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mercoledì 20 maggio 2020

"La meravigliosa vita delle api" di Gianumberto Accinelli

Buongiorno amici! In occasione dell'odierna "World Bee Day", giornata mondiale dedicata alle api e istituita dall'ONU ormai da alcuni anni, vi presento una lettura in tema: La meravigliosa vita delle api. Amore, lavoro e altri interessi di una società in fiore del sempre a me caro Gianumberto Accinelli. 
Diversamente da altre pubblicazioni che fanno soprattutto il punto sull'emergenza del declino delle popolazioni di api in tutto il mondo, minacciate a morte da inquinamento, cambiamenti climatici, malattie, perdita di habitat naturali sufficientemente accoglienti e un uso spropositato dei prodotti chimici in agricoltura, questo libro di Accinelli è piuttosto un viaggio affascinante sulle caratteristiche speciali e la vita delle api, quelle che ancora sono rimaste almeno. E quante scoperte meravigliose e inconsuete!



L'ape è l'insetto impollinatore per antonomasia, ma sapevate ad esempio che è anche estremamente metodico e molto più efficiente di altri impollinatori come farfalle e mosche? Sì, perchè l'ape bottinatrice, quando esce di buon mattino alla ricerca di nettare, arrivata in un prato fiorito sceglie a inizio giornata un tipo specifico di fiore dal quale rifornirsi, e continuerà per tutto quel giorno a visitare solo quei fiori, garantendo così il massimo successo dell'azione impollinatrice per quella specie floreale. Il giorno dopo la storia ricomincia: la bottinatrice sceglierà magari un altro tipo di fiore e vi resterà "fedele" fino al concludersi del suo "turno di lavoro". 
Un'altra curiosità che mi ha colpita molto è la seguente: mai avvicinarsi a un alveare se si sta mangiando una banana matura, perchè questo scatenerà le ire delle api che vi attaccheranno con ferocia e, soprattutto, in massa. Il problema sta nel fatto che l'odore di banana matura assomiglia a quello dell' "isopentyl acetato", la sostanza lasciata dall'ape insieme al pungiglione quando ci punge. E' una sorta di segnale odoroso per dire: "Attenzione! Qui ho dovuto attaccare, questo è un invasore! Se non se ne va, attaccare ancora!". L'odore di banana farà credere quindi alle api che sia avvenuto un attacco e ci sia bisogno di intervenire in massa contro l'invasore che non fugge ma anzi, resta inconsapevolmente fermo a sbocconcellare il frutto maturo.

Un'ape vola verso i fiori del pesco

Naturalmente molto del libro è dedicato alla straordinaria intelligenza, individuale ma soprattutto sociale, delle api: insetti ligi al proprio dovere e ben inquadrati nella loro società dell'alveare. Scopriamo quindi vita morte e miracoli di questi imenotteri, dai loro riti (cruenti) di accoppiamento alla loro giornata lavorativa, dal loro sofisticato modo di comunicare alle loro incredibili abilità ingegneristiche e matematiche. 
Anche per questo l'ape, oltre che per il suo fondamentale ruolo di impollinatore (un'enorme percentuale del cibo che mangiamo lo dobbiamo all'azione degli impollinatori spontanei), è stata impiegata anche in altri campi diversi dall'agricoltura: ad esempio, come "segugio" da mina antiuomo. Con uno specifico addestramento (si miscelano acqua e zucchero all'odore dell'esplosivo, per far sì che gli insetti siano sensibili ad esso), alcune api esploratrici infatti sono in grado di individuare una mina sotterrata, posandosi sul terreno senza far detonare la bomba (l'ape pesa troppo poco!). Con un sistema d'addestramento analogo, le api  possono venire impiegate anche in medicina, per la ricerca dei tumori, o negli aereoporti per individuare traffici illegali di droga. Insomma, veri e propri segugi!
Il libro si chiude comunque con il problema serissimo dello spopolamento degli alveari, di cui abbiamo preso coscienza circa 13 anni fa: "Nel 2007 la popolazione di api in Europa è stata decimata di una quota che varia dal 30% al 50%. (...) In America (...) le perdite di alveari hanno raggiunto, in alcune zone, il record del 70% sul totale. In Italia, sono 200.000 le arnie che, ogni anno, cessano il loro allegro ronzio diventando delle gelide e silenziose lapidi che costellano il territorio nazionale alla stregua di un gigantesco cimitero" (G. Accinelli, "La meravigliosa vita delle api",  p. 122). 

Foto di Eigene Aufnahme su Wikipedia.

Uno scenario desolante e drammatico, da tutti i punti di vista. Cosa si può fare per arginare il fenomeno e dare una chance di sopravvivenza alle api? 
Anzitutto in agricoltura si devono eliminare i neonicotenoidi e gli insetticidi di sintesi, dando ampio spazio alla lotta biologica. Si dovrebbe inoltre ripensare completamente il sistema delle monocolture intensive, tornando a preferire (o almeno dando modo di conservare) un paesaggio agricolo ricco di siepi, alberi e vegetazione che possano fungere da "corridoi ecologici" anche per le api.  Ma è auspicabile pure ricreare piccole oasi sicure per questi impollinatori nel nostro privato, in campagna, in periferia e in città, andando a piantumare fiori spontanei ricchi di nettare ovunque possibile: aiuole, balconi fioriti, cortili, giardini e parchi. Ecco una lista utile di piante che attirano particolarmente le api:

La lista è tratta dal libro di Accinelli, le foto (facelia, borragine, cosmea) sono tutte su Wikipedia.

Quello delle "oasi" per insetti utili è un progetto che Eugea promuove da anni e che vi invito a visitare, per prendere parte voi stessi a questa piccola, grande rivoluzione... un segnale concreto e non solo "ideale", nella giornata dedicata alle api.

domenica 30 giugno 2019

Abbeveratoi per animali: un aiuto per la fauna selvatica

Nei giorni scorsi il temuto "caldo africano" ha di nuovo investito la nostra Italia e parte d'Europa... ci sono state temperature record, afa e canicola da pieno agosto. Ormai, purtroppo, non è più una novità... da diversi anni ormai il cambiamento climatico si manifesta prepotentemente anche in questa maniera: lunghi periodi di caldo intensissimo di giorno e pure di notte, in zone geografiche che fino a qualche decennio fa sarebbero state risparmiate dall'estate più rovente. I problemi sono molteplici, per le persone così come per l'agricoltura, ma la questione riguarda da vicino anche gli animali, soprattutto i selvatici che dipendono in tutto e per tutto dalla natura per sopravvivere. Ma quando la questa è stravolta e le risorse a disposizione vengono a mancare completamente, come possono salvarsi? Emblematica l'estate 2017: tra le più calde e soprattutto siccitose, ha registrato una sofferenza immane tra la fauna selvatica. 

Immagine tratta da www.ilmeteo.it

Quest'anno le previsioni non sono confortanti, per cui eccoci a trattare un tema semplice ma che può dare un piccolo aiuto agli animali selvatici che gravitano attorno alla nostra abitazione, soprattutto se viviamo in campagna o in periferia. Ma anche in città possiamo trovare animali selvatici, se osserviamo attentamente possiamo riconoscere creature viventi perfino al limitare di un piazzale di cemento. Per cui... tutti pronti a offrire acqua fresca ai selvatici di passaggio o stanziali, nei nostri giardini!
La questione può sembrare banale: "Non basterà semplicemente mettere fuori casa una ciotola d'acqua?" direte voi. Sì e no, perchè se certamente questo gesto è apprezzabile, con qualche piccola accortezza in più potremo dare davvero un aiuto concreto e più mirato per tutti gli animali che soffrono il caldo e la siccità.
Mi viene in mente la celebre favola della volpe e la cicogna: non c'è esempio migliore per spiegarvi che a ciascun animale serve un proprio apposito abbeveratoio!

La cicogna e la volpe, immagine tratta dal web www.libriantichionline.com

Partiamo dal caso più curioso: avete mai pensato che anche gli insetti, in primis le utilissime ma sofferenti api, soffrono il caldo e la sete? Ebbene... normalmente gli insetti potrebbero abbeverarsi dalle gocce di rugiada o di pioggia posate sulle piante, ma quando non piove da settimane e la calura è estrema? Il problema fondamentale è che gli insetti, alla spasmodica ricerca di acqua, finiscono normalmente per morire annegati, qualora trovassero anche una bella ciotola piena d'acqua: non sanno nuotare e spesso non riescono più a risalire dal bordo del contenitore. Esiste una soluzione semplicissima e a "portata d'insetto": riempire un sottovaso di pietre di varie misure, quindi riempirlo d'acqua in modo che parti delle pietre emergano come fossero scogli nel mare. In questo modo gli insetti avranno un posatoio sicuro da cui abbeverarsi e, se anche cadessero in acqua, non devono fare altro che raggiungere la pietra più vicina e risalire. Il gioco è fatto! Tra l'altro, diciamolo, un abbeveratoio del genere è anche molto decorativo... ha qualche cosa di "zen", nel vederlo. 
Provare per credere: quando gli insetti avranno individuato la fonte d'acqua, non mancheranno di farvi visita... e potrete osservare api, mosche impollinatrici, bombi, qualche farfalla... certo anche qualche vespa, ma è la natura! Se poi volete preparare un "drink" graditissimo alle api, vi svelo un segreto: potete aggiungere un po' di succo di limone all'acqua che offrite... l'acido simula il sapore di acqua stagnante e "marcia", che è quella preferita dalle api.

Ecco un perfetto "bar" per insetti!

Più semplice è predisporre un abbeveratoio per piccoli e medi mammiferi come ricci, volpi, faine e gatti randagi... peccato che non siano tutti amici nella catena alimentare. Del resto non possiamo prevedere qualche animale giungerà fino al nostro "bar", per cui meglio progettarlo in maniera "universale". Il problema fondamentale in questo caso lo pongono i ricci, che tra tutti tendono ad essere gli animali più "pasticcioni": serve una ciotola pesante (meglio se di terracotta o di sasso), dai bordi bassi in modo che sia raggiungibile facilmente da questi mammiferi spinosi. Possono essere usati anche vecchi tegami o padelle scartate, l'importante è il loro peso: il rischio è che i ricci, nell'aggrapparsi al bordo (che appunto deve essere basso!) si rovescino addosso il contenitore. Per questo un normale sottovaso di plastica non è adatto. Un buon compromesso potrebbe essere invece un sottovaso di una certa grandezza, al centro del quale potremo disporre una grossa pietra: servirà da peso per evitare "incidenti ricciosi" e al contempo come "isola" per gli insetti che vorranno abbeverarsi da lì. Nessun problema particolare per gatti, volpi e altri piccoli mammiferi... scaltri e adattabili, quasi riuscirebbero a bere da qualsiasi fonte disponibile!

Un vecchio tegame, basso ma pesante, è l'ideale per i ricci (oltre che per tutti gli altri mammiferi)...
Magari aggiungere sempre qualche pietra, per aiutare gli eventuali insetti ad uscirne!

Infine arriviamo agli uccelli, altra grande categoria di animali che soffre molto la siccità. Il precedente abbeveratoio è adatto anche a loro (spesso ho trovato le gazze che si dissetavano dai miei sottovasi), ma in questo caso possiamo pensare di offrire loro anche qualcosa in più: una vera e propria "piscinetta" nella quale sguazzare! Gli uccelli (di tutte le taglie) amano infatti farsi il bagno... e non è insolito trovare tortore, piccioni ma anche cince e pettirossi lavarsi dove possono, per lisciarsi poi le penne. Ecco allora che può essere una buona idea posizionare nel giardino anche un piccolo catino pieno d'acqua fresca...  L'ideale sarebbe una vasca a profondità variabile, proprio come fosse un vero laghetto, per avere un livello d'acqua di 2 cm fino a 10 cm. Maggiore è la profondità, maggiori saranno le dimensioni degli uccelli che verranno a cercare refrigerio e pulizia.

Ecco la mia "piscina" per volatili... ahimè il livello non è molto graduale, sarà frequentata soprattutto da tortore e combacci! Non appena possibile mi doterò anche di una "piscina" per piccoli uccellini.

Le regole fondamentali per la cura e il successo degli abbeveratoi:
  • Cambiare acqua quotidianamente e pulire il contenitore con regolarità, avendo cura che l'acqua sia sempre limpida e fresca (questo è un punto imprescindibile, sia per la salute degli animali assetati, sia per evitare acqua stagnante e conseguente pericolo zanzare!);
  • Disporre categoricamente l'abbeveratoio all'ombra: al sole l'acqua evaporerebbe nel giro di qualche ora o comunque diventerebbe un brodo bollente, ben poco appetibile per gli animali;
  • Preferire materiali come terracotta o plastica: il metallo (sebbene il materiale più igienico) ha la sconveniente caratteristica di scaldarsi molto più in fretta... ma se vorrete ad esempio riciclare vecchie padelle inservibili, vi raccomando doppiamente di metterle all'ombra!
  • Non cambiate la collocazione degli abbeveratoi: diventeranno un punto di riferimento per gli animali che torneranno sempre lì a cercare acqua... non è divertente non trovare più il bar in cui si voleva bere una bella bevanda fresca, in un rovente pomeriggio d'estate!
  • Gli abbeveratoi possono essere esposti ovunque, al centro del proprio giardino, come in balcone, ma se si vuole raggiungere la massima "clientela" l'ideale sarebbe porli al limitare di un campo, di un boschetto o di un parco... dove c'è maggior concentrazione di animali e minor traffico umano.
Che ne dite? Nelle vostre abitudini c'era già quella di offrire regolarmente acqua fresca agli animali selvatici di passaggio, oppure dovete ancora farlo? Vi consiglio senza dubbio di provarci, perchè ne vale la pena: oltre ad aiutare davvero i selvatici nel corso della rovente estate, magari saremo fortunati e potremo cogliere l'occasione di osservarli mentre si dissetano. Raccontatemi le vostre esperienze e i vostri progetti in merito!

venerdì 21 settembre 2018

Brillano le lucciole... nel mio giardino!

L'ultima magia di quest'estate, che questa domenica cederà il passo ufficialmente all'autunno, l'ho assaporata a sorpresa a inizio settembre, avendo l'occasione di attraversare il mio giardino a sera inoltrata, con il buio fitto... camminando sul prato già rorido di guazza notturna, mentre i miei occhi si abituavano all'oscurità, ho iniziato a notare dei leggeri luccichii tra i fili d'erba. Uno qui, un altro più in là, oh... uno proprio vicino al mio piede! Non potevo crederci: lucciole, meravigliose e ormai rare lucciole, proprio nel mio giardino!
Giusto lo scorso anno vi avevo raccontato di quale preziosa e unica esperienza sia stata ammirarle in un bosco, mentre volavano nella stagione degli amori... ma vederle così, nel mio prato, è stata una sorpresa impagabile. Certo, le "mie" lucciole a vedersi paiono ben meno appariscenti di quel turbinio di stelle nella boscaglia, com'era stato in quella passeggiata di giugno... le "mie" lucciole, oltre ad essere infinitamente meno, sono anche meno mobili... sembrano stare ferme ferme, lumini discreti a punteggiare la coltre di buio, nascoste nell'erba fitta e rugiadosa della notte. E poi la loro luce non ha la tipica intermittenza rapida, semplicemente si accendono per alcuni, lunghi istanti, per poi spegnersi... e di nuovo, poco dopo, si illuminano di quel bagliore freddo e intenso, quasi magico. Che mistero era mai questo? Le lucciole che ricordavo io e che avevo visto nel bosco erano volanti, il bagliore era a rapida intermittenza... quante domande! 

Il volo delle lucciole, foto di Mike Lewinski su Wikipedia

Il mistero l'ho risolto però già la seconda sera di "avvistamento lucciole" nel mio prato, quando un'incauta lucciola, invece che stare appostata nell'erba, si è posteggiata sul marciapiede. A quel punto non ho resistito e l'ho illuminata brevemente con il cellulare. Pur non avendo grande esperienza in fatto di lucciole (se non quello che vi avevo già raccontato lo scorso anno), mi è bastato uno sguardo all'insetto per capire: non era una lucciola adulta ma una forma giovanile, senz'ali e quindi incapace di volare e di spostarsi in lungo e in largo! Preoccupatissima, sono rientrata in casa gridando alla tragedia con mio marito: il nostro prato era pieno di "piccoli di lucciola", come avremmo fatto a tagliare l'erba senza sterminare la rara, preziosa e inaspettata nursery?
"Non possiamo! Sono piccoli e indifesi, non possono volare, li uccideremo tutti! Sono come i bruchi prima di diventare farfalle! Non possiamo!" continuavo io a gemere in preda all'ansia.
"Mmm... ma quanto tempo ci mettono questi... piccoli a diventare lucciole adulte?" ha chiesto, perplesso ma pur sempre placido, mio marito.
"Devo documentarmi! Subito!" ho esclamato, sperando che magari le larve di lucciola ci mettessero solo una manciata di giorni a compiere la metamorfosi.
Ebbene, miei cari lettori, vi annuncio che, se una lucciola adulta vive giusto qualche giorno, la vita che quello stesso, effimero insetto trascorre come forma giovanile, come "piccolo" insomma... beh, è niente po' po' di meno che 2 anni. 2 ANNI!
Impossibile non tagliare l'erba per due anni interi...

Ecco una delle "mie" piccole lucciole!

Preoccupata e angosciata per la sorte dei "miei piccoli di lucciola", ho cercato di fare ulteriori ricerche in internet... venendo a capo a ben poco, perchè ormai questi meravigliosi insetti sono così rari che anche digitando su Google "tagliare erba del prato uccide lucciole?" non si ottiene risposta. Scommetto che siamo davvero in pochi a poterci porre questo problema, ormai.... anche nelle nostre campagne, iper coltivate e impregnate di prodotti chimici, le lucciole sono ormai quasi solo un ricordo. Tant'è che io stessa sono dovuta andare in un bosco per vederle! Ma evidentemente la natura resiste, resiste ed esiste in quelle piccole oasi che ancora le appartengono, in mezzo all'antropizzazione selvaggia.
Voglio tranquillizzarvi subito, comunque: dopo aver scoperto che i fattori che più impediscono la sopravvivenza delle lucciole sono l'illuminazione artificiale e i veleni agricoli, mi sono rassegnata a tentare la sorte e tagliare l'erba. In fondo abbiamo sempre avuto cura del nostro prato, fin da inizio primavera... e se le lucciole c'erano, forse non le avevamo mai disturbate nonostante lo sfalcio. Preso il coraggio a due mani ho tosato il prato e, quella sera stessa, non appena calato un buio soddisfacente, ho ammirato ancora i discreti lumicini dei "miei piccoli di lucciola", tutti ben acquattati nell'erba! Che grande sollievo, non avevamo sterminato un'intera generazione di lucciole!

Femmina di Lampyris noctiluca, foto di Wofl~commonswiki su Wikipedia
Maschio di Lampyris noctiluca, foto di Hectonichus su Wikipedia

Appassionata da questa meraviglia scoperta proprio nel mio giardino, mi sono quindi documentata sull'intero ciclo vitale di questi straordinari insetti... ed ecco cos'ho scoperto! 
Anzitutto, da adulte lucciola maschio e lucciola femmina sono molto diversi: quella che comunemente chiamiamo "lucciola", dotata di ali e "lucetta" lampeggiante al termine dell'addome, è il maschio. La femmina invece è più simile allo stadio larvale, senz'ali e di forma allungata, e può emettere una luce per un tempo più prolungato. Nella stagione degli amori, ossia giugno, le femmine adulte emergono dall'erba, cercando di piazzarsi in cima a fili d'erba o di vegetazione, emettendo il segnale luminoso per farsi individuare dal maschio. A quel punto avviene l'accoppiamento, poco dopo il quale il maschio muore, mentre la femmina prosegue la sua vita per il tempo necessario a depositare fino cinquanta-settanta uova. Verso metà/fine estate dalle uova nascono le larve di lucciola, di forma allungata e poco appariscenti, capaci comunque di emettere la loro luce grazie al fenomeno chimico chiamato "bioluminescenza" (nessuna "lucetta" al termine dell'addome, è tutta una "magia" chimica!). Le larve sono terribili e accanite predatrici di lumache e chiocciole, che riescono ad uccidere e divorare grazie a un veleno che iniettano nella preda... e questo le rende temibili per le lumache e grandi alleate di ogni orto! È un vero peccato che oggi le lucciole siano state quasi sterminate dai nostri campi coltivati, perchè sarebbero una presenza importante e preziosa anche a lato pratico.

Una larva di lucciola, foto di Heinz Albers su Wikipedia
Una delle "mie" lucciole (ad una muta ancora più giovanile rispetto alla foto precedente) in caccia...

Povere lumachine... non hanno scampo di fronte alla letale larva di lucciola.

Le larve di lucciola, come detto, per diventare adulte ci mettono ben due anni... nei quali dovranno accrescere di peso, sopravvivere alla stagione fredda, ai predatori, all'inquinamento ambientale e luminoso e completare con successo cinque mute. E non appena finalmente "nasce" la lucciola adulta... è l'inizio dell'estate, la stagione degli amori, il momento giusto per ricominciare questo affascinante e complesso ciclo vitale.
Spero davvero che le "mie" piccole lucciole possano farcela e diventare adulte nel giro dei prossimi due anni... ma nel frattempo mi godo comunque la loro presenza, nella meraviglia di vedere questi piccoli lumini nel buio del mio giardino e la gratitudine di capire che, grazie a loro, abito davvero in un bel posto, evidentemente ancora abbastanza sano e ospitale per permettere perfino alle lucciole di tornare a viverci, insieme a noi. E con questo... alla prossima estate!

martedì 4 settembre 2018

Di mosche impollinatrici e tante altre meraviglie

Come già dicevo nello scorso post, per me uno dei pregi impagabili dell'estate è il tempo che posso dedicare all'osservazione del mondo che mi circonda, soprattutto a livello naturalistico. Le lunghe giornate luminose, trascorse sì facendo attività utili e domestiche, ma senza tutta la fretta e gli obblighi dei ritmi lavorativi, mi consentono ad esempio di poter fare una piccola escursione nel giardino o nei miei dintorni quasi ogni giorno, incontrando farfalle, falene o libellule... oppure, anche solo uscire di casa e non avere la fretta del diavolo che mi fa guardare solo l'orologio prima di salire in macchina, mi permette ad esempio di notare gli insetti curiosi che vengono a posarsi proprio sul mio marciapiede. Per un'entomologa mancata come me, è sempre una sorpresa gradita e un'opportunità preziosa per allargare le mie conoscenze... e quest'estate ho scoperto alcuni esemplari sconosciuti che mi sono divertita molto a osservare, ammirare e classificare.

Sembra un'ape, ma non è!
Una domenica prima di pranzo, ad esempio, ho avvistato una grossa Volucella zonaria, una mosca impollinatrice che è un vero bluff per i predatori: sfoggia i colori tipici del calabrone, ma in realtà è inoffensiva e, a mio parere, davvero bellissima! Nei giorni seguenti l'ho rivista (lei, o una sua compare), sui fiori della lagerstroemia, intenta a succhiare il nettare e a svolgere quello che è un suo importantissimo compito in natura: impollinare! Le impollinatrici "per eccellenza" nel nostro comune pensiero sono le api - insetti peraltro utilissimi all'uomo anche per il miele, la cera o la pappa reale - ma in realtà esiste un'enorme schiera di mosche impollinatrici che svolgono la stessa, fondamentale funzione, anche per la nostra agricoltura. Quindi, la prossima volta che disprezzate una mosca o la ritenete inutile per la vostra vita, sappiate che è anche merito suo se a tavola potete mangiare in abbondanza frutta e verdura! E poi le mosche impollinatrici sono quasi tutte molto belle...

Il capo giallo con occhi scuri è caratteristico dei calabroni... ma questa è chiaramente una mosca!
Volucella zonaria

Ecco altre mosche impollinatrici capaci di mimetismo che ho osservato nel mio giardino: altri ditteri (ossia "con due ali", non quattro come le farfalle o le api) che si fingono pericolosi come api o vespe, grazie al corpo a strisce gialle e nere, ma in realtà sono assolutamente inoffensive. Questa che vi mostro potrebbe essere Eristalis tenax e sembra davvero un'ape! Un trucco per distinguerla dalla sua "musa ispiratrice" dotata di pungiglione? Contare le ali, perchè appunto le api sono imenotteri, dotati di quattro ali (due paia), invece i ditteri ne hanno solo due (un paio solo).

Oltre alle ali, si possono osservare anche gli occhi, tendenzialmente più grandi rispetto a quelli delle api.
Mi pare di notare una differenza anche a livello di antenne (in Eristalis quasi non le noto, nelle api sono più visibili), ma non sono abbastanza esperta per indicarvelo come effettivo criterio di riconoscimento...

Il prossimo dittero è invece molto più piccolo sia di Volucella zonaria che di Eristalis... possiede l'abilità di restare fermo in volo per diversi istanti, immobile nell'aria come se fosse sospeso, solo grazie alle ali in continuo movimento. Non sono riuscita ancora ad identificarlo, perchè ce ne sono davvero tanti e tutti piuttosto simili... documentandomi, ho scoperto che un'altra dote dei ditteri è di essere carnivori allo stadio larvale, ed essere quindi predatori naturali degli afidi! Ecco un altro buon motivo per salutare con benevolenza queste moschine impollinatrici, che possono aiutarci a tenere sotto controllo le infestazioni degli afidi.


Per qualche strana ragione - un po' macabra, a dire il vero - gli insetti morenti o molto stanchi sembrano prediligere il marciapiede del nostro enorme porticone, come luogo per terminare la loro vita o riprendersi. Io li osservo e non li disturbo, giusto il tempo di una foto (rigorosamente senza flash) per poterli poi classificare, e lascio che la natura faccia il suo corso... alcune volte gli insetti riprendono il loro viaggio, altre lo terminano lì, come questa falena detta "sfinge della vite", Deilephila elpenor. Si tratta di un lepidottero abbastanza diffuso in Italia, ma che io personalmente non avevo mai visto... difficile dimenticarsi una falena così particolare: color rosa acceso, quasi fucsia, e senape. Una vera meraviglia! Peccato anche non aver potuto rintracciare il bruco di questa specie, un vero "gigante" con macchie molto appariscenti (a scopo difensivo). Chissà se, quando metterò anche una vite nel mio giardino (una delle piante nutrici del bruco), potrò vedere più spesso questa bella falena!




Purtroppo ha le ali e una parte di capo danneggiati... forse il motivo per cui non ce l'ha fatta.

Nell'estate 2017, nel campo di grano mietuto accanto alla mia casa, hanno vissuto e prosperato tante, tante generazioni di Argo azzurro (Polyommatus icarus). Quest'anno invece, ipotizzo per via della presenza del mais e non del grano, le farfalline Argo quasi non le ho viste, mentre ho notato un gran numero di libellule di ogni misura e colore. Bastava entrare tra le piante di mais per vederne a frotte, ma tante si sono anche spinte fin nel mio giardino e orto. Fotografarle è una soddisfazione, perchè le libellule tendono a stazionare al vertice di steli, rametti o supporti del giardino, restandovi immobili per lunghi minuti. È meraviglioso osservare le loro ali iridescenti, il corpo che sembra quasi uno stecchino colorato dai riflessi metallici, i grandi occhi lucenti... sembrano gioielli!






Infine, una bella carrellata di foto di creature volanti avvistate nel "Santuario delle farfalle" all'isola d'Elba, durante le mie vacanze dello scorso luglio. Per chi fosse interessato, il sentiero parte dall'area picnic sul monte Perone, fino ad arrivare (in circa 2 km) fino al monte Capanne, il più celebre dell'isola... che nostalgia quell'entusiasmante passeggiata nella pineta elbana, intenta ad avvistare il maggior numero di insetti!

Pyronia tithonus
Lasiommata megera

Ancora, due Lasiommata megera... le vedete entrambe? Sui sassi si mimetizzano!

Una sorta di "cervo volante"... non mi azzardo a classificarlo meglio, il mondo dei coleotteri è quasi infinito!

Un'ape in volo (notate le antenne visibili!) e un bombo sullo sfondo.

Due Amata phegea in accoppiamento
Ancora Amata phegea

All'isola d'Elba ho avvistato anche macaoni e podaliri, ma non sono riuscita ad immortalarli... sarà per una prossima volta, tornando in vacanza là! Che dirvi? Spero di non avervi annoiati con questa lunghissima carrellata di insetti... che non a tutti piacciono, ma io ne sono grande appassionata e più ne conosco, più vorrei saperne di più!

mercoledì 27 giugno 2018

Le gioie e i dolori dell'allevare macaoni

A inizio maggio, dopo ben quattro anni dalla mia prima e indimenticabile esperienza, sulle mie piante di ruta e finocchietto ho finalmente rintracciato nuovi bruchi di macaone! Da settimane avevo avvistato già un minuscolo ovetto giallo ma - non essendo certa fosse "lui" - ho aspettato di vedere eventualmente i bruchi, inconfondibili... e che gioia quando ne ho trovati ben sei, sparsi tra quattro piante di ruta e due di finocchietto! Li ho prontamente recuperati e così è iniziato per me un nuovo allevamento di queste simpatiche, preziose e purtroppo vulnerabili creature.
Come ho già avuto modo di raccontarvi, è importante farsi carico dell'allevamento di queste farfalle, perchè la mortalità dei bruchi in natura è altissima, non solo a causa dei numerosi predatori naturali, ma anche per via del massiccio uso di pesticidi e di prodotti chimici nelle nostre campagne, cosa che rende sempre più difficile la vita alle farfalle. Io stessa sono testimone di uno spopolamento sensibile: quando avevo 10 anni, d'estate il mio giardino pullulava di macaoni, Vanesse Io, Vanesse Atalanta, nonchè le comuni cavolaie... ora, vedere anche un solo, sparuto macaone in un'intera stagione è una rarità. Perciò trovare ben mezza dozzina di bruchetti per me è stata una vera benedizione e mi sono lanciata nell'avventura di allevarli piena di entusiasmo e felicità.


Purtroppo, va anche detto che l'allevamento di macaoni riserva facilmente anche qualche delusione e dolore. I bruchi sono animali fragili e, prima di diventare farfalle adulte da liberare in natura, devono attraversare tutta una serie di "momenti critici" per il loro sviluppo. Purtroppo non è scontato che ogni bruco ce la faccia, nonostante tutte le nostre cautele e gli sforzi per garantirgli un ambiente il più possibile sano e protetto. Quello che si deve assicurare ai bruchi è:


Queste sono le regole d'oro per l'allevamento dei bruchi di macaone, ma nonostante ciò potrà comunque capitare che qualche bruco non ce la faccia. Così è stato anche per me e ben cinque dei miei sei bruchetti, non ce l'hanno fatta... inspiegabilmente: fino al giorno prima sembravano scoppiare di salute e divoravano le loro foglie, finchè non sono entrati in muta. Inizialmente ne ho perso "uno per muta", ossia uno alla prima, uno alla seconda e uno alla terza muta, senza poi riuscire a completare il passaggio fondamentale del loro sviluppo. Gli ultimi due bruchi poi, ironia della sorte, sono morti senza riuscire a completare la trasformazione in crisalide. E' sempre un dolore vedere i bruchi non farcela, apparentemente per cause inspiegabili, senza contare che mi domando sempre se ho sbagliato qualcosa io... sarebbe quasi meglio, così saprei come correggermi ed evitare che ricapiti in futuro.

Ecco le quattro mute del bruco di macaone
Se ho osservato bene, già alla fine della terza muta, prima di passare alla quarta, il bruco ha già assunto i colori tipici dell'ultima fase, ma non le sue dimensioni finali, ben più grandi di queste.

Ma l'allevamento dei bruchi riserva anche un sacco di sorprese! Oltre ad essere un'opportunità unica per chi ha l'occhio e la passione da naturalista, perchè dà modo di osservare non solo lo sviluppo ma anche le abitudini di questi straordinari animali... beh, si passa facilmente anche "dalle stalle alle stelle", nonostante tutto! Dovete sapere che uno dei momenti critici di quest'ultimo mio allevamento l'ho toccato un giorno quando, contemporaneamente alla morte del terzo bruco, anche i restanti tre bruchi (che erano già avanti di una muta, rispetto al deceduto) sono parsi morire uno dopo l'altro. Li davo già per spacciati, poichè si sono immobilizzati per un giorno e mezzo (e fin qui niente di strano, stavano preparando la quarta e ultima muta), assumendo però posizioni davvero poco promettenti: stavano completamente piegati a metà, con le zampine abbandonate e apparentemente sempre più deboli, come fossero moribondi. Giuro, li davo per spacciati e mi maledivo per aver mandato a morte sei bruchi su sei. Avvilitissima, ero già dell'idea di buttarli ma mi sono trattenuta semplicemente perchè volevo attendere l'eventuale uscita di parassiti dal corpo esanime delle povere creature, in cerca di una motivazione valida per l'ecatombe. E invece... miracolo! Tutti e tre i bruchi, nel giro di 12 ore, hanno completato la quarta e ultima muta, smentendo completamente la mia diagnosi infausta! Perciò, ora ho anche scoperto che conviene sempre attendere pazientemente il miracolo, anche quando un bruco sembra morente... come detto, "dalle stalle alle stelle"!

Ecco i bruchi come si presentavano prima dell'ultima muta... non proprio fiduciosa che ce la facessero!


Ed ecco invece il bruco uscito alla sua quarta e ultima muta! Vedete anche la vecchia "pelle" ancora sul rametto.

Questa volta ho allevato i bruchi in maggior parte utilizzando il "metodo della bottiglia", un semplice espediente casalingo per tenere le foglie di pianta nutrice fresche più a lungo, con minor "spreco" di pianta e per garantire ai bruchi cibo di qualità più costante nei vari momenti della giornata. Si taglia una bottiglia conservando il fondo e il collo: il fondo si riempie di acqua, il collo si rovescia si infila nel fondo a mo' di imbuto, da riempire con rametti di ruta/finocchietto (che andranno quindi in immersione in acqua con il gambo) e cotone idrofilo per sigillare ed evitare pericoli ai bruchi, qualora dovessero mai cadere verso il fondo. La bottiglia poi si può comunque porre nel fauna box, sia per raccogliere le feci in maniera più agevole, sia per assicurare maggiore protezione ai bruchi dagli insetti aggressori che eventualmente potrebbero esserci in casa.



Nel mio primo allevamento invece, cambiavo le foglie una volta al giorno (alla mattina), depositandole semplicemente nel fauna box dei bruchi, al momento della pulizia quotidiana dalle feci. Grazie al metodo della bottiglia si riduce anche il tempo da dedicare ai bruchi, poichè i rametti (specialmente di ruta) restano assolutamente freschi anche per un'intera settimana, quindi non c'è bisogno di cambiarli tutte le mattine... tutto quello che si deve fare è assicurare che vi siano sempre foglie a sufficienza e che le feci eventualmente precipitate sul cotone (che tende a inumidirsi) non restino troppo a lungo, poichè ammuffirebbero e creerebbero un ambiente non sano per i bruchi. Meglio quindi cambiare il cotone e pulire dalle feci almeno ogni due giorni.
Consiglio: quando si devono recidere la ruta e il finocchietto, scegliere sempre rametti abbastanza spessi (se fossero lunghi, si possono dimezzare) e non solo le foglie esterne dal gambo sottile, poichè se si immerge in acqua il ramo di un certo spessore, oltre ad essere più solido anche per il bruco, dura anche molto di più e alimenta meglio tutte le foglie.
Il metodo della bottiglia è validissimo secondo me fino all'ultima muta, quando i bruchi sono molto grandi e sempre più voraci: a quel punto conviene passare direttamente al fauna box con le foglie cambiate quotidianamente, si tratta di pochi giorni prima della crisalide.

Ecco il brucone poco prima della crisalide, grosso e pasciuto.

Come dicevo, purtroppo il bilancio finale di quest'allevamento è comunque molto duro e amaro: solo un bruco è stato in grado di sfarfallare e, se è abbastanza fisiologico che qualche bruco non completi le varie mute, è ancora più avvilente vederli morire quando avrebbero dovuto trasformarsi in crisalide. Questa volta hanno avuto tutti dei problemi: il bruco di macaone, dopo aver espulso le feci verdi e molli, solitamente si prepara ad "agganciarsi" in posizione con uno speciale cordoncino che tesse lui stesso. Nessuno dei miei tre bruchi è riuscito a tessere il cordoncino (uno non ci ha neanche provato), cosa che ha inficiato la trasformazione in crisalide.

Ecco le due crisalidi "non riuscite"... ancora mi domando quale sia stato il problema.

Ho anche cercato informazioni su cosa può essere capitato, dal momento che fino a poche ore prima i bruchi sembravano scoppiare di salute, ma purtroppo non sono riuscita ad arrivare a nulla... è stata la natura? O forse questa volta non sono riuscita io a garantire loro le condizioni migliori? Ad ogni modo cinque bruchi su sei non ce l'hanno fatta, cosa che mi ha fatta scoraggiare parecchio... fino a questa mattina. Anche il sesto e ultimo bruco ha avuto serie difficoltà al momento di impuparsi, ma è stato l'unico a riuscire a fare la crisalide completa e apparentemente sana, anche se non agganciato tramite il cordoncino (al momento di liberarsi della vecchia pelle, scuotendosi è caduto sul fondo del box). Però insomma... già negli ultimi giorni avevo notato cambiamenti, in trasparenza era apparso il magnifico disegno delle ali del macaone e... stamattina è nata una bellissima farfalla!!!  Prontamente liberata, ha spiccato il volo nell'aria di giugno, in una bella giornata di sole e cielo azzurro. L'emozione nel vederla volare è sempre unica, una gioia semplice, delicata e intensa, che fa sperare nel meglio per quella farfalla così bella.

Il meraviglioso macaone che alla fine è nato, questa mattina, dalla sesta e ultima crisalide!

Adesso sul finocchietto e sulla ruta, da ormai una settimana, ho individuato altri due bruchi, un'insperata seconda generazione di macaoni! Per il momento - anche scoraggiata dall'esito del mio ultimo allevamento - penso di lasciarli lì, monitorandoli ogni giorno per intervenire qualora dovessi vedere un'emergenza. Vedremo se la natura questa volta sarà più clemente. Ad ogni modo, che si intenda o no allevare queste magnifiche creature, sarebbe già molto se ciascuno di noi piantasse un piccolo angolo nel suo giardino con ruta e finocchietto: un'oasi per accogliere le uova di questa sempre più rara farfalla, per darle qualche opportunità in più di riprodursi con successo e continuare a volare nei nostri giardini.