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lunedì 15 dicembre 2025

Come gli USA drenano ricchezza dall’Europa - Enrico Grazzini

 

Trump mente: l’Europa non succhia risorse all’America. È vero il contrario. I dati sulla bilancia dei pagamenti lo dimostrano

Il presidente americano Trump afferma che l’Europa succhia soldi all’America e che i rapporti economici tra Stati Uniti ed Europa sono fortemente squilibrati a danno degli USA: ma questo è falso. La bilancia commerciale tra Europa e USA è deficitaria per l’America, ma le partite correnti – che comprendono la bilancia commerciale (gli scambi di beni e di servizi), il saldo dei redditi (da capitale e lavoro) e i trasferimenti unilaterali – sono equilibrate, e sul piano finanziario gli USA succhiano capitale dall’Europa. Occorre sottolineare che, quando si parla di flussi internazionali di fondi, ciò che conta davvero non è la bilancia commerciale di beni e servizi ma il saldo complessivo delle partite correnti, che è equilibrato.

Gli USA hanno un forte deficit commerciale con la Cina, intorno ai 295 miliardi di dollari (dati 2024). Il deficit commerciale (beni e servizi) con l’Europa è molto minore, pari a 57 miliardi di euro. Infatti, secondo la BCE, nel 2024 i Paesi dell’area euro hanno presentato un surplus degli scambi commerciali di beni rispetto agli Stati Uniti pari a 213 miliardi di euro. Al tempo stesso i Paesi dell’eurozona presentano un deficit per gli scambi di servizi (servizi digitali, di intrattenimento, servizi finanziari e di consulenza, ecc.), quasi altrettanto rilevante: in questo caso gli USA sono in surplus per ben 156 miliardi, sempre nel 2024. Gli USA registrano un forte surplus, pari a 52 miliardi, anche sui trasferimenti di redditi, grazie agli interessi e ai dividendi che riscuotono sui capitali investiti in Europa.

Alla fine, calcolando le altre poste di interscambio, risulta che nel 2024 il surplus di partite correnti dell’area euro verso gli USA è di appena 3 miliardi di euro, dopo che nel 2023 questa voce era invece risultata in deficit per 30 miliardi (lo 0,2% del PIL europeo): nel 2023 erano quindi gli USA a essere in forte surplus. Nel complesso gli scambi tra Europa e USA sono quindi equilibrati e non possono destare alcuna preoccupazione per gli americani, nonostante le false lamentele di Trump. Il problema è che presto questi scambi diventeranno prevedibilmente squilibrati a sfavore dell’Europa.

Infatti, il surplus europeo sulle merci cresce, ma lentamente: è aumentato del 68% rispetto ai 127 miliardi di surplus del 2015. Il surplus americano sui servizi aumenta invece molto rapidamente: il surplus USA di 156 miliardi del 2024 è aumentato quasi 7,5 volte rispetto ai 21 miliardi del 2015. La Banca Centrale Europea sottolinea che dal 2019, a parte il 2024, le partite correnti per la UE sono deficitarie verso gli USA “come conseguenza delle attività delle multinazionali statunitensi nell’area euro”. Vale a dire che società come Amazon, Apple, Microsoft, Netflix e Google, e banche e società finanziarie come JP Morgan e BlackRock, hanno prodotto un crescente surplus americano grazie al deflusso dei loro profitti negli USA.

Dai dati sopra si rileva che, in prospettiva, se non ci saranno significativi cambiamenti rispetto alle tendenze attuali, la bilancia tra Europa e USA – sia per quanto riguarda le partite commerciali sia per quelle correnti – diventerà presto deficitaria per il vecchio continente. Quindi gli USA estrarranno ancora più risorse dall’Europa.

E il risparmio europeo corre ad arricchire gli Stati Uniti

Un altro elemento di rilievo di cui tenere conto è il forte deflusso di investimenti europei che si dirigono verso l’economia statunitense. Gli USA sono la prima destinazione di investimenti transfrontalieri per l’area euro. Alla fine del 2024 gli asset finanziari dell’eurozona rispetto agli Stati Uniti ammontavano a 12.380 miliardi di euro, l’82% del PIL, un aumento dell’83% rispetto al 2015. Questa crescita è dovuta soprattutto all’aumento degli investimenti europei su titoli azionari statunitensi. Dall’altra parte, anche gli USA sono la principale fonte esterna di investimenti finanziari nell’area euro, con un ammontare complessivo che alla fine del 2024 ha raggiunto 8.410 miliardi di euro, il 56% del PIL dell’area.

Tutto questo significa che i surplus guadagnati dagli operatori europei vendendo merci agli Stati Uniti sono stati in gran parte investiti nei mercati azionari e obbligazionari statunitensi e hanno finanziato l’economia americana: ma se i capitali europei corrono in America, sono tolti all’economia europea. Trump quindi non può lamentarsi di nulla. La sua guerra all’Europa che “si arricchisce alle spalle dell’America” è del tutto ingiustificata e pretestuosa: è vero il contrario, l’America si arricchisce alle spalle dell’Europa.

Da questi dati si desume anche che Ursula von der Leyen dovrebbe essere licenziata perché – anche a causa della pressione di Giorgia Meloni e del cancelliere tedesco Friedrich Merz, entrambi amici del presidente americano – non ha neppure tentato di reagire al bullismo di Trump e ai dazi squilibrati e ingiustificati che ha posto ai prodotti europei. L’impero americano è già in posizione di forte privilegio in Europa.

Le multinazionali americane (e anche quelle del resto del mondo) hanno generalmente sede in Irlanda, il paradiso fiscale europeo, e pagano tasse irrisorie. In più, Germania, Francia e Italia hanno già garantito agli USA che le multinazionali statunitensi non pagheranno la Global Minimum Tax, la tassa minima del 15% concordata in sede OECD, l’organizzazione dei Paesi avanzati, a livello globale. Quindi i tre più importanti Paesi europei si sono già inchinati ai voleri imperiali di Trump. Se Bruxelles attuasse veramente una politica che difendesse gli interessi europei, dovrebbe cominciare a tassare le multinazionali americane come quelle europee. E dovrebbe cominciare a introdurre verso gli Stati Uniti quelle strategie di de-risking e di decoupling che ha già introdotto verso la Cina, prima che l’Europa diventi completamente una colonia americana.

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domenica 14 dicembre 2025

Ecco il primo report sull’evasione nei 27 Paesi Ue: Italia nel mirino per il nero degli autonomi e la riscossione che fa acqua - Chiara Brusini

Il rapporto Mind the Gap della Commissione è il primo tentativo di analizzare le lacune fiscali dell'Unione. In Italia quasi il 60% dell’Irpef attesa dagli autonomi non viene versata, l’evasione Iva nel 2023 è tornata a salire e solo una minima parte degli importi accertati viene effettivamente incassata

 

L’Italia continua a distinguersi in Europea per il livello di evasione fiscale concentrato sul lavoro autonomo e una riscossione che fatica a trasformare gli accertamenti in incassi. Sono alcune delle evidenze che emergono dal nuovo rapporto Mind the Gap della Commissione europea, primo tentativo di offrire una fotografia comparabile dei “buchi” fiscali nei 27 Stati membri. Il documento, che distingue tra mancati introiti dovuti all’infedeltà dei contribuenti e gap determinati da scelte politiche come agevolazioni, esenzioni e sgravi di vario tipo, non consente però di creare una classifica europea dell’evasione: solo per l’Iva, che è un’imposta comunitaria, esistono infatti stime armonizzate per tutti i 27 Paesi. I dati sulle imposte dirette restano invece scarsamente comparabili, perché solo pochi Paesi pubblicano stime disaggregate per categoria di reddito.

Il primato italiano

L’Italia almeno da questo punto di vista è virtuosa perché è tra i pochi Stati che stimano ogni anno sia il tax gap (differenza tra le imposte dovute e quelle effettivamente versate) relativo alla tassazione del reddito di impresa sia quello che riguarda l’Irpef, la tassazione personale. E rende pubbliche le previsioni nella Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva. Ma le buone notizie finiscono qui. La scheda Paese ricorda che nel 2022 l’evasione complessiva è tornata a superare i 100 miliardi di cui 37 (dai 35 dell’anno prima) non versati dai lavoratori autonomi e piccole imprese, la cui propensione al nero è poco sotto il 60% (59,8%). Un confronto con gli altri Paesi Ue come detto è impossibile per mancanza di dati comparabili. Ma per esempio la Svezia, che pubblica (non tutti gli anni) stime dettagliate sul tax gap dell’imposta personale, stando a controlli causali ha registrato tra 2014 e 2018 per i redditi da “business activities” un gap del 21%. Non minuscolo, comunque lontano anni luce dai livelli italiani.

In aumento anche il gap sull’Ires, cioè l’imposta sugli utili delle imprese: è salita al 19,5% per un valore assoluto di 10,3 miliardi, dai 7,6 del 2021. Stando al rapporto, la media sulla base delle stime disponibili per 23 Paesi Ue è del 10,9%. Al contrario, l’evasione è residuale tra i lavoratori dipendenti: il gap si ferma al 2,1% per i lavoratori irregolari e al 5,7% se si considerano le addizionali regionali.

Non sorprende che il peso sul pil dell’economia sommersa – attività non dichiarate, sottostimate o illegali, lavoro nero – sia soffocante: uno studio del Parlamento europeo nel 2022 l’aveva quantificato nel 20,2% del Pil, quasi tre punti percentuali sopra la media Ue (17,5%). Secondo le ultime stime Istatnel 2023 l’economia non osservata valeva circa 198 miliardi di euro, pari al 10,2% del Pil, in aumento di oltre 15 miliardi rispetto all’anno precedente. Lo scarto tra le due quantificazioni dipende da differenze metodologiche.

La riscossione che arranca

La Commissione riconosce che l’Italia ha fatto progressi importanti sul fronte della digitalizzazione grazie a fatturazione elettronica, interoperabilità delle banche dati e utilizzo di strumenti di analisi avanzata, che nel medio periodo hanno ridotto il tax gap complessivo dal 19,6% del 2018 al 17% circa. Ma la dimensione resta elevata e il recupero effettivo delle imposte accertate è limitato. Nel 2024, a fronte di 72,3 miliardi di evasione fiscale accertata, il recupero effettivo si è fermato a 12,8 miliardi, pari al 17,7%. La riscossione coattiva arranca ancora di più, con incassi fermi al 3,1% a fronte di 40,7 miliardi di euro di somme accertate. Un dato che fotografa una debolezza strutturale della fase finale del sistema di contrasto all’evasione: quella che va dall’accertamento all’effettivo incasso. Nel 2023, le cartelle pendenti a fine anno ammontavano al 180,8% delle entrate nette complessive, a fronte di una media Ue del 30,7%. La gran parte di questi crediti è considerata di fatto non riscuotibile. Da vedere se la riforma messa in campo nell’ambito della delega fiscale sarà sufficiente per invertire la rotta.

Non aiuta che la legge di Bilancio 2026 prevede una nuova rottamazione delle cartelle. Il rapporto richiama a questo proposito le valutazioni della Corte dei conti, secondo cui l’aspettativa diffusa di future sanatorie e condoni fiscali può indurre i contribuenti a rinviare il pagamento confidando di farla franca o al massimo salire sul carro della prossima definizione agevolata.

L’evasione Iva aumentata nel 2023

A livello europeo, l’evasione Iva nel 2023 è stimata in 128 miliardi di euro, pari a circa il 9,5% della base imponibile teorica. L’Italia si colloca ancora sopra la media Ue. Negli anni 2021-2022 la Penisola aveva registrato un forte calo del gap dal 19 al 15%, in parte legato al boom dell’edilizia e al Superbonus 110%, che ha incentivato l’emersione delle transazioni nel settore delle costruzioni. Ma nel 2023 si è registrato – così come in diversi altri Paesi membri – un nuovo aumento a circa 25 miliardi. Il peggioramento potrebbe essere stato determinato in parte dalla progressiva abolizione della maxi detrazione e in parte dalla normalizzazione della domanda dopo il rimbalzo post-pandemico: in particolare il buon andamento di turismo, servizi ricreativi e ristorazione, caratterizzati da livelli di compliance fiscale sotto la media, potrebbe spiegare perché la riduzione dell’evasione ha conosciuto una battuta d’arresto.

In aggiunta, anche il gap dovuto a misure introdotte dalla politica (riduzioni ed esenzioni) è sopra la media Ue: nel 2023 era pari al 55% del gettito potenziale, contro una media del 51%.

Il buco nero delle tax expenditure

E per restare ai “buchi” creati da chi è al governo, il rapporto ricorda che in Italia le agevolazioni fiscali o tax expenditure introdotte anno dopo anno e mai cancellate si tradurranno nel 2025 in mancate entrate per ben 119 miliardi di euro. Vale a dire circa l’11,4% del gettito fiscale totale riscosso dallo Stato, il 5,8% del pil. Vengono monitorate in un rapporto ad hoc e da anni si parla della necessità di “disboscarle”, ma nessuno ha avuto il coraggio di metterci mano pesantemente visto che dietro ogni agevolazione ci sono gli interessi di piccole o grandi platee di contribuenti.

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mercoledì 26 novembre 2025

progressività fiscale?

Ve la do io la progressività fiscale! - Francesco Pallante

Se la politica italiana avesse realmente a cuore l’interesse generale, da tempo avrebbe preso atto del fallimento delle politiche economiche seguite negli ultimi decenni. La tesi, tutt’ora dominante, che il bene dei ricchi corrisponda al bene dell’intera società – dal momento che favorire chi sta in alto non solo agevola lo sviluppo del sistema economico complessivo, ma opera a vantaggio anche di chi sta in basso, grazie all’effetto sgocciolamento – trova una smentita particolarmente incisiva proprio nell’Italia degli ultimi trent’anni: a fronte di una dinamica economia rimasta sostanzialmente piatta, la forbice delle disuguaglianze si è aperta a dismisura. I ricchi si sono arricchiti come non mai; e continuano ad arricchirsi. I poveri sono cresciuti di numero come non mai; e continuano ad aumentare. L’economia è rimasta bloccata in uno stato comatoso; e non accenna a risvegliarsi.

Eppure, l’intero sistema dei partiti presenti in Parlamento, con l’eccezione di Avs, non mostra moti di ravvedimento. Che la destra stia dalla parte dei benestanti non stupisce (merita, semmai, attenzione critica il cinismo con cui riesce, ciononostante, a guadagnare e mantenere il consenso di parte degli indigenti). Stupisce, invece, l’ostinazione con cui, sebbene attraverso toni differenti, tanto il Pd, quanto il M5S continuano a rifiutarsi di porre, con la serietà che sarebbe necessaria, le questioni della fiscalità e della ricchezza all’ordine del giorno. E persino quando la responsabilità di guidare il Paese è stata affidata a tecnici di grande prestigio e favore mediatico – Mario Monti e Mario Draghi – anch’essi non hanno fatto altro che proseguire le consuete politiche anti-egualitarie, senza che per ciò l’economia ne abbia tratto beneficio.

Sullo sfondo, emerge un doppio tradimento del dettato costituzionale: l’abdicazione della politica dal proprio ruolo di guida dell’economia, sino all’inversione radicale del rapporto tra l’una e l’altra in una patente – e persino rivendicata – sudditanza della politica nei confronti dell’economia; e l’abbandono del principio costituzionale della progressività del sistema tributario, strettamente correlato al contestuale abbandono dell’idea stessa dell’uguaglianza in senso sostanziale.

Le misure a favore dei contribuenti più ricchi contenute nel progetto dell’ultima manovra finanziaria del Governo (https://volerelaluna.it/economie/2025/11/10/la-bufala-del-taglio-dellirpef-per-i-ceti-medi/) sono, in questo quadro, nient’altro che la prosecuzione di quanto già in atto da tempo: in fondo, dal momento stesso in cui fu per la prima volta istituita l’Irpef nel 1974, con trentadue scaglioni e aliquote variabili tra il 10% e il 72%. Da allora, tale imposta, già di per sé insoddisfacente per via della limitatezza della base imponibile ristretta ai soli redditi da lavoro e da pensione, ha visto la propria portata progressiva gradualmente rattrappirsi, sino all’attuale articolazione in appena tre aliquote, con la minima più che raddoppiata al 23% e la massima quasi dimezzata al 43%. Inutile sottolineare che in tale processo involutivo – così come in tutti quelli che hanno coinvolto i diritti sociali, inattuabili senza risorse adeguate – il centrosinistra non ha segnato un’apprezzabile discontinuità con la destra.

Il risultato è un sistema tributario che oramai per i più ricchi opera con effetti regressivi – in modo tale, cioè, da diminuire, anziché aumentare, il carico fiscale al crescere della ricchezza – con il conseguente enorme afflusso di risorse nei patrimoni di una ristretta cerchia di soggetti. Sarà difficile riequilibrare la posizione di strapotere di cui costoro si ritrovano oggi a godere se non ricorrendo a forme di imposizione patrimoniale volte a colpire l’ingiustificabile accumulo di questi decenni. Nello stesso tempo, solo la ricostruzione della progressività del prelievo ordinario e la reintroduzione di una credibile imposizione successoria potrà realmente prevenire l’ulteriore aumento delle disuguaglianze.

Facile a dirsi, impossibile a farsi? Certamente il contesto politico e mediatico non aiuta. Occorre ripartire dai fondamentali. Mettere in chiaro il costo di tutti i diritti costituzionali: meno tasse significa, inevitabilmente, meno diritti. Ma ancor prima, sconfessare la retorica per la quale le tasse aumentano o diminuiscono ugualmente per tutti, come se i contribuenti appartenessero tutti a una sola categoria. Ovviamente, non è così, e anzi: proprio il fatto che i contribuenti appartengono a categorie diverse – vi sono i ricchissimi, i ricchi, il ceto medio, i poveri – è ciò che consente di configurare progressivamente il sistema tributario. Dire che le tasse sono aumentate o diminuite non significa nulla: decisivo è capire a quali categorie sono state aumentate o diminuite. Avendo chiaro che se si vuole tornare al disegno costituzionale è necessario operare nei due sensi contemporaneamente: vale a dire, aumentare le tasse ai ricchi e, soprattutto, ai ricchissimi, per potere allo stesso tempo diminuire le tasse al ceto medio e ai poveri.

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La bufala del taglio dell’Irpef per i ceti medi - Rocco Artifoni

La matematica è soltanto un’opinione. Evidentemente la pensa così il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che – durante le audizioni del 6 novembre nelle Commissioni bilancio riunite di Camera e Senato – ha risposto alle osservazioni dell’Istat, della Banca d’Italia, dell’Ufficio parlamentare di bilancio e della Corte dei conti sul taglio dell’aliquota dal 35% al 33% del secondo scaglione dell’Irpef inserito dal Governo nella manovra economica.

Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat, ha detto chiaramente che a beneficiare del taglio dell’aliquota Irpef saranno i più ricchi: «Ordinando le famiglie in base al reddito disponibile equivalente e dividendole in cinque gruppi di uguale numerosità emerge come oltre l’85% delle risorse siano destinate alle famiglie dei quinti più ricchi della distribuzione del reddito: sono infatti interessate dalla misura oltre il 90% delle famiglie del quinto più ricco e oltre due terzi di quelle del penultimo quinto. Il guadagno medio va dai 102 euro per le famiglie del primo quinto ai 411 delle famiglie dell’ultimo. Per tutte le classi di reddito il beneficio sul reddito familiare è inferiore all’1%».

Fabrizio Balassone, vice capo Dipartimento Economia e Statistica della Banca d’Italia, ha evidenziato che il taglio dell’Irpef e le misure della manovra a sostegno dei redditi non comportano variazioni significative della disuguaglianza nella distribuzione del reddito. In particolare, «la riduzione dell’aliquota dell’Irpef per il secondo scaglione di reddito favorisce i nuclei dei due quinti più alti della distribuzione, ma con una variazione percentualmente modesta del reddito disponibile. Gli effetti dei principali interventi in materia di assistenza sociale si concentrano invece sui primi due quinti delle famiglie e sono anch’essi modesti».

Ancora più netta la posizione dell’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio, che sottolinea come la riduzione di due punti di aliquota Irpef «riguarderà poco più del 30% dei contribuenti (circa 13 milioni, che sono oltre i 28.000 euro di reddito), determinando a regime una riduzione di gettito Irpef di circa 2,7 miliardi». La presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, ha evidenziato che «circa il 50% del risparmio di imposta va ai contribuenti con reddito superiore ai 48.000 euro, che rappresentano l’8% del totale», precisando che «il beneficio medio è pari a 408 euro per i dirigenti, 123 per gli impiegati e 23 euro per gli operai; per i lavoratori autonomi è di 124 euro e per i pensionati di 55 euro».

Sul taglio dell’Irpef è intervenuta in modo critico anche la Corte dei conti. «Non si può tuttavia non osservare come oltre il 44% delle risorse a ciò destinate sia riferibile a contribuenti con reddito compreso tra 50 e 200 mila euro», ha detto Mauro Orefice, il presidente di coordinamento delle Sezioni riunite in sede di controllo della Corte dei Conti.

Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, dopo aver ascoltato tutte queste autorevoli valutazioni tendenzialmente negative, come se nulla fosse stato detto, ha comunque rivendicato la riduzione dell’aliquota dell’Irpef dal 35% al 33%, poiché «tutela i contribuenti con redditi medi, ed estendendo la platea di chi aveva beneficiato del cuneo fiscale coinvolge il 32% del totale dei contribuenti per un valore del beneficio medio atteso di 218 euro all’anno, che arriva a toccare per la fascia più alta interessata i 440 euro». Tutti i calcoli matematici e le istituzioni preposte smentiscono che l’intervento di riduzione dell’Irpef riguardi sostanzialmente il ceto medio. Persino il ministro Giorgetti di fatto ammette che il beneficio andrà soprattutto a favore della fascia più alta dei redditi, ma contemporaneamente – in modo palesemente contraddittorio – persiste nel sostenere che si tratta dei “redditi medi”.

Sarebbe più onesto che il Ministro dicesse con chiarezza che la propaganda è diversa dalla realtà. La propaganda è che si tagliano le tasse al ceto medio. La realtà che si regalano 2,7 miliardi ai redditi più elevati. Con quei soldi sicuramente si potrebbe fare qualcosa di più utile e necessario per questo Paese.

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mercoledì 5 novembre 2025

paradisi fiscali e nebbie

Il rapporto di Tax Justice Network: Italia rapinata dai paradisi fiscali. Saccheggio da 22 miliardi – Chiara Brusini

Il sistema. L’elusione fiscale delle multinazionali ha tolto 1.700 miliardi ai Paesi. Con Trump gli Usa sono diventati la meta dei colossi a suon di favori

 

Tra il 2016 e il 2021 l’Italia ha perso 22,3 miliardi di dollari di tasse che sarebbero dovute entrare nelle casse pubbliche. Soldi rimasti invece nei bilanci di grandi multinazionali che hanno registrato i propri profitti in Paesi dove le imposte sono più leggere: non solo Irlanda, Paesi Bassi e Lussemburgo, ma anche – e per una fetta importante – Stati Uniti. Il nuovo rapporto State of Tax Justice 2025 di Tax Justice Network, rete internazionale che da anni analizza l’elusione delle imprese e dei super-ricchi, aggiorna le stime sul costo globale degli abusi delle grandi imprese. E arriva alla conclusione che il mancato gettito sia ammontato solo in quei sei anni all’astronomica cifra di 1.700 miliardi di dollari, poco meno del Pil della Spagna, di cui 495 miliardi (il 29% del totale) per effetto delle strategie fiscali delle sole multinazionali statunitensi. Soldi che avrebbero potuto essere utilizzati per finanziare sanità, istruzione e altri servizi pubblici…

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Paradisi fiscali, capitalismo estrattivo e democrazia derubata - Mario Sommella

In sei anni l’Italia si è vista sfilare 22,3 miliardi di dollari che dovevano finire in scuole, ospedali, trasporti, sostegno alla non autosufficienza. Non sono spariti per magia. Hanno semplicemente preso la strada che la finanza globale e le grandi corporation hanno apparecchiato da anni: registrare i profitti dove si pagano meno tasse, anche se quei profitti sono stati generati qui. È la fotografia che emerge dal rapporto di Tax Justice Network che hai riportato, e che combacia con l’andamento globale del fenomeno: le multinazionali spostano centinaia di miliardi di utili ogni anno in giurisdizioni amichevoli, lasciando i conti pubblici dei Paesi reali a fare i salti mortali. Su scala mondiale parliamo di oltre mille miliardi di profitti spostati e di centinaia di miliardi di gettito bruciati ogni anno.

Questo non è un incidente tecnico della fiscalità internazionale. È l’effetto logico di un capitalismo che si è fatto politica, che ha trasformato gli Stati in contenitori da cui estrarre rendita fiscale, e che usa la concorrenza tra Paesi come arma per pagare sempre meno. È la famosa corsa al ribasso. E quando le imprese pagano meno del dovuto, non è che il costo scompare: viene scaricato sulla collettività, cioè sui cittadini che pagano l’Irpef, sull’Iva, sui piccoli imprenditori che non possono aprire una controllata in Delaware.

Il ruolo degli Stati Uniti dopo il taglio Trump

La parte più interessante e più scandalosa del quadro è il comportamento degli Stati Uniti dopo il Tax Cuts and Jobs Act del 2017. Quella riforma, presentata come leva per riportare investimenti in patria, ha in realtà trasformato Washington in un rifugio fiscale per le proprie multinazionali e per molte straniere: imposta federale sulle società più bassa, regole più morbide, e soprattutto la possibilità di far atterrare negli USA profitti prodotti altrove pagando aliquote effettive molto più basse. Risultato: tra il 2016 e il 2024 gli utili dichiarati in patria sono saliti, ma le tasse effettivamente pagate sono scese. Non è un paradosso, è un disegno. 

Così gli USA sono diventati un nuovo polo di attrazione per i profitti sottratti ai Paesi dove sono stati davvero generati, scalzando perfino paradisi fiscali europei più tradizionali. E nello stesso momento Washington ha sabotato o rallentato tutti i tentativi internazionali di far pagare una quota equa alle big tech e alle altre multinazionali, dal fragile accordo OCSE sulla minimum tax fino ai tentativi di tassare i servizi digitali. Perché? Perché quando hai reso il tuo Paese un magnete del profitto altrui non hai alcun interesse a far tornare quei soldi a casa d’altri. 

Europa e Italia: le casse bucano, i servizi arretrano

Dentro questo quadro l’Italia sta nel gruppo dei Paesi che perdono senza avere strumenti adeguati per reagire. La cifra che hai riportato, 22,3 miliardi di dollari tra 2016 e 2021, va letta così: è come se avessimo lasciato aperto un rubinetto fiscale verso l’estero proprio negli anni in cui si diceva che “non ci sono risorse” per scuola, sanità, disabilità, politiche abitative. È una sottrazione silenziosa, perché non passa dal Parlamento, non richiede un decreto, non ha opposizione: avviene nelle note integrative dei bilanci delle multinazionali.

I dati europei confermano che non è un problema solo nostro: Francia e Germania perdono ancora di più in valore assoluto, la Spagna vede evaporare una quota di gettito pari a più del 5 per cento della spesa sanitaria di quegli anni. Vuol dire che i sistemi pubblici stanno pagando la concorrenza fiscale decisa altrove. E vuol dire che quando ci dicono che bisogna “aziendalizzare” la sanità, o aumentare i ticket, o privatizzare pezzi di welfare perché “mancano i soldi”, stanno in realtà scaricando sui cittadini il conto di un trasferimento di ricchezza verso i board delle corporation. 

Le multinazionali si sono fatte politica

Qui sta il punto politico che va detto con chiarezza. Il problema non è solo il Lussemburgo che fa il furbo o l’Irlanda che offre aliquote basse. Il problema è che le grandi imprese hanno conquistato negli anni un potere di interlocuzione diretto con i governi, tale da far scrivere le regole fiscali in modo compatibile con le loro strutture societarie. Non si limitano a usufruire delle norme: le orientano. E siccome sono transnazionali e gli Stati no, la trattativa è sempre sbilanciata.

Questa è la forma aggiornata della subalternità politica al capitale: non più solo lobbying, ma vera e propria co-scrittura delle regole contabili, fiscali e di trasparenza. A livello OCSE si è deciso che i dati che mostrano dove le multinazionali fanno profitti e dove pagano le imposte restano in gran parte riservati, quindi i cittadini non possono vedere chi paga e chi no. Gli USA, già nel decennio scorso, hanno voluto che la rendicontazione paese per paese non fosse pubblica. Senza trasparenza non c’è neppure conflitto democratico. 

La partita ONU e l’astuzia del Nord globale

Per questo è importante che all’ONU sia partita la trattativa per una Convenzione fiscale internazionale, cioè per spostare dal club dei Paesi ricchi al sistema multilaterale la regia sulla tassazione delle multinazionali. È una richiesta che arriva da anni dal Sud globale, perché sono proprio i Paesi a medio e basso reddito quelli che, in proporzione, perdono di più rispetto alle loro entrate complessive. Ma i Paesi guida del capitalismo occidentale hanno già fatto muro e continueranno a farlo, perché un vero registro pubblico e una vera tassazione dove si genera il valore taglierebbero le gambe alle loro stesse imprese e alle loro piazze finanziarie. 

Se la Convenzione ONU riuscisse a introdurre la rendicontazione pubblica paese per paese e il principio che il profitto si tassa dove si produce, secondo le stime di Tax Justice si potrebbero recuperare ogni anno centinaia di miliardi. È esattamente ciò che oggi manca ai bilanci pubblici per finanziare i diritti sociali senza doverli trasformare in servizi a pagamento.

Un problema di modello, non di furbetti

Qui è utile togliere di mezzo la retorica dei singoli evasori. Non stiamo parlando del professionista che non emette una fattura. Stiamo parlando di un’architettura pensata per permettere a gruppi con fatturati da Stato medio di sottrarsi alla progressività fiscale. È un problema sistemico, prodotto dall’aziendalizzazione della politica: gli Stati hanno interiorizzato l’idea che per essere “attrattivi” bisogna costare poco alle imprese. Il risultato è che si compete al ribasso, e chi vince sono i soggetti globali che possono muovere una riga di bilancio da un continente all’altro con un clic.

Ed è un problema che rompe la democrazia fiscale. Perché se i grandi non pagano, i piccoli pagano di più. Se i grandi portano fuori 22 miliardi in sei anni, lo Stato deve recuperarli altrove: tagliando spesa sociale, vendendo patrimonio, aumentando la pressione su chi non può spostarsi in Irlanda. È la socializzazione delle perdite e la privatizzazione degli utili, la cifra di questo capitalismo.

Cosa dire, allora

Primo, che i paradisi fiscali non sono un’anomalia distante, sono incorporati nel funzionamento del capitalismo occidentale. Secondo, che l’Italia non può continuare a presentare come inevitabili i tagli a sanità, scuola e disabilità finché non mette al centro la lotta al drenaggio di base imponibile. Terzo, che la battaglia per la trasparenza fiscale internazionale è oggi una battaglia democratica: sapere chi paga le tasse è un diritto politico, non un vezzo di tecnici.

E soprattutto va detto che questo drenaggio non è neutro. Ogni miliardo che esce per compiacere una multinazionale è un miliardo sottratto alla vita quotidiana delle persone, ai territori, ai servizi. È un trasferimento dal basso verso l’alto reso possibile da regole scritte dall’alto. Finché non spezziamo questo circuito, continueremo a discutere di micro-bonus, di privatizzazioni necessarie e di austerità “inevitabile”, mentre i veri soldi, quelli che potrebbero cambiare la vita delle persone, seguiranno la rotta invisibile dei paradisi fiscali.

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lunedì 15 settembre 2025

Che fare se chi dovrebbe farlo non lo fa? - Guido Ortona

 

Tutto il mondo occidentale ha seri problemi economici. Ma quelli dell’Italia sono particolarmente seri, come evidenziato dal fatto che il nostro Paese sta rapidamente perdendo terreno nei confronti internazionali. Nel 1995, fatto 100 il PIL pro capite dell’Italia, il valore della Francia era 93.2, quello del Regno Unito 86.3, quello della Germania 101.5 e quello della Spagna 75.6. In sostanza, l’economia italiana stava bene come quella tedesca, stava assai meglio di quelle della Francia e del Regno Unito, e stava molto meglio di quella della Spagna. Nel 2022 la situazione era invece la seguente (sempre facendo 100 per l’Italia): Francia 111.6, Regno Unito 110.1, Germania 126.0, Spagna 92.4 (dati IMF a parità di potere d’acquisto). Tre anni fa quindi l’economia italiana stava poco meglio di quella della Spagna, assai peggio di quelle della Francia e del Regno Unito, e molto peggio di quella della Germania (forse ultimamente si è recuperato qualcosa, ma solo per i disastri degli altri paesi). È evidente che esiste un “problema Italia” specifico e, appunto, grave.

Cosa dovrebbe fare la sinistra in queste condizioni, se fosse al governo, e cosa deve quindi proporre dall’opposizione? I problemi da affrontare sono molti, ma due sono prioritari: quello del conflitto con l’Europa e quello della assenza di una seria imposta patrimoniale. Il motivo per il quale questi problemi sono prioritari è che qualsiasi politica di sinistra richiede risorse, e richiede che non si sprechino quelle che ci sono. Ne segue che l’Italia non può permettersi di continuare a versare parecchie decine di miliardi ogni anno nel pozzo senza fondo dei vincoli europei; e dato che non si può espandere ulteriormente il debito e che tassare i redditi elevati implica che questi scappino all’estero (cosa che in presenza di una legislazione opportuna la ricchezza non può fare) bisogna tassare la ricchezza dei più ricchi, preferibilmente quella finanziaria (non si faccia troppo affidamento sulla lotta all’evasione: i veri ricchi non evadono ma elidono, e obbligare l’idraulico a pagare è giusto, ma non si aggiungono risorse, si spostano solo risorse da un soggetto – l’idraulico – a un altro, lo Stato). E poiché i ricchi continueranno a portare i loro redditi all’estero, e i vincoli europei ci obbligheranno a sprecare sempre più risorse, il trend di decrescita dell’Italia continuerà, così come il suo progressivo allontanamento dall’Europa, se non si interviene con la necessaria energia.

Magari con qualche piccola variante, quanto sopra dovrebbe essere considerato corretto dagli economisti di sinistra. Sicuramente lo è per me (sono in pensione, ma prima ero professore ordinario di politica economica). Corretto e preoccupante; al punto che ho cercato di parlarne coi responsabili economici di Sinistra Italiana e del Partito Democratico, naturalmente (anche se non dovrebbe essere così) cercando di contattarli non tramite canali ufficiali ma tramite contatti personali. Non ci sono riuscito. In un primo tempo ho pensato a una normale maleducazione; poi mi sono accorto che la realtà è molto peggiore, e molto più preoccupante: i grandi problemi economici non interessano ai partiti della sinistraIl PD e SI non hanno un programma, e quindi a fortiori non hanno un programma sui temi di cui sopra; e più in generale gli uffici, dipartimenti o quello che sono che si occupano di economia in Sinistra Italiana e nel PD, non esistono – o se esistono sono ben nascosti, e le strategie da essi elaborate non sono rintracciabili sul loro sito.

Credo che sia impossibile sopravvalutare la gravità di questo fatto. Fermiamoci un momento a considerarne le implicazioni: di fronte a gravissimi problemi economici e alla necessità di interventi di ampio respiro, quei due partiti non hanno una linea, anzi non se ne occupano nemmeno. I motivi di ciò andrebbero studiati seriamente, e spero che qualcuno lo faccia, o lo abbia fatto; io posso solo suggerire delle ipotesi.

Un primo motivo, e il meno importante, che penso valga soprattutto per SI, consiste nel fatto che la selezione dei dirigenti si basa sulla militanza. Semplificando un po’, diventa dirigente la persona più attiva nella partecipazione e organizzazione di manifestazioni, nel volantinaggio e in attività simili. Questa persona avrà poco tempo da dedicare allo studio, ancora meno ad attività, come l’elaborazione di proposte, che allontanano dal lavoro di massa. (Un ricordo di gioventù: nel ‘68 spesso si usava dire “la questione è politica” per indicare qualcosa di cui si sapeva poco ma che andava affrontata con la mobilitazione, e che quindi non richiedeva di essere conosciuta meglio). Semplificando, i dirigenti hanno troppe cose da fare, e troppo poco tempo, per potere occuparsi di cose di cui sanno poco e difficili da capire, come le regole europee sul debito pubblico. Ciascuno avrà le sue idee, poco elaborate e poco sicure, e cercare di produrre una linea comune è inutile, dato che i partecipanti alla discussione sanno bene di saperne poco. Anzi, è sbagliato, perché si rischia poi di fare proposte campate in aria o contraddittorie; meglio restare sul terreno sicuro dell’opposizione senza proposte impegnative, peraltro anch’esso importante e nel quale c’è moltissimo da fare, per esempio per il salario minimo o per il rilancio della sanità. Che le politiche alternative a quelle del governo richiedano risorse può essere trascurato, si fa affidamento sulla (presunta) indignazione dei cittadini per avere il loro consenso.

Però il secondo motivo, che ritengo riguardi soprattutto (ma non solo) il PD, è più importante, ed è radicato nella natura stessa del partito. Esso rappresenta interessi di diversi soggetti più o meno potenti, più o meno onesti, più o meno importanti per l’economia locale, e così via; e quindi anche gli interessi dei dirigenti sono diversi, e facilmente contraddittori. In queste condizioni si hanno inevitabilmente due conseguenze negative. La prima è che i temi divisivi (e i grandi temi economici lo sono di sicuro) vengono messi da parte. La seconda è che ciascun dirigente deve fare molta attenzione alla sua carriera (il rapporto fra “carriera” e “affermazione delle proprie idee” è molto ambiguo, qui non ce ne occupiamo); sollevare grosse questioni riguardanti la “linea generale” del partito non propizia certamente tale carriera. Ci aspettiamo quindi che si cerchi di ovviare alla mancanza di idee sui grandi temi con molta demagogia su quelli enormi, molti compromessi su quelli locali e un’opposizione molto urlata, contando anche qui sulla (presunta) indignazione delle masse per avere comunque il loro appoggio. Ed è quello che vediamo.

Ma le masse sono davvero disposte a seguire queste politiche? Anche su questo punto sarebbe necessaria un’indagine specifica; il mio suggerimento è che sono stanche di sentire proposte generiche e/o demagogiche. Il soggetto tipico (come direbbe un sociologo; un economista userebbe la locuzione “elettore mediano”, meno chiara, che vuole dire la stessa cosa), sa benissimo, o almeno intuisce, che i suoi problemi quotidiani hanno molto a che fare col debito pubblico e le distorsioni del sistema fiscale, e – giustamente – considera poco serio chi gli dice che, per esempio, che bisogna rilanciare la Sanità Pubblica senza dire dove si trovano i soldi, o che la questione più importante è Fermare il Fascismo che avanza (tra l’altro, sappiamo che l’avanzata del fascismo è molto propiziata dall’incapacità della sinistra di affrontare i grandi problemi). Che le cose stiano così è dimostrato dalla enorme, e crescente, tendenza all’astensione. Ho interrogato un sito di IA su “cosa pensano gli italiani della politica”, ottenendo questa risposta: “Gli italiani percepiscono un diffuso clima di sfiducia e stanchezza verso la politica e i politici, considerandoli spesso inaffidabili e dediti a interessi personali piuttosto che al bene comune”. E che ciò dipenda dalla natura dei partiti è suggerito dal fatto che i partiti di sinistra fanno pochissimi sforzi per recuperare gli elettori che si astengono. Tipicamente, in presenza di “qualunquismo”, non modificano le loro proposte, ma aumentano le iniziative propagandistiche a loro sostegno.

Insomma, da qualsiasi punto di vista osserviamo la questione, vediamo che trascurare i grandi problemi economici (cioè l’Europa e le politiche fiscali redistributive) è molto dannoso per la sinistra, persino sul piano dell’esito elettorale, nonostante che il mettere al primo posto l’obbiettivo di “vincere comunque le elezioni” sia molto probabilmente, come abbiamo visto, il motivo principale di questa trascuratezza. Questa è la situazione, e questa situazione ha radici profonde e non può essere modificata solo con degli appelli o delle denunce.

C’è qualcuno che può fare qualcosa, possibilmente prima che la rabbia degli elettori li porti a guardare con speranza a un Uomo Della Provvidenza che risolva tutto lui? Forse siIn Italia ci sono molte e-riviste e molti blog di sinistra. Molti di coloro che scrivono o intervengono su di essi sono militanti e studiosi (e spesso militanti e studiosi) con buona preparazione e buone capacità di analisi. La maggior parte, anzi la quasi totalità dei loro interventi è finalizzata a criticare le scelte del governo e quelle della sinistra tradizionale, o ad avanzare proposte che si collocano su un piano troppo elevato (“come salvare il pianeta”) o troppo poco elevato (“occorre una riforma della sanità”) rispetto ai grandi problemi di cui sopra. In buona parte ci scambiamo messaggi solo fra di noi, dicendo l’uno all’altro cose su cui siamo sostanzialmente tutti d’accordo. Tutto questo non basta. Bisogna assumere un atteggiamento più politicobisogna porsi espressamente il compito di indicare una linea di politica economica su quei due grandi problemi. Occorrerà prendere delle iniziative e forse anche delle misure organizzative. E prima di tutto, quindi, cominciare a parlare di questa necessità. Mi permetto di chiudere suggerendo agli autori di interventi sui blog e sugli e-giornali (intendiamoci: sono molto spesso di alto livello e bene informati) di ridurre il peso del tradizionale approccio “dal basso in alto”, indicare cosa bisogna fare senza dare indicazioni su chi deve farlo, per assumere maggiormente un atteggiamento “dall’alto in basso”: individuare ciò che manca ai partiti di sinistra, e studiare il modo di rimediare a questa lacuna.

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venerdì 22 agosto 2025

Italia, paradiso fiscale per ricchi stranieri - Rocco Artifoni

 

«L’Italia attrae ricchi stranieri grazie al suo regime fiscale estremamente vantaggioso. Due banchieri svizzeri hanno recentemente approfittato di questo sistema, che consente loro di dedurre milioni di euro di tasse». La frase a prima vista sembra una fake news. Se non fosse che è stata pubblicata sul sito in lingua francese della Radio Televisione Svizzera…

In effetti dal 2017 l’Italia offre un sistema fiscale vantaggioso per i ricchi stranieri che stabiliscono la propria residenza fiscale in Italia, pagando un’imposta forfettaria. Fino all’agosto del 2024 si trattava di 100.000 euro, poi raddoppiati, in cambio di un’esenzione totale sui patrimoni e sui redditi esteri: dividendi, affitti, plusvalenze o eredità. Questo regime fiscale è valido per 15 anni. Secondo la Radio TV Svizzera diverse centinaia di persone hanno già beneficiato di questo schema. Tra questi, dirigenti senior, pensionati svizzeri e persino celebrità. Il caso più emblematico rimane quello di Cristiano Ronaldo, che si è trasferito a Torino al momento del suo passaggio alla Juventus, poco dopo l’entrata in vigore del programma. Recentemente due banchieri svizzeri hanno scelto di stabilire la propria base imponibile in Italia. A dimostrazione che la penisola italiana continua ad attrarre ricchi individui grazie a questa leva fiscale.

Interessante il commento della TV elvetica: «Questo sistema, tuttavia, non è sfuggito alle critiche. In particolare, è stato denunciato un sistema fiscale a due livelli, inaccessibile ai cittadini comuni, che vede le classi medie italiane sottoposte ad alcune delle pressioni fiscali più elevate d’Europa». In effetti, il Documento di Finanza Pubblica approvato dal Governo italiano ad aprile 2025 certifica che la pressione fiscale in Italia nel 2024 è salita al 42,6% rispetto al 41,4% del 2023. Recentemente l’ISTAT ha segnalato che il potere d’acquisto delle retribuzioni dei lavoratori, soprattutto a causa dell’inflazione, negli ultimi quattro anni è diminuito del 9%. In sintesi: per i lavoratori italiani più tasse e meno soldi effettivi.

La conclusione della Radio Televisione Svizzera è chiara: «Nonostante queste tensioni, l’Italia persiste nella sua strategia. Mentre altri Paesi, come il Portogallo, stanno riducendo o abbandonando questo tipo di regime fiscale, Roma sembra determinata a mantenere questo strumento di attrattività». L’attuale compagine governativa utilizza abbondantemente la retorica della difesa dell’italianità (contro gli immigrati stranieri) e delle tasche degli italiani (contro il fisco esoso). In realtà si privilegiano fiscalmente gli stranieri a scapito degli italiani. Ma in politica è noto che la coerenza non è più una virtù.

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venerdì 11 luglio 2025

Diminuiscono i salari reali e i benefici della nuova Irpef sono erosi dal fiscal drag. Il Rapporto dell’upB - Giovanni Caprio

 

Anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio-upB nel suo ultimo Rapporto sulla politica di bilanciogiugno 2025 pone l’accento sulla diminuzione negli ultimi anni dei salari reali, a causa di un aumento dell’inflazione più rapido rispetto alle retribuzioni nominali: l’incremento delle retribuzioni nominali orarie tra il 2019 e il 2024 è stato la metà di quello dei prezzi al consumo.

Non solo, ma l’UPB sottolinea anche il continuo consolidamento del lavoro povero: Nel periodo successivo alla pandemia, si legge nel documento, si è registrata una significativa transizione di persone, soprattutto inattive, verso un’occupazione con bassi salari; i flussi sono stati intensi soprattutto per donne (53 per cento dei nuovi occupati), giovani e individui con istruzione elevata.

É soprattutto nel Mezzogiorno che vi è stata l’attivazione maggiore di nuova occupazione (la quota è superiore di circa 10 punti percentuali rispetto a quella di chi già lavorava) e nel settore del turismo (alloggio, ristorazione, trasporti), ma per tale occupazione il ricorso all’uso di contratti a tempo determinato è stato marcato, in particolare nei servizi legati al turismo (commercio, servizi di alloggio e trasporti, servizi immobiliari).

L’upB certifica la bassa produttività dell’industria tra il 2020 e il 2024, risultata negativa in quattro anni su cinque, evidenziando un riassorbimento dell’occupazione in settori a bassa produttività e bassa remunerazione. Un’analisi micro-econometrica delle caratteristiche individuali dei lavoratori e delle imprese, si legge nel Rapporto, indica che l’istruzione ha un ruolo preminente nello spiegare la produttività marginale. Dei 2,4 punti percentuali di variazione della produttività nel periodo 2014-23 che il modello spiega, una quota preponderante è ascrivibile all’impiego di occupati con studi universitari o superiori, nelle fasce d’età più mature, nelle professioni intellettuali e nelle imprese grandi. L’istruzione appare come la variabile che maggiormente ha contribuito all’incremento di produttività sia per il suo forte impatto diretto sia per l’aumento degli occupati qualificati; al contrario, la diffusione dei contratti a tempo determinato ha fornito un contributo negativo.

Il Rapporto pone l’accento anche sul drenaggio fiscale nell’ambito dell’imposta personale sul reddito, evidenziando come l’incremento del drenaggio fiscale si concentri prevalentemente sui lavoratori dipendenti, anche se in misura differenziata tra le diverse categorie. Infatti, il maggiore prelievo per l’insieme degli operai passa da 800 a 942 milioni; quello per gli impiegati è ancora più marcato, aumentando da 989 a 1.205 milioni. Particolarmente significativo è l’impatto in termini di incidenza sull’imposta pagata: la variazione percentuale dell’imposta dovuta al drenaggio fiscale passa dal 3,2 al 5,5 per cento per gli operai e dall’1,7 al 2,3 per cento per gli impiegati.

Questi effetti, si legge nel rapporto dell’upB, sono direttamente riconducibili alle nuove detrazioni introdotte per il lavoro dipendente, che contribuiscono ad accrescere l’aliquota marginale effettiva. Ciò è confermato dall’evidenza che le altre categorie di contribuenti, non interessate da tali modifiche, registrano variazioni del drenaggio fiscale pressoché irrilevanti: pensionati, autonomi, percettori di redditi da fabbricati e di altri redditi mostrano infatti incrementi minimi o nulli.

Tale accresciuta sensibilità del sistema 2025 al drenaggio fiscale, da un lato, aumenta l’elasticità del gettito Irpef agli incrementi nominali del reddito da lavoro dipendente, con effetti positivi sul bilancio pubblico, dall’altro, solleva criticità relativamente all’evoluzione in termini reali del reddito disponibile di questi contribuenti. In un contesto in cui la dinamica retributiva è risultata già di per sé insufficiente a compensare l’inflazione, l’intensificazione del prelievo fiscale derivante dall’interazione tra inflazione e progressività rischia di erodere in misura significativa gli incrementi nominali delle retribuzioni con rilevanti conseguenze sulla loro dimensione reale. Inoltre, in generale, anche in periodi di inflazione moderata, le elevate aliquote marginali in corrispondenza di redditi medio-bassi, su cui è elevata l’incidenza dei lavoratori dipendenti, rischia di limitare gli effetti dei rinnovi contrattuali in termini di recupero del potere d’acquisto, con potenziali ricadute negative sui consumi e sulla domanda interna.

Il Report svolge, infine, alcune considerazioni di policy sulle modalità di sostegno dei redditi bassi, sottolineando che se questo è realizzato attraverso il sistema fiscale piuttosto che mediante strumenti dal lato della spesa, occorre prestare particolare attenzione al loro disegno e alle conseguenze che ne derivano.

Interventi come quelli introdotti con la legge di bilancio per il 2025, si legge nel documento, aumentano la progressività dell’Irpef e accrescono la sua sensibilità al drenaggio fiscale. A lungo andare, quindi, in assenza di un’indicizzazione dei parametri, l’effetto combinato dell’inflazione e della maggiore progressività dell’imposta tende a erodere i benefici che si intendevano apportare con le misure di sostegno al reddito, rendendole progressivamente meno efficaci.
Qui il Rapporto: https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2025/06/UPB-Rapporto-sulla-politica-di-bilancio-2025.pdf.


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lunedì 30 giugno 2025

Disuguaglianze, in Italia dieci miliardari detengono una ricchezza superiore a quella posseduta da 30 milioni di persone - Giulio Cavalli

 

Il governo rifiuta la tassa globale sui super-ricchi. Così l’Italia rinuncia a miliardi che servirebbero a sanità, scuola e giustizia sociale

 

Nell’arco di dieci anni, l’1% più ricco della popolazione globale ha aumentato la propria ricchezza di 33.900 miliardi di dollari – più di venti volte il necessario per eliminare la povertà estrema nel mondo. I soli miliardari hanno guadagnato 6.500 miliardi, pari al 14,6% dell’intero Pil globale. Un’accumulazione senza precedenti che coincide con la crescita della miseria per miliardi di persone. Oggi, oltre 3,7 miliardi di individui sopravvivono con meno di 8,30 dollari al giorno.

La disuguaglianza non è un effetto collaterale. È un prodotto sistemico, alimentato da un’architettura fiscale pensata per favorire i più ricchi. In alcuni Paesi, come il Regno Unito, l’aliquota effettiva pagata dai miliardari si aggira attorno allo 0,3% della loro ricchezza, meno di quanto versa in proporzione un infermiere.

Il grande rifiuto italiano

Di fronte a questo scenario, Brasile, Spagna, Germania e Sudafrica hanno promosso al G20 una proposta concreta: una tassa minima globale del 2% sui patrimoni superiori a un miliardo di dollari, in grado di generare 250 miliardi di dollari ogni anno. L’Italia ha scelto di sfilarsi. Il governo Meloni ha rifiutato di aderire alla coalizione, mantenendo invece un regime fiscale agevolato per attrarre ricchi stranieri – come la tassa fissa da 200.000 euro annui introdotta nel 2017 e confermata nel 2024.

Le ragioni addotte dal ministro Giancarlo Giorgetti mescolano sovranità nazionale e tecnicismi dilatori: prima si deve attuare la tassazione delle multinazionali (attualmente bloccata), poi – forse – si potrà discutere dei miliardari. Una strategia attendista che ha l’effetto pratico di mantenere lo status quo.

Il paradosso fiscale italiano

Il sistema tributario italiano, secondo i dati della Banca d’Italia e delle università di Pisa e Milano-Bicocca, è progressivo solo in apparenza. Chi guadagna oltre 500.000 euro l’anno paga in proporzione meno tasse di un quadro aziendale da 60.000 euro. Il motivo è semplice: il lavoro viene tassato fino al 43%, mentre i redditi da capitale – cioè quelli di cui vivono i ricchi – scontano una cedolare secca del 26% o meno. Risultato: i dieci miliardari italiani più ricchi – con un patrimonio stimato a 155 miliardi di euro – possiedono più della metà della ricchezza detenuta da 30 milioni di cittadini.

Il costo dell’ingiustizia

Non tassare i miliardari ha un costo altissimo. Se l’Italia adottasse l’aliquota minima del 2%, il gettito stimato sarebbe di 8 miliardi di euro annui. Salendo al 3%, si arriverebbe a 15 miliardi. Fondi che potrebbero essere destinati a sanità, istruzione e transizione ecologica. Invece, il nostro Paese resta inchiodato a un welfare sottofinanziato e a un’istruzione che amplifica – anziché correggere – le disuguaglianze.

Secondo il Censis, oltre il 50% degli italiani ritiene che lo Stato garantisca solo i servizi essenziali. E più della metà dei genitori è convinta che i propri figli avranno una vita economicamente peggiore. Un dato che certifica il blocco dell’ascensore sociale e la rottura del patto democratico tra cittadini e istituzioni.

Tassare è democrazia

La proposta di Oxfam e Zucman non è solo una misura fiscale. È un’azione politica per restituire legittimità e potere agli Stati, ridurre la disuguaglianza e ricostruire una coesione sociale in frantumi. Ma, come ha dichiarato Francesco Petrelli di Oxfam Italia, «senza il coraggio di alleanze strategiche per una tassazione più equa, il rischio è un futuro in cui la povertà sarà una condizione permanente».

Nel 2025, solo il 16% degli obiettivi globali di sviluppo sostenibile è sulla buona strada. E mentre l’1% globale si prepara al traguardo del primo trilionario, gli Stati tagliano gli aiuti internazionali: solo nel G7, i fondi per lo sviluppo saranno ridotti del 28% entro il 2026.

Di fronte a un sistema in cui i ricchi crescono e gli Stati arretrano, la tassazione progressiva non è un’opzione ideologica, ma una necessità strutturale. Rifiutarla, come fa oggi l’Italia, significa scegliere di non vedere il legame diretto tra disparità fiscale e disuguaglianza sociale. E significa abdicare, ancora una volta, al compito fondamentale della politica: redistribuire il potere, e non solo la ricchezza.

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mercoledì 21 giugno 2023

La cedolare secca: come favorire i ricchi e turlupinare la stragrande maggioranza dei cittadini - Associazione Marco Mascagna

Quanti sanno cosa è la “cedolare secca sugli affitti”? Quanti sanno da chi è utilizzabile?

Pensiamo pochi, eppure la storia e gli effetti di questa tassa sono estremamente istruttivi e di interesse per tutti i cittadini.

Che pochi sappiano cosa sia la cedolare secca sugli affitti non è un caso. Sui giornali di queste cose se ne parla poco e gli articoli in proposito sono quasi sempre relegati nelle pagine di economia e finanza e scritti con un linguaggio per addetti ai lavori, poco comprensibile da un cittadino anche acculturato (figuriamoci per quel 54% degli italiani ultra 25enni che non ha un diploma superiore [1]). Ci si dovrebbe chiedere: perché i giornali parlano così poco e in tal modo della cedolare secca, mentre su altri argomenti anche più complessi (per esempio quella forma di sostegno al reddito dei poveri chiamato “reddito di cittadinanza”) se ne parla tanto e sulle prime pagine?

La “cedolare secca sugli affitti” è stata introdotta nel 2011 (art. 3 dlgs 14 marzo 2011) dal Governo Berlusconi, Ministro dell’Economia Giulio Tremonti (sottosegretario il leghista Giorgetti). La norma consente al proprietario di casa che affitta di non dovere più riportare nella dichiarazione IRPEF l’introito che ne ricava (così da contribuire all’imponibile totale sul quale calcolare quanto è l’ammontare delle tasse da pagare), ma di dichiararlo a parte, pagando un’imposta pari al 21% per i contratti a canone libero (cioè in cui padrone e inquilino sono “liberi” di decidere l'importo del canone che l'inquilino dovrà dare al proprietario e la durata del contratto deve essere di almeno 4 anni, prorogabili di ulteriore 4 anni alla scadenza) e al 19% per i canoni relativi a immobili affittati a canone convenzionato (cioè nei quali l’importo è calcolato sulla base di criteri stabiliti da un accordo tra le associazioni dei proprietari e quelle degli inquilini con la mediazione del Comune).

Lo scopo dichiarato di tale norma è principalmente quello di fare entrare più soldi nelle casse dello Stato combattendo l’evasione fiscale da parte dei proprietari di casa. Molti di questi, infatti, affittano a nero (cioè non facendo risultare ciò e, quindi, non pagando alcuna tassa sulle entrate percepite) o parzialmente a nero (scrivendo un importo mensile sul contratto e facendosene dare uno maggiore o chiedendo una somma a nero prima di stipulare il contratto). Il ragionamento fatto da Berlusconi e dai suoi ministri e sottosegretari è che bisogna essere pragmatici: l’importante è fare entrare soldi nelle casse dello Stato e, pretendendo che si cumuli il reddito ottenuto con l’affitto con gli altri redditi, c’è una forte evasione fiscale, mentre, chiedendo solo il 21% o il 19% di tassa, i proprietari non evaderanno e si metteranno in regola. Il proprietario, con la cedolare secca, ha infatti un gran vantaggio: paga come tassa solo il 21% o il 19% dell’importo percepito invece del 43% (se cumulando tutti i redditi percepiti guadagna più di 50.000 euro lordi all’anno), del 35% (se guadagna tra 28.000 e 50.000 euro all’anno), del 25% (se guadagna tra 15.000 e 28.000) o del 23% (se guadagna tra 8.000 e 15.000 euro).

Inoltre i fautori della cedolare secca affermano che, se si riducono le tasse sugli affitti, aumentano sul mercato le case da affittare, con vantaggi per chi cerca casa e l’effetto combinato della riduzione delle tasse e del maggior numero di case affittabili calmiererà i prezzi, che sono molto alti, con consistenti vantaggi per gli inquilini.

Nel giugno 2013 il Governo Letta (ministro dell’Economia Saccomanni, bocconiano e banchiere) per rendere più allettante la cedolare secca riduce l’aliquota per i contratti a canone concordato dal 19% al 15%. Passano appena 9 mesi e il Governo Renzi (ministro dell’Economia Padoan, economista ed esponente del PD), tra i suoi primissimi atti, riduce l’aliquota dal 15% al 10%.

Il governo Gentiloni (ministro dell’Economia Padoan) nel 2017 vara la legge 50 (cosiddetta legge B&B), che amplia l’applicabilità della cedolare secca ai fitti brevi prevedendo però nuovi obblighi sia per chi gestisce in proprio un B&B sia per chi lo gestisce tramite intermediari (ad esempio Airbnb).

Nel 2019 il Governo Conte II (Robertto Gualtieri, esponente PD, ministro dell’Economia) estende la cedolare secca al 21% anche per i negozi con superficie inferiore a 600m e solo per i contratti stipulati nel 2019.

L’attuale governo Meloni (Giorgetti, leghista, ministro dell’Economia) ha promesso di estendere la cedolare secca anche agli studi professionali e, in generale, alle cosiddette “partite IVA”.

C’è da chiedersi: la cedolare secca ha effettivamente fatto entrare più soldi nelle casse dello Stato? Sono aumentate le case affittabili? Si sono calmierati i prezzi?

A queste domande rispondono le annuali edizioni della “Relazione sull’evasione fiscale e contributiva” allegate alla NADEF (documenti scritti per il Governo da un gruppo di esperti, sulla base di dati provenienti da vari enti e da studi su questi fenomeni) [2]. Vediamo cosa dicono:

1) non sono entrati più soldi nelle casse dello Stato, ma meno (una riduzione del 13-16% delle entrate derivanti da questo settore, cioè circa 1,4 miliardi di entrate in meno all’anno dal 2015 in poi). La forte riduzione dell’aliquota (la gran parte dei proprietari che affittavano dovevano applicare l’aliquota del 43% e passare al 21%, 19%, 15% e 10% è un gran bel risparmio) non è stata per nulla compensata da quella quota di proprietari che affittavano a nero e che sono emersi. Inoltre la Relazione ci dice che la riduzione al 15% e poi al 10% non è servita per nulla a far aumentare l’emersione di locazioni precedentemente a nero [3]. Una discreta emersione del nero è invece avvenuta grazie alla legge B&B del Governo Gentiloni, perché diffusa era l’evasione in questo settore, ma tale aumento, per i medesimi motivi prima esposti, non è stato rilevante per l’entrate dello Stato;

2) si è verificato un aumento irrisorio delle case affittabili: “l’introduzione del regime della cedolare secca aumenta la probabilità di affittare un immobile solo del 3,8%” [4];

3) i prezzi delle case da affittare non sono scesi ma saliti. Ciò probabilmente dipende dal fatto che la domanda di case da affittare è alta (vista anche l’enorme carenza di edilizia popolare e di case di proprietà pubblica o di enti) e dal mancato previsto aumento delle case affittabili sul mercato. Inoltre quasi sempre i proprietari che affittano non sono pressati da esigenze di cassa, per cui possono tenere l’appartamento sfitto finché non trovano chi è disposto a pagare quanto chiedono.

Inoltre la “Relazione sull’evasione fiscale e contributiva” del 2022 si perita di dirci anche quale fascia di proprietari si becca la maggior parte di questi 1,4 miliardi: la più ricca (“Di circa il 20% della variazione fiscale complessiva ha beneficiato l'1% più ricco e circa il 60% di tutta la riduzione delle tasse è andata a vantaggio del 10% dei contribuenti più ricchi” [5].

In conclusione la cedolare secca è un provvedimento privo di effetti positivi per gli inquilini e per la società e che comporta un costo per lo Stato di circa 1,4 miliardi all’anno, che vanno a finire tutti nelle tasche dei proprietari di seconde, terze, quarte e enne case, e, in particolare, dei proprietari più ricchi.

Che la cedolare secca non facesse aumentare le entrate, ma fosse un costo per lo Stato lo si sa con certezza dal 2016, anno della prima “Relazione sull’evasione fiscale e contributiva”, ma lo si sospettava anche prima (bastava guardare l’ammontare delle entrate per settore). Malgrado ciò si è insistito con questo provvedimento, invece di adottare altre strade (per esempio l’aumento dei controlli, l’incrocio dei dati, la parziale detrazione dall’imponibile da parte degli inquilini, la tassazione degli appartamenti che risultano sfitti, l’aumento delle pene ecc.). Anzi, si sono ridotti i controlli, operando tra il 2019 e il 2017 un taglio del 10% del personale delle agenzie fiscali.

Ci chiediamo:

possibile che i nostri ministri dell’Economia (bocconiani, banchieri, docenti universitari) e i loro sottosegretari non abbiano saputo prevedere tutto ciò? Possibile che i dirigenti e i funzionari dei Ministeri non li abbiano messi in guardia dalla negatività di un tale provvedimento?

Perché si è ridotta l’aliquota al 15% e poi al 10% senza prima un minimo di studio sugli effetti sulle casse dello Stato della riduzione al 19%?

Capi di Governo e Ministri e sottosegretari all’Economia sono incompetenti o, pur di favorire determinate categorie, non si importano dei danni che lo Stato e i cittadini possono avere?

Soprattutto ci chiediamo: come è possibile, sapendo l’inutilità, l’enorme costo per le casse dello Stato e l’iniquità di un tale provvedimento, che l’attuale Governo proponga un’estensione di tale strumento anche agli immobili locati dalle cosiddette “partite IVA”?

Un qualsiasi Governo serio l’avrebbe abolita già nel 2016, mentre nessuno dei Governi che si sono succeduti lo ha fatto e l’attuale addirittura vuole estendere questo inutile, costoso e iniquo provvedimento.

In ultimo ci chiediamo perché tanto accanimento contro un sussidio ai poveri assoluti (il reddito di cittadinanza) e una totale disattenzione da parte di giornali, reti televisive, politici e cittadini nei riguardi di un “sussidio” ai ricchi proprietari di seconde, terze, quarte e enne case?

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Note: 1) ISTAT 2022; 2) Il nome completo del documento è “Relazione sull'economia non osservata e sull'evasione fiscale e contributiva” e dal 2016 è allegato ad ogni Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NADEF). Sul sito del Ministero sono presenti tutte le Relazioni dal 2016 ad oggi e la composizione del gruppo di esperti che redige questi documenti: https://www.mef.gov.it/mini.../commissioni/rel_ev/index.html; 3) MEF: “Relazione sull'economia non osservata e sull'evasione fiscale e contributiva. 2018” pag. 63; 4) MEF: “Relazione sull'economia non osservata e sull'evasione fiscale e contributiva. 2022”; 5) MEF: “Relazione sull'economia non osservata e sull'evasione fiscale e contributiva. 2022” pag. 106.

 

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