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domenica 6 giugno 2010



Il cuore di un artista è pungolato dall'altrui sofferenza,con una gradazione di intensità che necessita uno sfogo creativo per fluire ed oltrepassare.

Penso sia questo il nucleo pulsante di "Donne senza uomini".

Quando la regista iraniana Shirin Neshat, già affermata visual
artist, ha iniziato a cercare una storia da rappresentare,
era spinta dal proprio destino di esule, ma anche da quella
amplificazione dei sensi, tipica per un'artista, che permette
di cogliere e provare la più generale sofferenza delle donne
iraniane e, per osmosi, di tutto il popolo oppresso.

Questa storia, scritta da Shahrnush Parsipur, parte da un episodio
storico (l'intervento della CIA per far destituire il leader comunista
ed appoggiare la restaurazione dello Shah) infatti entra
nella quotidianità oppressiva di quattro donne diverse, per
estrazione sociale (la moglie di un generale, una prostituta,
due amiche del cuore) per raccontare il loro rapporto con uomini
troppo presenti, contrariamente al titolo.

Presenti per evidenziare le mancanze delle donne, i loro difetti, la non perfezione, i minimi scostamenti rispetto al ruolo prescritto, o anche solo per usarle.

Il rifugio per tutte loro sarà un giardino che avrà anche la
doppia valenza di luogo dell'esilio.
Qui, ognuna di loro ritroverà quel tassello mancante per riprendere
o sospendere del tutto il proprio cammino (il canto, un letto su cui
riposare, l'ascolto, il silenzio).

 

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