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mercoledì 4 maggio 2022

Razzismo, xenofobia e russofobia

 Con la guerra non può esserci pace.

Accogliere è giusto e si può fare.

Il ritorno incomprensibile e inaccettabile della guerra in Europa, l’accoglienza e la solidarietà straordinarie offerte ai cittadini ucraini in fuga ci ricordano innanzitutto questo. Ma ci raccontano anche molto altro.

Con la guerra proliferano anche la xenofobia e il razzismo. Prendono ossigeno i peggiori nazionalismi. Nascono distinzioni che sfociano in nuove forme di discriminazione.

In questo dossier cerchiamo di raccontarle, sapendo di correre un rischio insidioso. Quello di riproporre, senza volerlo, quella tendenza alla polarizzazione che da molto tempo (ben prima della diffusione del Covid 19 e dell’aggressione russa all’Ucraina) denunciamo come un paradigma strutturale e patologico del discorso pubblico.

Non è nostra intenzione assecondare una logica binaria che contrappone i diritti dei profughi ucraini a quelli dei profughi, dei richiedenti asilo e dei rifugiati provenienti da altre aree del mondo. Al contrario, ciò che sta avvenendo oggi ci induce a chiedere che l’accoglienza, la solidarietà, la pietas umana rivolte ai profughi ucraini da parte delle istituzioni, dei media e dell’opinione pubblica occidentali siano estese a tutte le persone bisognose di protezione, indipendentemente dalla loro origine nazionale.

D’altra parte, è indubbio e incontestabile il trattamento diverso che le istituzioni dell’Unione Europea e nazionali hanno riservato ai profughi ucraini rispetto ai profughi provenienti da altre aree di conflitto. Raccontarlo ci sembra non solo giusto, ma eticamente indispensabile.

L’attenzione mediatica dedicata alla guerra in Ucraina è eccezionale. Non accade lo stesso con i conflitti che affliggono molti altri paesi del mondo. E nel racconto di questa guerra affiorano pregiudizi e stereotipi che strutturano un radicato eurocentrismo bianco.

La solidarietà unanime del mondo politico con i profughi ucraini lascia trapelare furbe e opportunistiche distinzioni tra “profughi veri” e “profughi falsi”.

Persino il mondo della cultura e dello sport si sono piegati alla logica binaria dello scontro con il nemico con ostracismi incomprensibili nei confronti di scrittori, artisti e atleti russi.

Di tutto questo parliamo nel dossier.

E’ infatti difficile spiegare a uno studente nigeriano in fuga dall’Ucraina perché è stato fatto scendere da un treno diretto in Polonia.

E’ difficile spiegare a un profugo siriano o a una donna afghana perché la loro tragica sofferenza non incontra la stessa attenzione di quella, terribile e ingiustificabile, cui sono sottoposti i milioni di donne e bambini ucraini che stanno per fortuna incontrando un’accoglienza mai vista prima in molti paesi dell’Occidente.

E’ impossibile spiegare a un richiedente asilo sudanese perché per lui e per i suoi concittadini non è possibile raggiungere l’Europa senza rischiare la propria vita nel deserto e nei viaggi della morte nel nostro Mar Mediterraneo.

Così come è complicato distinguere i volontari delle Ong impegnate nelle missioni Sar nel Mediterraneo, stigmatizzati con disprezzo come “taxi del mare” da quei volontari polacchi che, in soccorso ai profughi ucraini, sono invece definiti “taxi della speranza”.

Per aver osato nel 2016 comprare dei biglietti di autobus da Roma a Ventimiglia per nove migranti provenienti dal Sudan e dal Ciad (sgomberati in modo violento pochi giorni prima da uno dei numerosi sgomberi subiti dall’associazione) tre volontari dell’associazione Baobab Experience di Roma sono accusati invece di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Il 3 maggio ci sarà l’udienza del processo. E agli amici di Baobab Experience va tutta la nostra solidarietà.

Queste scelte e questi trattamenti differenziati e selettivi, che sembrano subordinare la garanzia dei diritti umani fondamentali e del diritto di asilo alle logiche di potere e agli interessi economici e geopolitici, restano per noi incomprensibili.

Denunciarne l’ingiustizia è l’obiettivo del nostro dossier.

Buona lettura.

 

scarica il dossier

 

lunedì 28 maggio 2018

QUESTIONI MIGRANTI: LA QUADRA TRAPEZIA (proclamazioni verbali e risultante pratica dell’accordo di governo sui flussi) - Gian Luigi Deiana



supponendo che la proposta di governo prenda la fiducia delle aule parlamentari e la conservi per un po’, e mettendo via per cinque minuti le legittime ragioni di pre-giudizio, se oggi si passano in rassegna le questioni che hanno avuto maggiore peso specifico nel consenso elettorale, ci si trova a fare il trapezista su appoggi e corde estremamente variabili ed elastici: in primo luogo perché le proclamazioni elettorali hanno risposto in modo apparentemente univoco ad aspettative sociali fattualmente diverse, e in secondo luogo perché il cosiddetto “contratto” di governo è destinato, per come è combinato, a risultanti concrete in buona parte imprevedibili; quindi, se partiamo dall’ingrediente fondamentale della campagna elettorale, quello dei migranti, sul trapezio di questo circo dobbiamo saltare dalle proclamazioni verbali a ruota libera, precedenti le elezioni, alla presunta quadra delle clausole scritte nel contratto di governo, e di qui all’ imprevedibile risultante concreta; quest’ultima, secondo me, non caverà un ragno dal buco sul tema specifico (i flussi) ma non potrà fare a meno di mettere in mostra una compensazione sostitutiva in termini di più generale pressione securitaria su alcuni specifici settori sociali (più telesorveglianza, più legittima difesa, più arbitrio poliziesco, più popolazione carceraria ecc.): e a fare i trapezisti in questo modo c’è da rompersi l’osso del collo;
la responsabilità di questa falsa quadra che in sede governativa è in realtà un pericoloso trapezio non risiede solo nella classe politica, ma anche nel discount dell’ oscurantismo di strada, di cui in mancanza d’altro si alimenta il senso comune; per vedere un poco più chiaro in questo argomento oscuro è necessario distinguere in primo luogo fra il cosiddetto razzismo e la cosiddetta xenofobia, e di qui fra le disposizioni buoniste o cattiviste e le strategie ragionevoli o irragionevoli;
razzismo e xenofobia, che danno luogo ad un connubio assassino quando combaciano, come tali non sono affatto la stessa cosa; il razzismo consiste nel “concetto” che i gruppi umani sono diversi per indole e per storia evolutiva, e che si rapportano gli uni rispetto agli altri in termini di compatibilità o incompatibilità e di superiorità o inferiorità rispetto ai modi della condotta individuale e sociale; la xenofobia consiste invece nella “fobia” dello straniero, e paradossalmente in quella paura che il gruppo più forte, quello autoctono, esprime nei confronti del gruppo più debole, quello immigrato: che cioè chi ti sta dietro nella dinamica sociale stia avanzando per prenderti alle spalle e mettere a rischio la tua posizione; a sua volta chi sta in cima alla piramide sociale non ha nulla da temere alle sue spalle, proprio perché l’oscura terra di mezzo della xenofobia è concentrata non sull’ineguaglianza che viene dall’alto, ma sull’insicurezza che preme dal basso; è su questa mappa che può realizzarsi, in fasi di crisi, il corto circuito tra la pulsione xenofoba e la concezione razzistica;
dunque si può essere razzisti senza essere xenofobi e paradossalmente persino senza fare danno, e si può essere xenofobi senza essere razzisti ma sempre disseminando malvagità; è questa separazione che rende possibile alla massa xenofoba la bizzarra affermazione “io non sono razzista ma…”; il corto circuito avviene quando il razzismo mette capo concettualmente a un presunto diritto di sangue (o di dna) e la xenofobia mette capo istintivamente a una autoproclamata titolarità di suolo (o di territorio), e quando la periferia di massa dell’ordine sociale (ordine che è invece strutturato da un centro dominante, monopolista della ricchezza, del rango e del potere) unifica psicologicamente la propria multiforme condizione di precarietà sociale in una pulsione aggressiva nei confronti dell’estraneo;
la ‘lega’ è stato il partito politico italiano che ha massimamente suonato, nella sua storia ormai trentennale, tutti i tasti di questa cacofonia; se borghezio ha rappresentato ieri l’incarnazione della praticabilità diretta del soddisfacimento xenofobo, salvini rappresenta oggi l’incarnazione della praticabilità governativa della razionalità razzistica; questo può apparire un passo in avanti ed è su questo passo avanti che il principio di razionalizzazione dei flussi ha temporaneamente consentito la convergenza contrattuale col movimento cinque stelle;
ora, prima di chiudere la questione sanzionando che questa convergenza è la precipitazione della politica italiana nel buco nero del razzismo+xenofobia, è anche necessario considerare se i processi migratori necessitino o no di una strategia di regolazione, come quando si regola il traffico coi semafori o il numero di persone in ascensore, e se una strategia di questo genere sia stata davvero pensata e messa in pratica; poiché respingimenti in mare o contenimenti in libia non sono una strategia di regolazione ma una condotta da bestie, e che i campi di internamento o gli alloggiamenti a in camping sono solo uno spostamento del problema, va riconosciuto che questi vent’anni intercorsi dalle navi degli albanesi ad oggi non sono serviti a nulla, se non a saldare la concezione razzistica con la pulsione xenofoba, col rischio di fare di questa saldatura il perno di una intera visione di governo;
non si può disinnescare questo rischio semplicemente con la retorica dell’accoglienza (il cosiddetto buonismo) poiché i propositi non sono soluzioni; ma il cattivismo (a parte la sua sconcezza morale) è solo un proposito e non una soluzione; quindi la pallina torna sempre lì, una strategia ragionevole dimensionata sui numeri del problema e sul diritto superiore, quello che ciascuno abbia la sua possibilità di trovare un luogo per la propria vita;
quando si afferma che “qui non c’è posto” si nega a qualcuno la possibilità del luogo; il posto è una cosa fisica, il luogo è una cosa mentale; se il luogo può essere creato (per esempio favorendo la ri-abitazione di immense aree spopolate come tutta la montagna appenninica) il posto sovviene di suo; se invece il luogo viene strozzato in un cie o in una periferia degradata, il risultato è che ben presto il posto non c’è;
questo accordo di governo parla alla pancia xenofoba, ma si propone anche di mettere in capo allo stato e non ai privati la cosiddetta accoglienza (e questo può essere un bene) con la mannaia dei contenimenti, dei filtri in mare e dei rimpatri (e questa è una schifezza fascista); il gioco va sulla risultante: come che sia, la nazione italiana non reggerebbe a pratiche di selezione bestiale (del genere ungherese, polacco, austriaco o francese), quindi resta forse possibile coniugare la regia statale con una costrittiva partecipazione dei comuni e di qui con il libero coinvolgimento dei cittadini: sono tre passaggi: stato-comuni-cittadini senza di che questo luogo nuovo non potrà prendere forma, e resterà solo un posto impaurito e blindato.