I Fourth Sensation sono stati un supergruppo ante litteram (i componenti diventeranno famosi in seguito) composto da Vince Tempera alle tastiere, Ares Tavolazzi alla chitarra (passerà al basso con gli Area), Ellade Bandini alla batteria, Angelo Vaggi al basso.
Autore dei brani (probabilmente come prestanome) il trombettista Max Catalano dei Flippers poi diventato il popolare "Filosofo dell'ovvio" nella trasmissione di Arbore "Quelli della notte".
Nel 1970 incidono l'unico, omonimo, album della carriera (i nomi non compaiono sulla copertina ma i personaggi sono identificabili nelle foto sul retro) a base di una potente miscela di Hammond sound, psichedelia, funk, rock blues, tutto strumentale.
Le composizioni sembrano frutto di jam session in studio più che di brani ben strutturati.
Un buon lavoro, in cui si apprezza la tecnica degli strumentisti e tanta energia esecutiva.
L'album ha avuto a lungo quotazioni altissime, fino alla ristampa della Cinedelic nel 2017.
La band in realtà opera anche con il nome di The Pleasure Machine (a cui collabora il chitarrista Gigi Rizzi, già nei Califfi di Clem Sacco e che suonerà con Guccini, Giganti, Venditti, Lauzi, Mia Martini, Toto Cutugno, Al Bano e Romina Power).
L'esordio è sempre nel 1970 è con il 45 giri "Ballad of easy rider" / "The Pleasure Machine" con un altro nome: Vince Tempera e la Macchina del Piacere.
Carina la versione del brano dei Byrds, sul retro uno strumentale jazz funk velocissimo.
Il successivo 45 con una versione fotocopia di "The Long and Winding Road" dei Beatles non dice granché come d'altronde lo sdolcinato pop di "Fuoco di paglia" del singolo successivo del 1971 (meglio il retro strumentale, "Express 9:15", un ossessivo groove funk rock).
La band suona in "L'isola non trovata" di Francesco Guccini di cui coverizzano "Asia" in una versione soul prog con sezione fiati e un grande groove.
Sul lato B una versione italiana di "Friends" di Elton John, intitolata "Amici" di cui esiste anche un video:
https://www.youtube.com/watch?v=mOFJw4JueZY
La carriera discografica si chiude con una reinterpretazione del tema di Gato Barbieri de "L'ultimo tango a Parigi" dopo di che il gruppo si scioglie (pur se i membri continueranno a collaborare), non prima di avere suonato nello storico "Terra in bocca" de I Giganti.
A complicare la storia c'è un album inciso da Vince Tempera, Ares Tavolazzi e Ellade Bandini nel 1970 accreditato a Vince Tempera & La Macchina Del Piacere, ristampato poi nel 1980 come Vince Tempera - Pleasure Machine.
Lavoro molto particolare e godibile con versioni jazzate, intrise di funk, di "Rain" (bellissima), "Ticket to Ride" (ottima, in chiave fusion) e "Let It Be" (bruttina) dei Beatles, una tiratissima "Mas Que Nada" pianistica, "Lay lady lay" di Dylan e la conclusiva, autografa, breve e swingata ma piena di stile, "Sexual Resolution".
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lunedì, aprile 27, 2026
Fourth Sensation /The Pleasure Machine
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mercoledì, aprile 01, 2026
The Jetset
La Heavy Soul Records ha da poco stampato un live dei JETSET "Live At The 100 Club 1986", riportando alla memoria una delle band più, paradossalmente, originali della scena Mod and Related degli anni 80, con il loro stile sfacciatamente Monkees/Beatles, sia nell'estetica, che nelle modalità promozionali, che ricalcavano quei profilo con tanto di annuncio di una serie Tv, conferenze stampa "alla Beatles", una striscia a fumetti su una fanzine e un merchandising ad hoc.
Anche musicalmente il contesto era quello ma con una dimensione compositiva di primissima qualità.
Beat, soul, rhythm and blues, psichedelia, vaudeville.
Vissero un lustro, dal 1983 al 1988, prima dello scioglimento definitivo.
There Goes the Neighbourhood (1985)
Preceduto dall'esordio su ep "The Best Of the Jetset", piccolo gioiello di quattro brani, il primo album è un capolavoro di gusto, melodie perfette, una base di puro e semplice beat (tra Beatles, Monkees e Kinks), ben eseguito, con un gusto rock'n'roll/rhythm and blues a dare energia e carica al tutto.
Nel brano "Do You Wanna Be in the Show" ci sono pure io ai cori...
Go Bananas (1986)
Il secondo album prosegue sulla falsariga dell'esordio, con un omaggio a "Sell Out" degli Who, inframezzando i brani da finbti spot pubblicitari e interventi vocali. Ampie manciate di Beatles e Monkees, una maggior cura ad arrangiamenti e registrazione, meno "cruda" del precedente, armonie vocali sempre più accurate.
April, May, June And The Jetset (1986)
La band si muove (anche esteticamente) verso influenze più psych pop mantenendo però le radici Beatlesiane ben solide.
L'album è discreto ma di livello inferiore rispetto ai precedenti.
Vaudeville Park (1987)
La band si ritira dall'attività concertistica, come fecero i Beatles, per concentrarsi sulle registrazioni in studio e le due anime del gruppo. Paul Bevoir e Paul Bultitude (già con i Secret Affair), come i Fab Four, vanno verso la loro personale dimensione "Sgt Peppers"/"Magical Mistery Tour", aggiungendo fiati e orchestrazioni, psichedelia e un gusto vaudeville tra Paul Mccartney e Ray Davies.
L'aspetto interessante che ha caratterizzato sempre la band è la capacità di scrivere così bene in modo tanto affine (il più delle volte spudoratamente) ai loro modelli.
Five (1988)
Il disco finale che sancisce anche la rottura all'interno del gruppo che si scioglie definitivamente.
Rincorrono stavolta i suoni di "Abbey Road" e degli Wings, sempre con grande classe e capacità interpretativa di quelle atmosfere.
Le canzoni sono belle, ben fatte e arrangiate alla perfezione in stile.
Live At The 100 Club 1986 (2026)
Dodici brani tratti da buona parte del repertorio, ben eseguiti, pur se non è semplicissimo riproidurre le raffinate melodie vocali dei dischi. La band se la cava comunque al meglio e l'album è un ottimo compendio alla più che buona e inteessante discografia.
The JetSet - Wednesday Girl
https://www.youtube.com/watch?v=Fs1RHG2bI2c
In studio di registrazione a fare il corista di "Do You Wanna Be in the Show" con Anthony Meynell degli Squire, Edward Ball dei Times e i Jetset.
Anche musicalmente il contesto era quello ma con una dimensione compositiva di primissima qualità.
Beat, soul, rhythm and blues, psichedelia, vaudeville.
Vissero un lustro, dal 1983 al 1988, prima dello scioglimento definitivo.
There Goes the Neighbourhood (1985)
Preceduto dall'esordio su ep "The Best Of the Jetset", piccolo gioiello di quattro brani, il primo album è un capolavoro di gusto, melodie perfette, una base di puro e semplice beat (tra Beatles, Monkees e Kinks), ben eseguito, con un gusto rock'n'roll/rhythm and blues a dare energia e carica al tutto.
Nel brano "Do You Wanna Be in the Show" ci sono pure io ai cori...
Go Bananas (1986)
Il secondo album prosegue sulla falsariga dell'esordio, con un omaggio a "Sell Out" degli Who, inframezzando i brani da finbti spot pubblicitari e interventi vocali. Ampie manciate di Beatles e Monkees, una maggior cura ad arrangiamenti e registrazione, meno "cruda" del precedente, armonie vocali sempre più accurate.
April, May, June And The Jetset (1986)
La band si muove (anche esteticamente) verso influenze più psych pop mantenendo però le radici Beatlesiane ben solide.
L'album è discreto ma di livello inferiore rispetto ai precedenti.
Vaudeville Park (1987)
La band si ritira dall'attività concertistica, come fecero i Beatles, per concentrarsi sulle registrazioni in studio e le due anime del gruppo. Paul Bevoir e Paul Bultitude (già con i Secret Affair), come i Fab Four, vanno verso la loro personale dimensione "Sgt Peppers"/"Magical Mistery Tour", aggiungendo fiati e orchestrazioni, psichedelia e un gusto vaudeville tra Paul Mccartney e Ray Davies.
L'aspetto interessante che ha caratterizzato sempre la band è la capacità di scrivere così bene in modo tanto affine (il più delle volte spudoratamente) ai loro modelli.
Five (1988)
Il disco finale che sancisce anche la rottura all'interno del gruppo che si scioglie definitivamente.
Rincorrono stavolta i suoni di "Abbey Road" e degli Wings, sempre con grande classe e capacità interpretativa di quelle atmosfere.
Le canzoni sono belle, ben fatte e arrangiate alla perfezione in stile.
Live At The 100 Club 1986 (2026)
Dodici brani tratti da buona parte del repertorio, ben eseguiti, pur se non è semplicissimo riproidurre le raffinate melodie vocali dei dischi. La band se la cava comunque al meglio e l'album è un ottimo compendio alla più che buona e inteessante discografia.
The JetSet - Wednesday Girl
https://www.youtube.com/watch?v=Fs1RHG2bI2c
In studio di registrazione a fare il corista di "Do You Wanna Be in the Show" con Anthony Meynell degli Squire, Edward Ball dei Times e i Jetset.
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mercoledì, ottobre 29, 2025
The Seeds
Ogni mese la rubrica GET BACK ripropone alcuni dischi persi nel tempo e meritevoli di una riscoperta.
Le altre riscoperte sono qui: http://tonyface.blogspot.it/search/label/Get%20Back
SPECIALE THE SEEDS.
Tra le più importanti e influenti band della scena garage punk americana (pur se molto più personali della maggior parte delle band dell'ambito), tra i primissimi a utilizzare la tastiera come basso (Ray Manzarek riprese la tecnica più tardi con i Doors), autori di un classico senza tempo come "Pushin Too Hard", compositori delle loro canzoni in tempi in cui le cover erano spesso preponderanti negli album dei loro contemporanei.
The Seeds (1966)
Esordio fulminante, crudo nei suoni, con la voce di Sky Saxon debitrice a Mick Jagger e Phil May dei Pretty Things.
Oltre a "Pushin Too Hard", la "sorella" (compositivamente e come struttura) "No Escape" e un altro gioiello come "Can't Seem to Make You Mine".
L'album ha un portamento molto maturo, pur partendo da matrici rhythm and blues, con riferimenti jazz, proto psichedelici e atmosfere spesso ipnotiche.
A Web of Sound (1966)
Uscito dopo solo sei mesi dall'esordio, segna già un cambio brusco di rotta, indirizzandosi verso suoni più psichedelici ("Just let Go") e sperimentali ("Roll' Machine" ad esempio) con la seconda facciata occupata quasi interamente da quasi 15 minuti di "Up In Her Room", un blues psichedelico scarno e ipnotico.
Future (1967)
Il focus si sposta sempre di più verso la psichedelia e il freakbeat, mantenendo però un legame solido con la matrice più ruvida degli esordi. Paradossalemente furono "accusati" di imitare i Beatles di "Sgt Peppers", uscito qualche mese prima, quando invece "Future" era stato registrato già da tempo.
In realtà le connessioni tra i due album sono minime.
La psichedelia dei Seeds è minimale e cruda. Utilizza strumenti inusuali ma di "flower" c'è poco.
"A thousand Shadow" riprende ancora una volta l'incedere di "Pushin' Too Hard", gli otto minuti di "Fallin'" sono un incubo lisergico, un trip andato male, "Sad and alone" è acida e dura. Disco molto interessante e troppo sottovalutato.
Sky Saxon Blues Band - A Full Spoon of Seedy Blues (1967)
Con una scelta poco oculata la band torna alle radici blues (collaborando con vari membri della band di Muddy Waters), cambiando anche nome in Sky Saxon Blues Band, pur con la stessa formazione dei Seeds, in un momento (fine 1967) in cui la psichedelia è al top dell'interesse mediatico e artistico.
Un buon album ma estremamente impersonale e derivativo.
Raw & Alive: The Seeds in Concert at Merlin's Music Box (1968)
La carriera si chiude con un finto album live, in realtà realizzato in studio con l'aggiunta successiva di applausi e urla. Scorrono le hit ma si avverte la mancanza della dimensione da palco e l'inserimento dei rumori del pubblico è palesemente posticcio e artefatto.
Il risultato è comunque gradevole, sorta di Greatest Hits della band.
Il successo sarà scarso, perdono membri del gruppo, Sky Saxon continua qualche anno prima di chiudere l'avventura SEEDS.
Le altre riscoperte sono qui: http://tonyface.blogspot.it/search/label/Get%20Back
SPECIALE THE SEEDS.
Tra le più importanti e influenti band della scena garage punk americana (pur se molto più personali della maggior parte delle band dell'ambito), tra i primissimi a utilizzare la tastiera come basso (Ray Manzarek riprese la tecnica più tardi con i Doors), autori di un classico senza tempo come "Pushin Too Hard", compositori delle loro canzoni in tempi in cui le cover erano spesso preponderanti negli album dei loro contemporanei.
The Seeds (1966)
Esordio fulminante, crudo nei suoni, con la voce di Sky Saxon debitrice a Mick Jagger e Phil May dei Pretty Things.
Oltre a "Pushin Too Hard", la "sorella" (compositivamente e come struttura) "No Escape" e un altro gioiello come "Can't Seem to Make You Mine".
L'album ha un portamento molto maturo, pur partendo da matrici rhythm and blues, con riferimenti jazz, proto psichedelici e atmosfere spesso ipnotiche.
A Web of Sound (1966)
Uscito dopo solo sei mesi dall'esordio, segna già un cambio brusco di rotta, indirizzandosi verso suoni più psichedelici ("Just let Go") e sperimentali ("Roll' Machine" ad esempio) con la seconda facciata occupata quasi interamente da quasi 15 minuti di "Up In Her Room", un blues psichedelico scarno e ipnotico.
Future (1967)
Il focus si sposta sempre di più verso la psichedelia e il freakbeat, mantenendo però un legame solido con la matrice più ruvida degli esordi. Paradossalemente furono "accusati" di imitare i Beatles di "Sgt Peppers", uscito qualche mese prima, quando invece "Future" era stato registrato già da tempo.
In realtà le connessioni tra i due album sono minime.
La psichedelia dei Seeds è minimale e cruda. Utilizza strumenti inusuali ma di "flower" c'è poco.
"A thousand Shadow" riprende ancora una volta l'incedere di "Pushin' Too Hard", gli otto minuti di "Fallin'" sono un incubo lisergico, un trip andato male, "Sad and alone" è acida e dura. Disco molto interessante e troppo sottovalutato.
Sky Saxon Blues Band - A Full Spoon of Seedy Blues (1967)
Con una scelta poco oculata la band torna alle radici blues (collaborando con vari membri della band di Muddy Waters), cambiando anche nome in Sky Saxon Blues Band, pur con la stessa formazione dei Seeds, in un momento (fine 1967) in cui la psichedelia è al top dell'interesse mediatico e artistico.
Un buon album ma estremamente impersonale e derivativo.
Raw & Alive: The Seeds in Concert at Merlin's Music Box (1968)
La carriera si chiude con un finto album live, in realtà realizzato in studio con l'aggiunta successiva di applausi e urla. Scorrono le hit ma si avverte la mancanza della dimensione da palco e l'inserimento dei rumori del pubblico è palesemente posticcio e artefatto.
Il risultato è comunque gradevole, sorta di Greatest Hits della band.
Il successo sarà scarso, perdono membri del gruppo, Sky Saxon continua qualche anno prima di chiudere l'avventura SEEDS.
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lunedì, settembre 29, 2025
The Monkees
Le altre riscoperte sono qui: http://tonyface.blogspot.it/search/label/Get%20Back.
Speciale THE MONKEES.
Una delle band più anomale della storia del rock , quella dei MONKEES è una storia esemplare.
Costruiti a tavolino dalla Gem Artists che selezionò i quattro membri (scartando anche un giovanissimo Stephen Stills) con un’inserzione su Variety e che confezionò il prototipo del perfetto gruppo beat , palesemente ispirato dai Beatles e in particolare dalle (dis)avventure rocambolesche, ironiche e simpatiche dei films “Help” e “A hard day’s night”.
I quattro Monkees erano solo l’immagine , alla musica (nei primi due album non componevano né suonavano nulla) al look , alla serie televisiva che li lanciò , pensava la produzione.
La serie televisiva “The Monkees” andò in onda con la prima puntata nel settembre 1966 e fu un immediato successo che li portò in testa alle classifiche e fruttò loro ben 29 dischi d’oro !!
Il gruppo viene liquidato abitualmente con disprezzo e facile ironia.
In realtà la qualità del prodotto fu sempre altissima e anche quando i quattro si liberarono dalle ristrettezze della produzione incominciando a comporre e suonare , seppero regalare momenti interessanti e di ottima elevatura artistica.
Non è noto a molti che i Monkees furono tra i finanziatori del film “Easy rider” assieme a Jack Nicholson (conosciuto sul set del loro film psichedelico e surreale de l68 “Head” e con loro nella foto in bianco e nero),comprarono la strumentazione alla band dei Three Dog Night per permettere loro di compiere i primi passi, furono i primi a usare il Moog in un disco pop nel 1967 (nel brano “Daily nightly” in “Pisces, Aquarius, Capricorn & Jones Ltd” ottimo album tra beat e psichedelica).
In quanto alla presunta mancanza di capacità musicali, Mike Nesmith era e fu in seguito valente compositore di country, Davy Jones aveva già avuto esperienze musicali e teatrali, Peter Tork suonava nel circuito folk del Greenwich Villane e Mickey Dolenz fu batterista con la garage band dei Missing Links.
Realizzarono cinque buoni album prima di sciogliersi lentamente attraverso l’abbandono di Tork, poi di Nesmith, passando attraverso varie ricostituzioni poco significative con altri membri, fino ad una reunion, ancora coronata dal successo.
Una band da riscoprire e di cui apprezzare una lunga serie di eccellenti songs.
Discografia essenziale
(NOTA BENE: dall’ottobre 66 al dicembre 68 hanno pubblicato SEI ALBUM)
The Monkees (ottobre 66)
More of the Monkees (gennaio 67)
Sono gli album più beat e diretti, con il classico suono Monkees, beatlesiano, pulito, molto soft. Nel primo ci sono “Theme from the Monkees”, “Last train to Clarksville”, nel secondo “Steppin stone” , “I’m a believer”, “Mary Mary”.
Headquarters (giugno 67)
Il primo tentativo di andare avanti, con brani più complessi e particolari (eccellenti “For Pete sake” e “Randy scouse git”).
Pisces, Aquarius, Capricorn & Jones, Ltd. (novembre 67)
Psichedelico, molto personale, un piccolo gioiello di psycho beat soft, il loro vertice artistico.
The Birds, The Bees & The Monkees (Maggio 68)
Vanta un capolavoro come “Valleri” e le stupende “Daydream believer” e “Po Box 9847” ma non è particolarmente ispirato.
Head (Soundtrack) (dicembre 68)
La colonna sonora, visionaria, psichedelica, tanto quanto il surreale film. Strano ma non essenziale.
I successivi “Instant replay”, “Present” , “Changes” e “Pool it” sono stati realizzati da membri della band ma non più con la formazione originale e pur essendo dignitosi non hanno granchè di interessante.
PS: nei primi 80's il gruppo molto vicino alla scena mod dei JETSET riprese da vicino sia il sound che lo stile e il mood dei Monkees incidendo alcuni ottimi album di pregevole beat cristallino.
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venerdì, giugno 27, 2025
The Go Go's
In piena esplosione della scena hardcore punk, l'arrivo delle Go Go's, fu una ventata di freschezza pop, ben accetta in quanto esse stesse arrivavano da quell'ambito.
Belinda Carlisle fu per breve tempo batterista dei Germs, con il nome di Dottie Danger e quando fondò la band nel 1978 con la chitarrista Jane Wiedlin, suonarono nello stesso circuito con X, Black Flag etc.
Anche l'altra chitarrista Charlotte Caffey arriva dalla scena, avendo suonato il basso con gli Eyes. La batterista Gina Shock suonò con gli Edie and the Eggs, entrando nel giro del regista John Waters.
La bassista Kathy Valentine suonò coni Violators e formò i Textones con Carla Olson.
Come Go Go's incisero 4 album ottenendo un grande successo con l'esordio e mantenendolo con quelli successivi, pur meno convincenti, con un sound molto gradevole e 60's oriented, con numerosi elementi power pop e un retaggio punk.
Dopo lo scioglimento a metà degli anni 80 hanno proseguito con diverse, saltuarie, reunion, denunce reciproche, cause legali, fino ad oggi, quando sono ricomparse nell'aprile 2025 al Coachella Festival.
Belinda Carlisle ha avuto una carriera solista di grande successo con un pop anonimo e incolore.
Beauty and the Beat (1981)
Il loro piccolo capolavoro con due stupende hit come "Our Lips Are Sealed" (scritto da Jane con Terry Hall degli Specials, dopo una breve relazione durante un tour di supporto alla band inglese) e "We Got The Beat" ma arricchito da altri nove brani autografi di alto livello, melodicamente irresistibili. Suonato molto bene, prodotto alla perfezione in perfetto equilibrio tra un sound diretto e spontaneo, quanto fruibile e danzereccio.
Vacation (1982)
Minate dalle dipendenze e da scontri di ego, riescono, esattamente un anno dopo, a replicare il successo dell'esordio. Si sono perse la sorpresa e anche un po' di freschezza e immediatezza ma il risultato è tuttavia buono e dignitoso. C'è anche una bruttina versione di "Cool Jerk" dei Capitols.
Talk Show (1984)
L'album d'addio prima dello scioglimento, tra mille polemiche. La band è erosa all'interno, la musica si sposta verso suoni più patinati e perde la gioiosa verve dei precedenti lavori. Ma ci sono un paio di brani strepitosi come "Head over Heels" e "I'm the only One" che innalazano parecchio la qualità dell'album.
Venderà meno degli altri, la band finisce, per lungo tempo, qui.
God Bless the Go-Go's (2001)
Dopo 17 anni di silenzio discografico tornano facendosi dare una mano composiutiva da Billie Joe Armstrong, Susanna Hoffs, Craig Ross (della band di Lenny Kravitz) e altri/e. Fuori tempo massimo, con materiale non particolarmente significativo, non riuscirà a rilanciare la carriera della band, nonostante non manchi qualche discreto spunto.
Our Lips Are Sealed (1981)
https://www.youtube.com/watch?v=r3kQlzOi27M
We Got The Beat (live 1982)
https://www.youtube.com/watch?v=NkHsUcG9YDw
Head Over Heels (1984)
https://www.youtube.com/watch?v=jQyazt4RDTM
I'm the Only One (1984)
https://www.youtube.com/watch?v=kmmlhhxpHKc
Belinda Carlisle fu per breve tempo batterista dei Germs, con il nome di Dottie Danger e quando fondò la band nel 1978 con la chitarrista Jane Wiedlin, suonarono nello stesso circuito con X, Black Flag etc.
Anche l'altra chitarrista Charlotte Caffey arriva dalla scena, avendo suonato il basso con gli Eyes. La batterista Gina Shock suonò con gli Edie and the Eggs, entrando nel giro del regista John Waters.
La bassista Kathy Valentine suonò coni Violators e formò i Textones con Carla Olson.
Come Go Go's incisero 4 album ottenendo un grande successo con l'esordio e mantenendolo con quelli successivi, pur meno convincenti, con un sound molto gradevole e 60's oriented, con numerosi elementi power pop e un retaggio punk.
Dopo lo scioglimento a metà degli anni 80 hanno proseguito con diverse, saltuarie, reunion, denunce reciproche, cause legali, fino ad oggi, quando sono ricomparse nell'aprile 2025 al Coachella Festival.
Belinda Carlisle ha avuto una carriera solista di grande successo con un pop anonimo e incolore.
Beauty and the Beat (1981)
Il loro piccolo capolavoro con due stupende hit come "Our Lips Are Sealed" (scritto da Jane con Terry Hall degli Specials, dopo una breve relazione durante un tour di supporto alla band inglese) e "We Got The Beat" ma arricchito da altri nove brani autografi di alto livello, melodicamente irresistibili. Suonato molto bene, prodotto alla perfezione in perfetto equilibrio tra un sound diretto e spontaneo, quanto fruibile e danzereccio.
Vacation (1982)
Minate dalle dipendenze e da scontri di ego, riescono, esattamente un anno dopo, a replicare il successo dell'esordio. Si sono perse la sorpresa e anche un po' di freschezza e immediatezza ma il risultato è tuttavia buono e dignitoso. C'è anche una bruttina versione di "Cool Jerk" dei Capitols.
Talk Show (1984)
L'album d'addio prima dello scioglimento, tra mille polemiche. La band è erosa all'interno, la musica si sposta verso suoni più patinati e perde la gioiosa verve dei precedenti lavori. Ma ci sono un paio di brani strepitosi come "Head over Heels" e "I'm the only One" che innalazano parecchio la qualità dell'album.
Venderà meno degli altri, la band finisce, per lungo tempo, qui.
God Bless the Go-Go's (2001)
Dopo 17 anni di silenzio discografico tornano facendosi dare una mano composiutiva da Billie Joe Armstrong, Susanna Hoffs, Craig Ross (della band di Lenny Kravitz) e altri/e. Fuori tempo massimo, con materiale non particolarmente significativo, non riuscirà a rilanciare la carriera della band, nonostante non manchi qualche discreto spunto.
Our Lips Are Sealed (1981)
https://www.youtube.com/watch?v=r3kQlzOi27M
We Got The Beat (live 1982)
https://www.youtube.com/watch?v=NkHsUcG9YDw
Head Over Heels (1984)
https://www.youtube.com/watch?v=jQyazt4RDTM
I'm the Only One (1984)
https://www.youtube.com/watch?v=kmmlhhxpHKc
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giovedì, maggio 29, 2025
Dave Davies - A Hole in the Sock of Dave Davies / The Album That Never Was
DAVE DAVIES è, volenti o nolenti, sempre vissuto all'ombra artistica del fratello Ray.
Con una sorta di azzardato paragone un po' come il LennonMcCartney/Ray e il George Harrison/Dave.
Nel 1967 fu pianificato un suo album solista, idea a cui aderì senza troppo entusiasmo (a sua disposizione una manciata di brani, qualche cover blues e poco altro).
Fu pubblicato il primo singolo "Death Of A Clown" (suonato insieme ai Kinks, composto con l'aiuto di Ray) e inaspettatamente arrivò al terzo posto delle charts.
Ci riprovò allora con altri tre brani "Susannah's Still Alive", "Lincoln County" e "Hold My Hand" ma con scarsi risultati di classifica.
L'album non andò mai in porto e molti brani finirono nei dischi (o nelle B sides) dei Kinks.
L'album perduto fu pubblicato nel 1987, con il titolo "The Album That Never Was" o "A Hole in the Sock of (Dave Davies)", assemblando i brani che avrebbero potuto farne parte.
Ne risulta un lavoro di ottimo livello compositivo e qualitativo.
Dal 1980 in poi Dave Davies ha pubblicato una dozzina di album, tra prove soliste, collaborazioni, una colonna sonora.
Materiale sempre sopra la sufficienza, prevalentemente in chiave hard rock, mai di particolare valore.
In "I Will Be Me" troviamo ad aiutarlo Anti Flag, Jayhawks, Ty Segall, Chris Spedding ma con poco successo creativo.
Forse il meglio lo concede in "Rippin' Up Time" del 2014.
Da segnalare anche una sua, buona, versione di "My Generation" in un album tributo agli Who, "Who are You", del 2023 con Knox dei Vibrators e Rat Scabies dei Damned.
https://www.youtube.com/watch?v=E2RKl6nUImM&t=21s
Con una sorta di azzardato paragone un po' come il LennonMcCartney/Ray e il George Harrison/Dave.
Nel 1967 fu pianificato un suo album solista, idea a cui aderì senza troppo entusiasmo (a sua disposizione una manciata di brani, qualche cover blues e poco altro).
Fu pubblicato il primo singolo "Death Of A Clown" (suonato insieme ai Kinks, composto con l'aiuto di Ray) e inaspettatamente arrivò al terzo posto delle charts.
Ci riprovò allora con altri tre brani "Susannah's Still Alive", "Lincoln County" e "Hold My Hand" ma con scarsi risultati di classifica.
L'album non andò mai in porto e molti brani finirono nei dischi (o nelle B sides) dei Kinks.
L'album perduto fu pubblicato nel 1987, con il titolo "The Album That Never Was" o "A Hole in the Sock of (Dave Davies)", assemblando i brani che avrebbero potuto farne parte.
Ne risulta un lavoro di ottimo livello compositivo e qualitativo.
Dal 1980 in poi Dave Davies ha pubblicato una dozzina di album, tra prove soliste, collaborazioni, una colonna sonora.
Materiale sempre sopra la sufficienza, prevalentemente in chiave hard rock, mai di particolare valore.
In "I Will Be Me" troviamo ad aiutarlo Anti Flag, Jayhawks, Ty Segall, Chris Spedding ma con poco successo creativo.
Forse il meglio lo concede in "Rippin' Up Time" del 2014.
Da segnalare anche una sua, buona, versione di "My Generation" in un album tributo agli Who, "Who are You", del 2023 con Knox dei Vibrators e Rat Scabies dei Damned.
https://www.youtube.com/watch?v=E2RKl6nUImM&t=21s
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mercoledì, maggio 21, 2025
Lene Lovich
LENE LOVICH è tornata in tour con una serie di date in Gran Bretagna.
Scomparsa dalle scene nel 2012 (anche se il 6 giugno 2014 comparve sul palco del Lilith Festival a Genova, concerto che aprimmo con Lilith and the Sinnersaints) è timidamente risalita sul palco dal 2021, con, di solito, una dozzina di concerti all'anno vedi il tour in corso).
Un personaggio che si è sempre distinto per grande originalità sonora ed espressiva, mischiando new wave, una vocalità esuberante, influenze vicine a Devo e B52's ma con tinte barocche e cabarettistiche che hanno reso la formula particolarmente accattivante e personale.
L'esordio del 1978, "Stateless" ci sonsegnò due gioielli come "Lucky Number" e "Say When" che ebbero fortuna nelle classifiche inglesi e fecero capolino anche in Italia.
Meno incisivo il secondo "Flex" del 1980 con una versione discreta (ma non irresistibile) di "The Night" di Frankie Valli and the For Seasons.
Un album che risente di una certa ripetitvità pur se "Bird Song" (molto vicino a Siouxsie) le assicurò un post nella to 40 inglese mentre l'album si arrampicò fino al 19° posto.
"No Man's land" è del 1982 e perde l'ironia che aveva caratterizzato i lavori precedenti. Più serioso e solenne (vedi "Special Star" ad esempio) e votato al synth pop rimane comunque un un buon lavoro.
Il successivo "March" segna l'ultimo episodio discografico perima di un lungo silenzio. Un album abbastanza trascurabile e anonimo.
Tornerà nel 2005 con "Shadows And Dust", ultima apparizone su album. A fianco dell'immarcescibile duo Lene e il multistrumentista Les Chappell arriva Mike Thorne, produttore di fama che ha già lavorato con Roger Daltrey, John Cale, Bronski Beat, Nina Hagen, Laurie Anderson, Soft Machine, Wire e nella cover "Tainted Love" dei Soft Cell. Lene Lovich dimostra di sapersi evolvere, assorbendo anche elementi teatrali ("Remember"), da musical ("The Wicked Witch") perfino rap ("Shape Shifter") oltre agli immancabili echi di Siouxsie. Un buon lavoro.
Scomparsa dalle scene nel 2012 (anche se il 6 giugno 2014 comparve sul palco del Lilith Festival a Genova, concerto che aprimmo con Lilith and the Sinnersaints) è timidamente risalita sul palco dal 2021, con, di solito, una dozzina di concerti all'anno vedi il tour in corso).
Un personaggio che si è sempre distinto per grande originalità sonora ed espressiva, mischiando new wave, una vocalità esuberante, influenze vicine a Devo e B52's ma con tinte barocche e cabarettistiche che hanno reso la formula particolarmente accattivante e personale.
L'esordio del 1978, "Stateless" ci sonsegnò due gioielli come "Lucky Number" e "Say When" che ebbero fortuna nelle classifiche inglesi e fecero capolino anche in Italia.
Meno incisivo il secondo "Flex" del 1980 con una versione discreta (ma non irresistibile) di "The Night" di Frankie Valli and the For Seasons.
Un album che risente di una certa ripetitvità pur se "Bird Song" (molto vicino a Siouxsie) le assicurò un post nella to 40 inglese mentre l'album si arrampicò fino al 19° posto.
"No Man's land" è del 1982 e perde l'ironia che aveva caratterizzato i lavori precedenti. Più serioso e solenne (vedi "Special Star" ad esempio) e votato al synth pop rimane comunque un un buon lavoro.
Il successivo "March" segna l'ultimo episodio discografico perima di un lungo silenzio. Un album abbastanza trascurabile e anonimo.
Tornerà nel 2005 con "Shadows And Dust", ultima apparizone su album. A fianco dell'immarcescibile duo Lene e il multistrumentista Les Chappell arriva Mike Thorne, produttore di fama che ha già lavorato con Roger Daltrey, John Cale, Bronski Beat, Nina Hagen, Laurie Anderson, Soft Machine, Wire e nella cover "Tainted Love" dei Soft Cell. Lene Lovich dimostra di sapersi evolvere, assorbendo anche elementi teatrali ("Remember"), da musical ("The Wicked Witch") perfino rap ("Shape Shifter") oltre agli immancabili echi di Siouxsie. Un buon lavoro.
martedì, aprile 29, 2025
Graham Bond
Purtroppo una irrefrenabile tendenza autodistruttiva, che lo ha condotto nei meandri degli abusi di droghe e alcool , fino alla magìa e all'occulto, ne ha decretato una prematura e tragica fine (suicida nel 1974 a 36 anni sotto le rotaie di una metro londinese).
Ha lasciato una serie di album interessantissimi.
The New Don Rendell Quintet - Roarin
L’esordio di Graham Bond con il quintetto hard bop di Don Rendell.
Ci sono i semi delle capacità tecniche future anche se il ruolo di comprimario di Bond non consentono valutazioni di contenuto artistico.
GRAHAM BOND ORGANISATION
Sound of 65 - 1965
There’s a bond between us - 1965
Usciti entrambi nel 1965 sono la testimonianza di un fantastico percorso creativo appena iniziato e che avrebbe potuto portarli lontano. Ritmica stellare con Ginger Baker e Jack Bruce, il sax di Dick Heckestall Smith a pennellare colori jazz e Bond all’Hammond (e al Mellotron, strumento pressochè inedito nella scena).
Il sound attinge a piene mani da rhythm and blues e blues (ma crea anche una sorta di proto fusion), dal beat e da momenti (con anni di anticipo) quasi prog (vedi la conclusiva arabeggiante “Cames and elephants” in “There’s a bond between us” con uno spettacolare assolo di batteria di Ginger Baker).
Più classico “Sound of 65” , più sperimentale e personale “There’s a Bond”.
Il gruppo proseguirà con alti e bassi e momenti di difficoltà prima che Baker e Bruce raggiungano Clapton nei Cream e Smith finisca con John Mayall e i Colosseum.
Live at Klook’s Kleek - 1988
Registrato (malamente da Giorgio Gomelsky) il 15 ottobre 1964 è un impressionante documento live di come suonasse questa splendida band con il drumming pesantissimo di Ginger Baker (che si esibisce in un dirompente solo in “Early in the morning”) , il basso roboante di Jack Bruce, il sax jazzy di Dick Heckstall Smith e lo spessore tecnico di Bond all’Hammond. Voce ruvida, versioni di classici come “Big Boss man”, “Wade in the water”, “What I’d say” dure, crude, scarne. puro rhythm and blues bianco quasi ai limiti del proto garage.
GRAHAM BOND
Love is the law - 1968
Mighty Grahame Bond - 1969
Registrato e pubblicato solo in Usa dal solo Bond con un batterista e qualche corista “Love is the law” è un buon album prevalentemente di stampo jazz blues ma piuttosto sottotono e scontato, nonostante la classe non sia acqua e non manchino buoni spunti.
Grahame (così si presenta su entrambi gli album, con la E finale aggiunta al nome) è in un periodo ancora lontano da certi abusi, si esprime al massimo della tecnica anche se su standard abbastanza prevedibili.
“Mighty...” è più affine alle radici Hammond jazz, più elegante e raffinato pur mantenendosi su sentieri risaputi. Comunque un lavoro dignitoso e interessante.
Solid Bond - 1970
Album spettacolare che assembla materiale registrato originariamente nel 1963 (tre brani) con una line up pazzesca con Graham all’organo e voce, Jack Bruce al basso, John McLaughlin alla chitarra e Ginger Baker alla batteria e nove nel 1966 con Jon Hiseman alla batteria e Dick Heckstall Smith al sax (entrambi futuri Colosseum).
Cover eccezionali di “Green onions” e “Last night” più una serie di brani autografi all’insegna di uno scatenatissimo rhythm and blues eseguito da talenti di estrazione jazzistica dalle incredibili capacità esecutive. Dodici brani in cui spesso si improvvisa tra proto freakbeat, jazz e un sound potentissimo, rabbioso ma allo stesso tempo raffinato e ricercato che si sublima nei dieci minuti al limite del free jazz di “The grass is greener”
Holy Magick - 1970
We put a magick on you - 1971
L’interesse di Bond per le arti magiche (unite ad un massiccio consumo di sostanze di ogni tipo) lo porta verso lidi musicali mistico lisergici che si esprimono al massimo in “Holy Magick” inciso con la nuova moglie Diane Stewart.
In particolare nell’acid free jazz rock dei 23 minuti di “Meditation Aumgm”, jam ultra psych con l’organo di Bond e il sax caustico di John Gross a condurre le danze.
I restanti brani sono piuttosto confusionari e poco definiti, vicini a certo blues rock molto contaminato e tipicamente caratteristico dell’epoca.
“We put a magick on you“ (splendido l’omonimo funk rock) si muove sulle stesse coordinate sonore anche se sembra più definito e meno caotico con uno sguardo più approfondito alla matrice blues.
Bond + Brown - Two heads are better than one - 1972
Affiancato dal paroliere Pete Brown, già protagonista di un grande lavoro con i Cream (autore tra gli altri di “Sunshine of your love”) registra un album appena sufficiente in cui si avvia verso sonorità più vicine al prog e ad un rock fortemente contaminato da influenze 70’s ma non particolarmente significativo.
Graham Bond Organization - Harmonica
https://www.youtube.com/watch?v=bUwrjbeXK-0
Graham Bond Organization - Live
https://www.youtube.com/watch?v=kBA2E9GyM7I
Graham Bond - Love is the law
https://www.youtube.com/watch?v=Q35bl7op5fU
Graham Bond - The magician
https://www.youtube.com/watch?v=eX1REGahfBw
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venerdì, marzo 28, 2025
The Standells
La recente scomparsa di Larry Tamblyn, voce, tastiere e leader degli STANDELLS ha ispirato questo speciale dedicato alla band californiana.
Già attivi dal 1962, passati attraverso una lunga serie di cambi di nome e line up, si stabilizzano nel 1965, trovando un contratto discografico e la produzione di Ed Cobb (che firmerà diversi loro brani).
La discografia è limitata a quattro album tra il 1966 e il 1967, uno del 2013, durante una delle varie reunion e alcuni live del 1966.
In Person at PJ's - 1964
Live On Tour 1966 - 2015
Quando ancora erano una party band da piccoli club registrarono (benissimo) lo splendido live "In Person at PJ's" in un locale di Los Angeles in cui dimostrano tutta la loro tecnica strumenbtale e vocale. Tutte cover tra cui una rocciosa "You can't do that" dei Beatles, un'arrembante "I'll go crazy" di James Brown e più canoniche esecuzioni di "Money (that's What I Want)" o "Louie louie". Un ottimo documento.
Live On Tour 1966 documenta la band alla vigilia del "successo" con cover ben riuscite di "Midnight hour", "Gloria" e "Sunny afternoon" e le due loro hit "Sometimnes good guys don't wear white" e "Dirty water". Discreto.
Dirty Water - 1966
Un capolavoro del garage beat, ruvido e diretto ma anche melodico e Beatlesiano a tratti ("Pride And Devotion" di Tamblyn) registrato in due giorni.
La title track è tra i brani più noti e influenti del garage punk, vera e propria pietra miliare, e poi la stupenda e souleggiante "Sometimes Good Guys Don't Wear White" (come la precedente scritta dal produttore Ed Cobb) dall'incedere in levare, una sparata "Hey Joe" (ai tempi già in repertorio Leaves, Byrds, Love, Music Machine), la psichedelia/fuzz ante litteram di "Medication" (ripresa poi dai Vipers in "Outta the nest" nel 1984).
Tutti i semi del garage punk beat sono qua.
Why Pick on Me — Sometimes Good Guys Don't Wear White - 1966
The Hot Ones - 1967
Uscito cinque mesi dopo il precedente, cercando di sfruttare il piccolo successo del precedente è una raccolta un po' raffazzonata e disomogenea di materiale vario. Una calligrafica cover di "Paint It Black", una terribile "Mi hai fatto innamorare" (in italiano con accento americano, a firma del chitarrista Tony Valentino), la ripresa della title track, "My Little red Book" di Burt Bacharach, già portata al successo da Manfred Mann e Love (successivamente, in una riuscita versione, dai Litter).Il resto è piuttosto anonimo.
"The Hot Ones" viene pubblicato addirittura due mesi dopo il precedente. Tutte cover, ben fatte e ottimamente scelte (ma calligrafiche) di brani contemporanei, usciti da poco (Monkees, Donovan, Kinks, Stones etc). Fa eccezione una "Eleanor Rigby" elettrica, arrangiata molto bene.
Album decisamente superfluo.
Try It - 1967
Nell'ottobre del 1967 esce l'ultimo album della band, un mix di stili che denota una fase transitoria e confusa, tra ottimi brani soul, con tanto di fiati, un classico del garage psych come "Riot on Sunset Strip", blues, psichedelia, beat.
La title track fu bannata da alcune radio statunitensi a cuasa di un testo ritenuto "lascivo". E' comunque un ottimo lavoro, ben suonato e che rivela che con maggiore calma e una migliore messa a fuoco degl iobbiettivi, la band avrebbe potuto avere un futuro di qualità.
Bump - 2013
Agli inizi degli anni Ottanta incominciano varie reunion, con questo o senza quell'altro membro, tra concerti e un album nel 2013 con il solo Tamblyn della line up originale.
Un lavoro tranquillamente dimenticabile, con sonorità hard rock e cover discutibili di "Pushin too hard", "7&7 Is" dei Love e soprattutto di "Help you Ann" dei Lyres.
Anche i brani autografi non brillano in creatività.
Già attivi dal 1962, passati attraverso una lunga serie di cambi di nome e line up, si stabilizzano nel 1965, trovando un contratto discografico e la produzione di Ed Cobb (che firmerà diversi loro brani).
La discografia è limitata a quattro album tra il 1966 e il 1967, uno del 2013, durante una delle varie reunion e alcuni live del 1966.
In Person at PJ's - 1964
Live On Tour 1966 - 2015
Quando ancora erano una party band da piccoli club registrarono (benissimo) lo splendido live "In Person at PJ's" in un locale di Los Angeles in cui dimostrano tutta la loro tecnica strumenbtale e vocale. Tutte cover tra cui una rocciosa "You can't do that" dei Beatles, un'arrembante "I'll go crazy" di James Brown e più canoniche esecuzioni di "Money (that's What I Want)" o "Louie louie". Un ottimo documento.
Live On Tour 1966 documenta la band alla vigilia del "successo" con cover ben riuscite di "Midnight hour", "Gloria" e "Sunny afternoon" e le due loro hit "Sometimnes good guys don't wear white" e "Dirty water". Discreto.
Dirty Water - 1966
Un capolavoro del garage beat, ruvido e diretto ma anche melodico e Beatlesiano a tratti ("Pride And Devotion" di Tamblyn) registrato in due giorni.
La title track è tra i brani più noti e influenti del garage punk, vera e propria pietra miliare, e poi la stupenda e souleggiante "Sometimes Good Guys Don't Wear White" (come la precedente scritta dal produttore Ed Cobb) dall'incedere in levare, una sparata "Hey Joe" (ai tempi già in repertorio Leaves, Byrds, Love, Music Machine), la psichedelia/fuzz ante litteram di "Medication" (ripresa poi dai Vipers in "Outta the nest" nel 1984).
Tutti i semi del garage punk beat sono qua.
Why Pick on Me — Sometimes Good Guys Don't Wear White - 1966
The Hot Ones - 1967
Uscito cinque mesi dopo il precedente, cercando di sfruttare il piccolo successo del precedente è una raccolta un po' raffazzonata e disomogenea di materiale vario. Una calligrafica cover di "Paint It Black", una terribile "Mi hai fatto innamorare" (in italiano con accento americano, a firma del chitarrista Tony Valentino), la ripresa della title track, "My Little red Book" di Burt Bacharach, già portata al successo da Manfred Mann e Love (successivamente, in una riuscita versione, dai Litter).Il resto è piuttosto anonimo.
"The Hot Ones" viene pubblicato addirittura due mesi dopo il precedente. Tutte cover, ben fatte e ottimamente scelte (ma calligrafiche) di brani contemporanei, usciti da poco (Monkees, Donovan, Kinks, Stones etc). Fa eccezione una "Eleanor Rigby" elettrica, arrangiata molto bene.
Album decisamente superfluo.
Try It - 1967
Nell'ottobre del 1967 esce l'ultimo album della band, un mix di stili che denota una fase transitoria e confusa, tra ottimi brani soul, con tanto di fiati, un classico del garage psych come "Riot on Sunset Strip", blues, psichedelia, beat.
La title track fu bannata da alcune radio statunitensi a cuasa di un testo ritenuto "lascivo". E' comunque un ottimo lavoro, ben suonato e che rivela che con maggiore calma e una migliore messa a fuoco degl iobbiettivi, la band avrebbe potuto avere un futuro di qualità.
Bump - 2013
Agli inizi degli anni Ottanta incominciano varie reunion, con questo o senza quell'altro membro, tra concerti e un album nel 2013 con il solo Tamblyn della line up originale.
Un lavoro tranquillamente dimenticabile, con sonorità hard rock e cover discutibili di "Pushin too hard", "7&7 Is" dei Love e soprattutto di "Help you Ann" dei Lyres.
Anche i brani autografi non brillano in creatività.
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giovedì, febbraio 27, 2025
Mick Talbot
MICK TALBOT ha trovato notorietà e successo nel progetto STYLE COUNCIL a fianco di Paul Weller negli anni Ottanta.
La sua discografia è pressoché sterminata pur avendo pubblicato pochissimo a suo nome.
In questa sede un veloce sunto delle sue migliori opere e partecipazioni (grazie al prezioso aiuto di Flavio Cpt Stax Candiani).
MERTON PARKAS - Face in the crowd (1979)
L'esordio discografico con la mod band è del 1979 (dopo aver lasciato il nome di The Sneekers con cui suonavano power pop).
Ebbero una breve notorietà (il singolo "You Need Wheels" finì nella top 40 inglese) e qualche piccola soddisfazione. L'album rimane molto godibile, nella sua semplicità, spontaneità, freschezza.
THE BUREAU - s/t (1981)
Dopo una breve (burrascosa?) permanenza nei Dexy's Midnight Runners, Talbot si allontana con altri membri per fondare i Bureau e proseguire sostanzialmente la strada artistica della band di Rowland (nel frattempo in procinto di ripescare le radici celtiche e sfondare in tutto il mondo con "Come on Eileen").
L'album che ne esce è un ottimo condensato di energico soul rock che avrebbe meritato miglior fortuna.
La band si scioglie poco tempo dopo.
STYLE COUNCIL (1982-1989)
L'opera omnia del gruppo, fatta di alti e bassi, ha messo in luce le capacità di Talbot (che con Weller aveva già collaborato in "Setting sons" dei Jam, suonando "Heatwave" mentre Rick Buckler suonò la batteria con i Merton Parkas a Londra).
Ebbe spazio per suoi brani in stile Hammond beat, fu protagonista delle tendenze classico sinfoniche di "Confessions of a Pop Group" e delle discusse scelte di abbracciare la house music nell'ultimo periodo dei vita della band.
TALBOT and WHITE - Unied states of mind (1993)
TALBOT and WHITE - Off the beaten track (1997)
L'accoppiata con l'ex batterista degli Style Council produce due ottimi album.
Il primo più funk soul oriented con le voci di Annie McCaig e Linda Muriel in gran spolvero. Al sax Jacko Peake, a lungo con Paul Weller. Nel secondo si vira verso un classico Hammond sound strumentale, più jazzato con Mark Felthan (Nine Below Zero e Truth) e Paul Weller alla chitarra nel remix di un brano funk.
THE PLAYERS - Clear the desks (2003)
THE PLAYERS - From the six corners (2005)
Talbot e White si affiancano a Damon Minchella e Steve Cradock degli Ocean Colours Scene e del giro Paul Weller e Aziz Ibrahim (SimplY Red, Stone Roses, Ian Brown e sempre Weller). Atmosfere new funk, strumentali nel primo, con la voce di Kelly Dickson nel secondo, più curato, raffinato, meno prevedibile e meglio riuscito.
ROGER DALTREY + WILKO JOHNSON - Going back home (2014)
Super duo affiancato dall’ex bassista dei Blockheads Norman Watt Roy e dal batterista Dylan Howe (figlio di Steve Howe degli Yes, anche lui con Blockheads e già con Wilko).
Mick svolge un ottimo lavoro alle tastiere con mestiere e discrezione.
Riprendono una serie di brani del repertorio di Johnson riproposti in un torrido album di ruvidissimo e minimale rock blues/pub rock/rhythm and blues dove la ruvida voce di Roger si trova benissimo con la sferragliante chitarra di i Wilko. Roba semplicissima, basica, elementare, poco altro.
BANGS & TALBOT - Back To Business (2022)
L'accoppiata con Chris Bangs (l'inventore del termine "acid jazz") lo coglie alle prese con il suo mondo strumentale a base di latin soul, boogaloo, modern jazz, acid jazz.
Divertente, godibile e trascinante (vedi alla voce James Taylor Quartet, Big Boss Man, Corduroy).
Da ricordare le sue partecipazioni nel primo album dei GALLIANO "In Pursuit of the 13th Note" del 1991 e in quello degli YOUNG DISCIPLES dello stesso anno "Road to Freedom", nel singolo "Be lucky" degli WHO nel 2014, in diversi album di PAUL WELLER ("Wild wood", "Stanley Road", "On sunset" e in "One Day I'm Going to Soar" dei DEXYS.
L'unico brano solista accreditato a lui è nella compilation "A Certain Kind Of Freedom" uscita poco dopo lo split degli Style Council, "That Guy Called Pumpkin":
https://www.youtube.com/watch?v=VB_MU6tgJ8M
Alter-ego usati negli anni: "Elliot Arnold" nei King Truman, "Agent" 88 in un EP di suoi strumentali degli Style Council e come "The Mixed Companions" in alcune B sides degli Style Council.
La sua discografia è pressoché sterminata pur avendo pubblicato pochissimo a suo nome.
In questa sede un veloce sunto delle sue migliori opere e partecipazioni (grazie al prezioso aiuto di Flavio Cpt Stax Candiani).
MERTON PARKAS - Face in the crowd (1979)
L'esordio discografico con la mod band è del 1979 (dopo aver lasciato il nome di The Sneekers con cui suonavano power pop).
Ebbero una breve notorietà (il singolo "You Need Wheels" finì nella top 40 inglese) e qualche piccola soddisfazione. L'album rimane molto godibile, nella sua semplicità, spontaneità, freschezza.
THE BUREAU - s/t (1981)
Dopo una breve (burrascosa?) permanenza nei Dexy's Midnight Runners, Talbot si allontana con altri membri per fondare i Bureau e proseguire sostanzialmente la strada artistica della band di Rowland (nel frattempo in procinto di ripescare le radici celtiche e sfondare in tutto il mondo con "Come on Eileen").
L'album che ne esce è un ottimo condensato di energico soul rock che avrebbe meritato miglior fortuna.
La band si scioglie poco tempo dopo.
STYLE COUNCIL (1982-1989)
L'opera omnia del gruppo, fatta di alti e bassi, ha messo in luce le capacità di Talbot (che con Weller aveva già collaborato in "Setting sons" dei Jam, suonando "Heatwave" mentre Rick Buckler suonò la batteria con i Merton Parkas a Londra).
Ebbe spazio per suoi brani in stile Hammond beat, fu protagonista delle tendenze classico sinfoniche di "Confessions of a Pop Group" e delle discusse scelte di abbracciare la house music nell'ultimo periodo dei vita della band.
TALBOT and WHITE - Unied states of mind (1993)
TALBOT and WHITE - Off the beaten track (1997)
L'accoppiata con l'ex batterista degli Style Council produce due ottimi album.
Il primo più funk soul oriented con le voci di Annie McCaig e Linda Muriel in gran spolvero. Al sax Jacko Peake, a lungo con Paul Weller. Nel secondo si vira verso un classico Hammond sound strumentale, più jazzato con Mark Felthan (Nine Below Zero e Truth) e Paul Weller alla chitarra nel remix di un brano funk.
THE PLAYERS - Clear the desks (2003)
THE PLAYERS - From the six corners (2005)
Talbot e White si affiancano a Damon Minchella e Steve Cradock degli Ocean Colours Scene e del giro Paul Weller e Aziz Ibrahim (SimplY Red, Stone Roses, Ian Brown e sempre Weller). Atmosfere new funk, strumentali nel primo, con la voce di Kelly Dickson nel secondo, più curato, raffinato, meno prevedibile e meglio riuscito.
ROGER DALTREY + WILKO JOHNSON - Going back home (2014)
Super duo affiancato dall’ex bassista dei Blockheads Norman Watt Roy e dal batterista Dylan Howe (figlio di Steve Howe degli Yes, anche lui con Blockheads e già con Wilko).
Mick svolge un ottimo lavoro alle tastiere con mestiere e discrezione.
Riprendono una serie di brani del repertorio di Johnson riproposti in un torrido album di ruvidissimo e minimale rock blues/pub rock/rhythm and blues dove la ruvida voce di Roger si trova benissimo con la sferragliante chitarra di i Wilko. Roba semplicissima, basica, elementare, poco altro.
BANGS & TALBOT - Back To Business (2022)
L'accoppiata con Chris Bangs (l'inventore del termine "acid jazz") lo coglie alle prese con il suo mondo strumentale a base di latin soul, boogaloo, modern jazz, acid jazz.
Divertente, godibile e trascinante (vedi alla voce James Taylor Quartet, Big Boss Man, Corduroy).
Da ricordare le sue partecipazioni nel primo album dei GALLIANO "In Pursuit of the 13th Note" del 1991 e in quello degli YOUNG DISCIPLES dello stesso anno "Road to Freedom", nel singolo "Be lucky" degli WHO nel 2014, in diversi album di PAUL WELLER ("Wild wood", "Stanley Road", "On sunset" e in "One Day I'm Going to Soar" dei DEXYS.
L'unico brano solista accreditato a lui è nella compilation "A Certain Kind Of Freedom" uscita poco dopo lo split degli Style Council, "That Guy Called Pumpkin":
https://www.youtube.com/watch?v=VB_MU6tgJ8M
Alter-ego usati negli anni: "Elliot Arnold" nei King Truman, "Agent" 88 in un EP di suoi strumentali degli Style Council e come "The Mixed Companions" in alcune B sides degli Style Council.
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