Visualizzazione post con etichetta 8 marzo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 8 marzo. Mostra tutti i post

venerdì, marzo 08, 2024

Les Amazones d'Afrique

Riprendo, in occasione dell'Otto Marzo, l'articolo scritto al proposito domenica scorsa per il quotidiano "Libertà", nell'inserto "Portfolio" diretto da Maurizio Pilotti.

L’approssimarsi dell’Otto Marzo ci porta ogni anno a fare considerazioni speranzose e dense di auspici sulla condizione delle donne, in una società che si reputa moderna, all’avanguardia, paritaria, inclusiva. Ma l’attualità,ogni giorno, ci conferma come poco o nulla stia cambiando e il retaggio maschilista, il muro inscalfibile della predominanza maschile nel mondo del lavoro, nella società, nei ruoli apicali, sia ancora ben stabile al suo posto.
Per non parlare della violenza nei confronti delle donne che non accenna a ridimensionarsi e che non di rado viene sminuita per ragioni politiche o per semplice ignoranza dai media e dalla gente comune.
Si parla, giustamente, di educazione. Le denunce, il carcere o le condanne non cambiano, se non raramente, la mentalità.
Ci vuole l’educazione, che parta dall’infanzia, dalle scuole primarie ma anche in questo caso il tutto è spesso delegato alla buona volontà e visione prospettica di insegnanti saggi e previdenti che si sostituiscono a istituzioni in perenne ritardo e sempre meno attente al bene comune e all’aspetto civico.
Ma l’educazione la possono, anzi la devono, fare anche l’arte, la musica, lo spettacolo.

Spostiamoci in Africa Centrale, vastissimo territorio, martoriato da guerre, povertà, estremismi e, ultimamente, da una serie di golpe che hanno portato, se ce ne fosse stato bisogno, ulteriore autoritarismo, incertezza e abbandono delle esigenze delle persone.
E’ il luogo in cui si suppone abbia le radici il blues, portato nelle Americhe da quegli uomini e donne che proprio in questi luoghi furono schiavizzati nei secoli scorsi.
Quella musica che divenne la colonna sonora delle loro tristi esistenze e che nel corso del tempo si ibridò con le tradizioni dei coloni britannici, con i canti religiosi europei e che alla fine ci consegnò quell’incredibile mix di influenze che si chiamò blues, jazz, gospel, spiritual e alla fine rock ‘n’ roll e soul.

E’ qui che nel 2014 nasce un collettivo femminile e femminista, Les Amazones d’Afrique, grazie a un’idea di Valerie Malot, direttrice esecutiva e artistica dell'agenzia francese editoriale 3D Family (il cui obiettivo principale è promuovere artisti jazz e di world music) insieme a tre delle principali artiste della musica del Mali, Oumou Sangaré, Mamani Keïta e Mariam Doumbia (del favoloso duo Amadou e Mariam).
La direzione ideologica fu subito chiara e precisa, come sottolinea Malot: “Quello che abbiamo scoperto è che la repressione femminile nel continente e nel mondo è qualcosa che tocca ogni donna. Non è una questione di colore o di cultura.
È qualcosa di generico. Tutte le donne possono identificarsi in questo aspetto.”


Il progetto partì con queste premesse, cantare contro le discriminazioni di genere, contro la violenza, l’ingiustizia, educare le persone attraverso la musica, con le voci di donne conosciute, rispettate, seguite, con decine di migliaia di fan in tutta l’Africa.
Mischiando sonorità provenienti dal luogo di ognuna delle protagoniste ma attualizzandole con un approccio moderno, spesso vicino all’elettronica, all’hip hop, al pop. Occorre ricordare e sottolineare quando sia fallace l’abituale definizione che spesso usiamo noi occidentali di “musica africana”.
L’Africa ha cinquantaquattro stati, quasi duemila lingue (un numero imprecisato di dialetti), di cui settantacinque parlate da almeno un milione di persone, da cui conseguono forme culturali e musicali diversissime e di enorme complessità (soprattutto ritmica).
Le similitudini ovviamente ci sono ma sono più frequenti le differenze, anche sostanziali, tra, ad esempio, la tradizione del Corno d’Africa o quella nigeriana o quella congolese.

Al nucleo originario si unirono altre voci del Mali cone Massan Coulibaly, Mouneissa Tandina, Kandia Kouyaté, Rokia Koné, Inna Modja (franco maliana) e anche Angélique Kidjo dal Benin, Nneka dalla Nigeria, Pamela Badjogo dal Gabon.
A cui dopo il primo brano composto, “I play the Kora” (la Kora è uno strumento a corde usato nell’Africa dell’Ovest a lungo proibito alle donne. Da qui il titolo metaforico, “Io suono la Kora”) del 2015 si aggiunsero, talvolta sostituendo altre componenti, musiciste dalla Guinea, Costa d’Avorio, Burkina Faso. Tutte con altri progetti musicali in attività ma che, come dice Kandy Guirà “ci ritroviamo insieme per cantare di qualcosa che conta”.

Fafa Ruffino, franco-beninese, recentemente aggregatasi al progetto, spiega il fulcro dell’attività del collettivo in un’intervista ad AfroPop.org:
“Il nome "Amazzoni" deriva dalle donne guerriere dell'impero del Benin. Avevano un esercito di femmine. Ed è per questo che ci chiamiamo così, perché stiamo andando in guerra. È una guerra per difendere i diritti delle donne. Qui in Europa parliamo molto di uguaglianza di genere, ma in molti paesi dell’Africa, e anche in altre parti del mondo, le donne non godono dei diritti umani fondamentali. Ci sono giovani donne costrette a sposarsi, giovani donne che subiscono la mutilazione genitale ed è davvero un tabù parlarne. Inoltre, la società è diventata molto, molto patriarcale e le donne non hanno il diritto di dire nulla. Portano semplicemente questi fardelli e li trasmettono alle loro figlie. Ma oggi sono molte di più le donne che lottano contro tutto questo. Il cambiamento non è domani.”

Niariu, nata a Parigi, figlia di genitori Guineani rincara la dose: “Sta succedendo ora. Ci sono molte donne che si sollevano e lottano per questo, e dobbiamo dire loro che siamo tutte insieme e che siamo qui. Il problema è che non si connettono tra di loro. Vogliamo quindi che questo movimento connetta tutte le donne in modo che sappiano che non sono sole. Siamo tutte qui l'una per l'altra. E anche se senti che stai combattendo da sola nel tuo angolo, siamo tutte insieme e con te. La verità è che alle donne è stato fatto il lavaggio del cervello per secoli. È stato detto loro che sono meno degli uomini.
Quindi ora devono sapere che condividiamo un cervello. E noi siamo ancora più potenti degli uomini, sai? Portiamo un bambino per nove mesi! Questo è così potente. Questo potere ci è stato dato da Dio, o da qualunque cosa tu creda. Non si tratta, sai, di dire che gli uomini siano tutti cattivi. E non tutte le nostre canzoni parlano del tema della mutilazione genitale. Abbiamo canzoni sui matrimoni forzati e anche sulle vedove. Come in Benin, abbiamo tribù e un re. Che ha quattro regine. Quando muore, il nuovo re deve prenderle come mogli.
È così disgustoso. È pazzesco.
Questa legge è legale ed è ancora in vigore oggi. Ma le tradizioni si evolvono e si sono sempre evolute, ma è importante ricordare che abbiamo avuto anche la colonizzazione. Quindi abbiamo avuto un grande cambiamento nelle nostre tradizioni e avverto, nella post-colonizzazione, che in qualche modo siamo tornati indietro nella società”.


Les Amazones d’Afrique hanno inciso due album.
“Republique Amazon” è del 2017, pubblicato per la Real World di Peter Gabriel (dopo aver suonato al festival da lui organizzato, l’ormai famoso WOMAD Festival), con connotati più funk e tribali e i cui proventi sono andati alla Panzi Foundation, che cura le donne vittime di mutilazioni sessuali nella Repubblica Democratica del Congo.
Nell’album l’ipnotica “La Dame et ses valises” che l’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha inserito nella sua annuale playlist di sue canzoni preferite, nel 2017:
“Vedo il modo in cui gestisci il tuo dolore / Perché sei rimasta in quell'oscurità per troppo tempo / Donna, non sai che sei una regina / Ma siccome la regina non c'è mai, tienilo in mente / Sicuramente saprai ricordare a loro cosa ti hanno fatto”.

Anche “Amazones Power” del 2020 è stato un album particolarmente significativo ma è con il recente “Musow dance” che il collettivo raggiunge il massimo dell’espressività, grazie anche all’intervento nella produzione di Jacknife Lee, uno che ha già lavorato con U2 e Taylor Swift e che inserisce arrangiamenti arditi, futuristi, innovativi in un contesto tradizionale, creando un effetto che fotografa al meglio la cultura africana (con i distinguo del caso) odierna.

Un miliardo e 200 milioni di persone con un’età media di diciannove anni.
Un potenziale immenso che pensa, crea, immagina, lavora, cresce, inventa.
E di cui Les Amazones d’Afrique sono una delle tante voci.
Ascoltiamole e ci si aprirà un mondo.
Anzi un Continente.

mercoledì, marzo 08, 2023

The Crystals - He Hit Me (And It Felt Like a Kiss)


The Crystals - He Hit Me (And It Felt Like a Kiss)
https://www.youtube.com/watch?v=ebDCRFSJzzU

In occasione dell' 8 MARZO il ricordo di un brano (che il giornalista David Thompson definì BRUTALE) che ha come tema la violenza sulle donne ma declinata in quella modalità, che per fortuna raramente, che contempla l'accettazione della stessa, scambiandola come atto d'amore del compagno.

He Hit Me (And It Felt Like a Kiss) fu composto da una delle coppie di autori più geniali e prolifiche di sempre, Carole King e Gerry Goffin (tra i tanti loro successi, ("You make me feel) like a natural woman" di Aretha Franklin e canzoni per Animals, Monkees, Dusty Springfield, Byrds, Ronettes, Shirelles).

Firmarono anche "The Loco-motion" per Little Eva che prima di raggiungere il successo era la loro baby sitter.
Confessò loro di avere un compagno che la picchiava regolarmente, giustificandolo però perché simboleggiava quanto l'amasse veramente.

Da qui l'ispirazione per He Hit Me (And It Felt Like a Kiss)

Il brano ebbe poco successo, soprattutto per l'argomento che venne ritenuto giustificatorio della violenza domestica.
Le stesse Crystals erano molto perplesse durante l'incisione e si stupirono che il produttore PHIL SPECTOR avesse deciso di pubblicarlo.

La canzone ha un incedere molto grave, quasi "dark", con un giro di basso in primo piano e un'orchestrazione dal taglio malinconico e drammatico.

La La Brooks delle Crystals ha ricordato in un'intervista del 2011 a "Mojo":
"È una canzone trascurata e interpretata male. È stato strano per noi. Siamo rimaste sconcertate dalla canzone. All'epoca ero un'adolescente. Barbara (Alston altro membro delle Crystals) era un po' a disagio nel farlo. E cercavo di capire la canzone e perché Phil Spector ci facesse registrare qualcosa del genere. La voce di Barbara era così spenta perché cantando quelle parole non provava nulla".

Carole King dichiarò in un'intervista che le dispiaceva di aver avuto a che fare con quella canzone.
Lei stessa aveva subìto ripetuti abusi domestici (ma non da parte di Goffin, che era stato suo marito dal 1959 al 1969).

Il brano era stato inteso come una documentazione di una particolarità non così rara nei rapporti di coppia violenti, certo non come una giustificazione.

Mi ha picchiata
E sembrava un bacio
Mi ha colpita
Ma non mi ha fatto male

Non sopportava di sentirmi dire
Che ero stato con qualcuno di nuovo,
E quando gli ho detto che ero stata bugiarda

Mi ha colpito
E sembrava un bacio
Mi ha colpito
E sapevo che mi amava

Se non gli fosse importato di me
Non avrei mai potuto farlo arrabbiare
Ma lui mi ha colpito
E sono stato contenta

Sì, mi ha colpito
E sembrava un bacio
Mi ha colpito
E sapevo di amarlo
E poi mi ha preso tra le sue braccia
Con tutta la tenerezza che c'è,
E quando mi ha baciato,
Mi ha fatto sua.


lunedì, marzo 14, 2022

Canzoni per l'8 marzo


Riprendo l'articolo scritto per "Libertà" in occasione dell'8 marzo.

Una triste garanzia che con malefica costanza si ripete ogni anno, senza significativi cambiamenti.
Una donna uccisa ogni tre giorni in Italia, incalcolabili i casi di violenze domestiche, soprattutto in due anni di pandemia che hanno acuito il problema, impedendone però l'effettiva emersione a causa degli ovvi problemi logistici.
Difficile da dire, ma cerchiamo di farlo esplicitamente, come è uso in questa rubrica, senza finti buonismi: non dimentichiamo quanto il problema sia altrettanto o ancora più drammaticamente diffuso all'interno di alcune comunità straniere, culturalmente ancorate a concezioni ataviche che non contemplano la parità tra uomo e donna e che mantengono una chiusura ermetica e impermeabile rispetto alla possibilità di evoluzione socio culturale.

Un dramma cui si cerca di fare fronte con la legge, le regole, la punizione ma che finisce per scontrarsi con un retaggio culturale che nonostante lenti progressi non riesce a mutare lo stato delle cose.

Alla base c'è il solito concetto: educazione, cultura del rispetto, condivisione, egualitarismo.

Che si impara in famiglia, a scuola, leggendo, ascoltando il prossimo, gli amici, le amiche, confrontando opinioni (non polarizzando le posizioni, sport preferito nei social, passati da mezzo di incontro a campo di battaglia in cui sfogare i peggiori istinti). Ma anche la musica può aiutare. Se non altro a capire.

In questa sede propongo una serie di canzoni adatte all'Otto Marzo ma che non tutti conoscono e che spesso arrivano da un lontanissimo passato in cui alle donne era perfino vietato votare o vivevano in luoghi in cui il colore della pelle era ulteriore motivo di discrimine o ancora in cui la violenza subita era prassi quotidiana e “normale”.
Non solo quella fisica ma quella psicologica, a casa, sul posto di lavoro, nel tessuto sociale.

Nel 1924 la blues woman Gertrude Ma Rainey in “Cell Bound Blues” ribalta la consueta narrazione in cui un uomo uccide la sua donna e sostanzialmente racconta che quando il suo compagno le comunica che l'avrebbe abbandonata e incomincia a picchiarla, lei, stanca dei soprusi, impugna una pistola, gli spara e lo uccide. Conseguenza, estrema e drammatica, ovviamente inaccettabile nelle modalità ma che cento anni fa, cantato da una donna nera, ancora più scandalosa da un punto di vista antropologico.

Più sottile Billie Holiday nel 1935 nel brano “You let me down” in cui in modo algido lamenta la fine di una relazione, imputando al compagno di averla semplicemente delusa, “quanto mi hai delusa”, dopo averle fatto credere di essere “un angelo”, che l'avrebbe sposata e l'avrebbe ricoperta di diamanti e portata in paradiso.
L'attivista politica e studiosa Angela Davis ne ha fatto un'analisi molto approfondita, rilevando come le parole siano in realtà una critica al maschilismo e ai suoi cliché, demistificando il ruolo della donna concepita come “angelo”, da ricoprire di ricchezza e da mettere su un piedistallo, come un oggetto, deprivato di anima e contenuti.

Un'altra grande voce del blues è stata quella di Bessie Smith che nel 1923 liquidava il marito in modo perentorio nel brano “Sam Jones Blues” dichiarando palesemente la propria indipendenza:
"Sono libera e vivo sola ora.
Non ho bisogno dei tuoi vestiti, non ho bisogno del tuo affitto, anche se non sono ricca. Mi sono guadagnata le mie scarpe scintillanti.
Dammi la chiave della mia porta.
Perché quel campanello non dice più Sam Jones, no.
Non stai parlando con la signora Jones.
Stai parlando con la signorina Wilson, ora”.


Già negli anni Trenta le donne avevano problemi a conciliare maternità e lavoro.
Lo rileva Marilyn Major nella canzone “Ballad of a working woman” con parole esplicite, durissime e tristementi attuali:
“I miei figli erano solo bambini, quando il loro papà è andato via. Così ho appeso il mio grembiule e sono andata a lavorare. Mi hanno messo nel turno di notte, a lavorare su una grande macchina.
Sono una madre lavoratrice, che lavora sodo per guadagnare a modo mio. Dormo quasi metà della giornata. Dicono che dovrei essere felice, che la mia paga non è troppo male.
Dimenticano che sono l'unico genitore, che i miei figli abbiano mai avuto.
Con il passare degli anni ho imparato il mio lavoro e anche metà del lavoro maschile.
A loro piaceva farmi usare i loro strumenti, solo per vedere cosa sapevo fare.
Mi avrebbero dato una pacca sulla figa e mi dicevano che ero bella.
Sono andata dal caposquadra e gli ho detto delle mie capacità, se potevo ottenere quel lavoro, mi avrebbe aiutato a pagare i miei conti. Il caposquadra, ha detto, tesoro, non possiamo farlo.
Vedi, quel lavoro è per un lavoratore che ha una famiglia
”.

Ma se andiamo ancora più indietro arriviamo addirittura nel 1.880.
Sulle note di una canzone country tradizionale, “Auld lang Syne”, D.Estabrook scrisse “Keep the woman in her sphere”. Anche in questo caso, 150 anni dopo, le parole sono tremendamente attuali:
“Ho un vicino, uno di quelli non molto difficili da trovare, che sa già tutto senza bisogno di un dibattito e senza cambiare mai idea. Gli ho chiesto "E i diritti delle donne?" Ha risposto severamente "La mia mente ha già deciso, mantieni la donna nella sua sfera.
Gli ho chiesto "Non dovrebbe votare la donna?"
Ha risposto con un ghigno: "Ho insegnato a mia moglie a conoscere il suo posto, mantieni la donna nella sua sfera".
Ho incontrato invece un uomo serio e premuroso, alcuni giorni fa, che ha meditato in profondità su tutta la legge umana e la verità onesta da sapere.
Gli ho chiesto "Che ne è della causa della donna?" "
I suoi diritti sono gli stessi dei miei, lascia che la donna SCELGA la sua sfera."

Nel 1963 Lesley Gore ottenne un grande successo negli Stati Uniti ancora parecchio bigotti e refrattari a particolari aperture. “You don't owe me” è una canzone dal taglio risolutamente femminista:
“Tu non mi possiedi.
Non sono solo uno dei tuoi tanti giocattoli.
Non dire che non posso andare con altri ragazzi.
E non dirmi cosa fare.
Non dirmi cosa dire.
Non cercare di cambiarmi in alcun modo.
Tu non mi possiedi.
Sono giovane e amo essere giovane.
Sono libera e amo essere libera.
Per vivere la mia vita come voglio.
Per dire e fare quello che mi pare.
Quindi lasciami essere me stessa”
.

In Italia la tradizione dei canti in cui i diritti delle donne sono in primo piano, spesso attraverso metafore, altre volte in modo più diretto, è forte e lunga.
“Mamma vi l’haiu persu lu rispettu” è tra i grandi successi di Rosa Balistreri, cantautrice siciliana, ribelle, una vita disastrata e violenta, spesso vittima di soprusi dei compagni, del padre, dei parenti.
E' un canto tradizionale, storia di una ragazza disperata, per avere mancato di rispetto alla madre, avendo fatto salire il suo innamorato dalla finestra di nascosto.
“Ma si sappia che me lo terrò stretto, perché nubile e vecchia non voglio restare. Vorrà dire che faremo la “fujtina” (la fuga d’amore). Poi, se Dio vorrà, ci sposeremo”.

Voglio concedere un breve spazio anche a un uomo.
Il grande poeta e musicista Gil Scott Heron nell'album “I'm new here” del 2010 interpretò il brano del bluesman Robert Johnson “Me and the devil”, in cui il protagonista descrive il demonio che si impossessa di lui quando è ubriaco e che lo porta a picchiare la sua compagna.
Ma Gil sostituì il verso “picchierò la mia donna finché non sarò soddisfatto”, con “vedrò la mia donna...” perché, disse, “sono stato allevato da mia nonna e da mia mamma e ho sempre avuto un profondo rispetto per le mie compagne e per tutte le donne. Anche se metaforica, non avrei mai potuto cantare una cosa così orribile”.

Lasciamo la conclusione a quella che, nella sua semplicità, è la canzone simbolo del rispetto per le donne.
La cantò Aretha Franklin nel 1967, si chiama “Respect”.
Ma nacque due anni prima dalla penna di un altro grande esponente della black music, Otis Redding, che la intendeva come metafora del rispetto nei confronti degli afro americani.
L'interpretazione di Aretha, declinata al femminile, divenne un inno femminista:
“Tutto quello che chiedo è un po' di rispetto quando torni a casa.
Non ho intenzione di farti dei torti mentre sei via.
Non ti sbagli perché non voglio.
Rispetto, scopri cosa significa per me.
Inizia quando torni a casa o potresti entrare e scoprire che me ne sono andata”
.

Sarebbero sufficienti queste poche parole per risolvere buona parte del problema. Un concetto molto semplice e non particolarmente difficile da applicare nella quotidianità.
Rispetto.
Reciprocità, unità di intenti, obiettivi comuni, diversi corpi ma la stessa mente.


E molto probabilmente le tristi statistiche con cui abbiamo iniziato sarebbero solo un lontano ricordo di un passato primitivo e dimenticato.

martedì, marzo 08, 2022

8 marzo
Ballad of a working mother
Sisters O Sisters


Marilyn Major nella canzone “Ballad of a working mother” parla con parole esplicite, durissime e tristementi attuali della condizione della donna, madre e lavoratrice:

“I miei figli erano solo bambini, quando il loro papà è andato via.
Così ho appeso il mio grembiule e sono andata a lavorare.
Mi hanno messo nel turno di notte, a lavorare su una grande macchina.
Sono una madre lavoratrice, che lavora sodo per guadagnare a modo mio.
Dormo quasi metà della giornata.
Dicono che dovrei essere felice, che la mia paga non è troppo male.
Dimenticano che sono l'unico genitore, che i miei figli abbiano mai avuto.
Con il passare degli anni ho imparato il mio lavoro e anche metà del lavoro maschile.
A loro piaceva farmi usare i loro strumenti, solo per vedere cosa sapevo fare.
Mi avrebbero dato una pacca sulla figa e mi dicevano che ero bella.
Sono andata dal caposquadra e gli ho detto delle mie capacità, se potevo ottenere quel lavoro, mi avrebbe aiutato a pagare i miei conti.
Il caposquadra, ha detto, tesoro, non possiamo farlo.
Vedi, quel lavoro è per un lavoratore che ha una famiglia”
.

https://www.youtube.com/watch?v=uKmhwHmXVMw


Sisters, O Sisters è un brano di Yōko Ono, "la lettera aperta di Ono alle sue sorelle oppresse" (John) pubblicato su singolo nel 1972 come B-side del 45 giri Woman Is the Nigger of the World di John Lennon, incluso nell'album Some Time in New York City della coppia.

https://www.youtube.com/watch?v=xxeyDmR6jbs

Abbiamo perso la nostra terra verde
Abbiamo perso la nostra aria pulita
Abbiamo perso la nostra vera saggezza
E viviamo nella disperazione

Sorelle, o sorelle
Alziamoci subito
Non è mai troppo tardi
Per iniziare dall'inizio
Saggezza, o saggezza
Questo è ciò che chiediamo

E sì, mie care sorelle
Dobbiamo imparare a chiedere
Saggezza, o saggezza
Questo è ciò che chiediamo
Questo è ciò che viviamo per ora
Saggezza, o saggezza
Questo è ciò che chiediamo
Questo è ciò che viviamo per ora

Sorelle, o sorelle
Svegliamoci subito
Non è mai troppo tardi
Per gridare dal nostro cuore
Libertà, o libertà
Questo è ciò per cui combattiamo
E sì, mie care sorelle
Dobbiamo imparare a combattere
Libertà, o libertà
Questo è ciò che chiediamo Questo è ciò che viviamo per ora

Sorelle, o sorelle
Non molliamoci più
Non è mai troppo tardi
Per costruire un nuovo mondo
Nuovo mondo, o Nuovo mondo
Questo è ciò per cui viviamo
E sì, mie care sorelle
Dobbiamo imparare a vivere
Nuovo mondo, o Nuovo mondo
Questo è ciò per cui viviamo
Questo è ciò che ora dobbiamo imparare a costruire

martedì, marzo 08, 2016

Canzoni per l'8 marzo



Una banale lista di canzoni per festeggiare l' 8 marzo...

JOHN LENNON - Woman is the nigger of the world
Woman is the nigger of the world
Yes she is...think about it
Woman is the nigger of the world
Think about it... do something about it
We make her paint her face and dance
If she won't be a slave, we say that she don't love us
If she's real, we say she's trying to be a man
While putting her down, we pretend that she's above us


https://www.youtube.com/watch?v=CtY5bv-oxLE

JAMES BROWN - It’s a man man’s world
This is a man's, man's, man's world
But it would be nothing, nothing
Without a woman or a girl


https://www.youtube.com/watch?v=juTeHsKPWhY

NENEH CHERRY - Woman
There ain't a woman in this world
Not a woman or a girl
(Woman)
That can't deliver love
To a man's world


https://www.youtube.com/watch?v=z0W212af1uk

PEGGY LEE - I'm A Woman
'Cause I'm a woman! W-O-M-A-N, I'll say it again
'Cause I'm a woman! W-O-M-A-N, and that's all.


https://www.youtube.com/watch?v=cTYIT8XhrCU

BARBARA LYNN - I'm a good woman
I'm a good woman
Such a good woman
So don't treat me like dirt
I'm gonna move
Away from here
And pretend that I have happiness
Yes I know what I'm gonna do
I'm gonna leave you
Gonna leave you
Gonna leave you


https://www.youtube.com/watch?v=AzmwZo2mBGU

BEATLES - She's a woman
She's a woman who understands
She's a woman who loves her man


https://www.youtube.com/watch?v=RMaGlX3Rhnw

ALICIA KEYS - A woman's worth
Cuz a real man knows a real woman when he sees her
And a real woman knows a real man ain't afraid to please her
And a real woman knows a real man always comes first
And a real man just can't deny a womans worth


https://www.youtube.com/watch?v=JtMUIwOE2ss
Related Posts with Thumbnails