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sabato 11 ottobre 2025

Il taser e il soffocamento: “Mio figlio morto dopo l’intervento della polizia” - Luigi Mastrodonato*

 

La procura ha chiesto una seconda archiviazione per la morte di Igor Squeo. I consulenti della famiglia: “Schiacciato a terra, scomparsa la pistola elettrica”

Igor Squeo non è morto per overdose da cocaina. Ne sono convinti i familiari e ne sono convinti i medici che hanno redatto l’ultima relazione tecnica sulle cause del suo decesso. La storia risale al 12 giugno 2022 e riguarda un 33enne che morì per arresto cardiocircolatorio nel corso di un intervento di polizia nel suo appartamento di Milano. Sin dall’inizio il pm ha sposato la tesi dell’intossicazione da sostanza stupefacente e per questo ha chiesto l’archiviazione, a cui la legale della famiglia, Ilaria Urzini, ha fatto opposizione. Ora è arrivata una nuova richiesta di archiviazione, nonostante i molti punti che non tornano in questa storia.

Dalle testimonianze dei sanitari che differiscono da quelle degli agenti di polizia agli errori temporali contenuti nella ricostruzione dei consulenti del pm, fino all’uso del taser e alle numerose lesioni e fratture rinvenute sul corpo del ragazzo. “Igor Squeo è morto per insufficienza respiratoria causata dalla contenzione messa in atto dagli agenti di polizia”, denunciano i medici nella relazione.

Squeo aveva 33 anni e un trascorso tra l’Australia e Londra. Era tornato a Milano da poco tempo, faceva il fattorino e di sera dava una mano in pizzeria. Il 12 giugno 2022 è morto nel corso di un intervento di polizia nel suo appartamento. Squeo era rincasato in tarda serata insieme a un ragazzo conosciuto per strada. Secondo la testimonianza di quest’ultimo, avevano iniziato a consumare cocaina. Dopo la mezzanotte tra i due è scoppiata una lite che ha indotto il coinquilino di Squeo, in un’altra stanza con un’amica, a chiamare la polizia. Alle 2.45 la volante del commissariato di via Mecenate è intervenuta.

Gli agenti hanno detto di aver trovato Squeo in stato di agitazione mentre l’altro ragazzo presentava una piccola ferita in volto. Hanno chiamato i rinforzi e il personale sanitario. Sono così arrivate diverse volanti, per un totale di almeno una dozzina di agenti di polizia. Questi dicono che Squeo brandiva un coltello e perseverava in uno stato di alterazione psicofisica. È stato estratto un taser per avvertimento, poi il ragazzo è stato bloccato e ammanettato in posizione laterale di sicurezza, le caviglie legate dai laccetti in velcro. I sanitari gli hanno somministrato un calmante, il Propofol. Pochi minuti dopo, alle 4.15, è arrivato il primo arresto cardiaco, poi un secondo e un terzo tra il trasporto e il ricovero all’ospedale Policlinico, con il decesso constatato alle 6.45.

Secondo il referto del personale ospedaliero del Policlinico, Squeo è morto per “arresto cardiaco in sospetto abuso di sostanze”. Anche i consulenti nominati dal pm, che hanno eseguito l’autopsia giudiziaria sulla salma, hanno ricondotto il decesso a un’assunzione letale della sostanza stupefacente. Da qui è arrivata la doppia richiesta di archiviazione, che però poggia su basi molto fragili.

Intanto non tornano i tempi. I consulenti del pm dicono che Squeo ha assunto la dose letale di cocaina in un periodo non superiore a 60-90 minuti dal decesso, dunque tra le 5.15 e le 5.45. Un’ipotesi irreale: in quel lasso di tempo era già al secondo arresto cardiaco, e la polizia era arrivata in casa da diverse ore. Poi ci sono incongruenze tra le testimonianze della polizia e quelle dei soccorritori.

Questi smentiscono che il ragazzo fosse tenuto in posizione laterale di sicurezza e parlano invece di posizione prona. “I poliziotti erano in tanti, quindi alcuni lo bloccavano a terra, alcuni con le mani, alcuni con il corpo e altri con il ginocchio”, dice una soccorritrice, che parla di una scena andata avanti per “10-15 minuti”. Un altro punto oscuro riguarda la somministrazione del Propofol, che da linee guida deve essere preceduta dal monitoraggio dei parametri vitali e che può causare depressione cardiorespiratoria. Il monitor in dotazione ai sanitari risulta attivato successivamente alla somministrazione e non prima.

“Quando ho visto il corpo di mio figlio in ospedale era conciato da buttar via, naso rotto, testa rotta, mani rotte, buchi strani, lividi ovunque”, denuncia Franca Pisano, madre di Igor Squeo. Gli agenti nel loro verbale, e in seconda battuta i consulenti del pm, parlano di atti di autolesionismo, con il ragazzo che si lanciava contro i muri e le finestre in uno stato di alterazione che avrebbe poi condotto al decesso. Il cosiddetto “excited delirium”, una condizione medica non riconosciuta e molto criticata secondo cui da agitazione, delirio e aggressività può derivare il decesso. E che puntualmente viene tirata fuori quando si verifica una morte durante un intervento di polizia.

È stato così anche per Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini e numerose altre vittime di abusi delle forze dell’ordine. La relazione tecnica dei medici nominati dalla famiglia di Squeo smentisce la versione delle lesioni autoindotte. Le ferite sul capo, così come la frattura del naso, sono riconducibili alla faccia compressa a lungo sul pavimento. Altre lesioni sul corpo rimandano alla pressione effettuata con avambracci e ginocchia per tenere l’uomo schiacciato per terra. Il corpo in generale è viola, ricoperto di lividi e lesioni diffuse impossibili da procurarsi da solo.

A questo si somma la presenza di strani buchi, che, secondo la famiglia, sono riconducibili all’uso del taser. Gli agenti dicono che è stato puntato due volte contro Squeo con i led rossi di avvertimento, l’avvocata Urzini ha chiesto di visionare la scheda di memoria per capire se è stato usato, la relazione della questura di parecchi mesi dopo dice che non è stato possibile verificare perché quel taser era ormai rotto. La conclusione dei medici, nella loro relazione tecnica, è chiara: “Squeo fu mantenuto con forza in posizione prona, con la faccia schiacciata contro il pavimento; detta condizione di immobilizzazione ha interferito con la normale dinamica ventilatoria per impossibilità della gabbia toracica di espandersi adeguatamente; ha creato uno stato di ulteriore stress e paura del soggetto; ha aggravato un disagio respiratorio laddove presente anche la frattura delle ossa nasali”.

Il rinvenimento delle cosiddette petecchie nel sacco pericardico è un’ulteriore prova di uno stato di ipossia, lo stesso che portò alla morte di Aldrovandi. La somministrazione finale del Propofol potrebbe aver dato il colpo di grazia in una situazione già compromessa. Per i medici, insomma, il decesso di Squeo deve essere ascritto a un arresto cardiocircolatorio per insufficienza respiratoria causata dalla contenzione degli agenti di polizia e dalla successiva somministrazione del Propofol. Per il magistrato, Squeo, schiacciato sul pavimento da numerosi agenti per lungo tempo e ricoperto di lesioni e fratture, è invece morto per overdose di cocaina. La famiglia ora farà opposizione alla seconda richiesta di archiviazione. Anche l’associazione A buon diritto presieduta da Luigi Manconi sta seguendo la questione.

Manconi: “I corpi martoriati? Servono a scoprire le verità nascoste”

“Il caso di Igor Squeo ne richiama altri del passato, casi che sembravano chiusi e che invece hanno portato alla luce violenze delle forze dell’ordine”, dice il sociologo di A buon diritto. Al fianco della famiglia Squeo, a sostenere la battaglia per la verità, c’è l’associazione A buon diritto. Il presidente è Luigi Manconi, che a Domani spiega le anomalie della morte di Squeo, che sono sovrapponibili a quelle emerse in tanti altri casi simili.

Le lesioni sul corpo di Igor Squeo aprono diversi interrogativi sul suo decesso. Lei che idea si è fatto al riguardo?

Questa storia richiama vicende del passato, casi che inizialmente sembravano oscuri e suscitavano giusto qualche perplessità fino a che sono venute allo scoperto violenze da parte delle forze dell’ordine. Non ho certezze, ma ritengo che come accadde in casi come quelli di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi le pieghe non visibili di questa vicenda, le contraddizioni, le circostanze non approfondite sono tali da richiedere un ulteriore e più profondo accertamento dei fatti. Sembra invece che si stia andando nella direzione opposta, quella dell’archiviazione. Mi auguro che questo non accada e credo che si possa ancora lavorare per evitarlo.

La famiglia ha deciso di pubblicare le foto del corpo di Igor dopo che per oltre tre anni si è sentita abbandonata dalle istituzioni. Perché è così difficile portare avanti queste battaglie?

La pubblicazione dei volti sfigurati e dei corpi martoriati – nonostante tutto il dolore che provoca nei famigliari e negli amici – è stato un passaggio determinante in passato per far sì che le indagini andassero nella giusta direzione. Ricordo bene quanta fatica e sofferenza costò ai familiari di Cucchi e a quanti li sostenevano la decisione di pubblicare le foto del giovane nell’obitorio. Tutto questo dimostra come sia vischiosa la situazione ambientale, quanto siano diffusi la diffidenza e il sospetto, quanto sia forte la reticenza ogni volta che si è davanti a vittime costituite da persone comuni e a possibili carnefici appartenenti alle forze dell’ordine. Domina tuttora un equivoco letale, ovvero che raggiungere la verità su vicende che vedono coinvolti apparati dello Stato non sia un contributo fondamentale alla trasparenza di questi stessi apparati e alla loro democratizzazione, ma un attentato alla loro compattezza e alla loro reputazione. Accertare la verità sui presunti responsabili di crimini all’interno delle forze dell’ordine è fondamentale per salvare l’onore dei tanti che i crimini non li commettono.

In Italia le morti durante un intervento delle forze dell’ordine sono frequenti. Com’è possibile?

Nel marzo 2014 a Firenze, durante un’operazione dei carabinieri in strada, morì Riccardo Magherini. Questo avvenne a seguito di un fermo effettuato secondo quella modalità che io di recente ho chiamato la “tecnica Floyd”, quella che portò alla morte di George Floyd a Minnesota e di cui oggi stiamo parlando per il caso di Igor Squeo. Due mesi prima della morte di Magherini il comando generale dei Carabinieri aveva inviato una circolare da pubblicare in tutte le caserme italiane dove si sosteneva la necessità di rinunciare a quel tipo di tecnica di fermo perché ritenuta potenzialmente mortale. Il comando generale dei Carabinieri era insomma consapevole di quanto la “tecnica Floyd” fosse pericolosa, anche perché ai tempi erano già morte altre persone in questo modo.

Penso a Riccardo Rasman nel 2006, durante un intervento di polizia in casa sua a Trieste. Una volta che avvenne la morte di Magherini, proprio con la medesima modalità che quella circolare dei Carabinieri chiedeva di evitare, la circolare venne cancellata. Questo segnala bene a quale tipo di contraddizione siano sottoposti gli appartenenti delle forze dell’ordine, scarsamente e malamente preparati anche sotto il profilo tecnico e con una conoscenza parziale degli effetti della loro attività durante le operazioni di fermo.

*da il Domani

da qui

mercoledì 16 marzo 2022

Arrivano i Taser in città - Federica Borlizzi

 

Dal 14 marzo è arrivato, in pianta stabile, il taser in sei città italiane (Roma, Milano, Bologna, Firenze, Bari, Brindisi, Reggio Calabria), rispetto alle quali era già partita una sperimentazione. Dal 21 marzo l’utilizzo del taser riguarderà altre undici città. Si tratta di 4.482 Taser (con un costo ciascuno di 1.600 euro) dati in dotazione a carabinieri, polizia e guardia di finanza, con la possibilità di utilizzo anche da parte delle polizie locali.

I taser, com’è noto, sono delle armi a impulso elettrico che servono per immobilizzare il soggetto colpito. Nel 2007, l’Onu ha classificato il “taser” come arma di torturaDal 2000, negli USA, sono più di 1.000 le persone morte a causa di tale strumento (fonte: Amnesty).

Ricapitolando quanto successo in Italia:

1. Con il decreto legge n.119/2014 (Governo Renzi), si andò ad introdurre la possibilità di avviare una sperimentazione rispetto all’utilizzo del taser nel nostro Paese;

2. Nel luglio 2018, il ministero dell’Interno, Matteo Salvini, adotta una circolare con cui prevede l’avvio della sperimentazione, per tre mesi, del taser per la gestione dell’ordine pubblico da parte di carabinieri; polizia, guardia di finanza;

3. Con il decreto legge n.113/2018 (art.19) ossia il Decreto “sicurezza” di Salvini, la sperimentazione nell’utilizzo del taser viene estesa alle forze di polizia locale nelle città con più di 100.000 abitanti, previa adozione di un apposito regolamento comunale;

4. I periodi di sperimentazione del taser sono stati, via via, prorogati tramite decreti del ministero dell’Interno, l’ultimo del 6 marzo 2019;

5. Nel gennaio del 2020, viene adottato da parte del consiglio dei ministri, su proposta della ministra Luciana Lamorgese, un regolamento con l’intento di far entrare il taser nell’armamento ordinario di reparto (modificando il DPR n.359/91);

6. Sempre nel gennaio del 2020, il Consiglio Superiore di Sanità evidenzia come l’utilizzo del taser può comportare arresti cardiaci nei soggetti destinatari, sottolineando come ciò dipenda “dalla potenza dell’arma, dalla durata della scarica elettrica e dalla sua eventuale reiterazione, nonché dalla sede del bersaglio”;

7. Nel luglio del 2020, il bando da 10 milioni di euro per fornire 4.482 taser viene vinto dalla multinazionale statunitense AXON. Tuttavia, lo stesso mese, il ministero dell’Interno ritira i taser della società, per criticità emerse nell’utilizzo delle armi. Parte, nel febbraio del 2021, una nuova gara d’appalto. Alla fine, dopo una vicenda giudiziaria, sarà sempre la società AXON a fornire i taser (nonostante fosse stata nuovamente esclusa anche dal secondo bando di gara per difformità dell’arma). Insomma, da oggi, le forze dell’ordine sono datate – in pianta stabile del taser – ossia di un’arma potenzialmente letale e che, secondo la stessa Corte Edu e l’ONU, comporta il rischio elevatissimo di abusi nell’utilizzo.

D’altronde, durante le prime sperimentazioni in Italia, fece scandalo l’utilizzo del taser a Firenze, nel settembre del 2018, contro un senzatetto di ventiquattro anni, con gravi problemi psichiatrici.

A livello locale, la possibilità di dotare i vigili urbani del Taser dipende dalle decisioni dei singoli Comuni. Non a caso Antigone, nel dicembre del 2018, ha chiesto ai Sindaci di non prevedere tale possibilità. A Roma, ad esempio, questa possibilità non esiste e ciò ha comportato le critiche di alcuni sindacati della polizia locale che hanno sottolineato di sentirsi discriminati per il mancato utilizzo da parte loro del taser. Fantastiche sono, a riguardo, le dichiarazioni di Marco Milani, segretario romano del sindacato Sulpl: “A Roma è ormai consuetudine essere impiegati negli sgombero di appartamenti a San Basilio e Tor Bella Monaca su disposizione del Prefetto ed è frustrante per i lavoratori, vedere i colleghi di altre forze operare con caschi, sfollagente ed altri strumenti di protezione individuale e essere invece considerati dalla propria amministrazione e dal governo, lavoratori di serie B”. Già queste dichiarazioni dovrebbero far capire quanti rischi corriamo nell’utilizzo di queste armi ad impulsi elettrici che, secondo alcuni, dovrebbero essere utilizzati durante le operazioni di sgombero degli edifici. Figurarsi cosa potrà accadere durante le manifestazioni di protesta. Figurarsi cosa potrò accadere dinanzi a persone gravemente vulnerabili (come ad esempio malati psichiatrici, alcolisti, tossicodipendenti). Insomma, come al solito, la sbronza securitaria ha prodotto un’altra gravissima conseguenza. Sentiamoci tutt@ un po’ più insicur@!

da qui

lunedì 23 dicembre 2019

Sorvegliare e punire. Il controllo autoritario dei poveri



16° Rapporto sui diritti globali, la sintesi del Focus del secondo capitolo sulle politiche sociali
Susanna Ronconi *
Dal 16° RAPPORTO SUI DIRITTI GLOBALI – Un mondo alla rovescia
2° Capitolo – POLITICHE SOCIALI
Il Focus – LA SINTESI
Odio, criminalizzazione, esclusione sociale non possono che essere le parole chiave necessarie nel 2018 per analizzare e capire quanto rapidamente sta andando avanti, nel nostro Paese e nell’Unione, un processo di “governo forte”, “disciplinare”, di questi temi sociali cruciali. Sul tema delle migrazioni l’odio razziale è stato sdoganato dall’alto, con un ruolo assai incisivo della politica. Non è diverso per le povertà. Quell’inclusione che, nel vecchio modello, valeva la pena perseguire a fini di coesione e pace sociale, oggi non solo appare troppo onerosa (il famoso o/o del liberismo dominante, o spendi in welfare o destini allo sviluppo o, meglio, al profitto), ma anche tutto sommato non dovuta. I poveri, siano loro a vergognarsi della loro povertà, e a esserne responsabili – colpevoli – individualmente. I poveri divenuti strutturali e non meritevoli di investimento, vanno tuttavia governati. Come noto e verificato, a meno welfare corrisponde più controllo disciplinare, e anche sanzionatorio. Il processo di controllo disciplinare e di criminalizzazione della povertà, il ritorno delle “classi pericolose”, è un processo in atto anche in Europa ormai da tempo. In più, l’ondata populista in Europa ha, nel suo discorso pubblico, un forte ancoraggio all’aporofobia, il rifiuto dei poveri, e si sta giocando la carta della produzione di normative antipoveri alla ricerca di consenso. La povertà, quella visibile soprattutto, instilla in chi povero non è un senso di incertezza e paura, e la paura è strumento tipico dei totalitarismi.
Escludere e punire in Europa. Divieti e sanzioni si stanno diffondendo in tutta l’Unione Europea, soprattutto attorno all’accattonaggio, come testimonia anche un’interpellanza al Parlamento Europeo presentata dalla rete delle ONG europee che lavorano con i senza dimora, a difesa dei loro diritti. In Ungheria, ad esempio, è in corso da otto anni il trattamento sanzionatorio dei senza dimora che segna una nuova, vergognosa, tappa nel giugno del 2018, con la proposta di Viktor Orbán di inserire nella Costituzione un emendamento che vieta di vivere nei luoghi pubblici. Formalmente il governo sostiene che sia un modo per garantire a tutti una casa o un riparo, in realtà i servizi sono insufficienti e sempre meno sostenuti dallo Stato. In quel Paese, inoltre, sono già in vigore norme di penalizzazione, e relative sanzioni, per chi dorme in strada: un programma obbligatorio di lavori socialmente utili, o, in alternativa, una multa. Se la persona non ottempera né all’uno né all’altro, scatta la sanzione penale, e alla terza volta si va direttamente in carcere. Il Regno Unito ha adottato una normativa secondo cui è possibile allontanare forzatamente i cittadini EU se trovati a dormire in un luogo pubblico, in quanto questo comportamento violerebbe le norme sulla residenza.
Senza dimora europei, l’escalation. Le cifre delle persone senza dimora nell’Unione Europea sono in drammatico aumento. I soli Paesi a non registrare un incremento significativo sono Norvegia e Finlandia. In tutto il resto del continente c’è allarme rosso: tra il 2014 e il 2016 +145% in Irlanda e +150% in Germania, con 860.000 homeless censiti e +20,5% in Spagna; +169% nel Regno Unito negli ultimi 10 anni; tra il 2008 e il 2016 +96% in Belgio e +32% in Austria; in Francia in un solo anno la crescita è del 17%. Questo trend riguarda anche i minori: sono 3.333 i bambini homeless in Irlanda nel 2017, +276% rispetto al 2014; in Olanda sono 4.000 nel 2015, +60% rispetto al 2013; in Francia, dove nel 2012 risultano più di 30.000 minori senza tetto, il 33% degli utenti di strutture per homeless sono under18, il gruppo più numeroso. In media, le persone restano nella condizione di senza dimora per più di 10 anni, e come conseguenza di un così prolungato periodo di deprivazione, l’aspettativa di vita è di 30 anni inferiore rispetto alla media della popolazione.
Anche contro i senza dimora è stato sdoganato il razzismo. Uno studio spagnolo segnala una percentuale del 47% delle persone senza dimora che sono state bersaglio di hate crimes, di cui l’87% non ha denunciato l’accaduto; tra le donne homeless il 26% ha subito qualche forma di violenza fisica. Secondo un’altra ricerca, ad agire discorsi o comportamenti di odio sono soprattutto uomini (l’87% dei casi), giovani (il 57% degli autori ha una età tra i 18 e i 35 anni); 10% dei casi è imputabile ad agenti di polizia e l’8% a persone dichiaratamente naziste. Un progetto valido di aiuto ai senza tetto che si sta diffondendo è Housing first, che separa l’accesso a una casa dalle altre forme di sostegno. Non è richiesto ai senza tetto di aderire a percorsi o servizi psichiatrici o per le dipendenze o per l’alcol, né devono dimostrare di essere astinenti, secondo un approccio di riduzione del danno. Housing First è orientato alla recovery, cioè sostiene e incoraggia le persone a non mettere in atto comportamenti che possano causare loro danno. Oggi è adottato in larga parte dell’Unione, soprattutto in Danimarca, Finlandia, Irlanda, Francia, Olanda, Portogallo, Austria, Regno Unito. Anche in Italia si sta diffondendo questa strategia: all’inizio del 2017, sono censiti 28 progetti in 10 regioni, dal Piemonte alla Sicilia.
Italia. Dal Pacchetto sicurezza al decreto Minniti. In Italia le regole contro i senza fissa dimora sono appannaggio delle città e dei sindaci, con l’ondata delle ordinanze seguite a una innovazione legislativa nazionale, quella legge n. 125 del 2008 che, all’articolo 54, attribuisce ai sindaci il potere di deliberare in difesa della incolumità pubblica e della sicurezza urbana. Nel 2017 arriva il decreto Minniti sul “DASPO urbano”. Il decreto è figlio dell’incattivimento dei tempi e di una strategia di governo delle città di lungo periodo, sancisce l’esclusione di gruppi sociali specifici che vivono in una condizione di marginalità, di disagio sociale, di povertà, o anche solo di “differenza” sociale o culturale. Prevede sanzioni e divieti per condotte specifiche: divieti di stazionamento e di occupazione di spazi, impedimento alla libera accessibilità e fruizione di infrastrutture, fisse e mobili, ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano o extraurbano e delle relative pertinenze; e di chi sia in stato di ubriachezza, compia atti contrari alla pubblica decenza, eserciti il commercio abusivo, eserciti attività di parcheggiatore o guardiamacchine abusivo; sanzione amministrativa pecuniaria (100-300 euro) e ordine di allontanamento in violazione dei divieti di stazionamento, la recidiva comporta un divieto di accesso a una o più delle aree espressamente indicate per un massimo di sei mesi (il DASPO urbano, decisione del questore); in caso di reati, l’arresto in flagranza può avvenire in maniera differita, sulla base di documentazione video fotografica entro 48 ore dai fatti. Insomma, a gruppi sociali specifici tra i più svantaggiati viene applicato un sistema repressivo che si sottrae alle regole e alle garanzie del diritto penale e a questo si aggiunge, ampliando a dismisura l’area del controllo e della sanzione destinata ai poveri.
L’informazione indipendente fornisce i dati dell’applicazione del decreto: nell’arco del periodo febbraio-dicembre 2017 risultano 2.104 provvedimenti, l’85% sono ordini di allontanamento (1.781) 305 sono divieti di accesso in aree urbane e 18 divieti di accesso in esercizi pubblici. Il trend è in crescita nel corso dei mesi, soprattutto della misura predominante, che viene comminata soprattutto al Sud (il 64% degli ordini di allontanamento avviene in Sicilia, 546, Lazio, 530 e Campania, 495) e nelle grandi città (Palermo, Roma e Napoli); il 10% in Veneto (212), soprattutto a Venezia, il 4% in Calabria, a Reggio Calabria (86). Ai minimi, Trentino-Alto Adige (un solo provvedimento) e Marche (5). Le stesse tre regioni del Centro-Sud totalizzano la gran parte dei divieti di accesso urbano (il 73% del totale, 222 provvedimenti), seguite da Lombardia (13%, 39) ed Emilia-Romagna (8%, 20). La durata prevalente del divieto di accesso è di 5 giorni o meno (il 73%), ma non sono pochi i provvedimenti che arrivano a 2-3 mesi (18%) e c’è un 6% che arriva ai 6 mesi. Si tratta innanzitutto di senza dimora, nativi e migranti, colpiti per comportamenti quali bivacco (dormire), atti osceni in luogo pubblico (urinare), consumo di bevande in luogo pubblico, improprio utilizzo delle fontane pubbliche per lavarsi. Poi venditori ambulanti e giocolieri, parcheggiatori, persone rom che fanno colletta. Secondo gli ultimi dati ISTAT (che risalgono però al 2014) i senza casa in Italia sono 50.724, per circa il 60% stranieri, per l’85% maschi, per il 56% al Nord. E il 76,6% vive da solo. Si trovano soprattutto nelle grandi città e nei capoluoghi: Roma, Milano, Palermo, Firenze, Torino, Napoli, Bologna. Solo un terzo deve vivere di collette, ben il 62% trova lavori e lavoretti e accumula tra i 100 e i 500 euro al mese, il 14% ha problemi di alcol, droghe e disturbi psichiatrici. Secondo la Caritas (che ne ha censiti 26 mila nei suoi Centri d’ascolto), hanno una età media di 43 anni, ma ci sono anche molti giovani tra i 18 e i 34 anni, più di un quarto del totale. Una rilevazione del 2017 della Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora – l’organismo di coordinamento tra gli enti che si occupano di senza casa – mette in evidenza un trend di sviluppo della condizione homeless, secondo cui le categorie in aumento sono quelle dei più giovani (inclusi minori stranieri non accompagnati), delle donne, dei lavoratori poveri e di persone che hanno malattie gravi o terminali.
Le architetture “ostili”. Pensate per impedire il sostare, il sedersi, il dormire è una tendenza comune a tutte le città europee. La politica architettonico-securitaria è ormai dispositivo di governo delle povertà urbane. A Londra, ad esempio, è nata Camden Bench, una panchina di cemento che ha bordi arrotondati e una pendenza che fa sì che dopo breve tempo risulti scomodissimo restarvi seduti, tanto meno vi si può dormire o stazionare a lungo. La gamma è ormai ampia: panchine con braccioli nel mezzo; sedute curve, segmentate e inclinate; pavimentazioni irregolari e con sporgenze e aculei in ferro; muretti e gradini con spuntoni e aculei; angoli barricati; divisori stradali e dei marciapiedi. L’Italia non fa eccezione. Antesignana di tutte le panchine anti-sonno fu quella disegnata per il sindaco Flavio Tosi di Verona, già nel 2007, dotata di braccioli che ne dividono la superficie e impediscono di sdraiarsi. Panchine come quelle sono proliferate in tutto il Paese, accompagnate dalle “non-panchine” alle fermate dei bus, dove ci si può solo appoggiare e non sedersi.
A mano armata. I frutti violenti del securitarismo. Con la crescita dell’enfasi securitaria, dell’insicurezza percepita e delle retoriche giustizialiste, cresce la quota di violenza endemica nella società, i cui bersagli sono sempre più gli esclusi e i migranti.
Le ricadute sulla polizia municipale delle normative sulla sicurezza urbana hanno portato verso una sua maggiore militarizzazione e una centralità della sua funzione anticrimine. Il processo di armamento delle polizie locali è in crescita: tra i capoluoghi di provincia solo nel 12% dei casi la polizia non è dotata di armi. Nel restante 88%, 90 città, l’armamento è andato aumentando dal 2012, anno in cui era armato l’85% del personale, nel 2014 era l’87%, nel 2016 il 92%. Complessivamente, nei capoluoghi circolano nella polizia municipale 27.308 armi. Il Taser, la “pistola elettrica non letale” i cui impulsi elettrici (50 mila volt!) paralizzano momentaneamente (ma a volte definitivamente…), dal 5 settembre 2018 viene sperimentata come arma di ordinanza per polizia, carabinieri e Guardia di finanza. Inoltre, in base al decreto Salvini su sicurezza e immigrazione, sempre del settembre 2018, anche i Comuni oltre i 100 mila abitanti potranno dotare di Taser la polizia municipale, decidendolo con un semplice regolamento comunale. La logica dichiarata è quella di intervenire a mano armata limitando i rischi delle armi da fuoco, ed è una logica prettamente adeguata all’ordine pubblico sulle strade metropolitane, ma secondo molte associazioni per i diritti umani, guardando all’esperienza in USA e Canada, l’effetto sarà ben diverso: il Taser spesso non è utilizzato dalle polizie come alternativa meno pericolosa rispetto all’arma da fuoco, ma come alternativa più incisiva ad altri mezzi coercitivi come manette o manganelli. Dunque, con un possibile uso anche in ordine pubblico o, appunto, contro poveri o emarginati che “disturbino”. I casi di morti correlate all’utilizzo del Taser negli USA dal 2001 a oggi sono circa mille, il 90% erano persone disarmate, con problemi di salute dovuti anche all’utilizzo di alcol o droghe, o anche solo in stato di stress e fatica dopo una corsa. Amnesty International denuncia «la facilità con cui il Taser può rilasciare scariche multiple, che possono danneggiare anche irreversibilmente il cuore o il sistema respiratorio».
Il razzismo democratico. Il senso comune e lo hate speech contro poveri e diversi ha “liberato” la violenza contro gli ultimi. Hanno riempito le cronache gli attacchi razzisti a persone di colore, compiuti come veri e propri raid, armi in pugno. Ma nel 2018 c’è da registrare anche la pratica diffusa di “tiri al bersaglio” con armi pneumatiche ad aria compressa, su cui i responsabili hanno un atteggiamento superficiale e autoassolutorio, come si trattasse di ragazzate. Sono 11 i casi noti nell’estate 2018, tutti ai danni di persone straniere. La corsa al porto d’armi è già scattata da tempo. La Lega avanza sulla riforma della legittima difesa, mentre il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha già onorato il patto con la lobby delle armi (un indotto di 2.264 imprese, un giro d’affari di oltre 7 miliardi di euro, cioè lo 0,44% del PIL, 87.500 occupati). Il 10 agosto 2018 viene emanato il decreto n. 104 che porta da 6 a 12 le armi sportive che si possono detenere, arrivano a 10 le armi lunghe e a ben 20 quelle corte e cresce anche il numero dei proiettili, si allarga dismisura il numero delle tipologie di persone che possono detenere un’arma da guerra, grazie all’ampliamento della platea dei “tiratori sportivi”.
La politica degli sgomberi. Un altro esempio di questo spirito securitario sono gli sgomberi di abitazioni o luoghi occupati abusivamente. Le ragioni del moltiplicarsi di occupazioni di stabili sfitti sta tutta nei numeri, delle povertà in generale, e in quelli delle mancate politiche per la casa, in particolare. Secondo dati del ministero dell’Interno, nel 2017 sono state emesse 59.609 sentenze di sfratto, e di queste ben il 90% è per morosità incolpevole, che vuol dire impossibilità manifesta degli inquilini di poter far fronte alle spese dell’affitto. Occupare case sfitte o strutture in disuso, dunque, è l’unica alternativa per molte famiglie italiane, oltre che per molti migranti e richiedenti asilo. Il primo settembre 2018 Salvini ha firmato una circolare che, rifacendosi al decreto Minniti, valuta positivamente l’azione tempestiva per prevenire nuove occupazioni, ma invita a fare meglio: cioè, ad attivare attività info-investigative per prevenire possibili invasioniPrende il via, dunque, il nuovo corso: vengono sgomberati rifugiati, migranti, italiani, rom, senza alcuna alternativa, tanto che seguono immediate nuove occupazioni, in un crescendo di tensione e conflittualità sociale.
I campi rom. In Italia 26.000 persone rom vivono in emergenza abitativa nei campi, 16.400 in 148 insediamenti formali e circa 10.000 in campi informali. Il 73%, 7.000 persone, è disseminato in cinque regioni: Campania, Lazio, Piemonte, Puglia e Lombardia. Le politiche municipali oscillano tra tolleranza di situazioni anche informali a cui non hanno soluzioni da offrire, e loro parziale regolamentazione, e politiche dello sgombero forzato, spesso senza alternative e dunque destinato a riprodurre e disseminare altri campi informali. Il 2017 si caratterizzano per un elevato numero di sgomberi forzati in molte città, condotti spesso in deroga alle tutele procedurali previste dal diritto internazionale. Gli sgomberi forzati sono stati 230, 96 nel Nord Italia, 91 nel Centro e 43 nel Sud; a Roma sono stati 33 e a Milano 25. Eguale tendenza si verifica nel 2018.
Le politiche sulle droghe. Nel 2014 la Corte Costituzionale boccia la legge Fini-Giovanardi sulle droghe, e si ritorna al testo della legge 309 del 1990. Non una rivoluzione, ma almeno l’abrogazione di alcune tra le misure più afflittive. Con l’articolo 13 del decreto Minniti si ritorna indietro. Nei confronti di soggetti condannati (anche solo in appello) nell’ultimo triennio per reati di produzione, traffico, cessione e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti, il questore ha il potere di disporre il divieto di accesso o anche stazionamento nei locali pubblici o nei pubblici esercizi. La violazione delle misure comminate è punita con una sanzione pecuniaria amministrativa (assai elevata, tra 10 e 40 mila euro) e con la sospensione della patente. E si torna al vecchio 75 bis della legge Fini-Giovanardi, che prevedeva appunto una serie di misure comminate dal questore verso persone con condanne anche non definitive per reati sugli stupefacenti e giudicate pericolose per la sicurezza pubblica. Le misure del decreto Minniti sono destinate alle figure minori, quelle di strada, spesso consumatori che spacciano su modica scala o comunque piccoli spacciatori. Come sempre, la gran parte dei dispositivi penali sulle droghe toccano i pesci piccoli e non intaccano il mercato nero e il grande traffico. Con il decreto Minniti riprende a salire la percentuale di chi entra in carcere per detenzione di sostanze, il 30% degli ingressi, 14.139 su 48.144, l’8,5% in più rispetto all’anno precedente, mentre coloro che sono incarcerati per traffico sono solo 4.981, e per associazione finalizzata al grande traffico 976. Le persone tossicodipendenti detenute sono una su quattro, 14.706 su 57.608, anche questo un trend di nuovo in ascesa dopo il calo seguito all’abrogazione della legge Fini-Giovanardi. Ma è il dato delle persone obbligate al colloquio prefettizio e sottoposte a sanzioni amministrative a dare il polso dell’aria che tira: per detenzione ai fini del solo consumo personale (art. 75), vengono sanzionate nel 2017 38.613 persone, con ben +18% sul 2016 e +39% sul 2015. I minori vengono colpiti quattro volte più del 2015, i consumatori di cannabis rappresentano l’80%. Le sanzioni comminate, 15.581 (+15%), colpiscono il 43% di quanti inviati dal prefetto, a fronte di un’irrilevanza degli invii a un percorso terapeutico, 86 in tutto. Sulla scia di Minniti, insieme al DASPO urbano per i pesci piccoli del mercato delle droghe, il nuovo governo gialloverde lancia un piano law&order per le scuole nella stessa logica di privilegio degli strumenti repressivi che tutta la politica del governo delle città esprime. Scuole sicure, direttiva del ministero dell’Interno che punta a debellare lo spaccio nelle scuole grazie a videosorveglianza, polizia e cani, investendo 2,5 milioni di euro di cui solo il 10% a favore di un lavoro educativo.
Hate speech, cresce il razzismo. La Mappa dell’Intolleranza, stilata da Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti, segnala per il 2017-2018 una decisa crescita dei discorsi d’odio on line, soprattutto per xenofobia, islamofobia e antisemitismo, tra le categorie analizzate (che includono anche donne, persone omosessuali e diversamente abili). Le analisi si basano sui messaggi su Twitter in due periodi, tra maggio e novembre nel 2017 e tra marzo e maggio nel 2018. I migranti sono il secondo target dell’odio: i messaggi xenofobi sono il 32,45% del totale nel 2017 e il 36,93% nel 2018, con un incremento in pochi mesi del 4%. Il contesto è quello di un aumento esponenziale dei casi di discriminazione rilevati, di cui il 69% avviene appunto per ragioni razziste, dai 540 del 2000 ai 2.652 del 2016, 5 al giorno. Gli italiani pensano per il 42% che gli stranieri siano troppi; sono in realtà poco più di 5 milioni (5.144.440 immigrati regolarmente residenti, corrispondenti all’8,5% della popolazione totale, secondo il XXVII Rapporto della Caritas sull’immigrazione), che portano l’Italia a collocarsi al 5° posto in Europa e all’11° nel mondo. Il 24% vorrebbe respingerli tutti, il 44% vorrebbe accogliere solo rifugiati. Se poi si parla di rom, l’Italia vanta il primato negativo degli haters: l’82% li odia, nessuno peggio di noi. Le grandi città sono le più razziste e xenofobe, Roma, Milano, Napoli, Firenze, Torino.
Tutti i bersagli dell’odio on line. Le donne innanzi tutto, poi gli islamici, verso cui cresce l’odio in tutto il Paese. Nuovo primato negativo, gli italiani antisemiti, il 21%, i peggiori in Europa. Ci sono 300 siti web antisemiti, di cui 20 negazionisti e 160 profili Facebook. Il 40% delle persone LGBT dichiara di aver subito nell’ultimo anno una discriminazione, soprattutto a scuola e sul posto di lavoro, sono il 60% gli italiani che vorrebbero “maggior discrezione” da parte delle persone LGBT, il 30% pensa sia meglio nascondere la propria omosessualità, il 41% non vorrebbe una persona omosessuale come insegnante. Soprattutto al Sud e in Lombardia permane l’odio verso i disabili. Le grandi città sono le più intolleranti: presi di mira sindrome di down e disabilità gravi. Infine, il barometro dell’odio cresce in tempi di campagna elettorale: in tre settimane 787 segnalazioni, un messaggio di odio ogni ora. Riguardano 129 candidati di cui oggi 77 siedono in Parlamento. Il 43,5% degli hate speech viene da leader politici, primato alla Lega (50%), 27% Fratelli d’Italia, 13% Forza Italia, 4% Casa Pound, il 3% L’Italia agli Italiani e 2% Movimento 5 Stelle. Il bersaglio privilegiato, il migrante (91%), ma ce n’è anche per persone LGBT (6%), rom (4,5%) e donne (1,8%). Il 7% delle dichiarazioni incita in modo esplicito alla violenza.
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martedì 23 aprile 2019

La guerra sotto casa - Giuliano Santoro




È successo quello che era accaduto per i migranti e le Ong: Luigi Di Maio ha alzato la palla e Matteo Salvini ha schiacciato. Questa volta l’assist è servito a promettere l’adozione delle pistole elettriche Taser. Si era, domenica scorsa, nel pieno dell’impatto emotivo per il tragico omicidio del carabiniere Vincenzo Di Gennaro, nel foggiano. Di Maio ha pensato bene di rilanciare la palla sul terreno del suo alleato-contendente leghista: «Adesso facciamo in modo che la legittima difesa sia un diritto delle forze dell’ordine», ha detto il vicepremier grillino. Salvini non se l’è fatto dire due volte alla convention della Lega nel Lazio ha promesso: «Le pistole elettriche saranno in dotazione degli agenti da giugno». La notte precedente, come riferito dal capo delle volanti della questura di Genova Alessandra Bucci, c’era stato il debutto della pistola elettrica in dotazione al suo reparto nell’ambito della sperimentazione nazionale in corso da settembre. Il Taser ha lanciato il dardo elettrico contro un uomo accusato di violenze, nel quartiere popolare di Begato. Nella città dove venne dichiarata la guerra a bassa intensità contro i movimenti, il livello di pericolosità delle divise per strade sale di un altro gradino.
Questa storia inizia cinque anni fa, almeno. Chissà se l’onorevole Gregorio Fontana da Bergamo, eletto in Forza Italia e promotore dell’emendamento al decreto sulla “sicurezza negli stadi” approvato dal Senato il 14 ottobre del 2014 che introdusse l’impegno a sperimentare in Italia il Taser, conosce la storia del professor Jack Cover, che negli anni Sessanta inventò il primo modello di pistola elettrica. Quella storia e quella invenzione di un’arma che veniva definita con ottimismo da Fontana e dai manuali di polizia “non letale” attraversano gli ultimi decenni e accompagnano l’evoluzione della scienza della guerra dagli eserciti regolari alle truppe sparpagliate dentro e fuori i confini delle polizie globali.
Nato nel 1920, figlio di un economista e di una matematica, Cover si laurea in fisica con Enrico Fermi all’Università di Chicago. Poi collauda velivoli per l’aeronautica della seconda guerra mondiale. Negli anni della conquista dello spazio lavora alla Nasa al programma Apollo, che porta i primi uomini sul suolo lunare. Negli anni del keynesismo in mimetica e della Guerra fredda circolano centinaia di milioni di dollari tra laboratori, esercito e aziende. Cover passa a Ibm prima e ai contractors di Hughes Aircraft dopo. La mossa successiva è mettersi in proprio, occupando uno spazio di mercato all’interno dell’indotto del comparto militare-industriale. Cover ha trascorso molto tempo a sperimentare tecnologie futuristiche, ma non ha dimenticato le letture giovanili. Negli anni della Grande depressione si era imbattuto nelle storie tra science fiction e avventura dell’eroe adolescente Tom Swift, il quale utilizzava un’arma che aveva colpito la sua fantasia giovanile: un fucile elettrico.
Anni dopo, sorseggiando una tazza di caffè nero, Cover scorre le brevi di cronaca al bancone di un diner. Rimane, è il caso di dirlo, folgorato quando legge la storia di un uomo che ha inavvertitamente toccato un recinto elettrificato. La scossa non ha lasciato conseguenze letali, quell’uomo è rimasto immobilizzato dalla carica elettrica per qualche minuto. Cover si mette all’opera e disegna il progetto di una pistola che spara frecce elettrificate isolate da cavi. L’idea che il circuito si chiuda quando i dardi raggiungono il corpo umano, causando nella vittima contrazioni muscolari incontrollabili.
Ci vogliono cinque anni perché l’arma elettrica diventi realtà. Nel 1974 Cover deposita il primo modello della pistola che battezza con l’acronimo Taser, che significa Tom Swift’s Electric Rifle, in omaggio al suo ispiratore. «Sì, abbiamo aggiunto una A – spiega divertito l’inventore al Washington Post nel 1976 –. Eravamo stanchi di presentarci a telefono dicendo Tser». Gli Stati Uniti che escono, sconfitti, dalla guerra in Vietnam stanno concentrando le truppe sul fronte interno, si apprestano a regolare i conti dell’eterna lotta tra metropoli incontrollabili e province suburbane pacificate. La pistola elettrica come strumento di polizia si diffonde rapidamente. Si chiude l’era dei bastoni e delle cariche a cavallo contro i cortei per la pace e i diritti civili, si apre quella della guerra a bassa intensità casa per casa, strada per strada, cortile per cortile, per riportare all’ordine le città enfaticamente definite “fuori controllo” dai media. Da strumento ludico e sperimentazione psichedelica le droghe diventano il marchio che contrassegna i nuovi folk devilmetropolitani. La Taser Gun viene consigliata particolarmente per ridurre a miti consigli il teppista di strada sotto effetto di anfetamine o allucinogeni, lo stesso che i telegiornali, show televisivi e film danno in pasto al panico collettivo. Tragicamente, l’elettroshock da tolleranza zero non è esente da controindicazioni e sono proprio i soggetti alterati, quelli col battito cardiaco accelerato o le funzioni cerebrali sotto stress, a essere più esposti al rischio. Secondo le statistiche di Amnesty International, il Taser causa centinaia di decessi all’anno. Eppure viene utilizzato come deterrente persino in alcune scuole. In fondo, il passaggio dalla tortura coi cavi elettrici alla garbata puntura della pistola che porta il nome di un eroe ragazzino di fantasia è un capolavoro di scienza della repressione.  
«Quando un soldato va in guerra ha bisogno che ci siano dei nemici – spiegano i criminologi Jerome Skolnick e James Fyfe nel loro studio sugli abusi di polizia intitolato “Above The Law” –. Quando un poliziotto va in guerra contro il crimine ha bisogno di individuare i propri avversari nelle periferie urbane e nelle minoranze etniche». Nel 1991 viene colpito per due volte dalle frecce folgoranti dei Taser anche Rodney King, il cittadino afroamericano il cui pestaggio gratuito a opera degli agenti del Los Angeles Police Department innesca la rivolta nella metropoli californiana. Nell’Italia della crisi di nemici pubblici contro cui testare gli effetti del Taser ne abbiamo a bizzeffe. Si potrebbero rivolgere contro gli ultrà degli stadi, nei confronti dei quali tutti i provvedimenti repressivi degli ultimi anni sono stati introdotti per essere esportati al resto della società. Ne potrebbero provare l’effetto sui rom o sugli scugnizzi dei quartieri periferici che girano in moto senza casco a favor di telecamera, generando lo scandalo degli spettatori in poltrona. Anche in questo caso, la storia statunitense ci aiuta a capire. Michal J. White e Jessica Saunders hanno scandagliato i registri di polizia, le carte dei tribunali, i dati delle associazioni e le cronache dei giornali nell’arduo compito di analizzare il rapporto tra l’appartenenza etnica e l’impiego del Taser nelle strade statunitensi. Dunque, quante possibilità hai di finire colpito dalla pistola elettrica se sei afroamericano, latinos o di origini asiatiche? Preso atto che nella maggior parte dei casi i documenti registrano casi estremi ed episodi letali, i due ricercatori sostengono con parole fredde e inequivocabili che l’impiego ne conferma la regola: «Il problema della relazione tra pregiudizio razziale e uso del Taser investe i dipartimenti di polizia statunitensi».
L’arma è stata definita dalle Nazioni unite come “strumento di tortura”. Tanto che Taser International ha deciso di cambiare nome, per modificare la propria immagine associata sempre più spesso alle morti delle persone su cui era stato usato un Taser.
«Lavoreremo per poter usare il Taser anche sui treni, e nel pacchetto sicurezza inseriremo una norma per renderlo fruibile agli agenti della polizia locale – aveva promesso Salvini all’inizio della fase di collaudo – Mi confronterò con il ministro della giustizia per verificare la possibilità di offrire il Taser anche alla polizia penitenziaria come richiesto da alcuni sindacati». Ad oggi, dopo sei mesi di “sperimentazione” in Italia, Viminale ha reso noto soltanto il numero totale degli utilizzi, senza fornire nessun ulteriore dettaglio (età della persona, genere, provenienza, circostanze ecc.) sui singoli episodi di impiego del Taser e sui relativi esiti. Le città coinvolte nel test di trenta pistole elettriche al momento sono Milano, Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Palermo, Genova, Catania, Padova, Caserta, Reggio Emilia, Brindisi. «Non risulta essere stato condotto (o, quanto meno, non è stato reso pubblico) uno studio rigoroso e indipendente sugli effetti sulla salute per stabilire le conseguenze dell’utilizzo della pistola Taser sulle persone, specie su soggetti potenzialmente a rischio – protesta la sezione italiana di Amnesty International –. Di fronte a un uso standardizzato delle pistole Taser da parte delle forze di polizia, compresa la polizia locale, chiediamo che vengano adottate tutte le precauzioni e messi a disposizione i necessari studi medici onde scongiurare al massimo gli effetti letali di un’arma ‘non letale’».

(*Giuliano Santoro, giornalista, scrive di politica e cultura su il Manifesto. È autore, tra le altre cose, di Un Grillo qualunque e Cervelli Sconnessi (entrambi editi da Castelvecchi), Guida alla Roma ribelle (Voland), Al palo della morte (Alegre Quinto Tipo).)

giovedì 21 giugno 2018

La pistola per l’elettroshock da strada - Piero Cipriano



Genova. Jefferson Garcia, ventunenne ecuadoriano, non era, come scrive Il fatto quotidiano, “in cura per problemi psichici”. Lo confermano gli psichiatri del territorio genovese. Non era conosciuto ai servizi di salute mentale. La madre chiama il 112 per una lite domestica. Jefferson, ebbro o forse sotto l’effetto di droghe, con un coltello minacciava di uccidersi, perché la moglie era andata via di casa. Di qui a parlare di TSO ce ne vuole. Ma, certo, soprattutto chi si occupa di informare, dovrebbe provare a non essere un portatore giornalistico di stigma, e sapere che il Trattamento Sanitario Obbligatorio è stabilito da due medici, il primo lo propone dopo aver visitato il paziente, il secondo lo convalida, poi il sindaco del luogo emette l’ordinanza (solo allora è TSO), infine un giudice tutelare stabilisce che il TSO è stato fatto a norma di legge, dunque convalida o rigetta. Quattro attori che, nel caso del TSO millantato del ragazzo ucciso non sono mai intervenuti. Allora non si può gridare superficialmente sconsideratamente allarmisticamente all’ennesima morte da TSO. Questa è una morte da polizia. Ricapitolando: viene chiamato il 112 per un ragazzo che minaccia il suicidio se sua moglie non torna a casa. Un medico che stabilisce la natura (psichica o tossica) della crisi, non ha fatto in tempo a vederlo, perché il ragazzo viene ucciso prima. Scrivere morto per TSO è una inferenza in malafede. I poliziotti intervenuti spruzzano sul suo viso del ragazzo uno spray urticante. Questo gesto invece di ridurlo a più miti consigli determina una escalation. Con il coltello da cucina che prima indirizzava a se stesso colpisce un poliziotto. Il collega più giovane, impaurito, spara cinque colpi. Deve essere talmente preso dal panico, per sparare cinque colpi, al corpo del ragazzo, colpendo perfino il suo collega. Il ragazzo muore. E questa morte viene narrata non come ennesimo caso di brutalità discrezionale della polizia. Non come conseguenza del cicalare razzista e xenofobo di questi giorni. Niente di tutto questo. E’ la morte di uno straniero matto, forse drogato. Morte di un reietto dal triplice stigma. Rispetto al quale cos’altro potevano fare i due fedeli servitori dello stato intervenuti con eroismo e coraggio? Il neo-ministro che gioca a fare il duce si dice vicino “come un papà” al poliziotto ferito che ha fatto il suo dovere. Questa madre che invoca giustizia non merita la sua vicinanza. Il ministro è papà solo per i poliziotti feriti. Lo straniero ucciso non merita parola.
Quale sarà la conseguenza di questo evento? Il neo-ministro Salvini e il capo della Polizia Gabrielli sono già d’accordo nel dotare le forze dell’ordine di pistola elettrica. La cosiddetta Taser. Sostengono che se i poliziotti ne fossero stato provvisti, Jefferson non sarebbe morto e uno dei due poliziotti non si sarebbe ferito.
Ma cos’è questa pistola elettrica? Jack Cover, scienziato aerospaziale, inventa il Taser negli anni 70. Avrebbe dovuto essere usata dalle forze di sicurezza in situazioni di emergenza, come i dirottamenti aerei, essendo un’alternativa non mortale alle pistole. Taser è acronimo di Thomas A. Swift’s Electronic Rifle (in italiano sarebbe: fucile elettronico di Tomas A. Swift). E’ una saga d’avventura, dove un personaggio, Tom Swift, inventa un’arma, che chiama fucile elettrico, per uccidere cannibali pigmei e animali selvatici africani. Potremmo dire che sembra l’arma ideale per gli inferiori, per gli anormali. Le Taser all’inizio vengono classificate come armi da fuoco, perché nella versione originale utilizzano polvere da sparo per sganciare dardi elettrificati. Nel 1993 la polvere da sparo viene sostituita con azoto compresso, e ciò rende la pistola conforme alle normative sulle armi da fuoco. Le Taser hanno due modalità: “dardo” e “drive stun”. Il primo spara due dardi elettrificati, con forza tale da penetrare i vestiti e rilasciare una scarica elettrica di 50.000 volt. La corrente scorre nel corpo della vittima finché l’agente tiene premuto il grilletto, con effetto neurolettico (ovvero di paralisi del sistema nervoso) potremmo dire, giacché impedisce qualsiasi movimento e causa spasmi muscolari. In modalità “drive stun”, invece, la pistola viene premuta direttamente contro il corpo. Nel 2007, il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura manifesta preoccupazione per l’utilizzo di queste armi, in grado di causare dolore estremo fino al decesso. Gli esperti però sostengono che a causare il decesso non siano gli effetti del Taser ma la “sindrome da delirio eccitato” (ricordo che quando morì Andrea Soldi nel 2015 si disse che era morto per questa sindrome, diagnosi di copertura con cui risolvere incidenti in cui sono coinvolte le forze dell’ordine; è stata tirata in ballo anche per la morte di Riccardo Magherini e molti altri), fantomatica sindrome non riconosciuta né dall’Associazione Medica Americana, né dall’Associazione Americana di Psichiatria, né dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tuttavia citata come causa del decesso in 75 dei 330 casi collegati al Taser tra il 2001 e il 2008. Douglas Zipes, esperto di elettrofisiologia e dell’influenza degli impulsi elettrici sul cuore, ha analizzato il rapporto tra Taser e morti improvvise. I Taser, afferma, possano provocare l’arresto cardiaco, e tirare in ballo la sindrome da delirio eccitato in caso di decesso riconducibile a questa pistola è solo un modo per scagionare Taser International da azioni legali.