattato tra le braccia, inizia a raccontarmi dell’ultimo viaggio che ha fatto in Armenia, per i novogodnje prazdniki, le festività natalizie, che in Russia iniziano il 31 dicembre e finiscono il 7 gennaio con il Natale ortodosso.
È andato a trovare le sorelle, abitano lì dal 1985, quando la famiglia di Rafael è scappata dall’Azerbaijan, dove avevano sempre abitato. Vivevano a Sumgait, una delle città più grandi del paese, armeni trapiantati da diverse generazioni, c’era una grossa comunità nel paese.
Poi negli anni ottanta il clima di insofferenza da parte degli azeri, in prevalenza musulmani, era cresciuto a dismisura nei confronti degli armeni, che sono cristiani, e a un certo punto Rafael aveva deciso di trasferirsi a Mosca con la famiglia mentre le sorelle avevano raggiunto dei parenti a Yerevan.
Stava bene in Azerbaigian, era direttore di un negozio di alimentari, prima di lui il direttore era stato il padre.
In quegli anni si stava bene dappertutto, continua.
“Andavi al lavoro e sapevi che alla sera saresti tornato a casa. E la casa era gratis.” Ridacchia, “Pensati adesso, ma quale casa gratis!” ragiona ad alta voce e infatti oggi è una cosa inconcepibile ma per quasi trecento milioni di persone fino al 1991 questa è stata la norma, con tutti i vantaggi e le scomodità del caso.
“L’unica cosa è che eravamo chiusi qua. Non potevamo uscire.”
Non era mai stato all’estero, Rafael, aveva girato per tutto l’Urss, aveva fatto il militare in Cecoslovacchia, vicino a Praga, nel 1972.
“Là era diverso. Era meglio, a partire dalle cose semplici. Il dentifricio, i dolcetti che vendevano nei negozi. Qua non avevamo neanche la gomma da masticare. La prima volta l’ho provata a Praga.” ricorda con un sorriso che gli alza le punte dei baffi. “E prima di tornare a casa avevo comprato una camicia arancione, di tessuto goffrato. Me la invidiavano tutti. È lì che ho capito che non vivevamo in paradiso.”
Mi pare di vederlo Rafael, fresco di congedo, che balla le ultime hit sovietiche in qualche balera di Sumgait con la sua blusa di importazione. Il primo pensiero frivolo che mi è passato per la testa nelle ultime ore.
Arriviamo in albergo che sono le dieci di sera, Rafael esce dall’abitacolo per sincerarsi che mi reggo in piedi, lo ringrazio e ne approfitto per liberarmi dei valenki, gli stivali in feltro che mi trascino dietro da due giorni.
Rafael è contentissimo, mi stringe la mano tra le sue e continua a fare un mezzo inchino.
“Quando ci rivediamo?” mi domanda.
“Penso in aprile, vediamo come va.” rispondo indicandogli l’occhio.
“Daj bog, daj bog.” se Dio vuole. “La cosa più importante è la salute.” commenta prima di congedarsi.
Mi butto a letto che sono stanco e abbacchiato. Dal corridoio arrivano delle grida, parole che hanno un suono familiare, con un ritmo cadenzato. È un tipo che parla al telefono in bergamasco ad altissima voce. “E allora io ci ho detto, guarda che così non portiamo a casa il bisinèss, cala di un venti percento o qua salta tutto. Balabiòt!”
Preferivo la tipa che scopava.
L’indomani mi alzo e per prima cosa mi guardo allo specchio.
Il taglietto, che poche ore fa era appena visibile, si è trasformato in una chiazza rossa che copre metà della sclera, roba da film horror.
Una delle dottoresse mi ha assicurato che entro cinque giorni tornerà a posto ma la vedo dura.
Prima di pranzo ho un incontro in una grossa azienda fuori Mosca. Nikolaj, il venditore che mi viene a prendere, non si accorge neanche che ho l’occhio sinistro arrossato.
Gli racconto delle visite e dello spavento che mi sono preso, annuisce giusto per darmi un po’ di soddisfazione, mi pare che non gliene freghi molto. Veniamo ricevuti in uno stanzone adibito a sala riunioni, un tavolone al centro e uno schermo da cinquanta pollici appeso a una parete. Viktor Andreevič, il responsabile degli acquisti, ha chiesto espressamente di incontrarci. Mi osserva qualche secondo dopo i convenevoli di rito e alza il mento come a domandare: “Che è successo?”
“Ho litigato con un cliente.” rispondo sorridendo.
Parliamo dei miei viaggi, mi lagno perché mi tocca stare attento ai soldi, devo cambiare i contanti, come quando ero studente.
Viktor Andreevič mi osserva con l’aria severa e ribatte: “C’è una guerra, con tutto quello che succede… questo è il problema minore.”
“Sì, certo.” Ammetto con un po’ di vergogna.
Viktor Andreevič è un omone brizzolato con la barbetta curata, l’ultima volta l’ho visto un anno fa, prima della guerra. Mi sembra che sia dimagrito, più tranquillo. Non beve te né caffè, giusto un bicchiere d’acqua.
Seco che anche lui c’ha la pressione alta. Ci racconta dell’ultimo viaggio che ha fatto in Italia per lavoro, delle visite ai fornitori.
In alcuni casi ha scoperto che la roba che comprava era fatta in Cina e si è sentito preso in giro. Adesso vuole vederci chiaro e mi chiede dov’è che produciamo noi.
Mi guarda dritto negli occhi, come un padre che interroga il figlio e non vuole sentire cazzate. Mi viene da ridere, poteva venire anche da noi, gli avrei mostrato gli stampi per la plastica, i cassoni con i semilavorati che poi sono assemblati di fronte alla nostra sede, in un capannone col pavimento lucido, da quanto è pulito.
In magazzino gli avrei fatto vedere l’area dove è stoccata la sua merce, pronta per essere caricata, poi saremmo andati a pranzo, pesce o crostacei e vino bianco.
v Provo a convincerlo mentre lui mi fissa l’occhio arrossato, in maniera insistente, forse per mettermi a disagio ma casca male perché mi focalizzo sul neo che ha sotto il labbro inferiore, una pallina di carne marroncina che non c’entra niente con il resto del mento, i peli della barba fanno capolino da sotto, è chiaro che lì il rasoio non ci arriva e sembra un’aiuola contornata da ciuffetti d’erba.
Viktor Andreevič pare soddisfatto dalle mie spiegazioni, sposta lo sguardo sull’occhio buono e riporta il discorso sulla guerra, senza motivo, a dire il vero. “Io sono cresciuto in strada e quando ero bambino la regola era che quello che colpisce per primo colpisce più forte.”
Annuisco senza dire niente, perché non ho niente da dire. Anch’io sono cresciuto nel marciapiede davanti a casa, mai tirato né preso un pugno.
Alla sera prendo un taxi che sono le undici per andare in aeroporto. Ho il volo per Istanbul alle due e mezza del mattino, un’ora di attesa e poi la coincidenza per Venezia.
L’autista ha un testone che pare una palla da basket coi capelli a spazzola. È originario del Kirgizistan e mi fa i complimenti per il russo:
“Lei abita qua?”
“No, ci vengo per lavoro. Adesso torno a casa da mia moglie e i miei figli.”
“Maschi o femmine?”
“Un maschio e una femmina.”
“Io ho un bambino, ha tre anni. Lo stiamo viziando tantissimo. Gli compriamo tutto quello che vuole. L’altro giorno voleva un camion, preso il camion blu. Se vede la pizza non c’è verso, tocca comprargli la pizza, anche se sta mangiando il gelato. Ma sa,” prova a giustificarsi, anche se io non ho detto una parola, “è ancora piccolo, non capisce. Quando crescerà un po’ allora gli dirò di no, sarà tutto più facile.”
Certo, come no.
Dice che questa è l’ultima corsa della serata, non gli piace lavorare di notte, troppi rischi.
“Una volta una donna mi ha offerto dei soldi per andare a casa sua. Voleva che dormissi con lei.” mi spiega con una punta di imbarazzo. Dopo qualche attimo di silenzio mi fa una domanda. “Senta ma mi spieghi una cosa, lei che viene dall’occidente, che parla le lingue. Perché ce l’hanno tutti con la Russia?”
“Beh… perché ha invaso l’Ucraina.”
“Ma non l’ha invasa, stanno distruggendo le armi, stanno combattendo contro i nazisti ma nessuno vuole invadere l’Ucraina.”
“Sì ma di fatto sono in un altro paese. Sparano, bombardano, la gente muore.”
“Ma gli Stati Uniti lo hanno fatto in tutto il mondo. Se lo fanno loro nessuno dice niente. Lo fa la Russia una volta e tutti si lamentano. Perché?
Parla come un bambino, con un po’ di accento, argomenta in maniera semplice, schematica eppure non ho risposte da dare a questo tassista mezzo asiatico, non così, su due piedi, e mi sento anch’io un bambino, senza parole, senza argomenti.
In aeroporto c’è un sacco di gente in partenza per le vacanze, famiglie, coppie di giovani e di anziani.
Molti sono diretti in Turchia e discutono dei programmi di viaggio, degli itinerari modificati, le visite cancellate o spostate. Al solito c’è un tono fatalista, nessuno pare preoccupato del fatto che ci possa essere un’altra scossa.
Il volo è in ritardo, forse per i disagi del terremoto o per via della guerra, capita che ogni tanto l’aereo faccia una deviazione e allunghi un po’ la tratta.
Fatto sta che a Istanbul non riesco a prendere la coincidenza per Venezia. Al banco assistenza mi danno un biglietto per il volo successivo, mi tocca aspettare quattro ore in aeroporto. Poteva andare peggio.
Trovo una poltrona libera in un’area comune, è posizionata davanti a un maxischermo sintonizzato sul primo canale della tv turca, l’audio azzerato, trasmettono in diretta le operazioni di salvataggio.
Uomini barbuti raccolti attorno a cumuli di macerie, strati di cemento e laterizi, ammassi di intonaci, calcinacci, nuvole di polvere.
Ogni tanto la regia ritorna in studio e inquadra una speaker vestita di nero. Stacco, segue la vista dall’alto di una zona residenziale, la regia mostra il prima e il dopo, una linea si sposta da un lato all’altro dello schermo. Man mano che si avvicina all’estremità opposta, i tetti delle case si trasformano in rovine.
In basso a destra, dentro un riquadro, l’interprete per i non udenti gesticola con enfasi e pare stia tirando una tendina che separa la vita dalla morte.
Sono a pochi centimetri dalla tv, la larghezza del monitor risucchia la visione periferica, impossibile girare lo sguardo altrove, c’è solo questo, tipo Arancia Meccanica.
La Turchia come l’Ucraina, gli stessi ruderi, qua le case sono crollate e là sono state abbattute ma a parte questo non cambia molto, l’angoscia, la paura, il dolore e lo sconforto sono gli stessi.
Solo che qua il terremoto ha fatto un lavoro più accurato, non è rimasto niente in piedi. Tutto distrutto, in maniera più articolata, certosina, c’è una cura meticolosa nella devastazione che l’opera dell’uomo ancora non riesce a eguagliare, come se la natura avesse detto: “Adesso vi faccio vedere io.”
Guerra, distruzione, un occhio rosso, la pressione alta. Ho bisogno di dormire, riesco quasi a perdermi via che arriva uno spilungone, fa per avvicinarsi alla poltrona accanto alla mia e mi fa: “Excuse me? Can I take this chair?” Ha un tono altalenante, ogni parola un interrogativo, secco che questo viene da Udine.
“Sei italiano? Comunque sì, è libera.”
Il tipo tira indietro il capoccione di ricci neri un po’ sorpreso. Ci scambiamo qualche parola, dice che doveva prendere il mio stesso volo per Venezia ma anche lui ha fatto ritardo. È appena atterrato da Teheran.
“Ero lì per lavoro, abbiamo appena costruito un impianto di verniciatura per l’automotive.”
“Quanto sei stato via?”
“Quasi due mesi, abbiamo tirato su un capannone da duemila metri quadri.”
Duemila metri quadri, macchinari, linee di verniciatura, impianti, tonnellate di acciaio, plastica e tecnologia in uno dei paesi più sanzionati al mondo. “E coi pagamenti come fate?”
“Ah non so. Turchia o paesi arabi. Tu invece?”
“Io arrivo da Mosca. Ferramenta per mobili.”
“E com’è lì adesso?”
“Mah, tranquillo direi. In Ucraina un po’ meno. Ma continuano a comprare.”
“Ma scusa se ti chiedo, ma tu che magari in quei posti ci vai, che senti cosa dice la gente, chi ha ragione?”
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Tales from Ex Urss
martedì, ottobre 24, 2023
Russia. Febbraio 2023 #5
L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.
Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui: https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss
PARTE #5
La mattina seguente sono dal nostro grossista fino a ora di pranzo.
Diamo un’occhiata ai dati, anche se si parla del primo mese dell’anno le vendite sono in crescita.
Ci raggiunge anche la signora che segue la logistica, Tatjana, una moretta che ha passato da un po’ la cinquantina, capelli corti e occhiali con la montatura tonda e sottile come Harry Potter.
Non abbiamo molto da discutere, da diversi mesi abbiamo alzato le scorte di magazzino perché i tempi di consegna si sono allungati.
Per la sola produzione, dal momento in cui riceviamo l’ordine a che la merce è pronta, serve circa un mese e fin qua tutto ok.
Il problema è che poi il cliente deve trovare un camion che attraversi l’Europa e una volta arrivato nei paesi baltici o al confine della Bielorussia faccia il trasbordo dei pallet perché ai veicoli russi non è permesso circolare nell’Unione Europea e viceversa.
Col trasporto ci balla un mese circa e una volta arrivata a Mosca, la merce viene scaricata nella sede centrale del cliente e poi spedita alle varie filiali o direttamente ai produttori di mobili in giro per tutta la Russia, per cui ci vuole un’altra settimana.
Sempre che non ci siano file esagerate ai confini o che i funzionari delle dogane russe, polacche o estoni non si fissino su una descrizione poco chiara, un puntino o una lettera fuori posto nei documenti.
In più, ultimamente, c’è il problema dei pagamenti, sempre meno banche gestiscono bonifici in arrivo dalla Russia e in alcuni casi i soldi impiegano fino a tre settimane per essere depositati nel conto del fornitore.
Per non correre rischi abbiamo aumentato le giacenze in Russia e questo tipo di gestione sta dando i suoi frutti.
Eppure Tatjana vuole parlare con me di persona, dice che non si fida a discutere di certe cose al telefono.
“Cosa sta succedendo da voi?”
Dice voi come se fossimo la Corea del Nord, un paese chiuso, difficile da decifrare, in mano a forze oscure.
“Cosa dicono delle sanzioni?” “Boh, se sapessi cosa stanno decidendo a Bruxelles ci starei già speculando.”
“Sì ma alla tv cosa dicono? Magari avete informazioni che noi non abbiamo.”
“Mmhh, no, devono mettersi d’accordo in venti e passa stati, finché non hanno deciso di solito non danno notizie.”
“Ha! Quindi non vi dicono di cosa discutono?” insiste compiaciuta, un’altra conferma che siamo tenuti all’oscuro di tutto. Poi elabora un po’:
“Da noi se stanno parlando di un disegno di legge ce lo dicono alla tv, così siamo preparati. Da voi no invece?”
“Senta ma lei, quando il 23 febbraio dell’anno scorso è andata a dormire, sapeva esattamente cosa sarebbe successo il giorno dopo? Glielo avevano detto alla tv? Era preparata?”
Tatjana sorride, con un’aria di sufficienza, come la nonna che spiega certe ovvietà al nipotino:
“Guardi, nella mia vita, l’unica cosa a cui non ero preparata, l’unica cosa che mi ha veramente sconvolta è stato il crollo dell’Unione Sovietica.
Dopo di quello ho capito che sono pronta a qualsiasi cosa.”
chiude soddisfatta, si rigira le maniche lunghe del maglione nero, i pollici escono da uno strappo laterale, fatto apposta, in stile punk, come i pantaloni che indossa, in pelle o finta pelle color rosso, che pare vestita come Steve Jones, il chitarrista dei Sex Pistols, nel 1976 o giù di lì.
Negli anni ’80 i punk erano schifati dall’establishment sovietico, erano visti come una forma di degenerazione del sistema capitalistico, adesso una signora di mezza età può andare in ufficio con una mise in stile bondage e non se la caga nessuno.
A pranzo esco con Vasja che mi porta in un ristorante italiano.
Riprendiamo il discorso di Tatjana, quando è caduto l’Urss lei aveva una ventina d’anni, si rendeva conto conto di quello che stava succedendo.
Vasilij invece era un bambino, andava in prima elementare, che qua incomincia a sette anni. Si ricorda bene di quel periodo.
“Non c’erano soldi. Volevo giocare a hockey e i miei non potevano comprarmi la mazza e i pattini. È per quello che mia mamma mi ha mandato a fare boxe. I guantoni costavano meno.”
Parla di un tempo per lui lontano, dalla prospettiva di un bambino che vedeva un mondo senza colori sgretolarsi, la miseria, il caos, le bande armate che facevano il bello e cattivo tempo nelle grandi città come nelle provincie, un brutto ricordo ormai sbiadito.
Fruga un po’ tra i pensieri, lo sguardo velato dalle memorie di trent’anni fa, poi, quasi sorpreso dalla possibilità di dimenticarsi una cosa importante, aggiunge:
“I miei erano militari e avevano diritto a un vaso di caviale a testa, quello rosso, con le palline grandi. Non so quanto gliene davano ma mi pareva che a casa ci fosse solo quello da mangiare. Non ne potevo più e mia madre che insisteva, perché c’erano le proteine. Per anni non ho più toccato il caviale rosso.”
Forse è anche per le ristrettezze patite durante l’infanzia che Vasilij mangia quasi esclusivamente carne, se potesse si farebbe anche il dessert a base di manzo.
La trattoria che ha scelto è all’interno di un centro commerciale, moderno, luminoso e pulito.
Trasmettono musica funky in filodiffusione, al piano terra ci sono banchi con insaccati di qualità, frutta secca dalla Turchia e dall’Asia Centrale.
Diversi negozi hanno chiuso, quelli dei marchi che se ne sono andati, tipo H&M, Zara e Hugo Boss, le vetrine unte, le insegne impolverate.
Di contro sono comparsi brand russi con nomi italianeggianti, tipo Eleganza, Eterna Camicie, Marella, Gloria Jeans e le scarpe di Carlo Pazolini.
Per i corridoi cammina gente ben vestita, piumini leggeri, pellicce.
Tanti giovani, qualcuno in maniche corte.
Niente vecchi col montone, il colbacco o la pelliccia di Astrakhan.
Prima di andare a mangiare chiedo a Vasilij se mi cambia degli euro in rubli, in contanti. Ci fermiamo davanti a un bancomat per prelevare.
“Quanto prendo?”
“Non so, magari ne ho bisogno anche per il prossimo viaggio o per qualche emergenza. Ma poi non sono mai sicuro che ci sia una prossima volta.”
Vasilij fa una smorfia, come chi sta per perdere la pazienza: “Dici sempre la stessa cosa.”
“Vero ma ogni volta che ci vediamo la situazione peggiora.”
Vasilij ha scelto un posto fighetto, in stile loft, cemento, alluminio nero e legno scuro.
Alle pareti disegni di tizi con facce da mafiosi, stereotipi che vedi nei film. La cameriera che ci accoglie all’ingresso indossa un vestito lungo con uno spacco profondo sul davanti.
“Un paio di settimane fa ho visto Evgenij.” dice Vasilij. “Chi, quello che curava il nostro assortimento?” Evgenij è un ragazzo in gamba, sulla trentina, che si occupava dei nostri prodotti.
Quando hanno annunciato la mobilitazione era in Turchia, in ferie, e ha deciso di non tornare più a Mosca. Adesso vive a Dubai.
Vasilij annuisce: “È venuto a Mosca a prendersi un po’ di roba. Ha detto che non ha intenzione di tornare in Russia.”
“Cosa fa a Dubai?”
“Lavora per un intermediario, un’azienda che importa in Russia componenti di aeroplani e carri armati, roba che è stata sanzionata.”
Mi viene da ridere.
“È scappato perché non voleva andare in guerra e adesso importa roba per fare la guerra.”
Giriamo tutti due lo sguardo verso la vetrata che dà sul Leningradskoe Šosse, asfalto e acciaio, centinaia di automobili, furgoni e camion.
“Quando vieni la prossima volta?”
“Non lo so, te lo dicevo prima. Bisogna vedere.”
“Di cosa hai paura?” mi incalza.
“Non so qua, ma da noi la menano con la controffensiva di Kiev. Chi lo sa cosa succede.”
Alza le spalle, come dire “cosa cambia?”
“Sono settimane che parlano di sistemi antimissilistici sui tetti, di attacchi coi droni su Mosca. Io non ho paura che mi cada un drone in testa ma è capace che chiudano lo spazio aereo, sospendono i voli e rimango bloccato qua.”
Inarca le sopracciglia, con l’aria di chi ha appena sentito una sciocchezza:
“Non credo. Comunque puoi sempre volare verso oriente.”
“Ho capito ma non è la stessa cosa.”
“Bah tanto non succederà.” chiude la questione.
“Senti ma voi come lo vedete qua Prigožin?”
“Quello della Wagner? Bene, è un tipo in gamba, capace.
Combatte, ottiene risultati.
Molti lo ammirano.
Dice le cose come stanno, un sacco di battaglie le ha vinte lui.”
L’elogio dell’uomo solo al comando, in un ristorante costoso, gli impiegati in pausa pranzo stravaccati sui divanetti, la forchetta in una mano e il telefono nell’altra.
“Ma tu, onestamente, come credi che finirà?” Stira un po’ la faccia, forse per cancellare qualche pensiero che gli passava per la testa.
“Secondo me la Russia terrà tutti i nuovi territori. Non può lasciarli andare. Sono zone cuscinetto e poi la regione di Zaporožija è strategica per garantire l’acqua alla Crimea. Ci vorrà del tempo, guarda la Cecenia. Ci hanno messo trent’anni ma adesso la questione è risolta, tutto tranquillo.”
Per raggiungere l’uscita del mall attraversiamo una galleria con gli store dei marchi italiani, sono rimasti tutti: Trussardi, Guess, Calzedonia, Falconeri, Geox, Piquadro, Benetton.
Incrociamo una ragazza con un cappotto rosa, occhiali con le lenti rosa e cappello rosa con la scritta Anything Is Possible. Armeggia con un Iphone con la cover rosa.
Rientrati in ufficio, carico i campioni nell’auto di Rafael, il tassista di origine armena che mi porta in giro per Mosca.
Assieme a noi c’è una venditrice del nostro distributore, Elena, una biondina che sul profilo di Whatsapp mette sempre foto in posizioni allusive, quest’estate era la scollatura in evidenza, adesso un’inquadratura da dietro, i pantaloni aderenti sul sedere e lei appoggiata a una ringhiera che pare stia facendo squat da quando spinge le chiappe. Poi la vedi di persona e ha il modo di fare di una catechista, la pelle del viso lucida e bucherellata, la silhouette meno armoniosa che sui social e ti verrebbe voglia di fare un esposto al Codacons, pubblicità ingannevole.
Ha una sorta di timore nei miei confronti, mi dà sempre del voi, io ricambio, cerco di metterla a suo agio, le faccio qualche domanda, giusto per non restare in silenzio. Piano piano prende coraggio, mi parla della guerra, anzi, della situacija.
“È difficile, le cose sono cambiate. Non possiamo neanche vedere Avatar 2.”
Il suo ex marito è originario di Luhansk, vive a Mosca da trenta anni ma la suocera è rimasta in Ucraina.
Dice che è stata buttata fuori dall’autobus perché chiacchierava in russo.
La cugina, di Odessa, non le parla più, si erano viste nel dicembre del 2021, avevano passato una settimana insieme, erano state bene.
Adesso non ne vuole più sapere.
“È uno schifo quando sei definito in base al tuo passaporto.” dico, penso alla moglie di mio fratello, una ragazza iraniana, a tutte le rogne che ha avuto per ottenere il visto e poi per aprire un conto corrente in Inghilterra, solo per il paese in cui è nata.
“Guarda la Germania nazista, come hanno iniziato, con gli ebrei. Sembra che adesso stiano facendo lo stesso con i russi.” commenta sopraffatta dal suo stesso stupore.
Evito di risponderle.
L’orizzonte è diviso in due, la metà inferiore chiara, brillante, il cielo color perla.
Usciti da Mosca la neve è ammassata ai bordi delle strade.
Siamo a Lobnja, una trentina di chilometri dalla capitale, i grattacieli colorati, tinte vivaci, arancio, indaco, lime.
Poi ci passi vicino e sono mezzi scrostati, una mano di pittura tanto per ravvivare il panorama, il marciapiedi una distesa di ghiaccio luccicante, un trampolino tra la strada bagnata e le aiuole imbiancate di neve. Gianna Nannini canta dei maschi disegnati sul metrò.
L’azienda che dobbiamo visitare è all’interno di un recinto tutto sgangherato, il cancello arrugginito che l’ultima volta che l’hanno chiuso era ancora presidente Gorbacёv.
Uffici e produzione sono in un capannone di mattoni rossi, roba di sessanta, settant’anni fa.
Quando Elena mi aveva detto il nome del cliente non avevo ben capito che azienda fosse, adesso invece ho riconosciuto la sala riunioni, ci sono già stato qua, prima della pandemia.
A ottobre, in fiera, ho litigato con il tecnico con cui abbiamo appuntamento.
Aleskandr girava per lo stand e metteva le mani dappertutto, come fosse il padrone di casa, pensava di poterselo permettere perché compra un po’ di reggiripiani e invece s’è beccato un cazziatone quando l’ho beccato che tirava un meccanismo a filo, per l’apertura delle ante verso il basso.
“Cosa sta facendo?” l’avevo interrogato a muso duro.
“Faccio i miei test.” aveva risposto tranquillo.
“Ma scusi, se voglio testare la vernice delle vostre cucine non vengo mica in negozio con un coltello?”
La cosa sarebbe finita lì se Aleksandr non si fosse messo a fare il gradasso, erano pieni di ordini, in Russia le cose andavano molto meglio di quanto dicessero da noi.
“E cosa dicono da noi? Visto che qua è pericoloso? Visto che sono tutti russofobi?”
Era stato zitto, aveva toccato ancora un po’ ma in maniera più accorta, con fare sdegnoso, un po’ offeso, poi se ne era andato.
E adesso me lo ritrovo davanti, dall’altro lato della scrivania, a dire il vero è tranquillo, parliamo come niente fosse, gli presento le novità.
Discutiamo per un’ora abbondante, senza tanta convinzione, io evito di spingere troppo, lui non si sbilancia.
Adesso vede, si farà mandare qualche campione da Elena, poi se ha tempo li testa.
Mi chiede se voglio ancora del tè ma è un po’ che sono distratto da un prurito all’occhio sinistro, una sensazione un po’ fastidiosa, come se avessi una ciglia incastrata che gratta quando sbatto le palpebre.
Rifiuto il tè e chiedo di usare il bagno.
Attraversiamo tutto il capannone, perché non ci sono toilette vicino alla sala riunioni e se a uno scappa forte peggio per lui.
Mi guardo allo specchio, ho un segno rosso sulla sclera, un taglietto.
Provo a toccarlo con la carta igienica ma niente, non è una cosa superficiale.
A questo punto vorrei davvero andarmene via ma Aleksandr insiste per mostrarci la produzione, si capisce che ci tiene e non si può rifiutare per quel meccanismo del tipo “Io vengo sempre a vedere il tuo stand alle fiere, adesso tocca a te.”
Non c’è niente di particolare, la struttura vecchia come il cucco, qualche macchinario italiano o tedesco e cumuli di trucioli ovunque.
Non hanno neanche un aspiratore.
Il tipo parla a mezza voce, non si sente niente per i rumori delle bordatrici in sottofondo e i miei pensieri in superficie.
“Che cazzo è ‘sta cosa dell’occhio? Mai successo prima. Mi sono sfregato?”
Alla fine Aleksandr ci molla, appena saliamo in macchina chiedo a Elena se avevo gli occhi rossi prima dell’incontro ma dice di no, non aveva notato niente.
“Rafael, può fermarsi in una farmacia che compro un collirio?” Rafael fa cenno di sì col capo, nessun problema.
La biondina ha l’aria preoccupata e mi chiede se ho mal di testa.
“No” rispondo dopo averci pensato un po’, “giusto un po’ di stanchezza.”
“Senta, vicino al suo albergo c’è una clinica privata. Che ne dice se provo a prenotarle una visita oculistica?” “Ok.”
Elena fa un paio di telefonate e dopo neanche cinque minuti mi conferma che mi ha fissato un appuntamento tra un’ora, il tempo di rientrare a Mosca.
Provo a riposarmi un attimo ma la biondina attacca di nuovo, con la voce lamentosa.
“Scusi se glielo chiedo ancora… ma è sicuro di non avere mal di testa?” “Mhh, no. Perché?” “Perché potrebbe avere la pressione alta.” Cazzo, anche la pressione alta adesso.
La clinica è in un complesso recente, all’ingresso, intenta a sistemarsi dei sacchettini blu sopra le scarpe, c’è una ragazza con le labbra gonfie e gli zigomi sporgenti, mi guarda con insistenza, forse abbozza un sorriso da sotto la maschera di botox o chissà quali preparati.
Credo sia una trans.
È raro vedere dei trans in Russia, qualche effeminato, qualche ragazza coi tratti e i modi mascolini li trovi in giro, anche nelle aziende, ma in tanti anni questa è la seconda persona trans che mi capita di incrociare, già non è una fase semplice quella del cambiamento, del passaggio da un sesso all’altro e qua, in un paese che a larga maggioranza crede che l’omosessualità sia una devianza o una malattia, la vita per queste persone dev’essere ancora più difficoltosa.
La ragazza si sistema le protezioni sopra le sneaker Balenciaga, roba da mille euro al paio, Elena e Rafael evitano di guardarla, quasi non fosse di fronte a noi.
La zona accettazione è luminosa e ordinata, i mobili in noce chiaro e panna dovrebbero trasmettere serenità e invece inizia a salirmi la paranoia. Al banco mi chiedono i documenti, l’impiegata è gentile e meticolosa, sorride, dopo qualche minuto mi dice di salire al terzo piano. Elena e Rafael mi seguono preoccupati. Li invito ad andare a casa, prenderò un taxi, è inutile che stiano qua con me, è tardi, che vadano pure.
Niente, non ne vogliono sapere: “Non se ne parla.” protesta Elena, non pare neanche lei dal tono perentorio.
“Noi restiamo qua finché lei non esce.”
Al terzo piano mi fanno accomodare in un ambulatorio spazioso, alla scrivania c’è una ragazza bionda che indossa casacca e pantaloni neri, si alza e mi viene incontro, è più alta di me.
Le racconto quello che è successo, osserva l’occhio e mi fa sedere davanti a un macchinario.
Misura tutto quello che c’è da misurare.
“Per quello che vedo io, è tutto a posto. Può essere che sia un graffio.” Non faccio in tempo a tirare un sospiro di sollievo che aggiunge:
“Adesso misuriamo la pressione.”
Mi fa distendere il braccio su di un piano, avvolge la fascia di pelle sopra il gomito con un manicotto che poi gonfia con la pompetta.
Seduta dall’altra parte del tavolo, tira la mia mano verso di sé e l’appoggia contro il seno, la trattiene lì qualche istante.
Sorpreso, alzo lo sguardo e vedo che ha gli occhi fissi sulla lancetta che oscilla.
“È alta.” sentenzia con una certa gravità.
Si ammosciano le speranze di un flirt in clinica e inizia a salirmi l’ansia.
“E adesso?”
“Adesso le faccio fare degli esami al cuore.”
Passo le due ore successive tra ambulatori, laboratori e sale di attesa.
Elena e Rafael seduti su un divanetto in silenzio, gli occhi bassi e l’espressione mesta, sono preoccupati per me e questa cosa mi fa sentire in difetto.
Dovrebbero essere a casa a preparare la cena, rilassarsi con un po’ di musica o una serie tv e invece sono qua con me.
Rafael abita fuori città, una volta finite le analisi e le visite mi deve riaccompagnare in albergo, poi un’altra ora di strada per tornare da sua moglie.
Elena non so dove stia di preciso, so solo che ha una figlia che l’aspetta, mi assicura che è tutto a posto e mi mette ancor di più in imbarazzo
. Soltanto un paio di ore fa ero impegnato a registrare le sue preoccupazioni.
Ti sentivi superiore mentre annotavi sul telefonino, per via di quel tuo sguardo illuminato, l’imparzialità di chi non ha niente da perdere, basta poco per fare bella figura con questi poveri cristi.
E se ti volti e te li trovi accanto, è perché ci tengono, senza tanti calcoli, non stanno lì a pensare se questa gentilezza aumenta il loro fatturato.
Certo, non è colpa di nessuno, sono cose che succedono ma se ripenso alle ultime settimane è chiaro che ho tirato troppo la corda.
È iniziato tutto con Bristol, dopo le vacanze di Natale.
Mi avevano invitato a mettere i dischi.
Volo, albergo pagato e un buon cachet.
Non era per i soldi che avevo accettato ma per l’opportunità di suonare davanti a più di trecento persone, tre sere di fila.
Ragazzi e ragazze, tutti sotto i trent’anni, una botta di energia e quella sensazione di onnipotenza che si prova ogni volta che riesci a far muovere una stanza piena di gente secondo il flusso dei tuoi dischi.
Soul, funk, jazz, r&b.
L’ordine lo stabilisci tu, un po’ ti prepari e un po’ segui il dancefloor, l’insieme, la moltitudine che diviene una sola entità, pulsante e piena di vita mentre segue la corrente dei tuoi sette pollici, il ritmo che corre e poi rallenta, qualche canzone strana che il pubblico raccoglie con entusiasmo e poi uno o due classici che fanno esplodere la pista.
E tutti che ti guardano e ti sorridono, sei il cuore della festa, per un paio di ore ti trattano come un divo e ti senti nel tuo elemento.
Non era per i soldi ma per quell’esplosione di vitalità che ero andato e l’avevo pagata tutta la settimana dopo, a casa come al lavoro.
La spossatezza, le distrazioni, i pensieri a ritroso, i flash delle serate, le mosse di un gruppetto di ragazze sul riff di chitarra che lanciava il break di percussioni, e anche se per un paio di giorni avevo faticato a gestire la vita lavorativa e familiare, anche se avrei avuto bisogno di una settimana di riposo per riprendermi del tutto, continuavo a ripetermi che ne era valsa la pena.
Neanche il tempo di tirarmi in qua che poi ero andato in Armenia, a Yerevan, questa volta senza la borsa dei dischi ma con il campionario.
Il volo notturno, l’ennesimo taxi, la periferia con le case mezze diroccate e gli edifici più curati man mano che ci si avvicinava al centro, le facciate di tufo, color malva.
Sullo sfondo, imponente, il monte Ararat che copre la parte superiore del paesaggio con i sui cinquemila e rotti metri di altezza, la cima innevata. Le insegne dei negozi in russo e armeno, quasi illeggibile come lingua. La loro e simile alla nostra t, la a uguale alla u mentre la l pressoché invariata. L’incontro con il distributore, le analisi di mercato, i progetti per l’anno a venire.
“Che progetti vuoi fare con una guerra in corso?”
Aveva quasi perso la pazienza Garry a quella domanda di routine.
Ah sì la guerra, un altro conflitto.
Roba mia, no roba mia.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.
Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui: https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss
PARTE #5
La mattina seguente sono dal nostro grossista fino a ora di pranzo.
Diamo un’occhiata ai dati, anche se si parla del primo mese dell’anno le vendite sono in crescita.
Ci raggiunge anche la signora che segue la logistica, Tatjana, una moretta che ha passato da un po’ la cinquantina, capelli corti e occhiali con la montatura tonda e sottile come Harry Potter.
Non abbiamo molto da discutere, da diversi mesi abbiamo alzato le scorte di magazzino perché i tempi di consegna si sono allungati.
Per la sola produzione, dal momento in cui riceviamo l’ordine a che la merce è pronta, serve circa un mese e fin qua tutto ok.
Il problema è che poi il cliente deve trovare un camion che attraversi l’Europa e una volta arrivato nei paesi baltici o al confine della Bielorussia faccia il trasbordo dei pallet perché ai veicoli russi non è permesso circolare nell’Unione Europea e viceversa.
Col trasporto ci balla un mese circa e una volta arrivata a Mosca, la merce viene scaricata nella sede centrale del cliente e poi spedita alle varie filiali o direttamente ai produttori di mobili in giro per tutta la Russia, per cui ci vuole un’altra settimana.
Sempre che non ci siano file esagerate ai confini o che i funzionari delle dogane russe, polacche o estoni non si fissino su una descrizione poco chiara, un puntino o una lettera fuori posto nei documenti.
In più, ultimamente, c’è il problema dei pagamenti, sempre meno banche gestiscono bonifici in arrivo dalla Russia e in alcuni casi i soldi impiegano fino a tre settimane per essere depositati nel conto del fornitore.
Per non correre rischi abbiamo aumentato le giacenze in Russia e questo tipo di gestione sta dando i suoi frutti.
Eppure Tatjana vuole parlare con me di persona, dice che non si fida a discutere di certe cose al telefono.
“Cosa sta succedendo da voi?”
Dice voi come se fossimo la Corea del Nord, un paese chiuso, difficile da decifrare, in mano a forze oscure.
“Cosa dicono delle sanzioni?” “Boh, se sapessi cosa stanno decidendo a Bruxelles ci starei già speculando.”
“Sì ma alla tv cosa dicono? Magari avete informazioni che noi non abbiamo.”
“Mmhh, no, devono mettersi d’accordo in venti e passa stati, finché non hanno deciso di solito non danno notizie.”
“Ha! Quindi non vi dicono di cosa discutono?” insiste compiaciuta, un’altra conferma che siamo tenuti all’oscuro di tutto. Poi elabora un po’:
“Da noi se stanno parlando di un disegno di legge ce lo dicono alla tv, così siamo preparati. Da voi no invece?”
“Senta ma lei, quando il 23 febbraio dell’anno scorso è andata a dormire, sapeva esattamente cosa sarebbe successo il giorno dopo? Glielo avevano detto alla tv? Era preparata?”
Tatjana sorride, con un’aria di sufficienza, come la nonna che spiega certe ovvietà al nipotino:
“Guardi, nella mia vita, l’unica cosa a cui non ero preparata, l’unica cosa che mi ha veramente sconvolta è stato il crollo dell’Unione Sovietica.
Dopo di quello ho capito che sono pronta a qualsiasi cosa.”
chiude soddisfatta, si rigira le maniche lunghe del maglione nero, i pollici escono da uno strappo laterale, fatto apposta, in stile punk, come i pantaloni che indossa, in pelle o finta pelle color rosso, che pare vestita come Steve Jones, il chitarrista dei Sex Pistols, nel 1976 o giù di lì.
Negli anni ’80 i punk erano schifati dall’establishment sovietico, erano visti come una forma di degenerazione del sistema capitalistico, adesso una signora di mezza età può andare in ufficio con una mise in stile bondage e non se la caga nessuno.
A pranzo esco con Vasja che mi porta in un ristorante italiano.
Riprendiamo il discorso di Tatjana, quando è caduto l’Urss lei aveva una ventina d’anni, si rendeva conto conto di quello che stava succedendo.
Vasilij invece era un bambino, andava in prima elementare, che qua incomincia a sette anni. Si ricorda bene di quel periodo.
“Non c’erano soldi. Volevo giocare a hockey e i miei non potevano comprarmi la mazza e i pattini. È per quello che mia mamma mi ha mandato a fare boxe. I guantoni costavano meno.”
Parla di un tempo per lui lontano, dalla prospettiva di un bambino che vedeva un mondo senza colori sgretolarsi, la miseria, il caos, le bande armate che facevano il bello e cattivo tempo nelle grandi città come nelle provincie, un brutto ricordo ormai sbiadito.
Fruga un po’ tra i pensieri, lo sguardo velato dalle memorie di trent’anni fa, poi, quasi sorpreso dalla possibilità di dimenticarsi una cosa importante, aggiunge:
“I miei erano militari e avevano diritto a un vaso di caviale a testa, quello rosso, con le palline grandi. Non so quanto gliene davano ma mi pareva che a casa ci fosse solo quello da mangiare. Non ne potevo più e mia madre che insisteva, perché c’erano le proteine. Per anni non ho più toccato il caviale rosso.”
Forse è anche per le ristrettezze patite durante l’infanzia che Vasilij mangia quasi esclusivamente carne, se potesse si farebbe anche il dessert a base di manzo.
La trattoria che ha scelto è all’interno di un centro commerciale, moderno, luminoso e pulito.
Trasmettono musica funky in filodiffusione, al piano terra ci sono banchi con insaccati di qualità, frutta secca dalla Turchia e dall’Asia Centrale.
Diversi negozi hanno chiuso, quelli dei marchi che se ne sono andati, tipo H&M, Zara e Hugo Boss, le vetrine unte, le insegne impolverate.
Di contro sono comparsi brand russi con nomi italianeggianti, tipo Eleganza, Eterna Camicie, Marella, Gloria Jeans e le scarpe di Carlo Pazolini.
Per i corridoi cammina gente ben vestita, piumini leggeri, pellicce.
Tanti giovani, qualcuno in maniche corte.
Niente vecchi col montone, il colbacco o la pelliccia di Astrakhan.
Prima di andare a mangiare chiedo a Vasilij se mi cambia degli euro in rubli, in contanti. Ci fermiamo davanti a un bancomat per prelevare.
“Quanto prendo?”
“Non so, magari ne ho bisogno anche per il prossimo viaggio o per qualche emergenza. Ma poi non sono mai sicuro che ci sia una prossima volta.”
Vasilij fa una smorfia, come chi sta per perdere la pazienza: “Dici sempre la stessa cosa.”
“Vero ma ogni volta che ci vediamo la situazione peggiora.”
Vasilij ha scelto un posto fighetto, in stile loft, cemento, alluminio nero e legno scuro.
Alle pareti disegni di tizi con facce da mafiosi, stereotipi che vedi nei film. La cameriera che ci accoglie all’ingresso indossa un vestito lungo con uno spacco profondo sul davanti.
“Un paio di settimane fa ho visto Evgenij.” dice Vasilij. “Chi, quello che curava il nostro assortimento?” Evgenij è un ragazzo in gamba, sulla trentina, che si occupava dei nostri prodotti.
Quando hanno annunciato la mobilitazione era in Turchia, in ferie, e ha deciso di non tornare più a Mosca. Adesso vive a Dubai.
Vasilij annuisce: “È venuto a Mosca a prendersi un po’ di roba. Ha detto che non ha intenzione di tornare in Russia.”
“Cosa fa a Dubai?”
“Lavora per un intermediario, un’azienda che importa in Russia componenti di aeroplani e carri armati, roba che è stata sanzionata.”
Mi viene da ridere.
“È scappato perché non voleva andare in guerra e adesso importa roba per fare la guerra.”
Giriamo tutti due lo sguardo verso la vetrata che dà sul Leningradskoe Šosse, asfalto e acciaio, centinaia di automobili, furgoni e camion.
“Quando vieni la prossima volta?”
“Non lo so, te lo dicevo prima. Bisogna vedere.”
“Di cosa hai paura?” mi incalza.
“Non so qua, ma da noi la menano con la controffensiva di Kiev. Chi lo sa cosa succede.”
Alza le spalle, come dire “cosa cambia?”
“Sono settimane che parlano di sistemi antimissilistici sui tetti, di attacchi coi droni su Mosca. Io non ho paura che mi cada un drone in testa ma è capace che chiudano lo spazio aereo, sospendono i voli e rimango bloccato qua.”
Inarca le sopracciglia, con l’aria di chi ha appena sentito una sciocchezza:
“Non credo. Comunque puoi sempre volare verso oriente.”
“Ho capito ma non è la stessa cosa.”
“Bah tanto non succederà.” chiude la questione.
“Senti ma voi come lo vedete qua Prigožin?”
“Quello della Wagner? Bene, è un tipo in gamba, capace.
Combatte, ottiene risultati.
Molti lo ammirano.
Dice le cose come stanno, un sacco di battaglie le ha vinte lui.”
L’elogio dell’uomo solo al comando, in un ristorante costoso, gli impiegati in pausa pranzo stravaccati sui divanetti, la forchetta in una mano e il telefono nell’altra.
“Ma tu, onestamente, come credi che finirà?” Stira un po’ la faccia, forse per cancellare qualche pensiero che gli passava per la testa.
“Secondo me la Russia terrà tutti i nuovi territori. Non può lasciarli andare. Sono zone cuscinetto e poi la regione di Zaporožija è strategica per garantire l’acqua alla Crimea. Ci vorrà del tempo, guarda la Cecenia. Ci hanno messo trent’anni ma adesso la questione è risolta, tutto tranquillo.”
Per raggiungere l’uscita del mall attraversiamo una galleria con gli store dei marchi italiani, sono rimasti tutti: Trussardi, Guess, Calzedonia, Falconeri, Geox, Piquadro, Benetton.
Incrociamo una ragazza con un cappotto rosa, occhiali con le lenti rosa e cappello rosa con la scritta Anything Is Possible. Armeggia con un Iphone con la cover rosa.
Rientrati in ufficio, carico i campioni nell’auto di Rafael, il tassista di origine armena che mi porta in giro per Mosca.
Assieme a noi c’è una venditrice del nostro distributore, Elena, una biondina che sul profilo di Whatsapp mette sempre foto in posizioni allusive, quest’estate era la scollatura in evidenza, adesso un’inquadratura da dietro, i pantaloni aderenti sul sedere e lei appoggiata a una ringhiera che pare stia facendo squat da quando spinge le chiappe. Poi la vedi di persona e ha il modo di fare di una catechista, la pelle del viso lucida e bucherellata, la silhouette meno armoniosa che sui social e ti verrebbe voglia di fare un esposto al Codacons, pubblicità ingannevole.
Ha una sorta di timore nei miei confronti, mi dà sempre del voi, io ricambio, cerco di metterla a suo agio, le faccio qualche domanda, giusto per non restare in silenzio. Piano piano prende coraggio, mi parla della guerra, anzi, della situacija.
“È difficile, le cose sono cambiate. Non possiamo neanche vedere Avatar 2.”
Il suo ex marito è originario di Luhansk, vive a Mosca da trenta anni ma la suocera è rimasta in Ucraina.
Dice che è stata buttata fuori dall’autobus perché chiacchierava in russo.
La cugina, di Odessa, non le parla più, si erano viste nel dicembre del 2021, avevano passato una settimana insieme, erano state bene.
Adesso non ne vuole più sapere.
“È uno schifo quando sei definito in base al tuo passaporto.” dico, penso alla moglie di mio fratello, una ragazza iraniana, a tutte le rogne che ha avuto per ottenere il visto e poi per aprire un conto corrente in Inghilterra, solo per il paese in cui è nata.
“Guarda la Germania nazista, come hanno iniziato, con gli ebrei. Sembra che adesso stiano facendo lo stesso con i russi.” commenta sopraffatta dal suo stesso stupore.
Evito di risponderle.
L’orizzonte è diviso in due, la metà inferiore chiara, brillante, il cielo color perla.
Usciti da Mosca la neve è ammassata ai bordi delle strade.
Siamo a Lobnja, una trentina di chilometri dalla capitale, i grattacieli colorati, tinte vivaci, arancio, indaco, lime.
Poi ci passi vicino e sono mezzi scrostati, una mano di pittura tanto per ravvivare il panorama, il marciapiedi una distesa di ghiaccio luccicante, un trampolino tra la strada bagnata e le aiuole imbiancate di neve. Gianna Nannini canta dei maschi disegnati sul metrò.
L’azienda che dobbiamo visitare è all’interno di un recinto tutto sgangherato, il cancello arrugginito che l’ultima volta che l’hanno chiuso era ancora presidente Gorbacёv.
Uffici e produzione sono in un capannone di mattoni rossi, roba di sessanta, settant’anni fa.
Quando Elena mi aveva detto il nome del cliente non avevo ben capito che azienda fosse, adesso invece ho riconosciuto la sala riunioni, ci sono già stato qua, prima della pandemia.
A ottobre, in fiera, ho litigato con il tecnico con cui abbiamo appuntamento.
Aleskandr girava per lo stand e metteva le mani dappertutto, come fosse il padrone di casa, pensava di poterselo permettere perché compra un po’ di reggiripiani e invece s’è beccato un cazziatone quando l’ho beccato che tirava un meccanismo a filo, per l’apertura delle ante verso il basso.
“Cosa sta facendo?” l’avevo interrogato a muso duro.
“Faccio i miei test.” aveva risposto tranquillo.
“Ma scusi, se voglio testare la vernice delle vostre cucine non vengo mica in negozio con un coltello?”
La cosa sarebbe finita lì se Aleksandr non si fosse messo a fare il gradasso, erano pieni di ordini, in Russia le cose andavano molto meglio di quanto dicessero da noi.
“E cosa dicono da noi? Visto che qua è pericoloso? Visto che sono tutti russofobi?”
Era stato zitto, aveva toccato ancora un po’ ma in maniera più accorta, con fare sdegnoso, un po’ offeso, poi se ne era andato.
E adesso me lo ritrovo davanti, dall’altro lato della scrivania, a dire il vero è tranquillo, parliamo come niente fosse, gli presento le novità.
Discutiamo per un’ora abbondante, senza tanta convinzione, io evito di spingere troppo, lui non si sbilancia.
Adesso vede, si farà mandare qualche campione da Elena, poi se ha tempo li testa.
Mi chiede se voglio ancora del tè ma è un po’ che sono distratto da un prurito all’occhio sinistro, una sensazione un po’ fastidiosa, come se avessi una ciglia incastrata che gratta quando sbatto le palpebre.
Rifiuto il tè e chiedo di usare il bagno.
Attraversiamo tutto il capannone, perché non ci sono toilette vicino alla sala riunioni e se a uno scappa forte peggio per lui.
Mi guardo allo specchio, ho un segno rosso sulla sclera, un taglietto.
Provo a toccarlo con la carta igienica ma niente, non è una cosa superficiale.
A questo punto vorrei davvero andarmene via ma Aleksandr insiste per mostrarci la produzione, si capisce che ci tiene e non si può rifiutare per quel meccanismo del tipo “Io vengo sempre a vedere il tuo stand alle fiere, adesso tocca a te.”
Non c’è niente di particolare, la struttura vecchia come il cucco, qualche macchinario italiano o tedesco e cumuli di trucioli ovunque.
Non hanno neanche un aspiratore.
Il tipo parla a mezza voce, non si sente niente per i rumori delle bordatrici in sottofondo e i miei pensieri in superficie.
“Che cazzo è ‘sta cosa dell’occhio? Mai successo prima. Mi sono sfregato?”
Alla fine Aleksandr ci molla, appena saliamo in macchina chiedo a Elena se avevo gli occhi rossi prima dell’incontro ma dice di no, non aveva notato niente.
“Rafael, può fermarsi in una farmacia che compro un collirio?” Rafael fa cenno di sì col capo, nessun problema.
La biondina ha l’aria preoccupata e mi chiede se ho mal di testa.
“No” rispondo dopo averci pensato un po’, “giusto un po’ di stanchezza.”
“Senta, vicino al suo albergo c’è una clinica privata. Che ne dice se provo a prenotarle una visita oculistica?” “Ok.”
Elena fa un paio di telefonate e dopo neanche cinque minuti mi conferma che mi ha fissato un appuntamento tra un’ora, il tempo di rientrare a Mosca.
Provo a riposarmi un attimo ma la biondina attacca di nuovo, con la voce lamentosa.
“Scusi se glielo chiedo ancora… ma è sicuro di non avere mal di testa?” “Mhh, no. Perché?” “Perché potrebbe avere la pressione alta.” Cazzo, anche la pressione alta adesso.
La clinica è in un complesso recente, all’ingresso, intenta a sistemarsi dei sacchettini blu sopra le scarpe, c’è una ragazza con le labbra gonfie e gli zigomi sporgenti, mi guarda con insistenza, forse abbozza un sorriso da sotto la maschera di botox o chissà quali preparati.
Credo sia una trans.
È raro vedere dei trans in Russia, qualche effeminato, qualche ragazza coi tratti e i modi mascolini li trovi in giro, anche nelle aziende, ma in tanti anni questa è la seconda persona trans che mi capita di incrociare, già non è una fase semplice quella del cambiamento, del passaggio da un sesso all’altro e qua, in un paese che a larga maggioranza crede che l’omosessualità sia una devianza o una malattia, la vita per queste persone dev’essere ancora più difficoltosa.
La ragazza si sistema le protezioni sopra le sneaker Balenciaga, roba da mille euro al paio, Elena e Rafael evitano di guardarla, quasi non fosse di fronte a noi.
La zona accettazione è luminosa e ordinata, i mobili in noce chiaro e panna dovrebbero trasmettere serenità e invece inizia a salirmi la paranoia. Al banco mi chiedono i documenti, l’impiegata è gentile e meticolosa, sorride, dopo qualche minuto mi dice di salire al terzo piano. Elena e Rafael mi seguono preoccupati. Li invito ad andare a casa, prenderò un taxi, è inutile che stiano qua con me, è tardi, che vadano pure.
Niente, non ne vogliono sapere: “Non se ne parla.” protesta Elena, non pare neanche lei dal tono perentorio.
“Noi restiamo qua finché lei non esce.”
Al terzo piano mi fanno accomodare in un ambulatorio spazioso, alla scrivania c’è una ragazza bionda che indossa casacca e pantaloni neri, si alza e mi viene incontro, è più alta di me.
Le racconto quello che è successo, osserva l’occhio e mi fa sedere davanti a un macchinario.
Misura tutto quello che c’è da misurare.
“Per quello che vedo io, è tutto a posto. Può essere che sia un graffio.” Non faccio in tempo a tirare un sospiro di sollievo che aggiunge:
“Adesso misuriamo la pressione.”
Mi fa distendere il braccio su di un piano, avvolge la fascia di pelle sopra il gomito con un manicotto che poi gonfia con la pompetta.
Seduta dall’altra parte del tavolo, tira la mia mano verso di sé e l’appoggia contro il seno, la trattiene lì qualche istante.
Sorpreso, alzo lo sguardo e vedo che ha gli occhi fissi sulla lancetta che oscilla.
“È alta.” sentenzia con una certa gravità.
Si ammosciano le speranze di un flirt in clinica e inizia a salirmi l’ansia.
“E adesso?”
“Adesso le faccio fare degli esami al cuore.”
Passo le due ore successive tra ambulatori, laboratori e sale di attesa.
Elena e Rafael seduti su un divanetto in silenzio, gli occhi bassi e l’espressione mesta, sono preoccupati per me e questa cosa mi fa sentire in difetto.
Dovrebbero essere a casa a preparare la cena, rilassarsi con un po’ di musica o una serie tv e invece sono qua con me.
Rafael abita fuori città, una volta finite le analisi e le visite mi deve riaccompagnare in albergo, poi un’altra ora di strada per tornare da sua moglie.
Elena non so dove stia di preciso, so solo che ha una figlia che l’aspetta, mi assicura che è tutto a posto e mi mette ancor di più in imbarazzo
. Soltanto un paio di ore fa ero impegnato a registrare le sue preoccupazioni.
Ti sentivi superiore mentre annotavi sul telefonino, per via di quel tuo sguardo illuminato, l’imparzialità di chi non ha niente da perdere, basta poco per fare bella figura con questi poveri cristi.
E se ti volti e te li trovi accanto, è perché ci tengono, senza tanti calcoli, non stanno lì a pensare se questa gentilezza aumenta il loro fatturato.
Certo, non è colpa di nessuno, sono cose che succedono ma se ripenso alle ultime settimane è chiaro che ho tirato troppo la corda.
È iniziato tutto con Bristol, dopo le vacanze di Natale.
Mi avevano invitato a mettere i dischi.
Volo, albergo pagato e un buon cachet.
Non era per i soldi che avevo accettato ma per l’opportunità di suonare davanti a più di trecento persone, tre sere di fila.
Ragazzi e ragazze, tutti sotto i trent’anni, una botta di energia e quella sensazione di onnipotenza che si prova ogni volta che riesci a far muovere una stanza piena di gente secondo il flusso dei tuoi dischi.
Soul, funk, jazz, r&b.
L’ordine lo stabilisci tu, un po’ ti prepari e un po’ segui il dancefloor, l’insieme, la moltitudine che diviene una sola entità, pulsante e piena di vita mentre segue la corrente dei tuoi sette pollici, il ritmo che corre e poi rallenta, qualche canzone strana che il pubblico raccoglie con entusiasmo e poi uno o due classici che fanno esplodere la pista.
E tutti che ti guardano e ti sorridono, sei il cuore della festa, per un paio di ore ti trattano come un divo e ti senti nel tuo elemento.
Non era per i soldi ma per quell’esplosione di vitalità che ero andato e l’avevo pagata tutta la settimana dopo, a casa come al lavoro.
La spossatezza, le distrazioni, i pensieri a ritroso, i flash delle serate, le mosse di un gruppetto di ragazze sul riff di chitarra che lanciava il break di percussioni, e anche se per un paio di giorni avevo faticato a gestire la vita lavorativa e familiare, anche se avrei avuto bisogno di una settimana di riposo per riprendermi del tutto, continuavo a ripetermi che ne era valsa la pena.
Neanche il tempo di tirarmi in qua che poi ero andato in Armenia, a Yerevan, questa volta senza la borsa dei dischi ma con il campionario.
Il volo notturno, l’ennesimo taxi, la periferia con le case mezze diroccate e gli edifici più curati man mano che ci si avvicinava al centro, le facciate di tufo, color malva.
Sullo sfondo, imponente, il monte Ararat che copre la parte superiore del paesaggio con i sui cinquemila e rotti metri di altezza, la cima innevata. Le insegne dei negozi in russo e armeno, quasi illeggibile come lingua. La loro e simile alla nostra t, la a uguale alla u mentre la l pressoché invariata. L’incontro con il distributore, le analisi di mercato, i progetti per l’anno a venire.
“Che progetti vuoi fare con una guerra in corso?”
Aveva quasi perso la pazienza Garry a quella domanda di routine.
Ah sì la guerra, un altro conflitto.
Roba mia, no roba mia.
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Tales from Ex Urss
martedì, ottobre 17, 2023
Russia. Febbraio 2023 #4
L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.
Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui: https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss
PARTE #4
Le nuvole sembrano di cenere e tutto il resto oscilla tra il grigio dell’asfalto e il bianco dei campi ricoperti di neve, giusto un velo, immacolato e luccicante.
Anche qua a Mosca l’inverno è mite, la temperatura attorno allo zero mentre di solito, in questo periodo, è meno venti.
Chiamata Whatsapp. Oleksandr Kiev.
Lascio squillare per qualche istante, mi sento un po’ a disagio a rispondere, proprio qua in Russia, accanto a Nikolaj, quasi quasi glielo passo.
Tra gli ucraini che conosco, Oleksandr è uno dei più invasati, ha un odio per i russi così profondo e razionale che fa impressione per la tranquillità con cui lo dichiara, per la pedanteria di tutti i dettagli che utilizza per descrivere il suo sentimento e fa tanto più paura per il fatto che non si incazza mai, non alza la voce, argomenta sempre con il tono calmo e con la stessa convinzione di un prete che legge il vangelo.
Oltretutto è inutile cercare di ragionare, guarda che non tutti i russi sono uguali, un conto è il governo e un altro il popolo, cosa puoi dire a uno che sta passando l’inverno al freddo e al buio, a uno che a dicembre chiedeva ai fornitori dei contributi per comprare lampade elettriche, calzettoni e bombole per il riscaldamento.
“Mi sembra di elemosinare, sono stanco di vivere così ma è l’unico modo che abbiamo per andare avanti, per permettere ai nostri figli di fare i compiti, ai miei colleghi di lavorare da casa senza che gli si congelino le mani.”
Ne avevo parlato con Michele, il mio titolare e gli avevamo fatto un bonifico sostanzioso, una parte ce l’avevo messa di tasca mia. Era un bel gesto, i soldi andavano direttamente a chi ne aveva bisogno, persone che conosco, senza intermediari.
E poi avevo fatto bella figura, mi ero lavato un po’ la coscienza, con una parte dei proventi delle mie vendite in Russia, chissà se ci aveva pensato Oleksandr quando aveva ricevuto il versamento.
Io sì, ci avevo riflettuto e non serviva cercare un senso in questa faccenda, l’importante era che qualche famiglia riuscisse a passare dei momenti di serenità. E poi, vai a sapere, quando un giorno la guerra sarebbe finita, forse se ne sarebbero ricordati.
E anche se la guerra continua, bombardamenti ogni giorno, obiettivi e infrastrutture militari, dicono i russi, genocidio, rispondono gli ucraini, nonostante questa pioggia micidiale di acciaio e polvere da sparo, l’azienda di Oleksandr continua a mandare ordini, pagano in anticipo, caricano la ferramenta per poi venderla a dei falegnami o la utilizzano per assemblare i semi-lavorati, che c’hanno una quindicina di stabilimenti sparsi per tutta l’Ucraina. Capannoni nuovi zecca, macchinari tedeschi e italiani, milioni di euro di investimenti, la fabbrica di antine a Kiev con i pavimenti in materiale antistatico, per evitare che la polvere si mescoli alle resine quando verniciano le porte, in quasi venti anni di ex-Urss era la prima volta che vedevo una cosa del genere. Era il dicembre del 2021, avevamo appena iniziato a lavorare assieme e c’erano un sacco di progetti in ballo per l’anno a venire, con la fine della pandemia e la possibilità di tornare a viaggiare.
Nel 2022 avremmo fatto il botto. Si dice così e così è stato, solo che non era quello che si credeva, quel botto lì non se lo aspettava nessuno.
“Oleksandr, come va? Posso richiamarti più tardi? Meglio se ci sentiamo nel fine settimana.”
“Sei in Russia?”
Che cazzo.
Mi chiede informazioni tecniche per la foratura della cerniera, le viti sono troppo vicine al bordo del pannello, c’è il rischio che si strappi il truciolare, se sollecitato.
“Mandami una mail, magari con due foto delle forature e della cerniera montata, così le giro ai miei tecnici e ti dico.”
“Ok.”
Parliamo in inglese, qualche mese fa ha smesso di scrivermi in russo, all’inizio pensavo fosse un riflesso, per come è abituato con gli altri fornitori, invece me lo ha detto chiaro e tondo a ottobre, quando ci siamo visti in Italia a una fiera:
“Non voglio più parlare in russo. La mia lingua è l’ucraino. Per anni ho creduto che il russo fosse una ricchezza, lo sai come la penso su Putin e i suoi servi ma ero convinto che conoscere più lingue fosse un bene, per la testa, per il lavoro.
Però adesso che è successo tutto questo, visto che il motivo dell’invasione, delle bombe e dei massacri è la difesa dei russi e della lingua russa, beh se è questa la ragione, allora non voglio averci niente a che fare. Mia moglie non sapeva l’ucraino, adesso lo sta imparando, anche lei vuole smettere di parlare russo.”
Quello sfogo, anche se comprensibile e giustificato, mi aveva fatto malissimo.
C’è una parte della mia personalità che è definita dalla lingua russa, ci sono parole, modi di dire, pensieri e battute che mi escono dalla corteccia cerebrale direttamente in russo. Sarà un lascito dell’esame di filologia comparata ma è un fatto assodato che certe immagini, certi sentimenti e certe espressioni sono illustrati in maniera più calzante se formulate in una lingua piuttosto che in un’altra, le traduzioni non sono sempre sovrapponibili.
Quando sei solito usare due o più lingue oltre alla tua e ti trovi a maneggiare un testo a caso come la descrizione di un quadro o i sottotitoli di un film coreano, nel momento in cui scegli di affrontarlo, chessò, in francese o in tedesco, è come se ti mettessi un paio di guanti comodi, stretti ma non troppo, che ti lasciano una certa sensibilità per tastare meglio la parola, sia nella forma che nel contenuto, quasi fosse una crocchetta incandescente, appena uscita dalla friggitrice e tu lì che la strizzi, delicatamente, per vedere se l’impanatura è croccante e la carne tenera. Quando mi infilo il russo, quando riesco a maneggiare vocaboli, frasi e ragionamenti nel modo giusto, quel tipo di aderenza, di ergonomia linguistica ti dà una soddisfazione che ti porta a un livello più alto nell’espressione e nel rapporto con la gente, il fatto di scavalcare la barriera linguistica ti mette direttamente a contatto con il modo di ragionare e di sentire degli altri, senza filtri.
Mentre ascoltavo Oleksandr, pensavo che per tanti anni avevo girato l’Ucraina in lungo e in largo, avevo visto dei posti incredibili e conosciuto persone speciali grazie a una lingua che non era nemmeno quella ufficiale, era una cosa che avevo dato per scontata e che pensavo sarebbe durata per sempre.
Adesso una parte di me si sentiva morire.
Certo non era niente rispetto alla tragedia che vivevano milioni di persone ma quel racconto mi metteva di fronte alla realtà, quando tutto questo sarebbe finito, quando avrei preso di nuovo un aereo per Kiev, probabilmente una volta atterrato avrei dovuto parlare in inglese con l’ufficiale di frontiera, non avrei più potuto chiedergli in russo di mettere il timbro sul passaporto nell’angolo in alto, a destra, nella prima pagina libera e non un po’ a cazzo come fanno di solito.
E l’idea che il prossimo seminario a Odessa o Dnipro non avrei potuto tenerlo in russo mi provocava un disagio estraniante, come se mi avessero obbligato a tingermi i capelli di viola o a presentarmi sul palco in ciabatte e tuta da ginnastica. Avrei ritrovato clienti e amici ma saremmo rimasti separati da quel prima e quel dopo, da una lingua che avevamo sempre usato per essere più vicini e che adesso era un muro con sopra il filo spinato.
Ad ogni modo, nonostante le mie fisime, ero contento di vedere Oleksandr, aveva ricevuto un permesso dal governo per uscire dal paese e venire in Italia per lavoro.
Per la prima volta dopo sei mesi si trovava lontano dalla guerra.
“La cosa più incredibile è il rumore degli aerei. Senti la turbina in distanza e l’istinto è quello di scappare e nascondersi. Poi alzi lo sguardo e li vedi passare e non succede niente.”
Non era l’unico ucraino che girava per il nostro padiglione in quei giorni di ottobre.
C’era anche Kirill, il cliente di Char’kiv. L’ultima volta che ci eravamo scritti era appena iniziata la guerra, avevamo litigato, uno scambio sgradevole.
Kirill si era affacciato allo stand, mentre ero impegnato con Ravšan, il cliente uzbeko, e per fortuna che non era un russo.
Avevo interrotto la presentazione ed ero andato incontro a Kirill, che mi guardava con gli occhi spalancati e l’espressione di chi non sa se aspettarsi un saluto o una scarica di insolenze.
Ci eravamo abbracciati, mi stava simpatico Kirill, anche se era un ragazzone viziato e l’ultima volta era andata un po’ così, cose che succedono.
“Hey! Guarda un po’… da dove arrivi?”
“Mi sono trasferito a Bratislava.”
Era stato in Germania, poi qualche settimana in Inghilterra ma alla fine aveva preferito avvicinarsi all’Ucraina.
Non era facile gestire l’azienda, con tutto quello che comportava, affitti, pagamenti, stipendi e chissà come ti vedono quelli che lavorano per te, quelli che sono rimasti al freddo, senza luce, il suono delle sirene e i boati delle esplosioni, mentre tu te ne sei andato via, perché te lo potevi permettere.
Chissà che pena stare lontano dal tuo paese, in un appartamento in affitto grande quanto il salone di casa tua a Char’kiv, la parete più stretta occupata da un impianto stereo da favola, solo le casse Burmeister costavano cinquantamila euro, pareva di averci un’orchestra in soggiorno, chissà dov’è finita adesso tutto quella roba. E poi i bambini, non parlano ucraino, solo russo, e adesso vanno in una scuola a Bratislava con i figli di altri profughi, e sai come sono stronzi a quell’età, li fanno sentire delle merde, perché parlano la lingua del nemico.
“Scusa per quello che ti ho scritto.”
Sembrava sincero, più imbarazzato di me.
Oltre a Kirill era passata anche Tanja, una signora di Odessa, con una gran testa di capelli, deve essere stata proprio bella da giovane, occhi grandi e viso affilato, quasi sessant’anni e lo sguardo meravigliato di una ragazzina.
Assieme a lei una tipa che non conoscevo, forse sua coetanea, il volto grigio e slavato, così come la pelle, gli occhi, l’espressione.
Non l’avevo mai vista e subito aveva preso a raccontarmi della sua città, Nikolaev, che i russi l’avevano quasi distrutta ma lei non voleva andarsene. Parlava con questa energia, questa luce da posseduta: “La speranza nella vittoria è l’unica cosa che ci fa andare avanti.”
Vasja, il mio referente a Mosca, era anche lui in giro per i corridoi della fiera in quei giorni.
“Ma cosa si aspettano gli ucraini? Non possono vincere questa guerra.” “Mi sembra che l’esercito russo abbia i suoi problemi.”
Era il periodo della controffensiva di Kiev, Putin aveva dichiarato la mobilitazione da qualche settimana, le truppe di Mosca non se la passavano bene.
“L’esercito russo ha le sue difficoltà, ma se gli ucraini si ritrovano senza infrastrutture e centrali elettriche cosa gli rimane poi?”
Questi i discorsi che facevamo con Vasja al buffet, mentre pregavo di non incontrare qualche cliente di Kiev o Dnipro fin tanto che ero con lui. Nel frattempo era passata una bionda, sembrava Larisa, la nipote di Konstantin, il titolare di Vasja.
“Ma quella lì non è Larisa?” avevo chiesto a Vasja.
“Chi? La nipote di Konstantin?” e si era quasi nascosto, grande e grosso com’era, dietro ai due gerani che sbucavano dal vasetto in mezzo alla tavola, pareva l’orso Yogi.
“Vai a salutarla, no?”
“No, no. Lascia stare. Ha fatto una scenata a Konstantin, dopo che è iniziata la guerra, non so cosa si siano detti ma non si parlano più.”
“Konstantin? Ma se è ucraino di Leopoli?”
“Sì ma sai com’è, vive in Russia, gestisce un’impresa russa e i soldi che guadagna vanno al governo e con quei soldi il governo fa la guerra…”
Da qualche anno Larisa lavorava per un’azienda di Pesaro grazie a suo zio, che aveva rotto le balle a tutti i fornitori perché l’assumessero, e quanto era brava, sapeva tutte le lingue, aveva vissuto in America, un affarone, davvero, finché una ditta di maniglie l’aveva presa.
Per puro caso, nel corso di quattro giorni, russi e ucraini non si erano mai incrociati nello stand, andava via uno e ne arrivava un altro quasi si fossero messi d’accordo per darsi il cambio.
Una sera a cena coi russi e gli uzbeki, il giorno dopo con Oleksandr, un po’ per ospitalità e un po’ perché volevo parlare del Donbass, mi interessava sentire quello che pensava riguardo alle origini di questa tragedia, che ormai si trascinava da più di otto anni e non sarebbe finita presto.
Invece avevamo parlato anche di altre cose, meno dolorose e, complici il cielo stellato e l’aria calda di una sera di metà ottobre, mi aveva raccontato di quando aveva accettato la nuova realtà, il paese era in guerra ma bisognava pur vivere e allo shock si era sostituita la voglia di reagire e andare avanti.
“La vera sorpresa è stata che gli uomini, quelli che lavorano per me, erano incapaci di fare qualsiasi cosa, impauriti, sotto shock. Le donne, al contrario, si sono messe sotto, senza tante storie, con tutti i problemi e le preoccupazioni, senza tanti scleri.”
Le difficoltà della convivenza con i parenti di Leopoli che lo avevano ospitato per un periodo, otto in un appartamento, uno sopra l’altro. Difficile dormire, quasi impossibile lavorare, era meglio starsene a Kiev, con tutti i rischi del caso.
Parlavamo sempre in inglese, io disinvolto, lui più legato, qualche incertezza ma si esprimeva bene, con la sua pignoleria, sempre alla ricerca della parolina giusta che gli richiedeva un tempo esagerato e un po’ mi dava sui nervi ma quando mi aveva raccontato che proveniva da una famiglia semplice, che da ragazzino abitava in campagna e aveva iniziato a studiare l’inglese da solo che aveva tredici anni, avevo subito pensato ai privilegi di cui avevo goduto da bambino.
Lezioni private a otto anni e il primo viaggio in Inghilterra che ne avevo dodici, all’epoca solo il volo costava uno sproposito, e poi l’America da studente universitario e grazie al cazzo che parli l’inglese meglio di Oleksandr che ha avuto un’infanzia da Oliver Twist.
La prima volta che era stato all’estero era già fidanzato con quella che sarebbe diventata sua moglie, avevano scelto Israele.
“Israele? Sei ebreo?”
“No, né io né mia moglie, volevamo andare al caldo, vedere un posto nuovo e i prezzi dei biglietti erano bassi.”
Avevano preso un’auto a noleggio e un giorno aveva parcheggiato per sbaglio davanti a un cancello, non proprio davanti, il muso copriva appena appena il passaggio e all’improvviso era arrivato un vecchio che aveva preso a urlargli cose strane, nella sua lingua incomprensibile, con una violenza che lo aveva spaventato e per quanto cercasse in tutti i modi di tranquillizzarlo, di scusarsi, di spiegargli che avrebbe spostato la macchina immediatamente, quel vecchio continuava a vomitargli addosso la sua rabbia e non si era limitato a quello, aveva aperto la portiera e aveva preso a tirare fuori le cose che aveva trovato sui sedili posteriori, vestiti, zaini, roba da mangiare, e si era messo a lanciarle per strada.
Poi erano arrivate tre donne, anziane anche quelle, e lui, Oleksandr, pensava che avrebbero tranquillizzato il vecchio e invece si erano messe a urlare, cattive, con una voce inquietante e Oleksandr aveva assistito alla scena impotente, non si era azzardato a fermare il vegliardo, per paura che chiamasse la polizia. In Israele con gli sbirri non c’è tanto da scherzare. Avevamo riso, di gusto, mentre ripercorreva quella situazione irreale, io volevo fargli l’intervista, prendermi nota delle sue sfighe per le mie velleità di reporter e mi ero trovato in questa storia da fratelli Cohen, il sole, le palme, il vecchio con il suo parlato nasale, aspro, le aspirate fredde, aggressive, il frinire delle cicale e le bouganville sul muro del cancello.
Sono ancora in auto con Nikolaj che arriva la mail di Oleksandr, in allegato le immagini della cerniera, le parti critiche evidenziate in rosso, con la descrizione in inglese e una serie di considerazioni, alcune corrette, altre un po’ campate in aria.
Poco dopo ricevo un messaggio Whatsapp, sempre da Oleksandr che non parla di lavoro.
“Questa mattina i russi han lanciato quaranta missili su Kiev. I nostri sistemi di difesa li hanno intercettati quasi tutti ma è difficile. Siamo stanchi, vogliamo che la guerra finisca ma dobbiamo vincere.”
Eccolo lì. Non so se sia in cerca di comprensione, se sia uno sfogo, un modo di farmi sentire in colpa, tutte e tre le cose o qualcos’altro.
“Problemi?” mi interroga Nikolaj, seduto accanto a me, incuriosito dai miei sospiri.
“No, no. Niente di che.”
Poi inizio a digitare sul tastierino: “Spero che tu e i tuoi cari, i tuoi colleghi, stiate tutti bene. Vi penso sempre.”
Doppia spunta blu, sta scrivendo qualcosa.
Plin.
“Grazie. Spero che l’Europa continui ad aiutarci, per noi è importante e bisogna che tutti sappiano cosa sta facendo la Russia al popolo ucraino.” Eh bravo, ti aiuterei volentieri ma oggi non riesco.
Dopo il secondo incontro della giornata mi faccio mollare da Nikolaj in centro e vado al Manež, un casermone con la facciata in stile impero a pochi passi dalla Piazza Rossa.
Costruito nel 1817 per celebrare l’anniversario della vittoria russa su Napoleone, l’edificio venne utilizzato per ospitare gare di cavalli e scuole di addestramento, poi dal 1831 divenne sede di rassegne d’arte. In questi giorni hanno inaugurato una mostra sulle Case della Cultura nell’Urss, Dom Kul’tury in russo.
Sin dagli anni venti del novecento, in tutto il paese iniziarono a comparire centri di aggregazione concepiti per la diffusione delle nuove forme di arte e di conoscenza.
Oltre a essere luoghi di ritrovo per i lavoratori comunisti, i Dom Kul’tury rivestivano il ruolo di vere e proprie istituzioni, fortemente volute da Lenin, per forgiare la mentalità e lo sguardo sul mondo del cittadino sovietico.
Lo spazio e gli allestimenti creano un effetto di grandiosità, all’ingresso c’è una parete bianca che misura almeno trenta metri per dieci, la sigla retroilluminata DK CCCP sulla destra e quattro colonne imponenti sulla sinistra.
L’esposizione è suddivisa a seconda delle forme d’arte.
Si incomincia con l’architettura.
Per sopperire alla mancanza di abitazioni e nell’impossibilità di costruire nuovi edifici, i primi dom kul’tury furono istituiti all’interno di palazzi requisiti ai nobili e chissà che faccia avevano fatto gli avanguardisti sovietici quando le loro opere rivoluzionarie vennero esposte nelle sale affrescate e decorate in stile neoclassico.
Si prosegue con scultura e fotografia, ci sono un sacco di belle immagini di soldati, contadini, sportivi, operai, tutti sorridenti, fiduciosi e sicuri di sé. C’è un ritratto in bianco e nero del compositore Šostakovič, il volto concentrato mentre osserva uno spartito che tiene in mano. Non era uno che serbava rancore Šostakovič, seduto accanto a un pianoforte tedesco, lui che aveva iniziato la composizione della Settima Sinfonia a Leningrado nel 1941, sotto i bombardamenti nazisti.
In buona parte delle stampe non sono indicati i luoghi nelle didascalie, in alcuni casi si possono intuire, per il resto non so se sia sciatteria o se vogliano trasmettere l’idea che l’Urss fosse un po’ l’Ubiquistan, un posto vale un altro, il socialismo topografico.
C’è poca gente in giro, è una giornata lavorativa ed è quasi ora di cena ma c’è ancora spazio per qualche caso clinico, nella sala dedicata alla pittura c’è una tela che ritrae una coppia seduta sull’erba, un uomo in canottiera osserva una ragazza coi capelli raccolti, lei pare non accorgersene. Accanto al quadro c’è un vecchietto basso e pelato che spara delle risate tintinnanti, un po’ inquietanti, e ripete divertito: “To be or not to be?” Nella stessa sala, a pochi metri di distanza, un’anziana coi capelli grigi e gli occhiali con la montatura spessa parla da sola, sottovoce, in maniera concitata davanti a un quadro di Malevič, due contadini senza volto. Alza e abbassa le mani, seguendo il ritmo delle parole che bisbiglia, sembra una preghiera o un incantesimo.
La sezione dedicata alla musica è interessante ma non trovo niente che mi piaccia. C’è un video clip di un gruppo degli anni ’70 che suona electro tango, tutti assorti, seri, coi baffoni. Sempre con quel gusto per il kitsch e quell’amore dei russi per certe melodie malinconiche, gli acuti nel cantato femminile e il vibrato nel basso maschile. Del resto i vari Pupo, Toto Cutugno, Albano, Matia Bazar e Ricchi e Poveri si sono assicurati una discreta pensione con i concerti da queste parti.
Su uno schermo viene proiettato un video fragment, un insieme di lineette e puntini bianchi e neri che si inseguono, in sottofondo una musica che sembra quella dei video games anni ’80. Nella didascalia c’è scritto “Anno di composizione 1934”.
C’è un gruppetto di cinesi, qua a Mosca non ne vedevo dal gennaio del 2020, questi sono giovani, vestiti come cosplay, personaggi di fumetti manga. Le ragazze portano il baschetto inclinato, il bolerino in velluto, la gonna corta e gli stivali che arrivano sotto al ginocchio. Passano tutto il tempo a fotografarsi accanto ai quadri, ai poster, alle sculture, si sparano le pose, i due ragazzi che le accompagnano si trascinano assonnati da una stanza all’altra, in cerca di un posto dove sedersi per guardare il cellulare e godersi la prima vacanza dopo tre anni di lock-down. Esco dal Manež che è sera ed è tutto illuminato.
Il Cremlino, bellissimo, sembra un castello di Lego, la cattedrale di San Basilio un dolce di marzapane, alcune cupole ricordano una cassata, tempestata di canditi, altre assomigliano a certi gelati bi-gusto, con le creme, di colori diversi, attorcigliate fino alla punta.
Sarà per via dell’aria tersa e delle luci ma è tutto nitido, acceso, quasi fosse stato ritoccato con un filtro. Davanti a me c’è il muro di cinta, alla mia destra una delle torri, detta Troickaja, in cima la stella rossa che pare incandescente, alla sinistra l’hotel Four Seasons, settecento euro a notte. L’albergo di Bill Gates si affaccia su quella che al tempo di Ivan il Terribile era una prigione, adesso entrambi gli edifici accolgono turisti con la grana.
Mosca è una meraviglia, le luminarie delle feste di fine anno sono ancora accese e c’è un’atmosfera da favola, si vede che il sindaco ha messo mano al portafoglio, per far dimenticare quello che succede a poche centinaia di chilometri da qua.
In realtà non so un cazzo, era bella anche prima, solo che non ci venivo mai, se non di passaggio, se per caso avevo un appuntamento in centro.
Altrimenti me ne stavo in albergo e pensa quante cose, quante opportunità mancate in questi anni, sempre a frequentare gli stessi posti deprimenti, a mezz’ora di strada da qua, capannoni fatiscenti di epoca sovietica, i pavimenti devastati, sporco e puzza di piscio ovunque.
Un’altra galassia.
Faccio due foto mentre aspetto il taxi, che ci impiega qualche minuto di troppo. Salgo in auto con il pollice, la lingua e la mascella induriti dal gelo.
L’autista ha il cranio lucido e i tratti asiatici, l’aria sveglia, ha voglia di chiacchierare, io faccio fatica ad articolare le parole, come quando esci dal dentista.
Dice che è della Repubblica di Calmucchia, Kalmykija in russo. Una regione a sud, con un lembo di terra che si affaccia sul mar Caspio. Ventitre anni che vengo qua e non ne ho mai sentito parlare, mai nominata, zero. Mergen, l’autista, è di origine calmucca, mi spiega che è il principale gruppo etnico della sua regione, deriva dai mongoli.
In Calmucchia sono quasi tutti buddisti.
“Ah quindi sei buddista?”
“Io no, sono ortodosso.” risponde risentito.
Ha lavorato per diversi anni nell’esercito, adesso è in pensione e arrotonda con il taxi.
“Ti è andata bene che non sei più nell’esercito.”
“Al fronte ci sono tanti buriati, anche loro vengono dalla Mongolia.”
“Ma è vero che li hanno mandati apposta? Perché sono buriati?”
“No, sono volontari. Ma sono volontari perché non trovano lavoro. In Russia tutto il sud è senza lavoro.”
“Non solo in Russia.”
Scendo dall’auto dopo venti minuti che ho il pollice ancora intorpidito.
In camera accendo la tv. A casa non funziona neanche, sono tre anni che non vedo un tg o un talk-show, giusto qualche partita della nazionale in streaming. Qua invece guardo sempre programmi, notiziari o dibattiti politici, mi tengono compagnia e poi ascolto la lingua, quella dei giornalisti, degli speaker, è pulita, articolata, usano termini comuni.
Ho iniziato più di venti anni fa a guardare i telegiornali russi, ci capivo poco ma c’era una moretta bella ed elegante, Ekaterina Andreeva, che leggeva le notizie della sera e aveva una pronuncia comprensibile.
Facevo fatica a seguire i film locali perché l’audio era scadente, come il mio russo. Era il 2000, dopo un decennio di far west economico e sociale la Russia era in pieno orgasmo capitalista e in tv c’erano solo reclame di roba da pochi soldi che tutti, più o meno, si potevano permettere: birre, gomme da masticare Orbit, rasoi e schiuma da barba Gillette, il modello con il mento liscio circondato da bonazze con i capelli lucidi e voluminosi grazie allo shampoo De L’Oreal Paris. A tavola scorrevano fiumi di maionese e guai a servire zuppe o carne senza il dado Galina Blanca. Nei detersivi c’era ancora lo spot comparativo tipo “Il mio fustino Omo non lo scambio.”
Era metà agosto che i telegiornali avevano dato la notizia di un incidente grave, parlavano di un sottomarino nucleare.
Il Kursk si era inabissato sul fondale del Mar Glaciale Artico, c’era stata un’esplosione durante un’esercitazione militare. A bordo si trovavano oltre cento persone, i commentatori in tv sostenevano che la maggior parte fosse morta al momento dello scoppio ma c’era la possibilità che ci fossero dei superstiti. Nei giorni successivi guardammo tutti i notiziari, i filmati mostravano i tentativi di salvataggio. Militari e giornalisti avvolti in giacche pesanti che parlavano con il mare sullo sfondo, ufficiali con la divisa scura e il cappello bianco, i volti smarriti. Scene di repertorio con marinai che armeggiavano nella sala comandi di un sottomarino, le mani che giravano levette e cursori su una consolle grigia. Aleksandr, il prof, era turbato, quasi fosse coinvolto direttamente. Era una corsa contro il tempo perché le scorte di ossigeno a bordo erano limitate, se c’erano dei sopravvissuti rischiavano di fare la fine del topo in trappola.
Dopo qualche giorno annunciarono che il comandante era morto, nel servizio si vedeva il presidente Putin, vestito di nero e col viso stanco, che incontrava la moglie dell’ufficiale, una signora sulla quarantina coi capelli corti, pallida e col volto inespressivo. Sedevano fianco a fianco nel soggiorno della vittima, alle loro spalle un tappeto intrecciato appeso alla parete.
La telecamera seguiva la vedova e il presidente mentre scendevano le scale poco illuminate del condominio, le pareti giallognole scrostate e piene di scritte.
Quasi non ci avevo fatto caso, me lo aveva fatto notare Saša, con amarezza:
“Vedi, tutto il paese vive nelle stesse condizioni. Anche il comandante del sottomarino atomico abita in un palazzone malridotto.”
Dopo venti e passa anni, le pubblicità sono diventate ultra tecnologiche, laser, info-grafiche, riferimenti all’Intelligenza Artificiale alternati a scenette di idillio familiare. Per lo più contratti telefonici e prestiti bancari, non mancano le salse barbecue e gli jogurt magri, mi pare che ultimamente siano spariti i marchi tipo Nestlè.
Sul primo canale c’è uno speciale sul summit tra Russia e Repubblica del Congo, che si è appena concluso nel paese africano. Interviene l’ambasciatore russo, dice che Mosca offre servizi di IT, aziende come Yandex, l’equivalente di Google in Russia, stanno aprendo nuove sedi a Brazzaville e Kinshasa.
Stacco di camera sul ministro degli esteri, Sergej Lavrov, l’espressione provata sul viso serio, impassibile, il tono profondo e metallico da tabagista indefesso. Fa un intervento su Patrice Lumumba, eroe congolese assassinato dagli americani.
Al termine, due uomini che indossano una tunica bianca, immacolata, gli porgono una bella scimitarra, la lama supera il metro di lunghezza. Difficile che gliela facciano portare a bordo sul volo di ritorno.
Seguono le immagini di congolesi festanti che sventolano le bandiere russe, il cielo azzurrissimo e le palme sullo sfondo.
Qualcuno indossa un caftano beige e un cappello di carta coi colori bianco, blu e rosso. La commentatrice fa notare che l’Africa è un mercato interessante, un potenziale sbocco per il petrolio e il gas di Mosca. Un giornalista la interrompe: “Ricordiamoci che per secoli l’Africa è stata fonte di ricchezza per l’Occidente.”
Il notiziario prosegue con il terremoto in Turchia.
Macerie color beige, il cielo blu impolverato e migliaia di uomini e donne in preda alla disperazione, sono arrivati i soccorritori russi, intervistano dei giovani, carichi di provviste, sono qui per offrire supporto medico. Poi di nuovo guerra, i russi bombardano un villaggio dove si nascondono i “nazionalisti ucraini”, spesso chiamati anche “ucronazi”. L’artiglieria spara su un gruppo di edifici a sei o sette piani, nel Donbass.
Li tirano giù uno dopo l’altro. Intervistano un soldato russo, al fronte: “I Leopard li centriamo con facilità, siamo bene equipaggiati e con il morale alto.
Gli ucraini sono in difficoltà, mandano al fronte ragazzini appena mobilitati, carne da cannone. Non possono vincere.” conclude sorridendo, sicuro di sé.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.
Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui: https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss
PARTE #4
Le nuvole sembrano di cenere e tutto il resto oscilla tra il grigio dell’asfalto e il bianco dei campi ricoperti di neve, giusto un velo, immacolato e luccicante.
Anche qua a Mosca l’inverno è mite, la temperatura attorno allo zero mentre di solito, in questo periodo, è meno venti.
Chiamata Whatsapp. Oleksandr Kiev.
Lascio squillare per qualche istante, mi sento un po’ a disagio a rispondere, proprio qua in Russia, accanto a Nikolaj, quasi quasi glielo passo.
Tra gli ucraini che conosco, Oleksandr è uno dei più invasati, ha un odio per i russi così profondo e razionale che fa impressione per la tranquillità con cui lo dichiara, per la pedanteria di tutti i dettagli che utilizza per descrivere il suo sentimento e fa tanto più paura per il fatto che non si incazza mai, non alza la voce, argomenta sempre con il tono calmo e con la stessa convinzione di un prete che legge il vangelo.
Oltretutto è inutile cercare di ragionare, guarda che non tutti i russi sono uguali, un conto è il governo e un altro il popolo, cosa puoi dire a uno che sta passando l’inverno al freddo e al buio, a uno che a dicembre chiedeva ai fornitori dei contributi per comprare lampade elettriche, calzettoni e bombole per il riscaldamento.
“Mi sembra di elemosinare, sono stanco di vivere così ma è l’unico modo che abbiamo per andare avanti, per permettere ai nostri figli di fare i compiti, ai miei colleghi di lavorare da casa senza che gli si congelino le mani.”
Ne avevo parlato con Michele, il mio titolare e gli avevamo fatto un bonifico sostanzioso, una parte ce l’avevo messa di tasca mia. Era un bel gesto, i soldi andavano direttamente a chi ne aveva bisogno, persone che conosco, senza intermediari.
E poi avevo fatto bella figura, mi ero lavato un po’ la coscienza, con una parte dei proventi delle mie vendite in Russia, chissà se ci aveva pensato Oleksandr quando aveva ricevuto il versamento.
Io sì, ci avevo riflettuto e non serviva cercare un senso in questa faccenda, l’importante era che qualche famiglia riuscisse a passare dei momenti di serenità. E poi, vai a sapere, quando un giorno la guerra sarebbe finita, forse se ne sarebbero ricordati.
E anche se la guerra continua, bombardamenti ogni giorno, obiettivi e infrastrutture militari, dicono i russi, genocidio, rispondono gli ucraini, nonostante questa pioggia micidiale di acciaio e polvere da sparo, l’azienda di Oleksandr continua a mandare ordini, pagano in anticipo, caricano la ferramenta per poi venderla a dei falegnami o la utilizzano per assemblare i semi-lavorati, che c’hanno una quindicina di stabilimenti sparsi per tutta l’Ucraina. Capannoni nuovi zecca, macchinari tedeschi e italiani, milioni di euro di investimenti, la fabbrica di antine a Kiev con i pavimenti in materiale antistatico, per evitare che la polvere si mescoli alle resine quando verniciano le porte, in quasi venti anni di ex-Urss era la prima volta che vedevo una cosa del genere. Era il dicembre del 2021, avevamo appena iniziato a lavorare assieme e c’erano un sacco di progetti in ballo per l’anno a venire, con la fine della pandemia e la possibilità di tornare a viaggiare.
Nel 2022 avremmo fatto il botto. Si dice così e così è stato, solo che non era quello che si credeva, quel botto lì non se lo aspettava nessuno.
“Oleksandr, come va? Posso richiamarti più tardi? Meglio se ci sentiamo nel fine settimana.”
“Sei in Russia?”
Che cazzo.
Mi chiede informazioni tecniche per la foratura della cerniera, le viti sono troppo vicine al bordo del pannello, c’è il rischio che si strappi il truciolare, se sollecitato.
“Mandami una mail, magari con due foto delle forature e della cerniera montata, così le giro ai miei tecnici e ti dico.”
“Ok.”
Parliamo in inglese, qualche mese fa ha smesso di scrivermi in russo, all’inizio pensavo fosse un riflesso, per come è abituato con gli altri fornitori, invece me lo ha detto chiaro e tondo a ottobre, quando ci siamo visti in Italia a una fiera:
“Non voglio più parlare in russo. La mia lingua è l’ucraino. Per anni ho creduto che il russo fosse una ricchezza, lo sai come la penso su Putin e i suoi servi ma ero convinto che conoscere più lingue fosse un bene, per la testa, per il lavoro.
Però adesso che è successo tutto questo, visto che il motivo dell’invasione, delle bombe e dei massacri è la difesa dei russi e della lingua russa, beh se è questa la ragione, allora non voglio averci niente a che fare. Mia moglie non sapeva l’ucraino, adesso lo sta imparando, anche lei vuole smettere di parlare russo.”
Quello sfogo, anche se comprensibile e giustificato, mi aveva fatto malissimo.
C’è una parte della mia personalità che è definita dalla lingua russa, ci sono parole, modi di dire, pensieri e battute che mi escono dalla corteccia cerebrale direttamente in russo. Sarà un lascito dell’esame di filologia comparata ma è un fatto assodato che certe immagini, certi sentimenti e certe espressioni sono illustrati in maniera più calzante se formulate in una lingua piuttosto che in un’altra, le traduzioni non sono sempre sovrapponibili.
Quando sei solito usare due o più lingue oltre alla tua e ti trovi a maneggiare un testo a caso come la descrizione di un quadro o i sottotitoli di un film coreano, nel momento in cui scegli di affrontarlo, chessò, in francese o in tedesco, è come se ti mettessi un paio di guanti comodi, stretti ma non troppo, che ti lasciano una certa sensibilità per tastare meglio la parola, sia nella forma che nel contenuto, quasi fosse una crocchetta incandescente, appena uscita dalla friggitrice e tu lì che la strizzi, delicatamente, per vedere se l’impanatura è croccante e la carne tenera. Quando mi infilo il russo, quando riesco a maneggiare vocaboli, frasi e ragionamenti nel modo giusto, quel tipo di aderenza, di ergonomia linguistica ti dà una soddisfazione che ti porta a un livello più alto nell’espressione e nel rapporto con la gente, il fatto di scavalcare la barriera linguistica ti mette direttamente a contatto con il modo di ragionare e di sentire degli altri, senza filtri.
Mentre ascoltavo Oleksandr, pensavo che per tanti anni avevo girato l’Ucraina in lungo e in largo, avevo visto dei posti incredibili e conosciuto persone speciali grazie a una lingua che non era nemmeno quella ufficiale, era una cosa che avevo dato per scontata e che pensavo sarebbe durata per sempre.
Adesso una parte di me si sentiva morire.
Certo non era niente rispetto alla tragedia che vivevano milioni di persone ma quel racconto mi metteva di fronte alla realtà, quando tutto questo sarebbe finito, quando avrei preso di nuovo un aereo per Kiev, probabilmente una volta atterrato avrei dovuto parlare in inglese con l’ufficiale di frontiera, non avrei più potuto chiedergli in russo di mettere il timbro sul passaporto nell’angolo in alto, a destra, nella prima pagina libera e non un po’ a cazzo come fanno di solito.
E l’idea che il prossimo seminario a Odessa o Dnipro non avrei potuto tenerlo in russo mi provocava un disagio estraniante, come se mi avessero obbligato a tingermi i capelli di viola o a presentarmi sul palco in ciabatte e tuta da ginnastica. Avrei ritrovato clienti e amici ma saremmo rimasti separati da quel prima e quel dopo, da una lingua che avevamo sempre usato per essere più vicini e che adesso era un muro con sopra il filo spinato.
Ad ogni modo, nonostante le mie fisime, ero contento di vedere Oleksandr, aveva ricevuto un permesso dal governo per uscire dal paese e venire in Italia per lavoro.
Per la prima volta dopo sei mesi si trovava lontano dalla guerra.
“La cosa più incredibile è il rumore degli aerei. Senti la turbina in distanza e l’istinto è quello di scappare e nascondersi. Poi alzi lo sguardo e li vedi passare e non succede niente.”
Non era l’unico ucraino che girava per il nostro padiglione in quei giorni di ottobre.
C’era anche Kirill, il cliente di Char’kiv. L’ultima volta che ci eravamo scritti era appena iniziata la guerra, avevamo litigato, uno scambio sgradevole.
Kirill si era affacciato allo stand, mentre ero impegnato con Ravšan, il cliente uzbeko, e per fortuna che non era un russo.
Avevo interrotto la presentazione ed ero andato incontro a Kirill, che mi guardava con gli occhi spalancati e l’espressione di chi non sa se aspettarsi un saluto o una scarica di insolenze.
Ci eravamo abbracciati, mi stava simpatico Kirill, anche se era un ragazzone viziato e l’ultima volta era andata un po’ così, cose che succedono.
“Hey! Guarda un po’… da dove arrivi?”
“Mi sono trasferito a Bratislava.”
Era stato in Germania, poi qualche settimana in Inghilterra ma alla fine aveva preferito avvicinarsi all’Ucraina.
Non era facile gestire l’azienda, con tutto quello che comportava, affitti, pagamenti, stipendi e chissà come ti vedono quelli che lavorano per te, quelli che sono rimasti al freddo, senza luce, il suono delle sirene e i boati delle esplosioni, mentre tu te ne sei andato via, perché te lo potevi permettere.
Chissà che pena stare lontano dal tuo paese, in un appartamento in affitto grande quanto il salone di casa tua a Char’kiv, la parete più stretta occupata da un impianto stereo da favola, solo le casse Burmeister costavano cinquantamila euro, pareva di averci un’orchestra in soggiorno, chissà dov’è finita adesso tutto quella roba. E poi i bambini, non parlano ucraino, solo russo, e adesso vanno in una scuola a Bratislava con i figli di altri profughi, e sai come sono stronzi a quell’età, li fanno sentire delle merde, perché parlano la lingua del nemico.
“Scusa per quello che ti ho scritto.”
Sembrava sincero, più imbarazzato di me.
Oltre a Kirill era passata anche Tanja, una signora di Odessa, con una gran testa di capelli, deve essere stata proprio bella da giovane, occhi grandi e viso affilato, quasi sessant’anni e lo sguardo meravigliato di una ragazzina.
Assieme a lei una tipa che non conoscevo, forse sua coetanea, il volto grigio e slavato, così come la pelle, gli occhi, l’espressione.
Non l’avevo mai vista e subito aveva preso a raccontarmi della sua città, Nikolaev, che i russi l’avevano quasi distrutta ma lei non voleva andarsene. Parlava con questa energia, questa luce da posseduta: “La speranza nella vittoria è l’unica cosa che ci fa andare avanti.”
Vasja, il mio referente a Mosca, era anche lui in giro per i corridoi della fiera in quei giorni.
“Ma cosa si aspettano gli ucraini? Non possono vincere questa guerra.” “Mi sembra che l’esercito russo abbia i suoi problemi.”
Era il periodo della controffensiva di Kiev, Putin aveva dichiarato la mobilitazione da qualche settimana, le truppe di Mosca non se la passavano bene.
“L’esercito russo ha le sue difficoltà, ma se gli ucraini si ritrovano senza infrastrutture e centrali elettriche cosa gli rimane poi?”
Questi i discorsi che facevamo con Vasja al buffet, mentre pregavo di non incontrare qualche cliente di Kiev o Dnipro fin tanto che ero con lui. Nel frattempo era passata una bionda, sembrava Larisa, la nipote di Konstantin, il titolare di Vasja.
“Ma quella lì non è Larisa?” avevo chiesto a Vasja.
“Chi? La nipote di Konstantin?” e si era quasi nascosto, grande e grosso com’era, dietro ai due gerani che sbucavano dal vasetto in mezzo alla tavola, pareva l’orso Yogi.
“Vai a salutarla, no?”
“No, no. Lascia stare. Ha fatto una scenata a Konstantin, dopo che è iniziata la guerra, non so cosa si siano detti ma non si parlano più.”
“Konstantin? Ma se è ucraino di Leopoli?”
“Sì ma sai com’è, vive in Russia, gestisce un’impresa russa e i soldi che guadagna vanno al governo e con quei soldi il governo fa la guerra…”
Da qualche anno Larisa lavorava per un’azienda di Pesaro grazie a suo zio, che aveva rotto le balle a tutti i fornitori perché l’assumessero, e quanto era brava, sapeva tutte le lingue, aveva vissuto in America, un affarone, davvero, finché una ditta di maniglie l’aveva presa.
Per puro caso, nel corso di quattro giorni, russi e ucraini non si erano mai incrociati nello stand, andava via uno e ne arrivava un altro quasi si fossero messi d’accordo per darsi il cambio.
Una sera a cena coi russi e gli uzbeki, il giorno dopo con Oleksandr, un po’ per ospitalità e un po’ perché volevo parlare del Donbass, mi interessava sentire quello che pensava riguardo alle origini di questa tragedia, che ormai si trascinava da più di otto anni e non sarebbe finita presto.
Invece avevamo parlato anche di altre cose, meno dolorose e, complici il cielo stellato e l’aria calda di una sera di metà ottobre, mi aveva raccontato di quando aveva accettato la nuova realtà, il paese era in guerra ma bisognava pur vivere e allo shock si era sostituita la voglia di reagire e andare avanti.
“La vera sorpresa è stata che gli uomini, quelli che lavorano per me, erano incapaci di fare qualsiasi cosa, impauriti, sotto shock. Le donne, al contrario, si sono messe sotto, senza tante storie, con tutti i problemi e le preoccupazioni, senza tanti scleri.”
Le difficoltà della convivenza con i parenti di Leopoli che lo avevano ospitato per un periodo, otto in un appartamento, uno sopra l’altro. Difficile dormire, quasi impossibile lavorare, era meglio starsene a Kiev, con tutti i rischi del caso.
Parlavamo sempre in inglese, io disinvolto, lui più legato, qualche incertezza ma si esprimeva bene, con la sua pignoleria, sempre alla ricerca della parolina giusta che gli richiedeva un tempo esagerato e un po’ mi dava sui nervi ma quando mi aveva raccontato che proveniva da una famiglia semplice, che da ragazzino abitava in campagna e aveva iniziato a studiare l’inglese da solo che aveva tredici anni, avevo subito pensato ai privilegi di cui avevo goduto da bambino.
Lezioni private a otto anni e il primo viaggio in Inghilterra che ne avevo dodici, all’epoca solo il volo costava uno sproposito, e poi l’America da studente universitario e grazie al cazzo che parli l’inglese meglio di Oleksandr che ha avuto un’infanzia da Oliver Twist.
La prima volta che era stato all’estero era già fidanzato con quella che sarebbe diventata sua moglie, avevano scelto Israele.
“Israele? Sei ebreo?”
“No, né io né mia moglie, volevamo andare al caldo, vedere un posto nuovo e i prezzi dei biglietti erano bassi.”
Avevano preso un’auto a noleggio e un giorno aveva parcheggiato per sbaglio davanti a un cancello, non proprio davanti, il muso copriva appena appena il passaggio e all’improvviso era arrivato un vecchio che aveva preso a urlargli cose strane, nella sua lingua incomprensibile, con una violenza che lo aveva spaventato e per quanto cercasse in tutti i modi di tranquillizzarlo, di scusarsi, di spiegargli che avrebbe spostato la macchina immediatamente, quel vecchio continuava a vomitargli addosso la sua rabbia e non si era limitato a quello, aveva aperto la portiera e aveva preso a tirare fuori le cose che aveva trovato sui sedili posteriori, vestiti, zaini, roba da mangiare, e si era messo a lanciarle per strada.
Poi erano arrivate tre donne, anziane anche quelle, e lui, Oleksandr, pensava che avrebbero tranquillizzato il vecchio e invece si erano messe a urlare, cattive, con una voce inquietante e Oleksandr aveva assistito alla scena impotente, non si era azzardato a fermare il vegliardo, per paura che chiamasse la polizia. In Israele con gli sbirri non c’è tanto da scherzare. Avevamo riso, di gusto, mentre ripercorreva quella situazione irreale, io volevo fargli l’intervista, prendermi nota delle sue sfighe per le mie velleità di reporter e mi ero trovato in questa storia da fratelli Cohen, il sole, le palme, il vecchio con il suo parlato nasale, aspro, le aspirate fredde, aggressive, il frinire delle cicale e le bouganville sul muro del cancello.
Sono ancora in auto con Nikolaj che arriva la mail di Oleksandr, in allegato le immagini della cerniera, le parti critiche evidenziate in rosso, con la descrizione in inglese e una serie di considerazioni, alcune corrette, altre un po’ campate in aria.
Poco dopo ricevo un messaggio Whatsapp, sempre da Oleksandr che non parla di lavoro.
“Questa mattina i russi han lanciato quaranta missili su Kiev. I nostri sistemi di difesa li hanno intercettati quasi tutti ma è difficile. Siamo stanchi, vogliamo che la guerra finisca ma dobbiamo vincere.”
Eccolo lì. Non so se sia in cerca di comprensione, se sia uno sfogo, un modo di farmi sentire in colpa, tutte e tre le cose o qualcos’altro.
“Problemi?” mi interroga Nikolaj, seduto accanto a me, incuriosito dai miei sospiri.
“No, no. Niente di che.”
Poi inizio a digitare sul tastierino: “Spero che tu e i tuoi cari, i tuoi colleghi, stiate tutti bene. Vi penso sempre.”
Doppia spunta blu, sta scrivendo qualcosa.
Plin.
“Grazie. Spero che l’Europa continui ad aiutarci, per noi è importante e bisogna che tutti sappiano cosa sta facendo la Russia al popolo ucraino.” Eh bravo, ti aiuterei volentieri ma oggi non riesco.
Dopo il secondo incontro della giornata mi faccio mollare da Nikolaj in centro e vado al Manež, un casermone con la facciata in stile impero a pochi passi dalla Piazza Rossa.
Costruito nel 1817 per celebrare l’anniversario della vittoria russa su Napoleone, l’edificio venne utilizzato per ospitare gare di cavalli e scuole di addestramento, poi dal 1831 divenne sede di rassegne d’arte. In questi giorni hanno inaugurato una mostra sulle Case della Cultura nell’Urss, Dom Kul’tury in russo.
Sin dagli anni venti del novecento, in tutto il paese iniziarono a comparire centri di aggregazione concepiti per la diffusione delle nuove forme di arte e di conoscenza.
Oltre a essere luoghi di ritrovo per i lavoratori comunisti, i Dom Kul’tury rivestivano il ruolo di vere e proprie istituzioni, fortemente volute da Lenin, per forgiare la mentalità e lo sguardo sul mondo del cittadino sovietico.
Lo spazio e gli allestimenti creano un effetto di grandiosità, all’ingresso c’è una parete bianca che misura almeno trenta metri per dieci, la sigla retroilluminata DK CCCP sulla destra e quattro colonne imponenti sulla sinistra.
L’esposizione è suddivisa a seconda delle forme d’arte.
Si incomincia con l’architettura.
Per sopperire alla mancanza di abitazioni e nell’impossibilità di costruire nuovi edifici, i primi dom kul’tury furono istituiti all’interno di palazzi requisiti ai nobili e chissà che faccia avevano fatto gli avanguardisti sovietici quando le loro opere rivoluzionarie vennero esposte nelle sale affrescate e decorate in stile neoclassico.
Si prosegue con scultura e fotografia, ci sono un sacco di belle immagini di soldati, contadini, sportivi, operai, tutti sorridenti, fiduciosi e sicuri di sé. C’è un ritratto in bianco e nero del compositore Šostakovič, il volto concentrato mentre osserva uno spartito che tiene in mano. Non era uno che serbava rancore Šostakovič, seduto accanto a un pianoforte tedesco, lui che aveva iniziato la composizione della Settima Sinfonia a Leningrado nel 1941, sotto i bombardamenti nazisti.
In buona parte delle stampe non sono indicati i luoghi nelle didascalie, in alcuni casi si possono intuire, per il resto non so se sia sciatteria o se vogliano trasmettere l’idea che l’Urss fosse un po’ l’Ubiquistan, un posto vale un altro, il socialismo topografico.
C’è poca gente in giro, è una giornata lavorativa ed è quasi ora di cena ma c’è ancora spazio per qualche caso clinico, nella sala dedicata alla pittura c’è una tela che ritrae una coppia seduta sull’erba, un uomo in canottiera osserva una ragazza coi capelli raccolti, lei pare non accorgersene. Accanto al quadro c’è un vecchietto basso e pelato che spara delle risate tintinnanti, un po’ inquietanti, e ripete divertito: “To be or not to be?” Nella stessa sala, a pochi metri di distanza, un’anziana coi capelli grigi e gli occhiali con la montatura spessa parla da sola, sottovoce, in maniera concitata davanti a un quadro di Malevič, due contadini senza volto. Alza e abbassa le mani, seguendo il ritmo delle parole che bisbiglia, sembra una preghiera o un incantesimo.
La sezione dedicata alla musica è interessante ma non trovo niente che mi piaccia. C’è un video clip di un gruppo degli anni ’70 che suona electro tango, tutti assorti, seri, coi baffoni. Sempre con quel gusto per il kitsch e quell’amore dei russi per certe melodie malinconiche, gli acuti nel cantato femminile e il vibrato nel basso maschile. Del resto i vari Pupo, Toto Cutugno, Albano, Matia Bazar e Ricchi e Poveri si sono assicurati una discreta pensione con i concerti da queste parti.
Su uno schermo viene proiettato un video fragment, un insieme di lineette e puntini bianchi e neri che si inseguono, in sottofondo una musica che sembra quella dei video games anni ’80. Nella didascalia c’è scritto “Anno di composizione 1934”.
C’è un gruppetto di cinesi, qua a Mosca non ne vedevo dal gennaio del 2020, questi sono giovani, vestiti come cosplay, personaggi di fumetti manga. Le ragazze portano il baschetto inclinato, il bolerino in velluto, la gonna corta e gli stivali che arrivano sotto al ginocchio. Passano tutto il tempo a fotografarsi accanto ai quadri, ai poster, alle sculture, si sparano le pose, i due ragazzi che le accompagnano si trascinano assonnati da una stanza all’altra, in cerca di un posto dove sedersi per guardare il cellulare e godersi la prima vacanza dopo tre anni di lock-down. Esco dal Manež che è sera ed è tutto illuminato.
Il Cremlino, bellissimo, sembra un castello di Lego, la cattedrale di San Basilio un dolce di marzapane, alcune cupole ricordano una cassata, tempestata di canditi, altre assomigliano a certi gelati bi-gusto, con le creme, di colori diversi, attorcigliate fino alla punta.
Sarà per via dell’aria tersa e delle luci ma è tutto nitido, acceso, quasi fosse stato ritoccato con un filtro. Davanti a me c’è il muro di cinta, alla mia destra una delle torri, detta Troickaja, in cima la stella rossa che pare incandescente, alla sinistra l’hotel Four Seasons, settecento euro a notte. L’albergo di Bill Gates si affaccia su quella che al tempo di Ivan il Terribile era una prigione, adesso entrambi gli edifici accolgono turisti con la grana.
Mosca è una meraviglia, le luminarie delle feste di fine anno sono ancora accese e c’è un’atmosfera da favola, si vede che il sindaco ha messo mano al portafoglio, per far dimenticare quello che succede a poche centinaia di chilometri da qua.
In realtà non so un cazzo, era bella anche prima, solo che non ci venivo mai, se non di passaggio, se per caso avevo un appuntamento in centro.
Altrimenti me ne stavo in albergo e pensa quante cose, quante opportunità mancate in questi anni, sempre a frequentare gli stessi posti deprimenti, a mezz’ora di strada da qua, capannoni fatiscenti di epoca sovietica, i pavimenti devastati, sporco e puzza di piscio ovunque.
Un’altra galassia.
Faccio due foto mentre aspetto il taxi, che ci impiega qualche minuto di troppo. Salgo in auto con il pollice, la lingua e la mascella induriti dal gelo.
L’autista ha il cranio lucido e i tratti asiatici, l’aria sveglia, ha voglia di chiacchierare, io faccio fatica ad articolare le parole, come quando esci dal dentista.
Dice che è della Repubblica di Calmucchia, Kalmykija in russo. Una regione a sud, con un lembo di terra che si affaccia sul mar Caspio. Ventitre anni che vengo qua e non ne ho mai sentito parlare, mai nominata, zero. Mergen, l’autista, è di origine calmucca, mi spiega che è il principale gruppo etnico della sua regione, deriva dai mongoli.
In Calmucchia sono quasi tutti buddisti.
“Ah quindi sei buddista?”
“Io no, sono ortodosso.” risponde risentito.
Ha lavorato per diversi anni nell’esercito, adesso è in pensione e arrotonda con il taxi.
“Ti è andata bene che non sei più nell’esercito.”
“Al fronte ci sono tanti buriati, anche loro vengono dalla Mongolia.”
“Ma è vero che li hanno mandati apposta? Perché sono buriati?”
“No, sono volontari. Ma sono volontari perché non trovano lavoro. In Russia tutto il sud è senza lavoro.”
“Non solo in Russia.”
Scendo dall’auto dopo venti minuti che ho il pollice ancora intorpidito.
In camera accendo la tv. A casa non funziona neanche, sono tre anni che non vedo un tg o un talk-show, giusto qualche partita della nazionale in streaming. Qua invece guardo sempre programmi, notiziari o dibattiti politici, mi tengono compagnia e poi ascolto la lingua, quella dei giornalisti, degli speaker, è pulita, articolata, usano termini comuni.
Ho iniziato più di venti anni fa a guardare i telegiornali russi, ci capivo poco ma c’era una moretta bella ed elegante, Ekaterina Andreeva, che leggeva le notizie della sera e aveva una pronuncia comprensibile.
Facevo fatica a seguire i film locali perché l’audio era scadente, come il mio russo. Era il 2000, dopo un decennio di far west economico e sociale la Russia era in pieno orgasmo capitalista e in tv c’erano solo reclame di roba da pochi soldi che tutti, più o meno, si potevano permettere: birre, gomme da masticare Orbit, rasoi e schiuma da barba Gillette, il modello con il mento liscio circondato da bonazze con i capelli lucidi e voluminosi grazie allo shampoo De L’Oreal Paris. A tavola scorrevano fiumi di maionese e guai a servire zuppe o carne senza il dado Galina Blanca. Nei detersivi c’era ancora lo spot comparativo tipo “Il mio fustino Omo non lo scambio.”
Era metà agosto che i telegiornali avevano dato la notizia di un incidente grave, parlavano di un sottomarino nucleare.
Il Kursk si era inabissato sul fondale del Mar Glaciale Artico, c’era stata un’esplosione durante un’esercitazione militare. A bordo si trovavano oltre cento persone, i commentatori in tv sostenevano che la maggior parte fosse morta al momento dello scoppio ma c’era la possibilità che ci fossero dei superstiti. Nei giorni successivi guardammo tutti i notiziari, i filmati mostravano i tentativi di salvataggio. Militari e giornalisti avvolti in giacche pesanti che parlavano con il mare sullo sfondo, ufficiali con la divisa scura e il cappello bianco, i volti smarriti. Scene di repertorio con marinai che armeggiavano nella sala comandi di un sottomarino, le mani che giravano levette e cursori su una consolle grigia. Aleksandr, il prof, era turbato, quasi fosse coinvolto direttamente. Era una corsa contro il tempo perché le scorte di ossigeno a bordo erano limitate, se c’erano dei sopravvissuti rischiavano di fare la fine del topo in trappola.
Dopo qualche giorno annunciarono che il comandante era morto, nel servizio si vedeva il presidente Putin, vestito di nero e col viso stanco, che incontrava la moglie dell’ufficiale, una signora sulla quarantina coi capelli corti, pallida e col volto inespressivo. Sedevano fianco a fianco nel soggiorno della vittima, alle loro spalle un tappeto intrecciato appeso alla parete.
La telecamera seguiva la vedova e il presidente mentre scendevano le scale poco illuminate del condominio, le pareti giallognole scrostate e piene di scritte.
Quasi non ci avevo fatto caso, me lo aveva fatto notare Saša, con amarezza:
“Vedi, tutto il paese vive nelle stesse condizioni. Anche il comandante del sottomarino atomico abita in un palazzone malridotto.”
Dopo venti e passa anni, le pubblicità sono diventate ultra tecnologiche, laser, info-grafiche, riferimenti all’Intelligenza Artificiale alternati a scenette di idillio familiare. Per lo più contratti telefonici e prestiti bancari, non mancano le salse barbecue e gli jogurt magri, mi pare che ultimamente siano spariti i marchi tipo Nestlè.
Sul primo canale c’è uno speciale sul summit tra Russia e Repubblica del Congo, che si è appena concluso nel paese africano. Interviene l’ambasciatore russo, dice che Mosca offre servizi di IT, aziende come Yandex, l’equivalente di Google in Russia, stanno aprendo nuove sedi a Brazzaville e Kinshasa.
Stacco di camera sul ministro degli esteri, Sergej Lavrov, l’espressione provata sul viso serio, impassibile, il tono profondo e metallico da tabagista indefesso. Fa un intervento su Patrice Lumumba, eroe congolese assassinato dagli americani.
Al termine, due uomini che indossano una tunica bianca, immacolata, gli porgono una bella scimitarra, la lama supera il metro di lunghezza. Difficile che gliela facciano portare a bordo sul volo di ritorno.
Seguono le immagini di congolesi festanti che sventolano le bandiere russe, il cielo azzurrissimo e le palme sullo sfondo.
Qualcuno indossa un caftano beige e un cappello di carta coi colori bianco, blu e rosso. La commentatrice fa notare che l’Africa è un mercato interessante, un potenziale sbocco per il petrolio e il gas di Mosca. Un giornalista la interrompe: “Ricordiamoci che per secoli l’Africa è stata fonte di ricchezza per l’Occidente.”
Il notiziario prosegue con il terremoto in Turchia.
Macerie color beige, il cielo blu impolverato e migliaia di uomini e donne in preda alla disperazione, sono arrivati i soccorritori russi, intervistano dei giovani, carichi di provviste, sono qui per offrire supporto medico. Poi di nuovo guerra, i russi bombardano un villaggio dove si nascondono i “nazionalisti ucraini”, spesso chiamati anche “ucronazi”. L’artiglieria spara su un gruppo di edifici a sei o sette piani, nel Donbass.
Li tirano giù uno dopo l’altro. Intervistano un soldato russo, al fronte: “I Leopard li centriamo con facilità, siamo bene equipaggiati e con il morale alto.
Gli ucraini sono in difficoltà, mandano al fronte ragazzini appena mobilitati, carne da cannone. Non possono vincere.” conclude sorridendo, sicuro di sé.
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