Riprendo l'articolo che ho scritto sabato per "Alias" de "Il Manifesto" dedicato allo ZamRock, la scena sviluppatasi tra Sessanta e Settanta in ZAMBIA.
Significativo il viaggio tribolato, tragico e complesso, che ha fatto quel seme musicale deportato dall'Africa alle Americhe con le navi negriere, germinato, dopo ulteriori traversie e contaminazioni, con il nome di blues e jazz, poi evolutosi in soul, rhythm and blues e funk e tornato alle orecchie africane, paradossalmente grazie alle forze di occupazione coloniali.
Furono loro a modernizzare i sistemi di comunicazione nelle terre colonizzate mentre le radio e le televisioni (tra gli anni 50/60/70) incominciavano, anche in Africa, ad essere raggiungibili da sempre più persone.
Fu (anche) attraverso ciò che migliaia di giovani incominciarono ad ascoltare come era diventata la loro musica dopo quel lungo viaggio. Fela Kuti si innamorò del sound di James Brown (che a sua volta venne influenzato dallo stesso musicista nigeriano), nella “Swinging Addis Abeba” si ballava e suonavano canzoni dal timbro swing, presumibilmente mutuate dall'ascolto di Natalino Otto, Fred Buscaglione o Duo Fasano. La situazione nel poco conosciuto e pressoché dimenticato Zambia non è dissimile ma più particolare.
Ex protettorato britannico con il nome di Rhodesia Settentrionale, ottenne l'indipendenza nel 1964, ritrovandosi sommerso dalle difficoltà di tutti paesi che progressivamente si affrancavano dal colonialismo, sia economiche che politico/sociali.
Il presidente Kenneth Kaunda riuscì, con una gestione mirata alla conciliazione e all'equilibrio, ad evitare contrasti armati o guerre civili che caratterizzarono invece molte delle altre indipendenze. Impose anche che il 95% della musica trasmessa nelle radio dovesse essere di origine Zambiana.
Decisione che comportò la necessità da parte dei musicisti di comporre materiale originale e che in qualche modo attingesse dalla tradizione locale.
Curiosamente i riferimenti principali della scena Zambiana furono indirizzati verso il rock più duro e psichedelico in circolazione a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, da Jimi Hendrix ai Cream addirittura Deep Purple o Steppenwolf, ma a cui non mancava una componente funk e influenze.
Una particolarità pressoché unica nella musica africana, anche considerando il fatto che mentre altre nazioni (dalla Nigeria al SudAfrica) si sono avvalse dell'aiuto di capitali europei o americani, in questo caso fu qualcosa di totalmente autonomo e autogestito.
Senza dimenticare che non di rado i testi affrontavano temi scottanti come il razzismo, l'apartheid (ancora in essere in Sud Africa e particolarmente efferato fino a pochi anni prima proprio in Rhodesia).
Nel 1974, per rispondere alla crescente richiesta di dischi da stampare, fu fondata nella capitale Lusaka la Teal Record Company Zambia che evitò di doversi rivolgersi, con costi spesso proibitivi, all'estero per la realizzazione dei dischi.
Rikki Ililonga fu tra i primi a creare le basi dello ZamRock con una fusione di psichedelia Hendrixiana, folk rock e addirittura echi di Velvet Underground.
I Crossbones, nati dalla fusione di Born Free e Afro Dynamite, suonavano un duro hard rock, stemperato da episodi di funk psichedelico duro e visionario come testimonia l'album “Wise man” pubblicato a metà degli anni 70.
Il chitarrista Paul Ngozi, spesso attivo anche con la band Ngozi Family, si è pure lui mosso in territori acidi e ruvidi, molto Hendrixiani, omaggiando fin dal nome del suo primo gruppo, i Three Years Before, una band a lui molto cara, i Ten Years After.
L'album del 1976 “45.00 Volts”, arriva perfino a folate proto punk e a non troppo velati omaggi alle atmosfere dei Black Sabbath.
Teddy Chisi partì con due album piuttosto ruvidi per poi approdare a uno splendido connubio di funk, soul dalla palese ispirazione Stax Records, psichedelia e afro beat in “Funky Lady” nel 1977, aiutato dai The Mo-Solid Sounds, nuovo nome di un'altra ottima band locale, i Fireballs.
Keith Mlevu è stato tra i principali esponenti della scena, particolarmente prolifico ed eclettico.
Oltre al consueto mix di funk e psichedelia, si è spinto anche in ambito Southern Rock e prog, rock blues, guardando successivamente anche al reggae, caratterizzandosi per una pressoché totale autarchia compositiva ed esecutiva, suonando tutti gli strumenti in ognuna delle sue incisioni.
Gli Amanaz (acronimo di Ask Me About Nice Artists in Zambia / Chiedimi dei bravi artisti in Zambia).
L'unico album del gruppo, “Africa”, del 1975, uno dei più rappresentativi dello ZamRock, è il perfetto anello di congiunzione tra rock blues, elementi prog e folk locale.
Non a caso le foto di copertina li vedono raffigurati con vestiti hippie/psichedelici in un villaggio davanti a capanne in fango e paglia.
Molto particolare anche la tipologia di registrazione (durò tre giorni, incluso il tempo per comporre i brani direttamente in studio), molto scarna e diretta, con base ritmica molto in evidenza, a scapito delle chitarre.
Il disco è una sorta di concept che narra delle storture del colonialismo e ripercorre la tragedia dello schiavismo in “History Of A Man”). Una volta stabilito lo status di “scena Zamrock” con un buon numero di band, l'arrivo dell'AIDS, ne decimò gli esponenti.
Negli anni Ottanta si calcola che nel paese oltre un milione abbondante di giovani (su una popolazione di meno di 20 milioni di abitanti) morì per la malattia.
Dei WITCH (We Intend To Cause Havoc / Intendiamo fare casino), la band più nota dello ZamRock, rimase il solo leader, Emanuel "Jagari" Chanda.
Al tutto si aggiunse una pesante crisi economica e il crescente autoritarismo del governo.
In breve le band scomparvero, lo ZamRock sprofondò nell'oblìo, lo stesso Jagari lasciò la formazione che dal rock blues originario si spinse successivamente verso sonorità discomusic, guardando a Earth, Wind and Fire ma sempre con una buona dose di originalità e personalità.
Nel 2013 Jagari lascia la cava di pietre dove ormai lavorava da tempo, dopo essere stato “riscoperto” dal regista Gio Arlotta, che gira un documentario sul fenomeno africano e dal musicista olandese Jacco Gardner.
La band si riforma, ricomincia a suonare, ritrova interesse e plauso e nel 2023 torna in scena con l'ottimo album “Zango”.
Da poco è stato pubblicato un eccellente seguito, “Sogolo”, in cui danno una lucidata al marchio di fabbrica, aggiungono una buona dose di afrobeat, una moderna visione della psichedelia, un giusto colore di tradizione e folk, rivelando una freschezza sorprendente e un taglio artistico più che attuale.
Una storia pressoché unica, della quale hanno fatto parte tanti altri nomi (The Peace, Chrissy “Zebby” Tembo, Salty Dog, i pionieri Musi-o-Tunya), che hanno saputo creare musica incredibile, in un contesto difficilissimo e senza alcun supporto, riuscendo, proprio per quello, a preservare la loro purezza e spontaneità creativa.
Grazie alla sempre benemerita etichetta tedesca Analog Africa è finalmente reperibile buona parte del materiale più interessante.
"Inseguivamo le band europee e americane. Volevamo essere come loro. Lavoravamo sodo, vivevamo nella stessa casa di due stanze. Ogni giorno, se non avevamo un concerto da qualche parte, facevamo circa sei chilometri a piedi con le nostre chitarre, fino a un posto chiamato Mindolo.
Era lì che il nostro manager gestiva i suoi affari: un negozio di alimentari. In cima c'era un magazzino che usavamo per provare.
Era un'ottima cosa, perché potevamo rubare un po' di roba, come carne in scatola, per la cena.
Provavamo le cover dei Rolling Stones, dei Deep Purple, dei Grand Funk Railroad, dei Black Sabbath. Scrivevamo i testi così come li sentivamo. Abbiamo iniziato a tenere i capelli afro, i pantaloni a zampa d'elefante, le camicie flower power, come vedevamo vestirsi Jimi Hendrix e James Brown." (intervista a Jagari dei WITCH)
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mercoledì, gennaio 14, 2026
venerdì, gennaio 09, 2026
Seun Kuti
Riprendo l'articolo/intervista dedicato a SEUN KUTI che ho curato per "Alias" de "Il Manifesto" lo scorso sabato.
Seun Kuti è figlio di uno degli artisti più influenti del secolo scorso, Fela Kuti, rivoluzionario, musicista e attivista nigeriano, inventore dell’Afrobeat. Dal padre ha preso la voglia di lottare contro ingiustizie, corruzione e l'arroganza del potere che nel suo paese natale è sempre stata una piaga.
Ma anche il dono dell'amore per la musica. Con i suoi Egypt 80 ha inciso una decina di album, l'ultimo dei quali “Heavier Yet (Lays The Crownless Head)”, prodotto da Lenny Kravitz, per l'etichetta italiana RecordKicks. ‘Black Times, nel 2018, era stato candidato ai Grammy Awards come miglior album world.
Il suo sound prosegue la traccia paterna, a base di afrobeat, funk, soul e uno sguardo all'hip hop. “Voglio fare l’afrobeat per la mia generazione.Invece che ‘alzati e combatti’, il messaggio deve diventare: alzati e pensa”.
Recentemente si è schierato con l'organizzazione Artists Against Apartheid in supporto alla causa palestinese.
E' noto quanto sia difficoltoso per i figli di grandi artisti, musicali e non, prendere in carico l'eredità lasciata dai genitori.
Il più delle volte riproporsi nelle vesti che furono/sono del padre o della madre, comporta un costante confronto con i predecessori, che raramente riesce ad essere all'altezza. Talvolta il raffronto è addirittura imbarazzante e impietoso.
Figurarsi quando tuo padre si chiamava Fela Kuti, uno dei musicisti più grandi (se non il più rappresentativo in assoluto), usciti dal continente africano.
Ma il più giovane dei suoi numerosi figli, Seun Kuti, era già preparato a proseguire la sua missione, sia artistica che politica e ideologica. Fin dalla tenera età si è interessato alla musica, ha studiato come il padre in Inghilterra al Liverpool Institute of Arts, compiuto i primi passi nella musica con la funk band dei River Niger e nel 1997, alla morte del padre, ha preso le redini degli Egypt 80, la sua band, per poi, nel tempo, diventare sempre più impegnato politicamente, attività che ha affiancato costantemente a quella musicale.
Artisticamente è progressivamente cresciuto, le sue produzioni musicali sono diventate sempre più autorevoli, distaccandosi dall'ombra del genitore e acquisendo un profilo sempre più autonomo.
Basti pensare che si è scomodato per lui Brian Eno, coproduttore del suo secondo album del 2011, “From Africa with Fury: Rise for Knitting Factory Records” e che “Black Times” del 2018 ha ricevuto una nomination ai Grammy Awards. In poche parole è diventato uno dei più importanti ambasciatori dell'Afrobeat e di quei suoni provenienti dal continente africano sempre più considerati da pubblico e critica in Europa e States.
Seun, raggiunto per una breve ed esclusiva intervista (grazie a Nicolò Pozzoli dell'etichetta Record Kicks), è però piuttosto critico su questo aspetto:
La musica pop commerciale è chiamata così perché diventa un veicolo di promozione di beni di consumo e del consumismo. E’ un po' quello che sta accadendo con la musica Afrobeat: elogia la ricchezza, lo sperpero del denaro, non curante delle necessità della povera gente. Ovviamente la Nigeria (e questo è un bene) è sotto i riflettori e ne trova beneficio ma non è quella la Nigeria di cui mi piace parlare. L’Afrobeat, ovvero la musica che io faccio e che mio padre ha inventato, rappresenta le radici della nostra tradizione e la gente comune, povera. Qualcuno potrebbe pensare che questo sia un concetto noioso, antico. Ma io invece credo che sia più che mai attuale.
Svincolato dal fardello paterno non esita però a continuare a ritenerlo una guida artistica quando si parla delle sue principali influenze:
Sicuramente mio padre. Poi aggiungerei Manu Dibango, Ebo Taylor, tutti i grandi maestri – non necessariamente noti al grande pubblico – che ho incontrato nella mia carriera. Ma mi piace trarre ispirazione anche da generi diversi dal mio, dal rap al reggae passando per il jazz. Tra i miei artisti reggae preferiti c’è un italiano: Alborosie.
Con l'Italia Seun Kuti ha stretto un forte legame, pubblicando lo scorso anno l'album “Heavier Yet (Lays The Crownless Head)” per l'etichetta milanese Record Kicks, con sei brani di afrobeat, soul, funk, prodotto da Lenny Kravitz, con ospiti del calibro di Damian Marley e Sampa The Great. Un lavoro di grandissima potenza emotiva e comunicativa, con testi che invitano al cambiamento sociale e all'emancipazione della sua gente.
Sound perfetto, ritmi travolgenti, canzoni eccellenti.
Non sono stato io a chiamare Lenny Kravitz. O meglio: ho scoperto che lui mi seguiva su Instagram. Non credevo di essere abbastanza noto da essere considerato da lui. Quando l’ho visto, ho contraccambiato il “follow” e gli ho mandato un messaggio. Da lì ci siamo sentiti e risentiti e abbiamo parlato della possibilità di lavorare insieme alla produzione del mio album. Poi ci siamo conosciuti per la prima volta di persona la scorsa estate a Parigi e subito dopo siamo entrati in studio. Mi ha aperto un mondo, sia dal punto di vista artistico che professionale. Il suo approccio umile, professionale e rispettoso nei confronti del lavoro, è stato il più grande insegnamento. E ovviamente so che il disco suona in questa maniera anche grazie al suo supporto. Quando eravamo in studio mi ha chiesto di confrontarci tanto perché voleva che quell’interazione fosse uno scambio di conoscenze tra noi.
Seun è instancabile nel percorrere su e giù i continenti in concerto, per portare la sua musica in ogni angolo del mondo. Di conseguenza è interessante conoscere la sua opinione sulle differenze riscontrate tra le varie platee.
I concerti più belli li facciamo in Europa e UK. Non me ne vogliano gli altri però sento che il pubblico europeo e britannico siano quelli che maggiormente apprezzano la mia musica. Ho appena terminato un tour di trentuno concerti tra UK e Europa (più due in Australia) con tantissimi sold out. E il pubblico ne voleva ancora e ancora. Negli Stati Uniti suoniamo nei festival più importanti. Siamo stati al Coachella 2025 e in un lungo tour in Brasile.
Sempre attento e severo invece nei confronti del suo luogo di origine:
Sull’Africa ti direi che i pareri sono molto contrastanti. Dipende da che parte sei. Se pensi che le battaglie che sostengo con la mia musica non siano importanti per il nostro popolo, non puoi avere un approccio positivo rispetto alla mia musica. Anzi, tenderanno a screditarla.
Il suo sound è in costante evoluzione, in ottemperanza alla precisa volontà artistica di fondere tradizione e futuro, cosa che gli sta riuscendo parecchio bene.
Allo stesso modo è interessante e confortante vedere quanto la sua passione politica non sia stata scalfita dalla sempre maggiore popolarità e come abbia una visione sempre lucida, concreta, militante, senza inutili estremismi.
Fino a quando l’Africa sarà trattata come una nazione da colonizzare non ci sarà mai pace. Ci sarà un conflitto perenne in cui gli attori in campo saranno i conquistatori, i loro complici sui vari territori e la gente che si ribellerà. Spero che la pace non significhi resa.
Ogni africano ha problemi: il problema della casa, problemi per strada, problemi di lavoro, problemi nella scuola, problemi etnici, problemi con i governi.
Altrettanto interessante la considerazione sul potere salvifico o di cambiamento della musica, che, soprattutto negli ultimi anni sembra essersi sempre più ripiegata su un ruolo di gradevole sottofondo o poco più, depotenziata di ogni potere eversivo.
Mio padre diceva “la musica è un’arma”. E io aggiungo “ma non è la battaglia”. Le battaglie si compiono negli ambienti della politica, delle banche, negli ospedali che diventano sempre meno accessibili alla povera gente. La musica può aiutare la gente a riflettere ma deve essere la società predisposta ad accoglierla positivamente e in questo mondo devoto al consumismo, c’è sempre meno spazio per la musica ribelle e rivoluzionaria.
Ebbene, a fronte di questa conclusiva dichiarazione, forte e potente, possiamo considerarci fortunati di potere disporre delle idee, della musica, della caparbietà di un musicista altamente creativo, ricco di inventiva, alla ricerca costante di nuovi orizzonti, non solo artistici ma anche ideologici, sociali, intensamente politici.
Non trascuriamolo.
Seun Kuti è figlio di uno degli artisti più influenti del secolo scorso, Fela Kuti, rivoluzionario, musicista e attivista nigeriano, inventore dell’Afrobeat. Dal padre ha preso la voglia di lottare contro ingiustizie, corruzione e l'arroganza del potere che nel suo paese natale è sempre stata una piaga.
Ma anche il dono dell'amore per la musica. Con i suoi Egypt 80 ha inciso una decina di album, l'ultimo dei quali “Heavier Yet (Lays The Crownless Head)”, prodotto da Lenny Kravitz, per l'etichetta italiana RecordKicks. ‘Black Times, nel 2018, era stato candidato ai Grammy Awards come miglior album world.
Il suo sound prosegue la traccia paterna, a base di afrobeat, funk, soul e uno sguardo all'hip hop. “Voglio fare l’afrobeat per la mia generazione.Invece che ‘alzati e combatti’, il messaggio deve diventare: alzati e pensa”.
Recentemente si è schierato con l'organizzazione Artists Against Apartheid in supporto alla causa palestinese.
E' noto quanto sia difficoltoso per i figli di grandi artisti, musicali e non, prendere in carico l'eredità lasciata dai genitori.
Il più delle volte riproporsi nelle vesti che furono/sono del padre o della madre, comporta un costante confronto con i predecessori, che raramente riesce ad essere all'altezza. Talvolta il raffronto è addirittura imbarazzante e impietoso.
Figurarsi quando tuo padre si chiamava Fela Kuti, uno dei musicisti più grandi (se non il più rappresentativo in assoluto), usciti dal continente africano.
Ma il più giovane dei suoi numerosi figli, Seun Kuti, era già preparato a proseguire la sua missione, sia artistica che politica e ideologica. Fin dalla tenera età si è interessato alla musica, ha studiato come il padre in Inghilterra al Liverpool Institute of Arts, compiuto i primi passi nella musica con la funk band dei River Niger e nel 1997, alla morte del padre, ha preso le redini degli Egypt 80, la sua band, per poi, nel tempo, diventare sempre più impegnato politicamente, attività che ha affiancato costantemente a quella musicale.
Artisticamente è progressivamente cresciuto, le sue produzioni musicali sono diventate sempre più autorevoli, distaccandosi dall'ombra del genitore e acquisendo un profilo sempre più autonomo.
Basti pensare che si è scomodato per lui Brian Eno, coproduttore del suo secondo album del 2011, “From Africa with Fury: Rise for Knitting Factory Records” e che “Black Times” del 2018 ha ricevuto una nomination ai Grammy Awards. In poche parole è diventato uno dei più importanti ambasciatori dell'Afrobeat e di quei suoni provenienti dal continente africano sempre più considerati da pubblico e critica in Europa e States.
Seun, raggiunto per una breve ed esclusiva intervista (grazie a Nicolò Pozzoli dell'etichetta Record Kicks), è però piuttosto critico su questo aspetto:
La musica pop commerciale è chiamata così perché diventa un veicolo di promozione di beni di consumo e del consumismo. E’ un po' quello che sta accadendo con la musica Afrobeat: elogia la ricchezza, lo sperpero del denaro, non curante delle necessità della povera gente. Ovviamente la Nigeria (e questo è un bene) è sotto i riflettori e ne trova beneficio ma non è quella la Nigeria di cui mi piace parlare. L’Afrobeat, ovvero la musica che io faccio e che mio padre ha inventato, rappresenta le radici della nostra tradizione e la gente comune, povera. Qualcuno potrebbe pensare che questo sia un concetto noioso, antico. Ma io invece credo che sia più che mai attuale.
Svincolato dal fardello paterno non esita però a continuare a ritenerlo una guida artistica quando si parla delle sue principali influenze:
Sicuramente mio padre. Poi aggiungerei Manu Dibango, Ebo Taylor, tutti i grandi maestri – non necessariamente noti al grande pubblico – che ho incontrato nella mia carriera. Ma mi piace trarre ispirazione anche da generi diversi dal mio, dal rap al reggae passando per il jazz. Tra i miei artisti reggae preferiti c’è un italiano: Alborosie.
Con l'Italia Seun Kuti ha stretto un forte legame, pubblicando lo scorso anno l'album “Heavier Yet (Lays The Crownless Head)” per l'etichetta milanese Record Kicks, con sei brani di afrobeat, soul, funk, prodotto da Lenny Kravitz, con ospiti del calibro di Damian Marley e Sampa The Great. Un lavoro di grandissima potenza emotiva e comunicativa, con testi che invitano al cambiamento sociale e all'emancipazione della sua gente.
Sound perfetto, ritmi travolgenti, canzoni eccellenti.
Non sono stato io a chiamare Lenny Kravitz. O meglio: ho scoperto che lui mi seguiva su Instagram. Non credevo di essere abbastanza noto da essere considerato da lui. Quando l’ho visto, ho contraccambiato il “follow” e gli ho mandato un messaggio. Da lì ci siamo sentiti e risentiti e abbiamo parlato della possibilità di lavorare insieme alla produzione del mio album. Poi ci siamo conosciuti per la prima volta di persona la scorsa estate a Parigi e subito dopo siamo entrati in studio. Mi ha aperto un mondo, sia dal punto di vista artistico che professionale. Il suo approccio umile, professionale e rispettoso nei confronti del lavoro, è stato il più grande insegnamento. E ovviamente so che il disco suona in questa maniera anche grazie al suo supporto. Quando eravamo in studio mi ha chiesto di confrontarci tanto perché voleva che quell’interazione fosse uno scambio di conoscenze tra noi.
Seun è instancabile nel percorrere su e giù i continenti in concerto, per portare la sua musica in ogni angolo del mondo. Di conseguenza è interessante conoscere la sua opinione sulle differenze riscontrate tra le varie platee.
I concerti più belli li facciamo in Europa e UK. Non me ne vogliano gli altri però sento che il pubblico europeo e britannico siano quelli che maggiormente apprezzano la mia musica. Ho appena terminato un tour di trentuno concerti tra UK e Europa (più due in Australia) con tantissimi sold out. E il pubblico ne voleva ancora e ancora. Negli Stati Uniti suoniamo nei festival più importanti. Siamo stati al Coachella 2025 e in un lungo tour in Brasile.
Sempre attento e severo invece nei confronti del suo luogo di origine:
Sull’Africa ti direi che i pareri sono molto contrastanti. Dipende da che parte sei. Se pensi che le battaglie che sostengo con la mia musica non siano importanti per il nostro popolo, non puoi avere un approccio positivo rispetto alla mia musica. Anzi, tenderanno a screditarla.
Il suo sound è in costante evoluzione, in ottemperanza alla precisa volontà artistica di fondere tradizione e futuro, cosa che gli sta riuscendo parecchio bene.
Allo stesso modo è interessante e confortante vedere quanto la sua passione politica non sia stata scalfita dalla sempre maggiore popolarità e come abbia una visione sempre lucida, concreta, militante, senza inutili estremismi.
Fino a quando l’Africa sarà trattata come una nazione da colonizzare non ci sarà mai pace. Ci sarà un conflitto perenne in cui gli attori in campo saranno i conquistatori, i loro complici sui vari territori e la gente che si ribellerà. Spero che la pace non significhi resa.
Ogni africano ha problemi: il problema della casa, problemi per strada, problemi di lavoro, problemi nella scuola, problemi etnici, problemi con i governi.
Altrettanto interessante la considerazione sul potere salvifico o di cambiamento della musica, che, soprattutto negli ultimi anni sembra essersi sempre più ripiegata su un ruolo di gradevole sottofondo o poco più, depotenziata di ogni potere eversivo.
Mio padre diceva “la musica è un’arma”. E io aggiungo “ma non è la battaglia”. Le battaglie si compiono negli ambienti della politica, delle banche, negli ospedali che diventano sempre meno accessibili alla povera gente. La musica può aiutare la gente a riflettere ma deve essere la società predisposta ad accoglierla positivamente e in questo mondo devoto al consumismo, c’è sempre meno spazio per la musica ribelle e rivoluzionaria.
Ebbene, a fronte di questa conclusiva dichiarazione, forte e potente, possiamo considerarci fortunati di potere disporre delle idee, della musica, della caparbietà di un musicista altamente creativo, ricco di inventiva, alla ricerca costante di nuovi orizzonti, non solo artistici ma anche ideologici, sociali, intensamente politici.
Non trascuriamolo.
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venerdì, ottobre 11, 2024
Bobo Yé Yé in Alto Volta
Situato in Africa Occidentale l’Alto Volta (dagli anni Ottanta Burkina Faso, grazie all'opera dell'indimenticato Thomas Sankara) divenne colonia francese tra il 1896 e il 1898, per conquistare poi l'indipendenza nel 1960.
L'autodeterminazione creò una serie di problemi comuni a molte entità post coloniali, tra disordini, instabilità politica, guerriglie, colpi di stato.
Ma favorì anche una notevole esplosione artistica e culturale.
Si creò la scena BOBO YE' YE', rappresentata musicalmente da band come i VOLTA JAZZ, attivi tra il 1964 e metà dei Settanta, COULIBALY TIDIANI e la sua Authentique Orchestre Dafra Star, LES IMBATTABLES LEOPARDS, Echo de L'Africa e altri, soprattutto nei primi anni Settanta.
Il sound assimilava elementi folk autoctoni, rumba congolese, funk, rhythm and blues, musica afro cubana ma anche rock, blues, tribalismo, canzone francese.
La compilation Bobo Yé Yé: Belle Epoque in Upper Volta documenta con 37 favolosi esempi sonori, perfetta testimonianza di quel personalissimo suono.
https://boboyeye.bandcamp.com/album/bobo-y-y-belle-epoque-in-upper-volta
Il fotografo SANLE' SORY ha documentato la scena Bobo Yé Yé (vedi le immagini in cima al post).
Sory ha iniziato la sua carriera fotografica nel 1960 a Bobo-Dioulasso, centro culturale del paese all'epoca.
Più avanti nel decennio, ha aperto Volta Studio.
L'autodeterminazione creò una serie di problemi comuni a molte entità post coloniali, tra disordini, instabilità politica, guerriglie, colpi di stato.
Ma favorì anche una notevole esplosione artistica e culturale.
Si creò la scena BOBO YE' YE', rappresentata musicalmente da band come i VOLTA JAZZ, attivi tra il 1964 e metà dei Settanta, COULIBALY TIDIANI e la sua Authentique Orchestre Dafra Star, LES IMBATTABLES LEOPARDS, Echo de L'Africa e altri, soprattutto nei primi anni Settanta.
Il sound assimilava elementi folk autoctoni, rumba congolese, funk, rhythm and blues, musica afro cubana ma anche rock, blues, tribalismo, canzone francese.
La compilation Bobo Yé Yé: Belle Epoque in Upper Volta documenta con 37 favolosi esempi sonori, perfetta testimonianza di quel personalissimo suono.
https://boboyeye.bandcamp.com/album/bobo-y-y-belle-epoque-in-upper-volta
Il fotografo SANLE' SORY ha documentato la scena Bobo Yé Yé (vedi le immagini in cima al post).
Sory ha iniziato la sua carriera fotografica nel 1960 a Bobo-Dioulasso, centro culturale del paese all'epoca.
Più avanti nel decennio, ha aperto Volta Studio.
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Sounds of Africa
lunedì, ottobre 07, 2024
*** Seun Kuti & Egypt 80 - Heavier Yet (Lays The Crownless Head)
*** Myles Sanko - Let It Unfold
*** Thee Sacred Souls - Got A Story To Tell
*** Leon Bridges - Leon
MT Jones - s/t
Seun Kuti & Egypt 80 - Heavier Yet (Lays The Crownless Head)
Il figlio più giovane di Fela Kuti ne ha raccolto l'eredità musicale e sociale, portando avanti il progetto Egypt 80.
Al quinto album approda alla nostra Record Kicks con sei brani di afrobeat, soul, funk.
Prodotto da Lenny Kravitz, con ospiti del calibro di Damian Marley e Sampa The Great, sfodera un album di grandissima potenza emotiva e comunicativa, con testi che invitano al cambiamento sociale e all'emancipazione della sua gente. Sound perfetto, ritmi contagiosi, canzoni eccellenti.
Myles Sanko - Let It Unfold
Il cantante e musicista inglese è una garanzia di qualità.
Il nuovo lavoro ce lo conferma alle prese con un mix di soul, funk, retaggi afro, marcate influenze jazz, qualche cenno di hip hop.
Produzione eccelsa, Curtis Mayfield spesso in agguato.
Album di grande pregio, ricchissimo di groove e canzoni eccellenti.
Thee Sacred Souls - Got A Story To Tell
Al secondo album la band di San Diego ribadisce l'amore per il vintage soul anni Sessanta, sia nei suoni che nella composizione.
I ritmi sono costantemente bassi, mellow, soft, bluesy, con un uso elegante di archi e fiati, tra Percy Sledge e il Marvin Gaye più dolciastro.
Per gli amanti di questo mood, un ascolto perfetto.
Leon Bridges - Leon
All'eleganza del pluri premiato soul man texano siamo abituati e il nuovo album ne è una felice conferma.
Tredici brani di soul melodico, caldo, raramente up tempo ("Panther City" è una bellissima eccezione), con tinte gospel blues e jazz.
Alla lunga i toni sono ripetitivi e il lavoro perde mordente ma l'ascolto rimane gradevole. MT Jones - s/t
Ep d'esordio autoprodotto per il cantante inglese. Quattro ottimi brani mid-tempo intrisi di care buone vecchie influenze soul 60/70. Ottima voce e interpretazione di gran gusto. Da tenere d'occhio.
Il figlio più giovane di Fela Kuti ne ha raccolto l'eredità musicale e sociale, portando avanti il progetto Egypt 80.
Al quinto album approda alla nostra Record Kicks con sei brani di afrobeat, soul, funk.
Prodotto da Lenny Kravitz, con ospiti del calibro di Damian Marley e Sampa The Great, sfodera un album di grandissima potenza emotiva e comunicativa, con testi che invitano al cambiamento sociale e all'emancipazione della sua gente. Sound perfetto, ritmi contagiosi, canzoni eccellenti.
Myles Sanko - Let It Unfold
Il cantante e musicista inglese è una garanzia di qualità.
Il nuovo lavoro ce lo conferma alle prese con un mix di soul, funk, retaggi afro, marcate influenze jazz, qualche cenno di hip hop.
Produzione eccelsa, Curtis Mayfield spesso in agguato.
Album di grande pregio, ricchissimo di groove e canzoni eccellenti.
Thee Sacred Souls - Got A Story To Tell
Al secondo album la band di San Diego ribadisce l'amore per il vintage soul anni Sessanta, sia nei suoni che nella composizione.
I ritmi sono costantemente bassi, mellow, soft, bluesy, con un uso elegante di archi e fiati, tra Percy Sledge e il Marvin Gaye più dolciastro.
Per gli amanti di questo mood, un ascolto perfetto.
Leon Bridges - Leon
All'eleganza del pluri premiato soul man texano siamo abituati e il nuovo album ne è una felice conferma.
Tredici brani di soul melodico, caldo, raramente up tempo ("Panther City" è una bellissima eccezione), con tinte gospel blues e jazz.
Alla lunga i toni sono ripetitivi e il lavoro perde mordente ma l'ascolto rimane gradevole. MT Jones - s/t
Ep d'esordio autoprodotto per il cantante inglese. Quattro ottimi brani mid-tempo intrisi di care buone vecchie influenze soul 60/70. Ottima voce e interpretazione di gran gusto. Da tenere d'occhio.
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giovedì, settembre 26, 2024
DJ Boboss
Paul Mwangi, in arte DJ Boboss, stupisce le strade di Nairobi, Kenya, con i suoi spettacolari DJ set, creati con una consolle autocostruita, dai tratti geniali.
Tappi colorati, pezzi di bollitori, fili vari, manopole, scatole di legno, assemblate con cura e follìa, producono musica.
Una passione nata da piccolissimo quando si trovò al cospetto di una radio:
"Volevo sapere quanto sono piccole quelle persone che parlavano da quella radio".
Quando si ruppe, non avendo suo padre soldi per comprarne un'altra, Paul decise di smontarla e ripararla a modo suo.
Diventa un esperto riparatore di radio del circondario.
Le smonta, ricollega pezzi, li sostituisce con quello che trova.
E funzionano...
Costruisce una "radio privata" che trasmette all'interno del suo villaggio, a Meru, nel centro del Kenya.
Spesso osteggiato dalla popolazione che lo considera una specie di mago.
"Pensavano fossi pazzo perché facevo cose straordinarie. Dicevano che questo tizio non è nel mondo in cui viviamo. È la sua mente che gli mostra queste cose".
Viene spedito perfino in un ospedale psichiatrico e subisce trattamenti piuttosto pesanti.
Fugge nella capitale, a Nairobi, dove trova finalmente una sua identità, libero di improvvisare i suoi Dj set con l'attrezzatura autocostruita, prima nel suo quartiere di Juya Town, poi in tutta la città dove la sua fama cresce progressivamente.
Mischia tantissime influenze della tradizione africana, virate in chiave dancehall e reggae con bassi potenti, synth e fiati e melodie avvolgenti.
Un artista unico, originale, creativo.
https://www.youtube.com/watch?v=uZxwMWViw7I
https://www.youtube.com/watch?v=rhFrQpkBR50
Fonte: https://pan-african-music.com/en/dj-boboss/
Tappi colorati, pezzi di bollitori, fili vari, manopole, scatole di legno, assemblate con cura e follìa, producono musica.
Una passione nata da piccolissimo quando si trovò al cospetto di una radio:
"Volevo sapere quanto sono piccole quelle persone che parlavano da quella radio".
Quando si ruppe, non avendo suo padre soldi per comprarne un'altra, Paul decise di smontarla e ripararla a modo suo.
Diventa un esperto riparatore di radio del circondario.
Le smonta, ricollega pezzi, li sostituisce con quello che trova.
E funzionano...
Costruisce una "radio privata" che trasmette all'interno del suo villaggio, a Meru, nel centro del Kenya.
Spesso osteggiato dalla popolazione che lo considera una specie di mago.
"Pensavano fossi pazzo perché facevo cose straordinarie. Dicevano che questo tizio non è nel mondo in cui viviamo. È la sua mente che gli mostra queste cose".
Viene spedito perfino in un ospedale psichiatrico e subisce trattamenti piuttosto pesanti.
Fugge nella capitale, a Nairobi, dove trova finalmente una sua identità, libero di improvvisare i suoi Dj set con l'attrezzatura autocostruita, prima nel suo quartiere di Juya Town, poi in tutta la città dove la sua fama cresce progressivamente.
Mischia tantissime influenze della tradizione africana, virate in chiave dancehall e reggae con bassi potenti, synth e fiati e melodie avvolgenti.
Un artista unico, originale, creativo.
https://www.youtube.com/watch?v=uZxwMWViw7I
https://www.youtube.com/watch?v=rhFrQpkBR50
Fonte: https://pan-african-music.com/en/dj-boboss/
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venerdì, marzo 08, 2024
Les Amazones d'Afrique
Riprendo, in occasione dell'Otto Marzo, l'articolo scritto al proposito domenica scorsa per il quotidiano "Libertà", nell'inserto "Portfolio" diretto da Maurizio Pilotti.
L’approssimarsi dell’Otto Marzo ci porta ogni anno a fare considerazioni speranzose e dense di auspici sulla condizione delle donne, in una società che si reputa moderna, all’avanguardia, paritaria, inclusiva. Ma l’attualità,ogni giorno, ci conferma come poco o nulla stia cambiando e il retaggio maschilista, il muro inscalfibile della predominanza maschile nel mondo del lavoro, nella società, nei ruoli apicali, sia ancora ben stabile al suo posto.
Per non parlare della violenza nei confronti delle donne che non accenna a ridimensionarsi e che non di rado viene sminuita per ragioni politiche o per semplice ignoranza dai media e dalla gente comune.
Si parla, giustamente, di educazione. Le denunce, il carcere o le condanne non cambiano, se non raramente, la mentalità.
Ci vuole l’educazione, che parta dall’infanzia, dalle scuole primarie ma anche in questo caso il tutto è spesso delegato alla buona volontà e visione prospettica di insegnanti saggi e previdenti che si sostituiscono a istituzioni in perenne ritardo e sempre meno attente al bene comune e all’aspetto civico.
Ma l’educazione la possono, anzi la devono, fare anche l’arte, la musica, lo spettacolo.
Spostiamoci in Africa Centrale, vastissimo territorio, martoriato da guerre, povertà, estremismi e, ultimamente, da una serie di golpe che hanno portato, se ce ne fosse stato bisogno, ulteriore autoritarismo, incertezza e abbandono delle esigenze delle persone.
E’ il luogo in cui si suppone abbia le radici il blues, portato nelle Americhe da quegli uomini e donne che proprio in questi luoghi furono schiavizzati nei secoli scorsi.
Quella musica che divenne la colonna sonora delle loro tristi esistenze e che nel corso del tempo si ibridò con le tradizioni dei coloni britannici, con i canti religiosi europei e che alla fine ci consegnò quell’incredibile mix di influenze che si chiamò blues, jazz, gospel, spiritual e alla fine rock ‘n’ roll e soul.
E’ qui che nel 2014 nasce un collettivo femminile e femminista, Les Amazones d’Afrique, grazie a un’idea di Valerie Malot, direttrice esecutiva e artistica dell'agenzia francese editoriale 3D Family (il cui obiettivo principale è promuovere artisti jazz e di world music) insieme a tre delle principali artiste della musica del Mali, Oumou Sangaré, Mamani Keïta e Mariam Doumbia (del favoloso duo Amadou e Mariam).
La direzione ideologica fu subito chiara e precisa, come sottolinea Malot: “Quello che abbiamo scoperto è che la repressione femminile nel continente e nel mondo è qualcosa che tocca ogni donna. Non è una questione di colore o di cultura.
È qualcosa di generico. Tutte le donne possono identificarsi in questo aspetto.”
Il progetto partì con queste premesse, cantare contro le discriminazioni di genere, contro la violenza, l’ingiustizia, educare le persone attraverso la musica, con le voci di donne conosciute, rispettate, seguite, con decine di migliaia di fan in tutta l’Africa.
Mischiando sonorità provenienti dal luogo di ognuna delle protagoniste ma attualizzandole con un approccio moderno, spesso vicino all’elettronica, all’hip hop, al pop. Occorre ricordare e sottolineare quando sia fallace l’abituale definizione che spesso usiamo noi occidentali di “musica africana”.
L’Africa ha cinquantaquattro stati, quasi duemila lingue (un numero imprecisato di dialetti), di cui settantacinque parlate da almeno un milione di persone, da cui conseguono forme culturali e musicali diversissime e di enorme complessità (soprattutto ritmica).
Le similitudini ovviamente ci sono ma sono più frequenti le differenze, anche sostanziali, tra, ad esempio, la tradizione del Corno d’Africa o quella nigeriana o quella congolese.
Al nucleo originario si unirono altre voci del Mali cone Massan Coulibaly, Mouneissa Tandina, Kandia Kouyaté, Rokia Koné, Inna Modja (franco maliana) e anche Angélique Kidjo dal Benin, Nneka dalla Nigeria, Pamela Badjogo dal Gabon.
A cui dopo il primo brano composto, “I play the Kora” (la Kora è uno strumento a corde usato nell’Africa dell’Ovest a lungo proibito alle donne. Da qui il titolo metaforico, “Io suono la Kora”) del 2015 si aggiunsero, talvolta sostituendo altre componenti, musiciste dalla Guinea, Costa d’Avorio, Burkina Faso. Tutte con altri progetti musicali in attività ma che, come dice Kandy Guirà “ci ritroviamo insieme per cantare di qualcosa che conta”.
Fafa Ruffino, franco-beninese, recentemente aggregatasi al progetto, spiega il fulcro dell’attività del collettivo in un’intervista ad AfroPop.org:
“Il nome "Amazzoni" deriva dalle donne guerriere dell'impero del Benin. Avevano un esercito di femmine. Ed è per questo che ci chiamiamo così, perché stiamo andando in guerra. È una guerra per difendere i diritti delle donne. Qui in Europa parliamo molto di uguaglianza di genere, ma in molti paesi dell’Africa, e anche in altre parti del mondo, le donne non godono dei diritti umani fondamentali. Ci sono giovani donne costrette a sposarsi, giovani donne che subiscono la mutilazione genitale ed è davvero un tabù parlarne. Inoltre, la società è diventata molto, molto patriarcale e le donne non hanno il diritto di dire nulla. Portano semplicemente questi fardelli e li trasmettono alle loro figlie. Ma oggi sono molte di più le donne che lottano contro tutto questo. Il cambiamento non è domani.”
Niariu, nata a Parigi, figlia di genitori Guineani rincara la dose: “Sta succedendo ora. Ci sono molte donne che si sollevano e lottano per questo, e dobbiamo dire loro che siamo tutte insieme e che siamo qui. Il problema è che non si connettono tra di loro. Vogliamo quindi che questo movimento connetta tutte le donne in modo che sappiano che non sono sole. Siamo tutte qui l'una per l'altra. E anche se senti che stai combattendo da sola nel tuo angolo, siamo tutte insieme e con te. La verità è che alle donne è stato fatto il lavaggio del cervello per secoli. È stato detto loro che sono meno degli uomini.
Quindi ora devono sapere che condividiamo un cervello. E noi siamo ancora più potenti degli uomini, sai? Portiamo un bambino per nove mesi! Questo è così potente. Questo potere ci è stato dato da Dio, o da qualunque cosa tu creda. Non si tratta, sai, di dire che gli uomini siano tutti cattivi. E non tutte le nostre canzoni parlano del tema della mutilazione genitale. Abbiamo canzoni sui matrimoni forzati e anche sulle vedove. Come in Benin, abbiamo tribù e un re. Che ha quattro regine. Quando muore, il nuovo re deve prenderle come mogli.
È così disgustoso. È pazzesco.
Questa legge è legale ed è ancora in vigore oggi. Ma le tradizioni si evolvono e si sono sempre evolute, ma è importante ricordare che abbiamo avuto anche la colonizzazione. Quindi abbiamo avuto un grande cambiamento nelle nostre tradizioni e avverto, nella post-colonizzazione, che in qualche modo siamo tornati indietro nella società”.
Les Amazones d’Afrique hanno inciso due album.
“Republique Amazon” è del 2017, pubblicato per la Real World di Peter Gabriel (dopo aver suonato al festival da lui organizzato, l’ormai famoso WOMAD Festival), con connotati più funk e tribali e i cui proventi sono andati alla Panzi Foundation, che cura le donne vittime di mutilazioni sessuali nella Repubblica Democratica del Congo.
Nell’album l’ipnotica “La Dame et ses valises” che l’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha inserito nella sua annuale playlist di sue canzoni preferite, nel 2017:
“Vedo il modo in cui gestisci il tuo dolore / Perché sei rimasta in quell'oscurità per troppo tempo / Donna, non sai che sei una regina / Ma siccome la regina non c'è mai, tienilo in mente / Sicuramente saprai ricordare a loro cosa ti hanno fatto”.
Anche “Amazones Power” del 2020 è stato un album particolarmente significativo ma è con il recente “Musow dance” che il collettivo raggiunge il massimo dell’espressività, grazie anche all’intervento nella produzione di Jacknife Lee, uno che ha già lavorato con U2 e Taylor Swift e che inserisce arrangiamenti arditi, futuristi, innovativi in un contesto tradizionale, creando un effetto che fotografa al meglio la cultura africana (con i distinguo del caso) odierna.
Un miliardo e 200 milioni di persone con un’età media di diciannove anni.
Un potenziale immenso che pensa, crea, immagina, lavora, cresce, inventa.
E di cui Les Amazones d’Afrique sono una delle tante voci.
Ascoltiamole e ci si aprirà un mondo.
Anzi un Continente.
L’approssimarsi dell’Otto Marzo ci porta ogni anno a fare considerazioni speranzose e dense di auspici sulla condizione delle donne, in una società che si reputa moderna, all’avanguardia, paritaria, inclusiva. Ma l’attualità,ogni giorno, ci conferma come poco o nulla stia cambiando e il retaggio maschilista, il muro inscalfibile della predominanza maschile nel mondo del lavoro, nella società, nei ruoli apicali, sia ancora ben stabile al suo posto.
Per non parlare della violenza nei confronti delle donne che non accenna a ridimensionarsi e che non di rado viene sminuita per ragioni politiche o per semplice ignoranza dai media e dalla gente comune.
Si parla, giustamente, di educazione. Le denunce, il carcere o le condanne non cambiano, se non raramente, la mentalità.
Ci vuole l’educazione, che parta dall’infanzia, dalle scuole primarie ma anche in questo caso il tutto è spesso delegato alla buona volontà e visione prospettica di insegnanti saggi e previdenti che si sostituiscono a istituzioni in perenne ritardo e sempre meno attente al bene comune e all’aspetto civico.
Ma l’educazione la possono, anzi la devono, fare anche l’arte, la musica, lo spettacolo.
Spostiamoci in Africa Centrale, vastissimo territorio, martoriato da guerre, povertà, estremismi e, ultimamente, da una serie di golpe che hanno portato, se ce ne fosse stato bisogno, ulteriore autoritarismo, incertezza e abbandono delle esigenze delle persone.
E’ il luogo in cui si suppone abbia le radici il blues, portato nelle Americhe da quegli uomini e donne che proprio in questi luoghi furono schiavizzati nei secoli scorsi.
Quella musica che divenne la colonna sonora delle loro tristi esistenze e che nel corso del tempo si ibridò con le tradizioni dei coloni britannici, con i canti religiosi europei e che alla fine ci consegnò quell’incredibile mix di influenze che si chiamò blues, jazz, gospel, spiritual e alla fine rock ‘n’ roll e soul.
E’ qui che nel 2014 nasce un collettivo femminile e femminista, Les Amazones d’Afrique, grazie a un’idea di Valerie Malot, direttrice esecutiva e artistica dell'agenzia francese editoriale 3D Family (il cui obiettivo principale è promuovere artisti jazz e di world music) insieme a tre delle principali artiste della musica del Mali, Oumou Sangaré, Mamani Keïta e Mariam Doumbia (del favoloso duo Amadou e Mariam).
La direzione ideologica fu subito chiara e precisa, come sottolinea Malot: “Quello che abbiamo scoperto è che la repressione femminile nel continente e nel mondo è qualcosa che tocca ogni donna. Non è una questione di colore o di cultura.
È qualcosa di generico. Tutte le donne possono identificarsi in questo aspetto.”
Il progetto partì con queste premesse, cantare contro le discriminazioni di genere, contro la violenza, l’ingiustizia, educare le persone attraverso la musica, con le voci di donne conosciute, rispettate, seguite, con decine di migliaia di fan in tutta l’Africa.
Mischiando sonorità provenienti dal luogo di ognuna delle protagoniste ma attualizzandole con un approccio moderno, spesso vicino all’elettronica, all’hip hop, al pop. Occorre ricordare e sottolineare quando sia fallace l’abituale definizione che spesso usiamo noi occidentali di “musica africana”.
L’Africa ha cinquantaquattro stati, quasi duemila lingue (un numero imprecisato di dialetti), di cui settantacinque parlate da almeno un milione di persone, da cui conseguono forme culturali e musicali diversissime e di enorme complessità (soprattutto ritmica).
Le similitudini ovviamente ci sono ma sono più frequenti le differenze, anche sostanziali, tra, ad esempio, la tradizione del Corno d’Africa o quella nigeriana o quella congolese.
Al nucleo originario si unirono altre voci del Mali cone Massan Coulibaly, Mouneissa Tandina, Kandia Kouyaté, Rokia Koné, Inna Modja (franco maliana) e anche Angélique Kidjo dal Benin, Nneka dalla Nigeria, Pamela Badjogo dal Gabon.
A cui dopo il primo brano composto, “I play the Kora” (la Kora è uno strumento a corde usato nell’Africa dell’Ovest a lungo proibito alle donne. Da qui il titolo metaforico, “Io suono la Kora”) del 2015 si aggiunsero, talvolta sostituendo altre componenti, musiciste dalla Guinea, Costa d’Avorio, Burkina Faso. Tutte con altri progetti musicali in attività ma che, come dice Kandy Guirà “ci ritroviamo insieme per cantare di qualcosa che conta”.
Fafa Ruffino, franco-beninese, recentemente aggregatasi al progetto, spiega il fulcro dell’attività del collettivo in un’intervista ad AfroPop.org:
“Il nome "Amazzoni" deriva dalle donne guerriere dell'impero del Benin. Avevano un esercito di femmine. Ed è per questo che ci chiamiamo così, perché stiamo andando in guerra. È una guerra per difendere i diritti delle donne. Qui in Europa parliamo molto di uguaglianza di genere, ma in molti paesi dell’Africa, e anche in altre parti del mondo, le donne non godono dei diritti umani fondamentali. Ci sono giovani donne costrette a sposarsi, giovani donne che subiscono la mutilazione genitale ed è davvero un tabù parlarne. Inoltre, la società è diventata molto, molto patriarcale e le donne non hanno il diritto di dire nulla. Portano semplicemente questi fardelli e li trasmettono alle loro figlie. Ma oggi sono molte di più le donne che lottano contro tutto questo. Il cambiamento non è domani.”
Niariu, nata a Parigi, figlia di genitori Guineani rincara la dose: “Sta succedendo ora. Ci sono molte donne che si sollevano e lottano per questo, e dobbiamo dire loro che siamo tutte insieme e che siamo qui. Il problema è che non si connettono tra di loro. Vogliamo quindi che questo movimento connetta tutte le donne in modo che sappiano che non sono sole. Siamo tutte qui l'una per l'altra. E anche se senti che stai combattendo da sola nel tuo angolo, siamo tutte insieme e con te. La verità è che alle donne è stato fatto il lavaggio del cervello per secoli. È stato detto loro che sono meno degli uomini.
Quindi ora devono sapere che condividiamo un cervello. E noi siamo ancora più potenti degli uomini, sai? Portiamo un bambino per nove mesi! Questo è così potente. Questo potere ci è stato dato da Dio, o da qualunque cosa tu creda. Non si tratta, sai, di dire che gli uomini siano tutti cattivi. E non tutte le nostre canzoni parlano del tema della mutilazione genitale. Abbiamo canzoni sui matrimoni forzati e anche sulle vedove. Come in Benin, abbiamo tribù e un re. Che ha quattro regine. Quando muore, il nuovo re deve prenderle come mogli.
È così disgustoso. È pazzesco.
Questa legge è legale ed è ancora in vigore oggi. Ma le tradizioni si evolvono e si sono sempre evolute, ma è importante ricordare che abbiamo avuto anche la colonizzazione. Quindi abbiamo avuto un grande cambiamento nelle nostre tradizioni e avverto, nella post-colonizzazione, che in qualche modo siamo tornati indietro nella società”.
Les Amazones d’Afrique hanno inciso due album.
“Republique Amazon” è del 2017, pubblicato per la Real World di Peter Gabriel (dopo aver suonato al festival da lui organizzato, l’ormai famoso WOMAD Festival), con connotati più funk e tribali e i cui proventi sono andati alla Panzi Foundation, che cura le donne vittime di mutilazioni sessuali nella Repubblica Democratica del Congo.
Nell’album l’ipnotica “La Dame et ses valises” che l’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha inserito nella sua annuale playlist di sue canzoni preferite, nel 2017:
“Vedo il modo in cui gestisci il tuo dolore / Perché sei rimasta in quell'oscurità per troppo tempo / Donna, non sai che sei una regina / Ma siccome la regina non c'è mai, tienilo in mente / Sicuramente saprai ricordare a loro cosa ti hanno fatto”.
Anche “Amazones Power” del 2020 è stato un album particolarmente significativo ma è con il recente “Musow dance” che il collettivo raggiunge il massimo dell’espressività, grazie anche all’intervento nella produzione di Jacknife Lee, uno che ha già lavorato con U2 e Taylor Swift e che inserisce arrangiamenti arditi, futuristi, innovativi in un contesto tradizionale, creando un effetto che fotografa al meglio la cultura africana (con i distinguo del caso) odierna.
Un miliardo e 200 milioni di persone con un’età media di diciannove anni.
Un potenziale immenso che pensa, crea, immagina, lavora, cresce, inventa.
E di cui Les Amazones d’Afrique sono una delle tante voci.
Ascoltiamole e ci si aprirà un mondo.
Anzi un Continente.
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8 marzo,
Sounds of Africa
martedì, maggio 10, 2022
National Wake - Punk in South Africa
Può sembrare impossibile ma nel Sud Africa razzista e segregazionista di fine anni Settanta operò brevemente una punk band in cui militavano due bianchi e due fratelli di colore.
I NATIONAL WAKE si formano nel 1976 in una comune clandestina unendo Ivan Kadey e i fratelli Gary e Punka Khoza, a cui si unì Steve Moni.
Non era raro che le persone vivessero in comuni in Sud Africa a quel tempo, anche se ciò che era raro è che avevamo persone di razze diverse che vivevano insieme, in una zona bianca.
Occasionalmente, la polizia irrompeva e molestava tutti, minacciando l'arresto o accusandoci di fumare marijuana. Avevamo appena deciso che avremmo vissuto le nostre vite in un modo post-apartheid, nonostante, o senza riguardo per tutte le leggi che erano state stabilite per governare il modo in cui dovevamo relazionarci".
La band suonava un misto di pub rock, punk rock, reggae, funk, in modo rabbioso ma competente ed efficace, fresco e potente (ascoltare "Black punk rockers") con testi che descrivevano la difficoltà di vivere in uno stato fascista, razzista e repressivo.
Pubblicarono un solo album nel 1981 (in sole 500 copie) prima di soccombere alla pressione di polizia e istituzioni ma soprattutto al boicottaggio dei locali che rifiutavano di farli suonare.
Recentemente è stato ristampato tutto il materiale in 'Walk In Africa 1979-81' su ight In The Attic.
"Siamo stati chiamati per un interrogatorio alla stazione di polizia di Hillbrow con un poliziotto molto sinistro, in borghese.
Ci ha detto: Ragazzi dovreste andare all'estero, chiamatevi Exile, farete fortuna.
Lo ha presentato come un consiglio per la carriera, ma sapevi cosa stava dicendo: vi stiamo controllando ragazzi, dovreste andarvene affanculo".
"Era molto stressante. Eravamo giovani, e ci spingevamo oltre i limiti, ma era anche pericoloso.
Non solo a causa della polizia.
Abbiamo suonato nelle township dopo mezzanotte e lì c'erano persone di colore che non pensavanohe fosse bello per i neri suonare bianchi sotto quel regime.
Era piuttosto insidioso in tutto e per tutto".
I fratelli Khoza sono morti prima dei 40 anni (uno suicida, l'altro di Aids) mentre Kadey lavora come architetto a Los Angeles.
"Avevamo iniziato con la visione che questo fosse in realtà un modo per passare a qualcosa di molto più luminoso, un Sud Africa migliore.
Sognavamo che avremmo trasceso tutte le cazzate e che le persone avrebbero ascoltato le nostre cose e sarebbe successo".
" Everybody Loves Freedom
https://www.youtube.com/watch?v=yG6YcEoZscU
Black Punk Rockers
https://www.youtube.com/watch?v=5rN2JHand0g
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venerdì, aprile 08, 2022
Zambian Space Program
Cristina de Middel: Afronauts
Notizia tratta dali libro recensito ieri nel blog.
Edward Makuka Nkoloso era un insegnante, ex veterano della seconda guerra mondiale e dell'indipendenza dello Zambia, ex Rhodesia del Nord, dal colonialismo inglese.
Nel 1960 fonda l’Accademia Nazionale delle Scienze, Ricerca Spaziale e Filosofia dello Zambia, con lo scopo di precedere USA e URSS nella scoperta della Luna (e Marte).
Progetta un razzo a catapulta, recluta una astronauta, Matha Mwamba, un missionario e due gatti da spedire nello spazio.
I gatti servivano a verificare che sul suolo lunare e marziano ci fossero le condizioni necessarie per vivere, il missionario per cristianizzare eventuali abitanti dei pianeti.
Gli zambiani non sono inferiori a nessun uomo nella tecnolgia scientifica. Il mio piano spaziale sarà sicuramente realizzato. Riderò il giorno in cui pianterò la bandiera dello Zambia sulla luna.
La preparazione per il viaggio spaziale prevede esercizi di vario tipo, tra cui penzolare da un albero, un'altalena, rotolare in un bidone da una collina, nuotare per aiutare a respirare meglio etc.
Chiese ai governi di mezzo mondo ingenti somme per realizzare il suo progetto ma senza ottenere risposte, accusandoli di gelosia colonialiste.
Dovette rinunciare anche a causa dell'abbandono dei missionari e della gravidanza della astronauta.
Un breve report che documenta il progetto con immagini d'epoca:
https://www.youtube.com/watch?v=7TI9ixb-a5M
Il progetto ha ispirato un libro, un documentario e un lavoro artistico della fotografa spagnola Cristina De Middel del 2021, nella serie The Afronauts.
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mercoledì, gennaio 26, 2022
Harari / Beaters
Riprendo l'articolo che ho pubblicato sabato scorso su Il Manifesto, dedicato alla band sudafricana dei Beaters / Harari.
L'articolo è anche qui:
https://ilmanifesto.it/harari-linsolita-parabola-di-un-diamante-dimenticato/
L'universo magmatico della cosiddetta “musica africana” (un insieme infinito di stili, di variabili, di contaminazioni) lascia spesso emergere antichi gioielli dimenticati. In questo senso il lavoro di ricerca di molti appassionati ed etichette ci permettono di scoprire dischi e artisti dietro cui si nascondono storie particolarissime.
Valga la recente ristampa di un album, Harari/Beaters inciso nel 1975, che testimonia l'attività di un gruppo nero sudafricano, nato come Beaters, interprete del Soweto Soul, poi evolutosi con il nome di Harari verso un interessantissimo mix di funk e rock dalle matrice afro. Intrigante quanto la loro storia e il contesto in cui si è sviluppata, nel pieno del più feroce periodo dell'apartheid.
I Beaters nascono a scuola, alla fine degli anni Sessanta e diventano parte del cosiddetto Soweto Soul, una miriade di band che si ispiravano al soul della Motown e della Stax, alle prime forme di funk alla James Brown, con una componente rock e soprattutto numerosi riferimenti alla tradizione popolare folk sudafricana. Le maglie della repressione bianca erano parecchio strette al tempo, soprattutto in un momento storico in cui gli echi del crescente movimento dell'autoconsapevolezza socio politica degli afroamericani arrivavano anche nel lontano paese africano. Le radio “nere” erano controllate con cura affinché non trasmettessero nulla di “sovversivo”.
Ma in Sudafrica arrivavano le onde di Radio LM, dal vicino Mozambico, allora colonia portoghese, da cui si potevano ascoltare più agevolmente i nuovi suoni dal mondo.
A Johannesburg il negozio di dischi Koohinoor di Rashid Vally diventò il centro di aggregazione per molti aspiranti musicisti che lì potevano trovare le uscite più recenti e restare al passo con i tempi (anche grazie a chi poteva viaggiare e riportare nuovi stimoli sonori in patria). Il giornalista Derrick Thema ricorda:
“Erano tempi in cui chiunque volesse farsi carico di un'auto consapevolezza politica e sui diritti dei neri, doveva fare inevitabilmente riferimento al soul”.
I Beaters incominciano a suonare in giro, a raccogliere seguito e fan sempre più fedeli che inventarono anche un loro ballo sui brani della band di riferimento, il “Monkey Jive”.
Quando tornano da un tour di tre mesi nella vicina Rhodesia, l'attuale Zimbabwe, le cose cambiano radicalmente. L'incontro con musicisti locali come Thomas Mapfumo e Jonah Sithole, che stavano sviluppando sonorità in cui inserivano sempre di più le radici culturali locali, come la musica Chimurenga, presa dalla tradizione Shona, in chiave indipendentista e di affermazione della propria provenienza, indusse i Beaters a una profonda riflessione.
Via i vestiti tutti uguali e largo a un'estetica “afro” che riprendeva i costumi tradizionali.
E addio anche al nome inglese, cambiato in Harari, dal titolo di una loro canzone incisa sul primo album.
Da epigoni di modelli anglo americani a una dimensione totalmente africana.
Il 16 giugno 1976 la ribellione giovanile contro l'oppressione dell'apartheid divampò a Soweto. Scolari disarmati marciarono contro l'imposizione dell'afrikaans (definita da Desmond Tutu, come “lingua degli oppressori”) come lingua di insegnamento. La polizia sparò sulla folla facendo ufficialmente 176 morti ma che superarono probabilmente i 1000 negli scontri dei giorni successivi, durante il dilagare della protesta.
L'indignazione per il massacro portò a restrizioni economiche al paese e alla mobilitazione anche da parte di molti bianchi che si unirono alla popolazione di colore.
Sipho Mabuse, membro della band ricorda:
“Io c'ero, la città bruciava, c'erano spari, corpi a terra. Spararono anche a noi mentre riportavamo a casa un cugino”.
La situazione si inasprì anche per l'ambiente musicale, furono introdotte restrizioni e coprifuoco e divenne molto difficile continuare a suonare.
"Quando è diventato più difficile, molte delle band che avevano iniziato l'era del Soweto Soul si sono progressivamente sciolte" sottolinea Mabuse. La band riesce comunque a riprendere faticosamente l'attività musicale rendendola anche un mezzo di lotta come sottolinea ancora Mabuse:
“Portavamo lettere e nascondevamo persino giovani ribelli in fuga. Penso che ciò che ci ha sostenuto sia stato il processo interattivo tra ciò che stavamo facendo con gli studenti universitari, con il movimento politico e la capacità di adattarci a ciò che stava accadendo". Quando nel 1976 tornano in studio uniscono la nuova coscienza politica che traspare nei testi con una musica che attinge dalle radici ma che è volutamente allegra e ballabile. “Certi messaggi potevano essere trasmessi anche attraverso una "musica allegra".
Durante i tempi dell'apartheid abbiamo fatto ridere e ballare la gente quando le cose non andavano bene".
Nel brano di oltre undici minuti che apre il nuovo album Rufaro fondono il soul psichedelico alla Temptations, con un crudo funk, afrobeat e lo stile Marabi, sviluppatosi nei primi anni del 900 nei ghetti sudafricani, che si ispirava al jazz e al blues americano.
“Camuffavamo i messaggi anti apartheid con un gergo che non poteva essere censurato. Se fossimo stati più espliciti ci avrebbero arrestati. Il nostro scopo era emancipare i neri attraverso il canto”.
La band prosegue la sua carriera nonostante una serie di lutti ne minino la struttura e li costringa a rinunciare a un tour in Usa con Hugh Masekela, diventato loro grande fan. Un aspetto peculiare degli Harari è il continuo inserire nuovi membri, spesso molto giovani che portano nuova linfa vitale e rinnovano e aggiornano il loro sound.
Nel 1980 con il brano Party, in chiave afro disco, trovano successo e notorietà anche in America. In patria sono ormai delle star acclamate, riuscendo anche a riempire il Colosseum Theatre di Johannesburg. Le autorità sudafricane nel frattempo allentano sempre più le restrizioni anche per offrire un'immagine più accettabile all'estero.
La lotta continua e l'apartheid è ormai un'onta troppo difficile da sostenere. Il successo però crea, inevitabilmente, frizioni interne, esplosioni di ego e scontri tra i membri. Mabuse:
“In un certo senso, sono diventato un dittatore. Quando ascoltavamo i Beatles, volevo che fossimo migliori dei Beatles; quando ascoltammo cose nuove, volevo che fossimo migliori anche di quelle”.
La band si scioglie a metà degli anni Ottanta anche se sono state frequenti varie reunion mentre i vari membri si sono sparsi in mille nuove esperienze, sempre molto interessanti, talvolta di successo altre volte caratterizzate da un forte impegno politico.
L'esperienza degli Harari è stata ispiratrice di decine di nuove band e sottolinea Mabuse:
“Le influenze parallele e incrociate tra Black Panther Movement e Black Consciousness attraverso la musica soul afroamericana e il Soweto Soul hanno contribuito al modo in cui gli Harari sono diventati ispiratori di tutte le musiche che oggi chiamiamo Afrosoul, Afro-pop, Afrojazz”.
Thandi Ntuli, uno dei vari membri del gruppo è ancora più chiaro:
“Quel cosmopolitismo, quell'eclettismo, parte della nostra più grande musica è nata da quell'epoca. Non puoi mai dire che è solo una cosa. C'è una fluidità che riflette molto la vita cittadina, anche oggi. C'è un presupposto che quelle persone straordinarie che suonavano musica, dipingevano, scrivevano poesie, suonavano la chitarra rock, cantavano nei cori, tutte nella stessa vita, fossero valori anomali ma questa è la cultura di Soweto!”. Mabuse ha suggellato questa grande storia con un verso di una sua canzone, uscita nel 1989, The Chant of the Marching: “Un giorno, quando racconteranno la nostra storia/I bambini impareranno dal nostro passato".
Per un ascolto alla loro musica:
https://matsulimusic.bandcamp.com/album/harari-2
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martedì, gennaio 25, 2022
Analog Africa
Riprendo l'articolo che ho pubblicato su "Il Manifesto" sabato scorso (che potete trovare anche qui:
https://ilmanifesto.it/le-rivelazioni-di-analog-africa/
Significativo e iconico il percorso che ha fatto la black music, uscita forzatamente dall'Africa con gli schiavi portati nelle Americhe e ritornata “a casa” tra gli anni Cinquanta e Sessanta grazie a quei loro discendenti che inventarono prima blues e jazz, trasformatisi in soul e rhythm and blues successivamente e più recentemente in hip hop e rap.
Il pur triste ruolo dei colonizzatori europei consentì di essere tramite di quelle musiche che inglesi e francesi facevano tornare in Africa.
Molte radio, dal'Africa dell'Ovest al Mozambico, fino al Corno d'Africa suonavano, negli anni Sessanta, i dischi di James Brown, Ray Charles, Nina Simone e delle principali star della soul music, influenzando direttamente molte nuove band locali.
Per riuscire a dare il corretto spazio a tutte le realtà emerse nell'Africa musicale (un continente immenso, dalle mille sfaccettature culturali e un numero indefinibile di linguaggi artistici), oltre a essere estremamente complesso, a causa di frequenti mancanze di informazioni, di discografie perdute e fusioni musicali complesse, servirebbe un'enciclopedia. E' quella che sta, in qualche modo, creando progressivamente l'etichetta discografica Analog Africa, grazie all'indefesso, avventuroso, spettacolare lavoro di Sam Ben Redjeb, ricercatore tedesco che, pazientemente, ha girato mezza Africa a rintracciare testimonianze perdute del patrimonio musicale del (vero) Vecchio continente.
Ritrovando nastri e 45 giri perduti, da cui escono suoni, pulsioni, ritmi, sapori, odori, unici, testimonianza di un mondo spesso rimasto sepolto.
Più che da ogni altra parte la nuova musica che arriva dall'Africa è refrattaria a riproporre riferimenti tradizionali.
Ricordiamo che la vita media è di 58 anni, nell'Africa Subsahrariana il 43% dei suoi abitanti ha meno di 15 anni.
Che ovviamente hanno tutto in mente fuorché riprendere suoni, cultura, tradizione de genitori o nonni.
La loro musica, come è giusto che sia, è il rap, la trap, l'elettronica.
A cui non di rado aggiungono elementi, lingua, dialetti, della tradizione locale ma che non sempre guardano al passato come riferimento e influenza.
Redjeb ha battuto a tappeto remote nazioni del continente africano, raggiungendo altrettanto lontane città e villaggi pur di reperire preziose testimonianze sonore che attestassero la vitalità di un mondo rimasto pressoché sconosciuto, tra gruppi afro funk, miscele di scale arabe con folk locale, ammirazione per James Brown, ritmi sincopati, testi in lingua o dialetto locale (spesso in epoche di sfruttamento coloniale al fine di determinare un'identità autoctona e messaggio subliminale ma non troppo all'autodeterninazione), inserimento di antichi strumenti locali.
Samy Ben Redjeb è nato in Tunisia da padre tunisino e madre tedesca a e ha sviluppato una passione sconfinata per la musica africana, colleziona vinili africani originali, lavora come DJ ed è il fondatore dell'etichetta tedesca Analog Africa che, in questi anni, ha stampato, per la prima volta, una serie di compilation e di album che documentano perdute scene locali del continente. "Il futuro della musica è accaduto decenni fa" è il motto di Analog Africa.
L'etichetta è stata fondata nel 2006, frutto di una serie di viaggi in Africa di Samy che lentamente ha trasformato le sue vacanze (talvolta alternate a motivi di lavoro) in una passione seria, dopo essere diventato il DJ resident di un hotel in Senegal.
A Dakar ha iniziato a organizzare feste settimanali e si è reso conto che la sua percezione della musica africana era piena di cliché. La musica che stava scoprendo era molto in anticipo sui tempi, molto più sofisticata e futuristica dei suoni africani che si potevano sentire sulle onde radio occidentali. Suoni provenienti da quello che sembrava un mondo musicale parallelo di cui nessuno conosceva l'esistenza, ignoti nel resto nel mondo ma non di rado anche in patria. Da allora sono usciti una quarantina di album e Samy ha coperto circa 28 paesi (allargandosi anche in scene sudamericane, come Colombia e Perù, ricercando quei suoni direttamente influenzati dal retaggio africano).
Le scelte artistiche sono però molto particolari. Non si tratta di folklore locale ma di gruppi e artisti che partendo da lì lo hanno contaminato, personalizzandolo, con influenze funk, soul, psichedeliche, rock, blues. Aspetto importante è che tutte le canzoni sono pubblicate con l'autorizzazione dei compositori che ricevono il giusto e adeguato compenso in diritti d'autore e che ogni disco è corredato da abbondanti e dettagliate note di copertina.
Dice Samy:
“Quando ho iniziato, il mio desiderio era solo quello di poter vivere con l'etichetta.
Volevo anche pubblicare gli album e la musica che volevo senza vincoli.
Dopo la terza o quarta compilation ho notato che funzionava.
Oggi finalmente sento quanto la musica che abbiamo pubblicato abbia influenzato tanti musicisti e giovani band. Sempre più persone guardano a quel sound perché non è qualcosa che puoi imparare a scuola e non è facilmente accessibile e disponibile. Averlo potuto rendere disponibile è qualcosa che mi rende molto orgoglioso”.
La genuinità della Analog Africa è testimoniata anche dall'approccio della ricerca di Samy:
“Non seguo alcun percorso quando si tratta delle uscite di Analog Africa.
A essere onesti, dipende tutto dai miei gusti. Riflette ciò che mi piace e dove vado. L'anno scorso ho controllato ed elencato tutti i paesi in cui sono stato e dove ho fatto ricerche sulla musica e ne ho contati 28.
La maggior parte si trova in Africa, mentre altri sono legati alla diaspora africana o influenzati da suoni africani.
Ad esempio, il progetto chiamato Siriá è legato al suono che è stato creato da enclavi di schiavi che scapparono dalla Guyana e dal Suriname. Sono andati nell'unico posto dove non potevano essere catturati, che era l'Amazzonia e hanno creato il quilombo, mescolando anche influenze indiane e portoghesi”.
E' veramente entusiasmante lasciarsi affascinare da oscure band del Camerun o Burkina Faso (ai tempi ancora Alto Volta), dal jazzato groove della Swinging Addis Abeba, dalla scena disco funk degli anni Settanta di Mogadiscio o dagli strani ritmi dell'Orchestre Poly-Rythmo dei Cotonou dal Benin (già Dahomey).
In certe circostanze l'ascolto di certi brani assume connotati ancora più drammatici constantando che sono relativi a periodi che precedevano di poco lo scoppio di lunghe e sanguinose guerre civili che cancellarono ogni traccia del fulgore artistico dell'epoca e furono causa della morte o dell'esilio degli stessi protagonisti.
Allo stesso tempo dietro a ogni situazione geografica si nascondono la storia del luogo, spesso compicatissimo intreccio di etnie, religioni, lingue, rivoluzioni, dittature, antichi regni, retaggi culturali che si perdono nel tempo.
“Non guardo alla musica che pubblichiamo usando un obiettivo politico o sociale.
Tuttavia, nelle note delle mie compilation voglio sempre spiegare la situazione dell'industria musicale locale e in quale situazione è stato registrato e stampato l'album, che è anche un riflesso dello stato delle cose di quello specifico paese o regione. Questo perché, in alcuni paesi, è piuttosto difficile registrare cose.”
Il lavoro di Analog Africa è coraggioso, soprattutto in un'epoca in cui gestire un'etichetta non è certo l'impresa più facile e redditizia, considerando anche il target a cui si rivolge, molto specifico, competente, curioso.
Ascoltare, apprezzare, innamorarsi delle proposte è facile, soprattutto grazie all'ascolto gratuito sul BandCamp dell'etichetta:
https://analogafrica.bandcamp.com/music
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