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venerdì, gennaio 27, 2023
Giornata della memoria: Francesco Lotoro
Come ogni anno in questo blog si celebra LA GIORNATA DELLA MEMORIA.
Nato nel 1964 a Barletta (Italia), Francesco Lotoro è pianista, compositore e direttore d'orchestra oltre ad essere docente di pianoforte presso il Conservatorio “Niccolò Piccinni" di Bari.
Negli ultimi 30 anni si è prodigato nello studio, revisione, archiviazione, esecuzione, registrazione e promozione di migliaia di opere di musica concentrazionaria, recuperando oltre 8.000 partiture nei campi di concentramento, sterminio e prigionia civili e militari di tutto il mondo tra il 1933 (apertura della KZ Dachau) al 1953 (morte di Joseph Stalin e amnistia per i prigionieri dei Gulag), cioè dall'ascesa del nazionalsocialismo alla fine dello stalinismo sovietico.
Un archivio unico al mondo creato viaggiando e incontrando ovunque autori e custodi di queste preziose testimonianze d'arte intrise di umanità.
È autore - come pianista, organista, direttore - dell'Enciclopedia in 24 volumi CD KZ Musik (Musikstrasse - ICML), che raccoglie 407 opere scritte in cattività civile e militare durante la seconda guerra mondiale, e dell'Antologia della musica concentrazionaria.
«Perdere anche una sola di queste melodie sarebbe un danno irreversibile, perché la musica non torna più.
Noi dobbiamo recuperarla dalle pieghe della Storia e farla circolare, come sangue nelle vene»
Al lavoro di Lotoro è stato dedicato il docu film "Maestro" di Alexandre Valenti.
Il trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=G6karg-lTxY
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Giornata della memoria
giovedì, gennaio 27, 2022
Giornata della memoria: Oscar Klein
Come ogni anno in questo blog si celebra LA GIORNATA DELLA MEMORIA.
Riprendo un articolo che ho scritto domenica scorsa per "Libertà"
Ogni anno questa rubrica rende un dolente omaggio ai milioni di ebrei (ma non solo) scomparsi nei campi di concentramento a causa della furia nazista e fascista. Credo sia importante ed essenziale ricordare e sottolineare quanto i fascisti, ancora ai giorni nostri vivi e vegeti nella società italiana, siano stati diretti responsabili della tragedia dell'Olocausto. E come non di rado non ci sia alcun tipo di “pentimento”, di assunzione di responsabilità, ma, addirittura, una sorta di arrampicata sugli specchi per distogliere l'attenzione, attenuare, contestualizzare, sviare, il crimine perpetrato in quei anni lontani ma sempre così vicini.
Questa rubrica, fino al giorno in cui esisterà, continuerà a ricordare indefessamente episodi legati a quella tragedia, a sottolinearne le responsabilità, a scrivere chiaramente chi era dalla parte del giusto e chi del torto, chi erano i carnefici e gli aguzzini, ricordando il Giorno della Memoria, come ogni anno celebrato il 27 gennaio.
Lo fa e lo farà a suon di musica.
Perchè i milioni di morti erano, prima di tutto, bambine, bambini, donne, uomini, persone, che nutrivano sentimenti, speranze, vite comuni e vite “speciali” e tante passioni.
La musica è una di quelle.
Che ti “cancella i tuoi problemi” quando ascolti la tua canzone preferita, ti concede un attimo di respiro e sollievo in situazioni difficili, ti concede una speranza fino a quando sarà il momento per l'ultimo respiro. Le storie legate alla Shoah che hanno visto protagonisti musicisti sono numerosissime e ogni anno “Musica Ribelle” ne propone una, per farci capire il privilegio che abbiamo noi musicisti e/o appassionati di musica a poterne usufruire e parlare in una situazione, per quanto estremamente complessa, in cui ci possiamo sempre concedere una pausa con la nostra canzone preferita.
Oscar Klein era un bambino che viveva in totale tranquillità in Austria, fino al 1938, quando la Germania decise di annettersi la nazione. Di origine ebraica, la sua famiglia fu subito al centro dell'attenzione del regime nazista. I nonni materni vengono uccisi, quelli paterni, intuita la tragedia in arrivo, decidono di suicidarsi davanti a casa.
La famiglia di Oscar fugge in Italia, prima a Trieste, poi deportata a Ferramonti, in Calabria, in provincia di Cosenza.
"Erano pur sempre campi di concentramento, c’erano le malattie, ma non uccidevano come in Germania. Una volta al mese a noi bambini ci portavano persino a mangiare il gelato”.
Vengono poi trasferiti in un paese dell'Alto Vicentino, Arsiero, tra Asiago e Bassano del Grappa, dove trovano una vita quasi normale.” Grazie alla gente del posto ho comunque passato un’infanzia felice.
Tutti dividevano con noi qualcosa: la famiglia che mi ha accolto mi ha insegnato perfino a pregare. Ora conosco meglio le vostre preghiere delle mie e so perfino un po’ di dialetto.
E dire che gli abitanti all’inizio erano convinti che gli ebrei avessero tre occhi!”. Gli ebrei non potevano lavorare, non avevano diritti sociali ma trovano un aiuto insperato nel podestà locale che permette al padre di Oscar, sarto, di svolgere alcuni lavori per la popolazione locale, consentendo alla famiglia di sopravvivere dignitosamente, seppure in estrema povertà.
La storia è ricca di episodi in cui aderenti al fascismo non si riconoscevano nelle aberrazioni razziste e nelle ingiustizie palesi che si inasprivano ogni giorno e, a modo loro, portavano avanti una sorta di “resistenza” civile e civica, nei confronti di atti iniqui che piovevano dall'alto.
E' lo stesso podestà che, dopo l'otto settembre 1943, quando tutto precipita e l'Italia finisce nel caos, li mette in contatto con delle formazioni partigiane. Nella Colonia Alpina di Tonezzo del Cimone viene aperto un campo di concentramento in cui sono raccolti gli ebrei del vicentino. Ne vengono rastrellati quarantacinque, quasi tutti vecchi e bambini.
Saranno deportati ad Auschwitz, dal famigerato binario 21 della stazione di Milano e nessuno farà mai ritorno.
Il numero (realtivamente, per quanto tragicamente) esiguo, susciterà le furiose rimostranze da parte del ministero della Repubblica Sociale Italiana e comporterà la chiusura del centro ma, è doveroso sottolinearlo, è grazie alla solidarietà della popolazione locale che farà di tutto per sottrarre alla deportazione gli ebrei, nascondendoli, proteggendoli, facendoli fuggire.
Anche Oscar Klein e la sua famiglia riescono a scappare, in Svizzera, grazie alla Brigata partigiana Mazzini a Don Frigo e a Rinaldo Arnaldi, partigiano, nominato postumo Giusto tra le Nazioni, caduto in uno scontro a fuoco con i nazi fascisti nel 1944.
“Siamo riusciti a non essere portati subito a Tonezza.
Col treno e poi a piedi per tredici ore camminando attraverso le gelide montagne siamo riusciti ad arrivare in Svizzera. Siamo stati tenuti in una fabbrica dismessa, al gelo.
In tanti sono morti di polmonite e di stenti: e per restare lì dovevamo lasciare tutto quello che avevamo”. Alla fine si salvano, riescono a ricostruirsi una vita. Oscar Klein inizia un'attività di musicista, soprattutto jazzista, come trombettista, clarinettista e suonatore di armonica.
Si unisce alla Dutch Swing College Band, suonando dixieland e swing e stringe una forte amicizia con il nostro Lino Patruno, ex membro dei Gufi.
Che lo ricorda così:
“Vidi per la prima volta Oscar Klein sul palcoscenico del teatro Nuovo di Milano nei primi anni Sessanta. Oscar suonava allora con la Dutch Swing College e il concerto mi piacque moltissimo sia per l’alta professionalità, sia per il grande senso dello spettacolo”.
Klein condivide il palco e lo studio di registrazione anche con grandi nomi come il membro dei Weather Report, Joe Zawinul e il vibrafonista Lionel Hampton.
Ma una delle collaborazioni più significative, relativamente a una sorta di trapasso storico, è quella con il pianista Romano Mussolini, figlio di quel Benito che fu primo responsabile dell'emanazione delle leggi razziali che portarono tante persone al forno crematorio.
Non ebbe invece altrettanta fortuna Mordechai Gebirtig, ebreo polacco, socialista, schierato in prima fila contro ingiustizie sociali e repressioni razziste. Le sue canzoni divennero negli anni Venti e Trenta molto popolari nel circuito folk della Mittel Europa, in particolare “S'brent”, inno contro l'oppressione, diretto e senza metafore che fu spesso cantato nei campi di concentramento e successivamente nelle commemorazioni dell'Olocausto.
Uno dei rari brani che invitava esplicitamente alla resistenza e alla rivolta contro le ingiustizie subite dal popolo ebreo.
Scrisse anche “Arbetsloze March”, inno per i lavoratori e i disoccupati. Mordechai muore ucciso dai nazisti nel 1942 nel ghetto di Cracovia, durante una rivolta degli ebrei.
Progressivamente, anche a distanza di ormai quasi un secolo, continuano a emergere storie, sempre drammatiche e terribilmente tristi, di quanti morti e massacri sia disseminato il secolo scorso.
Non sembra che alla fine si sia imparato qualcosa. Il mondo rimane un coacervo di discriminazioni, violenza, campi di concentramento, stragi, oppressioni, sangue, genocidi.
Ovviamente, non riguardandoci direttamente ma essendo pertinenza di mondi lontani, di cui possiamo sbirciare le vicende su internet, comodamente seduti da dietro un computer, i nuovi olocausti sono vicende secondarie immediatamente dimenticabili.
Rimaniamo vigili, ricordiamo, spendiamo anche un solo secondo di raccoglimento per capire quanta ingiustizia stia ancora permeando il nostro mondo.
E nel nostro piccolo, nel nostro quotidiano, proviamo a fare qualcosa.
Può sempre servire.
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Giornata della memoria
mercoledì, gennaio 27, 2021
Casimir Oberfeld
Riprendo un articolo che ho scritto, come ogni anno in occasione dell'evento, sul quotidiano "Libertà" domenica scorsa.
E' consuetudine per questo blog celbrare la Giornata della Memoria, che ricorre ogni anno il 27 gennaio, giorno in cui le truppe dell'Armata Rossa liberarono il campo di sterminio nazista di Auschwitz.
Un luogo in cui ognuno di noi dovrebbe andare una volta nella vita. Portai mio figlio adolescente qualche anno fa, appositamente per “vaccinarlo” contro il totalitarismo e contro il “sonno della ragione”.
Fu un'esperienza traumatica per me che di quelle storie avevo letto e sentito parlare da sempre, approfondendone lo studio per capire, invano, come era potuto succedere.
Anche di fronte alle immense teche di capelli tagliati ai prigionieri, alle migliaia di scarpe di uomini, donne, bambini ammucchiate prima di essere mandati a morire, di fronte ai graffi sulle pareti di camere a gas, lasciati da persone a cui mancavano pochi minuti di vita, una risposta non c'è stata e mai ci sarà.
Perlomeno la “vaccinazione” a mio figlio é riuscita.
Spesso mi chiedo quanto avrebbero potuto dare all'umanità, alla scienza, alla tecnica, all'arte quei milioni di persone, annientate da una pseudo ideologia, da una follìa di massa, sostenuta e appoggiata da altri milioni di persone consapevoli e consenzienti.
La storia che andiamo a raccontare é esemplificativa in tal senso. Ed é ovviamente terribile e, alla fine, paradossale, beffarda, ancora più crudele.
Casimir Oberfeld, padre ebreo, nasce in Polonia nel 1903. In famiglia stanno economicamente più che bene (papà é banchiere) e il giovane Casimir può tranquillamente dare sfogo alle sue passioni. In particolare al cinema, che sta vivendo i suoi primi passi ma già incomincia ad essere seguito e praticato. Diventa ancora più affascinante quando entra in scena il sonoro, sia attraverso i dialoghi che la musica.
All'età di vent'anni Casimir si può permettere un pianoforte e gli studi a Parigi. Dove entra in un ambiente frizzante, vivace, pieno di stimoli e creatività.
Le notizie sono frammentarie ma é sicuro che il talento non gli manca.
Suona bene e soprattutto compone. In particolare canzoni ”leggere” per gli spettacoli di cabaret, molto in voga nella capitale francese.
Ma Casimir continua a essere affascinato dal cinema con il quale entra in stretto rapporto. Finisce per comporre oltre sessanta colonne sonore, talvolta anche per film piuttosto importanti all'epoca come “Il giro del mondo” o “Fuori servizio”, entrando in stretto contatto e stringendo una duratura amicizia anche con l'attore Fernandel (il famoso Don Camillo).
La sua carriera si arricchisce progressivamente di nuovi successi, tra cui operette, canzoni e altri tipi di composizione. Nel suo repertorio anche un brano diventato celebre come “Paris sera toujours Paris” per Maurice Chevalier e un'ecletticità che lo porta a scrivere tango, rumba, foxtrot, blues e a sperimentare anche nuovi ritmi e melodie.
Ma nel maggio 1940 la Germania nazista invade e in breve tempo conquista la Francia e poco più di un mese dopo si instaura il famigerato governo di Vichy guidato dal filo nazista Petain.
E ovviamente si istituzionalizzano le tragiche modalità che ben conosciamo.
Persecuzione, arresto e deportazione per gli ebrei e avversari politici.
75.000 ebrei vennero portati e uccisi nei campi di sterminio nazisti, soprattutto “grazie” alla spietata Milice Francaise.
Tra questi anche Casimir Oberfeld.
Resiste per qualche anno in Francia, trasferendosi a Marsiglia, meno repressiva e poi a Nizza, occupata dagli italiani, dove continua a comporre e lavorare in relativa tranquillità, con l'accortezza di scrivere solo per interpreti “ariani” e di provata fede nazista.
Ma con l'armistizio del settembre 1943, l'esercito italiano, allo sbando, lascia Nizza, che viene occupata dai tedeschi. In dicembre Oberfeld é arrestato e spedito ad Auschwitz, dove riceve un trattamento meno brutale in quanto (famoso) musicista.
Ma nel gennaio del 1945, davanti all'avanzata degli alleati, parte del campo viene sgombrato e i prigionieri costretti alle famose “marce della morte” nel gelo e nella neve. Oberfeld muore di freddo al'età di 41 anni.
Verrà trovato in una fossa comune solo nel 2011 dal figlio, per avere una degna sepoltura nella sua amata Parigi.
L'oltraggio finale alla sua memoria é l'inno dei nazisti francesi di Vichy “Marechal, nous voilà”, palesemente copiato da uno dei suoi successi.
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Giornata della memoria
lunedì, gennaio 27, 2020
La musica nei campi di concentramento
Giornata della memoria
Nel momento in cui un sondaggio precisa che il 12% degli italiani crede che la Shoah sia un falso, la Giornata della Memoria assume, di anno in anno, sempre maggiore significato e importanza. E' secondario in che modo ma è necessario ricordare, testimoniare, opporsi con ogni mezzo alla barbarie sociale, etica e morale che sta avvelenando Italia ed Europa, anche a causa di leader politici irresponsabili, capaci di ogni becero e immorale mezzo per raccattare una manciata di sudici voti.
Può sembrare un triste e osceno paradosso ma nei lager nazisti c'era tanta musica e dei più svariati generi: classica e da ballo, jazz, inni, opere liriche, canzoni, motivi da cabaret, musica sacra che abbracciava diverse fedi, dall'ebraica alla cattolica. Un ultimo, disperato, aggancio a un tentativo di normalità e di speranza, di ricerca della bellezza e della gioia, in un inferno di sofferenza. Ma anche un refluo di Resistenza agli aguzzini e ai loro tormenti.
Nei lager finirono molti musicisti e artisti (pare intorno ai 1.600), rappresentanti della cosiddetta “arte degenerata”, come venivano bollate dai nazisti e fascisti, certe espressioni sonore, letterarie e visuali.
Persone che già avevano combattuto la loro battaglia artistica, opponendosi attraverso le loro opere all'orrore, prima di essere deportati. Con concerti clandestini o in case private, in cui si continuavano a suonare le musiche proibite e osteggiate.
E che continuò, con ogni mezzo necessario, anche nei lager. Dove a fianco delle musiche imposte dagli oppressori, si suonavano anche, con mille cautele, melodie “resistenti”.
Terezin fu il campo in cui venne concentrata la maggioranza di artisti e intellettuali.
Che crearono una realtà parallela fatta di esibizioni, dipinti, scritti, spesso a beneficio dei numerosi bambini che vivevano lì e a cui si concedeva così un momento di svago e gioia. La creatività per fare argine all'abbruttimento e alla disperazione. Molte canzoni e altre opere artistiche vennero concepite nei campi.
E tanti autori si premurarono di nascondere spartiti, dipinti e scritti, nel timore che la loro testimonianza andasse perduta o distrutta.
Il campo di Terezin venne anche utilizzato come strumento di propaganda del regime per dimostrare all'esterno che non si trattava di luoghi di feroce detenzione ma dove si svolgevano attività ricreative e culturali.
Lodevole il lavoro di molti musicisti che nel corso degli anni si sono premurati di raccogliere e collezionare questo materiale, conservando un patrimonio indispensabile per non dimenticare. Ad esempio il pianista, compositore e direttore d'orchestra, Francesco Lotoro che ha messo in atto il progetto di raccogliere l'intera letteratura musicale prodotta da musicisti imprigionati durante gli eventi più drammatici del Novecento, mettendo insieme oltre 4.000 spartiti appartenuti a musicisti di tantissime nazionalità, riuniti nell’Enciclopedia della musica concentrazionaria. Nello specifico, “La musica dell’Olocausto Musik” è un’opera monumentale di 24 CD.
“Se questa musica non viene fatta conoscere al mondo, è come se non fosse mai uscita dal lager. E suonarla anche solo una volta significa riscattarla e ottenere quella giustizia che non è stata concessa al suo compositore”.
Shmerke Kaczerginski subì le persecuzioni naziste a Vilnus, in Lituania, ma sfuggì all'internamento.
Quando il paese baltico passò sotto l'influenza sovietica, il numeroso materiale di cultura ebraica (tra cui almeno 250 canzoni in Yiddish) che aveva accuratamente preservato, subì la censura e la requisizione da parte del regime di Mosca.
Kaczerginski riuscì a farlo espatriare negli Stati Uniti e a farlo pubblicare in un libro. Tra le sue dichiarazioni:
“È impossibile parlare dell’occupazione tedesca in un linguaggio civile. Nessuno scritto o documento può ritrarne l’orrore. Quelli che non c’erano non possono capire l’incubo che milioni di persone hanno vissuto.
Ora, quando guardo indietro, penso spesso: ‘Che cosa ci è successo? Come abbiamo potuto vivere e morire così?’. Anche per i sopravvissuti col tempo questo diventerà un insopportabile e irrisolvibile rompicapo. Troppi pochi documenti sono stati svelati per dare anche solo un’idea parziale di quanto accaduto e della terribile vita quotidiana degli Ebrei.
Per questo penso che le canzoni, che gli Ebrei dei ghetti e dei campi cantavano coi loro cuori tristi, possano fare la differenza per la memoria e la storia.
Canzoni che cantavano al lavoro, quando stavano in fila per una scodella di zuppa, quando combattevano e quando erano portati al macello. Solo ora sappiamo quanto grande fosse la loro creatività in questi tempi terribili”.
A Terezin finì anche Carlo Taube, compositore e grande performer dal vivo, con moglie e figli. Continuò a scrivere musica e a esibirsi nel campo dove presentò la sua “Terezìn Symphony, finché non fu deportato ad Auschwitz con la famiglia, dove morirono tutti.
Nel 1940 il compositore francese Olivier Messiaen venne imprigionato in un campo di concentramento nella Polonia occupata, dove rimase un anno. Grazie all'aiuto di un ufficiale nazista appassionato di musica riuscì a lavorare su una composizione inedita per un concerto nel campo. “Quatuor pour la fin du temps” fu il risultato, suonato per gli altri prigionieri e i guardiani, con strumenti di fortuna. E, che non a caso, si ispirava al libro dell' “Apocalisse” di Giovanni, a palesare con la composizione il concetto di “inesprimibile” (ovvero l'orrore che si trovava a vivere).
La storia di Esther Béjarano è molto particolare.
Fu internata, ancora adolescente, ad Auschwitz, genitori e sorella subito uccisi. Entrò a far parte dell’orchestra femminile del campo, l’unica esistita nei lager nazisti, che aveva il compito di suonare per le detenute al lavoro o per le SS ed essere da macabra accoglienza ai nuovi deportati.
Si salvò e dopo la Liberazione si trasferì in Palestina per tornare in Germania solo nel 1960 dove fondò con altri ex perseguitati l’Auschwitz Komitee Deutschland, con un repertorio che spazia da brani di denuncia sociale ai canti yiddish tradizionali e della Resistenza.
Il compositore Victor Ullmann morì invece ad Auschwitz nel 1944, dopo essere stato particolarmente attivo a Terezin, dove continuò a comporre intensivamente con la convinzione che la vita sarebbe andata avanti, dopotutto. Tra le opere che scrisse, “L’imperatore di Atlantide” non fu messa in scena a cause delle evidenti e volute assonanze tra l’imperatore e Adolf Hitler. Riuscì a nascondere e affidare ad un amico le sue creazioni che saranno poi eseguite alla fine della guerra.
Ilse Weber pubblicò tre libri di poesie e storie e un libro di fiabe ebraiche prima di essere deportata a Terezìn dove diventò infermiera e si prese cura dei deboli e malati. Durante la notte trovava il tempo per scrivere poesie e pensieri a testimonianza dell'incubo quotidiano.
Cantava per i bambini e gli ammalati le sue canzoni a volte solo con la sua voce o accompagnandosi con una chitarra. Nel 1944 con i suoi figli e i bambini malati del campo fu uccisa nelle camere a gas di Auschwitz. I sopravvissuti ricordarono le sue canzoni e le trascrissero fin a quando nel 1991, il marito, che si salvò, non le pubblicò in un libro.
Le poesie di Selma Meerbaum Eisinger, morta giovanissima in una camera a gas, furono rocambolescamente conservate dall'amica Renee Abramovic, una delle poche persone che riuscirono a fuggire da un campo di concentramento e che, a piedi, attraverso mezza Europa, raggiunse Israele, dove fece pubblicare un libro con le opere della compagna uccisa.
Grazie alla perseveranza e al sacrificio di chi ha ostinatamente voluto preservare le testimonianze di quegli anni e di chi le ha recuperate e conservate, un buon numero di opere ha continuato a vivere, reinterpretate anche da nomi altisonanti della musica contemporanea..
Note dolenti, ricordi pregni di sofferenza, orrore, disperazione.
Ma occorre ascoltare, ricordare, portare avanti la loro lotta contro il disfacimento morale, contro il lassismo nei confronti di ideologie e pensieri, troppo a lungo tollerati, traghettati, perfino accarezzati.
Sempre in cambio di quella famosa manciata di sudici voti.
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domenica, gennaio 27, 2019
Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz di Luigi Nono
Giornata della Memoria
Nella composizione "Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz" Luigi Nono ripercorre attraverso il linguaggio della musica elettronica gli orrori dei campi di sterminio nazisti.
Opera realizzata nel 1966 per nastro magnetico, coro, voce di soprano e materiale elettroacustico, musica di scena composta per “Die Ermittelung” di Peter Weiss.
La pièce, che tratta del processo di Francoforte ai nazisti delle SS responsabili dei massacri nel campo di concentramento di Auschwitz, è stata creata nel 1965 a Berlino e messa in scena da Erwin Piscator.
L'opera è stata registrata presso lo Studio di Fonologia della RAI di Milano e si compone di tre parti:
1. Il canto dell’arrivo ad Auschwitz
2. Il canto di Lili Tofler (clandestina della Resistenza, internata e assassinata)
3. Il canto della sopravvivenza.
https://www.youtube.com/watch?v=-z-IUbwaMC0
"L'opera non comporta l'uso di testo. Ho utilizzato unicamente il materiale fonico del coro e della voce di soprano.
Secondo me è necessario continuare a ricordare i crimini dei campi di concentramento del passato, ma anche quelli del presente.
Ricordarli con la speranza, la volontà e la responsabilità di vederli scomparire.
Un'utopia?"
(Luigi Nono)
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venerdì, gennaio 26, 2018
Ghetto Swingers
Come ogni anno questo blog celebra IL GIORNO della MEMORIA con un ricordo a sfondo sportivo o musicale
Il chitarrista tedesco Heinz Jakob “Coco” Schumann (di cui parlammo lo scorso anno qui: http://tonyface.blogspot.it/2017/01/coco-schumann.html) e e il trombettista cecoslovacco Eric Vogel, entrambi ebrei, musicisti jazz (gli unici sopravvissuti di un nutrito gruppo di jazzisti), vennero deportati prima a Terezin poi ad Auschwitz.
“Quando arrivammo a Terezin, fummo fatti uscire per l’appello.
Stemmo impalati senza cibo per ore sotto una tormenta di neve. Quelli deboli morivano o venivano portati via. Poi uno delle SS ordinò: “Musicisti un passo avanti” . I nazisti stavano trasformando Terezin in un campo “modello” messo in scena da Goebbels per dimostrare alla Croce Rossa Internazionale che nelle prigioni naziste si viveva in condizioni umane e per smentire le voci dell’esistenza di lavoro da schiavi e di camere a gas".
Il 23 giugno del 1944 a Terezín arriva la Commissione della Croce Rossa Internazionale.
Il campo viene svuotato e ripulito: 7500 prigionieri vengono deportati a Birkenau i recinti di filo spinato rimossi, le facciate degli edifici ripulite.
L’8 gennaio 1943 Vogel venne incaricato di formare un’orchestra che prede il nome di Ghetto Swingers.
Oltre a Vogel e Schummann ci sono il clarinettista Fritz Weiss, uno dei migliori musicisti jazz europei dell'epoca, Martin Roman e il pianista dell' orchestra di Marek Weber, incaricato di dirigere la band.
C'erano inoltre il Dr. Brammer (piano), il Dr. Kurt Bauer (batteria), Goldschmidt (chitarra), Fasal (basso), , Langer (sax), e Fr. Mautner (trombone).
"Suonavamo con swing e feeling, principalmente nello stile di Benny Goodman”.
La delegazione, sotto l’occhio vigile delle SS, perlustra il campo, assiste alle esibizioni artistiche degli abitanti del campo assistono tra cui un concerto dei Ghetto Swingers.
E conclude: “Possiamo dire che abbiamo provato uno stupore immenso per il fatto di aver trovato nel ghetto una città che vive una vita quasi normale” e definisce Terezín luogo "gradevole e soddisfacente".
La visita venne documentata in un film di propaganda, inclusa l'esibizione dei Ghetto Swingers Appena la Croce Rossa ebbe lasciato il campo, i musicisti vennero inviati Auschwitz e molti, tra cui Fritz Weiss, mandati immediatamente alle camere a gas.
Ad Auschwitz, Heinz “Coco” Shumann e Vogel vengono tenuti invece in vita e obbligato a suonare.
“Ero costretto ad intonare la melodia di La Paloma mentre le SS accompagnavano le colonne di detenuti verso le camere a gas”.
Il 27 gennaio 1945, le truppe sovietiche liberarono il campo e i due si salvarono.
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venerdì, gennaio 27, 2017
Coco Schumann
Come ogni anno questo blog celebra LA GIORNATA della MEMORIA con un ricordo a sfondo sportivo o musicale
Coco Schumann è nato nel 1924 a Berlino da madre ebrea e padre tedesco ovvero quello che iu nazisti chiamavano “Mischehe”, figlio di matrimoni misti.
Affascinato dal jazz e dallo swing dopo aver imparato a suonare la chitarra, inizia a suonare in vari locali, fino a quando, nel 1943 viene internato nei campi di concentramento di Theresienstadt, di Auschwitz e di Dachau e dove diventa il batterista del gruppo musicale “Ghetto-Swingers” che allieta nazisti ( "Sono stato costretto a suonare per dei criminali, ad allietare le loro serate, sempre insicuro di come sarebbe finita, dipendevo dal loro umore, un piccolo errore mi sarebbe costato la pelle").
Dopo la guerra ritorna ad essere protagonista della scena jazz di Berlino, suonando con i più famosi musicisti internazionali americani come Louis Armstrong.
Tormentato dai ricordi si trasferisce in Australia con la moglie. Tornerà in Germania molti anni dopo, pubblicherà la sua autobiografia “Der Ghetto-Swinger – Eine Jazzlegende erzählt” (Il musicista swing del ghetto – una leggenda del jazz racconta) e continuerà a suonare con il suo Coco Schumann Quartett.
“Chi ha dentro di sé lo swing, non importa se stia in una sala o su un palco, non potrà più marciare a passo uniforme”
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mercoledì, gennaio 27, 2016
Giornata della Memoria - Johann Trollmann
Come ogni anno questo blog celebra LA GIORNATA della MEMORIA con un ricordo a sfondo sportivo.
Johann Trollmann era un pugile, pesi leggeri, campione tedesco nel 1933, a cui il titolo fu tolto subito dopo a causa della sua etnia sinti.
Nell'incontro per la cintura di campione affronta l'ariano Adolf Witt e lo batte.
Ma dal pubblico Georg Radamm, gerarca nazista e presidente del Deutscher Faustkämpfe, l'associazione dei pugili tedeschi, ordina agli arbitri di far terminare la contesa in pareggio.
Ma il pubblico si ribella e dopo le proteste Rukelie (suo soprannome che significa "albero") diventa il nuovo campione tedesco.
Trollmann scoppia in lacrime per la gioia.
Per questo il titolo gli viene tolto perchè piangendo, “ha assunto un atteggiamento pietoso, in netto contrasto con le regole di questo sport”.
Dovrà ripetere la scalata al titolo, stavolta contro Gustav Eder.
A Trollmann viene proibito di boxare nel suo stile alla Clay (volare come la farfalla, pungere come l’ape). Deve stare inchiodato al centro del ring, pena la perdita della licenza.
Trollman sa che tutto è perduto e decide di irridere l'assurdità della situazione e si presenta sul ring con i capelli ossigenati e il corpo cosparso di farina, parodia del pugile ariano. Incassa tutti i pugni di Eder e va ko alla quinta ripresa.
Venne deportato nel 1942 nel campo di concentramento di Neuengamme dove fu riconosciuto da un ufficiale delle Ss che era stato un arbitro di pugilato e che lo costrinse a combattere di notte per le truppe naziste.
Sfinito dal lavoro diurno e dai combattimenti notturni fu trasferito in un campo più piccolo a Wittenberge.
I suoi compagni lo riconobbero e organizzarono un incontro di pugilato contro un kapò.
Trollmann lo mise al tappeto e il kapò si vendicò, facendolo lavorare senza soste e uccidendolo di bastonate nel febbraio 1943.
Johann Trollmann è stato uno dei 500.000 Rom e Sinti sterminati dai nazisti.
Sessant’anni dopo, nel 2003, la federazione tedesca di pugilato lo ha riconosciuto campione di Germania.
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martedì, gennaio 27, 2015
Giornata della memoria - Erno Erbstein
A cura di ALBERTO GALLETTI
27-01-2015
Settant’anni oggi da quel 27 gennaio 1945, giorno in cui l’Armata Rossa varcò i cancelli di Auschwitz.
Vorrei ricordare, questo (triste) anniversario ancora con una storia legata al calcio, il protagonista di oggi è Erno Erbstein, artefice quasi sconosciuto del grande Torino.
Nato a Nagyvaradi, allora Ungheria oggi Oradea,Romania Erno Erbstein, ebreo, si trasferisce a Budapest dove intraprende la carriera di studente e coltiva la sua passione per il gioco del calcio. Si iscrive al Budapest Atletikai Klub (BAK) dove ben presto trova posto nella squadra della sezione calcio come centrocampista, nonostante l’interesse del grande e glorioso MTK e i forti legami tra questi e il BAK, entrambi club a forte identità ebrea, il giovane Erno rimane a fare parte della più modesta società atletica.
Una formazione del Budapest A.K. anni ‘10
Classe 1898 (cent’anni di differenza con mio figlio!) viene arruolato nell’esercito Austro-Ungarico, dove combatte sul fronte italiano dal 1916 prima sergente, poi sottottentente.
Tornato vivo dal fronte insieme ai compagni d’armi è parte di un’insurrezione armata che occupa la posta centrale di Budapest; sulle barricate della capitale magiara da' dimostrazione delle sue doti di leader.
Tornato alla vita civile riprende col calcio al BAK e trova impiego come agente di cambio, frequenta i circoli calcistici nei caffè di Budapest dove i migliori allenatori della scuola danubiana, discutono dell’evoluzione delle tattiche calcistiche, la sua grande passione. La crescente paranoia anti-semita che pervase Budapest a partire dal 1920, unita agli scarsi progressi come giocatore e alla promozione del BAK alla serie A sfuggita di un soffio fanno si che Erno, ora in compagnia di Jolena, sua fidanzata, accetti la prima vera offerta professionistica che gli sia mai pervenuta: l’Olimpia Fiume gli offre un contratto per la stagione 1924-25, un anno vissuto tumultuosamente nella città adriatica appena annessa all’Italia fascista, così fortemente legata alla propaganda fascista e al suo regime che ne fece un simbolo del proprio potere, prestigio e funzionalità, ma allo stesso tempo così ancora decisamente austro-ungarica in quanto città libera all’interno della grande Ungheria fino a pochi anni prima. La stagione si conclude con la sconfitta dell’Olimpia negli spareggi promozione, dove Erno sbaglia il rigore decisivo contro il Vicenza ma trova ingaggio presso i biancorossi guidati dal connazionale Janòs Beky.
Nel 1927 si imbarca per una torunee negli USA con il Maccabi Budapest, squadra che ricalcò i fasti dell’Hakoah Wien che girò il nord-America due anni prima, si impiega come agente di cambio occupazione che mantiene per due anni fino al crollo di Wall Street del 1929 e gioca per i Brooklyn Wanderers, quell’anno tra mille difficoltà Erbstein fa rientro a Budapest.
Di ritorno in patria Erno concentra tutti i suoi sforzi sulle tematiche calcistiche, varianti ed evoluzioni tattiche da mettere in pratica una volta ottenuto un ingaggio.
Tradizionalmente la scuola danubiana fu influenzata dal passing game scozzese, molto diverso dal più diretto approccio inglese fatto di dribbling, kick & rush, questo spiega la grande considerazione per i maestri ungheresi nel nostro paese dove si praticava una brutta copia con risvolti banditeschi del gioco inglese. Erno (come parecchi della sua generazione) fu grandemente impressionato dalle grandissime batoste dispensate dai Glasgow Rangers nel loro tour a Budapest negli anni 10, e fu lesto ad imparare la lezione.
Nel frattempo qualcuno in Italia si ricordò di lui il Bari gli offre un ingaggio per la stagione 1928/29, passa quindi alla Nocerina e poi al Cagliari con il quale ottiene la promozione alla serie B.
Ritorna a Bari per una stagione e poi si trasferisce a Lucca, Serie C, dove nel giro di tre stagioni porta la Lucchese in Serie A e ad un onorevole 7° posto finale.
In piedi tra i suoi ragazzi alla Lucchese
Nel frattempo, siamo nel 1938, il disgraziato regime fascista sempre più schiavo della propria inettitudine e dell’alleato nazista, ha inasprito le restrizioni per i cittadini di origine ebraica fino alla promulgazione delle infami leggi razziali.
Per Erno, sposato e con due figlie non è più possibile continuare una vita pubblica normale in una piccola città di provincia, anche le ragazze non possono più essere iscritte alla scuola pubblica.
Gli viene in soccorso il Commendator Ferruccio Novo, presidente del Torino, al quale non era sfuggita la grande capacità di Erno, gli offre un ingaggio, nonché protezione per lui e per la famiglia.
Il Torino chiude il campionato 1938/39 al secondo posto dietro al Bologna, ma l’ottimo risultato ottenuto finalmente alla guida di una grande squadra non riesce ad arginare la crescente preoccupazione di Erbstein per il precipitare della situazione italiana, decide così di fare rientro a Budapest, aiutati da Novo al termine di un viaggio avventuroso e dopo aver trovato riparo prima in Olanda da dove scappano quasi subito causa il procedere sistematico dei rastrellamenti (che risulteranno tragicamente fatali ad Arpad Weisz) la famiglia fa rientro nella capitale ungherese da dove Erno continuerà a collaborare con la dirigenza granata.
Novo gli ha offerto un lavoro come rappresentante della propria ditta tessile a Budapest, i due riescono anche a incontrarsi di nascosto per tracciare le loro strategie calcistiche, in una di queste occasioni Erbstein caldeggia, dopo che Novo gli chiese un parere, l’ingaggio dei due campioni del Venezia: Loik e Valentino Mazzola.
Le cose precipitano quando l’Ungheria viene invasa dai nazisti nel marzo 1944 e il governo fantoccio da questi instaurato comincia a collaborare allo sterminio degli ebrei ungheresi pianificato dai demoniaci gerarchi hitleriani.
Nel breve volgere di due mesi le SS riescono a ghettizzare l’intera popolazione ebraica dell’Ungheria e avviano il processo di deportazione che vede oltre 400.000 persone donne, uomini e bambini spediti su 150 treni verso la morte nei campi di concentramento in Polonia, all’apice di questo delirio di insana malvagità, 12000 ebrei ungheresi vengono tradotti ad Auschwitz ogni giorno. Le loro vite sono ormai disperate, le SS arrivano a Budapest ultima tappa del loro programma di annientamento, ma il destino viene loro incontro sotto le sembianze dell’insegnante di danza delle figlie, donna molto rispettata e conoscente del nunzio papale a Budapest.
Grazie a questa conoscenza le tre donne trovano impiego in una fabbrica di uniformi militari all’interno di un convento cattolico, situato sulle colline di Buda che, in quanto enclave vaticana gode di una teorica neutralità.
Il direttore della fabbrica, d’accordo con padre Pal Klinda rettore del convento, organizza un piano di rifugio per salvare quanti più possibili ebrei dalla persecuzione nazista. Dopo aver messo in salvo la famiglia, Erno realizza che l’unica possibilità di scampare è quella di costituirsi in un campo da lavoro e scampare la deportazione in attesa dell’arrivo dell’armata rossa.
Rastrellamenti a Budapest nel 44
Resiste grazie alla sua forte struttura atletica, i guardiani del campo, ungheresi, lo assegnano ad una squadra di posatori di rotaie. Un giorno mentre era in inquadramento gli si para davanti un uomo dalle sembianze note, non riusciva a crederci, era il suo attendente durante la prima guerra mondiale, ora caporale all’interno del campo, non si vedevano dal 1919.
Nel corso delle settimane successive i due riallacciarono un rapporto di amicizia e il caporale tolse più di una volta Erno dalla squadra lavoro, e riuscì anche a metterlo in comunicazione con la famiglia riuscendo a scortarlo, con varie scuse, fino a un telefono pubblico.
A dicembre di quel tremendo 1944 Erno decise che era tempo di scappare dal campo di prigionia, l’Armata Rossa era alle porte di Budapest, i comandanti del campo avevano sospeso le loro attività e cominciavano a condurre i prigionieri entro i confini tedeschi. Con l’aiuto dell’amico caporale,e forse con lui, riuscì a fuggire dal campo, nel gruppetto di cinque c’era anche Bela Guttman. Si rifugiò a Pecs a casa della cognata dove era nel frattempo riparata la famiglia da Budapest, fornita di nuovi falsi documenti, dopo le persecuzione delle croci frecciate di Niylas.
Rimase per mesi nascosto nel sottotetto per non insospettire i vicini, ma quando questi ultimi avvisarono che Niylas avrebbe setacciato la casa, la figlia Susanna, armata di grande coraggio, vestì i panni da infermiera e grazie ai suoi documenti di volontaria della croce rossa riusci a riportare il padre, fintosi ferito in guerra, a Budapest ormai assediata e sconvolta dalle rappresaglie rifugiandolo al consolato svedese, dove l’ambasciatore Raoul Wallenberg, si prodigava instancabilmente per salvare quante più vite possibili.
Rimase qui fino all’inizio dell’occupazione sovietica, quando (non si sa come) si ripresentò a Pecsi a casa della cognata.
A conflitto terminato Novo riuscì a farlo rintracciare e la famiglia Erbstein fece ritorno a Torino nel 1946. Erno cui il nome era stato nel frattempo cambiato in Egri dalle nuove autorità filocomuniste in patria nel tentativo di ungheresizzare l’ungheresizzabile e in ogni caso di de-giudeizzare il più possibile l’anagrafe, riprese la carica di consulente del presidente, ma nel ’47 divenne direttore tecnico dello squadrone granata.
La stupidità italica senza confine lo costrinse quell’anno a difendersi pubblicamente dall’accusa mossagli da alcuni di essere una spia sovietica e di aver palesemente sfavorito gli azzurri in una gara contro l’Ungheria di quell’anno: ne usci pulito a testa alta.
La squadra che aveva impostato otto anni prima al momento della sua fuga dall ’Italia era ora campione in carica, aveva vinto gli ultimi due scudetti.
Erbstein era convinto dopo tutti i suoi studi che potessero ancora migliorare e non sbagliava. Cominciò un lavoro di miglioramento della tecnica, della parte atletica e mentale, adottò appieno il sistema inglese adattandolo ai propri campioni, l’assiduo lavoro diede i suoi frutti, i successivi tre campionati furono per il Torino una corsa a sè, distacchi abissali in classifica e batoste dispensate un po’ ovunque in giro per l’Italia e uno stile di gioco che a detta di chi li vide, si vedrà ripetuto solo dagli Olandesi negli anni 70.
Erbstein era duttile, uomo di grande comunicativa e dai modi gentili ed educati, riusciva ad essere incredibilmente persuasivo, aveva occhio per i talenti e riusciva a scoprirli un po dappertutto sapeva essere disponibile al dialogo coi giocatori durante la settimana e deciso, determinato ed esigente con loro il giorno della partita, sapeva caricarli negli spogliatoi, lui stesso era stato un condottiero in campo e aveva avuto in gioventù più di un problema in patria dovuto alla durezza del suo gioco ma amava la manovra e l’uso del campo.
Credeva fermamente nel collettivo ma incoraggiava l’espressione del talento personale, riuscì a far capire ai suoi campioni quali erano i limiti (ampi) entro i quali potevano liberare il loro talento.
Nominato allenatore condusse la squadra a due trionfi consecutivi nei campionati 46/47 e 47/48.
Verso il volgere della stagione 1948/49 con il quinto scudetto consecutivo già praticamente cucito sulle maglie, Novo acconsentì alla richiesta del capitano Valentino Mazzola di portare la squadra a Lisbona per giocare l’amichevole d’addio del capitano del Benfica, Francisco Ferreira, grande amico del capitano granata.
La partita si giocò il 3 maggio 1949 in uno stadio gremito da oltre 40mila spettatori e vide il Torino sconfitto dalla compagine di casa per 4-3.
L’ultima partita: Lisbona 3 maggio 1949, Erbstein è il primo in piedi da destra.
L’indomani l’aereo che riportava a casa la squadra andò a sbattere contro il terrapieno della basilica di Superga mentre si apprestava a compiere l’atterraggio allo scalo torinese in condizioni metereologiche impossibili e una visibilità di soli 40 metri, in uno schianto orrendo che lasciò un intera nazione sgomenta.
Non ci furono superstiti, 27 componenti della spedizione granata e 4 membri dell’equipaggio. Tra loro Egri Erbstein, fiero ebreo ungherese, giramondo del calcio, scampato alle persecuzioni razziali del regime fascista e poi rocambolescamente all’olocausto perpetrato dai nazisti ai danni del suo popolo, ma non al suo destino.
Buona giornata, non dimentichiamo.
27-01-2015
Settant’anni oggi da quel 27 gennaio 1945, giorno in cui l’Armata Rossa varcò i cancelli di Auschwitz.
Vorrei ricordare, questo (triste) anniversario ancora con una storia legata al calcio, il protagonista di oggi è Erno Erbstein, artefice quasi sconosciuto del grande Torino.
Nato a Nagyvaradi, allora Ungheria oggi Oradea,Romania Erno Erbstein, ebreo, si trasferisce a Budapest dove intraprende la carriera di studente e coltiva la sua passione per il gioco del calcio. Si iscrive al Budapest Atletikai Klub (BAK) dove ben presto trova posto nella squadra della sezione calcio come centrocampista, nonostante l’interesse del grande e glorioso MTK e i forti legami tra questi e il BAK, entrambi club a forte identità ebrea, il giovane Erno rimane a fare parte della più modesta società atletica.
Una formazione del Budapest A.K. anni ‘10
Classe 1898 (cent’anni di differenza con mio figlio!) viene arruolato nell’esercito Austro-Ungarico, dove combatte sul fronte italiano dal 1916 prima sergente, poi sottottentente.
Tornato vivo dal fronte insieme ai compagni d’armi è parte di un’insurrezione armata che occupa la posta centrale di Budapest; sulle barricate della capitale magiara da' dimostrazione delle sue doti di leader.
Tornato alla vita civile riprende col calcio al BAK e trova impiego come agente di cambio, frequenta i circoli calcistici nei caffè di Budapest dove i migliori allenatori della scuola danubiana, discutono dell’evoluzione delle tattiche calcistiche, la sua grande passione. La crescente paranoia anti-semita che pervase Budapest a partire dal 1920, unita agli scarsi progressi come giocatore e alla promozione del BAK alla serie A sfuggita di un soffio fanno si che Erno, ora in compagnia di Jolena, sua fidanzata, accetti la prima vera offerta professionistica che gli sia mai pervenuta: l’Olimpia Fiume gli offre un contratto per la stagione 1924-25, un anno vissuto tumultuosamente nella città adriatica appena annessa all’Italia fascista, così fortemente legata alla propaganda fascista e al suo regime che ne fece un simbolo del proprio potere, prestigio e funzionalità, ma allo stesso tempo così ancora decisamente austro-ungarica in quanto città libera all’interno della grande Ungheria fino a pochi anni prima. La stagione si conclude con la sconfitta dell’Olimpia negli spareggi promozione, dove Erno sbaglia il rigore decisivo contro il Vicenza ma trova ingaggio presso i biancorossi guidati dal connazionale Janòs Beky.
Nel 1927 si imbarca per una torunee negli USA con il Maccabi Budapest, squadra che ricalcò i fasti dell’Hakoah Wien che girò il nord-America due anni prima, si impiega come agente di cambio occupazione che mantiene per due anni fino al crollo di Wall Street del 1929 e gioca per i Brooklyn Wanderers, quell’anno tra mille difficoltà Erbstein fa rientro a Budapest.
Di ritorno in patria Erno concentra tutti i suoi sforzi sulle tematiche calcistiche, varianti ed evoluzioni tattiche da mettere in pratica una volta ottenuto un ingaggio.
Tradizionalmente la scuola danubiana fu influenzata dal passing game scozzese, molto diverso dal più diretto approccio inglese fatto di dribbling, kick & rush, questo spiega la grande considerazione per i maestri ungheresi nel nostro paese dove si praticava una brutta copia con risvolti banditeschi del gioco inglese. Erno (come parecchi della sua generazione) fu grandemente impressionato dalle grandissime batoste dispensate dai Glasgow Rangers nel loro tour a Budapest negli anni 10, e fu lesto ad imparare la lezione.
Nel frattempo qualcuno in Italia si ricordò di lui il Bari gli offre un ingaggio per la stagione 1928/29, passa quindi alla Nocerina e poi al Cagliari con il quale ottiene la promozione alla serie B.
Ritorna a Bari per una stagione e poi si trasferisce a Lucca, Serie C, dove nel giro di tre stagioni porta la Lucchese in Serie A e ad un onorevole 7° posto finale.
In piedi tra i suoi ragazzi alla Lucchese
Nel frattempo, siamo nel 1938, il disgraziato regime fascista sempre più schiavo della propria inettitudine e dell’alleato nazista, ha inasprito le restrizioni per i cittadini di origine ebraica fino alla promulgazione delle infami leggi razziali.
Per Erno, sposato e con due figlie non è più possibile continuare una vita pubblica normale in una piccola città di provincia, anche le ragazze non possono più essere iscritte alla scuola pubblica.
Gli viene in soccorso il Commendator Ferruccio Novo, presidente del Torino, al quale non era sfuggita la grande capacità di Erno, gli offre un ingaggio, nonché protezione per lui e per la famiglia.
Il Torino chiude il campionato 1938/39 al secondo posto dietro al Bologna, ma l’ottimo risultato ottenuto finalmente alla guida di una grande squadra non riesce ad arginare la crescente preoccupazione di Erbstein per il precipitare della situazione italiana, decide così di fare rientro a Budapest, aiutati da Novo al termine di un viaggio avventuroso e dopo aver trovato riparo prima in Olanda da dove scappano quasi subito causa il procedere sistematico dei rastrellamenti (che risulteranno tragicamente fatali ad Arpad Weisz) la famiglia fa rientro nella capitale ungherese da dove Erno continuerà a collaborare con la dirigenza granata.
Novo gli ha offerto un lavoro come rappresentante della propria ditta tessile a Budapest, i due riescono anche a incontrarsi di nascosto per tracciare le loro strategie calcistiche, in una di queste occasioni Erbstein caldeggia, dopo che Novo gli chiese un parere, l’ingaggio dei due campioni del Venezia: Loik e Valentino Mazzola.
Le cose precipitano quando l’Ungheria viene invasa dai nazisti nel marzo 1944 e il governo fantoccio da questi instaurato comincia a collaborare allo sterminio degli ebrei ungheresi pianificato dai demoniaci gerarchi hitleriani.
Nel breve volgere di due mesi le SS riescono a ghettizzare l’intera popolazione ebraica dell’Ungheria e avviano il processo di deportazione che vede oltre 400.000 persone donne, uomini e bambini spediti su 150 treni verso la morte nei campi di concentramento in Polonia, all’apice di questo delirio di insana malvagità, 12000 ebrei ungheresi vengono tradotti ad Auschwitz ogni giorno. Le loro vite sono ormai disperate, le SS arrivano a Budapest ultima tappa del loro programma di annientamento, ma il destino viene loro incontro sotto le sembianze dell’insegnante di danza delle figlie, donna molto rispettata e conoscente del nunzio papale a Budapest.
Grazie a questa conoscenza le tre donne trovano impiego in una fabbrica di uniformi militari all’interno di un convento cattolico, situato sulle colline di Buda che, in quanto enclave vaticana gode di una teorica neutralità.
Il direttore della fabbrica, d’accordo con padre Pal Klinda rettore del convento, organizza un piano di rifugio per salvare quanti più possibili ebrei dalla persecuzione nazista. Dopo aver messo in salvo la famiglia, Erno realizza che l’unica possibilità di scampare è quella di costituirsi in un campo da lavoro e scampare la deportazione in attesa dell’arrivo dell’armata rossa.
Rastrellamenti a Budapest nel 44
Resiste grazie alla sua forte struttura atletica, i guardiani del campo, ungheresi, lo assegnano ad una squadra di posatori di rotaie. Un giorno mentre era in inquadramento gli si para davanti un uomo dalle sembianze note, non riusciva a crederci, era il suo attendente durante la prima guerra mondiale, ora caporale all’interno del campo, non si vedevano dal 1919.
Nel corso delle settimane successive i due riallacciarono un rapporto di amicizia e il caporale tolse più di una volta Erno dalla squadra lavoro, e riuscì anche a metterlo in comunicazione con la famiglia riuscendo a scortarlo, con varie scuse, fino a un telefono pubblico.
A dicembre di quel tremendo 1944 Erno decise che era tempo di scappare dal campo di prigionia, l’Armata Rossa era alle porte di Budapest, i comandanti del campo avevano sospeso le loro attività e cominciavano a condurre i prigionieri entro i confini tedeschi. Con l’aiuto dell’amico caporale,e forse con lui, riuscì a fuggire dal campo, nel gruppetto di cinque c’era anche Bela Guttman. Si rifugiò a Pecs a casa della cognata dove era nel frattempo riparata la famiglia da Budapest, fornita di nuovi falsi documenti, dopo le persecuzione delle croci frecciate di Niylas.
Rimase per mesi nascosto nel sottotetto per non insospettire i vicini, ma quando questi ultimi avvisarono che Niylas avrebbe setacciato la casa, la figlia Susanna, armata di grande coraggio, vestì i panni da infermiera e grazie ai suoi documenti di volontaria della croce rossa riusci a riportare il padre, fintosi ferito in guerra, a Budapest ormai assediata e sconvolta dalle rappresaglie rifugiandolo al consolato svedese, dove l’ambasciatore Raoul Wallenberg, si prodigava instancabilmente per salvare quante più vite possibili.
Rimase qui fino all’inizio dell’occupazione sovietica, quando (non si sa come) si ripresentò a Pecsi a casa della cognata.
A conflitto terminato Novo riuscì a farlo rintracciare e la famiglia Erbstein fece ritorno a Torino nel 1946. Erno cui il nome era stato nel frattempo cambiato in Egri dalle nuove autorità filocomuniste in patria nel tentativo di ungheresizzare l’ungheresizzabile e in ogni caso di de-giudeizzare il più possibile l’anagrafe, riprese la carica di consulente del presidente, ma nel ’47 divenne direttore tecnico dello squadrone granata.
La stupidità italica senza confine lo costrinse quell’anno a difendersi pubblicamente dall’accusa mossagli da alcuni di essere una spia sovietica e di aver palesemente sfavorito gli azzurri in una gara contro l’Ungheria di quell’anno: ne usci pulito a testa alta.
La squadra che aveva impostato otto anni prima al momento della sua fuga dall ’Italia era ora campione in carica, aveva vinto gli ultimi due scudetti.
Erbstein era convinto dopo tutti i suoi studi che potessero ancora migliorare e non sbagliava. Cominciò un lavoro di miglioramento della tecnica, della parte atletica e mentale, adottò appieno il sistema inglese adattandolo ai propri campioni, l’assiduo lavoro diede i suoi frutti, i successivi tre campionati furono per il Torino una corsa a sè, distacchi abissali in classifica e batoste dispensate un po’ ovunque in giro per l’Italia e uno stile di gioco che a detta di chi li vide, si vedrà ripetuto solo dagli Olandesi negli anni 70.
Erbstein era duttile, uomo di grande comunicativa e dai modi gentili ed educati, riusciva ad essere incredibilmente persuasivo, aveva occhio per i talenti e riusciva a scoprirli un po dappertutto sapeva essere disponibile al dialogo coi giocatori durante la settimana e deciso, determinato ed esigente con loro il giorno della partita, sapeva caricarli negli spogliatoi, lui stesso era stato un condottiero in campo e aveva avuto in gioventù più di un problema in patria dovuto alla durezza del suo gioco ma amava la manovra e l’uso del campo.
Credeva fermamente nel collettivo ma incoraggiava l’espressione del talento personale, riuscì a far capire ai suoi campioni quali erano i limiti (ampi) entro i quali potevano liberare il loro talento.
Nominato allenatore condusse la squadra a due trionfi consecutivi nei campionati 46/47 e 47/48.
Verso il volgere della stagione 1948/49 con il quinto scudetto consecutivo già praticamente cucito sulle maglie, Novo acconsentì alla richiesta del capitano Valentino Mazzola di portare la squadra a Lisbona per giocare l’amichevole d’addio del capitano del Benfica, Francisco Ferreira, grande amico del capitano granata.
La partita si giocò il 3 maggio 1949 in uno stadio gremito da oltre 40mila spettatori e vide il Torino sconfitto dalla compagine di casa per 4-3.
L’ultima partita: Lisbona 3 maggio 1949, Erbstein è il primo in piedi da destra.
L’indomani l’aereo che riportava a casa la squadra andò a sbattere contro il terrapieno della basilica di Superga mentre si apprestava a compiere l’atterraggio allo scalo torinese in condizioni metereologiche impossibili e una visibilità di soli 40 metri, in uno schianto orrendo che lasciò un intera nazione sgomenta.
Non ci furono superstiti, 27 componenti della spedizione granata e 4 membri dell’equipaggio. Tra loro Egri Erbstein, fiero ebreo ungherese, giramondo del calcio, scampato alle persecuzioni razziali del regime fascista e poi rocambolescamente all’olocausto perpetrato dai nazisti ai danni del suo popolo, ma non al suo destino.
Buona giornata, non dimentichiamo.
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Giornata della memoria
lunedì, gennaio 27, 2014
Arpad Weisz
A cura di ALBERTO GALLETTI
27-01-2014
Oggi è la giornata della memoria, lo stesso giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa entravano nel campo di prigionia di Auschwitz.
Un breve pensiero a riguardo, fornito da un carissimo amico, noto da queste parti come ‘The Raven’, che mi ha prestato il libro dell’ottimo Matteo Marani sulla triste vicenda di Arpad Weisz e della sua famiglia.
Arpad Weisz era un ebreo ungherese che giocò negli anni 20 per la nazionale magiara.
Passò nel 25 dall’ MTK Budapest, fenomenale compagine danubiana e club ad altra rappresentanza ebraica della capitale ungherese a quell’epoca al Padova prima e all’Inter poi.
Un grave infortunio al ginocchio gli pregiudicò la carriera di calciatore, ma la sua enorme passione per il gioco del calcio lo spinse ad intraprendere la carriera di allenatore, scoprì e fece esordire in prima squadra un certo Giuseppe Meazza e con l’Ambrosiana vinse il primo campionato di Serie A a girone unico, stagione 1929/30.
Dissapori con il nuovo presidente dei nerazzurri lo lasciarono senza impiego e dopo una breve parentesi a Novara e una stagione a Bari venne ingaggiato dal Bologna.
Fu sostenitore del sistema WM inglese rapido modernizzatore del nostro calcio e creatore del Bologna, ‘lo squadrone che tremare il mondo fa’, col quale vinse gli scudetti del 1935/36 e 1936/37, interrompendo la supremazia bianconera della Juve del quinquennio, oltre che la Coppa dell’Esposizione Universale di Parigi nel 1937 quando i felsinei sconfissero incredibilmente gli inglesi del Chelsea FC in finale per 4-1.
Le leggi razziali del 1938 lo costrinsero a lasciare il paese, trovò rifugio prima a Parigi poi in Olanda a Dordrecht dove trovò impiego presso il locale DFC, la squadra della cittadina, il destino tragico stava comunque compiendo il suo percorso.
La Germania nazista invade l’Olanda in cinque giorni e il cerchio intorno ai discendenti di David si stringe tragicamente, dalle prime restrizioni sugli impieghi pubblici, alle liste della polizia politica alle deportazioni in massa.
A poco a poco Arpad Weisz, la moglie e i due figli di 8 e 10 anni finiscono inesorabilmente in un lungo tunnel buio dal quale non usciranno più.
Nel 1944 vengono arrestati, imprigionati e condotti ad Auschwitz, dove appena arrivati vengono separati, Arpad finirà in un campo di lavoro dove resisterà, grazie alla forte fibra fino ai primi del 1945, prima di soccombere al massacrante annientamento psicofisico nazista.
La moglie e i figlioletti verranno passati per le camere a gas di Birkenau poche ore dopo il loro arrivo.
Una vicenda tristissima, come milioni di altre, raccontata con commovente partecipazione e che mi ha molto commosso.
Buona giornata, non dimentichiamo.
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Giornata della memoria
martedì, gennaio 27, 2009
La Giornata Della Memoria
Un sondaggio del Corriere della Sera ci dice che il 12% degli italiani è antisemita e che il 44% nutre qualche pregiudizio contro gli ebrei.
Sua Santità Ratzinger coglie l'occasione per reintegrare nella Chiesa un porco negazionista come monsignor Williamson.
Mai come oggi è NECESSARIO NON DIMENTICARE
Anche attraverso un libro appena uscito:
Il libro della Shoah italiana. I racconti di chi è sopravvissuto
di: Marcello Pezzetti
Più di cento sopravvissuti raccontano la loro storia, componendo un grande racconto corale dell'ebraismo italiano. Dal mondo di prima, l'infanzia, la scuola, alle leggi antiebraiche e alla conseguente catena di umiliazioni. E poi l'occupazione tedesca, gli arresti, le detenzioni, la deportazione. Complessivamente nel 1943 venne deportato circa un quinto degli ebrei residenti sul territorio italiano: oltre 9000 persone
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