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lunedì 21 ottobre 2013

Non sono più buono a parlare italiano


Xè sempre più dificile, no?
Perché io una volta parlavo anca bene in italiano, par quello.
Accento forte finché te vuoi, ma parlavo proprio pulito.
Invece adesso, quando sono dietro a parlare, l'accento si tira dietro i termini e gli intercalare e anche le frasi intraducibili, che però le traducco istesso, no?
Credo sia parché al lavoro si parla solo dialeto. Credo! I ragazzi qui parlano dialeto. I colleghi parlano dialeto. Le riunioni, anche quele importanti, si fano parlando dialeto.
Non è mica facile sentirsi academici della crusca, se tutto intorno a te, oltre ad Ennio Doris, c'è gente che parla solo dialetto, sa?
Che qui in veneto, avrebbe deto mio nonno, la crusca serve solo par iutarte a 'ndare.
E così, eco, si infila dentro tuti i discorsi, diremo, gli intercalari, tipici, diremo, della parlata vicentina, diremo. E, go dito, tutte quei rafforzativi che di solito, go dito, si usano, go dito.
Par non palrare dele dopie che è proprio dificile sentirsele in testa e ti scapa di farle sbrissiare via, sensa baterle mai. Anche cantando. Anche in chiesa, che l'osana non ha la doppia s, semai la dopia a di Osaana.
E gli sbissioni appunto, su parole dialettali tradotte. Che si dice Sbrixion e lo traduci sbrissione ma mica lo sanno i foresti, che significa scivolone. E anche “amore, strucca il bottone” che sarebbe premi il pulsante, no?
E le zeta che son xeta, e le “a” larghe e le “o” strete.
O i refusi, tipo mi inaccorgo ora che non so più buono a parlare italiano, perché lo devo insegnare giusto ai piccoli, diremo. Ma come la imparano la lingua ste pore stele se il papà continua a svarionare che pare un pensionato che gioca a carte alle Acli di Cesuna nel 1935?
Che stemo qua a guardare i congiuntivi ma sarebe già qualcosa che mancassero solo quelli.
E, niente, dovrò concentrarmi di più, rileggere quelo che scrivo, pensare di più prima di aprire bocca.
Sono dietro a cercare di migliorare.