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venerdì 9 gennaio 2015

Pigro, come un gatto e di più

"Non è facile rendersi conto che la propria madre è una persona poco intelligente" mi ha detto tanti anni fa il figlio di una signora che sguivo per lavoro.
Si chiama consapevolezza.
Tra tutte le fortune che so di avere avuto nella vita c'è anche questa, sapere che i miei genitori non mi hanno "tradito", nel senso che tali pensavo che fossero e tali si sono sempre rivelati, mostrandomi anche il mondo esattamente per come è o, per lo meno, per come lo vedevano loro, in maniera molto onesta.
Certo, c'era un certo bisogno di apparire e di salvare la faccia quando c'era il confronto con i figli degli amici (nessuno dei quali è stato bocciato a scuola, tanto per dirne una) ma con una sorta di orgoglio filiale ho sempre apprezzato la sofferenza silenziosa di mia madre e di mio padre che non mi hanno mai rinnegato per non essere il figlio che forse si aspettavano (anche come scelte di vita) e che sicuramente aveva disatteso le aspettative degli inizi.
In cuor mio, mi auguro che il tempo abbia dato loro ragione.

Ma se sono quello che sono, dico, non è per merito mio.
Oggi in radio parlavano di occasioni perse e la maggior parte di chi interveniva telefonando, parlava di storie amorose non realizzate.
Cristo santo, ho pensato, potrei chiamare e tenerli al telefono una mezz'ora.
E mi sono ricordato di quella ragazza della quarta G che, di ritorno dalla serata danzante durante la gita scolastica a Siena (avevamo perso l'autobus del rientro) mi aveva tenuto per mano per tutto il tempo. Era buio ed io nemmeno ricordo che faccia avesse. Onestamente forse non mi ha detto neppure il nome. Ma se oggi avesse chiamato dicendo che aveva tenuto per mano un ragazzotto per dieci km e questo pirla nemmeno l'aveva guardata, le avrei dato ragione (sul pirla).
Poi quella volta, sempre in gita scolastica, dove un gruppo di compagni rubò da uno scatolone delle magliette dell'Università di Ferrara. Quando gliele vidi indosso chiesi se ne avevano presa una in più e loro mi dissero, vattela a prendere. Non ci andai. Per paura, credo.
Fatto sta che sono stati beccati un attimo dopo e ricordo con lo stesso disagio di allora, gli occhi del prof di inglese che diceva: "Gaetano, e tu? Sicuro?"
Ed io non avevo rubato niente ma glielo avrei detto che se Andrea ne avesse rubata una in più sarei stato colpevole tanto quanto lui.
Poi a pensarci Andrea ha due lauree e anche gli altri non hanno passato la vita in riformatorio.
Ho saputo anni dopo che i professiori mi hanno sempre considerato colpevole e che nella mia bocciatura di quell'anno c'era anche la frustrazione per non avermi beccato con le mani nel sacco.
Se fosse vero, e le insufficienze che avevo non hanno aiutato, e posto che non ho nessun tipo di rimpianto, ho pagato decisamente più di quella che era la mia colpa. Un po' come se mia moglie mi mollasse perché penso che la sua amica potrei trombarmela.
Però, insomma, sono tutti episodi che in qualche modo hanno determinato il mio futuro (che poi è il presente).
Non ho mai rubato nulla, non mi sono mai fumato una canna, non ho mai tradito mia moglie.
Ma non mi considero virtuoso. Penso di essere pigro, soprattutto. O forse, a voler darsi un tono a tutti i costi, non le ho mai considerate cose importanti al punto di alzarsi dal divano per farle.
Oggi come oggi, l'unico valore che vorrei trasmettere ai miei figli è la pigrizia. 

Buon week end a tutti

venerdì 10 ottobre 2014

Prendiamoci un 4


Io di 4 ne ho presi una valanga, al liceo. Voi no?
Per un periodo della mia vita addirittura arrivare a 4 pareva già un risultato.
Ricordo ancora, con lo stesso magone di allora, la consegna del primo compito di latino corretto in terza superiore.
La premessa della vecchia insegnante fu: “È andata piuttosto male, ho tolto un voto ad ogni errore ma ad un certo punto ho dovuto fermarmi per darvi una chance di recuperare durante l'anno. Se non fosse il primo compito che faccio con voi e non vi scontassi almeno le colpe del professore che mi ha preceduto, sarei andata sotto zero senza pietà. Parto dal voto più basso: El_Gae”.
Ecco!
Avevo preso uno. #1#
Da lì è stata una lentissima risalita durata ben 29 compiti scritti, passando per una bocciatura l'anno successivo e un cambio di insegnante per arrivare ad un inaspettato quanto meritato 7,5 al trentesimo compito. L'ultimo della quarta liceo.
Capirete che con un curriculum così, quando l'insegnate, stavolta più giovane e comprensiva, mi disse che una sola sufficienza non poteva bastare per rimettermi completamente in pari e avrebbe voluto ritestare il mio progresso, ma non con l'orale, disciplina in cui me la cavavo abbastanza bene, ma con lo scritto, mi prese il panico e per la prima volta sconfinai nell'illegale copiando il successivo compito, pensato ad hoc per pochi fortunati, praticamente da capo a piedi.
Va ben, ma non volevo fare coming out sui miei trascorsi scolastici.

Parlavo di progressioni lente, di traguardi.

Mancano 15 giorni esatti alla Maratona di Venezia.
Domenica scorsa, con un paio di compagni di merende ci siamo sparati i 35 km di quello che in gergo si definisce “il Lungo”; che non è uno dei bravi cowboy ma l'allenamento sulla distanza. È intuitivo, in effetti. 
Panorami "Lunghissimi" al sorgere del sole
 
Le gambe girano benissimo sul serio, i quasi 14 kg persi si fanno sentire.
Così mi è venuta un'idea bizzarra: forse riesco a stare sotto le 4 ore.
No, mi dico un attimo dopo, non ce la posso fare. Tieniti le 4,30 come obiettivo ed accontentati.
Ma poi mi faccio tutti i miei conti: ci siamo fermati un paio di volte che si poteva fare a meno, ai ristori ottimizzo mangiando velocemente o camminando più forte... insomma...
Potrebbe non essere impossibile.
Chiaro è che, essendo andata la precedente esperienza abbondantemente sopra le 5 ore, qualsiasi timing che inizi per 4 andrebbe comunque bene.
Ci pagano uguale, direbbe mio suocero, anche se arriviamo a 4,15.
Però, vuoi mettere?
Va ben, la cosa migliore è provare a vedere come girano le gambe quella mattina e come starò durante la giornata. Andando in progressione, appunto, come con i compiti di latino. Certo, senza lo stress dei compiti di latino, possibilmente.

Poi, visto che c'è in giro un sacco di brava gente, ma sul serio, ho fatto anche un ultimo pensierino su Occhio al Nikio. Senza i clamori dei primi tempi o del botto fatto al concerto, il nostro piccolo conto ha continuato a salire piano piano, arrivando oramai in prossimità del 2000 € tondi tondi.
Mi chiedo: ma in 15 giorni ce la faremo ad arrivarci?
Dai! Che qui, a differenza delle 4 ore, il risultato ha davvero un valore.

venerdì 19 settembre 2014

È morta zia

Alle volte mi chiedo se aver iniziato a correre e dimagrire seriamente a quarant'anni non sia come seminare un campo sapendo che non si potrà fare il raccolto.
Nel senso che mi sto rendendo conto che sto investendo sul nulla, che facilmente la boa è stata girata e che, in ogni caso, e questa è la cosa più triste, nulla mi dà certezze che il mio futuro sarà di sicuro migliore.
Che ve lo dico a fare?
Lo sapete tutti, da sempre, come me.
Eppure da quando sono padre sono molto più sensibile a tutto. La malattia mi spaventa molto di più, quella dei bimbi, quella di Silver e quella mia (in ordine di importanza).
Ma allora chi te lo fa fare?
Compagnia, credo.
E gusto per la sfida che non si è ancora sopito, anche.
Fino a ieri avrei risposto così.

Poi ieri sera, verso le undici mi chiama mamma e mi dice che è morta zia.
Stava male da un po'.
Male da morire, intendo.
Mentre male e basta lo stava già da prima, da quando era morto il marito, tanti anni fa. 
Era obesa, la zia, tanto obesa, credo avesse superato i 150 kg, e da anni non usciva praticamente di casa se non per andare in ospedale.
Ho sempre vissuto con senso di colpa il fatto di non andarla a trovare spesso. Eppure davanti a casa sua ci passavo, ci avevo anche abitato vicino, un paio di anni fa.
Dopo che era morto zio non ce l'aveva fatta ed aveva trovato il suo modo per farsi coccolare dagli altri: compatirsi e farsi accudire, lasciando via libera a quella brutta faccenda che è la depressione che l'aveva trasformata nel fisico e nell'animo.
Il destino, inoltre, le si era accanito contro, incatenandola a quelle gambe sformate fino ad ottantacinque anni.
Ed io andavo pochissimo a trovarla; forse ho sempre avuto paura di riconoscere in lei il mio specchio, in uno dei tanti futuri possibili.
La depressione non dipende solo dalla causa scatenante ma come diventerei io se ad un certo punto non avessi più Silver? Se succedesse qualche cosa ai bambini?
In fondo era mia zia, una parte dei miei geni è uguale ai suoi; il dottore chiede sempre: "Tumori in famiglia? Malattie cardiache in famiglia?" 
Così ieri mi sono dato una risposta, credo: la mia corsa è un rifiutare questo scenario, qualsiasi cosa succeda, allenandomi ora che non serve, e sperando che non serva mai, mostrando ai figli che è comunque meglio curasi anche di sé stessi.
Forse esagero, non so... La verità è che è già qualche anno che temo l'inizio di questa fase della vita, quella in cui anche le persone che mi erano tanto care da bambino iniziano a salutarmi.
Che il passo ti sia finalmente lieve, cara zia, che tu possa reincontrare l'uomo della tua vita e ridere come facevi da giovane, quando speravo che vi fermaste a cena da noi, nelle buie domeniche d'inverno. 

venerdì 12 settembre 2014

Il Cinema secondo mamma

Non voglio stare qui a tediarvi ancora con la storia della corsa alle 5 di mattina. Perché, oltretutto, non è che ci vada neppure tutti i giorni e non sapete quante volte capiti che ci si giri dall'altra parte.
Bene, dopo questa premessa, che serviva più che altro a rasserenare lo psichiatra, volevo parlarvi dei film in tv.
Una delle cose che apprezzo del ritorno alla routine autunnale è la riconquista del dopo cena come spazio personale o di coppia.
Perché d'estate, poveri bambini, non è che li puoi mettere a letto alle 9 che fuori c'è ancora luce (dire sole pare esagerato, vista l'estate che è trascorsa) e poi al mattino possono anche dormire di più.
Il problema, se di problema vogliamo parlare, è che se poi al mattino punti la sveglia alle 5 non è che ti puoi tanto attardare a leggere o guardare la tv (che poi la tv estiva te la raccomando).
Mentre in autunno/inverno alle 9, a dio piacendo, puoi essere già spaparazzato sul divano. Non male.
C'è un piccolo problema: i film iniziano tardi e se si va a letto alle dieci e mezza, si e no che si arrivi alla fine del primo tempo.
Ieri sera ero lì, che mi guardavo un film sull'11 settembre, sapendo che non avrei mai finito di vederlo e mi sono tornati in mente, a tradimento, le colazioni con mia madre di tanti tanti anni fa.
Per inciso andrebbe specificato che io le colazioni con mia madre credo di averle condivise al massimo fino alla quinta elementare perché già alle medie col cazzo che si alzava alle sei per prepararci, dato che lei lavorava sotto casa e noi s'aveva il bus alle 6,40 in piazza.
Comunque funzionava così: alla sera facevano un bel film, no?

All'epoca il TG finiva alle 20,30 ed il film iniziava subito: "wondiundà! Didè didù dudà" La sigla di "lunedì film" cantata da Lucio Dalla.
Niente pubblicità, poi aggiunta solo alla fine del primo tempo (non come ora che è in mezzo alle scene di maggior pathos).
Senonchè alle 21,30 cascasse il mondo, si doveva andare a letto. "Tanto manca poco e domani te lo racconto io".
Ok!
Il giorno dopo, davanti al barattolo di ovomaltina o nesquik (no sta esagerare) e dei biscotti secchi (quanti ghin gheto messi?) mamma dava saggio del suo incredibile ermetismo narrativo raccontando i finali.
L'incipit era comune a tutte le pellicole:
"Dunque, fin dove gheto visto?" (Fino a dove hai visto il film?)
Per poi svisare a seconda della trama.
Ricordo nell'ordine:
  1. "L'incredibile Hulk" (pilota della serie tv): "alla fine il poliziotto, lì, trova il giornalista e gli dice: ma allora? La storia di Hulk? La storia di Hulk?"
  2. "La Grande Guerra" (di Monicelli): "cercano il volontario ma fanno un passo indietro e vengono mandati in missione. Alla fine i tedeschi li trovano e loro quasi confesserebbero ma poi hanno amorproprio e non lo fanno. Solo che il film finisce con il generale che dice che erano sfaticati" 
  3. "The day after": "Era tutto distrutto e il vecio, lì, torna a casa e trova della gente e si arrabbia, ma alla fine li abbraccia" 
  4. "War Games": "trovano lo scienziato e risolvono il problema" (in effetti non era facile entrare nel gergo informatico negli anni ottanta). 
Insomma, negli anni successivi, vedendo finalmente i finali dei film, riscoprivo contorni e sfumature completamente nuove ma non ho mai pensato che mia madre fosse una pessima narratrice. Un po' come per le fiabe, che ciascuno le racconta a modo suo, aveva un suo codice per svelarmi il finale dei film lasciandomi anche la sorpresa per quando lo avrei visto davvero.
Ed oggi, quando spengo la tivu alle 22,30, con il film che è arrivato più o meno allo stesso punto, vado a letto che quasi riesco a sentire ancora il profumo del latte con l'ovomaltina.

Continuate a passare da Occhio al Nikio. E non badate alle percentuali, la settimana prossima vi spiego.

mercoledì 6 novembre 2013

Esci da questo corpo


Voi credete nel demonio? No, non in tutte quelle manifestazioni della crudeltà del genere umano che molti imputano al diavolo. Dicevo proprio al Demonio con la D maiuscola; Belzebù, Lucifero, Pape Satan, Scalfutro.
Io di mio ne farei anche a meno ma ci sono storie che fanno vacillare le mie certezze.
Tantissimi anni fa, nell'estate fra la prima e la seconda media, in parrocchia organizzarono il primo Camposcuola della storia del mio paese. C'erano una suora ed una educatrice e, a memoria, una ventina di ragazzini in tutto.
Ad onor del vero, il ricordo più terrificante di quella esperienza non è legato al diavolo ma al bagno. Il mio intestino, come il Real Madrid anni '80, ero infallibile in casa, ma a disagio fuori casa. Più che il mio intestino, io proprio. Non mi piaceva farla in bagni dove venivano a bussare ogni 12 secondi.
Così, verso il giovedì (si era partiti il sabato), devastato dai dolori, mi sono deciso ad affrontare la minaccia turca. Feci (è proprio il caso di usare il passato remoto) quello che dovevo fare, tirai l'acqua e me ne fuggii. Senonché, dopo circa dieci minuti, tutto il gruppo delle ragazze, erano in corridoio a sbellicarsi dalle risate. Nella fretta non avevo controllato che lo sciacquone avesse fatto il suo dovere ed uno stronzo (inteso anche come giudizio morale) di venti centimetri si era puntellato sul fondo della turca e faceva cucù al mondo dalla sua finestra di ceramica. Umiliato come solo un adolescente può sentirsi quando viene deriso come solo delle adolescenti sanno deridere, mi servirono svariati minuti e imprecisati litri d'acqua per ridurlo alla ragione. Una parte del mio ego è rimasta dentro quella porticina di legno scrostata. Credo di non averne mai parlato fino ad oggi.
E di per sé non ne volevo parlare neppure ora, io volevo parlare di diavolo ed esorcismi.
Perché il secondo racconto più terrificante di quel soggiorno fu quello che ci fece una fredda sera di pioggia, davanti al camino acceso, un sacerdote che era venuto a trovarci (ok, pioggia e camino sono una licenza poetica).
Ci raccontò della sua esperienza come esorcista. In una casa continuavano a succedere cose strane: gli oggetti venivano trovati “marchiati” da uno strappo a forma di fulmine. Preciso identico, sia che si trattasse di scarpe che di giochi dei bimbi, cartoni del latte, ecc.
Quel prete era un figo e non avevo motivo di non credergli. Anche perché il suo racconto fu molto meno crudo di quello che più o meno tutti avevamo visto (censuratissimo, all'epoca) nel film di Friedkin: avevano pregatopregatopregatopregatopregatopregato (inspirare) pregato. 
E tutto si era risolto.

E la vita torna felice e tranquilla, nel suo tran tran.
Senonché, proprio come lo stronzo di cui sopra, questo racconto mi torna spesso in mente, soprattutto quando da casa nostra scompaiono inspiegabilmente degli oggetti che non vengono mai più ritrovati... 
(si ode in lontananza, sfumando, una sinistra risata)
                                                                                                                          to be continued...

martedì 17 settembre 2013

Tutti Concordi


Il dizionario di casa mi dice, leggendo alla voce concordia, che trattasi di accordo di idee, di sentimenti e di comportamenti. Poco più sotto parla di un'erba officinale che, secondo un'antica credenza, salvaguardava la pace domestica di chi la coltivava.
Quando stamattina, leggendo i giornali ho trovato un sacco di commenti dei politici entusiasti per aver tirato su la concordia ho pensato immediatamente che il governo avesse finalmente trovato degli accordi solidi, non basati su assurdi e stupidi ricatti. Ho pensato alla conclusione incruenta della questione Siriana.
L'ho sperato, più che altro.
Ma è stato un'attimo, un'illusione.
Forse mi ha fuorviato i riferimenti ad un morto di figa che ha affondato una cosa che doveva invece governare. Mah!?

Comunque l'immagine del relitto che ho visto rimuovere mi ha fatto- pensare a quando ero bambino.
Almeno una volta all'anno si andava a trovare la Zia Suora in Toscana e c'erano tutte queste tappe fisse che si aspettava di trovare lungo la strada.
Capisco solo oggi, da padre, che era la tecnica usata dai miei genitori per evitare di sorbirsi 350 chilometri di “Sono stanco! Quanto manca?”
Per tre figli.
Così c'era la prima tappa, lo stadio del rugby del Petrarca Padova (“Papà vediamo la porta da rugby, manca poco, vero?” “Insomma, dai dobbiamo ancora arrivare a:”)
I palazzoni di Bologna, che se è bel tempo si vedono anche le torri, le gallerie, la più lunga era circa 3 chilometri, i grandi viadotti appenninici (to-ton, to-ton, to-ton).
E poi sulla destra, mi pare, subito dopo un tunnel c'era lui: il senso del viaggio, la meraviglia dei bambini.
Un treno passeggeri deragliato, quattro o cinque vagoni appesi alla collina, poco prima di un ponte di mattoni e pietre.
Alcune carrozze erano rovesciate completamente, altre sul fianco, tutte piuttosto malconce.
Seppi anni dopo che si trattava di uno degli incidenti ferroviari più gravi della storia italiana: il disastro di Murazze di Vado. 42 morti e oltre un centinaio di feriti.
Per anni quei vagoni sono rimasti appesi a quella collina, sfidando ogni legge di gravità e lasciando a bocca aperta miglia di bimbi che viaggiavano sull'Autostrada del Sole. 
Il bambino non si chiede quante persone sono morte e neppure come sia successo. Per un bimbo il treno è una meraviglia. Dei vagoni lungo una scarpata sono meglio di un avvincente film western.  
Poi un giorno il treno scomparve.
Mio padre cercò di rassicurarci: “Mi sa che è dopo la prossima galleria”. Ma in un attimo ci accolse Firenze. Avevano rimosso i resti dei vagoni.
Nessuno ne aveva dato notizia, per lo meno non con il clamore che in questi giorni si dà alla rotazione della Concordia. Forse c'erano meno cose dalle quali sviare l'attenzione. Magari c'erano semplicementi meno mezzi di comunicazione.
Qualche tempo dopo la Zia Suora venne mandata in Umbria e noi cambiammo strada. Per noi bambini l'A1 non aveva più senso di essere percorsa.

lunedì 12 agosto 2013

Santiago de Compostela 2003. Un cammino che dura da 10 anni


12 Agosto 2003, mancano pochi minuti a mezzogiorno.
Le cornamuse ci accolgono in Plaza de Obradorio, il grande sagrato antistante alla basilica di San Giacomo dopo quasi 800 chilometri in sella alle biciclette.
El Camino arrivava quindi alla meta dopo un viaggio faticoso e meraviglioso.
Un viaggio in cui abbiamo mangiato e bevuto, soprattutto male, ma anche bene, conosciuto persone, imbarcato compagni di viaggio e perso di vista altre persone che magari andavano più forte o più piano di noi. Abbiamo imparato barzellette, patito il sole e preso la pioggia, dormito dove e con chi capitava.
Un viaggio dove ci siamo malati e poi guariti, dove abbiamo perso la strada e l'amore e li abbiamo ritrovati, siamo caduti e ci siamo rialzati.
Abbiamo capito che per comprendere non serve sapersi spiegare, è sufficiente qualcuno che abbia voglia di capirti. 
Un cammino in cui abbiamo capito che, per quanto possa essere importante e bella la meta a cui vogliamo arrivare, non si può prescindere dalla bellezza, anche dura, del viaggio che ci porterà ad essa.
Quei nove giorni sul Camino sono stati, in fondo, la metafora di questi ultimi dieci anni.
O forse, sono la metafora di tutta la nostra vita.

















A Silvana, Elisabetta, Elena, Stefano, Damiano, Massimo, Chiara ed Ivo. Ed anche a Max e Fabiano, trovati sulla strada.

martedì 4 giugno 2013

più dei biglietti senza ritorno dati sempre alle persone sbagliate


Mi chiamo El_Gae e sono quindici giorni che non cerco di “appartenere”

Che è anche vero, per quello. 
Solo che è faticoso.
Da ragazzo ci perdevo i sentimenti, sull'appartenenza: c'era il gruppo fico, quello che avevano la morosa o che comunque ogni tanto limonavano e c'erano i secchioni sfigati e nerd.
M. ed io eravamo borderline, né sufficientemente bravi da essere nerd né abbastanza fighi da essere limonatori (ahimè). 
Una forma assolutamente innovativa ed originale di sfiga. 
Va da sé che stando in mezzo al guado e dovendo decidere quale sponda raggiungere ci si fiondava su quella dei limonatori. Perchè con un compagno pianista avevo anche provato a trovarmi per suonare insieme ma non funzionava. Non poteva reggere un gruppo in cui il figo dovevo farlo io.
Ma poi si capiva che non poteva funzionare neppure con i limonatori, no? Non basta mettersi una giacca colorata per diventare Formigoni (chi trova una metafora peggiore di questa vince un premio).
Così, anche se da fuori potevo sembrare incluso, non mi sentivo a mio agio, non mi ci ritrovavo (non limonavo, baideuei). 
Una volta il gruppo figo rubò delle magliette dentro al Castello degli Estensi di Ferrara. Nell'ilarità generale mi ero sentito stupidamente escluso per non essere stato coinvolto nell'operazione ed avevo anche chiesto: “Ne avete una in più?”. 
Non ce l'avevano
Smascherati i quattro compagni furono sospesi per una settimana. Ricordo il prof di inglese che mi guardò insistentemente per vari minuti ed alla fine chiese: “E tu, sei sicuro di non centrare nulla?”
Ed io mi sentii una merda. Perchè se era vero che non avevo rubato nulla, era vero anche che se un ladruncolo zelante ne avesse presa una in più io sarei stato coinvolto ne più ne meno.
Non sono mai stato bravo a celare le emozioni; credo che il prof avesse letto nei miei occhi il senso di colpa. Probabilmente si ricorda di me come quello che l'ha fatta franca.
Chissà cosa avrebbero pensato i miei? Chissà cosa pensano, ora che lo leggono e non l'ho mai raccontato a nessuno, nemmeno a me stesso.

Ora che sono padre mi vergongo nel ricordare questi episodi. Mi chiedo spesso cosa penserei dei miei figli se venissero coinvolti in un episodio come questo. Cattive compagnie, il branco: facile a dirsi.
Nessuno di quei “ladruncoli” era figlio del disagio sociale (si dice ora). Erano tutti figli di ingegneri, imprenditori, insegnanti. Per carità, è stata una bravata e la lezione è servita, nessuno di loro ha fatto la classica “brutta fine”.
Ma i miei figli, i miei!
Come potrei stigmatizzare il loro comportamento se seguissero i compagni in qualche stupida bravata, se conosco quella debolezza, perchè l'ho provata?
Ed è sufficiente sperare che una cerchia di amici selezionata possa aiutare a prevenire? E chi sono io per selezionare? In virtù di cosa?
A volte spero che si bastino fra di loro, che tre sia già un buon numero, che il loro volersi bene li tuteli dal bisogno di essere altro, di essere altrove.
A volte li vorrei portare io, altrove, per salvarli dagli inciampi della strada.
A volte prego di avere la forza di stare qui, alla finestra, a salutarli e lasciarli andare. 



questo post partecipa al blogstorming di Genitori Crescono. Per l'occasione nel post ho anche usato il passato remoto (almeno credo).  

giovedì 16 maggio 2013

Le mie Colonie (cap 2)


Mi stupisco sempre di quanto poco siano tenuti in considerazione l'olfatto ed il gusto... Come sensi, dico. Eppure, molto più della vista e dell'udito riescono a lavorare a contatto con l'anima, a risvegliarla, nei ricordi più lontani.
C'è l'odore di spazzatura che marcisce al sole, ad esempio, che io associo positivamente ad una vacanza al mare di tantissimi anni fa, la prima volta che ho visto un cassonetto. O quella particolare essenza di muffa, che c'era solo nella stanza dove nonna lavorava le verdure appena raccolte. O la carta ingiallita, che fa tornare in mente quella baracca che c'era in fondo all'orto, con quel vecchio armadio pieno zeppo di gialli mondadori. O il fieno di quando si aiutava lo zio nei campi e una volta mi sono anche incrinato la costola che quasi, ora, a sentirne l'odore, avverto una fitta al fianco.
Così mi capita con il dentifricio dei bambini. Quello caramelloso, dolciastro... impossibile, adesso, da grande. Eppure, se lavando i denti ai bambini me ne scappa sulla mano e mi lecco le dita, è come se entrassi nella macchina del tempo.
C'era questo tubetto blu e nero con disegnato Paperino.
Eravamo in colonia in montagna.

È incredibile quante cose possano cambiare da una esperienza terribile come quella del mare mettendoci solamente di mezzo un anno, un paio di centinaia di chilometri di latitudine e qualche metro slm.
Pensare che i presupposti erano gli stessi: famiglia impossibilitata a muoversi.
Ma le madri (la mia e la gemella zia), rose dai sensi di colpa per la dorotea prigionia dell'anno precedente, il secondo anno l'hanno pensata meglio: motagna. E non solo i due primogeniti: anche i secondi, all'insegna del mal comune mezzo gaudio, che eventualmente si facessero compagnia fra di loro. Il mio fratellino, oltretutto, all'epoca soprannominato “Ba'otea” (lett. Palletta, per via delle guanciotte alla Arnold), era clamorosamente fuori età, frequentando ancora l'asilo. Non so come, le gemelle terribili siano riuscite a corrompere il povero Don Luciano: ruspio e dolce, come solo gli uomini di montagna sanno essere, responsabile del campo.
Però è andato tutto bene. Benissimo anzi.
Come per il mare, più che di veri ricordi, si tratta di flash, di suggestioni. Ricordo il sorriso dagli occhi verdi della nostra animatrice, ricordo la sfida con la CIF, la colonia rivale, colpevole solamente di essere dirimpettaia, la scarpinata al Cimone, sui luoghi della Grande Guerra. Ricordo il bambino che ci intratteneva a cena soffiandosi il naso con le fette di prosciutto per poi mangiarle a mo' di involtino. Ricordo Erwin, mi pare si chiamasse così, unico superstite dell'esperienza dell'anno prima, un ragazzino biondissimo, forse albino, che stava sempre da solo e una volta si è anche perso. Ricordo che non ho mai dovuto seguire mio fratello che tanto lo avevano addottato tutti, così estroverso com'era. Ricordo il falò di fine campo: “È l'ora dell'addio, fratelli, è l'ora di partir”, la prima volta in vita mia che ho dovuto nascondere le lacrime.
Arrivederci, allor, fratelli. Arrivederci si”

giovedì 9 maggio 2013

Colonia Penosa

È ora di iniziare a pensare alle vacanza.
Un po' perchè è uscito finalmente il sole, dopo mesi di monsoni un po' britannici un po' scassamaroni.
Un po' perchè i bimbi danno parecchi segni di stanchezza: "Possiamo stare a casa oggi?"
Un po' perchè siamo stanchi anche noi: a filare come matti. Maggio poi è un mese terrificante qui, con chiusure di bilanci e tutti questi argomenti economici che per fortuna c'è qualcuno che ci capisce perchè io manco di zero.
Vacanze, si diceva.
Farà meglio la montagna o il mare ai bimbi?
E giù a discuterne vuotamente per ore.
Inevitabile che torni il ricordo che ancora turba i miei sogni di vegliardo (cit.)
La Colonia al mare.

La Colonia è un'istituzione giustamente scomparsa, probabilmente resa illegale assieme al fascismo che molte cose aveva in comune.
Ma quando io ero alle elementari, in prima elementare, per essere precisi, c'era tutto un fiorire di Colonie: sineddoche per indicare un soggiorno presso una struttura architettonicamente di pessimo gusto sita in prossimità di sfigatissimi luoghi di villeggiatura. Obiettivo della Colonia? Credo abbassare l'età media del paese al di sotto dei novant'anni almeno per la durata del soggiorno.
Di solito erano organizzati dagli ordini religiosi o dalla diocesi stessa.

Noi, con la famiglia, eravamo sempre andati al mare. A Caorle, in una minuscola casupola con le persiane rosse, che era uguale uguale ad una vicina che però ce le aveva blu, che si affittava assieme agli zii.
Ma quell'anno era nata da poco mia sorella e mio nonno era stato male ed era costretto in sedia a rotelle. Così mamma era bloccata a casa. Mia zia era più o meno nelle stesse condizioni, per cui io e mio cugino dritti in colonia. Al mare, perchè avevamo fatto un corso nuoto.
Mi pare che il soggiorno fosse durato un mese. O forse quindici giorni che parvero un mese, non ricordo.
La Colonia era gestita dalle suore delle SS  Dorotee. Svariate volte al giorno bisognava adunarsi in cortile, in fila per uno a pregare o a ricevere la posta. Solo l'idea che per un soggiorno si potesse ricevere la posta dà l'idea di quanto fuori dal mondo si fosse. A me arrivò solo una cartolina ma la zoccola vestita di bianco sbagliò l'accento del mio cognome ed io non andai a prenderla.
Ogni pantaloncino, felpa, paio di mutande o calzini doveva avere un numero rosso attaccato con ago e filo. Il mio era il 29.
Da piccolo non mangiavo le verdure, fatica che ritrovo in molti bimbi, i miei compresi. Di certo la pedagogia ci ha insegnato che non è sforzandoli che impareranno. In Colonia anche non ti sforzavano. Ti costringevano.
Ancora oggi non riesco a mangiare il cavolo cappuccio. Troie le Dorotee.
Per fortuna riuscivo a passare sottobanco il cibo che non mi piaceva a mio cugino, di un anno più grande e quindi protettivo nei miei confronti (oltretutto è una specie di bidoncino dell'umido che mangia qualsiasi cosa).
Ma le due cose che più porto nel cuore, come cicatrici indelebili, sono il bagno in mare e la visita dei genitori.
Il bagno, motivo che aveva guidato la scelta verso il mare, cazzo, eravamo dei nuotatori provetti, si faceva una volta a settimana. Ricordo che una volta è piovuto e si è saltato una settimana. Perchè recuperare il giorno dopo se si può farne a meno?
Il bagno consisteva nel togliere il nastro rosso e bianco che chiudeva la nostra spiaggia da un lato, quello dove non c'erano le reti metalliche, e aprire l'orizzonte fino al successivo nastro rosso e bianco, una decina di metri più avanti. Conoscete il litorale veneto? L'acqua ti arriva alle caviglie fino a quasi in Yugoslavia.
Immaginatevi un fischietto da arbitro che suona, un centinaio di bambini assiepati in pochi metri quadri d'acqua alle ginocchia. dieci minuti, forse. Triplice fischio, tutti fuori bagno finito.
A metà soggiorno, dopo due settimane, i genitori potevano venire a contatto con i prigionieri bambini: potevano stare dietro la rete metallica. Credo di aver passato la mattina con le dita dentro ai buchi della rete.
Io ora ci scherzo su... credo che se mia madre leggerà queste righe forse farà fatica a trattenere la lacrima.
E un po' te lo meriti, mamma.
Peccato che non lo leggerà nessuna di quelle troiacce vestite di bianco.

lunedì 6 maggio 2013

Distacchi

La prima volta la vidi una decina di anni fa, che ero in crisi con la morosa.
Aveva un'eleganza disinvolta, per niente impegnativa. Di quelle che ti mettono a tuo agio e ti fanno capire che non ci perdono tempo dietro e non chiedono a te di perderne. Giusto qualche particolare d'oro, nulla di eccessivo. 
Me ne innamorai subito, dopo il primo abbraccio.
Si, di solito non mi lascio andare all'approccio fisico, sono piuttosto timido ma è come se fosse scattata una molla.
Non ho mai creduto ai discorsi sulla compatibilità fisica, ho sempre creduto che contasse poco. Invece
Ci attrasse la comune passione per il jazz ed il blues; passione vera la sua... direi quasi di più: il jazz ce lo aveva dentro e fuori: emergeva da qualsiasi lato la si guardasse. Il contatto fisico è stato quasi elettrizzante: un fremito.
"Ho sceso dandoti il braccio più di un milione di scale", quante scale assieme, amica mia. Quanti ricordi... quanto ho brillato della tua luce riflessa.
Mi ha accompagnato anche in concerti importanti, ogni graffio sulla pelle è un ricordo assieme. 
Ma poi qualcosa si è rotto. Quella passione che era in fondo solo affinità fisica non poteva durare. Il jazz non poteva durare. Lei è stata anche brava, volenterosa... ci ha provato con il folk, con il rock. Ma non era nella sua natura. Non ama le distorsioni, lei, e nemmeno i testi impegnati.
Mi sono preso l'ultimo lungo abbraccio domenica scorsa. Poi l'ho lasciata partire.
Buon viaggio, e buon jazz.
Spero che troverai qualcuno che sappia dimostrare al mondo quanto vali

no, va beh, non è che volessi fare il sentimentale... è che non avevo mai venduto una chitarra prima d'ora

venerdì 26 aprile 2013

F

F è morto.
Lo hanno trovato l'altro giorno i volontari dell'albergo cittadino (così si chiama il ricovero notturno per senza tetto).
Da anni aveva problemi di droga  e, conseguentemente, con la giustizia.
Giusto il giorno prima era stato protagonista di un goffo tentativo di rapina fermato alle casse di un supermercato da un pensionato.
Più una vittima che un carnefice recitava, più o meno, il Giornale di Vicenza di ieri.
Non posso dire di averlo conosciuto, lo ricordo assieme ai fratelli ad un soggiorno "in colonia" di tanti anni fa.

Parlerò in futuro delle esperienze in colonia: al mare, terribile, il primo anno, in montagna, bellissima, l'estate dopo.

Proprio in montagna c'erano F e almeno uno dei fratelli oltre ad un numero imprecisato di cugini (anche la mia memoria comincia ad abbandonarmi).
Mi ricordo però di lui perchè era stato il mattatore di uno dei momenti più esaltati: la partita di calcio tra la CIF e La Fanciullo Gesù, le due colonie dirimpettaie, divise da una piccola valle. La sera ci si metteva in cortile, approffittando della distrazione delle animatrici a urlare canzonacce da stadio sperando che il vento portasse la "buona novella" ai "nemici" "Che spussa, che tanfo, la CIF entra in campo! Che aria pulita, la CIF è uscita". 
F, calciatore proveniente da una famiglia che il calcio era il companatico, ha segnato due gol. Era, credo, alle medie, all'epoca. Le ragazze più grandi sono corse tutte ad abbracciarlo alla fine della partita... "Piano, che sono tutto sudato", se l'era un po' tirata lui.
Nonostante fossi piccolo e non capissi una mazza dei rapporti tra i sessi, ricordo di averlo invidiato ed ammirato.

L'ho reincontrato solo molti anni dopo, già consumato dalla dipendenza.
Ma io, anche oggi che vedo la sua foto sul giornale, non riesco a fare a meno di pensare a quel ragazzino che esultava scuotendo la sua maglia gialla.
"Che aria pulita la CIF è uscita"