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martedì, luglio 04, 2017

Nikoloai Federov, il bolscevismo e la ricerca tecnologica dell'immortalità



Come sempre molto interessanti gli interventi di ANDREA FORNASARI.
Illuminante direi, in questo caso
.

Per il pensatore russo dell'Ottocento Nikolai Federov (1828-1903) la natura è un nemico, perché condanna l'individuo all'estinzione.
L'unico progetto umano degno di nota è dunque la lotta titanica per raggiungere l'immortalità: non solo quella delle generazioni future, ma di tutto il genere umano.
La sfida dell'uomo è la resurrezione tecnologica dei morti.

Sembra incredibile che queste fantasie possano aver avuto un'influenza pratica, eppure il pensiero di Federov fu una delle correnti intellettuali che plasmarono il regime sovietico.
I bolscevichi credevano che l'uomo fosse destinato a dominare la natura e, influenzati da Federov, credevano che la tecnologia potesse emancipare l'umanità persino dal pianeta terra.

Le idee di Federov ispirarono l'ingegnere missilistico Konstantin Tsiolovsky (1857-1935) e attraverso lui la prima generazione di cosmonauti, pervadendo il regime sovietico per tutta la durata della sua storia. La visione federoviana di un'umanità come specie eletta, destinata a dominare la terra e a sconfiggere la morte, è la formulazione moderna di una fede antica. Il platonismo e il cristianesimo hanno sempre pensato che gli esseri umani non appartengono al mondo naturale: essi immaginavano un'umanità che potesse disfarsi di tutti i limiti che gravano sulle altre specie animali. E i pensatori dell'Illuminismo hanno semplicemente rinnovato, con nuove parole, questo antico errore.

Federov era indubbiamente un'estremista, ma questa sintesi di fede e gnosticismo tecnologico e umanesimo, ha ispirato tanto Saint-Simon quanto Comte e Karl Marx.
Gli effetti pratici del culto federoviano-marxiano della tecnologia furono ovviamente rovinosi.
Ispirandosi a una filosofia materialista e ad una fede misticheggiante, l'Unione Sovietica danneggiò il proprio ambiente fisico più gravemente di qualsiasi regime precedente.
Verdi pianure trasformate in deserti, livelli altissimi di inquinamento.
Dalla distruzione della natura, però, l'Unione Sovietica non ricavò alcun vantaggio per l'umanità: i cittadini sovietici non vivevano né meglio né più a lungo.

Lo scetticismo generale nei confronti delle pianificazioni in stile federoviano, oltre ovviamente a tutte le altre considerazioni, contribuì a innescare il collasso sovietico. L'esplosione del reattore nucleare di Chernobyl rafforzò la protesta. Pare che molta ostilità nei confronti di Gorbaciov fosse dovuta al suo progetto di modificare il corso di alcuni fiumi siberiani, cosa che avrebbe provocato l'allagamento di grandissimi territori e modificato di conseguenza anche il clima.

L'eredità lasciata alla Russia post-comunista dal regime sovietico è un ambiente devastato: un'eredità semi-criminale e folle.
Solo il capitalismo "taglia e brucia" ha saputo provocare catastrofi più grandi.
Ma il culto dell'immortalità tecnologica continua.
E continua nei paesi capitalistici più avanzati.
In California vi sono organizzazioni che promettono la resurrezione tecnologica di corpi congelati (la criogenia).
Questo genere di culti è la prova evidente che, per la maggior parte di noi, eredi del cristianesimo e dell'Illuminismo, l'escatologia e la tecnologia si appartengono reciprocamente.
Resuscitare i morti, probabilmente, non sarà impossibile per sempre.
Forse ci si riuscirà. L'inghippo fatale nella promessa dell'immortalità criogenica non è tanto quello di sopravvalutare i poteri della tecnologia.
È dimenticarsi che le società che credono alle promesse di immortalità tecnologica sono esse stesse mortali.

I fautori dell'immortalità tecnologica pensano che la società odierna durerà per sempre, o comunque devono sperarlo. In realtà, i morti congelati si saranno già sciolti da tempo quando forse si riuscirà a disporre della necessaria tecnologia.

Guerre, rivoluzioni, catastrofi naturali, crisi economiche avranno già distrutto i mausolei criogenici.
La ricerca tecnologica dell'immortalità spacciata come progetto scientifico non è per niente un progetto scientifico.

Essa promette quel che le religioni hanno sempre promesso: affrancare l'umanità dal suo passato di animale come tutti gli altri e liberarla dal fato e dai limiti naturali.

venerdì, maggio 27, 2016

Francesco Petrarca, Il Canzoniere



Gli interventi di ANDREA FORNASARI a base di storia e filosofia arricchiscono sempre il Nostro blog.
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Francesco Petrarca (20 luglio 1304 - 19 luglio 1374) fu, in lingua italiana e latina, poeta, storico, epistolografo, erudito, filologo, filosofo morale: il primo intellettuale 'moderno' e una delle figure più alte della letteratura italiana di ogni tempo.
La critica degli ultimi cento anni è stata concorde nel valorizzarne la statura (tangibile ad esempio nella circolazione europea delle sue opere latine) e nel sottrarlo alle strettoie e alle ambiguità del confronto con Dante.

Il Canzoniere

Poesie.
Molte poesie, alcune notissime, altre quasi dimenticate.
Un libro, il 'macrotesto' che le raccoglie ordinatamente. Questo è Il Canzoniere di Francesco Petrarca - o, secondo il titolo originale, i Rerum vulgarium fragmenta -, opera con cui si è misurata per secoli la cultura europea. Anche se lo scorrere implacabile del tempo, e il variare dei tempi, più ancora, lo stanno allontanando da noi, resta l'archetipo di un lirismo raro, assoluto, grazie al quale certi motivi e vocaboli, l'idea di una raccolta di versi ordinata secondo un disegno autobiografico e narrativo, l'autonomia della forma poetica, la voce stessa dell'Io monologante sono diventati clichés, categorie e temi universali della comunicazione letteraria.

Il fenomeno del petrarchismo, che condiziona innumeri manifestazioni dell'arte e del costume occidentale (non solo la lirica, ma anche la filosofia, la pittura, la musica, la moda), arriva a lambire il nostro nuovo Millennio.
Parodia, scherno, sberleffi rivolti a quest'opera - si pensi agli antipetrarchisti del Cinquecento - non ne hanno intaccato l'autorevolezza, sancendone nel contempo l'irripetibilità e l'imitabilità; trasformandola in canone. Il Canzoniere, depositario di una fortuna così singolare, viene grammaticalizzato - diviene cioè vocabolario dell'uso poetico - nel momento stesso in cui, ancora vivo Petrarca, le rime cominciano a circolare tra il pubblico; al Dante padre della lingua italiana si affianca Petrarca, modello di lirismo, inventore dei mitologemi dell'amore infelice e dell'inquietudine spirituale.

Nel Quattro e Cinquecento, tutte le raccolte di rime composte in Europa appresero qualcosa da Petrarca, dalla Spagna alla Francia all'Inghilterra sino alle latitudini più remote. Spesso l'imitazione del Canzoniere fu estemporanea ma non meno pervasiva, tra ripresa e plagio ed emulazione del modello.
Canonico e fedele, oppure più variegato, eslege e connotato geograficamente, il petrarchismo ha per molti secoli 'salato il sangue' della poesia europea.

Composto da 366 poesie di metro diverso, suddivise in due parti di differente ampiezza, il Canzoniere presenta un apparato formale e concettuale molto complesso, meno diretto e forse anche meno icastico di quello della Commedia dantesca.
Petrarca riuscì senza dubbio nel tentativo che più gli stava a cuore: quello di non diventare un poeta per tutti. In questo senso è sincero il suo rammarico quando afferma delle proprie rime: "quelle mie cose frammentarie e brevi, giovanili e popolari, ormai, come ho detto, non sono più mie, ma piuttosto di tutti i lettori".

Con tutto ciò, la fortuna secolare e l'influenza esercitata sui codici letterari e paraletterari europei non hanno preservato il Canzoniere da giudizi sommari: fra i più teneaci, quello di paradigma di un linguaggio accademico, inadatto a rappresentare la realtà.
Al di là della difficoltà di definire una qualsivoglia 'realtà' in letteratura, ci sembra che la fattura di questi versi sia talmente sofferta da risultare commovente; tutt'altro che il prodotto di una artificiosità senz'anima. Nè poteva essere altrimenti, considerando la miscela di cui si nutre il Canzoniere: fonti classiche, filosofia stoica, cataloghi di 'favole antiche', lirica stilnovistica, provenzale e dantesca; cultura latina e romanza, nonché alcuni specialismi coevi, in primis la scienza giuridica, nota a Petrarca grazie agli studi universitari; l'ombra onnipervasiva della Bibbia e la ruminatio (la lenta meditazione) dei Padri della Chiesa - sant'Agostino in testa - si lasciano cogliere sottotraccia senza sopraffare né intimidire.

Capolavoro di introspezione, che trascina nel gorgo della lussuria e della vanagloria; che spalanca il mistero della colpa del singolo e di un suo possibile ravvedimento, della disperazione umana e dell'attesa del perdono divino. Ed è il primo libro dell'umanesimo europeo, ogni verso del quale fa riemergere una voce antica risemantizzata in aurorali invenzioni.

Sarebbe ingiusto e pigro quindi censurare nel Canzoniere il carico delle intenzioni che l'autore vi ha riversato, come caposcuola di una poesia coltissima, e che aspira ad essere tale: ciò spiega invece il suo badiale peso specifico e altresì connota la sua indigesta, forse, e senz'altro difficile bellezza. Ma Bellezza.

martedì, aprile 05, 2016

San Gerolamo, dottore della Chiesa occidentale



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I dottori della Chiesa occidentale sono quattro: Sant'Ambrogio, San Gerolamo, Sant'Agostino e il papa Gregorio Magno. I primi tre furono contemporanei, mentre il quarto appartiene ad un'età successiva.
Gerolamo è soprattutto degno di nota per essere il traduttore cui si deve la Vulgata, ad oggi la versione cattolica della Bibbia.
Fino ai suoi tempi la Chiesa occidentale basava la propria conoscenza del Vecchio Testamento sulle traduzioni del testo dei Settanta: un Vecchio Testamento, quindi, che differiva parecchio dall'originale ebraico. I cristiani erano indotti a sostenere l'idea di una falsificazione da parte degli ebrei, là dove sembrava che l'opera preannunziasse il Messia. Opinione che un'approfondita critica respinse risolutamente. Gerolamo fu tra i sostenitori di tale critica, e anzi accettò segretamente l'aiuto di alcuni rabbini. A causa di questa forma filoebraica, al principio l'accoglienza non fu unanime, ma alla fine s'impose anche grazie all'appoggio di Agostino, il quale la sostenne senza riserve.

Gerolamo nacque nel 345 d.C. dalle parti di Aquileia, in un villaggio che fu distrutto dai Goti. Di famiglia benestante, ma non ricca, egli si recò a Roma nel 363 per gli studi di retorica. Là, a quanto pare, condusse una vita peccaminosa. Viaggiò molto in Gallia, si stabilì ad Aquileia e divenne un asceta. Trascorse cinque anni nel deserto siriaco, come un eremita.
"La sua vita nel deserto fu di rigorosa penitenza, di lagrime e di gemiti alternati con estasi spirituali, e con le tentazioni dei frequenti ricordi della vita romana; viveva in una cella o in una caverna; si guadagnava il pane quotidiano ed era vestito con un sacco" (Antologia dei padri niceni e post-niceni).
Dopo questo periodo di romitaggio si recò a Costantinopoli e poi a Roma per tre anni, dove divenne amico e consigliere di papa Damaso, col cui incoraggiamento intraprese la traduzione della Bibbia. San Gerolamo sostenne molte dispute. Discusse con Sant'Agostino a proposito del comportamento alquanto ambiguo tenuto da San Pietro; ruppe i rapporti con il suo amico Rufino a causa di Origene; fu un violento oppositore di Pelagio, al punto che il suo monastero venne attaccato da fans pelagiani.

Dopo la morte di papa Damaso pare che abbia disputato anche con il nuovo papa. A Roma conobbe diverse donne aristocratiche e pie, alcune delle quali egli persuase alla vita ascetica. L'ostilità del nuovo papa l'indusse a cambiare aria, scegliendo Betlemme, dove rimase fino alla morte (420).
Tra le famose matrone romane da lui convertite, due sono degne di menzione: la vedova Paola e sua figlia Eustochio. Entrambe le dame lo accompagnarono fino a Betlemme. Appartenevano alla più alta nobiltà e l'atteggiamento di Gerolamo nei loro confronti non è immune da una sorta di snobismo, comunque fu loro amico. Curiose alcune sue lettere a Eustochio.
Le fornisce dei consigli molto dettagliati e franchi sul modo di conservare la verginità; spiega l'esatto significato anatomico di certi eufemismi del Vecchio Testamento e, con un misticismo che potremmo definire erotico, esalta le gioie della vita conventuale.
In una lunga lettera che invia a Paola, la madre di Eustochio (al tempo in cui ella prese i voti), il messaggio è notevole: "Siete adirata con lei perché ha scelto d'essere moglie di un re (Cristo) e non di un soldato? Ella vi ha conferito un alto privilegio: ora siete la suocera di Dio".
Nello scambio epistolare con Eustochio, Gerolamo racconta le sue pene: non riusciva a sopportare l'idea di staccarsi dalla sua biblioteca, per cui la portò con sé nel deserto. "E così, miserabile che ero, mi preoccupavo soltanto di poter leggere ancora Cicerone".
Dopo giorni e notti di rimorsi, sarebbe caduto di nuovo in tentazione leggendo Plauto.
Al termine di simili indulgenze, lo stile dei profeti gli appariva "rozzo e repulsivo". Infine, in un giorno di febbre, sognò un colloquio col Cristo nel giorno del Giudizio, il quale lo inchiodava alle proprie responsabilità: cosa sceglieva, Cicerone o Cristo? Alla bugìa di Gerolamo, il Cristo lo fece flagellare.
Da quel momento per alcuni anni le sue lettere contengono ben poche citazioni classiche.
Ma, dopo un certo periodo, egli si rivolge ancora ai versi di Virgilio, di Orazio, e perfino di Ovidio. Pare che li sapesse a memoria.

Le lettere di San Gerolamo esprimono molto bene i sentimenti indotti dalla caduta dell'Impero romano. Nel 396 scrive: "Tremo, quando penso alle catastrofi del nostro tempo. Per vent'anni e più il sangue dei Romani è stato sparso quotidianamente. Il mondo romano sta crollando: tuttavia non chiniamo il capo".
Prosegue narrando le violenze degli Unni nell'Est e termina con la riflessione: "Per trattare questi temi come meriterebbero, Tucidide e Sallustio non varrebbero più di due muti".

Diciassette anni più tardi, tre anni dopo il sacco di Roma: "Il mondo precipita nella rovina.
Sì! Ma, vergogna a dirsi, i nostri peccati si diffondono sempre più. Viviamo, ma può accaderci di morire domani; tuttavia costruiamo come se dovessimo vivere per sempre in questo mondo. Cristo muore davanti alle nostre porte, nudo ed affamato".
Questo brano appare incidentalmente in una lettera che ha per tema le regole da adottare per la conservazione della verginità delle ragazze: un amico gli chiedeva consiglio per la figlia.
Ed è strano come, nonostante tutta la sua profonda stima ed emozione per il mondo antico, Gerolamo reputi la verginità più importante della vittoria sugli Unni, sui Vandali e sui Goti.
Neppure una volta parla di misure pratiche da adottare per il governo, mai mette in luce i guai del sistema fiscale e tributario di allora, o quelli di un esercito composto in prevalenza da barbari. La stessa cosa vale per Ambrogio e Agostino.
Ambrogio era un politico, ma solo al servizio della Chiesa.
Tutte le menti più brillanti e vigorose dell'epoca erano lontanissime da interessi secolari. D'altro canto, se la rovina era inevitabile, la concezione cristiana era mirabilmente adatta a fornire agli uomini la forza, e a permettere loro di conservare le speranze religiose, dato che quelle terrene sembravano vane.
Forse l'aver espresso questo concetto nella "Città di Dio" fu il massimo merito di Sant'Agostino.

martedì, febbraio 23, 2016

Magìa bianca, magìa nera e streghe



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Cornelio Agrippa da Nettesheim (1486 - 1535) fu, come lo dipinge la tradizione, un mago nero seguito dal cane, altrettanto nero, che gli suggerisce pratiche demoniache e nefande?
La risposta dei più recenti studi, come quello decisivo di Frances A. Yates è del tutto negativa.
Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Giordano Bruno, John Dee, Albrecht Durer, Edmund Spenser, Cornelio Agrippa, e altri filosofi, matematici, poeti o artisti rinascimentali, spesso alchimisti delle nuove scienze e anche cabbalisti, furono maghi bianchi, talora bianchissimi, come nel caso del frate francescano Giorgi.

Se si vuole dare l'origine del movimento cabbalistico europeo, occorre risalire (ma le radici sono decisamente più lontane) allo spagnolo Raimondo Lullo (1232 - 1316), coevo di Dante.
Il disegno riformatore di Lullo era quello di unificare uomini di fede musulmana, ebraica e cristiana. E l'elemento unificatore poteva essere proprio la Kabbala, quella seconda e profonda lettura, nonché segreta, della Bibbia.

Una lettura che si basava su una sorta di semiotica divina, cioé intorno a significati ricavabili con difficoltà e sapienza da crittogrammi e rebus giocati con l'alfabeto ebraico.
Una seconda fonte di conoscenza ermeneutica si aggiunse più tardi grazie alle nozioni di Ermete Trimegisto - quest'ultimo apporto proveniva dagli esuli di Costantinopoli (caduta in mani turche nel 1453) e arrivava in particolare a Firenze, dove Ficino e Pico della Mirandola diedero vita al cabbalismo, ermetismo e neoplatonismo cristiani, sempre in quell'intento lulliano di concordanza tra tutte le filosofie religiose, con il progetto di creare una pacifica federazione mondiale.

La scala mistica ascensionale di Lullo, assume qui la sua consistenza: partendo dal livello materiale degli elementi primari, si può salire al livello delle stelle, e quindi approdare alle sfere angeliche. Dal mondo delle cose, dunque, al mondo delle idee platonico-cristiane. Secondo il frate francescano Giorgi, occorerebbe una sintesi della sapienza di Ermete Trimegisto, di Orfeo, di Francesco d'Assisi, di Platone, di Plotino e di Agostino.
Agrippa va oltre.
Tutte le scienze e le filosofie sono vane (De vanitate scientarum), e solo nella filosofia cabbalista si trova la scala dei tre mondi attraverso la quale è possibile convocare gli angeli e neutralizzare i démoni astrali. Dall'Elogio dell'asino, cioé dalla negazione della sofisticata e inutile compilazione della scolastica medioevale, si può passare all'affermazione del vero sapere cristiano.

Più o meno nello stesso periodo, Erasmo da Rotterdam scrive il suo Elogio della pazzia, nel quale la follia positiva pare l'unica strada per raggiungere la celeste contemplazione. Il pittore della cabbalistica cristiana è Durer, soprattutto nella Melencolia I (dove la figura melanconica è un angelo capace di arte e scienza, che tiene a freno, ai suoi piedi, il cane degli istinti) e nel San Gerolamo nel suo studio (con il santo capace di raggiungere lo stato angelico). Ma nel 1492 gli ebrei vengono cacciati dalla Spagna e l'unificazione religiosa dei cabbalisti diviene provocatoria.
A breve la Riforma protestante avrebbe subito una doppia repressione: quella della Controriforma e quella della restaurazione dove la Riforma era avvenuta.
I cabbalisti sono i principali capri espiatori, soprattutto Agrippa, accusato di essere un Arcimago nero.

In Inghilterra, patria dello scisma di Enrico VIII (aiutato nelle argomentazioni per il suo divorzio proprio dal Giorgi), Elisabetta la Grande vorrebbe proteggere i cabbalisti come John Dee (filosofo e matematico) e Edmund Spenser (poeta), ma la reazione matura con Giacomo I, e la lotta contro Dee e Spenser sarà assai violenta.
Bruno e Campanella (l'autore de La città del sole) conosceranno analoghe repressioni: il primo finirà al rogo, il secondo si salverà al prezzo di torture e prigionia. Ma le idee si diffondono ugualmente, con la Christian Rosenkreutz, ovvero il rosacrocianesimo in Germania, anch'esso perseguitato e disperso; con Marlowe e Shakespeare, poi con Bacone e la nuova scienza, da Cartesio a Galilei.
La vena profonda della filosofia rinascimentale arriverà fino a Milton e alla rivoluzione inglese. Ma è a questo punto che la magìa bianca cederà il passo alla scienza e all'avvento di tempi nuovi...

venerdì, dicembre 11, 2015

Esiste qualcosa che possiamo chiamare materia?
Se sì, qual è la sua natura?



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Il filosofo che per primo mise autorevolmente in luce i motivi per considerare gli oggetti immediatamente percepiti dai sensi come non esistenti indipendentemente da noi fu l'arcivescovo Berkeley (1685 - 1753).
I suoi "Tre dialoghi fra Hylas e Philonous, contro gli scettici e gli atei", si propongono di dimostrare che non esiste nulla che si possa chiamare materia, e che il mondo è costituito solo di menti e dello loro idee. Sinora Hylas ha creduto nell'esistenza della materia; ma egli è ben un povero avversario nei confronti di Philonous, il quale lo induce senza pietà in paradossi e contraddizioni, finché alla fine la sua affermazione che la materia non esiste sembra quasi la voce del senso comune.

Gli argomenti di Philonous sono di diverso valore, alcuni importanti e accettabili, altri confusi e sofistici. Tuttavia a Berkeley rimane il merito di avere mostrato che l'esistenza della materia si può negare senza incorrere in assurdità, e che se le cose esistono indipendentemente da noi, non possono essere gli oggetti immediati delle nostre sensazioni.
Quando chiediamo se la materia esiste, nella domanda sono implicite due questioni: dicendo "materia" noi in genere intendiamo qualcosa di opposto allo "spirito", qualcosa di esteso nello spazio e incapace di coscienza.
Soprattutto della materia intesa in questo senso Berkeley nega l'esistenza, cioè egli nega che i dati sensibili siano di essenza non mentale.
Ammette che ci debba essere qualcosa che continua a esistere quando chiudiamo gli occhi o usciamo dalla stanza, e anche che ciò che noi chiamiamo "vedere" il tavolo ci dia effettivamente ragione di credere in qualcosa che non cessa di esistere quando noi non guardiamo.
Ma egli pensa che questo qualcosa non possa essere di natura radicalmente diversa da ciò che vediamo, e non pensa essere indipendente da ogni e qualsiasi vedere, benché debba esserlo dal nostro vedere.
Così Berkeley giunge a considerare il tavolo "reale" come un'idea nella mente di Dio, dotata della necessaria permanenza e indipendenza da noi, senza però essere - come la materia altrimenti sarebbe - assolutamente inconoscibile, nel senso che vi si possa giungere solo per inferenza, senza averne mai un'esperienza diretta e immediata.

Dopo Berkeley altri filosofi hanno pensato che l'esistenza del tavolo, pur non dipendendo dal fatto che sia visto da noi, dipende dal fatto che sia visto, o conosciuto in altro modo attraverso la sensazione, da una mente. Non sempre la mente di Dio, più spesso anzi la mente collettiva dell'universo. Questa loro convinzione deriva principalmente dall'altra: che non può esserci nulla di reale (o perlomeno nulla che sia dato conoscere come reale), tranne le menti e i loro pensieri e sentimenti.

Il ragionamento che essi fanno è più o meno questo:
"Tutto ciò che si può pensare è un'idea nella mente della persona che lo pensa; dunque nulla può essere pensato, tranne le idee presenti nella mente; dunque nessun'altra cosa è concepibile, e ciò che non è concepibile non può esistere".
Personalmente mi sembra un argomento fallace, e di sicuro coloro che lo esprimono non lo propongono in maniera così disadorna e succinta come ho fatto io.
Ma, valido o no, moltissimi filosofi hanno avanzato questo argomento.
Ad esempio secondo Leibniz (1646 - 1716) ciò che ci appare come materia è un insieme di menti più o meno rudimentali - le famose monadi, una sorta di atomi pensanti.

Dunque: esiste un tavolo reale? Se sì, che sorta di oggetto può essere?
Tanto Berkeley quanto Leibniz ammettono che esiste un tavolo reale, ma Berkeley dice che è un'idea di Dio, e Leibniz che è una specie di colonia di anime. Quindi rispondono affermativamente alla prima domanda, e soltanto la risposta che danno alla seconda è diversa da quella che darebbero i comuni mortali.
Quasi tutti i filosofi concordano che esiste un tavolo reale, quasi tutti ritengono che i dati sensibili (colore, forma, durezza eccetera) per quanto largamente possono dipendere da noi, sono però segno di qualcosa che esiste indipendentemente da noi.

In breve: ciò che vediamo e sentiamo direttamente sembra essere solo "apparenza", e crediamo che sia il segno di una realtà che sta dietro di essa. Ma se ciò che conosciamo attraverso i sensi non è la realtà, abbiamo il mezzo per sapere se una realtà esiste?
Se sì, riusciremo a sapere com'è?

Sono domande difficili, e per questo non si può escludere con certezza che siano giuste le ipotesi più strane e bizzarre.
Così il nostro tavolo, oggetto familiare, non ci pare più tanto tale. Le possibilità diventano sorprendenti.
Di questo oggetto che vediamo ogni giorno, e al quale non prestiamo nessuna attenzione, si può dire solo una cosa: probabilmente non è ciò che sembra.

Al di là di questo modestissimo risultato, possiamo magari arrischiare tutte le congetture: Berkeley e Leibniz erano sicuramente dotati di grande immaginazione e fantasia, ma la stessa austera scienza lo è forse altrettanto, quando ci parla di cariche elettriche in perpetuo movimento.
In mezzo a tante ipotesi, il dubbio suggerisce che potrebbe non esserci nessun tavolo.
La filosofia, pur non sapendo rispondere a tante domande quanto vorremmo, possiede se non altro la capacità di porne, accrescendo l'interesse per il mondo e rivelandoci quante stranezze e sorprese possono nascondersi sotto la superficie delle cose, anche quelle più comuni.

venerdì, ottobre 23, 2015

La parola indivisa



Gli interventi di ANDREA FORNASARI sono complessi ma sempre interessantissimi.

Da quando Socrate ha inventato il concetto e la sua equivalenza con sé stesso, l'uomo occidentale ha perso l'ambivalenza del linguaggio, per votarsi a quella logica bivalente che, fondandosi sulla negazione interna al giudizio, articola quella separazione tra vero/falso, buono/cattivo, giusto/ingiusto, sano/malato su cui si costruiscono tutti quei modelli di simulazione meglio conosciuti sotto il nome di "scienze esatte".

Il loro elemento costitutivo è la barra, il taglio con cui ogni scienza delimita il proprio oggetto, la sua equivalenza con sé stesso, la sua articolazione in base al principio di non contraddizione, per cui qualcosa è questo e non quest'altro.
Se la "ragione" non può fare altrimenti che dis-giungere per poter comprendere, dato che in caso contrario si dissolverebbe nel mare dell'indistinto, è anche vero che questa ragione fa violenza quando dice che "un cavallo è un cavallo e nient'altro che un cavallo", là dove il primitivo, in un'epoca pre-logica, non vedeva solo un cavallo, ma anche "la forza", "il vento", "il coraggio" e tutti quei significati simbolici ambivalenti che la nascita del "valore" scientifico dissolve.

Dissoluzione del simbolo, fine dell'ambi-valenza.
E così sulla barra mente/corpo, dove per corpo si pensa solo all'organismo (una somma di parti distinte), la psichiatria classica, per esempio, ha costruito sé stessa: non appare più l'uomo e il suo modo di essere-nel-mondo, ma appaiono le compromissioni o i danni del suo organismo, i disturbi delle sue prestazioni e delle sue funzioni.
Oggettivata per esigenze scientifiche, la psiche diventa il doppio dell'organismo: l'apparato organico e l'apparato psichico che la scienza, per le sue esigenze metodologiche, è costretta a pensare come due oggetti di natura che agiscono l'uno sull'altro, scordando che quegli stessi apparati, come tutte le cose, sono nel mondo, e non hanno un mondo.v La teoria analitica non analizza mai questo mondo, ma solo l'oggetto che si è data dissociando la coscienza dall'inconscio, così come la teoria marxista non analizza la realtà sociale, ma la dissociazione tra teoria e prassi, tra struttura e sovrastruttura che esistono solo nei modelli di simulazione che il materialismo s'è dato quando ha voluto offrirsi nelle vesti della razionalità scientifica.
Così, né il marxismo né la psicoanalisi sono mai riuscite a raggiungere l'alienazione, perché l'unica che conoscono è il prodotto dei loro modelli di riferimento.
L'ambivalenza del linguaggio simbolico, questa parola indivisa dal corpo, sfugge infatti a tutte le distinzioni del discorso scientifico: non è moltiplicando le incognite che si recupera l'ambivalenza del linguaggio.

L'operazione simbolica ignora qualsiasi referente, perché tutto si dissolve nello scambio reciproco senza lasciare resti che, non scambiati, aprono la via a quell'accumulo che è la forma di ogni "economia".
Si tratti dell'economia politica dove ciò che non si consuma rientra nel circuito del valore delle merci, o dell'economia libidica dove ciò che non si esprime rientra nel valore dell'inconscio, in ogni caso si tratta sempre di qualcosa che, non scambiato, si accumula sotto forma di "valore" - mercantile da un lato, pulsionale dall'altro, c'è sempre qualcosa che resta trattenuto in quanto non scambiato.
Per questo i primitivi, così attenti alla libera circolazione simbolica, consideravano "parte maledetta" tutto ciò che, non scambiato, si accumulava.
E sempre per questo esisteva quella forma di distruzione dell'eccedenza, il potlàc, che serviva a ristabilire l'equilibrio del gruppo.

Il mondo-della-vita non conosce mai il taglio della scienza, la cui forma è già da sempre infranta dalla parola indivisa del corpo che quel mondo abita.
Del resto, l'alienazione in Occidente non è iniziata dal giorno che su questo mondo si sono incominciate a riflettere le luci sospette di un altro mondo?
Dall'iperuranio di Platone, lungo un tragitto che ha fatto sua questa logica disgiuntiva, si è arrivati all'inconscio di Freud.
L'Occidente ha sempre conosciuto delle istanze che, venute da un "retromondo", come direbbe Nietzsche, non hanno consentito al corpo di abitare il suo mondo.
Dall'idea di Dio all'idea dell'anima, dall'anima alla coscienza, dalla coscienza all'ideale dell'Io, sempre siamo cresciuti sotto il riflesso delle idee, perdendo la nostra ombra reale, quella che ci fa il sole, senza neppure accorgerci che con essa è il nostro corpo che ci ha lasciato.

mercoledì, ottobre 14, 2015

La Storia come idea di progresso



Torna ANDREA FORNASARI a parlarci di storia, filosofia e tanto altro.
Come sempre imperdibile.

Si è parlato di tematiche affini anche qua:
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Prometeo: Ho impedito agli uomini di prevedere la loro sorte mortale.
Coro: Che tipo di farmaco hai scovato per questa malattia?
Prometeo: Ho posto in loro cieche speranze.
Eschilo, Prometeo incatenato

La previsione segreta di Prometeo chiude l'età mitica, caratterizzata dalla potenza arbitraria degli dèi, per aprire l'età storica, connotata dalla potenza che l'uomo guadagna attraverso la scienza (Scienza è potenza, ripeterà Bacone).
Il futuro verso cui la previsione (Pro-meteo, colui che "vede", "pensa" anticipatamente) si protende non abolisce il passato, ma lo riassume sotto un nuovo sguardo. Non più, quindi, la nostalgia che, idealizzando il tempo trascorso, lo fissa nella sua immobile perfezione come età dell'oro, Arcadia che offriva gioie in seguito non più fruibili, ma la memoria, che guarda al passato come al tempo in cui è stato possibile accumulare quelle esperienze che consentono di muoversi con più agilità nel presente che è "memoria di tutto, operosa madre delle tecniche", come ci racconta Eschilo nel suo Prometeo incatenato.
Questa nuova prospettiva, questo mutamento di sguardo, sono decisivi per il modo di affrontare il tempo e il senso che esso dispiega.
La nostalgia, infatti, è caratterizzata dall'esperienza della disillusione promossa dalla persuasione che è impossibile ritrovare l'innocenza perduta.
Sottesa a questa disillusione c'è la contrapposizione tra il passato, connotato dalla semplicità della natura, e il presente, connotato dall'artificiosità della tecnica.
Non a caso, in tutti i tempi, le espressioni nostalgiche designano quadri pastorali e semplicità dei piaceri campestri, bucoliche e idilliache visioni di una natura ritenuta ormai persa per sempre, dopo l'intervento delle forze artificiali.
In questa visione, il passato, così irrimediabilmente perduto, finisce per essere semplicemente negato, in quanto nell'esperienza nostalgica è assente la capacità di annodare il passato al presente, creando quella continuità della coscienza che invece la memoria ribadisce come legge della vita.

Morta al futuro, la nostalgia celebra un passato che in realtà essa rende nullo, perché non lo visualizza come tempo in cui s'è maturata l'esperienza che il presente dispiega. La memoria invece, che Prometeo indica come "operosa madre delle tecniche", richiamando fatti ed eventi, cerca di ricostruire ciò che è accaduto in modo da reperire quelle condizioni che rendono possibile l'ulteriore accadere. Si tratta di quella ricostruzione che avviene nello spazio ravvicinato che pone a stretto contatto recente passato e immediato futuro, perché questo è il tempo della tecnica, tesa a controllare l'intervallo temporale tra i mezzi a disposizione e gli scopi da raggiungere con quei mezzi.

Fuori da questo tempo, la tecnica guarda con sospetto sia il lontano passato della nostalgia, sia il futuro lontano dell'utopia.
Enfatizzando la semplicità naturale del passato o l'auspicato ritorno alla natura nel lontano futuro, nostalgia e utopia propongono in realtà l'immagine di una eterna fanciullezza con cui esorcizzano l'ansia indotta da ogni trasformazione.

Ma la previsione segreta di Prometeo non fa alcuna concessione a questo tipo di temporalità. Le divinità mitiche che garantiscono il tempo ciclico saranno cancellate dalla tecnica che guarda al progresso nel tempo, un progresso che Prometeo indica come congedo dall'infanzia, ricettacolo di ogni pensiero nostalgico, per un'età adulta caratterizzata dalla padronanza della propria mente: "Li ho resi da infanti quali erano, razionali e padroni della loro mente".
Perché la tecnica abbia un senso, e con senso possa iscriversi nella storia dell'uomo, Prometeo sa che, prima del dono della tecnica, è necessaria quella trasformazione antropologica profonda capace di congedare definitivamente l'uomo dalla nostalgia per aprirlo al progetto e alla previsione.
Questa trasformazione è il segreto che Prometeo tiene nascosto a Zeus e contro cui nulla può la potenza insipiente di Zeus: non è dunque la tecnica a sconfiggere Zeus, che pure dispone di tecniche, ma quell'invisibile trasformazione antropologica decisa da una nuova e radicalmente diversa visualizzazione del tempo, senza la quale il dono stesso della tecnica non avrebbe alcuna rilevanza.
Prometeo questo lo sa e ne serba il segreto. Per questo può dire:
"Ecco il segno che il mio pensiero scorge più di ciò che vede".

giovedì, maggio 21, 2015

Siamo dei Johnny Ramone o dei Joe Strummer ?



ANTONIO ROMANO ci regala un altro grande pezzo.
I precedenti articoli di Antonio Romano sono qui
:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Antonio%20Romano

Parto un po’ decentrato rispetto al cuore di questa mia riflessione. Ricordo che, quando lessi per la prima volta, sette anni fa, “Uscito vivo dagli anni 80”, uno degli aneddoti raccontati da Tony che più mi sono rimasti impressi, e che ancora oggi mi rimbalza in testa nei momenti di riflessione, è il suo incontro a Londra con Joe Strummer. Quello che mi ha colpito non è stato tanto il fatto, di per sé straordinario, che Joe avesse invitato a bere con lui un ragazzetto italiano che lo aveva incrociato casualmente di notte per strada, quanto il fatto che quel ragazzetto italiano, fieramente mod, avesse provato quasi imbarazzo, al cospetto di Joe, per le toppe northern soul che aveva cucite sul parka (ora non ho il libro sotto mano, però ricordo distintamente che Tony usa l’espressione “amenità northern soul”).

La mia riflessione verte, dunque, proprio su questo:
quanto, noi che viviamo la musica in maniera così passionale e come stile di vita, riusciamo a bilanciare la nostra anima –permettetemi- conservatrice con l’aspetto –forse questa parola piacerà di più- rivoluzionario del rock’n’roll. Mi spiego: ascoltiamo ed amiamo tutti, per fare degli esempi generalissimi ma che potrebbero accomunarci, Muddy Waters, Elvis, gli Who, i Beatles, James Brown e tutti questi artisti metà morti e metà moribondi; ma, al contempo, ci riteniamo culturalmente “moderni” e progressisti. E quando ascoltiamo artisti a noi “contemporanei” prediligiamo quelli il cui sound e la cui estetica è ancorata o cita quegli altri: sempre mantenendomi vago, i Jam, i Buzzcocks, gli Specials, gli Smiths, gli Oasis e tutti quelli che vogliamo nominare.

Chi siamo quindi? Dei Johnny Ramone, musicalmente reazionari (ok, lui lo era anche politicamente) secondo cui con la fine degli anni ’70 ci sarebbe stata “the end of the Century”, o degli Joe Strummer, che affrontano la vita -e la musica, perché di questo stiamo parlando- all’assalto, con tanto di fazzoletto rosso-nero da guerrigliero Sandinista?
Johnny o Joe? Johnny Ramone è l’emblema del pop, di quello che Andy Warhol intendeva con quel concetto, americano fino all’osso, zero profondità perché non c’è tempo per sedersi a riflettere: è la lattina di Coca Cola che, la compri un barbone o il Presidente degli Stati Uniti, costa uguale ed è buona e fresca allo stesso modo. Joe Strummer incarna, invece, l’artista carismatico ma sensibile, è, senza svilire il senso del termine, il profeta, per dirla con i suoi Mescaleros, “global a go-go”, che da Londra parla a tutte le città del mondo: Joe è quello che si mise a piangere vedendo in tv il servizio sui bombardamenti in Iraq col sottofondo di “Rock the Casbah”.
E a me piace pensare di essere un po’ l’uno e un po’ l’altro. Tutti noi che stiamo leggendo il blog di Tony lo siamo, metà Johnny e metà Joe. Ma, badiamoci, non è una divisione netta, un aspetto non è alternativo all’altro od esclusivo dell’altro, non è una convivenza pacifica o pacificata tra le due tendenze dentro di noi, ma incorporiamo contraddittoriamente l’una e l’altra, contemporaneamente.
Siamo, cioè, esattamente come quelle foto dei primi anni 2000 in cui sono ritratti Johnny Ramone e Joe Strummer insieme: si, ci sono entrambi, uno accanto all’altro che sorridono cortesemente e si prestano all’obiettivo, ma quasi non si toccano, ognuno posa per i fatti suoi, Johnny con la sua tipica aria scazzata, Joe con la sua spavalderia un po’ goffa e quasi rassicurante. Siamo così, con questi due aspetti che non si concilieranno mai, e se a volte emerge l’uno sull’altro è solo perché, facendo a cazzotti, ha momentaneamente prevalso: nella scazzottata di domani potrebbe prevalere l’altro.

Musicalmente siamo, ammettiamolo, più conservatori che progressisti. Abbiamo queste due anime incompatibili una con l’altra, eppure noi le facciamo coesistere, talvolta disinvoltamente, talvolta senza neppure rendercene conto o porci il problema.
Pensiamoci. Ogni volta che, rispondendo alla domanda su quale siano le nostre band preferite, rispondiamo con nomi di quaranta o cinquant’anni fa siamo il Johnny Ramone conservatore e reaganiano con la maglietta dei Marines; ma ogni volta che, ascoltando un brano, ci esaltiamo o commuoviamo per la sua profondità siamo il Joe Strummer che, con i Clash, univa i suoni ribelli del mondo a lui contemporanei (punk, reggae, funky, rap) esibendosi con la maglietta “Brigade Rosse – RAF”.
E ogni volta che rimaniamo ammaliati da una vecchia foto dei Rolling Stones o degli Small Faces siamo sicuramente il Johnny Ramone chitarrista e leader dei Ramones che nel 1974 imponeva a tutti di vestirsi con jeans, maglietta e giacchetta di pelle, less is more, e diventare dei fumetti viventi; ma ogni volta che ci incazziamo di fronte alle ingiustizie siamo il Joe Strummer hippie che nel 1974 suonava in metro sempre la stessa canzone, il Joe Strummer punk del primo album dei Clash o il Joe Strummer di nuovo quasi-hippie del periodo post-Clash.
E ogni volta che, eterni teenager, aspettiamo il weekend per uscire a bere, ballare e, magari, rubare il cuore a una ragazza non siamo altro che il Johnny Ramone con la maglietta di Mickey Mouse che a quarant’anni ancora collezionava figurine di baseball; ma la nostra fede nell’”emancipate yourselves from mental slavery” ci sprona a difenderci, a non fermarci mai per non essere schiacciati, informandoci e restando sempre all’erta nella nostra quotidiana “White Riot”.

E -potremmo continuare all’infinito con gli esempi- non crediamo, con Joe Strummer, che tramite il rock’n’roll, e la musica tutta, possiamo essere liberi, ognuno con la sua identità e la sua diversità, proprio come un “White Man in Hammersmith Palace” che balla il reggae accanto ai rasta? Ma, allo stesso tempo, non facciamo forse parte del “Commando” di Johnny Ramone, ogni qual volta rabbrividiamo ascoltando un brano moderno non suonato da strumenti musicali “veri”?
A queste cose, che magari a tanti potranno sembrare masturbazioni celebrali, io ci penso spesso, ma non sono mai stato in grado di darmi una risposta soddisfacente alla domanda da cui sono partito. L’unica certezza è che so di cullare in me queste contraddizioni: ché amare, per esempio, i Kinks, sperando nel ritorno di una band uguale ai Kinks, non è poi così diverso dall’avere il mito del Sacro Romano Impero, sperando nella sua restaurazione. Ma, allo stesso tempo, proprio come un individuo contemporaneo che aneli al Sacro Romano Impero è chiaro che non vorrebbe mai vivere in condizione di servo della gleba, sono certo che, se la musica non fosse andata avanti e avanti e ancora avanti rispetto agli anni ’60 e ’70, non amerei così tanto i Kinks.
Per questo motivo, ho sempre provato empatia con Tony per la storia del suo imbarazzo di fronte a Joe Strummer: amiamo la musica del passato (a volte remoto), ma ci consideriamo moderni che più moderni non si può e, in tutto questo, spesso non ci sentiamo in contraddizione.
O, almeno, è raro che incontriamo Joe Strummer per farci provare imbarazzo.

martedì, maggio 19, 2015

La non necessità del potere



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Può servire allo scopo, ad esempio, la ricostruzione delle prime ideologie del potere. Joseph Campbell fornisce tracce molto utili per vedere i passaggi dalle primissime immaginazioni umane di un Creatore increato alle figure mitologiche; dalle figure mitologiche fondatrici alle figure umane degli Eroi; da queste allo sfruttamento del mito in funzione di poteri arbitrari e violenti dei Grandi Sacerdoti e dei Re. Ma da tanti altri dati offerti dagli studi classici si possono dedurre le manipolazioni dei miti primari nei momenti della formazione dei primi poteri dominanti. Sembra, ad esempio, che il mito di Ercole fosse, all'origine, un mito di civiltà agricole antichissime dove l'eroe uccideva le belve che insidiavano i raccolti e inventava sistemi per ripulire le stalle. Furono con ogni probabilità i Micenei a fare di Ercole l'eroe delle dodici fatiche impostegli dal re Euristeo (simbolo del potere miceneo) a cui Ercole obbedì fedelmente, anziché sostenere una fatica sola e, cioé, quella di eliminare l'oppressore.

Ma più in generale si hanno vere e proprie circolazioni di élites sul Monte Ida (Creta) o sull'Olimpo (Grecia) in funzione del potere. Le antiche dee madri, come è noto, devono accettare la subordinazione a déi maschili o essere espulse. Addirittura alcune divinità importanti un tempo come Teti, Proteo, Pan eccetera, e lo stesso Dioniso diventano figure secondarie o negate. Gli déi autocratici, come Zeus, si erigono come sovrani assoluti ed arrivano a partorire, in stravolgimenti incestuosi, le loro stesse dee madri.
La mente astratta maschile ormai dominante si dimostra, così, capace di espropriare l'utero terrestre femminile, assumendo in sé tutti i poteri, anche quello di generare figli.
Intanto Dioniso, dio delle feste, della libertà e dell'uguaglianza fra i sessi, viene sistematicamente calunniato fino a renderlo responsabile, attraverso le Baccanti, dell'assassinio del figlio da parte della madre (in Euripide).

Il mito, da contenitore emblematico e aperto di civiltà umane, si fa rigido contenuto di sacralizzazione del potere, mass media antico, manipolato per creare l'accettazione del dominio dell'uomo sull'uomo. Ma a questa macro-operazione reazionaria c'è anche chi si oppone. Ad esempio Ulisse, che sfugge proprio all'ira degli déi, e ridiventa re-pastore su un'isola rocciosa, re che tratta come amici i suoi 2schiavi" che lo ricambiano con l'amicizia, uomo fra gli altri, ricco di sogni e povero di ricchezze, lui stesso giustiziere di poteri arroganti e parassitari come i Proci.
José Gil mostra come le società senza Stato avevano un loro ordine dove quello che noi impropriamente chiamiamo "capo" era, in effetti, senza altri poteri che quelli di pacificatore e di distributore di ricchezze, fino a non possederne alcuna. Si tratta delle società in cui il capo "è più se ha meno". L'antico capo o quello di molti gruppi tecnologicamente semplici (non primitivi) non accumula violenza, ma opera con giustizia e disinteressatamente. Non c'è ancora lo Stato come monopolio della violenza dove la giustizia è ingiusta per definizione.

Al deficit delle facoltà di scelta e di intervento dei cittadini corrisponde il "pluspotere" dello Stato e delle forze "professioniste" in potere che partecipano al dominio: quanto più si fa minuscola e desautorata la società, tanto più si fa maiuscolo e arrogante lo Stato.
Da Hobbes a Hegel, e oltre, molta filosofia del diritto ha postulato che senza lo Stato non sarebbero mai potute esistere società stabili ed evolutive.
L'antropologia moderna li ha completamente smentiti. Ugualmente le idee cartesiane "chiare e distinte" hanno dissolto le teorie di Bodin, noto e autorevole cacciatore di streghe. Bodin aveva scritto. "Per sovranità si intende quel potere assoluto e perpetuo che è lo stato". Ma oltre a Bodin, a partire dalla rivoluzione protestante, lo Stato moderno sorge: come forza terrestre, anche se sopra gli uomini; come luogo dei vari interessi che si riuniscono negli "stati generali"; come centro legittimato non più dal diritto divino, ma dalla "rappresentanza dal basso". Anche il re diventa un delegato. Tuttavia anche queste, sia pur parzialmente laiche, sono maschere di nuovi poteri, emersi con la rivoluzione inglese del '600 e con quella francese del '700.

Oggi sappiamo che la rappresentanza è una finzione, una cerimonia o addirittura un festival, come nelle elezioni presidenziali americane. Ho preferito effettuare questo feedback anziché azzardarmi in prospettive (che potrebbero troppo facilmente esser fatte passare per utopie), per ricordare che gli Stati in cui viviamo non sono per nulla né naturali, né necessari, né il male minore, e per chiarire, alla luce delle moderne ricerche, che questo tipo di Stato è nato solo recentemente - con radici che volendo possiamo far risalire a circa cinquemila anni fa, senza essere stato affatto condiviso o praticato da tutte le civiltà rispetto ad una vicenda umana di milioni di anni e di cinquantamila anni di homo sapiens sapiens.

Ormai, il possibile superamento della divisione in dominanti e dominati, dirigenti e diretti, governanti e governati sta nel passare oltre le due grandi stupidità moderne: in alto, per chi comanda sempre più fittiziamente ed illusoriamente, e in basso per chi tesse continuamente rapporti orizzontali che formano l'essenza dei nuovi modi di collaborazione organizzativa, anche produttiva, del mondo telematico, ma non ha ancora trovato l'intelligenza o la volontà per accorgersene.

martedì, maggio 12, 2015

È possibile uscire dalla violenza?



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"La scienza non porta alla violenza e all'odio. È l'odio che si appella alla scienza per giustificare il suo razzismo", dice F. Jacob, premio Nobel, con Monod, per la medicina.
Il suo tiro è soprattutto teso contro i sociobiologi che pretenderebbero di affermare che il destino dell'uomo è in grandissima parte predeterminato e, quindi, chiuso dall'eredità del codice genetico e dalla gabbia di istinti primari immodificabili.
Molti sociobiologi sono infatti fondamentalmente deterministi: tutto sarebbe avvenuto dall'origine ad oggi, secondo una catena inesorabile.
L'aggressività, la disuguaglianza, la prevaricazione passerebbero così da "variabili" storiche e sociali modificabili a "costanti" biologiche. Viceversa, spiega Jacob, la concezione darwiniana ha una sua conseguenza ineluttabile: il mondo oggi vivente è solo uno tra i molti possibili. La sua struttura attuale è il risultato della storia della Terra.
Avrebbe potuto benissimo essere diverso. Avrebbe anche potuto non esistere del tutto.

La riproduzione degli animali superiori è, ad esempio, a due. Ma avrebbe potuto continuare ad avvenire senza sesso, per gemmazione o per scissione di uno stesso individuo.
Oppure in altri modi. La via presa è stata quella a due. Ciò ha consentito il prodursi di differenze. La sessualità stessa ricombina due programmi diversi, e ne esce un figlio differente dai genitori. L'evoluzione può quindi essere più rapida e con minori rischi. D'altra parte però l'evoluzione non ha sfruttato possibilità facili e vantaggiose. Jacob dice: se gli uomini avessero un cappello di clorofilla al posto dei capelli, non perderebbero tanto tempo e fatica alla ricerca di cibo.
Ma l'evoluzione è ben lontana dall'avere raccolto una serie di successi: contro alcuni milioni di specie oggi viventi ne sono state perdute circa cinquecento milioni.
L'evoluzione, se ha compiuto "rivoluzioni" (dai piccoli rettili ai dinosauri eccetera), le ha compiute, per così dire, sempre "riformisticamente".
La natura non ha mai avuto passaggi radicalmente innovativi. Assomiglia, dice Jacob, a quell'uomo che si arrangia a fare qualcosa con gli scarti, l'evoluzione rimescola o ricompone "robe vecchie".

Ci sono poi, nota Jacob, squilibri incredibili nei centri di comando: ad esempio nell'uomo le parti del cervello più nuove e avanzate si occupano spesso di questioni laterali. L'occhio a lente non è solo di esseri superiori (ad esempio lo ha anche il polipo). Iconcetti stessi di superiore e inferiore vanno ripensati. L'uomo non assomiglia allo scimpanzé adulto e compiuto, ma ad uno scimpanzé ritardato: e proprio questo ritardo può aver fatto avanzare l'uomo, costringendolo ad una lunga infanzia con conseguenti cure ed educazione più lunghe da parte dei genitori. Sappiamo ancora molto poco dell'uomo e dell'intrico delle sue cellule. In ogni caso, pensa Jacob, il destino umano passa in mezzo fra condizionamenti biologici e apertissime libertà culturali.
È errata la concezione di coloro che considerano il cervello come un nastro magnetico vergine, ma ben più errata è la posizione di chi crede che il cervello sia un nastro già inciso.
Questo punto di vista, che spesso si trova associato ad una filosofia conservatrice, è alla base di svariate forme di fascismo e di razzismo, perché elimina a priori qualunque speranza di miglioramento tramite l'apprendimento e l'educazione.

Le conseguenze sul terreno politico e sociale sono la crescita di concezioni secondo le quali le disuguaglianze sociali derivano soltanto dalle disuguaglianze biologiche.
Inutile, quindi, anche solo pensare ad un mutamento della gerarchia sociale.
Jacob attacca i sociobiologi contestando loro anche l'attendibilità scientifica del cosiddetto "quoziente di intelligenza" - esso è determinato dall'educazione e dai processi di socializzazione. Ogni bambino normale alla nascita possiede tutte le possibilità.
In questo gli esseri umani sono "identici" anche se possono manifestarsi "diversamente".

Ma la diversità non è causa delle disuguaglianze sociali. Disuguaglianze e uguaglianze non sono concetti biologici, ma storico-politico-culturali.
Le differenze sono elementi positivi perché producono società complesse e creative.
Le disuguaglianze sono negative perché portano allo sfruttamento, all'alienazione, all'assenza di libertà e di giustizia e ai conflitti, come da Rousseau a Marx è stato ben chiarito.
Non è lecito, dice Jacob, affermare che per avere differenze positive e ricche, occorra praticare le disuguaglianze sociali, giustificandole con preesistenti differenze biologiche. La via umana e sociale per ottenere la massima creatività e la massima libertà non passa attraverso le disuguaglianze, ma per l'esplicazione piena delle differenze fra uguali.
La crescita e la diffusione positiva di infinite differenze culturali fra gli uomini è il massimo prodotto della civilizzazione umana.

Il confronto pacifico ed egualitario fra le differenze culturali avrebbe potuto e potrebbe essere un metodo di accumulazione e accelerazione di ogni singola area e di tutte nel complesso del mondo. Ed aver dimostrato questo è la vera scoperta di Lévi-Strauss.
Viceversa, proprio questa ricchezza è sperperata nella grande contraddizione delle lotte e guerre che tendono a sopprimere il differente e bloccando o facendo regredire lo sviluppo umano generale.

La sociologia avanzata aveva già tentato di smascherare quelle ideologie che si danno una legittimità pseudoscientifica solo per mantenere lo status quo basato sulle disuguaglianze.
Il primo trucco nell'argomentazione sostenuta dal pensiero reazionario sta nel valutare e reggere un bene da tutti riconosciuto, come quello delle differenze, sul male delle disuguaglianze sociali, date come inesorabili e naturali. Il secondo trucco sta nel far passare l'uguaglianza sociale come un livellamento e appiattimento in cui nessuno potrebbe esprimere più le differenze creative. Viceversa, è la disuguaglianza come coercizione che sterilizza moltissime differenze potenziali non lasciandole fiorire e sviluppare, e che deforma anche quelle vincenti. Persino chi prevarica è alienato dal suo stesso potere.
Inoltre è proprio l'uguaglianza che potrebbe evitare i livellamenti dentro ogni classe e ogni strato (dove ognuno è intercambiabile, nella sua anonimità estraniata), e consentire l'esplicazione delle differenze vocazionali senza bisogno di dar luogo a sfruttamento e oppressione di altri uomini.

Senza uguaglianza, le differenze diventano disuguaglianze. Senza differenze, l'uguaglianza diventa livellamento.

Il campo di studio è amplio e comprende tutto l'arco delle scienze umane. Tuttavia resta essenziale che proprio un biologo abbia dato conferma ad alcune tesi sociologiche liberatorie ed abbia smentito i sociobiologi che vanno sostenendo, per fini restaurativi, l'inesorabilità, appunto "naturale", delle disuguaglianze fra gli uomini, che sono invece soltanto sociali, cioé artificiali e, quindi, in condizione di poter essere modificate.

giovedì, febbraio 12, 2015

Giambattista Vico



Torna ancora, come sempre benvenuto, ANDREA FORNASARI e il suo spazio a sfondo filosofico.

Una critica parecchio radicale rivolta all'indirizzo razionalistico della sua epoca, fu quella operata dal filosofo italiano (nato a Napoli) Giambattista Vico (1668 - 1744).
Già Leibniz, seppur implicitamente, constatava e suggeriva come solo Dio potesse attingere alla scienza perfetta; questa concezione era in genere accettata da ogni buon cristiano. Vico si preoccupò dunque di costruire un nuovo principio epistemologico sulla base di questa asserzione: Dio possiede una conoscenza perfetta del mondo perché lo ha fatto. L'uomo, dunque, essendo creato, può conoscere il mondo solo imperfettamente.
Per Vico la condizione necessaria alla conoscenza è quindi il verum factum. La formulazione può essere semplice e possiamo anche dire che la verità coincide con il fatto, purché quest'ultimo termine venga inteso nel suo significato originario.

Vico era figlio di un piccolo libraio e divenne professore di retorica presso l'università della sua città natale: conservò questa posizione piuttosto modesta fino a quando si ritirò, pochi anni prima di morire. Per mantenere sé stesso e la sua famiglia doveva integrare lo scarso stipendio impartendo lezioni private e scrivendo alcune schiocchezze letterarie che fossero gradite alla nobiltà.
In tutta la sua vita non ebbe mai modo d'incontrare o anche solo di corrispondere con qualche pensatore della sua statura: la sua opera rimase lungamente oscura, ma non di meno ha finito con l'influenzare, nel tempo, molti pensatori importanti.

La teoria che verità è fatto porta con sé numerose conseguenze. Prima di tutto ci dice che le verità matematiche sono conosciute con certezza perché l'uomo stesso ha elaborato le regole della matematica in maniera astratta e arbitraria. Al tempo stesso, Vico pensa che la matematica non può portarci alla conoscenza della natura come credevano i razionalisti - egli reputa la matematica come cosa astratta, non distillata dall'esperienza, ma distinta dalla natura e quindi la ritiene in qualche modo una costruzione arbitraria della mente umana. Se l'uomo desidera apprendere qualcosa circa la natura, non deve adottare un procedimento matematico, bensì un sistema empirico basato sull'esperimento e l'osservazione: in questo Vico mostra maggiore simpatia per Bacone che non per Cartesio.

Bisogna dire che Vico trascura un po' troppo il ruolo della matematica e del metodo deduttivo per quanto riguarda la ricerca scientifica, però è corretto il suo monito contro la spigliata speculazione matematica che a volte tenta di passare per ricerca empirica.
Ormai sappiamo come la scienza operi sia in maniera induttiva che deduttiva.
La teoria secondo cui la matematica trae la propria certezza dal fatto di essere stata costruita, ha influenzato molti filosofi successivi a Vico, anche se quasi tutti non concordano con lui quando afferma dell'arbitrarietà della matematica.
Possiamo ricordare lo scrittore marxista Sorel, nonché Goblot e Meyerson. Possiamo dire lo stesso per le interpretazioni utilitaristiche e pragmatistiche. In genere il concetto di arbitrarietà è piaciuto ai formalisti, i quali trattano la matematica come un gioco più o meno complicato. Sappiamo che Marx aveva studiato Vico, ma il suo influsso non è del tutto palese.
Vi è però un'altra importante conseguenza che si può trarre dal principio generale di Vico: è la sua teoria della Storia.
Quando egli sosteneva che la matematica era perfettamente conoscibile in quanto realizzata dall'uomo, affermava anche che la matematica non si riferiva alla realtà, mentre la natura non era perfettamente conoscibile in quanto creata da Dio, ma si riferiva al reale.
Questo paradosso resta ancora aperto (se si considera la matematica pura una mera costruzione). Vico individuò una "scienza nuova" che fosse conoscibile e reale: la Storia. In quanto è nella Storia che Dio e l'uomo collaborano: un sorprendente rovesciamento, questo, dell'opinione tradizionale.
Sombart, Weber e Dilthey riprenderanno questa prospettiva.

Ad ogni modo, "La scienza nuova", rimane un libro molto interessante anche per un lettore moderno, sebbene Vico spesso scivoli dal problema empirico alle questioni storiche e ai temi filosofici in maniera un po' confusa.
Il suo punto cruciale, identificare la verità con la cosa fatta, è un principio che impone una attenta indagine di alcuni corollari saldissimi del problema epistemologico.
L'esecuzione intelligente di un'azione può facilitare la sua comprensione, questo è vero. Mentre il razionalismo rifugge dall'immaginazione come fonte di confusione, Vico al contrario insiste sulla sua funzione nel processo di scoperta. Egli dice: prima di giungere ai concetti pensiamo in termini di situazioni vaghe e mal definite, e questo non può essere del tutto privo di contenuto concettuale.
Vico non sostiene che la Storia possa essere prevista in maniera meccanica (un errore in cui incapperanno prima Hegel e poi Marx), ma che sia conoscibile secondo linee generali. Questo modo di affrontare il problema storico si adatta a uno studio empirico meglio delle teorie razionalistiche.
Vico concepisce l'organizzazione sociale come un processo naturale e graduale.
Nonostante le teorizzazioni eterodosse in campo sociologico, Vico restò tuttavia un devoto cattolico. O almeno tentò di far rientrare nel suo sistema la religione ricevuta. Se fosse possibile farlo senza cadere nell'incoerenza è un'altra questione.
Ma la coerenza non è uno dei pregi di Vico. L'importanza di Vico risiede piuttosto nella quasi miracolosa anticipazione del diciannovesimo secolo e delle relative conquiste filosofiche.
Va ricordato dunque come un pensatore estremamente originale, che per la prima volta fornisce una vera e propria teoria della civiltà umana. Tutto ciò è intimamente connesso con il suo concetto guida centrale: ossia il verum factum.

venerdì, febbraio 06, 2015

Sir Tommaso Moro e Utopia



Come periodicamente accade ANDREA FORNASARI ci riserva interessantissimi e sempre benvenuti spunti filosofici.

Tommaso Moro (1478 - 1535) è probabilmente conosciuto per due motivi: per l'amiciza con Erasmo da Rotterdam, il quale gli dedicò il suo Elogio della follia, e per aver scritto Utopia.
Dobbiamo dire che il Rinascimento nordico fu molto diverso rispetto a quello italiano: prima di tutto nasce successivamente e poi s'intreccia al movimento della Riforma.
In un certo senso fu senz'altro meno anarchico e immorale, quasi austero; per questo produsse meno genio artistico e minor cultura individualistica, ma si preoccupò di essere solido e virtuoso.
Erasmo e Tommaso Moro sono senza dubbio i due personaggi di maggior spicco di questa rinascenza del nord Europa; lo sono per motivi differenti, ma entrambe le loro influenze furono notevoli. Erasmo era un umanista tollerante, il quale criticò aspramente il cattolicesimo romano per la sua corruzione, ma non aderì nemmeno al protestantesimo, in quanto trovava i mezzi di Lutero troppo violenti.
Questo suo pacifismo e buon senso gli salvarono la vita, cosa che invece non accadde a Moro.
Lo stesso Erasmo dirà: "Volesse il cielo che Moro non si fosse mai immischiato in questi pericolosi affari, e avesse lasciato i problemi teologici ai teologi".

Sir Tommaso Moro era un uomo colto e molto religioso: per un certo periodo fu tentato di entrare nell'ordine dei certosini, ma forse fu Erasmo a dissuaderlo. Alla fine divenne avvocato.
Nonostante non facesse nulla per compiacerlo, Enrico VIII lo nominò cavaliere e l'incaricò di varie ambasciate. Moro non si faceva illusioni riguardo la condotta del re: "Se la mia testa potesse guadagnargli un castello in Francia, non mancherebbe di farla saltare".
Moro venne nominato cancelliere ma ben presto cadde in disgrazia in quanto si opponeva al matrimonio fra Enrico VIII e Anna Bolena. Egli dunque si dimise, vivendo con solo cento sterline l'anno (ciò dimostra la sua incorruttibilità).
Quando nel 1534 il re fece passare in parlamento l'Atto di supremazia, che dichiarava lui e non il papa capo della Chiesa d'Inghilterra, si rese necessario anche il giuramento di Moro, il quale rifiutò.
Questo atteggiamento costituiva solo "presunzione di tradimento", che non portava con sé la pena di morte. Fu dimostrato, però, attraverso testimonianze assai dubbie, come Moro avesse detto che il parlamento "non poteva" nominare Enrico VIII capo della Chiesa; su questa "prova" fu accusato di alto tradimento e decapitato. Le sue proprietà furono consegnate alla principessa Elisabetta, che le conservò fino al giorno della sua morte.

Il testo più importante e famoso di Moro è senz'altro Utopia.
Il modello è quello della Repubblica di Platone, con un comunismo esasperato, Le case sono identiche e non ci sono serrature alle porte, tutti sono vestiti allo stesso modo. Uomini e donne lavorano sei ore al giorno, tutti vanno a letto alle otto e dormono otto ore. Gli schiavi vengono utilizzati solo per i lavori più umili (ma vengono trattati con pari dignità). I dotti vengono prescelti per governare. Sia le donne che gli uomini vengono punite se non sono vergini al momento del matrimonio, ed esiste il divorzio per adulterio. Prima di sposarsi si presentano nudi l'un l'altra, per capire se si piacciono o meno. Gli abitanti di Utopia evitano la guerra, ma nel caso si mostrano preparati e coraggiosi. Lungo e divertente sarebbe l'elenco: mi limiterò solo ad alcune delle prescrizioni di Utopia.
Diciamo che in generale gli abitanti di Utopia sono inclini al piacere, vi sono diverse religioni tollerate, ma chi non crede non può prendere parte alla vita politica - tuttavia non è molestato.
Tornando agli schiavi: essi sono persone che hanno ricevuto pesanti condanne e che gli Utopici hanno commutato in schiavitù.
Interessante questa istanza: in caso di malattia dolorosa e incurabile, si consiglia al paziente di uccidersi, ma lo si cura con tutta la dovuta attenzione se rifiuta di farlo.
Il governo è una rappresentanza democratica, con un sistema di elezioni indirette; alla testa c'è un principe eletto a vita, ma può essere deposto qualora scivolasse nella tirannide. La vita familiare è patriarcale. Se una città diventa troppo grande, alcuni abitanti vengono trasferiti, idem per una famiglia troppo numerosa. Verranno costruite nuove città ma non si dice nulla su ciò che andrà fatto quando tutto il territorio sarà coperto di costruzioni.

L'Utopia di Moro può ritenersi liberale, soprattutto considerata l'epoca. Il comunismo veniva predicato anche in altri movimenti, ad esempio religiosi, e non può sorprenderci. Piuttosto sono le idee intorno alla guerra, la tolleranza religiosa, la denuncia contro l'uccisione insensata degli animali (la caccia come svago), le affermazioni contro la pena di morte e in favore di una mite legge penale, che rendono sorprendente la lettura. Certo, la vita a Utopia sarebbe intollerabilmente noiosa e priva di varietà. Un difetto che accomuna tutti i sistemi sociali pianificati a puntino, siano essi reali o semplicemente immaginari.
Gli Utopici non hanno denaro per sé, ed insegnano il disprezzo per l'oro usandolo per i vasi da notte e per le catene degli schiavi (detenuti).
Quando sono in guerra (se proprio non è evitabile) offrono grandi ricompense a chiunque ucciderà il sovrano del paese, e ancora più ricompense se lo porteranno vivo, e a lui stesso se si arrenderà.
Fra i nemici, compatiscono la gente comune, condotta alla guerra contro la propria volontà dalla furiosa pazzia dei capi.

mercoledì, settembre 24, 2014

Il tempo, la musica e la storia



Uno dei consueti illumina(n)ti scritti di ANDREA FORNASARI, nome d'arte di AndBot.

I quattro tempi della musica.

Al giorno d'oggi, quando si parla di musica contemporanea, il termine non possiede più il suo significato letterale: ci si rifiuta di attribuire tale definizione a opere in apparenza ferme a linguaggi che risalgono a un'epoca anteriore.
Questa distinzione è tuttavia recente: fino al XVIII secolo ogni musica era contemporanea per definizione, poichè si ascoltavano e si eseguivano solo musiche concepite per la propria epoca.
La musica era dunque, secondo l'espressione di Roland-Manuel, un prodotto stagionale, un oggetto effimero e subito fuori moda; non ci si preoccupava di conservare la musica del passato più di quanto oggi non si pensi a rileggere i quotidiani dei giorni precedenti.

La musica è arte del tempo perchè non esiste che nell'irreversibilità del suo fluire; ma essa è tale anche in un secondo senso, giacchè, come ogni espressione simbolica, è un'arte sottomessa al tempo: muta senza posa, non cessa mai di trasformarsi.
La musica ha dunque una storia, ed è a questo punto che s'introduce una terza forma di temporalità, quella creata dallo storico dedito a raccogliere e organizzare ciò che sappiamo sia del passato sia del presente della musica.
Non possiamo tuttavia fermarci qui, poichè anche il discorso degli storici dipende dal momento storico in cui è stato scritto.
Nella musica vi sono dunque di fatto quattro tempi: il tempo musicale propriamente detto, il tempo dei cambiamenti che essa subisce in ogni momento, e infine il tempo delle nostre storie della musica - che si sdoppia in temporalità ricostruita e storicità delle nostre ricostruzioni.

Questa molteplice iscrizione nel tempo è senza dubbio più profonda per la musica che non per le altre arti; a differenza delle arti plastiche, essa non lasciava alcuna traccia prima che il sogno di Rabelais non donasse alle "parole gelate" del Quarto Libro la realtà del fonografo e del magnetofono.
D'altro canto, i sistemi di trascrizione sono comparsi più tardi della scrittura e hanno sempre avuto minor diffusione. La musica sembrava pertanto più fragile rispetto agli altri prodotti dell'attività umana, forse perchè, come sottolineava Valéry: "Essa è, tra tutte le arti, la più richiesta, la più vicina alla vita, di cui si anima, accompagna o imita il funzionamento organico".

La musica cambia, perchè il cambiamento è presente ovunque, in ogni società, comprese le più antiche di cui si possa avere conoscenza, quelle cioè che sono state definite a lungo come "primitive".
In un'epoca non troppo lontana si era soliti contrapporre società immobili e società in movimento, società fredde e società calde, società senza storia e società storiche. Il fatto è che non si distinguevano i diversi ritmi, quelli che potremmo definire i diversi regimi di cambiamento, e si confondevano indebitamente la storia delle società e la storia che veniva costruita e scritta per rendere conto di quella precedente, ovvero la storia-avvenimento e la storia-conoscenza.

Le società senza Stato, orde di cacciatori-raccoglitori e tribù di orticoltori e pastori, non sono società immobili; esse cambiano, e a volte in modo brutale, come avviene quando certi gruppi umani emigrano, il che non ha mai smesso di verificarsi fin dalla comparsa dell'Homo sapiens. Queste società mutano anche in circostanze meno drammatiche, ma a un ritmo molto più lento di quello a cui siamo abituati. D'altra parte, nessuna società umana resta completamente isolata, e fra società vicine avvengono necessariamente scambi.
Tali società hanno dunque una storia, ma non lo stesso sentimento e la stessa coscienza storica. Le differenze rispetto alla storia quale noi la conosciamo sono di due generi. Da un lato, se la società accoglie il nuovo - e come potrebbe fare diversamente? - essa non ne fa un valore; al contrario, s'ingegna a integrarlo e rispettarlo come una componente della tradizione del mos majorum.
Non si deve tuttavia sopravvalutare il livello d'integrazione del nuovo: non è raro che un gruppo ricordi come un determinato strumento musicale, una scala o uno stile siano stati mutuati da un'etnia vicina, o conservi nei suoi racconti la memoria di un'antica migrazione.
D'altro canto, questi gruppi non conoscono la scrittura e non hanno il nostro stesso sistema di rappresentazione e di scansione temporale; i sistemi di riferimento sono di ordine locale e si basano sulle ricorrenze del mondo fisico e umano ( giorno e notte, cicli lunari, eccetera), generando un tempo ciclico in base al quale si organizzano le diverse attività e si classificano in particolare le produzioni musicali.

La musica cambia, ma nel "ciclo breve" che unisce il musicista poco specializzato al suo pubblico tutto e tutti cambiano allo stesso ritmo: la continuità prevale sulla rottura.
Con la comparsa dello Stato e della scrittura, il regime del cambiamento si trasforma; anzitutto perchè appaiono gli strumenti (scrittura, calendari e cronologie) che permettono la registrazione e la classificazione dei dati, ora divenuti storici nel senso moderno del termine: l'avvenimento lascia ormai una traccia.
In secondo luogo, perchè i padroni dello Stato intendono dare un fondamento al proprio potere: essi immortalano nella pietra le proprie gesta e quelle dei loro avi.
Nello stesso tempo si forma una classe di scribi, che è all'origine delle teorie sulla musica.
Anche i musicisti si professionalizzano e tale autonomia permette loro di costruire tradizioni proprie.

In queste società statuali e stratificate il cambiamento è vissuto coscientemente e in tutti i campi della cultura si succedono repentine rotture: le prime forme di rivoluzione.
Quando i Greci tentarono di scrivere la storia della propria musica, la presentarono secondo il modello utilizzato per rendere conto della nascita e dello sviluppo della loro civiltà, il modello della fondazione.
Così come vi sono fondatori d'imperi e di città e legislatori, vi sono fondatori in campo musicale: la storia della musica in Grecia è scandita dalle due katastaseis, vale a dire dalle due "istituzioni" successive che posero le basi del sistema musicale.
Si tratta di un modo di scrivere la storia che è ancora in uso: anche noi abbiamo la tendenza a vedere lo sviluppo della musica come organizzato dalle innovazioni di alcuni geni che imprimono di colpo una nuova direzione all'arte.

Tuttavia, le rotture non vengono considerate tali soltanto in funzione retrospettiva: sono i contemporanei stessi ad avere coscienza dei cambiamenti brutali avvenuti sia in campo musicale sia nell'insieme della società e della cultura.
Nel corso del V secolo a. C., avvenne in Grecia una vera e propria rivoluzione musicale che, con la nascita della composizione anabolica, rese la melodia indipendente dall'organizzazione strofica e offrì al linguaggio musicale una nuova libertà.

Si produsse allora una situazione che non cesserà mai di ripresentarsi: da una parte gli innovatori, i rivoluzionari, che volevano cambiare e far "progredire" la musica, e dall'altra i loro avversari - bisogna già chiamarli reazionari? che, con Platone e Aristofane, condannavano quei pervertitori della gioventù.

Non avevano forse intenzione di snaturare la "vera" musica mescolando tutti i generi, come Aristofane rimprovera a Euripide?
"Lui invece porta via da dovunque: dalle puttanelle, dalle canzoni a vino di Meleto, dalle melodie carie per flauti, dai pianti funebri, dalle aria di danza"
(Aristofane)

giovedì, settembre 04, 2014

Controllo delle nascite e teoria evoluzionistica



Ospitiamo sempre con grande piacere uno scritto di ANDREA FORNASARI, di grade attualità.

Uno dei problemi, fra i tanti, che cominciavano a farsi sentire alla svolta del dicottesimo secolo era il rapido aumento della popolazione, determinato dalla vaccinazione su larga scala che fece diminuire l'indice della mortalità (infantile e non solo) - naturalmente questo si verificò in maniera più o meno intensa a seconda dei Paesi considerati.
Uno dei primi studiosi ad occuparsi del problema fu Malthus (1766 - 1834), un economista simpatizzante dei filosofi radicali dell'epoca e per di più pastore anglicano.
Nel suo libro più famoso, "Saggio sulla popolazione", espose la teoria secondo cui il ritmo di incremento della popolazione avrebbe rapidamente oltrepassato il ritmo di sviluppo degli approvigionamenti alimentari: mentre la popolazione cresceva in progressione geometrica, l'approvigionamento di cibo cresceva soltanto in proporzione aritmetica.
Si presentava dunque, secondo Malthus, il momento di limitare il numero degli abitanti del pianeta, se non si voleva incorrere in disgrazie quali fame e carestia.

Malthus adottò quindi un modo di vedere cristiano e convenzionale: gli uomini, secondo lui, vanno educati in modo da imparare a "limitarsi" e ad abbassare così il proprio numero.

Bisogna dire che lo stesso Malthus ottenne un successo straordinario con questo metodo: in quattro anni mise insieme una nidiata di tre bambini.
Ma a prescindere da questo trionfo, appare chiaro che la teoria non possiede l'efficacia desiderabile; si direbbe che Condorcet abbia suggerito teorie più concrete e moderne.
Malthus non glielo perdonò mai, poichè secondo le sue rigide concezioni morali tali metodi moderni rientravano nella categoria "vizio": egli poneva il controllo artificiale delle nascite al livello della prostituzione.
Su questo problema i radicali erano divisi: Bentham si era espresso a favore di Malthus, mentre i Mill (padre e figlio) erano più d'accordo con Condorcet - il giovane J. S. Mill, quando aveva diciotto anni, fu arrestato una volta mentre distribuiva opuscoli sul controllo delle nascite in un quartiere operaio e finì in prigione.

Il "Saggio sulla popolazione" rappresentò comunque un contributo importantissimo per l'economia politica e fornì alcuni concetti essenziali destinati a trovare successivo sviluppo in altri campi.

In particolare, Charles Darwin (1809 - 1882) ne derivò il principio della selezione naturale e il concetto della lotta per l'esistenza
. Discutendo il ritmo geometrico di incremento degli esseri organici e la lotta che ne consegue, Darwin nell' "Origine della specie" dice che "la dottrina di Malthus si applica in molteplici maniere agli interi regni animali e vegetali; in questo caso, infatti, non vi è alcun incremento artificiale del cibo e nessuna prudente limitazione nel matrimonio".

In questa lotta libera da ogni vincolo per la conquista dei limitati mezzi di sussistenza, la vittoria sorride all'organismo che meglio si adatta all'ambiente: è la dottrina darwiniana della sopravvivenza del più adatto.
In un certo senso, si tratta di un'estensione della libera competizione dei benthamisti; tuttavia, in campo sociale, la competizione deve conformarsi a determinate regole, mentre la competizione darwiniana nella natura non conosce alcuna restrizione. Tradotta in termini politici, la dottrina della sopravvivenza del più adatto ha ispirato in parte il pensiero delle dittature del ventesimo secolo.
E' improbabile che Darwin avrebbe accettato simili estensioni della sua teoria, dato che era un liberale e appoggiava i radicali e il loro programma di riforme sociali.

L'altra parte, molto meno originale, dell'opera di Darwin, è la famosa teoria dell'evoluzione - e non sarebbe nemmeno corretto definirla una teoria.
Essa risale al milesio Anassimandro, vissuto quasi duemilacinquecento anni addietro; Darwin però fornì un'immensa quantità di dati di fatto, tratti dalla diligente osservazione della natura.
Gli argomenti a sostegno dell'evoluzione non sono tutti validissimi, ma certamente meglio fondati rispetto a quelli di Anassimandro.

La teoria darwiniana introdusse per la prima volta l'ipotesi evoluzionista nell'arena della discussione pubblica; dato che spiegava l'origine della specie in termini di selezione naturale da un organismo ancestrale universale, si contrapponeva alla storia della Genesi sostenuta dalla religione ufficiale.
Ciò ovviamente dette luogo a una dura lotta tra i darwiniani e i cristiani ortodossi di tutte le Chiese.

giovedì, agosto 21, 2014

Nietzsche



Un altro, prezioso, scritto di ANDREA FORNASARI (in arte AndBot) alle prese con NIETZSCHE.

Se la filosofia di Schopenhauer indica, in definitiva, una via di fuga dal mondo e dalle sue lotte, la via opposta viene seguita da Nietzsche (1844 - 1900).
Non è per niente semplice riassumere il contenuto del suo pensiero - da molti definito come "esplosivo".
Non lo si può nemmeno definire un filosofo nel senso ordinario e non ha lasciato un'esposizione sistematica delle sue teorie. Lo si potrebbe forse descrivere come un umanista aristocratico, in senso letterale.
Tentava, più che altro, di affermare la supremazia dell'uomo migliore, cioè più forte e sano sia dal punto di vista fisico che del carattere. Questo porta con sè una certa durezza nei confronti di aspetti quali la miseria e le disgrazie in generale, il che è piuttosto in contrasto con i normali concetti etici - anche se magari non con la pratica quotidiana degli stessi.

Concentrando l'attenzione su questi tratti e isolandoli dal contesto generale, molti hanno visto in Nietzsche il profeta delle tirannie politiche del '900.
Può essere benissimo che i tiranni abbiano tratto ispirazione da Nietzsche, ma non sarebbe giusto ritenerlo responsabile dei misfatti compiuti da uomini i quali lo hanno compreso, nella migliore delle ipotesi, solo superficialmente.

Il padre di Nietzsche era un pastore protestante e si potrebbe ipotizzare un ambiente domestico caratterizzato dalla pietà e dalla rettitudine, e in effetti sono cose di cui si trova traccia nell'elevato tono morale delle sue opere, anche di quelle più ribelli. In giovane età si dimostrò uno studente brillante e a ventiquattro anni divenne professore di filologia classica presso l'università di Basilea.
Durante il conflitto franco - prussiano accusò alcuni problemi di salute che lo tormentarono per tutta la vita, fu congedato dall'esercito ma dovette rinunciare anche all'incarico di docente; tuttavia una discreta pensione gli permise di vivere e di dedicarsi alle sue opere.
Nel 1889, per un effetto ritardato di un'infezione venerea (sifilide) contratta anni addietro, diventò pazzo e tale rimase fino alla morte.

L'opera di Nietzsche è ispirata in primis agli ideali della Grecia presocratica e in particolare a Sparta.
Nel suo libro fondamentale, "La nascita della tragedia", egli illustra la distinzione fra la tendenza apollinea e quella dionisiaca dell'animo greco; l'oscura e appassionata corrente dionisiaca è legata al riconoscimento della realtà della tragedia nell'esistenza umana. Il Pantheon olimpico, viceversa, è una sorta di serena visione che bilancia la sgradevole durezza della vita dell'uomo.
Potremmo definire la tragedia greca come una sublimazione apollinea delle istanze dionisiache - una tesi analoga era sostenuta da Aristotele. Da questa interpretazione delle origini della tragedia, Nietzsche trae il concetto dell'eroe tragico; a differenza di Aristotele egli non vede nella tragedia un mezzo di purificazione delle passioni, ma un'accettazione positiva della vita così com'è - là dove Schopenhauer era giunto a una conclusione pessimistica, Nietzsche adotta una posizione ottimistica che secondo lui può essere giustificata da una esatta interpretazione della tragedia greca.
Va tuttavia notato come questo ottimismo sia piuttosto una specie di accettazione aggressiva delle realtà dure e crudeli della vita.

Come Schopenhauer, Nietzsche riconosce la supremazia della volontà; ma va ancora oltre e reputa una forte volontà il tratto preminente dell'uomo superiore - mentre Schopenhauer aveva visto nella volontà la fonte di ogni male.
Nietzsche distingue quindi tra due tipi di persone e tra le rispettive moralità: sono i padroni e gli schiavi. La teoria etica basata su questa singolare distinzione è esposta nella sua opera "Al di là del bene e del male". Da un lato abbiamo la moralità del padrone, per il quale il bene significa indipendenza, generosità, fiducia in sè stesso e così via; in pratica tutte le virtù che appartengono alla grande anima.
I difetti opposti sono la sottomissione, la timidezza, eccetera; e questi rappresentano il male per il tipo "moralità da padrone". La moralità dello schiavo si fonda su un principio del tutto diverso: il bene consiste in un continuo cedimento; nel caso degli schiavi vanno condannate quelle cose che sono buone nella moralità dei padroni.
La moralità del superuomo, ci dice Nietzsche, va al di là del bene e del male.

In "Così parlò Zarathustra" tali dottrine vengono esposte nella forma di un manifesto etico che imita, nello stile, i testi della Bibbia - Nietzsche era un grande letterato e le sue opere sono più vicine alla prosa poetica che non alla filosofia.
Egli aborriva sopra ogni altra cosa l'apparizione del nuovo tipo di umanità di massa che si andava sviluppando parallelamente all'introduzione delle nuove tecniche; per lui, la funzione della società consiste nel fornire il terreno ai pochi grandi che attingono l'ideale aristocratico. Il suo interesse per i "pesciolini di frittura" è totalmente assente e non gli sembra che la loro sofferenza abbia importanza alcuna; Nietzsche ha in mente un tipo di Stato che ha molto in comune con il modello di Stato ideale proposto da Platone nella "Repubblica".
Considera le religioni tradizionali adatte alla moralità degli schiavi, mentre l'uomo libero, secondo lui, deve riconoscere che Dio è morto e tendere non a Dio, ma ad un tipo più elevato di uomo.
Nietzsche indica nel cristianesimo l'esempio tipico di dottrina per schiavi, essendo il cristianesimo pessimista in quanto ripone in un mondo immaginario le speranze di una vita migliore, apprezzando virtù da schiavi come l'umiltà e la compassione.

E' interessante notare come a causa delle inclinazioni senili di Wagner per il cristianesimo, Nietzsche attaccò il compositore che prima aveva ammirato e annoverato tra i suoi pochi amici.
La sua adorazione dell'eroe si accompagnava a un fiero antifemminismo che si esprimeva nell'usanza orientale di trattare le donne come mobilia.

giovedì, agosto 07, 2014

Boezio - "La consolazione della filosofia"



ANDREA FORNASARI ci parla di BOEZIO e il suo "La consolazione della filosofia"

Durante il regno di Teodorico visse un notevole pensatore, la cui vita e la cui opera si pongono in netto contrasto con la decadenza generale della civiltà di quell'epoca.
Boezio nacque a Roma intorno al 480; era figlio di un nobile e godeva di molte amicizie presso la classe senatoriale. Con lo stesso Teodorico strinse un legame di amicizia, e il re goto, quando assunse il governo di Roma (500 circa), lo chiamò presso di sè una decina di anni dopo nominandolo console.
Boezio servì Teodorico con grande competenza e lealtà.
Negli anni successivi le sue fortune subirono un rovescio: nel 524, dopo essere stato accusato di tradimento (grazie ad una congiura), venne gettato in prigione (pare in una torre di Pavia, ma non sapremmo dire quale) e condannato alla pena capitale.

In carcere, mentre attendeva di essere messo a morte, scrisse il libro che lo rese famoso: "La consolazione della filosofia".
Perfino ai suoi tempi - tempi barbari - Boezio godette la reputazione di essere un uomo saggio e colto; sono sue le prime traduzioni latine delle opere logiche di Aristotele che arricchì inoltre di commenti e annotazioni originali.
I suoi trattati sulla musica, sull'aritmetica e sulla geometria sono stati a lungo considerati opere esemplari nelle scuole medioevali delle arti liberali.
Il suo progetto di tradurre tutte le opere di Platone e di Aristotele non fu mai, purtroppo, portato a termine.
Stranamente, il medioevo finì per riverirlo non soltanto come grande studioso ma anche come cristiano; aveva pubblicato, è vero, alcuni trattati su questioni teologiche che erano stati attribuiti a lui stesso, per quanto appaia improbabile che fossero autentici.

Naturalmente è molto probabile che Boezio fosse cristiano - come del resto la maggior parte della gente a quell'epoca - ma se lo era, il suo cristianesimo non poteva che essere nominale, tenendo conto del suo modo di pensare.
Infatti era la filosofia di Platone ad esercitare su di lui la maggior influenza, e non certo le speculazioni teologiche dei padri della Chiesa: la sua posizione, così come è esposta nella "Consolazione" è assolutamente platonica.
Tuttavia è stato forse un bene che Boezio venisse considerato un ortodosso e non un eretico: dobbiamo a questa circostanza se molto del suo platonismo è stato tranquillamente assorbito dagli ecclesiastici dei secoli seguenti; un sospetto di eresia avrebbe facilmente condannato all'oblìo le sue opere.

Ad ogni modo, la "Consolazione" prescinde dalla teologia cristiana: il libro è costituito da brani in prosa e in versi; Boezio parla e domanda in prosa, e la filosofia, in forma di donna, risponde in versi.
Sia dal punto di vista della dottrina, sia dal punto di vista della concezione generale, l'opera è lontanissima dagli interessi che agitavano gli ecclesiastici del tempo; nella ricerca di una buona condotta di vita, Boezio segue la tradizione dei pitagorici ed esalta la supremazia dei tre grandi filosofi ateniesi.
Le sue dottrine etiche sono in parte stoiche e la sua metafisica si riallaccia a Platone; qualche passo possiede un tono panteistico, e di conseguenza viene sviluppata una teoria per la quale il male è considerato irreale. Tutto ciò è in serio contrasto con gran parte della teologia e dell'etica cristiane, ma sembra che la cosa non abbia turbato nessuno nel campo ortodosso.

L'opera, nel suo spirito, ricorda Platone, ma evita il misticismo di autori neoplatonici quali Plotino, ed è libera dalle superstizioni dominanti dell'epoca.
Del tutto assente il bruciante senso del peccato che incombe sui pensatori cristiani del tempo (Agostino in primis), ed il tratto forse più rimarchevole dell'opera è che sia stata scritta da un uomo imprigionato e condannato a morte. Sarebbe un errore vedere Boezio come un filosofo chiuso in un mondo immaginario, lontano dagli interessi pratici: al contrario, in maniera analoga agli antichi filosofi greci, Boezio era un abile amministratore politico, il quale servì utilmente la causa di Teodorico.
Più tardi finì con l'essere considerato un martire della persecuzione ariana, errore questo che può aver favorito la sua popolarità fra i cristiani.
L'opera di Boezio, vista nel suo contesto storico, pone l'eterno problema di quanto un uomo sia vincolato alla propria epoca: egli viveva in un mondo ostile e si sforzava di perseguire la ricerca razionale in un'epoca infestata dalle superstizioni e dominata da un frenetico fervore.
Tuttavia nessuna pressione esterna si riflette nella "Consolazione": forse i circoli aristocratici di Roma erano meno disposti a cedere alle mode occasionali, forse in questi ambienti era sopravvissuto qualcosa delle antiche virtù, molto dopo che l'impero romano aveva cessato di esistere in quanto tale.
E' abbastanza vero che gli uomini sono il prodotto delle tradizioni.
Sono modellati dall'ambiente nel quale crescono e il loro modo di vivere è guidato da queste tradizioni alle quali aderiscono, consapevolmente o meno; d'altra parte, le tradizoni stesse non sono così strettamente legate a un'epoca, esse acquistano un'esistenza propria e possono sopravvivere per lunghi periodi, sviluppandosi sotto la superficie, per venire di nuovo alla luce quando trovano qualche punto di appoggio.
In un certo senso e in una certa misura, le tradizioni dei tempi classici si conservarono anche nelle precarie circostanze delle invasioni barbariche, così da poter produrre uomini come Boezio.
Va infine ricordato che non venne mai canonizzato - sorte che invece toccò a quell'anima abietta di Cirillo.
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