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mercoledì 17 febbraio 2016

Correre fa bene. Se

Che correre faccia davvero bene alla salute è al vaglio degli inquirenti.
Se si tratta di lunghe distanze, poi, lasciamo perdere.
Non che io conosca cosa significa prepararsi per le distanze brevi, ok? Mai corse, nemmeno da ragazzo. Ne parlerò una volta o l'altra.
Si diceva che correre fa bene, ma chissà se è vero?
Allora, proviamo a vedere:

Hip: Correre fa bene.

tutti gli specialisti dicono che occorre correre con una certa costanza, che l'attività fisica sporadica non serve a nulla, anzi, fa peggio.
Io per correre con costanza devo avere obiettivi.
Siccome, come spiegato poch'anzi, obiettivi su gare corte non me li posso permettere, sono troppo lento, mi alleno per le gare lunghe.
Le gare lunghe in pianura sono noiose, allora diamoci al trail.
Il trail si fa in salita.

Ergo, ci si allena in collina o montagna.

Primo problema: bisogna arrivare a montagne o colline, che non sono lontane ma neppure vicinissime. Quindi ci sia alza un po' prima. E si cerca di andare forte, per riuscire a stare nei tempi fissati. Sennò si arriva tardi ed il programma della giornata va a ramengo.
A tal proposito, mi sono sempre chiesto perché gli amici single non vengano a correre al mattino alle 5. "Io non ho impegni come voi padri di famiglia, dice uno". Ha ragione pure lui.
Ma il bello è salire con l'alba che ti rincorre. Il brutto è tornare a casa e non avere un attimo seduto fino a sera. Cosa concessa a chi non ha figli, penso, che però non viene a correre alle 5 perché non ha figli. Insomma, siamo al primo paradosso del trail runner.

Il secondo problema è che si rimane una settimana con le gambe dure come il marmo che il primi passi paiono quelli di uno che gira con il manico della scopa su per il sedere.
DOMS, si chiamano; guai a chiamarlo acido lattico con chi ne sa. Che l'acido lattico se ne dovrebbe andare in un paio d'ore.
Sarà che con me si diverte, che sono sempre una gran bella compagnia, ma secondo me il mio acido lattico rimane un bel po' di più.



Il terzo problema è che prima delle gare bisogna idratare molto. Anche litri al giorno, nelle settimane precedenti ai lunghi e alle gare. Quindi si è sempre al bagno, che quasi mia moglie mi regala il Prostamol, da tanto mi alzo la notte a pisciare.
Pure insonne, quindi.

Il quarto problema è che al mattino sei intorpidito (in generale, anche al netto dell'insonnia pisciona).
Ormai come Fantozzi ho studiato tutti i tempi nel dettaglio per svegliarmi il più tardi possibile: panino e spremuta preparati la sera prima e mangiati seduto sulla tazza del cesso, vestizione rapida, scarpe già pronte, slacciate e aperte vicino alla porta, apro il cancello e zaff, dentro le scarpe e fuori senza allacciarle (che si richiude il cancello). Questa ottimizzazione fa si che a volte io esca ancora addormentato.
Ma ormai noi Folgoranti abbiamo trovato il nostro doping.
Oh, niente chimica, tutta roba naturale. Si assume sotto forma di un pitbull di 40 kg che risponde al nome di Musso.
Risponde è una parola grossa, che la padrona lo chiama ma non è che lui ascolti più di tanto.
Ce lo troviamo davanti, immancabile, ogni volta che alle 6 del mattino siamo sugli argini dell'Astico. Da uno strattone e scappa alla padrona. "Fermi immobili, fermi immobili, urla, se non vi muovete non vi fa nulla"
E noi fermi.
Certo, non è confortevole stare fermi immobili al buio con un pitbull che ti annusa le palle ed il buco del culo. Sarà perché è freddino, a stare fermi, ci si ammala.
C'ha pure la morosetta, Musso, però più mite e timida, se ne sta in disparte.
Però, una volta che il Musso è stato ripreso dalla proprietaria ed ha deciso che per oggi i nostri attributi possono rivedere il sole, noi corriamo come delle lepri. Giuro, un minuto in meno al chilometro, come ridere.
Io quasi quasi me lo porto alle gare, Musso. Un'annusata prima di partire e via, più veloce della luce.

Quindi: se non vi pesa alzarvi al mattino presto e stare rimbambiti fino a sera, se l'acido lattico davvero vi lascia dopo un paio d'ore e se un molosso non vi mutila l'intimità, la tesi è dimostrata: correre fa benissimo.

lunedì 2 novembre 2015

Un, due, trail. Un, due, trail - Un valzer nel bosco

C'è qualcosa di primitivo nel tornare a correre nei boschi.
Il fango sotto le scarpe, i rovi che si attaccano alla maglia, i suoni ai bordi del sentiero che mi fanno trasalire.
Il cane da caccia che mi supera velocissimo e nemmeno lo avevo sentito arrivare, lo scoppio di un colpo di fucile. Lo zoccolio del capriolo che mi passa a pochi metri.
E poi il buio, di prima mattina, e l'alba che sale piano piano.

Niente strada, niente gps, solo memoria di sentiero.
Fa l'effetto di essere tornati a casa e mi verrebbe da togliermi le scarpe, che in casa non si portano e vedere cosa si prova. Ad aver due gradi in più ed un fisico decente sarebbe da provare a correre a torso nudo, come quelle pubblicità che fanno i runner ammericani.
Ma siamo ormai degli attempati padri di famiglia e ci teniamo la decenza bella stretta sotto la maglia tecnica e ci accontentiamo del sudore che corre lungo la schiena e di graffiarci giusto le mani ed il viso.
Anche i passi non sono più regolari e monotoni come quelli della corsa su strada: Un, due-tre, un, due-tre.  È la mia danza lenta, per me che non sono mai stato capace di ballare. È un piccolo valzer che accompagna il sole che sale e intiepidisce il cuore, nel gelo di questi tempi.


lunedì 5 ottobre 2015

Corsa magistra vitae sed quoque no

Tutta questa faccenda della corsa come metafora della vita, beh, ecco, è una cagata pazzesca.
(oltretutto chissà se ho beccato il titolo)

Ammetto che anche io sono arrivato a paragonare le due cose, spesso, faceva molto fico, tutti i runners ti ammirano, le runners ti riconoscono grande sensibilità e, se solo potessi abbassare il mio tempo al km, garantirebbe cucco sicuro (che alla fine i runners, maschi e femmine, sono preoccupati solo del tempo ed il resto è corollario).
Ma la corsa è una corsa. E basta.
Si, c'è da pianificare, come nella vita, da darsi degli obiettivi, non lo facciamo tutti i giorni? Poi si parte con entuasiasmo e si affrontano le prime crisi, che piano piano passano, in amore non è lo stesso? E poi la testa che deve tener duro pià delle gambe, la razionalità nello sconforto e bla bla bla bla.
Va bene, scherzavo, la corsa può essere la metafora della vita.
L'importante allora è che non accada il contrario: che la vita diventi una metafora della corsa ed in questa ci lasciamo risucchiare.
Scambiavo qualche battuta con un'amica che mi chiedeva sull'opportunità di fare o non fare una maratona. Mi gaso sempre quando mi fanno queste domande, quasi che fossi un grande corridore, dall'alto delle mie due maratone corse e dei tre o quattro trail andati così così.
Ma in sostanza la mia risposta è tutt'altro che tecnica: ti devi divertire. Se pensi che possa divertirti, corri la maratona.
Cosa vuol dire divertirsi?
Il giorno della gara lo fai di sicuro. Prima dello start è tutta adrenalina. I primi dieci km devi stare attento a non strafare perché tra bimbi che ti danno il 5, complessini rock e corridori travestiti in modi improbabili è tutto un carnevale e ti viene da correre come un matto. Anche all'arrivo, se non sei troppo morto, è festa assicurata.
Quello che sta in mezzo no, è fatica allo stato puro, dolore, a volte... allora devi capire se ne vale la pena.
Ah, poi ti devi divertire ad allenarti: a pianificare i percorsi, a studiare cosa mangiare, a buttare giù un programmino (da disattendere) per gli allenamenti.
Devi correre tanto. Significa ricavarsi delle ore per andare a correre.
Devi reggere lo sguardo dei tuoi familiari che ti instillano il senso di colpa perché molli i figli la domenica.
"Ma se sei sempre così fiera di me al traguardo di una gara, perché mi fai sentire in colpa se sto via un'ora in più?" Ho chiesto a Silver qualche tempo fa.
"Il senso di colpa fa parte del gioco" Mi ha risposto sorridendo.
Ecco, anche questi incastri familiari ti devono divertire, fa parte del gioco.

Non esiste correre per provare qualcosa a sé stessi: se pensi di essere una persona da poco la Maratona non risolverà i tuoi problemi e allora ti butterai su qualche Ultra più lunga e così via, fino a stare male o fino a rendersi conto che la corsa non è una gara ma una fuga e non ci sarà mai un percorso sufficientemente lungo su cui fuggire

Non esiste nemmeno per dimostrare qualcosa a qualcuno: ci sarà sempre chi ti dirà che non ce la farai mai, che è da pazzi, che è impossibile.
L'unica cosa impossibile è che chi te lo dice cambi idea.
Quando arrivi ti dirà che sei stato pazzo e che adesso starai male un mese. Quando ti sarà passato il male e ti scriverai alla prossima corsa avrà la certezza che sei matto e così via a ricominciare.

Non esiste nemmeno come gesto catartico, simbolico, per voltare pagina, o che so io.
Oggi sul Giornale di Vicenza scrivevano di un tipo paraplegico che ha attraversato lo stretto di Gibilterra a nuoto. L'intervista è bellissima: lui non parla di gesti simbolici o altro; racconta un'impresa sportiva e basta. E dei prossimi programmi. Come ne parlerei io se qualcuno mi chiedesse (oltretutto questo a nuoto pesta come un dannato: facendo due conti della serva, senza l'uso delle gambe va circa al doppio di quanto non vada io. È per questo che a me nessuno chiede mai niente).

Insomma, smettiamola di infilarci significati che non ci sono, corri se ne hai voglia, corri se ti piace, corri per una maglietta ed una medaglia. I tuoi problemi torneranno lunedì e alla maggior parte del mondo, di quella medaglia, importerà gran poco.
A me serve giusto di portare a casa la terza, sennò i bimbi si litigano le altre due.

Su Occhio al Nikio stiamo andando alla grande... vuoi che vinciamo senza il tuo aiuto?

giovedì 27 agosto 2015

Io non metto le cuffie

Non so perché ma questa settimana mi è capitato già due volte di dire a delle persone di correre senza cuffie.
Si, s-gureggio un po', neanche fossi un top runner.
Talvolta mi chiedo se questi miei consigli non richiesti non vengano presi come il "campione" da osteria di cui parlavo la settimana scorsa; la verità è che mi piace condividere, io sono un entusiasta e ogni scoperta mi sembra irrinunciabile.
Prendete le scarpe minimaliste: risolvevano tutti i problemi.
Poi mi sono un pelino moderato, ho capito che il minimalismo è utilissimo e vale la pena perseguirlo con costanza ma, talvolta, quando i percorsi sono lunghi ed impervi, è meglio dotarsi di un minimo di protezione in più per evitare di finire la propria misera esistenza senza le dita dei piedi.

Lo stesso vale per la musica.

Quando ho cominciato a correre sono partito con lo smarthphone infilato nella tasca dei pantaloni, cuffia armata e le canzoni preferite in loop. All'inizio ne bastavano tre o quattro ed ero bello che bollito.
Poi ho iniziato a correre più spesso e più a lungo e allora le playlist hanno richiesto maggiore impegno. Anche nel valutare il ritmo d'insieme: passare da una ballad di Mark Knopfler ai Cento Passi dei Modena City Ramblers può avere effetti deleteri sul tuo fisico.
Se non che, qualche mese dopo è arrivato il minimalismo. Il minimalismo predica di correre scalzi e per correre scalzi è piuttosto importante concentrarsi su come e dove si mettono i piedi.
Già: come e dove si mettono i piedi. Dovrebbe essere l'azione che il runner fa di più. La concentrazione come esercizio. Ecco allora che il movimento in corsa non è più solo un'espressione di potenza e resistenza, ma è un'esperienza di meditazione in continuo sviluppo.
In questa concentrazione la musica non ci sta.
Il cervello un po' ci prova, a portarti a cantare le canzoni che vuole lui, che sente lui, nonostante tutto. E questo va anche bene, se non altro perché potrebbe andare in loop per ore.
Ma se ad un certo punto pensi a come appoggi i piedi, a come stai muovendo le braccia, a come cade il sudore lungo la tua schiena e riesci a farlo per un bel po' di minuti, senza lasciarti distrarre, ecco, allora lì ti volti ed hai staccato tutti, perfino la fatica.

giovedì 23 luglio 2015

La lunghezza conta

Mi sto cagando in mano, ve lo dico.
Ok, non è per lavoro, nemmeno per salute.
È per la corsa.
Si si, ok, ho rotto i maroni.
Domani ho la penultima gara dell'anno. Si, siamo solo in luglio, eppure ho deciso che fino a fine ottobre, Maratona di Venezia che correremo per Occhio al Nikio, non farò più gare.
Solo defaticamento, prima, e riallenamento, poi.
Senza troppo stress.
Che la gara ti gasa bene, non c'è che dire: è proprio una droga! E come tutte le droghe, finisce per farti del male.

La penultima, dicevo: Trans d'Havet. 80 km e 5500 metri D+. Hai voglia tu a dire che la lunghezza non conta.
Comunque: obiettivo minimo della giornata: capire se si pronuncia d'Hàvet o d'Havèt (o meglio D'Havè, alla francese).
Sembra un obiettivo da poco ma vi assicuro che non è così.
Ah si, poi ci sono la partenza di notte, la probabile pioggia, le barriere orarie, dei cazzo di costoni al sole a mezzogiorno pieno e il secondo obiettivo di giornata: tornare in tempo (e far tornare la famiglia che ha promesso che mi viene a vedere) per la cena del coro. In cui de sicuro non coro* che già reggersi in piedi sarà un buon risultato. 
Tempo previsto? E che ne so? 17-18 ore. 
Io non ho proprio idea di cosa capitera al mio fisico da un certo punto in poi, per cui me la prendo comoda fino a quando non sono sicuro che basta rotolare per arrivare. 
Ho due armi segrete: l'amico Franz che mi viene a salutare a metà percorso (a cui posso dare il vestiario sudato usato di notte (che lenza, veh?). Troppo figa sta Folgorante, non c'è che dire. 
(È legale, ho verificato)
E una strategia idrica degna di un touareg. Però non la dico perché non ho ancora provato a vedere se è realizzabile. 
E sempre sperando che serva perché pare che l'alternativa sia la pioggia e farsi tutte quelle ore sotto la pioggia significa lavarsi con l'antialga che usano per pulire le piscine, alla fine. 
Insomma, mi cago in mano ma sto cercando di reagire. 
E la settimana prossima ferie. 
Un piccolo regalo che mi faccio, che mi fanno moglie e figli che me lo lasciano fare... ah, devo ricordarmi di lasciare a Silver la password dell'homebanking, che non si sa mai. 
Sappiate che vi ho voluto bene. 
E passate a fare un giro su Occhio al Nikio, su, non siate timidi



*Coro in dialetto veneto significa Corro.

lunedì 4 maggio 2015

Ai miei cani do pal

Ormai anche Silver è nel tunnel della corsa.
Non se ne esce, dal tunnel della corsa, ma non ti uccide, questo è certo. È contagioso, più che altro.
Insomma, dopo quasi un anno di sveglie prima dell'alba, in cui si parte e si torna con il buio, quando finalmente anche il passaggio all'ora legale inzia ad essere clemente e a far intravvedere un minimo di luce verso le 6 di mattina, quando di solito sto scendendo la collina vicino a casa, quasi pronto ad una giornata di lavoro, Silver se ne esce con un: "Io corro stasera dopo cena! Non esiste che mi alzo alle 5, non lo farò mai più".
Ma come? E il vecchio: "Ma se corri dopo cena perdiamo l'unica occasione di dirci due parole".
Okkei: Sonno Vs Rapporto di coppia 1-0
Ma non è tutto da rifare: un anno di sveglia alle 5 ha inseganto che si può fare. Ed il poterlo fare significa che può valere come piano B.
Certo c'è un problema: lei corre sul tapiro o pirulàn come lo chiamano i bimbi, mentre io mi scateno "in to the wild".
Che poi è tutto relativo per due motivi: in casa, vivendo in campagna, entrano certe bestiacce che levate! L'altro giorno ho schiacciato un ragno grosso come un pollice. Si, non è molto bello uccidere gli insetti, ma vi assicuro che questo era enorme e pure un pelino aggressivo (si alzava in piedi e faceva gesti strani con le zampine), ho preso paura e c'ho dato di ciabatta.

Ma parliamo di corsa: correre con il buio in to the wild mi fa un certo effetto per cui cerco sempre di scegliere percorsi urbani (per quanto urbano non abbia nessun significato nel paese dove viviamo).
Un bel problema già trovare strade illuminate; sarà una fissa mia ma a me non piace l'idea di andare e tornare per la stessa strada, che sarebbe l'unica possibilità di fare tutto alla luce dei lampioni. Per cui, lampada frontale accesa, mi avventuro in strade oscure che, pure se non smarrisco la retta via, faccio cardio fitness. C'ho il batticuore.
Anche intestinal fitness: perché alle volte mi cago addosso dalla paura.
Non riesco, per dire, ad abituarmi ai rumori delle frasche. Sarà che una volta ho sentino uno sciabordio nella roggia che scorreva accanto e, voltandomi, la frontale ha illuminato una pantegana di venti centimetri che nuotava allegramente (si condivideva con lei, la pantegana, la passione per lo sport antelucano). 
O ad esempio quando una ventina di metri avanti vedi due lucine che ti fissano da centro strada e cerchi di valutare quanto siano alte da terra;
  • 15 cm? Gatto o cane molto piccolo (che a volte sono più rabbiosi di quelli grandi, ma sono un buon rigorista)
  • 30 cm? Cane da pagliaio, di solito inoffensivo se fuori dal suo recinto dal quale esce solo se in calore per cui la preda (che sarei io) è fuori dal suo interesse (o almeno spero)
  • dai 40 cm in su? So cazzi! A meno che avvicinandosi non si scorga nell'oscurità anche il padrone ( gli occhi del quale di solito non riflettono la luce della frontale).

Ma la cosa che mi scaga in assoluto di più sono i cancelli aperti.
Mi spiego: io ormai le strade le so tutte, no? Quindi anche la geografia dei cani più rabbiosi e rognosi ed abbaiosi. Per cui quando mi avvicino spengo la luce e cerco di fare meno rumore possibile. Spesso funziona.
Diciamo anche che alle nove di sera potrebbero anche abbaiare che, a differenza delle ciqnue di mattina, non svegliano nessuno, ma il problema è quando passo accanto al cancello e lo trovo semichiuso o aperto.
Lo so che è molto improbabile che il cagnaccio sia sciolto o che sia fuori senza padrone, però provate, la sensazione è sempre bruttissima e mi vedo sempre dilaniato dal cane che, potesse parlare mi direbbe: "T'ho preso ciccione, credevi che bastasse spegnere quella cazzo di luce frontale, eh? Sento l'odore del tuo lardo a distanza di km, sogno da tre anni questo momento, ed ora sei mio"

Nessuna paura, invece, per pazzi omicidi e maniaci vari. Anzi, a dire il vero, a guardare le facce delle poche persone che incrocio, credo che sia pensiero comune che il maniaco sia io.

giovedì 2 aprile 2015

Il lato oscuro della Corsa


Ho varcato la linea, sono perduto.
È iniziato il triduo pasquale, quello che porta le vacanze, per capirci e, come di consueto, si mendica un giorno aggiuntivo di ferie per cercare di alleggerire l'organizzazione svizzera che di solito mettiamo in campo in questi casi per gestire i bimbi.
Capiamoci: io al lavoro sono il capo ma, giustamente, non dispongo del mio tempo a piacimento. Non sono un libero professionista: ho orari e scadenze (pure i liberi professionisti, a dire il vero, ma c'è sta idea romantica che no).
Per cui liberarsi il venerdì è un'impresa titanica. Un paio di settimane fa ho notato che era libero e, zitto zitto, ho iniziato a sperarci. Di giorno in giorno tutti gli altri momenti della settimana si infittivano di impegni e venerdì 3 rimaneva misteriosamente e miracolosamente libero. Forse il miracolo non è così impossibile, visto che facilmente è dovuto al fatto che molti enti pubblici, con i quali lavoro, domani sono chiusi o comunque in ferie.
Ma è bello dare connotazioni magiche al grigiume quotidiano.
Senonché io ieri ho deciso: ragazzi, ferie venerdì. Quindi non mi affido più al caso, ma, se capitasse qualcuno che vuole un appuntamento venerdì, respingo con gentilezza.

Ma non volevo parlare di ferie, bensì di linea di confine fra la Forza della Corsa ed il suo lato oscuro.
Una volta raggiunta la consapevolezza che sarei stato in ferie ho dovuto nell'ordine:
1. Reprimere il pensiero che il principale vantaggio sarò quello di non doversi svegliare alle 5 del mattino per la corsetta del venerdì, concedendosi un'oretta di sonno in più. Cioè, lo farò, ma non è il principale vantaggio.
2. Che l'evento “Vicenza by night”, corsetta in compagnia alle 21, è una bella idea ma da ripetere, se possibile, in un giorno in cui i bimbi alle 21 sono sicuramente a letto.
3. Rifiutare l'invito del compagno Sam che, come diavolo tentatore, mi chiede se facciamo una sgambata montana proprio venerdì (è in ferie anche lui).

Ma non è l'unico indice di Lato Oscuro. Ce ne sono altri che iniziano a farmi sospettare qualche cosa:

1. Mi viene l'acquiato compulsivo. Quando suonavo di più c'era la G.A.S. (Gear Acquisition Syndrome), ora non c'è il nome, ma sto già sperando che il cinturino dell'orologio del satellitare, che è leggermente tagliato, si rompa definitivamente per comprarne uno nuovo che mi sono già scaricato l'app. E le scarpe da trail hanno ormai 400 km, un altro paio di mesi e tocca (Capite? Tocca!) cercare su internet un nuovo modello e poi andare nel negozio di fiducia e comprarne un altro (che l'importante non è il modello che compri ma quanto tempo perdi a capire quale è quello giusto, anche se poi non lo compri).
2. Tutti mi parlano di corsa. Si, avete capito bene: non sono io che parlo di corsa ma gli altri che mi provocano.
2. Mi regalano libri che parlano di corsa (Linus, Marco Olmo, Dean Carnazes & many others)
3. Mi regalano oggetti per correre.

Insomma, tutti hanno capito che per tenermi buono basta parlarmi di corsa o comunque assecondare la mia follia.
Perfino Silver, che domani stasera ha un impegno non previsto mi dice: “Io devo accompagnare tal dei tali ad una visita (è un parente, non pensate male), mi spiace un sacco, però così tu puoi andare a correre sabato senza rimorsi”.
Capito? Non si mette in discussione la corsa in sé ma lo stato d'animo in cui si corre. È prezioso e lo usano come materia di scambio. 
Sono finito. 


Obi-Wan non ti ha mai detto cosa è successo a tuo padre”
Abbastanza! Sei stato tu ad ucciderlo!”
No! Io sono tuo padre!”
Star Wars - “L'impero colpisce ancora”

mercoledì 25 marzo 2015

Il Piano. Piano


Mi rendo conto sempre di più di quanto la corsa sia una metafora della vita.
Bella scoperta, potreste dirmi, lo hanno detto tutti da cento anni a questa parte. Vabbè, oh, meglio uno in più che uno in meno, dico io.
In realtà io non sono neppure sicuro che sia proprio così, perché alle volte, penso, si corre un po' come si vive.
Io ad esempio non ho tante pretese ma, nello stesso tempo, mi piace sapere, conoscere e prepararmi a certi eventi. E lo faccio sia nella corsa sia nella vita con un pelino di pressapochismo che aiuta i miei amici a sopportarmi ed i miei colleghi a deterstarmi, probabilmente. Oltre che dà qualche motivo a Silver per incazzarsi di tanto in tanto, sennò, in tutta questa perfezione di uomo, poraccia... vabbè, cambiamo discorso.
Ad esempio non ci sarebbe stato male un post sulla festa del papà. Ma non ci sono arrivato.
Avevo anche in mente qualcosa per la giornata della Sindrome di Down. Ma ho cannato pure quell'appuntamento.
Così mi ritrovo a scrivere un post demmerda in pausa pranzo, come ai tempi d'oro, quando scrivevo un sacco di postdemmerda pur di scrivere qualche cosa. Ora invece non mi sforzo più di tanto e li scrivo demmerda solo quando mi vengono.
Ma torniamo alla vita metafora della corsa o viceversa: dopo una gara serve il recupero. Così come nella vita, dopo un appuntamento importante serve il riposo.
A me, più che il riposo riposo, piace il riposo attivo: ci si dedica alle attività che fino a quel momento, causa scadenza importante, si è trascurato.
Sono le classiche giornate in cui vai al lavoro convinto di non avere nulla di urgente da fare e potrai dedicarti ai grandi progetti nel cassetto e, già che ci sei, anche ad una maggiore attenzione verso gli altri. Così ascolti ogni paturnia con empatia e arrivi a sera che non hai combinato un cazzo se non aver girato come una trottola per otto ore.
A casa è quasi la stessa cosa, per quanto la parola «riposo» mal si adatti alla mia situazione familiare.
Però nella corsa, passata l'esaltazione da Ultratrail, volevo dedicare qualche uscita a quello che chiamo il «Piano piano». Ho fatto tanta salita in questi mesi? E allora pianura (da cui il piano). Hai corso come un forsennato sfondandoti di ripetute, progressivi, scatti? E allora rimo lento (da cui il secondo piano).
Senza volerlo è diventato un mantra. Piano piano, senza grandi obiettivi.
L'ho fatto una volta e già mi sono rotto le balle.
Serve a questo, il piano piano, nella corsa come sul lavoro o nella vita: a capire che ci sentiamo più vivi di corsa e che, se riposo deve essere, lo sia dopo giornate esaltanti.

venerdì 13 marzo 2015

Vigilia

‭La prima volta che ho sentito parlare della Ultrabericus era settembre 2013.
‭Con l'amico Franz si aveva in programma e ci si stava allenando per la Superpippo: 11 km e 1000 mt D+. Eravamo all'incrocio tra via Conventino e Via Lovara, ricordo a fare stretching, e lui mi disse che il suo vicino americano gli aveva chiesto se si stesse allenando per la Ultrabaeraicus.
‭Stop.
‭Al tempo si facevano uscite di si e no 7-8 km in pianura, stavo leggendo «Born tu Run», avevo le mie nuovissime scarpette minimaliste e nessuna idea di cosa significasse «d+».
‭Ma la mente, si sa, fa viaggi strani e anche se in quel momento ci sembrava improbabile, ogni domenica le fantasie di corsa si susseguivano. Il sogno del Franz era (ed è) correre la Trans d'Havet, 40 km sulla cresta delle prealpi vicentine.
‭«Guarda Franz che la TDH è 80 km»
‭«No! C'è la versione corta, da 40«
‭«Per le versioni corte, nemmeno mi vesto»
‭E via così, a scherzarci sopra.
‭Come si sia arrivati in un anno e mezzo dai messaggi del tipo «tosi, dai, domani almeno 9 km» ad iscriverci alla Utrabericus, 65 km 2500 metri di dislivello positivo, ad essere sincero, me lo sono perso un po' per strada.
‭La vita va così, senza fare scelte troppo marcate o proclami. Per lo meno la mia; capita che ti iscrivi alla maratona e parti sempre prima ad allenarti, per non tornare troppo tardi. Poi un week end cambiano l'ora e ti ritrovi alle 6, ma è come se fossero state le 5, allora capisci che anche le 5 sarebbe possibile, una volta andati a regime.
‭E quello diventa il tuo orario. Ed un'uscitina in compagnia, senza troppi patemi, la fai di quasi 20 km collinari.
‭E allunghi sempre di più e si aggiunge sempre più gente.
‭E così domani ci scarpineremo questi 65 (o 66, beato chi lo sa davvero) km tutti attorno ai Colli Berici.
Da un paio di settimane viviamo d'attesa, a gestire quella strana sensazione di forma smagliante ma da gestire con il freno tirato, per non esagerare, per non rompersi. È una delle emozioni belle del fare sport, questa dell'attesa, assieme a quella che si vive prima dello start e poi, se il cielo vuole, quando tagli il traguardo. 
‭Cosa succerderà domani, se riuscirò a conservare almeno la funzionalità di un dito, ve lo racconterò nei prossimi giorni.

Nel frattempo, se ve le foste perse, c'è il nuovissimo blog Folgorante. Secondo me è molto bello. Non fosse altro che perché ci scrivo anche io. 

martedì 24 febbraio 2015

La TurpolentaTM



Devo lavorare sull'estetica, non c'è dubbio, ma per il resto la TurpolentaTM è pronta allo scopo.

Sabato Silver era ad un congresso e, complice una telefonata di lavoro che mi ha messo un pensiero di quelli subdoli, di quelli che non ti allarma, che non puoi farci comunque nulla, ma che ti basta per fotterti il riposino pomeridiano, mi sono messo a spignattare!

Obiettivo minimo: confezionare la torta al limone per cena da amici e dare vita al primo esperimento su quello che sarà il mio boost fatto in casa per la Ultrabericus.

I bimbi dormivano, mentre il Bimby correva come la locomotiva lanciata a bomba sopra i continenti.

La torta al limone è venuta bene, tanto per cominciare, ed era anche bellina da vedere.

Per la TurpolentaTM ero gasato come un bambino prima dei regali di Natale.

Comincio con il fare l'impasto base della polenta mais maranello, che di solito è più compatta di quella normale. Ci metto pochissimo sale, giusto per cavare el selvadego”.

Quando il Bimby mi chiama abbondo di zucchero di canna, sulla scatola c'è scritto Brown Sugar ed il vecchio Keith mi suona in testa il suo poderoso riff.

Aggiungo un paio di cucchiai di miele.

Un bel po' di riso soffiato (mi pare cento grammi) e altrettanto farro soffiato.

Spengo tutto e ci butto dentro anche un cucchiaio di semi di chia e quattro cubetti di cioccolato fondente.

La stendo su una pirofila e infilo tre noccioline su ogniuna di quelle che, ad occhio, saranno le porzioni da circa 60 gr.

Primo problema: nei miei sogni notturni, tra cibo e corsa la TurpolentaTM era gialla, compatta e con i granetti di cioccolata ed i cereali che si intravvedono.

In realtà è una boassa marrone decisamente poco bella da vedere.

Fa niente.

Metto tutto in forno per una ventina di minuti.

Tlin

Estraggo e lascio raffreddare.

Assaggio. Uhm... non è affatto male. Molto dolce, non c'è che dire, forse un pelino troppo, da assaggiare nel primo pomeriggio.

Ne porgo un pezzetto a Maria che mi guarda come guarda i fratelli che le mostrano la cacca prodotta nel water.

Insisto.

È molto dolce, papà”.

Ottimo. Avvolgo 5 pezzi nella pellicola, pronti per il lunghissimo del giorno dopo.



In realtà domenica pioveva a dirotto ed il lunghissimo si è ridotto di 15 km buoni.

La TurpolentaTM però andava provata, così mi sono sparato circa 25 chilometri, bagnati, infangati, freddi e molto su e giù per la collina.

Ed è proprio lì che ho avuto la prima certezza: la TurpolentaTM mi faceva guardare l'orologio: “quanto manca a mangiarne ancora?” 30 minuti. Una vera droga. Se il cibo del ultratrailer deve essere appetitoso. 
10 punti per la bovazzona marrone.

Il secondo dato l'ho avuto a casa: monto sulla bilancia e peso mezzo chilo in più del solito.

A meno che non sia stato perché la torta al limone era buona è mi sono concesso uno sgarretto piccolo piccolo, o la carbonara del sabato a mezzogiorno per la quale mi ero concesso uno sgarro piccolo piccolo o forse la grigliata del Franz per la quale avevo fatto uno sgarretto piccolo piccolo o forse la festa del venerdì sera dove quei tre dolci uno più buono dell'altro mi avevano invitato ad uno sgarretto piccolo piccolo.

No, sicuramente no. È stata certamente la TorpolentaTM

(ringrazio tutti i partecipanti al contest: date un nome alla ricetta; alla fine ho fatto un mix dei vari suggerimenti)
 
C'è da lavorare sull'estetica

lunedì 9 febbraio 2015

Libera nos a Malo (slight return)

C'erano molti motivi per ritornare a Malo; io non so se nel corso di questo post riuscirò a parlarne e, se avete voglia, ve li cercate nel post che ho linkato.
Poi ce n'era uno più materiale, la preparazione alla Ultrabericus che richiede che i km per prepararsi aumentino via via raggiungendo quasi i 40.
Ci sono molte scuole di pensiero: qualcuno dice che bisogna superare anche i 50, ma noi prendiamo i metodi che ci fanno più comodo e poi triboliamo come cani fino alla fine.
E 50 km per una domenica qualsiasi sono davvero troppi.
Perché c'è quel minimo di apprensione sempre presente, quell'occhio a tempo di corsa che non riguarda il risultato finale ma la proiezione sul rientro a casa. Sabato Silver aveva lavorato tutto il giorno e mi sentivo un pochino in colpa per quella aggiunta di distacco di 5 ore alla domenica mattina.
Ma a Malo bisognava tornare: lo scorso anno, alla vigilia della Marcia di S.Valentino (anticipata di una settimana per via del carnevale), avevamo visto Nikio per l'ultima volta.
(Ecco, alla fine ne parlo) 
Dopo quel soffertissimo tragitto avevo scritto un post che si intitolava come questo ma intendevo semplicemente citare Luigi Meneghello.
Invece ieri non potevo fare a meno di pensare a quello che per me è stato il più bel post di Nicola sul suo blog. "Liberaci dal male" scriveva con speranza, raccontando quanto fosse difficile recitare anche un semplice Padre Nostro, nelle sue condizioni.
Mi dicevo ieri, con un po' di quel cinismo che lui apprezzava tanto, che in qualche modo lui dal male è stato liberato, anche se una bella fetta è rimasta in dote a moglie e figlia, un'altra ai suoi genitori ed ai fratelli e qualche briciola anche agli amici più cari.
Ma io a Malo ci sono tornato perché lo scorso anno, la sera prima, ci eravamo mangiati una pizza assieme, a casa mia, e lui pareva stare bene. Meglio delle volte precedenti, ed io davvero quel giorno ho sperato che ce la potesse fare.
In qualche modo ricordarmelo così attenua la sofferenza, per un attimo.

"Voialtri si mati" ci disse quando gli spiegai che volevamo correre a Malo per prepararci per la maratona di Padova "a Malo non se core, se fa solo fadiga".
Avevi ragione, vecchio mio, avevi ragione.
Ma mai come ieri, se la fatica è in qualche modo una preghiera, aveva senso tornare su quelle colline.
"Voialtri si mati!"

Se non ne avete abbastanza c'è anche il racconto specifico della giornata scritto su "La Folgorante Social Club"

giovedì 5 febbraio 2015

Massa grassa

Se io fossi una donna il titolo sarebbe un bellissimo gioco di parole in veneto.
"Massa" significa "troppo".
A parte che un po' donna lo sono, ho scoperto.
Una collega mi disse tanto tempo fa che ho una sensibilità quasi femminile (come se ci fossero dei parametri a definirla) e che mi mancava solo l'utero per essere una vera donna con le palle.
A me il complimento aveva fatto piacere, anche perché, vi assicuro, a vedermi tutto posso sembrare fuorché una donna.
Ma si vede che il mio fisico ci teneva a non contraddire questa collega esperta, al quale tra l'altro sono molto affezionato, e se n'è uscito con una specie di mastite. I sintomi erano quelli, almeno.
Ginecomastia, la chiamano. Praticamente è del tessuto mammario nei maschi che, se si infiamma a causa di sudore, o piccole lesioni, dà i sintomi della mastite.
Che chiulo, veh?
Va ben, niente di grave. Silver diceva che potevamo fare un trapianto tra me e lei, anche se ormai non ho tutte ste gran tette.
Eh si perché il dimagrimento continua, lento ma inesorabile. 80 Kg sulla bilancia del dottore, che rispetto alla mia è abbondante ma, chiaramente, ha torto marcio, nel ostinarsi a segnarmi un chilo in più rispetto a casa.
Mi viene da sorridere se penso a questo post di un paio di anni fa, quando si vedeva la terza cifra fare capolino sul display.
Oramai anche il dietologo belloccio e tenebroso si scompone: mi concede delle noccioline al pomeriggio, in attesa della cena e mi da del tu. Mi dice anche che il BMI non è un valore indicativo... ma come, se sono qui che ho già messo in fresca il vino per quando andrò sotto ai fatidici 25 punti (perché ci andrò sotto a quei maledetti 25 punti)

Ahi ahi... se perdiamo la giusta distanza poi io non mi sento più in  soggezione e rischio di non essere più tanto ligio.
D'altro canto il mio fascino è ormai irresistibile, come dargli torto.
Poi ha iniziato a correre anche lui e non so perché c'è sta solidarietà tra runners anche se io sono una mezzasega.
Va ben, forse perché incombe questa cosa della Ultrabericus e per un corridore medio pare irraggiungbile. Poi però leggi in giro per cercare consigli e tanti non parlano di km ma di ore sulle gambe.
Diobon! Ore sulle gambe!
Ma allora qualsiasi genitore può andare a farsi un ultra-trail già domenica prossima.
Prendete Silver e me in una domenica tipo: sveglia alle 5 e mezza, corsetta, doccia, colazione al volo, cambia i bimbi, gioco all'aperto (es: insegna ai gemelli ad andare senza ruotine in bicicletta), pranzo, passeggiata se c'è il sole, visita a salutare i nonni, rientro, merenda, seda la rissa fra i figli che non si accodano per il dvd, stira o cucina, lava e cambia i pargoli, cena, ultimo sforzo per portare tutti a letto. Alle 21 stramazzi sul divano e non rimani sveglio nemmeno se danno un film che monta assieme le scene thriller de "Il Silenzio degli innocenti" e quelle di sesso di "Basic Instinct". Al netto di qualche pausa seduto fanno almeno 12-13 ore in piedi. Ben più di quanto spero di metterci a completare la UB.
Genitori di tutto il mondo! Iscrivetevi ad un ultratrail!
Facciamogli vedere noi!

lunedì 17 novembre 2014

Ultra!

"Papi, ma perché vuoi fare una corsa ancora più lunga se poi ti fai male alle unghie?"
Questo il commento di Jack, quello più fifone del gruppo, alla notizia che il prossimo obiettivo non è una maratona ma è un ultratrail.
Ora, parlando di corsa, qualsiasi cosa che inizi con Ultra, significa che è più lungo del fatidico 42,195 della Maratona.
Parentesi: sarà che io di sport ne ho sempre visto tantissimo in tv, ma mi ha stupito che in giro ci sia così tanta gente che pensa che le maratone abbiano distanze diverse a seconda di dove le si corre. Chiusa parentesi.
Se invece c'è scritto trail, significa che non si corre su asfalto, ma su sentieri, strade sterrate se non addirittura fuori da qualsiasi tracciato.

Flashback: tre settimane fa planavamo su Riva dei Sette Martiri a Venezia, Folgorati dal sole e dalla corsa.
Io, inaspettatamente primo della squadra, mi accorsi sotto il tendone-spogliatoio, che le unghie dei miei piedi avevano un colore grigio blu che tanto si intonava alla divisa Folgorante. Ma non mi facevano male, per cui sticazzi, direbbero a Roma.
La sera del giorno dopo le scarpe sembravano uno strumento di tortura costrittiva. Nonostante vari interventi tampone, per una settimana il dolore è stato piuttosto significativo, fino al venerdì quando, in un romanticissimo giorno di ferie senza bimbi, che Silver ed io non ci concedevamo da anni, il mio "medico in famiglia" ha proceduto all'intervento definitivo. Vi risparmio i dettagli.

La preoccupazione del gemellino, in sostanza, è ammirevole e motivata. Ad onor del vero il piccolo dimostra più buon senso del padre.
Il suo eterozigote compagno, invece, pare aver preso tutto dagli altri 23 cromosomi: "Bapi (Papi), mi sono staccato l'unghia da solo (disse qualche tempo fa, dopo che se l'era schiacciata cadendo ed era rimasta in parte attaccata ed in parte no), ho avuto paura, ma non ho pianto".
Marichan invece rimane a guardare ammirata la mamma che interviene, senza dimostrare il minimo fastidio alla vista di... va ben non sto qui a farvi agghiacciare.
Una famiglia onico-riunita.

Detto questo, perché un ultra trail?
Mah!
Perché dopo che abbiamo fatto la maratona si sono messi a correre in un sacco di gente, in tanti vogliono pure provare la maratona. A noi sta cosa che "se ce la possiamo fare noi ce la fanno tutti" piace, ma ci piace anche stare sempre un po' oltre (un po' ultra). E ce la tiriamo che metà basta.
Perché non potendo andare più veloci proviamo ada andare più lontano. 
Perché ce la fanno praticamente sotto casa: un ultra maratona a chilometri zero. 
Perché stiamo invecchiando senza averne mai fatti.
E poi per questo:
Che certe cose, a correre per strada, non si trovano facilmente.
Per cui ormai siamo convinti: "Un passo fuori dall'asfalto, due passi oltre la maratona", dice lo slogan della Ultrabericus, 66 km sui colli vicentini.
Sarà a marzo, per cui in mezzo succederanno ancora un sacco di cose; belle, soprattutto, lo auguro a voi e a me. 
Buona settimana a tutti.

martedì 28 ottobre 2014

Venice Marathon e metodo El_Gaelloway

Conoscete Jeff Galloway?
Ah no?
Beh, Jeff Galloway era un buon corridore, niente di stratosferico, ma decisamente valido. Una volta si è trovato a giocarsela ai Trials olimpici americani grazie ad un amico che lo ha guidato durante la gara.
In soldoni.
Fatto sta che il buon Jeff poi ha deciso che doveva aiutare tutti a fare la maratona ed ha scritto una vagonata di libri che spiegano quello che viene da tutti chiamato il Metodo Galloway.
Fine della premessa.
Non sto qui a spiegarvelo, rischio di fare anche errori.
Ma Domenica scorsa io ho corso la Venice Marathon e per prepararla mi ero orientato con il metodo Galloway. Anche se non ortodosso.
Ad esempio il giorno prima della gara Galloway dice:
"State rilassati, meglio seduti o sdraiati sul divano" 
Sabato 26 ottobre, cambio degli armadi
"Visualizzate il percorso, mentalizzate la vostra gara" 
Lavaggio bagno
 "Fate spuntini frequenti, senza appesantirvi, evitate i grassi" 
Festa compleanno amici dei bimbi (molto rilassante già di suo)
 "Bevete molto"
 Questo per il giorno precedente alla gara.

Il giorno della gara invece scopre un po' l'acqua calda: alzatevi in anticipo, non prendetevi all'ultimo. Ad aggiungere ansia ci pensa il cambio dell'ora, porca vacca. Sono andato a letto con quattro orologi sul comodino.

C'eravamo lasciati così, a Padova, il 26 aprile: il Lungo il Corto ed il Pacioccone.
Certo, sto perdendo credibilità come Pacioccone ma mi difendo.

Bando alle ciancie! Alla partenza di Stra, La Folgorante si presenta così:
Tutti in ultima griglia, mica abbiamo fatto i trials per ammettere la gente in squadra, noi.
10, 9, 8, eccetera... si parte.
Passano quasi cinque minuti prima che i nostri piedi passino sotto l'arco di partenza. Si va.
Il Corto ha la sua strategia "Ciao tosi, a dopo". In ogni caso, dopo essere stato intervistato anche da "La Nuova Venezia" per via della mise da Bluesman del Mississipi, la sua vittoria è già in saccoccia. Qualche centinaio di metri dopo, anche i nostri nuovi compagni di viaggio Alessio ed Anna si tengono indietro.
Damy invece è chissà dove là davanti, partito forte.
Dopo un paio di km però non vedo più neppure Franz "Il Lungo", si è staccato ed è qualche metro indietro.
"Ho un dolore al ginocchio".
Cazzo! Un dolore al ginocchio dopo 2 km può essere un bel problema. "Tu vai".
"Lacio Drom, vecchio mio"
E parto.
Dice Galloway: "partite piano, avrete tempo di aumentare nella seconda metà della gara. Alternate un minuto di camminata ogni 7-8 minuti di corsa". 
Ok, ogni 10-12 minuti mi ricordo di rallentare e camminare forse 40 secondi. L'idea di riprendere Damiano è molto più forte.
Raggiungo i pacers delle 5 ore... ciao
Damiano è lì davanti, con la sua classica andatura diesel.
Non lo dico perché è amico mio: Damy se si fosse allenato fin da ragazzo sarebbe stato un campione. L'ho visto con i miei occhi salire sull'altipiano di Asiago con una bici da uomo anni 70, di quelle con la manovella del cambio sul telaio ed il manubrio con le manopole color madreperla, senza neppure alzarsi sui pedali.
Lo prendo e lo stacco. Al successivo intervallo di passo mi raggiunge. Lo risupero e poi basta, non ci becchiamo più
Mi sento il vecchio Jeff nella testa "Parti piano, parti piano".Ostrega! Se stacco Damiano non sto andando piano proprio per niente.
Ceste! Finchè ce n'è io mi lascio guidare dalle gambe.
La giornata è splendida, limpidissima e fresca senza il minimo di umidità. Si costeggia il naviglio del Brenta e tutte le ville che sono bellissime ma è impossibile non pensare a tutti i racconti sulla "Mala" di Maniero e le tangenti ai dirigenti politici.
Continuo a superare gente. Mi lascio indietro i pacers delle 4,15.
Arriviamo a Marghera. Penso ai Los Massadores, gruppo del momento qui in Veneto, che dicono "Xè boni tuti a far foto a Venexia". Marghera è proprio uno schifo, ci fanno girare in mezzo ai container. È così brutta che Mestre pare quasi carina, quando ci si arriva. Ed in effetti poi la piazza non è male, con il pieno di gente ed i bimbi che ti danno il cinque e sorridono come se gli avessi regalato un pupazzo di Ironman.
Raggiungo e supero anche i pacers delle 4 ore. Sono due personaggi che continuano a gridare incitazioni che manco il sergente istruttore di "Ufficiale e Gentiluomo".
Vedrò dopo che i dieci km tra i 20 ed i 30 li ho corsi sotto il mio record personale sui 10. Diobòn, nemmeno col doping. 
Al parco San Giuliano sento che le gambe un po' si induriscono. È il "muro" dei 30 km, quando inizia la vera maratona. Come se non bastasse inizia il Ponte della Libertà, lunghissimo, interminabile e infame. È come il filmino porno di Belèn ti mostra il traguardo, ma hai voglia se è lontano.
Mi lascio riprendere dai pacers delle 4 ore e mi ci attacco con i denti. A costo di morirci dietro a questi io da qui non mi schiodo.
Iniziano i ponti di Venezia. Il marciapiedi è bagnato: mi si slaccia la scarpa. Cazzo cazzo cazzo! Mi chino per legarla e vedo le stelle, mi rialzo e le stelle iniziano a girare. Riparto e cerco di riprendere sti benedetti palloncini con scritto "4 h".
"Potevo stringere anche la scarpa destra, già che c'ero". Nemmeno il tempo di pensarlo e proprio uscendo da Piazza S.Marco sento il laccio che mi fustiga la gamba.
"Ahhhhhhhhhhh!!!" Addio obiettivo 4 ore.
Stesso esercizio di prima, solo più demoralizzato. Riparto piano. Tanto. Ormai.
Invece su uno degli ultimi ponti trovo Zambo con la bandiera della Banca degli Occhi, me la passa: "Dai Gae, che vai alla grande".
Sento lo speaker in lontananza: "4 ore e due minuti".
Posso ancora stare sotto alle 4 con il tempo effettivo (ricordate i cinque minuti prima di passare sotto la partenza a Stra?).
Riparto a perla... sventolo la bandiera, sulla tribuna si alza l'ovazione degli amici folgoranti e degli altri del progetto "Corri per la Vista".

4 ore, 3 minuti, per la questura. Ma il mio tempo reale è 3 h 59' 21"

E lì, mentre una ragazza mi mette la medaglia al collo accarezzo la N gialla sul mio cuore.
Non l'avevo preparata e non so perché mi è venuto di farlo. A stento trattengo le lacrime, "dev'essere il calo di tensione", mento a me stesso.
E basta, basta, basta, cos'altro posso dire del dopo?
Trovare Silver ed i bimbi che mi aspettano, esaltati, abbracciare Arianna e gli altri amici; non so trovare parole per esprimere cosa si prova.
Aspettiamo gli altri e facciamo un'ultima foto, tutti assieme.

Un tempo i temi in classe del lunedì si chiudevano tutti con "Siamo tornati a casa stanchi ma felici".
Forse siamo più stanchi ed un po' meno felici ed oggi è pure martedì. Ma quel poco che ci è concesso è comunque tanto, è comunque prezioso.
"Conosci un altro modo per ingannar la morte?" Chiedeva anni fa Luciano Ligabue.
Si, Liga, io corro!



p.s. Ah, va da sé che sia 4,3 che 3,59 sono dei tempi ridicoli per un corridore serio. Ma vi ricordo che l'altra volta ero arrivato in 5,13. 
p.p.s. Io un po' lo sfottuto Jeff Galloway ma se volete iniziare a preparare una maratona devo dirvi che è uno dei più sensati e ragionevoli che mi sia capitato di trovare. Poi, come tutti i metodi, le personalizzazioni sono d'obbligo. Buona corsa.

venerdì 24 ottobre 2014

È tempo di ringraziare


C'è un tempo per ogni cosa, diceva Qoelet in una degli scritti che preferisco.

Così tra domani e domenica sarà il tempo di chiudere Occhio al Nikio, il progetto che in questi mesi ci ha prima unito, dando il La definitivo al progetto Folgorante, e poi ci ha accompagnato in musica, corsa ed amicizia fino a questa benedetta Venice Marathon.

Non sono bravo nei discorsi di circonstanza, finisco per sembrare sempre inevitabilmente, finto e palsticoso come quei brutti complementi d'arredo che regalavano negli anni 80 con i punti del supermercato.

Di certo da soli avremmo fatto gran poco.

Senza le persone di Monticello, senza tutti quelli che hanno contribuito ad organizzare la serata musicale, non saremo mai arrivati a superare il nostro obiettivo.
Grazie a tutti.

Ma vorrei prendermi il tempo per ringraziare anche tutti voi che siete passati di qui, che avete cliccato sul link che insistentemente postavo alla fine di ogni pezzo e che, senza tanto clamore, siete andati a lasciare quello che potevate in quella paginetta.
Ringrazio in particolare Beatrix Kiddo che ha messo il banner sul suo blog fin dal primo giorno.
Come sempre mi sarò dimenticato di qualcuno, non me ne vogliate; è demenza, non cattiveria.

Ora è solo tempo di correre. 
A mezzogiorno chiudo tutto e vado a ritirare i pettorali. (ok, la battuta “Chiedi se hanno anche addominali” la faccio io così vi togliete il pensiero).
Saremo in 9 domenica tra Stra e Venezia. 5 maratoneti e 4 che correranno la VM10KM. Tutti con la maglia grigio-turchese e la tartaruga con la N gialla sul cuore. E all'arrivo chissà quanti altri con la stessa divisa, a tifare e a fare festa (ci saranno Silver ed i bimbi, non posso immaginare un regalo più grande)
Senza contare chi vorrebbe esserci e non potrà ma in qualche modo ci spingerà all'arrivo, allo stesso modo.
Dico sempre che La Folgorante non è il club esclusivo degli amici del Nikio. La Folgorante è la squadra corse più scalcinata della storia, senza top runners, senza allenatore, senza tesseramento in federazione. Ma guarda avanti, come in una corsa. Siamo partiti in 3 ed adesso siamo in 25 e sono sicuro che già domenica ci sarà qualcuno di nuovo che si aggregherà.
Perché lo spirito che ci muove non è nelle parole, non è nei risultati. È qualcosa di più alto, qualcosa di più profondo.
È una N gialla sul cuore che domenica porteremo da Stra a Venezia.

venerdì 10 ottobre 2014

Prendiamoci un 4


Io di 4 ne ho presi una valanga, al liceo. Voi no?
Per un periodo della mia vita addirittura arrivare a 4 pareva già un risultato.
Ricordo ancora, con lo stesso magone di allora, la consegna del primo compito di latino corretto in terza superiore.
La premessa della vecchia insegnante fu: “È andata piuttosto male, ho tolto un voto ad ogni errore ma ad un certo punto ho dovuto fermarmi per darvi una chance di recuperare durante l'anno. Se non fosse il primo compito che faccio con voi e non vi scontassi almeno le colpe del professore che mi ha preceduto, sarei andata sotto zero senza pietà. Parto dal voto più basso: El_Gae”.
Ecco!
Avevo preso uno. #1#
Da lì è stata una lentissima risalita durata ben 29 compiti scritti, passando per una bocciatura l'anno successivo e un cambio di insegnante per arrivare ad un inaspettato quanto meritato 7,5 al trentesimo compito. L'ultimo della quarta liceo.
Capirete che con un curriculum così, quando l'insegnate, stavolta più giovane e comprensiva, mi disse che una sola sufficienza non poteva bastare per rimettermi completamente in pari e avrebbe voluto ritestare il mio progresso, ma non con l'orale, disciplina in cui me la cavavo abbastanza bene, ma con lo scritto, mi prese il panico e per la prima volta sconfinai nell'illegale copiando il successivo compito, pensato ad hoc per pochi fortunati, praticamente da capo a piedi.
Va ben, ma non volevo fare coming out sui miei trascorsi scolastici.

Parlavo di progressioni lente, di traguardi.

Mancano 15 giorni esatti alla Maratona di Venezia.
Domenica scorsa, con un paio di compagni di merende ci siamo sparati i 35 km di quello che in gergo si definisce “il Lungo”; che non è uno dei bravi cowboy ma l'allenamento sulla distanza. È intuitivo, in effetti. 
Panorami "Lunghissimi" al sorgere del sole
 
Le gambe girano benissimo sul serio, i quasi 14 kg persi si fanno sentire.
Così mi è venuta un'idea bizzarra: forse riesco a stare sotto le 4 ore.
No, mi dico un attimo dopo, non ce la posso fare. Tieniti le 4,30 come obiettivo ed accontentati.
Ma poi mi faccio tutti i miei conti: ci siamo fermati un paio di volte che si poteva fare a meno, ai ristori ottimizzo mangiando velocemente o camminando più forte... insomma...
Potrebbe non essere impossibile.
Chiaro è che, essendo andata la precedente esperienza abbondantemente sopra le 5 ore, qualsiasi timing che inizi per 4 andrebbe comunque bene.
Ci pagano uguale, direbbe mio suocero, anche se arriviamo a 4,15.
Però, vuoi mettere?
Va ben, la cosa migliore è provare a vedere come girano le gambe quella mattina e come starò durante la giornata. Andando in progressione, appunto, come con i compiti di latino. Certo, senza lo stress dei compiti di latino, possibilmente.

Poi, visto che c'è in giro un sacco di brava gente, ma sul serio, ho fatto anche un ultimo pensierino su Occhio al Nikio. Senza i clamori dei primi tempi o del botto fatto al concerto, il nostro piccolo conto ha continuato a salire piano piano, arrivando oramai in prossimità del 2000 € tondi tondi.
Mi chiedo: ma in 15 giorni ce la faremo ad arrivarci?
Dai! Che qui, a differenza delle 4 ore, il risultato ha davvero un valore.