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martedì 15 novembre 2016

Fermiamo i terremoti usando i soldi delle Grandi Opere Inutili e Imposte

Lettera Aperta all'Arcivescovo di Norcia e Spoleto
Comitato No TAV di Sant'Ambrogio di Torino - Valle di Susa - 11-11-2016

Operazione San Benedetto, Patrono d'Europa

Caro Monsignor Renato Boccardo, Arcivescovo di Norcia e Spoleto,

A scriverTi è il Comitato Santambrogese No TAV e Vigilanza Cave di cui conosci molti da lunga data e che spesso hai incontrato in occasione dalla festa patronale di San Giovanni Vincenzo. Festa in cui ci hai abituati a temporanei ritorni nel Tuo paese di origine per presiedere con gioia l'Eucarestia per la comunità.

Abbiamo letto la tua rattristata dichiarazione rilasciata dopo il crollo della basilica di San Benedetto a Norcia provocato dalle scosse del terribile, interminabile terremoto che sta distruggendo vaste aree del centro Italia.

"La nostra gente è psicologicamente consumata...dopo questa nuova mazzata deve ricominciare da capo...abbiamo sospeso le messe; in questo momento è importante per noi non sentirci soli".

Attraverso questo messaggio vorremmo fare arrivare a Te e a tutte le persone che soffrono, affettuose parole di vicinanza e un abbraccio di amicizia che scaturisce dal nostro profondo umano sentimento.

Il settimanale diocesano La Valsusa ha opportunamente lanciato l'appello "Aiutiamo Norcia" che non abbiamo lasciato inascoltato incoraggiando i nostri simpatizzanti a provvedervi singolarmente secondo le proprie disponibilità e sensibilità.

In questa tragica circostanza, vorremmo ricordarTi che una cospicua somma di denaro, utile a far fronte a molte necessità contingenti e future, potrebbe essere dirottata dall'incredibile cifra di 2,9 miliardi di Euro corrispondente al costo stimato a carico dell'Italia per la tratta internazionale del tunnel di base - ancora da iniziare - della famigerata quanto inutile linea ferroviaria Torino-Lione (cfr. Il Sole 24 Ore del 29 giugno 2016).

Quanto preferiremmo indirizzare queste risorse a chi si trova in reale stato di bisogno piuttosto che spenderle per un'opera che la Valle e il buonsenso rigettano.

Sarà sicuramente noto anche a Te che l'insediamento del cantiere del tunnel geognostico di Chiomonte, propedeutico all'avvio dei lavori, è riuscito a procurare la distruzione della necropoli nell'area archeologica della Maddalena, di una grande porzione di territorio, la costruzione attorno ad esso di un minaccioso fortilizio costantemente vigilato da ingenti forze di polizia e militari e la esasperata criminalizzazione del dissenso.

Nei prossimi mesi è prevista la ratifica in sede parlamentare dell'ennesimo accordo Italia-Francia per l'avvio dei lavori definitivi della sezione transfrontaliera, detta tunnel di base.

Vorremmo ricordare che per questa ratifica non è mai sussistito, e non sussiste tutt'ora, il presupposto fondamentale che l'accordo Amato-Chirac di Torino del 2001 aveva fissato: la saturazione della linea esistente come prerequisito necessario all'avvio dei lavori.

"PresidioEuropa", gruppo di lavoro del Movimento No TAVcon ampio respiro internazionale, giorni addietro ha emesso un Comunicato Stampa in cui chiede al Governo Renzi, litigioso quanto mai con la Commissione europea per potere indebitare l'Italia dello 0,1% (pari a 1,6 miliardi di €) del PIL per interventi a favore di terremotati e i migranti, di lanciare l'Operazione San Benedetto Patrono d'Europa.

Energica proposta per un coraggioso piano per la messa in sicurezza e la ricostruzione post terremoto delle abitazioni civili e delle opere d'arte usando il denaro previsto per la realizzazione delle Grandi Opere Inutili e Imposte, dalla Torino-Lione al Terzo Valico fino al Ponte di Messina e molte altre.

Un caro saluto con incoraggiamento a resistere insieme nelle avversità.

10 novembre 2016, Comitato Santambrogese No TAV e Vigilanza Cave


La meglio gioventù
4 novembre 1966 – 4 novembre 2016
da Firenze a Norcia
Fermiamo i terremoti usando i soldi delle Grandi Opere Inutili e Imposte

Sono passati 50 anni da quando migliaia di giovani entusiasti si buttarono il 4 novembre 1966 nel fango per salvare le ricchezze artistiche della città di Firenze.
Oggi sono ancora di più i giovani e i meno giovani (molti sono ancora quelle e quelli che erano ragazze e ragazzi 50 anni fa) che proseguono idealmente quel lavoro per salvare non solo più una città e le sue ricchezze dal fango ma l’Italia intera dalla corruzione, dal malaffare, dallo spreco delle risorse pubbliche, dalla distruzione della natura.
Sono le sentinelle che danno l’allarme e lottano per la difesa del Pianeta.
Sono le cittadine e i cittadini impegnati oramai da decine di anni nella lotta alle Grandi Opere Inutili e Imposte, quelle che molti chiamano le GOII.
Il 26 ottobre 2016, solo otto giorni fa, una delegazione di cittadine e cittadini del Forum contro le GOII è entrata nel Parlamento Europeo per consegnare la Sentenza del Tribunale Permanente dei Popoli “Diritti Fondamentali, Partecipazione, delle Comunità Locali e Grandi Opere”- dal Tav Torino-Lione alla realtà globale. Questa sentenza ha condannato l’Unione europea, l’Italia e la Francia per avere aver violato i diritti fondamentali dei cittadini in numerosi progetti di Grandi Opere Inutili e Imposte (GOII).
Domenica 30 ottobre 2016 il terremoto ha fatto crollare a Norcia la Basilica di San Benedetto, patrono d’Europa, quella stessa Europa alla quale Matteo Renzi si rivolge per ottenere il via libera all’aumento del debito dell’Italia di uno 0,1% in più sul PIL, un importo di 1,6 miliardi, a copertura delle spese per la ricostruzione post terremoto.
Vogliamo dire a Matteo Renzi, che ha incontrato due giorni fa Monsignor Renato Boccardo, Vescovo di Norcia e suo consigliere spirituale, che non ha bisogno di chiedere una speciale intercessione presso il Santo Patrono d’Europa.
Chiediamo a Renzi di lanciare piuttosto l’Operazione San Benedetto – Patrono d’Europa, ossia un coraggioso piano per la messa in sicurezza e la ricostruzione post terremoto delle abitazioni civili e delle opere d’arte usando il denaro previsto per la realizzazione delle Grandi Opere Inutili e Imposte, dalla Torino-Lione al Terzo Valico fino al Ponte di Messina, invece di penalizzare ulteriormente i bilanci dello Stato.
Diciamo a Renzi che un importo molto ingente (ben 2,7 miliardi di €) lo ha già a diposizione solo se decidesse di non finanziare il costo della parte francese del tunnel di 57 km della Torino-Lione come previsto dagli Accordi tra l’Italia e la Francia, l’ultimo dei quali firmato nel 2015 a Parigi.

giovedì 15 settembre 2016

Sullo stupro non contate sul nostro silenzio!


Una donna è stata denunciata dal noto avvocato di un efferato stupratore per aver diffuso una lettera in cui si diceva esattamente questo: che era l’avvocato di uno stupratore e che era meglio che alla Casa Internazionale delle Donne non entrasse.
FIRMA ANCHE TU LA LETTERA che ha dato tanto fastidio, perché non siano più le donne a essere imputate nei processi per stupro.
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I FATTI
E’ il 12 febbraio 2012, all’Aquila fa freddo e c’è la neve, nonostante sia passato più di un anno dal terremoto la città è ancora distrutta e presidiata dai militari. Quella sera Rosa viene stuprata fuori da una discoteca a Pizzoli da Francesco Tuccia, uno dei militari dell’operazione “strade sicure” e lasciata ferita e agonizzante nel parcheggio a quattordici gradi sotto zero. Scatta la denuncia e parte il processo, Antonio Valentini, un noto avvocato locale, assume la difesa dello stupratore Tuccia e la gioca tutta sul dimostrare il consenso di lei. Intorno a Rosa si mobilitano centinaia di donne che la sostengono dentro e fuori dal tribunale e che quando l’avvocato Valentini nell’arringa pronuncia le parole “reciproco consenso” per protesta escono tutte insieme dall’aula. Tuccia verrà condannato in tutti i gradi di processo.
13 Novembre 2015, l’avvocato Antonio Valentini viene invitato a parlare al convegno “Verso la cassazione” sulla commissione Grandi Rischi organizzato da un’associazione di Chieti presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma. La cosa non passa inosservata, il nome viene riconosciuto e in molte segnalano la presenza dell’avvocato dello stupratore Tuccia in un luogo dedicato alla politica delle donne. La Casa Internazionale delle Donne scrive una lettera pubblica in cui dichiara che non sarà consentito all’avvocato Valentini l’ingresso alla Casa. Il convegno si svolge regolarmente nell’assenza dell’avvocato Valentini.
18 maggio 2016, in seguito alla denuncia per diffamazione aggravata sporta dall’avvocato Valentini, il pm de L’Aquila firma un ordine di sequestro del computer, pad e cellulare di una donna di Roma che ha diffuso in una chat di facebook una lettera arrivata da L’Aquila e indirizzata alle donne di Roma e alla Casa Internazionale. Una lettera che riportiamo qui sotto, che vi invitiamo a leggere e a firmare, per diventarne tutte idealmente autrici, perché non dice nulla che non diremmo e che non dovrebbero dire tutte e tutti.
Vi invitiamo a firmare perché gli avvocati che difendono gli stupratori cercando di dimostrare che le vittime sono le colpevoli rafforzano e perpetuano una cultura dello stupro per cui “ce la siamo cercata”, “portavamo i jeans” , “lo volevamo”, “abbiamo provocato”, “ci piaceva”, “eravamo in minigonna” ,“eravamo sole”, e il processo si trasforma in una nuova inauditaviolenza.
QUESTA LA LETTERA “INCRIMINATA” 
“Alla Casa internazionale delle donne
Premetto che sono un’aquilana terremotata e che ho perso persone, luoghi e ricordi a me tanto cari con il terremoto.
Quel che è successo a L’Aquila nel 2009 e oltre non lo dimentico.
Non dimentico la violenza e la militarizzazione con cui lo stato ha cercato di nascondere le sue responsabilità, sorvegliare i terremotati e reprimere chi osava lottare
Non dimentico lo sciacallaggio di comitati politico-affaristico-mafiosi sulla pelle degli sfollati.
Non dimentico le iene che ridevano, ma neanche gli sciacalli che piangevano e dietro quelle lacrime affilavano i coltelli.
La prima volta che ho visto e sentito l’avvocato Valentini fu quando, in un’assemblea al tendone di piazza duomo ribadì quanto scritto sui giornali e cioè che avrebbe assistito gratis tutti gli aquilani terremotati.
Pensai fosse un uomo coraggioso, ma poi ho capito che non era coraggio quello, ma solo un esercizio di potere. Fatto sta che l’avvocato Valentini, con quella mossa, ha acquisito molta popolarità e forse alle amministrative del 2017, se si presenterà, porterà a casa ben più di quel 3,7% che raccolse con “lega italica per L’Aquila” nel 2002.
No, non dimentico quel che è successo a L’Aquila nel 2009 e oltre.
Circa 70.000 militari arrivati da tutta Italia a sorvegliare neanche 35.000 sfollati nelle tendopoli. Erano loro i padroni del territorio, non gli aquilani terremotati.
Quando in una sala stracolma di gente arrivò Bertolaso, fui sola a contestarlo, circa metà sala si rivolse allora contro di me e mi mandarono le guardie: “fatela tacere!” esclamavano.
Erano loro i padroni del territorio, non gli aquilani terremotati
No non dimentico quel che è successo a L’Aquila nel 2009 e oltre.
Quando la notte del 12 febbraio 2012, in una discoteca di Pizzoli (AQ), una giovane donna di 20 anni, “Rosa”, fu stuprata e ridotta in fin di vita da un militare, Tuccia, in compagnia di 2 altri commilitoni del 33° reggimento artiglieria “Acqui”.
Sono loro i padroni del territorio e alcuni sono anche aquilani.
Gli aquilani fanno numero all’Aquila, ma non tutti hanno lo stesso peso. Ora l’avvocato Valentini, che è “amico” di tutti, doveva correggere il tiro e conquistare quelli più potenti, quelli del braccio armato dello Stato. Così si offrì di difendere gratuitamente lo stupratore avellinese Francesco Tuccia.
Alle prime udienze per stupro, le compagne, le donne arrivate da tutta Italia percepirono netta la sensazione che a L’Aquila il militare stupratore si trovava in un ambiente amico
Sono loro i padroni del territorio e molti sono aquilani.
Ricordo che in aula, alla seconda udienza, l’avvocato Valentini, che è amico di tutti, avvicinò il testimone che salvò Rosa da morte certa per offrirgli una “dritta” per una buona occasione di lavoro lontano da L’Aquila.
Ricordo le minacce di stampo mafioso e fascista indirizzate all’avvocata di “Rosa”, Simona Giannangeli: “Ti passerà la voglia di difendere le donne […] Stai attenta e guardati sempre le spalle, da questo momento questo posto non è più sicuro per te”.
Ricordo nettamente la sensazione appiccicosa di schifo e violenza, esercitati sulla mia pelle di donna, alle parole dell’avvocato Valentini: “Tra i due ragazzi vi fu consenso esplicito. La pratica del fisting presuppone una particolare posizione della donna, assolutamente incompatibile con le modeste ecchimosi refertate sulla ragazza e soprattutto con il fatto che aveva, sebbene scesi, i pantaloni addosso”.
Modeste ecchimosi le lacerazioni all’apparato digerente e genitale di Rosa! “Solo” 48 punti per ricostruire le parti interne lese!
Ricordo che uscimmo in massa dall’aula, disgustate e indignate per la violenza che l’intervento dell’avvocato “amico di tutti” evocava.
E ricordo anche che una volta c’era a Roma una casa internazionale delle donne
Uno spazio di tutte le donne, contro la violenza di genere, dove ti sentivi veramente al sicuro e la sorellanza non era retorica o ipocrisia, la sentivi sulla pelle come una carezza, la stringevi nella mano, come qualcosa di prezioso, qualcosa per cui valga la pena “entrare nel merito dei convegni che si ospitano” perché CI RIGUARDA TUTTE l’efferatezza e la viltà degli uomini che in una notte di febbraio hanno massacrato il corpo e la vita di una donna lasciata sulla neve a morire.
***
E’ chiaro che l’ingresso di un tale individuo in un posto così è un insulto, una minaccia a tutte le donne e una provocazione: perché proprio alla casa internazionale delle donne?
Mi ci gioco le ovaie se l’idea non è stata proprio sua, dell’avvocato “amico di tutti”
CI RIGUARDA TUTTE –
FIRMA E DIFFONDI
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venerdì 9 settembre 2016

Contro la satiriasi, leggere le avvertenze - Gian Marco Ibba



No, non sono dell’ISIS, non sono di destra, non sono ignorante, amo le vignette satiriche e il libero pensiero, sono tra quelli di Je suis ma no, quella era una vignetta fatta proprio di merda. Proverò a spiegare perché, ma non a mia madre, né a mia nonna. Proverò a spiegarlo a voi. Mettetevi comodi, non abbiate fretta…

1.      Cos’è la satira, cosa non è, cosa è in parte, cosa è per tre quarti etc. (Questione oziosa vero?).

Un primo chiarimento mi sembra doveroso, visto che allorquando qualcosa che si fa passare per satira non viene apprezzato si tira in ballo la sua legittimità (come se il problema fosse una questione di appartenenza al genere e non il contenuto specifico dell’opera di cui si parla.). 
Chiariamo subito allora che la satira non è un genere definito, ma per sua stessa natura molto trasversale, ondivago e indistinto, capace di permeare i generi letterari più diversi e in forme altrettanto diverse a seconda dell’autore che di volta in volta (anche a distanza di secoli) se n’è occupato. Perché prima di essere relegata ormai alle sole vignette umoristiche, la satira era praticata da intellettuali e letterati, alcuni dei quali di prim’ordine. Passando al setaccio le diverse contaminazioni e personalizzazioni che questa modalità di espressione ha attraversato nelle mani degli autori più diversi nel corso dei secoli, appaiono chiare alcune caratteristiche distintive di base, venendo meno le quali non si è più certi che si tratti di satira, ma di qualcos’altro (non meglio precisato). Tali caratteristiche in sostanza si possono riassumere in una volontà di critica sociale condotta per mezzo di uno stile ed un linguaggio colorito, beffardo e pungente, impiegando un umorismo a volte crasso e sgangherato oppure venato di ironia sottilissima. Questo ovviamente dipende dall’autore e dai contenuti che intende esprimere. Le tenui e leggere satire di Orazio sono affatto diverse da quelle arcigne di Persio, da quelle indignate di Giovenale o da quelle più pacate di Ariosto, dagli epigrammi feroci di Marziale o dai romanzi di Rabelais, ricchi di allegra e ostentata trivialità, da quelle velenose degli Illuministi fino alla fioritura dei giornali satirici a partire dall’ottocento, che contribuirono ad accelerare quella tendenza alla progressiva destabilizzazione del genere, già di per sé restio ad una codificazione fissa. La satira può essere fatta (ed è stata fatta) in mille modi, stili e toni diversi, a seconda dell’autore. Dunque chi sostiene che “se la satira non fa male allo stomaco non è vera satira” dice una sonora sciocchezza.
Ciò che pare un tratto comune è senz’altro (sempre con le dovute differenze di tono) il compiacimento nell’esporre al pubblico ludibrio il bersaglio di volta in volta designato (potere, costumi, religione o idiozia tout court), realizzando una sorta di vendetta riequilibratrice per la gioia del pubblico, o a dispetto del pubblico se il bersaglio, come capita, è lo stesso pubblico di cui si biasimano i vizi.
“Castigare ridendo mores”, insomma, secondo la nota definizione. Il riso dunque (o quantomeno il sorriso), che sia agro, a denti stretti, sguaiato o cristallino, è strutturalmente previsto dalla satira, che sceglie volutamente uno stile e una forma leggeri, umili, più facilmente fruibili dal pubblico. In questo è affine alla commedia, con cui condivide l’appartenenza ad un ambito non aulico, in cui è consentito sperimentare certe asprezze della lingua, ad esempio, e avvicinarla al parlato del mondo reale.
Comunque, che la satira faccia sempre ridere o meno, poco, pochino o nulla è davvero una questione piuttosto oziosa. Di sicuro possiamo dire che se la satira non fosse neanche un poco divertente non sarebbe tale e si parlerebbe di saggistica, filosofia, tragedia o altro genere considerato più serio ed elitario nella classificazione tradizionale. Nella vecchia distinzione tra i generi letterari che risale ad Aristotele, infatti, il riso è considerata pulsione di rango inferiore rispetto al pianto, ad esempio - appannaggio della tragedia - e riservato ad un dominio più popolare, umile, meno nobile.
Se la satira non diverte almeno un poco, non fa quantomeno a tratti sorridere (pur affrontando temi serissimi) non è satira, è altra cosa. Per quanto, anche qualora si dimostrasse, supponendo di essere improvvisamente ritornati al 1600, o comunque in tempi in cui ancora la letteratura o l’arte in generale erano disciplinate da regole formali piuttosto rigide e ingabbianti, che una tale opera che non fa per niente ridere, né sorridere di sicuro possa ascriversi a “satira”, l’essere catalogata come tale non la proteggerebbe comunque dalla critica, che è un diritto di chiunque in una società libera.
Perché, vedete, il fatto di rientrare tecnicamente nella categoria “satira” non è di per sé garanzia di protezione da niente. Il fatto di “fare satira” non preserva dall’eventualità di essere quantomeno considerati dei pessimi autori di satire, se non peggio. E questo ci porta al secondo punto.

2.      Si dà il caso che sia esistita e possa esistere anche della cattiva satira (ma dai?).

Questa affermazione - piuttosto banale secondo me - sembrerebbe invece cozzare contro una sorta di dogma inamovibile di difficile rimozione per l’opinion leading radical attuale, pronta ad ergersi meccanicamente a difesa del satirismo ad ogni costo con la stessa capacità di discernimento di un fungo che spunta dopo la pioggia. Eppure basterebbe davvero poco a scalzarlo via, questo stupido dogma. Basterebbe tirare in ballo la satira praticata tra otto e novecento, di matrice fascista e nazista, ad esempio. Anche quella apertamente razzista di stampo statunitense dello stesso periodo non scherzava. Nel senso che pestava duro.




         



Eh già… perché sono in molti a dimenticare che in epoca fascista e nazista la satira proliferava. Ovviamente era diversa da quella di oggi perché i suoi valori di riferimento erano diversi.
Quella era un’epoca (tra ottocento e novecento) in cui il razzismo nei confronti delle popolazioni extraeuropee, fomentato dal colonialismo, e l’antisemitismo, profondamente radicato in Europa e alimentato dal nazismo, erano pane quotidiano in Europa, e nessuno trovava strano che quella discriminazione fosse comunemente accettata. Non dico ovviamente che tutti ne fossero intimamente convinti, dico solo che almeno a livello epidermico, la società occidentale dell’epoca era quantomeno condiscendente rispetto ad essa, tollerante. Esattamente come la società romana antica lo era nei confronti dello schiavismo. Nessun poeta satirico romano, ad esempio, ha mai fatto satira sulla dipendenza dei Romani dagli schiavi, alludendo in qualche velato modo a quella colossale e macroscopica offesa alla dignità umana. Gli schiavi non erano uomini come gli altri, punto. L’orizzonte culturale era quello, e neppure la satira è stata capace di varcarlo, o appena scalfirlo.
Comunque, tornando a bomba, se si fosse nati tra la prima e la seconda guerra in Germania o in Italia, ad esempio, sarebbe stato facile imbattersi in vignette satiriche a sfondo razzista o antisemita, e persino in fumetti di quel tenore. Avremmo visto ebrei raffigurati in modo grottesco e caricaturale, orientali o neri rappresentati con fattezze mostruose o scimmiesche etc. Che fine ha fatto l’azione moralizzatrice della satira? Semplice: è stata fagocitata dal nuovo orizzonte di valori che ha avviluppato l’intera società. Gli ebrei venivano additati come responsabili di chissà quali colpe (tradimento della patria, usura etc…) e rappresentati come orrendi e grotteschi mostriciattoli con labbroni carnose e capelli crespi e nasi adunchi, che esasperavano alcuni tratti della loro tipicità etnica. 
Potrà sembrare strano ma quella era a tutti gli effetti satira. Satira, che fustigando i costumi per mezzo di uno stile dal linguaggio colorito, beffardo e pungente, con umorismo a volte crasso e sgangherato oppure venato di ironia sottilissima (secondo tutte le modalità previste dalla satira), era diretta contro una parte del corpo sociale che si presumeva minacciasse l’integrità della parte “sana”. Attraverso quelle vignette orribili il popolo tedesco biasimava quelli che percepiva come suoi vizi, in sostanza rappresentati e concentrati in quella minoranza etnica che intendeva rimuovere dal proprio interno per recuperare una sorta di ipotetica purezza minacciata. Era la satira nazista, pensata per un pubblico nazista.
Ad onor del vero bisognerebbe ricordare che non tutti gli autori “satirici” tedeschi concordavano con quella visione (uno per tutti: George Grosz, che nei suoi quadri dalle tinte accese prova a raffigurare la malattia morale che stava fatalmente corrompendo la Germania), ma in questa sede ci interessa riscontrare la possibilità storicamente realizzata di una satira biasimevole. Una satira che noi oggi non sopporteremmo (forse non proprio tutti, ahimè). Ne abbiamo riscontrato l’esistenza, e dunque la potenzialità.
Con questo cosa voglio dire? Non certo che quelli di Charlie Hebdo sono dei nazisti, ma certo che no, ci mancherebbe. Anche se vorrei comunque azzardare una provocazione: quando Charlie Hebdo se la prende contro i musulmani, ridicolizzando gli eccessi e le stranezze (a nostro avviso di occidentali) della loro religione, il più delle volte ricorrendo a sintesi grafiche offensive, deformanti, con chiari riferimenti agli organi sessuali evocati per esempio nel volto del profeta Maometto in cui facilmente si riconosce un pene con relativi testicoli (riprodotto sia dall’accoppiata occhi/naso, sia dal binomio turbante/volto), non fa qualcosa di molto diverso da quello che i vignettisti tedeschi facevano quando ridicolizzavano in modo pesante le fattezze e le eccentricità dei costumi e comportamenti degli Ebrei.



In fondo, si tratta di offendere gratuitamente una minoranza percepita come intimamente “diversa”, “strana”, e colpirla con sberleffi e offese esplicite. Fa ridere? Sicuramente non i musulmani. Così come le caratterizzazioni grottesche degli ebrei facevano ridere i tedeschi cattolici ma non i tedeschi ebrei.
La replica è ovviamente che in una società aperta io sono libero di sputare addosso a chi voglio (figurativamente parlando) e nessuno deve potermelo impedire. Tuttavia forse, dato che quella che ci si prospetta è una società sempre più globalizzata, ad alta mescolanza di culture e sensibilità diverse, forse la politica di sputare addosso a chi vogliamo soltanto perché possiamo farlo, ad occhio e croce non mi pare la migliore strategia di convivenza, a lungo termine.
Mi pare invece che, fermo restando il rispetto doveroso per il sistema giuridico del paese ospitante per chiunque decida di emigrare, forse sarebbe più saggio da parte nostra limitare gli eccessi e la “protervia” della nostra differenza culturale, magari cercando di mettere in comune il maggior numero di cose che possono essere più facilmente condivise e favorire un avvicinamento, piuttosto che alimentare conflitti. Questo mi pare più saggio.
Dunque, ricapitolando, il fatto che qualcuno produca una vignetta cosiddetta “satirica” non conferisce automaticamente una patente di impermeabilità a qualsiasi critica.
La bontà della satira dipende dalla bontà dei contenuti che il suo autore ci vuole mettere dentro, e dall’orizzonte di valori di riferimento di questo autore.
Sempre fermo restando che in una società laica e aperta ognuno è libero di manifestare le sue idee e le sue proposte di “satira”, se ne ha (precisazione mai abbastanza ridondante quando ti permetti di muovere qualche pallida critica al pensiero unico dell’attuale opinion leading radical),
mi sento di rivendicare il mio diritto di cittadino dotato di libero pensiero a valutare di volta in volta se un qualsiasi prodotto dell’ingegno umano che abbia connotazioni espressivo/letterarie/artistiche etc., pensato per un pubblico, possa piacermi o meno. Se mi sia utile o meno. Tutto questo, possibilmente senza dover subire alcun biasimo sociale.

3. Ma anche nell’ambito dell’orizzonte di valori a cui aderisco, una vignetta satirica può essere “sbagliata”?

Certo che sì. Ovviamente. Una volta ammesso che una vignetta possa essere discutibile sul piano dell’orizzonte culturale di valori a cui si riferisce, la si può analizzare anche soltanto sul piano della sua struttura all’interno dello stesso modello valoriale di riferimento e decidere se è efficace oppure no, giusta o “sbagliata”. Basta intendersi su cosa significa “sbagliata”. 
Analizzando quella che si può definire come “intentio operis”, per usare una definizione di Eco, possiamo, con un ragionevole margine di approssimazione, dedurre quale sia il messaggio che l’opera sembrerebbe veicolare. Ovvero quello che il lettore ideale (presupposto da qualunque autore) dovrebbe poter recepire per mezzo della fruizione del dato “oggetto artistico”. Sulla base di questa analisi l’opera ci restituisce, o ci guida, verso il significato più plausibile in essa contenuto, o meglio che la sua struttura contiene in base alla disposizione scelta degli elementi del codice impiegato. Tale disposizione, in quanto preferita ai miliardi di altre scelte possibili, dovrebbe poterci guidare verso un significato (o quantomeno ad un ventaglio ristretto), piuttosto che a miliardi di significati possibili.
Ecco che dunque non sono possibili infinite interpretazioni dello stesso quadro, film o vignetta satirica. Interpretazioni da non confondersi ovviamente con le sensazioni provate, diverse per ciascuno di noi in quanto lo stimolo esterno che ci viene dall’opera interagisce con un sostrato personale di esperienza e di cultura diverso per ognuno. Però se si parla di interpretazione, occorre rimanere un po’ più vincolati all’oggetto artistico e alla sua struttura, impedendo al nostro ego ballerino di sfarfallare troppo con le libere associazioni.
Ora cercheremo di analizzare la vignetta galeotta sul terremoto che ha fatto scaturire tutta questa riflessione:




L’analisi è molto semplice quando si tratta di vignette, data l’esiguità del numero di elementi grafico linguistici impiegati e all’immediatezza della sintesi espressiva. Nell’immagine possiamo notare due italiani, identificati principalmente dal titolo che parla di “sisma all’italiana”, e dunque ci fa presupporre che quelle due brutte persone, ovvero un uomo baffuto e una donna con occhi gonfi, mammelle mosce e rotolini di grasso addominale (forse alludenti alla passione per il cibo), affiancati da un cumulo di macerie con in mezzo persone schiacciate, siano italiani. La dicitura “penne al sugo, penne gratinate e lasagne” sormonta i tre elementi grafici presenti. 
Abbiamo quindi sotto gli occhi tre concetti espressi, e abbastanza rigidamente (quasi didascalicamente) affiancati: il concetto di terremoto, il concetto di italiani colpiti dal terremoto e il concetto di pasta. Punto. Non abbiamo altro, in mano.
Cosa ci è concesso interpretare sulla base di questi elementi che l’opera “satirica” ci presenta? Presumibilmente, una qualche vaga relazione che dovrebbe sussistere tra terremoto, pasta e italiani, altrimenti perché giustapporli?
Dunque gli italiani, che amano evidentemente tanto la pasta, sono anche dei terremotati. Non ci sono concatenazioni causali espresse in questa vignetta. C’è solo la giustapposizione di “italiani spaghetti” e “terremoto”. Dunque che cosa dovrei pensare io di tutto questo? Forse che gli italiani si meritano il terremoto perché amano troppo la pasta? O forse che se la amassero di meno e si dedicassero di più alla ristrutturazioni sarebbe meglio? Troppo sottile, siamo già alla sovra interpretazione. La vignetta non ci consente questo aggancio. Tutto si ferma al luogo comune “italiani spaghetti e terremoto”. Sono autorizzato a interpretare: italiani mangia spaghetti e terremotati. Lo stesso concetto che potremmo recepire in un banale coretto da stadio. Ulteriori sensi di cui vorremmo caricare l’immagine (cattiva gestione, mafia etc.) sono inferenze, ovvero il lettore “sovraintrepreta” quello che testo più immagine di per sé non consentono di leggere, che strutturalmente non contengono. 
Poi io, che proprio scemo scemo non sono, presumo che in realtà nel cervellino dell’autore ci sia stata la volontà di esprimere il più articolato messaggio “la colpa del terremoto è della incuria con cui gli italiani gestiscono la cosa pubblica, lasciando che mafia e camorra con gli appalti a basso costo gestiscano l’edilizia”. Questo messaggio, peraltro condivisibilissimo, resta però confinato nel cervelletto dell’autore, non è presente nell’immagine, né nel testo. A meno che non ci convinciamo che tutto questo popò di roba sia contenuta in nuce nel concetto di “italiani spaghetti”. 
Ma io non voglio farmi trascinare in questa diminuzione, in questo abbrutimento concettuale per cui basta evocare lo stereotipo di “italiani spaghetti” e immancabilmente dovrebbe scaturire il concetto di “mafia” e di “appalti a basso costo”.
Mi rifiuto di sottostare a questo gioco al ribasso, così come nessun ebreo dovrebbe riconoscersi nell’immagine di un usuraio, un tedesco in un piatto di crauti o nella svastica, o un francese davanti all’immagine di una lumaca o di uno spocchioso e superbo imbecille. 
Non so se sono stato abbastanza chiaro, ma sottostare all’indotto di questi sottocodici visivi o verbali ci riporta nuovamente all’epoca fascista o nazista, in cui bastava mettere un turbante a una scimmia e avevi il concetto di etiope o di libico. 
Che io abbia ragione, e cioè che quella vignetta fosse sbagliata, “mal concepita”, è dimostrato dal fatto che poco tempo dopo essere stati ricoperti di fischi in modo veemente dal fronte italiano, gli autori di Charlie si sono resi conto che forse quella vignetta aveva bisogno di un correttivo per agevolarne meglio la comprensione.





Dunque hanno realizzato una seconda vignetta, in cui il concetto “la colpa del terremoto è della incuria con cui gli italiani gestiscono la cosa pubblica, lasciando che mafia e camorra con gli appalti a basso costo gestiscano l’edilizia” è finalmente stato espresso in modo chiaro. Ma ormai il danno era fatto.
Arrivederci, e buona interpretazione a tutti!

***


da qui