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sabato, aprile 25, 2026

25 aprile 2025

Con Vittoria Rossi ho compilato per www.radiocoop.it una lista di brani dedicati al 25 aprile, la Liberazione dal fascismo, la Resistenza.

https://open.spotify.com/playlist/5ukcjhOVGhHM02DuggLOlK?si=9ba40422b9784cd5&pt=cf731604563248976455513cdfaa73df

Marc Ribot, Tom Waits - Bella Ciao
Leonard Cohen - The Partisan
Letizia Fuochi, Chiara Riondino - Silenzio e cammino
Enzo Jannacci - Sei minuti all'alba
Milva - 25 aprile 1945
I Gufi - Non maledire questo nostro tempo
Vinicio Capossela - 25 aprile
CSI - Linea Gotica
Offlaga Disco Pax - Sequoia
Ustmamò - Siamo i ribelli della montagna
Appino - La Festa della Liberazione
Gabriella Ferri - Via Rasella
Il Teatro degli Orrori - Compagna Teresa
Stormy Six - Dante Di Nanni
Marc Ribot, Meshell Ndegeocello - The Militant Ecologist
Yves Montand - Le Chant Des Partisans
Mercedes Sosa - Se Equivocò La Paloma

martedì, maggio 02, 2023

Fischia il vento

Riprendo l'articolo scritto per "Libertà" in occasione del 25 aprile.

Per molte persone la ricorrenza del 25 aprile non è un rituale, una sorta di “festa comandata” come le altre da rispettare come un automatismo stanco e svogliato.
E’ invece un sincero omaggio a chi si è sacrificato e ha lottato per la nostra libertà (tra cui tanti nostri padri, madri, nonni, nonne).
Libertà che consente ora a chi si permette di irridere il massacro delle Fosse Ardeatine, di essere la seconda carica dello stato, ostentando oltretutto, senza vergogna, il busto di Mussolini nel proprio ufficio.
Libertà che, dopo regolari elezioni democratiche (le stesse che se avessero vinto “loro” non avrebbero mai indetto), consente a personaggi dichiaratamente ancora amanti del fascismo e che quel periodo non hanno mai rinnegato, di sedere in un parlamento voluto dal popolo.
Che probabilmente dimenticano che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sull’antifascismo.

Per legge, non per opinione.

Quest’anno il 25 aprile è stato ancora più irrituale e ancora più necessario è stato scendere in piazza (come facemmo in migliaia sotto un diluvio incessante nel 1994 a Milano, all’indomani dell’arrivo di Berlusconi che per la prima volta portò i post fascisti al governo, con Fini e affini), per rimarcare che il revisionismo quotidiano in corso, il ribaltamento sistematico della storia, non passa inosservato e che è necessario continuare a lottare per verità e giustizia, affinché il concetto di antifascismo non sia più da rimarcare e ricordare ogni giorno (soprattutto a certi esponenti dell’attuale governo e ai “leoni da tastiera” che ammorbano i social di vergognose affermazioni) ma sia un concetto acquisito, indiscutibile e inscalfibile.

Magari cantando qualche brano che ricorda i terribili momenti della lotta partigiana per scacciare l’invasore nazista e sconfiggere il cancro fascista che teneva soggiogata la nazione da vent’anni e mandò a morire migliaia di compatrioti in una guerra che non ci apparteneva oltre ad avere massacrato decine di migliaia di persone nelle terre occupate, dall’Africa ai Balcani e mandato a morirne altrettante nei campi di concentramento, ucciso ed esiliato gli oppositori politici.

Una delle canzoni iconiche della lotta partigiana è “Fischia il vento”, ancora più di “Bella Ciao”. Fu scritta nel primissimo periodo della lotta antifascista da un giovane medico di Imperia, Felice Cascione, detto “U megu” che adattò le parole sulla melodia della canzone “Katyusha”, portata in Italia da Giacomo Sibilla, reduce dalla campagna russa. Alla composizione dei versi parteciparono altri componenti del gruppo partigiano che agiva sulle colline liguri.

“Fischia il vento” venne cantata per la prima volta a Natale 1943 a Curenna sulle colline savonesi (anche se altre fonti parlano dell’Epifania del 1944 ad Alto nel cuneense), diventando poi l’inno della Brigata Garibaldi.
Cascione cadde trucidato dal fuoco dei fascisti il 27 gennaio del 1944, proprio ad Alto pochi mesi dopo avere completato il testo.
Cascione, capo di una brigata, fu colpito in uno scontro ma rifiutò ogni soccorso per potere continuare a rimanere con i suoi compagni.
Uno dei quali venne catturato e torturato affinché rivelasse chi fosse il comandante.
A quel punto Cascione uscì dal suo nascondiglio e urlò “Il capo sono io” venendo crivellato di colpi. Dove morì sorge ora un cippo commemorativo e un murale illustra il suo volto.
Era una canzone, a quanto pare, piuttosto diffusa tra le truppe partigiane ma che venne, alla fine della guerra, relegata in secondo piano rispetto a “Bella Ciao” che conquistò il podio in questo contesto, in quanto canzone più generica e accomodante rispetto a “Fischia il vento” che non nascondeva una collocazione ideologica apertamente comunista (oltretutto figlia di una melodia di provenienza sovietica)
. “Fischia il vento e infuria la bufera, scarpe rotte e pur bisogna andar” è un incipit crudo, epico, fotografia terribilmente realista delle difficoltà e contingenze dei partigiani nel duro inverno del 1943 ma le linee successive palesano le inequivocabili intenzioni politico/ideologiche: “a conquistare la rossa primavera dove sorge il Sol dell'avvenir”.

In un’Italia del dopo guerra dove lo scopo principale era riappacificare gli animi, seppellire rivalità, comminare amnistie, reintegrare nella vita sociale personaggi ampiamente compromessi con la dittatura, spesso fucilatori, assassini, colpevoli di varie brutalità contro la popolazione, normalizzare un paese in bilico tra l’abbraccio al blocco dell’est o all’ex nemico, ora alleato e liberatore anglo/franco/americano, dispensatore di aiuti (non certo disinteressati) e comunque più affascinante e rassicurante, rispetto al rigore sovietico. Alla fine, democraticamente, vinse una parte e tutto ciò che aveva a che fare con il comunismo, socialismo e “sol dell’avvenir” andò all’opposizione.

Il testo poi non faceva sconti verbali al nemico “Se ci coglie la crudele morte dura vendetta sarà del partigian, ormai sicura è la dura sorte, del fascista vile e traditor” e in conclusione rimarcava di nuovo l’impostazione ideologica: “Cessa il vento e calma è la bufera, torna a casa il fiero partigian sventolando la rossa sua bandiera vittorioso e alfin liberi siam!”

Beppe Fenoglio ne fa cenno nel suo capolavoro “Il partigiano Johnny”:
"La corrente centrale della folla li derivò verso un assembramento di rossi: avevano issato un compagno su una specie di podio e lo invitavano, lo costringevano a cantare con una selvaggia pressione. Da intorno e sotto aumentarono le insistenze e quello allora intonò «Fischia il vento, infuria la bufera» nella versione russa, con una splendida voce di basso. Tutti erano calamitati a quel podio, anche gli azzurri, anche i civili, ad onta della oscura, istintiva ripugnanza per quella canzone così genuinamente, tremendamente russa.
Ora il coro rosso la riprendeva, con una esasperazione fisica e vocale che risuonava come ciò che voleva essere ed intendere, la provocazione e la riduzione dei badogliani. Poi il coro si spense per risorgere immediatamente in un selvaggio applauso, cui si mischiò un selvaggio sibilare degli azzurri, ma come un puro contributo a quell’ubriacante clamore. Qualche badogliano propose di contrattaccare con una loro propria canzone, ma gli azzurri quale canzone potevano opporre, con un minimo di parità, a quel travolgente e loro proprio canto rosso? Disse Johnny ad Ettore che aveva ritrovato appena fuori della cintura rossa:
Essi hanno una canzone, e basta. Noi ne abbiamo troppe e nessuna.
Quella loro canzone è tremenda. É una vera e propria arma contro i fascisti che noi, dobbiamo ammettere, non abbiamo nella nostra armeria. Fa impazzire i fascisti, mi dicono, a solo sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone.”


La canzone è stata ripresa negli anni da un ampio numero di gruppi e cantanti.
Nel 1965 Milva ne fa un’interpretazione lirica, solenne, rabbiosa accompagnata da banda e orchestra nell’album “Canti della libertà” cambiando però il testo che omette il riferimento al “fascista vile e traditor” inserendo un generico e criptico “Contro il vil che ognun di noi c'abbiam”.
Diventa una mesta ballata classicheggiante con solo voci e pianoforte la versione dei Gufi che anche loro utilizzano il testo di cui sopra, nell’album del 1967 “Non so, non ho visto, se c’ero dormivo”, ugualmente al Duo di Piadena.

Maria Carta invece cambia la parte incriminata con “che ne faremo delle brigate nere? Un solo fascio e poi le brucerem”.

Fedeli al testo originale il collettivo Yu Kung che lo canta con arrangiamento di chitarre acustiche e archi nell’album “In piazza” del 1977 e le versioni successive: classico sound “irlandese” per la versione dei Modena City Ramblers in “Combat folk” del 1993, hardcore punk per gli Atrox nel 1994, punk rock ma con violino, fisarmonica quella dei Gang in “La rossa primavera” del 2011 mentre i romani Banda Bassotti le riservano una tinteggiatura ska punk.

Non potevamo aspettarci altro che una rivisitazione personalissima dagli Skiantos in “Materiale Resistente” del 1995, in chiave quasi jazz hard rock con Freak Antoni che declama il testo con ironia ma voce ferma e che aggiunge al verso “fascista vile e traditor” uno spietato e sarcastico “se lo merita”, concludendo con la sua tipica verve “più in alto, che sventoli la bandiera, perbacco, che sventoli”.

E infine doverosa una citazione per Marc Ribot (chitarrista di Tom Waits e per Elvis Costello, Elton John, Vinicio Capossela e decine di altri) che nel suo album “Songs of Resistance 1942-2018” oltre a “Bella Ciao” con la voce di Tom Waits affida alla cantante Mashell Ndegeocello la canzone “The militant ecologist” basata sul tema di “Fischia il vento”.

martedì, aprile 25, 2023

L'armadio della vergogna


Nel giorno della celebrazione del 25 aprile vale la pena ricordare come l'Italia, tra amnistie e volute amnesie, abbia spesso sorvolato vergognosamente sui crimini commessi nel nostro paese da nazisti e fascisti, che operarono molto spesso in stretta collaborazione e connivenza.
Nel dopoguerra i processi e le condanne furono pochissime.

Poi scese il silenzio, almeno fino al 1994 quando casualmente in uno scantinato della Procura Militare di Roma fu trovato un vecchio armadio, con le ante girate contro il muro.

Il giornalista d'inchiesta Franco Giustolisi lo definì L'ARMADIO DELLA VERGOGNA, intitolando così anche il suo libro (per Nutrimenti), consulatabile gratuitamente qui:
https://www.nutrimenti.net/wp-content/uploads/2019/11/ES_Armadio_igloo.pdf

Conteneva 695 fascicoli e un registro con 2274 notizie di reato riguardanti le stragi nazifasciste da Sant’Anna di Stazzema all’eccidio delle Fosse Ardeatine.

A causa della Guerra Fredda , USA e alleati (tra cui la Repubblica Federale di Germania) ritennero opportuno salvaguardare, in funzione anti comunista, personaggi (ex?) nazisti, molti dei quali già riciclatisi all'interno del nuovo governo democratico tedesco, in cambio di una lotta comune contro l'Urss.

La Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento dei fascicoli relativi a crimini nazifascisti, istituita il 15 maggio 2003, non ha prodotto particolari effetti e verità.
Che avrebbero potuto fare luce anche sulla strategia della tensione neo fascista, coperta dai servizi segreti italiani, degli anni 70 e 80.

Come riporta Giovanni Vighetti in questo articolo: https://volerelaluna.it/politica/2021/07/27/larmadio-della-vergogna :

"il fascista Umberto Bertozzi della X MAS, partecipe della strage di Forno e responsabile di oltre 100 omicidi volontari, rappresenta molto bene il percorso involutivo del dopoguerra che di fatto garantì l’impunità grazie a una magistratura ancora in gran parte inquinata dal fascismo e alla mancata epurazione dalle istituzioni dei funzionari fascisti.
Dapprima condannato alla pena di morte con fucilazione, ebbe in secondo grado la pena commutata in ergastolo, successivamente commutato in 30 anni, ridotti poi a 19 e infine, dopo la sua scarcerazione nel 1952, la Corte d’assise d’appello di Venezia, nel febbraio 1963, estinse i suoi crimini ai sensi del provvedimento di amnistia di Togliatti, Ministro di Grazia e Giustizia del Governo De Gasperi, del 22 giugno 1946".

lunedì, aprile 25, 2022

25 aprile 2022


Continuiamo a ricordare.

Nel mio comune, Gragnano Trebbiense, provincia di Piacenza, è stata dedicata, da pochi giorni, una targa all'angolo della via che porta il suo nome, al giovane Giuseppe Nespi ucciso, a tradimento, da miliziani nazifascisti, a Castelbosco.
Tra gli assalitori alcuni conoscenti Gragnanesi.

Sulla targa l"ammonimento di Piero Calamandrei:
"Dovunque é morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità andate lì, o giovani, con il pensiero perché lì è nata la Costituzione"

lunedì, aprile 26, 2021

La storia di "Bella Ciao"



Riprendo l'articolo che ho scritto ieri per "Libertà" in occasione del 25 aprile.

Se riflettiamo bene, il mondo é stato cambiato (il più delle volte in meglio, talvolta decisamente in peggio) dalla filosofia, dalle idee, dagli ideali.
Da cui sono nate le rivoluzioni, gli atti pratici che hanno eliminato le dittature, la schiavitù, hanno cercato di parificare i diritti di tutti e tutte e rendere le società più eque.
C'é stato un momento in cui un uomo o una donna hanno pensato che ciò che stava loro intorno non era giusto, non andava bene, andava cambiato.
E alle loro idee si sono progressivamente uniti altre uomini, altre donne, e insieme hanno lottato per raggiungere un obiettivo.
La nostra festa più bella, la Resistenza, é nata proprio così.

Quando un gruppo di persone ne ha avuto definitivamente abbastanza della vergogna fascista, dei soprusi, del ladrocinio costante a spese degli italiani, degli omicidi, arresti, torture e persecuzioni e ha lottato, “con ogni mezzo necessario”, per riportare la nostra terra in un alveo di giustizia.
Anni di lotta dura, spietata, sofferenze, pericolo, orrore ma, alla fine, arrivo la Libertà, l'autodeterminazione, la democrazia.
Imperfetta, fragile, spesso maledettamente corrotta, ma migliorabile, con idee, voto libero, opinioni.
I nostri partigiani sono da quel 15 aprile 1945 ricordati con affetto e orgoglio da chi ha a cuore il concetto di giustizia e riconoscenza.
Bistrattati da chi ha la memoria corta (oppure molto lunga e ancora gli brucia).
Libri, film, documentari, hanno messo in luce molte storie, altre sono rimaste nascoste e dimenticate.

Non era un'epoca come la nostra, caratterizzata dal “culto del'Io”, dalla necessità di fare sapere ogni minuto cosa facciamo o cosa pensiamo di ogni banalità, di esporci in tutti i modi.
Era invece l'”epica del Noi”.
Insieme facciamo, cambiamo, svolgiamo il lavoro necessario e una volta (egregiamente) concluso, andiamo oltre, guardiamo avanti, senza tanti ricordi o (auto) esaltazioni.
Ai tempi non c'erano i social su cui postare le foto o i video.

Mai come adesso é però necessario ricordare, studiare, educare, portare avanti la memoria di quel sacrificio che i nostri padri e nonni fecero per noi.
I fascisti e i fascismi (che non se ne erano mai andati, purtroppo) sono tornati a rialzare la testa (talvolta ben camuffati sotto sigle di partiti governativi) e una nuova Resistenza, una nuova costante viglianza sono, purtroppo, ancora necessarie.
In questa sede ci occupiamo di musica.
E i Partigiani cantavano, suonavano, componevano e sono giunte parecchie canzoni a noi, altre sono andate perse. Per raccoglierle tutte analizziamo la storia della più celebre, “Bella ciao”.

In realtà si é più volte detto che non venne mai cantata durante la Resistenza dai Partigiani ma che sia diventata affine a quei tempi solo anni dopo.
Nonostante sia stata attribuita a varie brigate combattenti, in realtà non c'è nessun documento che ne provi l'esistenza in quegli anni.
Pur se altre ricerche ne segnalino la presenza, in particolare tra Emilia e Toscana, durante la Repubblica di Montefiorino, tra le formazioni anarchiche sui monti Apuani, in Abruzzo, nella Brigata Maiella.

Anche la paternità della melodia é controversa, attribuita di volta in volta alle più svariate origini (da un canto delle mondine a, addirittura, una canzone popolare del '500).
La prima incisione risale al 1919, in un 78 giri del fisarmonicista tzigano Mishka Ziganoff, intitolato “Klezmer-Yiddish swing music”, musica di origine ebraica.
La prima versione di “Bella Ciao”, invece, viene registrata solo nel 1955, nella raccolta “Canzoni partigiane e democratiche”, curata dal Partito Socialista Italiano e poi inserita in un disco a cura del quotidiano del Partito Comunista, “L'Unità” il 25 aprile 1957.
Durante il Festival di Spoleto del 1964, il Nuovo Canzoniere Italiano la presenta al Festival dei Due Mondi come canto partigiano interpretato da Giovanna Daffini, musicista ex mondina, che ne interpreta una versione, che descrive una giornata di lavoro delle mondine, introducendola come la versione originale, a cui durante la Resistenza sarebbero state cambiate le parole adattandole alla lotta partigiana.

Il successo crescente di “Bella ciao” porta (come é spesso consuetudine in ambito musicale) al palesarsi di presunti autori e compositori del testo, senza mai però poterearrivare a effettive prove della paternità, lasciando il tutto sempre nel vago e senza possibilità di conferme.
Fatto sta che nonostante le diatribe elencate diventa progressivamente il canto partigiano per eccellenza, anche e soprattutto per una certa neutralità del testo che non fa riferimento a particolari connotazioni politiche e ideologiche (vedi l'altrettanto celebre “Fischia il vento” che auspica l'arrivo del “Sol dell'avvenir” e della “rossa primavera”).

E' recente la pubblicazione di un libro che chiarirebbe definitivamente la questione.
Le ricerche dello storico della Resistenza marchigiana Ruggero Giacomini, sono confluite nel libro “Bella Ciao.
La storia definitiva della canzone partigiana che ha cinquistato il mondo”.
Dove si rileva, da una lettera di una partigiana russa, fuggita da un campo di internamento di Macerata, che i suoi compagni e compagne “andavano a morire con il canto di “Bella Ciao”.
Circostanza confermata da un parroco del luogo che nel 1944 sottolineava come spesso i bambini affiancassero le brigate partigiane che transitavano nei paesi accompagnandoli nel canto di una canzone così facile da memorizzare.
Successivamente le brigate della Maiella che salivano verso nord, verso la metà del 1944, adottarono il canto, portandolo negli Appennini tosco emiliani.
Una prima forma di quasi inedita contaminazione tra nuclei di persone provenienti da regioni, culture e linguaggi differenti e spesso lontani, in epoche in cui l'emigrazione era ancora lontana.

“Bella Ciao”, fruibile, armonicamente semplice e facile da ricordare e cantare, oltre che simbolo di libertà e ormai unanimemente attribuito a inno della Resistenza, ebbe enorme successo a partire dagli anni Sessanta, entrando frequentemente nelle manifestazioni operaie e studentesche ma soprattutto incominciando a caratterizzare il repertorio di cantanti più o meno famosi.

Incominciarono il cantautore Fausto Amodei (conosciuto per la dolente “Per i morti di Reggio Emilia” e per canzoni incise da Ornella Vanoni e Enzo Jannacci e spesso citato da Francesco Guccini tra i suoi principali ispiratori) e la cantante Sandra Mantovani. Ma anche Yves Montand ne fece una sua versione.
Fu presentata per la prima volta in televisione nel 1963, nella trasmissione “Canzoniere minimo” da Giorgio Gaber, Maria Monti e Margot, omettendo però l'ultima strofa, forse già considerata troppo politica e “divisiva”: "questo è il fiore di un partigiano, morto per la libertà”.

Ne troviamo versioni anche in album dei Gufi, di Milva, Claudio Villa, Anna Identici, Banda Bassotti, Gang, Modena City Ramblers, Ska P, Goran Bregovic. Yo Yo Mundi, Radici nel cemento, Marlene Kuntz con Skin. Nel 2018 il chitarrista Marc Ribot (che applaudimmo anche a Piacenza nei primi anni del 2000) realizzò un album, “Songs of Resistance 1942-2018”, in cui raccoglieva canzoni di protesta in arrivo da varie parti del mondo. “Bella ciao” comparve cantata niente meno che da Tom Waits, in una delle sue ormai rarissime apparizioni discografiche.

Diventato ormai patrimonio culturale mondiale ne troviamo anche versioni spontanee durante numerose manifestazioni sparse in tutto il globo.
I ribelli zapatisti del Chiapas, in Messico, lo hanno adottato come canto popolare, ma é intonato anche tra i combattenti curdi contro l'Isis e per la loro indipendenza in Siria, nelle proteste di piazza in Sudan e in Turchia con la dittatura di Erdogan. Anche in America nelle manifestazioni Occupy Wall Street, in Cile e nelle piazze inneggianti all'indipendenza della Catalogna.
Uno dei momenti più emozionanti e mediatici é stata l'apparizione all'interno della fortunata serie televisiva “La casa di carta”.
Da qualunque luogo o autore provenga, in qualsiasi modo sia andata la sua storia, teniamoci stretti questo scampolo di spontaneità, questo canto libero e civile che rimane “nostro” e nessuno ci potrà mai portare via.
Allo stesso modo del nostro “fiore del partigiano, morto per la libertà”.

domenica, aprile 25, 2021

Il Campionato Terezin



In occasione del 25 aprile un ricordo di ALBERTO GALLETTI collegato al tema della Liberazione.

Immortalato in una storica foto in cui mostra gli orrori di Ohrdruf, vicino a Buchenwald, nientemeno che ai comandanti in capo del Corpo di Spedizione Alleato generali D.Dwight Eisenhower, Omar Bradley e George Patton, stà un uomo in giacca e pantaloni, capelli lunghi; è un prigioniero sopravvissuto allo sterminio.

Il suo nome è Ignaz Feldmann, il motivo per cui sopravvisse è che era un calciatore, il motivo per cui si trovava a Buchenwald è che era ebreo.

Era nato nel 1901 a Vienna, al tempo tollerante capitale di un Impero che fu culla di movimenti culturali di primo piano, ma anche del calcio , gioco allora emergente, continentale.
Gioco che lo conquistò sin da bambino e che si rivelerà fondamentale nella sua vita.
Giocò nell’ Hakoah Wien la polisportiva ad esclusiva membership ebraica, con la quale vinse il campionato austriaco del 1925.
Quando nel 1938 il cerchio intorno agli ebrei si strinse, fuggi in Olanda.
Come già per Arpad Weisz, la scelta si rivelò tragica e Fieldmann fu rinchiuso nel campo profughi di Westerbork.
Quando poi Westerbork divenne un campo di smistamento per la destinazione ‘Oriente’, il calcio lo salvò una prima volta.

Ottenne lo status di prigioniero anziano, e grazie ai suoi trascorsi divenne uno dei responsabili degli incontri di calcio interni al campo, incontri ai quali i nazisti davano molta importanza al fine di mantenere agli occhi soprattutto degli osservatori esterni apparenze normali sul trattamento dei prigionieri. Scampò così la deportazione.
Che arrivò comunque non molto tempo dopo: passò prima da Terezin (Theresienstadt), quindi a destinazione: Auschwitz-Birkenau.
Come sia arrivato vivo al giorno della liberazione del campo di Ohrdruf è un miracolo.
Uno dei tanti in cui c’entra il calcio.

Ad un sottufficiale SS che gli chiese nome e generalità durante un controllo rispose; “Feldmann, fussballer”.
Il sottufficiale si ricordò di lui, era stato un giocatore dell’Austria Vienna, i due si erano incontrati varie volte nel campionato austriaco.
Grazie a lui Feldmann trascorse un mese ad Auschwitz-Birkenau.
Lavorò lì con il comando Kanada fino a quando non fu deportato a Sachenhausen.
Nel novembre 1944 finì poi a Buchenwald e, nel marzo 1945, a Orhdruf, un campo satellite di Buchenwald.

Fino alla Liberazione.

Theresienstadt, Terezin in ceco, è una città fortezza costruita da Giuseppe II d’Asburgo come parte del sistema difensivo anti-prussiano.
Si trova a circa 60km a nord.ovest di Praga.
Quando nel 1942 tutti i giovani tedeschi disponibili furono inviati al fronte russo, le industrie cominciano a rallentare, in particolare l'industria delle armi, vitale per lo sforzo bellico.
Himmler decise quindi che i prigionieri dei campi di concentramento sostituiranno questi neo-soldati e che le loro prigioni serviranno da fabbriche.
Per mantenere in vita i prigionieri il più a lungo possibile, decide di istituire un sistema di ricompense per i lavoratori.
La possibilità di fare sport è una di queste.

Così arriva il calcio nei campi di prigionia.

Giocato con mezzi appena sufficienti (porte in legno - a volte senza rete - delle dimensioni di una gabbia da pallamano, corte d'appello come un campo, una palla realizzata con ritagli di cuoio e vesciche di maiale fornite dalle guardie ...), è riservata ad un numero limitato di detenuti.
Così a Buchenwald ci sono solo dodici squadre per una popolazione totale di 80.000 persone.
Le squadre sono formate secondo i mestieri, le caserme o talvolta secondo le nazionalità.
Per la manciata di funzionari eletti, il calcio è un modo per prolungare la loro aspettativa di vita.
Per consentire loro di esibirsi bene in campo, i giocatori beneficiano di una riduzione del carico di lavoro, razioni di cibo aggiuntive e talvolta persino protezione dai loro aguzzini.

Il filosofo ceco Toman Brod, un sopravvissuto ad Auschwitz, racconta nella sua autobiografia che "il calcio è stato un enorme incoraggiamento, in quanto è stato un promemoria che [i prigionieri] non erano vittime, ma uomini.
Il suo connazionale, lo scrittore Ivan Klíma, ha parlato di "una via d'uscita prima del disastro"
.
Come Brod, Klíma passò per il campo di Terezin, dove il calcio era più sviluppato.

Grazie alla sua struttura di città-fortezza, i nazisti fecero di Terezin un campo modello, e lo usarono per scopi di propaganda.

A Terezin si giocava un campionato di calcio.

Quando nel 1943 i nazisti deportarono 450 danesi nel campo di questa piccola città, le autorità del Regno chiesero che un comitato della Croce Rossa internazionale potesse visitare le strutture al fine di garantire che i prigionieri fossero trattati adeguatamente.
Quando la Croce Rossa arrivò un anno dopo, il 23 giugno 1944, scoprì un piccolo paese in cui tutto sembrava normale.
Per dimostrarlo, le autorità del campo proiettarono al comitato il film di propaganda dal titolo ‘Il fuhrer da una città agli ebrei’, che fecero passare come documentario sul reinsediamento degli ebrei.
Nel film è immortalato un incontro di calcio in cui di fronte a 7.500 spettatori, due squadre di sette giocatori si sfidano in due tempi di trentacinque minuti.
Quello che il filmato non dice è che la destinazione da Terezin era Auschwitz-Birkenau e che la maggior parte dei giocatori e del pubblico presenti quel giorno moriranno nelle camere a gas settimane dopo.
Da molto prima della visita della Croce Rossa, i nazisti avevano organizzato a Terezin una competizione calcistica: il Campionato Terezin.

Almeno dieci squadre si sfidavano in un campionato regolare: Divisione 1, Divisione 2, Coppa, campionato giovanile e persino un precursore del gol d'oro, tutti ingredienti atti a creare una parvenza di normalità.
Con un macabro dettaglio: ogni lunedì dalle 10.00 alle 14.00 veniva organizzata una finestra di mercato settimanale per sostituire i giocatori deportati ad Auschwitz.

Le squadre portano i nomi di mestieri diversi:
giardinieri, elettricisti, macellai e cuochi, questi ultimi due hanno spesso i migliori giocatori data la loro facilità di accesso al cibo.
Più sorprendentemente, alcuni calciatori diedero ad alcune squadre il nome dal loro club preferiti.
Sparta Praga, Fortuna Colonia e persino l'Arsenal hanno parteciparono al Campionato Terezin.

Ci giocò un campione di hockey ceco, Peter Erben, che fondò una squadra la Jugendfursorge, che vinse il campionato dell’ inverno ’42.
Nella primavera del ’43 vinsero gli addetti al vestiario, i Kleiderkammer.
Accanto ai tanti scrittori, attori, musicisti e accademici, Terezin vide passare tra i suoi prigionieri alcuni famosi calciatori.
Pavel Mahrer ad esempio, centrocampista del DFC Praga.
Il più celebre fu Jiří Tesář, portiere della nazionale ceca prima della guerra, sei presenze in nazionale, partecipò ai Giochi Olimpici di Parigi del 1924.
Ricordò poi Tesář in un libro su Terezin come: “Eravamo le star di Terezin. I giovani ci vedevano come modelli di comportamento. Abbiamo dato loro speranza, abbiamo rappresentato la vita".
I giocatori apparivano sulle pagine di un piccolo giornale chiamato Rim-Rim-Rim, dattiloscritto e stampato in sei copie prima di ogni riunione calcistica.
L’ultimo torneo giocato fu la Coppa del ’44.
Poi cominciarono le partenze senza ritorno in massa.
Inizialmente previsto per 7.000 prigionieri, Terezin alla fine ne vide 157.000, di cui solo 4.136 sopravvissuti.
Pavel Breda non era uno di loro.
Morì di tifo ad Auschwitz poco dopo aver giocato un'ultima partita per la squadra Youth Aid, che appare nel film di propaganda relativo alla visita della Croce Rossa.
Non Ignaz Feldmann, che ad Auschwitz incontrò, al posto giusto, al momento giusto, un suo vecchio avversario.

sabato, aprile 25, 2020

giovedì, aprile 25, 2019

Ma mi



"MA MI" è una delle canzoni più particolari e incisive relative alla Resistenza.
La scrisse un insospettabile Giorgio Strehler nel 1959, su musica di Fiorenzo Carpi che con lo stesso Strehler e Paolo Grassi fondò nel 1947 il Piccolo Teatro di Milano (oltre a scrivere un'infinità di musiche per gli spettacoli in scena nel teatro, per Dario Fo, Franca Valeri e tantissimi altri. Fu anche l'autore delle musiche di “Le avventure di Pinocchio” il film di Luigi Comencini).

Giorgio Strehler combattè nell'esercito italiano durante la seconda guerra mondiale, si rifugiò poi in Svizzera, Tornato a Milano, fu catturato dai nazifascisti e imprigionato per sette giorni a San Vittore, dove probabilmente subì o vide le torture che subivano i partigiani e che raccontò poi nella canzone in oggetto.

Il Piccolo Teatro è stato fondato proprio nei locali della caserma in cui la brigata fascista Muti torturava e uccideva i partigiani o gli oppositori politici.

“Ma mi” fu interpretata da Ornella Vanoni (nel 1960) e da Enzo Jannacci (quattro anni dopo), tra i tanti.

Il partigiano protagonista, che per “40 di e 40 nott a San Vitur a ciapà il bott, sbattu de su sbattu de giò, mi sont quei che parlen no”, resiste e non tradisce i compagni nonostante botte e torture.

Storia tragicamente comune a tanti liberatori.

BUON 25 APRILE!

ORNELLA VANONI
https://www.youtube.com/watch?v=jwRGGKaSZsM

ENZO JANNACCI
https://www.youtube.com/watch?v=mhCt9YI4F10

mercoledì, aprile 25, 2018

Hertzko Haft



A cura di ALBERTO GALLETTI

Oggi, 25 aprile 2018, è la festa della liberazione.

Per la ricorrenza odierna un ricordo sportivo, non calcio stavolta ma pugilato, che ha come protagonista un uomo, un sopravvissuto di Auschwitz che riuscì a liberarsi dalla prigionia ma non dei segni delle crudeltà vissute.
Il suo nome era Hertzko Haft, un ragazzo all’epoca dei fatti.
Polacco, era nato a Belchatow nel 1925, a tre anni rimase orfano di padre.
Quando i nazisti occupano la Polonia nel 1939, Hertzko ha 14 anni e per sopravvivere, insieme al fratello, si mette a fare il contrabbandiere. A 16 anni si innamora pazzamente di una ragazza, Leah, insieme alla quale progettava di costruirsi un avvenire.
I nazisti avevano purtroppo in serbo altri programmi per quelli come lui e, in quello stesso 1941, causa le sue origini ebree, viene arrestato e condotto al campo di lavoro di Poznan.
Vi resta due anni, fino al ’43 quando, dopo che Hitler deliberò sulla ‘soluzione finale’, fu tradotto, insieme a migliaia di altri, ad Auschwitz.
Dotato di grande vigoria fisica e coraggio, Hertzko rifiuta di soccombere mentalmente alle coercizioni del campo, sopporta di tutto: botte, umiliazioni, torture, fa di tutto per sopravvivere.
Leah, il suo ricordo lo aiutano a tener duro.
La testardaggine e la vitalità del ragazzo non sfuggono ad un ufficiale SS che gli propone di cimentarsi in incontri di boxe grazie ai quali potrà usufruire di un minimo miglioramento delle proprie condizioni, ergo mangiare.

Hertzko accetta.

Non ha fatto però i conti con la spietata crudeltà dei suoi aguzzini che decidono anche che chi perde morirà.
Il forte istinto di sopravvivenza non gli lasciò scelta.
Combattè, pare, 76 volte, vinse sempre, con la consapevolezza che la sua sopravvivenza significava morte sicura per l’avversario, cosa che lo mise nella tragica condizione di diventare una specie di carnefice a sua volta.
Riporto un passo, contenuto nel libro Il Pugile, storia della sua vicenda, in cui confida al fratello, internato con lui:

"Dio?
Guardati intorno.
Permetterebbe una cosa del genere se esistesse?".
“Ciò che accadde tramutò tutti i protagonisti da uomini a involucri pieni di paure, disperazione, rabbia e vendetta.
Chi era un SS non aveva nessun tipo di rimorso o pietà, se non per un tornaconto personale; i kapò mossi da paura e aggrappati a un misto di istinto di sopravvivenza e delirio di potere, tradivano i propri amici, la propria gente.
E anche gli ebrei e gli altri prigionieri vennero ridotti a individui che cercando di sopravvivere con le unghie e con i denti a volte si trasformavano loro stessi in carnefici verso chi era ancora più debole o, mossi da istinti di vendetta, non esitavano a trasformarsi in feroci assassini.”


L’inferno in terra.

L’avanzata sovietica , comportò la smobilitazione di parecchi campi di concentramento da parte dei nazisti, che non volevano lasciar tracce dello sterminio in atto, compreso quello di Jaworzno, dove si tenevano i combattimenti, mandando i prigionieri alle infami marce della morte.
Durante una di queste, ancora una volta grazie alla sua grande forza fisica, Hertzko riuscì a fuggire, uccise un soldato tedesco, gli rubò l’uniforme.
Si diede alla macchia in territorio ancora occupato dai tedeschi in ritirata scappando di villaggio in villaggio, rifugiandosi dove capitava.
Arrivò fino in Baviera, dove uccise una coppia di anziani contadini che gli avevano dato riparo perché temeva che avessero scoperto che non era tedesco.
Un inferno dopo l’altro
Riuscì a nascondersi fino alla resa nazista e alla fine del conflitto, e ci rimase
. Nel 46 fu notato da un ufficiale americano, ex-puglie, durante un torneo di boxe per sfollati e rifugiati di guerra che lo convinse, e aiutò, insieme ad uno zio di Hertzko che viveva già la, a trasferirsi negli USA.

E’ il 1948, Hetrzko inizia la carriera di pugile, categoria pesi massimi (1,75m per circa 78kg) e cambia nome americanizzandolo in Harry Haft.
Vinse 13 dei 21 incontri disputati , ne perse 8.
In fondo sperava che diventando famoso forse Leah , mai dimenticata, lo avrebbe riconosciuto e in qualche modo contattato.
Fu sconfitto malamente il 5 gennaio del 1949 da Roland Lastarza, un italoamericano fortissimo che darà poi parecchio filo da torcere ad un altro italoamericano, una sconfitta dalla quale non riuscì più a riprendersi.
Tornò sul ring il 18 luglio dello stesso anno ma un certo Rocky Marciano lo demolì in tre riprese ponendo fine alla sua carriera.
Lo stesso Marciano battè poi Lastarza ponendo fine alla sua imbattibilità, ben 37 incontri, e relativi sogni di gloria, in un incontro finito ai punti e contro il cui verdetto in molti gridarono allo scandalo.
Di Leah nessuna traccia, nonostante avesse saputo che anche lei era fuggita in America.
Si sposò un mese dopo e aprì un negozio di frutta e verdura a Brooklyn, ebbe un figlio, Alan Scott, l’anno dopo, quindi una figlia e un’ altro figlio maschio.
Era un tipo duro, violento, di poche parole, l’ambiente in famiglia non deve essere stato il massimo, l’inferno gli era rimasto dentro, fuggito il corpo dagli orrori, non l’anima, non la mente.
Nel 2003, ormai anziano, spifferò l’intera storia della sua vita al figlio Alan Scott, che rimase allibito, ma non certo sorpreso, nello scoprire i motivi di tanta violenza nei comportamenti del genitore.
Le memorie furono pubblicate nel 2006, grazie anche all’aiuto di due storici, John Radzilowksi e Mike Silver, nel libro che ho citato prima.
Alan Scott disse ad una conferenza di ritenersi egli stesso una vittima, seppur indiretta, dell’olocausto, causa i trattamenti subiti dal padre, che mai si era liberato dell’orrore vissuto.
Sicuramente una tragedia nella tragedia, anche per chi riuscì a sopravvivere.

Tragico infine anche l’incontro con Leah, lui è ormai sposato con figli, lei malata di cancro con i giorni contati, ancora dolore.
Hertko Haft, sopravvissuto ad Auschwitz, ma non all’orrore del suo ricordo, morì a Miami in Florida nel 2007, all’età di 82 anni.

Buona giornata
W la libertà.

martedì, aprile 25, 2017

25 aprile 2017



dal sito: www.antiwarsongs.org/

"Ogni tanto capita di scrivere una canzone nuova, e ho scritto una canzone nuova.
O meglio, ho trovato una poesia scritta in dialetto bolognese e l'ho tradotta in italiano.
Flaco ha musicato questa poesia in modo molto emozionante; Flaco ha musicato questi bellissimi versi, ed è una poesia che parlava della guerra partigiana, con dei personaggi che si chiamavano con dei nomi di battaglia: 'Pedro', 'Cassio', 'il figlio del Biondo', 'il Brutto'…siamo in un curioso periodo di revisionismo, e siamo in un periodo in cui cercano…in qui qualcuno cerca di equiparare i combattenti della repubblica di Salò ai partigiani.
Io dico che, con tutti i distinguo, con tutta la retorica che c'è stata, lasciamo stare, lasciatemi stare la Resistenza.
La canzone si chiama 'Su in collina', e parla appunto di Pedro, di Cassio, il figlio del Biondo, il Brutto"

Francesco Guccini

SU IN COLLINA di Francesco Guccini
Dalla poesia in bolognese Môrt in culéṅna di Gastone Vandelli
Traduzione di Francesco Guccini

Musica di Juan Carlos "Flaco" Biondini incisa nell'album "L'ultima Thule" (2012) e dai Gang in "La Rossa Primavera" (2011)

https://www.youtube.com/watch?v=xSy_P9NUtFc

Pedro, Cassio e poi me, quella mattina
Sotto una neve che imbiancava tutto
Dovevamo incontrare su in collina
L’altro compagno, figlio al Biondo, il Brutto

Il vento era ghiacciato e per la schiena
Sentivamo un gran gelo da tremare
C’era un freddo compagni su in collina
Che non riuscivi neanche a respirare

Andavamo via piano, “E te cammina!”
Perché veloci non potevamo andare
Ma in mano tenevam la carabina
Ci fossero dei togni a cui sparare

Era della brigata il Brutto, e su in collina
Ad un incrocio forse c’era già
E insieme all’altra stampa clandestina
Doveva consegnarci “l’Unità”

Ma Pedro ci ha fermati e stralunato
Gridò “Compagni mi si gela il cuore
Legato a tutto quel filo spinato
Guardate là che c’è il Brutto, è la che muore”

Non capimmo più niente e di volata
Tutti corremmo su a quella stradina
Là c’era il Brutto tutto sfigurato
Dai pugni e i calci di quegli assassini

Era scalzo, né giacca né camicia
Nudo fino alla vita e tra le mani
Teneva un’asse di legno e con la scritta
“Questa è la fine di tutti i partigiani”

Dopo avere maledetto e avere pianto
L’abbiamo tolto dal filo spinato
Sotto la neve, compagni, abbiam giurato,
Che avrebbero pagato tutto quanto.

L’abbiam sepolto là sulla collina
E sulla fossa ci ho messo un bastone
Cassio ha sparato con la carabina
Un saluto da tutto il battaglione

Col cuore stretto siam tornati indietro
Sotto la neve andando piano piano
Piano sul ghiaccio che sembrava vetro
Piano tenendo stretta l’asse in mano

Quando siamo arrivati giù al comando
Ci hanno chiesto la stampa clandestina
Cassio mostra il cartello in una mano
E Pedro indica un punto su in collina

Il cartello passò di mano in mano
Sotto la neve che cadeva fina
In gran silenzio ogni partigiano
Guardava quel bastone su in collina

lunedì, aprile 25, 2016

25 aprile



Non maledire questo nostro tempo
Non invidiare chi nascerà domani,
chi potrà vivere in un mondo felice
senza sporcarsi l'anima e le mani.

Noi siam vissuti come abbiam voluto
negli anni oscuri senza libertà.
Siamo passati tra le forche e i cannoni
chiudendo gli occhi e il cuore alla pietà.

Ma anche dopo il più duro degli inverni
ritorna sempre la dolce primavera,
la nuova vita che comincia stamattina,
di queste mani sporche a una bandiera.

Non siamo più né carne da cannone
né voci vuote che dicono di sì.
A chi è caduto per la strada noi giuriamo
pei loro figli non sarà così.

Vogliamo un mondo fatto per la gente
di cui ciascuno possa dire "è mio",
dove sia bello lavorare e far l'amore,
dove il morire sia volontà di Dio.

Vogliamo un mondo senza patrie in armi,
senza confini tracciati coi coltelli.
L'uomo ha due patrie, una è la sua casa,
e l'altro è il mondo, e tutti siam fratelli.

Vogliamo un mondo senza ingiusti sprechi,
quando c'è ancora chi di fame muore.
Vogliamo un mondo in cui chi ruba va in galera,
anche se ruba in nome del Signore.

Vogliamo un mondo senza più crociate
contro chi vive come più gli piace.
Vogliamo un mondo in cui chi uccide è un assassino,
anche se uccide in nome della pace.

Cantata da Milva con la musica di Gino Negri

sabato, aprile 25, 2015

25 aprile



Quest'anno il ricordo a chi ha combattuto per la NOSTRA LIBERTA' va ad un musicista.
Il pavese Angelo Rossi è stato un compositore e musicista nonchè partigiano italiano.
Con il nome di battaglia di "Lanfranco" fece parte del 5º distaccamento della 3ª Brigata Garibaldi "Liguria".
Emilio Casalini, comandante del distaccamento, aveva scritto il testo di Siamo i ribelli della montagna, chiese a Rossi di musicare il nuovo brano.
"Lanfranco" scrisse le note su un foglio di carta da pacchi dando così uno dei più celebri canti della Resistenza.

Dopo la guerra Rossi divenne maestro di musica e fece parte per circa dieci anni dell'orchestra di Don Marino Barreto Junior, scrivendone e arrangiando i testi delle canzoni con lo pseudonimo "Matanzas" (tra cui "Sivori cha cha cha").
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