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martedì 24 febbraio 2026

Un radioso futuro di civilizzazione

 cioè il colonialismo, il nostro avvenire dietro le spalle, di Francesco Masala


Quando gli europei arrivarono in America, che ancora non si chiamava così, cedevano paccottiglie varie agli indigeni in cambio di oro e altre ricchezze, gli europei si credevano i più furbi del mondo.

Quando gli indigeni di tutto il continente capirono l’avidità degli europei le ricchezze furono rubate attraverso genocidi e schiavitù, quella dei neri africani.

Un meccanismo simile funziona oggi, gli Stati Uniti d’America, si credono i più furbi del mondo, hanno imparato bene dai maestri, comprano tutti i prodotti e i servizi applicando dazi ai venditori, che in cambio comprano i prodotti e servizi Usa senza nessun dazio (e senza che le imprese Usa paghino le tasse e imposte come tutti), come in India, recentemente.

Quando gli abitanti di tutto il mondo capiscono, non da oggi, l’avidità degli Usa, sempre fedeli alla loro storia criminale (1), e che i dazi vengono applicati in maniera asimmetrica, per chi ci sta, e per gli altri, per chi non ci sta, ci sono colpi di stato, rivoluzioni colorate, guerre e genocidi (Venezuela e Palestina lo testimoniano). Alcuni stati riescono a resistere, per nostra fortuna, cosa mai successa prima, agli Usa.

 

Gli statiunitensi, eredi degli europei, come dice Narco Rubio (qui in italiano), propongono all’Europa un luminoso futuro di colonialismo, rapina, stupri e genocidi.

L’Europa applaude.(2)

 

Ci fosse Dante scriverebbe "Ahi serva Europa, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”

Allora non esistevano molti stati europei, gli Usa e Israele, e dei genocidi futuri non si aveva notizia.

E magari, pensando ai versi della Divina Commedia/Inferno/Canto XXV

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d'incenerarti sì che più non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi? (Ahimè, Pistoia, perché non stabilisci di incenerirti così da non durare più oltre, dal momento che superi con le tue malefatte i tuoi progenitori?)

chissà cosa Dante scriverebbe oggi, anche solo leggendo questa notizia e quest'altra, o vedendo questo video, di sicuro lo lincerebbero dandogli dell’anticolonialista, antieuropeo, antiamericano, antisemita.

 

 

 

(1) Cavallo Pazzo, di Larry McMurtry, pubblicato nel 1999, in italiano da Einaudi nel 2025 (tradotto da Gaspare Bona) pagina 69:

Per la fortuna della Nazione e la sfortuna dei Sioux, le Black Hills aspettavano il loro momento. Da tempo correva voce che ci fossero grandi depositi d’oro nelle montagne sacre dei Sioux. Tuttavia, a imbarazzare i governanti, c’erano i vincoli del tanto strombazzato accordo del 1868, che assegnava per sempre quelle montagne agli indiani e stabiliva in maniera insolitamente chiara che ai bianchi doveva essere impedito l’accesso. Il governo degli Stati Uniti aveva infranto molti trattati con gli indiani, alcuni sostengono tutti. Recentemente lo scrittore Alex Shoumanoff ne ha calcolati 378, ma pochi di qui casi provocarono tanta agitazione, tante riflessioni e tante manfrine quanto il trattato del 1868. Il generale Sheridan cominciò a brontolare in maniera poco convincente per le violazioni da parte dei Sioux; in realtà gli indiani a quell’epoca si stavano comportando bene, come lo stesso generale aveva ammesso in un altro contesto. Non c’era nessuna scusa per rompere il trattato del 1868, se non quella che, alla fine, i bianchi usavano sempre: gli Stati Uniti volevano le Black Hills e tutto l’oro che contenevano. Il primo passo importante per impossessarsi delle montagne fu la spedizione che riportò il generale Custer a ovest, testimoniata dalla famosa fotografia di una colonna senza fine di carri che attraversa una valle delle Black Hills. La spedizione raggiunse in fretta il suo scopo principale, seppure sottaciuto, trovò oro in quantità tali da placare la sete dei mercati agonizzanti.

 

(2) Cominciamo con qualche frase dal discorso del Segretario di Stato alla Conferenza di Monaco, un discorso che ha fatto fare sospiri di sollievo alla leadership europea nonostante non contenga nulla di nuovo.

“Per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente era stato in espansione: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il globo. Ma nel 1945, per la prima volta dall’epoca di Colombo, era in contrazione. L’Europa era in rovina. Metà di essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a seguirla presto. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino irreversibile, accelerato dalle rivoluzioni comuniste atee e dalle rivolte anticolonialiste che avrebbero trasformato il mondo e drappeggiato la falce e il martello rossi su vaste aree della mappa negli anni a venire”. Poi nel 1945 l’unione sacra tra le due coste dell’Atlantico ha evitato questo disastro e l’Occidente è tornato a dominare. Oggi dunque l’obiettivo è fermare “il declino controllato dell’Occidente”, per far rivivere “l’era di dominio dell’Occidente” e per “rinnovare la più grande civiltà della storia umana”.

Rubio ha anche nominato Dante, Shakespeare, Mozart e Beethoven e qualche altro gigante della cultura occidentale, dimenticando chissà perché Galileo e Darwin e pure che alcune cose tra quelle che fanno grande l’Occidente sono il frutto di innovazioni fatte fuori da esso: la polvere da sparo viene dalla Cina probabilmente via mercanti arabi, mentre quella cosa che fa funzionare i social network si chiama algoritmo e come tutte le parole che cominciano per al viene dalla dominazione araba – Rubio ha menzionato anche Beatles e Rolling Stones, i primi dischi dei secondi sono blues, quella musica americana che senza l’importazione forzata di persone non cristiane non sarebbe mai nata. Naturalmente all’inverso anche cinesi, arabi e africani si sono giovati di cose inventate da noi…

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domenica 13 luglio 2025

A un anno dalla morte di Satnam Singh, l’Italia vive ancora di sfruttamento sul lavoro - Lucrezia Agliani

Era il 19 giugno 2024 quando Satnam Singh, giovane bracciante indiano, moriva dissanguato a Latina, dopo essere stato abbandonato dal suo datore di lavoro, con un braccio amputato, davanti alla casa in cui viveva. L’uomo che lo aveva assunto in nero, Antonello Lovato, preferì non accompagnarlo in ospedale per timore di conseguenze legali. Quel gesto crudele sollevò un’ondata di indignazione in tutta Italia, portando per un breve periodo al centro dell’agenda pubblica il tema dello sfruttamento agricolo.

Poco più di un anno dopo, il clima d’indifferenza è tornato a coprire il rumore dei campi. Lo stesso caporalato, gli stessi meccanismi, le stesse omissioni. E nuove vittime.

Un’altra mattina tra i filari: il blitz a Sermoneta

A un anno dalla morte di Satnam Singh, lo scorso 12 giugno 2025, all’alba, alcuni ispettori del lavoro hanno fatto irruzione in un appezzamento di terra a Sermoneta, in provincia di Latina. Dieci lavoratori indiani erano intenti a preparare la raccolta delle zucchine. Solo uno risultava assunto, ma con un’azienda di Terracina, a chilometri di distanza. Gli altri erano tutti impiegati in nero. Il proprietario ha provato a giustificarsi, dicendo che era il primo giorno di lavoro per quei ragazzi e che non aveva ancora avuto il tempo di regolarizzarli.

Gli ispettori hanno però verbalizzato l’infrazione e contattato la polizia per controlli sui documenti dei lavoratori. È stato in quel momento che uno di loro ha inviato un messaggio in preda al panico a Laura Hardeep Kaur, segretaria della FLAI CGIL di Latina.

Kaur, nata in Italia da genitori indiani, è una figura di riferimento per centinaia di braccianti stranieri nella provincia. Parla la loro lingua e il suo numero gira di mano in mano tra chi lavora nei campi. Quando è arrivata sul posto, la polizia aveva già identificato i lavoratori. Solo due avevano un permesso di soggiorno regolare. Gli altri otto avevano mostrato documenti falsi, con nomi e impronte digitali che non corrispondevano.

 

Permessi speciali e memoria corta

Gli agenti volevano trasferire i lavoratori nel CPR di Brindisi per avviare le pratiche di espulsione, ma la sindacalista si è opposta ricordando l’esistenza di un protocollo firmato a gennaio da varie istituzioni, tra cui procura, polizia e ASL, per proteggere chi è vittima di sfruttamento lavorativo. Grazie a quella misura speciale, una ventina di permessi di soggiorno erano già stati rilasciati nei mesi precedenti.

Quel protocollo nacque proprio in seguito alla morte di Satnam Singh, che aveva acceso i riflettori su una realtà fin troppo trascurata. Eppure, a distanza di un anno, la sindacalista denuncia che tutto è ripiombato nella negligenza e nell’indifferenza verso lo sfruttamento sul lavoro.

Le vite dietro i numeri

La storia di Satnam Singh e della sua compagna Soni racconta in modo vivido cosa si nasconde dietro il lavoro nei campi. Dopo essere arrivati in Italia passando per i Balcani, trovarono lavoro in un allevamento di bufale in Campania, svegliandosi alle 2:30 del mattino per 700 euro al mese. Successivamente si trasferirono a Latina, dove furono assunti in nero dalla Agrilovato per 5,50 euro all’ora.

Lovato segnava le ore su un quaderno e i due percorrevano ogni giorno in bicicletta 15 chilometri per arrivare ai campi. Poi l’incidente, il silenzio, la fuga. A dare l’allarme fu un altro lavoratore, inviando una foto agghiacciante del braccio amputato in una cassetta di plastica. Soni, ora ospitata in una casa rifugio, riceverà metà dei fondi raccolti dalla CGIL in memoria del compagno.

Giustizia e tentativi di risarcimento

Il processo contro Antonello Lovato è cominciato il 1° aprile 2025 a Latina. L’uomo è accusato di omicidio volontario. Durante le prime udienze, il proprietario della casa in cui viveva Singh ha testimoniato che Lovato abbandonò il ragazzo con calma glaciale, spiegando che «non era in regola». Soni ha raccontato in sede di incidente probatorio che Satnam Singh fu «buttato giù dal furgone» e batté la testa su un cordolo di cemento.

Parallelamente, Lovato e suo padre sono indagati per sfruttamento e intermediazione illecita per altri sette lavoratori in nero. Intanto, tre dei braccianti impiegati con Satnam Singh hanno ottenuto un permesso speciale e lavorano oggi regolarmente.

Numeri e illusioni

Nei primi mesi dopo la tragedia di Satnam Singh, le assunzioni regolari nella provincia di Latina raddoppiarono: oltre 7.000 in un solo mese. Un’illusione di cambiamento. Ma secondo il sindacato, molte aziende hanno poi ripreso le vecchie abitudini, affidandosi a fornitori informali di manodopera, spesso connazionali dei braccianti che mediano condizioni di lavoro senza alcun contratto.

Nel sistema agricolo italiano, il colore della pelle troppo spesso determina non solo il tipo di lavoro assegnato, ma anche il trattamento ricevuto. I lavoratori neri, come molti provenienti dall’Africa subsahariana o dall’India, sono ancora oggi visti come manodopera a basso costo, invisibile e sacrificabile. Vengono impiegati in condizioni degradanti, spesso senza contratto, con paghe inferiori al minimo sindacale – che in Italia neanche esiste -, con turni estenuanti e senza tutele sanitarie o di sicurezza.

La discriminazione razziale si intreccia in modo strutturale con il caporalato, trasformando la pelle scura in un marchio di disponibilità illimitata e di sottomissione silenziosa, come se la fatica, la sofferenza e persino la violazione dei diritti umani fossero una naturale conseguenza della loro provenienza.

Molti imprenditori agricoli scelgono deliberatamente lavoratori neri o sudasiatici perché più facilmente ricattabili. La barriera linguistica, la fragilità giuridica e il razzismo latente li rendono bersagli ideali per lo sfruttamento. In troppi casi, il permesso di soggiorno diventa un’arma nelle mani del datore di lavoro: se il bracciante si ribella, denuncia o semplicemente si infortuna, rischia l’espulsione o la detenzione in un CPR.

L’esperienza di molte donne e uomini neri nei campi italiani racconta di umiliazioni quotidiane, insulti, minacce, alloggi fatiscenti e isolamento. Il razzismo, spesso non urlato ma praticato, costruisce una gerarchia della dignità basata sul colore della pelle, che svuota di significato i diritti sanciti dalla Costituzione e trasforma l’agricoltura in un laboratorio di esclusione e ingiustizia sociale.

Per non dimenticare Satnam Singh e tutti gli altri

Il 19 giugno 2025, a un anno esatto dalla morte di Satnam Singh, la Prefettura di Latina ha organizzato un incontro per fare il punto sulle misure contro lo sfruttamento nei campi. Mentre il processo contro il suo datore di lavoro va avanti e la compagna cerca di ricostruire una vita, in troppi tornano a essere invisibili tra i filari.

Il rischio più grande non è solo quello di dimenticare Satnam Singh, ma di accettare che la sua morte non abbia insegnato nulla.

da qui

martedì 18 marzo 2025

Due o tre cose sull’Europa – Marco Aime

 

Dicono: difendiamo i valori dell’Europa e tutti ad applaudire. Ma quali? Silenzio. Questo appello generico mette in evidenza nient’altro che un mai sopito eurocentrismo, un malcelato senso di superiorità spesso sbandierato, senza dubbio alcuno, da quei giornalisti televisivi glamour, che iniziano un articolo, dicendoci che mentre accompagnavano il cane a Central Park…

Sacrosanto difendere dei valori, ma prima di scendere in piazza, decidiamo per quali di essi vale la pena per lottare e per quali, forse, dovremmo addirittura chiedere scusa. Ha scritto il grande storico inglese Arnold Toynbee:

«Non è stato l’Occidente a essere colpito dal Mondo, è il mondo che è stato colpito – e duramente colpito – dall’Occidente».

La tratta degli schiavi fu condivisa da molti Paesi europei, così come il colonialismo e le violenze a esso connesse. Il razzismo istituzionalizzato e non fa anche parte della nostra storia, come i gulag sovietici, come il massacro di Srebreniça, il terrorismo basco, irlandese, italiano. In uno struggente passaggio de Gli aquiloni, Romain Gary scrive: «Si dice che la cosa più tremenda del nazismo sia il suo lato disumano. Sì. Ma ci si deve arrendere all’evidenza: questo lato disumano fa parte dell’umano. Fintantoché non si riconoscerà che la disumanità è cosa umana, si resterà in una pietosa bugia». Non solo il nazismo è stato disumano, è stato anche un valore espresso dall’Europa, come il fascismo.

Che dire poi di un’Europa come quella attuale, che studia ed elabora sempre nuovi metodi per respingere persone che sfuggono a vite dolorose e spezzate, spesso anche a causa dello sfruttamento di imprese europee, dimenticandosi il valore della solidarietà umana? Questo sì un valore che si dovrebbe difendere. E che dire di un’Europa rimasta assolutamente indifferente di fronte al massacro di Gaza?

La democrazia, certo, è un valore da difendere, ma attenzione, perché considerarlo solo ed esclusivamente una nostra creazione? Ne La democrazia degli altri il premio Nobel Amartya Sen ci spiega come presso altre culture, esistevano ed esistono forme di gestione, basate su principi diversi da quello elettivo, che possono però essere definite a tutti gli effetti “democratiche”, se non si riduce il concetto di democrazia alla semplice pratica del voto. Sen riporta esempi riguardanti l’India del III secolo a.C., sotto l’imperatore Ashoka, il Giappone del VII secolo e la Cina antica, dove la discussione pubblica era frequente e la partecipazione aperta a tutti i cittadini. La democrazia, secondo Sen, è innanzitutto discussione pubblica. In molti villaggi africani, le assemblee collettive vedono la partecipazione di tutti gli uomini e anche nelle situazioni più moderne, in cui le comunità si trovano a votare i loro rappresentanti in parlamento, spesso le decisioni vengono prese in modo collettivo, a dispetto della segretezza del voto, importata dal modello occidentale.

«La storia del mondo va da Oriente a Occidente – ha scritto Hegel -, L’Europa è assolutamente la fine della storia del mondo, così come l’Asia ne è il principio». Ogni angolo di mondo, in realtà, ha espresso valori condivisibili da tutti e altri che trovano un senso solo nella dimensione culturale che li esprime. «Il nostro giocare in piccolo non serve al mondo» ha detto Nelson Mandela, uno che ha saputo superare i ristretti confini del nazionalismo, dell’etnicità, dell’identitarismo.

Scendiamo in piazza per difendere i valori di un’umanità condivisa, anche dell’Europa, ma non solo dell’Europa.

da qui


sabato 4 maggio 2024

Il ritorno della schiavitù - Domenico Gallo

  

Gli atti di genocidio che si susseguono senza soluzione di continuità a Gaza e il massacro infinito sul fronte russo ucraino (dove è passata sotto silenzio la notizia che le perdite ucraine ammontano a 500.000 uomini), più che provocare indignazione o ripudio, stanno creando assuefazione e rientrano nella normalità degli eventi che l’informazione ci propina ogni giorno mescolandoli alle cronache più banali. Ma la corsa alla disumanizzazione nelle relazioni internazionali non si arresta agli eventi estremi del genocidio e della guerra. Ci sono molti fronti sui quali si sperimentano pratiche disumane, inconcepibili fino a qualche tempo fa.

La persecuzione del popolo dei migranti e richiedenti asilo ha superato una soglia che ci fa fare un balzo all’indietro di secoli. Il 25 marzo 1807 il Parlamento inglese approvò lo Slave Trade Act, vietando il commercio e la tratta degli schiavi: nel corso di pochi anni anche le altre potenze coloniali abolirono la tratta degli schiavi e nell’atto finale del Congresso di Vienna (8 febbraio 1815) venne sottoscritta una Dichiarazione contro la Tratta dei negri. Il 23 aprile 2024 il Parlamento britannico ha chiuso il ciclo storico iniziato con l’abolizione della tratta degli schiavi, approvando il Safety Rwanda Bill con il quale viene disposta la deportazione in Rwanda degli immigrati sbarcati irregolarmente sulle coste inglesi. Per quanto calata in un differente contesto storico, l’operazione di deportazione in Rwanda di circa 52.000 (secondo la BBC) immigrati, quasi tutti di origine africana o asiatica, nella sostanza non differisce dalla Tratta degli schiavi praticata dalle potenze coloniali fino agli albori dell’Ottocento. Ora come allora un potere di coercizione si impadronisce dei corpi di un numero indefinito di persone e li trasporta a 10mila chilometri di distanza, scaricandoli in un territorio nel quale non erano diretti quando hanno intrapreso il viaggio della speranza che li ha portati in Gran Bretagna; un territorio, il Rwanda, col quale non hanno alcun rapporto e nel quale non hanno alcuna possibilità di vivere una vita degna. Da un punto di vista pratico si tratta di un sequestro di persona collettivo, ma in realtà è qualcosa di più, è la riduzione di queste persone nella stessa condizione degli schiavi che, dopo la cattura, venivano imbarcati sulle navi negriere per essere deportati in terre lontane. L’unica differenza è la diversa rotta, non più dall’Africa all’Europa ma dall’Europa all’Africa.

Con il Safety Rwanda Bill Il processo di degrado dell’ordine internazionale, costruito a partire dal 1945 e fondato sui principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, ha subito un altro irrimediabile affronto. Dopo la rilegittimazione della guerra come strumento ordinario della politica per risolvere le controversie internazionali, adesso assistiamo a una ribellione aperta contro quegli strumenti internazionali di protezione dei diritti umani che costituiscono – secondo il filosofo Italo Mancini – la gloria del Novecento, il patrimonio morale che l’Occidente ha elaborato per l’umanità intera.

Le associazioni per i diritti dei rifugiati hanno annunciato ricorsi alla Corte Europea per i diritti dell’uomo e l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto al premier inglese di “riconsiderare il piano” ma il leader inglese Rishi Sunak non ha alcuna intenzione di ripensarci e non ha alcuno scrupolo a fare strame – fra l’altro – delle regole della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, che vieta espressamente le espulsioni collettive di stranieri (art. 4 del Protocollo 4), e a ribellarsi alla giurisdizione della Corte di Strasburgo e delle Corti inglesi. Infatti ha promesso che «nessun tribunale fermerà i trasferimenti».

Qui non si pone soltanto un problema astratto di rispetto del diritto internazionale. Le norme del diritto internazionale dei diritti umani traducono in vincoli giuridici delle esigenze etiche poste a base della vita civile poiché – come recita il Preambolo della Dichiarazione Universale – «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali e inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». È assurdo che una scelta così scandalosamente disumana venga fatta passare nell’opinione pubblica senza neanche un fremito di indignazione da parte del sistema politico e dei media. Probabilmente ciò deriva dal fatto che questa scelta si inserisce nel solco delle politiche disumane praticate dall’Italia e dalla stessa Unione Europea nei confronti del fenomeno dell’immigrazione attraverso l’omissione di soccorso in alto mare, i respingimenti (indiretti) in Libia, l’esternalizzazione delle frontiere attraverso concordati con regimi autoritari.

Come ha fatto con la guerra in Ucraina, istigando Zelensky a proseguire il conflitto incurante dei costi umani, adesso la Gran Bretagna tira la volata all’Europa sul fronte della persecuzione dei rifugiati, fino al punto da ripristinare pratiche che sembravano definitivamente ripudiate dalla storia dell’umanità. Non è un caso che la scelta di Sunak sia stata apprezzata dalla Meloni che, alla luce della sua cultura politica, la considera un modello di riferimento. Un modello, tuttavia, non applicabile in Italia perché c’è la Costituzione e qualche volta i giudici si ostinano ad applicarla, incuranti dell’indirizzo politico del Governo.

da qui

lunedì 3 aprile 2023

Come la tratta degli schiavi ha costruito l’economia moderna - Michela Fantozzi


Nella giornata in memoria della tratta transatlantica verso le Americhe parliamo del ruolo che la schiavitù ha giocato nel costruire il mondo che oggi abitiamo.


 “Senza la schiavitù non ci sarebbe stato il cotone,
senza il cotone non esisterebbe l’industria moderna”
Karl Marx The Poverty of Philosophy, 1846

Il Regno Ndongo si affacciava sulle sponde occidentali del continente africano. Il popolo che là viveva, i Mbundu, era solito riconoscere ai propri re il titolo di Ngola. È proprio da quell’onorificenza che prende il nome l’odierno stato dell’Angola, sulle cui spiagge ha avuto inizio la tratta degli schiavi africani nel continente americano.
Il 25 marzo è la data che l’ONU ha scelto per commemorare le vittime delle schiavitù e della tratta transatlantica verso le Americhe. Tra il 1525 e il 1866, date di inizio e di fine della tratta, si stima che siano state 12 milioni e mezzo le persone deportate nel Nuovo Mondo.
Molti potrebbero chiedersi perché un fenomeno terminato un secolo e mezzo fa debba interessarci.
Eppure, quel preciso fatto storico, oggi riconosciuto come crimine contro l’umanità, ci parla ancora molto di noi e di chi siamo.

Ad inaugurare il commercio degli schiavi fu il Portogallo, in principio tramite accordi commerciali con il reame di Ndongo proprio all’inizio del XVI secolo.
La tratta nelle regioni nordamericane avvenne più tardi e viene fatta risalire a una vicenda storica precisa. Nel 1619 la nave negriera portoghese São João Bautista fu sequestrata da due navi pirata inglesi. L’imbarcazione venne poi portata a Point Comfort, un porto vicino a Jamestown, la capitale della colonia inglese della Virginia. Qui per la prima volta un carico di schiavi africani fece la sua comparsa nei territori che più tardi sarebbero diventati gli Stati Uniti.

La schiavitù esisteva in Africa e in Europa ancora prima della tratta in America. Ma, per dirla come Karl Marx, quello che divenne il commercio degli schiavi verso l’America non ha eguali nella storia.
Prima dell’espansione verso il Nuovo Mondo, la riduzione in schiavitù di una persona non seguiva regole collegate al concetto di razza. In particolare, in Europa poteva essere ridotto in schiavitù chi non era cristiano.
All’inizio del 1500 non esisteva un grande commercio di schiavi come al tempo dell’Impero Romano, ma gli europei meridionali lungo la costa mediterranea erano soliti acquistare schiavi da varie parti dell’Europa orientale, dall’Asia, dal Medio Oriente e dall’Africa. La religione era la base discriminante tra chi poteva essere reso schiavo e chi no.

Quando i Portoghesi cominciarono a commerciare esseri umani dall’Africa all’America, ricorrevano alla scusa religiosa per giustificare le loro azioni. Ma quando gli schiavi cominciarono a convertirsi al cristianesimo, i proprietari terrieri portoghesi si trovarono di fronte a un dilemma. Cosa poteva permettere a un conquistatore portoghese di abusare sempre dello schiavo africano e non rischiare mai in prima persona la schiavitù? Il colore della pelle.
“I concetti europei di conquista combinavano pregiudizi religiosi e stereotipi di inferiorità fisica e mentale per giustificare la sottomissione come forza civilizzatrice. […] Con l’aumento degli incentivi economici alla sottomissione, gli stereotipi razziali europei sugli africani divennero sempre più sprezzanti. 
Come nota la storica Ira Berlin, durante l’espansione del Nuovo Mondo, gli europei inizialmente caratterizzavano gli africani occidentali e centrali come ‘furbi, astuti, ingannevoli… forse troppo intelligenti’. Questi stereotipi non erano diversi da quelli che gli europei si facevano l’un l’altro e rivelano un senso di competizione paritaria piuttosto che di superiorità bianca. Con l’avvento della schiavitù africana nel Nuovo Mondo, gli europei cambiarono questi stereotipi per sostenere una gerarchia razziale in cui gli africani e gli afroamericani erano rappresentati come animali, servili, poco intelligenti e sessualmente promiscui. […] Il razzismo del Nuovo Mondo si sviluppò per giustificare la schiavitù”.

Se intendiamo il razzismo come la paura del diverso, allora è un sentimento sempre esistito nell’umanità. Il disprezzo verso alcune culture, come quella ebraica, è antichissimo.
Ma se ricerchiamo l’origine del mero termine, troviamo le sue radici nella tratta degli schiavi in America. È qui che l’idea della razza viene presa e inserita stabilmente all’interno di una gerarchia sociale per giustificare lo sfruttamento lavorativo di alcuni a vantaggio economico di altri.
Il concetto di razza ha pesantemente influenzato la cultura dell’Europa occidentale. La tratta degli schiavi in America è stato il primo crimine compiuto in suo nome, ma non l’ultimo, come ben sappiamo.
E ancora oggi la linea del colore della pelle traccia confini tra chi produce e chi consuma e tra chi viene sfruttato e tra chi sfrutta.

Infatti, un’altra delle ragioni per cui vale la pena dedicare una giornata alla memoria delle vittime della tratta è la creazione, grazie al lavoro degli schiavi, dell’economia di mercato moderna. La fortuna di tale sistema economico lo si deve soprattutto all’agricoltura di piantagione su larga scala dei vasti territori delle Americhe.
“Il lavoro degli africani schiavizzati era fondamentale per due ragioni principali. In primo luogo, per le Americhe i mercati disponibili per le merci da esportazione ingombranti erano inizialmente in Europa. Dato l’elevato costo del trasporto transatlantico […], i costi di produzione di questi beni dovevano essere molto bassi per avere mercati sufficientemente ampi all’estero […]. In secondo luogo, con una disponibilità illimitata di terreni agricoli nelle Americhe, la produzione su larga scala, che avrebbe richiesto il coinvolgimento di lavoratori salariati liberi, era praticamente impossibile. Alla fine, la soluzione a lungo termine del difficile problema è stata trovata nell’importazione di prigionieri dall’Africa per la schiavitù in America, Brasile, Caraibi e Stati Uniti. Il successo di questo esperimento è stato tale che i costi di produzione dello zucchero, del tabacco, del cotone, del caffè e di molti altri prodotti di base furono drasticamente ridotti, portando i loro prezzi in Europa alla portata anche della gente comune
[1]“.

Il prodotto più importante dell’agricoltura commerciale americana, in particolare dell’America del Nord, fu il cotone. Dalla schiavitù e dal cotone possono essere ricondotti tre elementi fondamentali della storia del sistema economico odierno: la creazione del mercato dei mutui americano, la creazione di Wall Street e la rivoluzione industriale inglese (e poi europea).
Facendo riferimento a 
un dettagliato articolo del New York Times, la proprietà umana negli Stati Uniti ha contribuito in modo preponderante alla creazione del mercato dei mutui, poiché gli schiavi venivano utilizzati come ipoteca dai padroni bianchi. Con le parole dello storico americano Joshua Rothman: “L’estensione delle ipoteche alle proprietà degli schiavi ha contribuito ad alimentare lo sviluppo del capitalismo americano e globale”.

Il mercato dei mutui sugli schiavi ha anche attirato la speculazione finanziaria. Le speculazioni portarono allo scambio di obbligazioni che permettevano ai finanzieri europei di arricchirsi senza essere direttamente coinvolti nel commercio umano della schiavitù. La creazione della ricchezza di Wall Street è diretta conseguenza di questi scambi, che deve tutto al lavoro schiavistico.
“Le fabbriche di New York producevano gli attrezzi agricoli che gli schiavi del Sud erano costretti a tenere in mano e il tessuto ruvido chiamato negro cloth indossato sulle loro spalle. Le navi provenienti da New York attraccavano nel porto di New Orleans per servire il commercio di schiavi nazionali e internazionali (allora illegali). Come ha dimostrato lo storico David Quigley, il fenomenale consolidamento economico di New York City fu il risultato del suo dominio nel commercio del cotone del Sud, facilitato dalla costruzione del Canale Erie. È in questo momento – i primi decenni dell’Ottocento – che New York si è guadagnata lo status di colosso finanziario grazie alla spedizione del cotone grezzo in Europa e al finanziamento dell’industria del boom che la schiavitù ha prodotto”.

Ma il cotone ha avuto un ruolo fondamentale anche nel più importante volano del progresso tecnologico europeo: la rivoluzione industriale (3).
I porti europei che scambiavano le merci dall’America erano diventati luoghi di ricchezza, e questo è particolarmente vero per l’Inghilterra. Le contee di Lancashire e West Riding of Yorkshire erano tra le più povere, ma quando i vicini porti limitrofi diventarono punti nevralgici dello scambio atlantico, le due contee si arricchirono a tal punto che il commercio del cotone le rese protagoniste della rivoluzione industriale. Rivoluzione che ha interessato come primo settore quello tessile.

La schiavitù è alla base del capitalismo americano e della cultura spregiudicata su cui si sorregge. Il commercio atlantico costituisce le fondamenta su cui liberali come Adam Smith hanno sostenuto che il “progresso” poteva essere perseguito con un’espansione dell’economia di mercato ad altre di sussistenza, idea che l’Inghilterra inseguì nella conquista dell’India (3). La razza giustificò la colonizzazione del continente africano, la sua depredazione, la distruzione dei suoi popoli, regni e storie. Continente che ancora oggi è incastrato tra un debito che non gli permette di crescere e prestiti che non fanno che indebitarlo, saccheggiato delle sue risorse minerali per sostenere l’industria tecnologica e il benessere occidentale (e ormai anche quello cinese e russo). Aggiungiamoci pure che le storture di questo mercato portano la ricchezza globale a una concentrazione sempre maggiore, tutta nelle mani di pochi padroni che non si accontentano più solo delle vite degli sfruttati del cosiddetto “terzo mondo”, ma cercano di saziare la loro ingordigia anche con i diritti dei lavoratori loro connazionali.
Servono altre ragioni per commemorare la tratta atlantica?

[1] , 2, 3 The Atlantic Slave Trade: Effects on Economies, Societies and Peoples in Africa, the Americas, and Europe, di Joseph E. Inikori Stanley L. Engerman, pubblicato dalla Duke University Press (2020)

da qui



sabato 21 gennaio 2023

Musei coloniali al chiuso e all’aperto - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Ci sono musei e musei, puoi dirlo per ogni cosa, la premessa è facile ma non lo sono altrettanto le conseguenze. Altrimenti, sarebbe tutto diverso.
Altrimenti, vivremmo noi per primi in un paese diverso.
Tuttavia, per amor di semplicità, potremmo affermare che i musei sono di due soli tipi, a uso e consumo di questa breve storiella.
Per primi vi sono quelli al chiuso, banalmente. E tra essi, nel ramo coloniale – ovvero anti – cito tra tutti la mostra From Local to Global in questi giorni allestita presso la Galleria d’Arte di Scarborough, nella medesima cittadina inglese dello Yorkshire del Nord.
Nella presentazione dell’evento sul sito ufficiale della galleria c’è una fondamentale nota , la quale avverte i visitatori di essere consapevoli che la mostra presenta una collezione di oggetti che contengono immagini e descrizioni dello sfruttamento razziale. Nel resto del messaggio gli organizzatori spiegano che hanno preso questa decisione per aiutare il pubblico a comprendere meglio gli atteggiamenti razzisti britannici quale eredità del passato coloniale.
Abbiamo cercato di avvicinarci a questo materiale con sensibilità, è la conclusione, ma i visitatori potrebbero trovare alcuni elementi scioccanti. Altri, nel Regno Unito come nel resto del mondo, potrebbero invece ritenerli più che normali, aggiungo io. Ma che dico, assolutamente accettabili, più che tollerabili e perfino giusti.
In altre parole, vi sono musei e musei, nonché memorie e memorie, e come decidere di gestirle, affrontarle e imparare da esse.
Quando hanno rinvenuto tali reperti circa dieci anni fa dietro una porta bloccata da tempo, gli organizzatori avrebbero potuto lasciare tutto come stava e ignorare tale imbarazzante scoperta, ma invece la scelta è stata quella di portare in quel polveroso e opportunamente oscurato angolo della comune memoria la luce del ricordo e magari della condanna, qualora la coscienza lo richieda. Per non ripetere in futuro gli stessi errori, potremmo dire ripetendo la solita canzoncina, ma credo che il vero problema non riguardi il domani, bensì tutto ciò che si è continuato a fare indisturbati ieri e l’altro ieri sino a oggi compreso.
Nel dettaglio, la mostra contiene soprattutto oggetti dell’archivio personale del colonnello James Harrison e racconta i modi con i quali il museo stesso e altre istituzioni hanno tratto profitto dal colonialismo.
Vi sono trofei di caccia come zanne d’elefante, oltre a fotografie e annotazioni celebrative di tali presunte imprese nel continente sulla carta nero, ma nei fatti rosso di sangue versato da vittime innocenti di ogni specie, umana o meno.
L’aneddoto che trovo maggiormente orribile riguarda l’idea di Harrison di rapire – usiamo le parole giuste – quattro uomini e due donne di etnia Mbuti per portarli in giro per il paese in una sorta di zoo umano, come l’ha definito la curatrice della mostra, Dorcas Taylor.
Pare che a siffatto abominio abbia assistito e immagino applaudito almeno un milione di persone. Perché, ripeto, tale orrendo spettacolo, un infernale incubo per le vittime sacrificate al ludibrio dei colonialisti, era considerato normale, così come un’infinità di aberrazioni ai danni delle genti ritenute inferiori viene tutt’oggi accettata come ordinaria amministrazione.
Quale ultima tragica postilla a codesto infame circo, una delle donne, di nome Amuriape, pare fosse incinta e nel 1906 diede alla luce una bimba, la quale purtroppo nacque già morta. La madre era stata costretta a esibirsi di fronte a mostri travestiti da spettatori sino a due giorni prima.
Ci sarebbe molto altro da dire sull’importanza di questi musei, ma mi preme portare l’attenzione sull’altro tipo, quello delle mostre a cielo aperto, perché ci riguardano tutti, a prescindere dalle origini. Da queste parti le chiamiamo città, come la capitale in cui vivo, ovvero centri storici di storia scritta forse troppo di fretta, senza prendersi il necessario tempo per scoprire dove conducevano le tracce di sangue lasciate dal proprio ottuso marciare sulla vita altrui; di corsi illustri e lustrati e piazze ornate e celebrate; di strade, targhe e monumenti a incensare il presunto valor militare di chi è partito per conquistare e depredare. E all’occorrenza, torturare e sterminare.
Nel nostro caso a scarseggiare, a mio modesto parere, sono gli aspiranti curatori della mostra, con il difficile compito di portare un po’ di luce oltre la porta sbarrata della nostra comune memoria. Ma prima di tutto occorre buttar giù quest’ultima, altrimenti lo sforzo è vano.
Nel mio piccolo ci sto provando, anche se so di non essere né il primo e tanto meno il solo, ma c’è bisogno di tutto l'aiuto possibile, perché il passato o lo ricordiamo tutti allo stesso modo, altrimenti vivremo in presenti separati e lontani, e saremo condannati a costruire futuri che non potranno fare a meno di scontrarsi l’uno con l’altro...

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venerdì 8 luglio 2022

RDC e Belgio, il passato e il tentativo di costruire nuove relazioni - Julien Bobineau

 

[Traduzione di Rosamaria Castrovinci dell’articolo originale di pubblicato su The Conversation]

 

Di recente i sovrani belgi, re Filippo e la regina Matilde, con una delegazione al seguito, si sono recati nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) per una visita di Stato della durata di una settimana. Il viaggio è stato annunciato come una possibilità per ricalibrare i rapporti tra i due Paesi dopo un oscuro passato coloniale. The Conversation ha parlato della visita con Julien Bobineau, ricercatore universitario, che si occupa delle narrazioni riguardanti i rapporti tra Belgio e Congo, per capire se vi siano le basi per una nuova partnership tra le due nazioni.

 

La storia della presenza del Belgio nella RDC

Quella che lega Belgio e Repubblica Democratica del Congo è una storia piuttosto cupa che affonda le sue radici nel XIX secolo.

Tra il 1884 e il 1885 le potenze europee avviarono una serie di negoziati per formalizzare le rispettive rivendicazioni territoriali in Africa, che culminarono nella Conferenza di Berlino, durante la quale però gli interlocutori africani non vennero coinvolti o interpellati.

Durante la conferenza, il re belga Leopoldo II ottenne la legittimazione internazionale per la proprietà delle terre che oggi corrispondono al Congo.

Da quel momento divenne il sovrano “privato” dello Stato Indipendente del Congo, che era 80 volte più grande del suo regno in Belgio. Re Leopoldo II morì nel 1909 senza aver mai messo piede nella “sua” colonia, ma avendo ottenuto enormi profitti dalle materie prime provenienti dal Congo.

Si stima che circa la metà degli allora 20 milioni di abitanti del Congo abbia perso la vita a causa delle durissime condizioni a cui furono costretti per estrarre le materie prime, principalmente la gomma. Alcuni storici l’hanno definito un genocidio.

A seguito delle numerose proteste internazionali, nel 1908 Leopoldo II decise di vendere la sua colonia privata allo Stato del Belgio. Dopo il passaggio di gestione il Paese fu rinominato Congo belga, ma gli interessi rimasero gli stessi. Nel Sud-Est i belgi scoprirono grandi giacimenti minerari ed esportarono rame, legno, cotone, cacao e caffè in Europa.

Dopo l’abolizione ufficiale della schiavitù, nel 1910, i lavoratori congolesi iniziarono a ricevere un salario per il loro lavoro nelle miniere e nelle piantagioni. Tuttavia, si trattava di una paga molto inferiore a quella che ricevevano gli europei per lo stesso tipo di lavoro.

Questo razzismo coloniale proseguì anche nella vita quotidiana dei congolesi fino alla metà del XX secolo. Le città erano divise in quartieri “bianchi” e quartieri “neri”. Ai congolesi era permesso frequentare ristoranti, bar e cinema degli europei bianchi solo tramite permessi speciali.

Negli anni ’50 prese vita nel Congo belga un ampio movimento di protesta contro il dominio straniero. Il 30 giugno 1960 il re belga Baldovino finalmente concesse l’autonomia alla RDC. Joseph Kasavubu fu eletto primo presidente della nuova Repubblica, con Patrice Lumumba come primo ministro.

Tuttavia, poco dopo l’indipendenza, ci fu dell’attrito tra il Governo indipendente e le potenze occidentali, principalmente USA e Belgio. Queste, infatti, volevano mantenere il controllo sulle materie prime del Congo.

Nel settembre del 1960, dopo soli due mesi al Governo, Lumumba fu destituito e a gennaio del 1961 venne assassinato in Katanga per mano dei suoi avversari politici con l’aiuto dei servizi segreti belgi e statunitensi.

Il coinvolgimento del Belgio nell’omicidio politico venne occultato fin quando una commissione d’inchiesta, promossa dal Parlamento belga nel 1999, non ne ha riscontrato la parziale responsabilità.

Cosa è accaduto alle relazioni tra i due Stati dopo l’indipendenza

Da quel momento in avanti si sono verificati tre passaggi importanti.

Il primo è avvenuto nel 1965, quando Joseph-Désiré Mobutu, comandante dell’esercito, salì al potere instaurando una dittatura autocratica che durò fino al 1997.

Le relazioni diplomatiche tra Belgio e Congo durante la dittatura di Mobutu furono caratterizzate da alti e bassi. Da un lato il Belgio voleva mantenere i legami con l’ex colonia per ragioni economiche e geopolitiche, dall’altro lato il Governo doveva rispondere diplomaticamente alle innumerevoli violazioni dei diritti umani commesse dal regime di Mobutu.

Questa già difficile situazione fu ulteriormente aggravata da due aspetti. In primis Mobutu aveva ripetutamente sottolineato la responsabilità morale del dominio coloniale, soprattutto nelle situazioni di crisi. In secondo luogo vi era una sorta di nostalgia coloniale tra la popolazione belga in quanto il dominio coloniale era stato romanticamente idealizzato.

Un secondo passaggio avvenne molti anni dopo. Nel 2020 l’African Museum modificò le sue linee guida riguardo gli oggetti provenienti da contesti coloniali, con l’obiettivo di rendere possibili le trattative per la restituzione dei manufatti.

Il museo, situato nel comune di Tervuren, fu fondato da re Leopoldo II nel 1897, all’apice del periodo coloniale, e funse da primo contatto per i belgi con la colonia africana anche se tramite pregiudizi razzisti costruiti ad arte per giustificare il dominio straniero.

Centinaia di migliaia di oggetti etnografici – principalmente frutto di saccheggi ma anche di alcune “donazioni” – furono portati a Tervuren e sono conservati ancora oggi all’interno del museo.

Successivamente a questo cambiamento paradigmatico generale, nell’ottobre del 2020 la Libera Università di Bruxelles ha acconsentito alla restituzione all’Università di Lubumbashi di alcuni resti umani provenienti dal Congo e, a marzo del 2022, il primo ministro belga Alexander De Croo ha annunciato la restituzione di 84.000 manufatti congolesi.

Il terzo passaggio è rappresentato dalla lettera che re Filippo ha inviato al presidente Felix Tshisekedi il 30 giugno del 2020, data dell’anniversario dell’indipendenza congolese. Nella lettera il monarca ha espresso il suo profondo rammarico per le ingiustizie coloniali commesse in Congo. Tutto ciò è accaduto anche nel contesto del movimento globale Black Lives Matter durante il quale le proteste contro il razzismo e le omissioni sulla storia coloniale sono andate via via crescendo all’interno della popolazione belga.

È stata la prima volta che un membro della famiglia reale si è rivolto alla popolazione congolese con tali parole. Quello stesso giorno anche il primo ministro belga Sophie Wilmès ha espresso il suo rammarico riguardo il passato coloniale. Anche in questo caso si è trattato di una prima volta, rappresentando una svolta paradigmatica nella storia politica del Paese.

Il piano di risarcimenti proposto dal Belgio

A ottobre del 2021 il Parlamento belga ha istituito una commissione per esaminare le ingiustizie coloniali. Dieci esperti sono stati incaricati di discutere diverse questioni, inclusa la possibilità di compensazioni finanziarie e una presenza più forte della storia coloniale belga nei programmi di istruzione e nella società.

La commissione dovrà anche fornire le basi per la riorganizzazione delle relazioni internazionali con i territori delle ex colonie.

Per quanto riguarda la restituzione degli oggetti provenienti dal contesto coloniale, il Governo belga ha stanziato 2 milioni di euro per risalire all’effettiva provenienza degli oggetti.

Per molti congolesi della diaspora in Belgio e nel Congo stesso tutto ciò non è abbastanzaChiedono, infatti, anche le scuse ufficiali per le atrocità coloniali compiute, poiché quelle pronunciate da re e Governo finora non sono state altro che espressioni di rammarico.

Le possibilità di migliorare i rapporti diplomatici

Affinché le relazioni possano davvero migliorare, è necessario che lo Stato belga ammetta con maggiore risolutezza le proprie responsabilità e avvii dei negoziati politici in cui i due Paesi siano sullo stesso piano.

Anche i risarcimenti economici rappresentano una questione importante. Sebbene molti belgi credano di non poter essere ritenuti responsabili dei crimini commessi dai loro antenati, l’economia belga ha tratto enormi benefici dallo sfruttamento coloniale e, in teoria, continua a trarne tuttora. Alla società congolese, al contrario, è stato negata la potenzialità di “svilupparsi” a causa di sfruttamento, schiavitù e genocidio.

Le differenti situazioni economiche dei due Paesi sono la dimostrazione di una discrepanza provocata da ciò che è accaduto in passato e per cui una compensazione è doverosa. Un dibattito più ampio su questi temi, però, può essere affrontato nella società belga esclusivamente insieme alla controparte congolese.

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lunedì 6 dicembre 2021

Rimangono pronipoti di schiavi deportati nel Nuovo Mondo? - Diego Battistessa

 

Se per le popolazioni indigene parliamo di lotta per la sopravvivenza, nel caso delle comunità afrodiscendenti si aggiunge l’elemento di insorgenza e ribellione che ha caratterizzato il lungo cammino per la conquista del riconoscimento come esseri umani prima e come attori sociali e politici poi.

La subordinazione e marginalizzazione dei discendenti delle masse di persone africane deportate durante lo schiavismo è rimasto sistema in tutti gli stati in America latina e Caraibi. In questo articolo il quadro di riferimento storico, geografico e culturale quando si parla di America latina e Caraibi comprende il gruppo di paesi considerato dalla Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños – Celac. I paesi membri della Celac sono 33: Antigua e Barbuda, Argentina, Bahamas, Barbados, Belize, Bolivia, Brasile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Cile, Dominica, Ecuador, El Salvador, Grenada, Guatemala, Guyana, Haiti, Honduras, Giamaica, Messico, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana, Saint Kitts e Nevis, Saint Vincent e Grenadine, Santa Lucia, Suriname, Trinidad e Tobago, Uruguay e Venezuela. 


«La popolazione afrodiscendente dell’America latina e dei Caraibi è composta principalmente da discendenti di popoli africani ridotti in schiavitù durante la tratta degli schiavi operata nella regione per quasi 400 anni. Sebbene si tratti di gruppi umani diversi, risultanti dal processo di schiavitù e dalla riproduzione delle disuguaglianze consolidate a partire dalla creazione dei nuovi stati della regione, le popolazioni afrodiscendenti latinoamericane soffrono senza distinzione il razzismo e la discriminazione strutturale. Nonostante il contesto avverso, gli afrodiscendenti hanno resistito e combattuto in modo permanente, riuscendo a posizionare le loro rivendicazioni storiche nelle agende internazionali, regionali e nazionali, principalmente nel secolo attuale. Uno dei corollari di questo processo è il Decennio Internazionale per gli afrodiscendenti istituito dalle Nazioni Unite per il periodo 2015-2024, basato su tre pilastri: riconoscimento, giustizia e sviluppo».

Cepal, 2017

Una persona su quattro in America Latina e nei Caraibi si riconosce come afrodiscendente ma, nonostante ciò, questo gruppo etnico è sicuramente la minoranza più invisibile della regione. Lo certifica tra gli altri, la Banca Mondiale, che in un report del 2018 contabilizza in 133 milioni gli appartenenti alla comunità afrodiscendente presenti nella regione latinoamericana. Sono il Brasile, il Venezuela, la Colombia, Cuba, il Messico e l’Ecuador a concentrare la maggior parte della popolazione afrodiscendente ma, anche in tutto il resto della regione, la presenza dei discendenti di coloro che furono portati in catene nel Nuovo Mondo, è parte dell’eredità storica e culturale nazionale.

Resistere per esistere 

Quella delle persone afrodiscendenti con l’America latina è una relazione carnale, costruita sui loro corpi – e con i loro corpi, templi di resistenza immolati alla causa della libertà. Se per le popolazioni indigene parliamo di lotta per la sopravvivenza, nel caso delle comunità afrodiscendenti si aggiunge l’elemento di insorgenza e ribellione che ha caratterizzato il lungo cammino per la conquista del riconoscimento come esseri umani prima e come attori sociali e politici poi.

La tratta degli schiavi in America Latina e nei Caraibi ebbe inizio per sopperire a un massacro perpetrato dai conquistadores nei confronti delle popolazioni indigene. I primi a soccombere di fronte al massivo sfruttamento dei nativi da parte dei nuovi arrivati furono i due popoli indigeni Taino e Caribe – da cui deriva il nome di Caraibi – e il loro destino si trova ben descritto nel volume di Sebastián Robiou Lamarche Taínos y caribes: Las culturas aborígenes antillanas (Editorial Punto y Coma, 2003). Le Antille spagnole, nome attribuito alle isole dell’arcipelago delle Antille facenti parti dell’impero spagnolo (dal 1492 al 1898) si trasformano fin da subito in una fonte di grande ricchezza per la Spagna e più tardi anche per altre potenze europee.

Durante tutto il periodo della colonia l’espansione capitalista guidata dalle politiche e dagli interessi delle metropoli del vecchio continente si è basata su una crescente e pressante richiesta di mano d’opera da sfruttare per le attività agricole, l’allevamento, i lavori di costruzione, di estrazione di risorse naturali e anche per le guerre. Come già riportato per il caso dei Taino e dei Caribe, la popolazione indigena fu falcidiata in pochi anni dagli incontri/scontri con i colonizzatori a causa della riduzione in schiavitù, dalle malattie importate dal Vecchio Continente e dalle guerre. Il collasso demografico conseguente a questa situazione portò le potenze europee a concentrare la loro attenzione sull’Africa, nello specifico sul Golfo di Guinea, conosciuto tra il XVII e XIX secolo come la Costa degli Schiavi.


La struttura gerarchica, classista e razzista dell’epoca coloniale determinò fin da subito una posizione di estrema subordinazione della popolazione africana in America Latina e nei Caraibi, posizione assimilabile a quelle delle popolazioni indigene in termini di povertà materiale ed esclusione sociale e politica. Bisogna sottolineare che questa subordinazione non ha avuto termine con la liberazione delle persone afrodiscendenti dalla condizione di schiavi, ma estende la sua ombra fino ai giorni nostri e si manifesta attraverso il razzismo strutturale che relega queste comunità in una situazione di maggiore tasso di povertà, minor accesso all’educazione, minor accesso ai centri di salute, minore accesso al lavoro degno ed esclusione dagli spazi di decisione politica. A questo si aggiunge un elemento di negazione storica della presenza di persone afrodiscendenti nella regione e della loro partecipazione tanto nei processi di liberazione dal potere coloniale così come nello sviluppo sociale e culturale delle nazioni latinoamericane (Cepal, 2017).

Cosa identifica il termine afrodiscendente ?

«Lo studio della popolazione afrodiscendente presenta numerose sfide, a cominciare dalla mancanza di consenso su chi è e chi non è afrodiscendente, anche all’interno dei contesti nazionali. Il termine è stato adottato per la prima volta da organizzazioni regionali di discendenza afro all’inizio degli anni 2000. La parola descrive persone unite da un’ascendenza comune (ma che vivono in condizioni abbastanza dissimili), che vanno dalle comunità afroindigene, come i Garífuna del Centro America, fino a enormi segmenti della società maggioritaria, come i pardos del Brasile. Negro, moreno, pardo, preto, zambo e creole, tra i tanti altri, sono termini molto più vicini alle nozioni di razza e relazioni razziali dei latinoamericani. Comunemente, queste categorie hanno stigmi e pregiudizi associati, come risultato di una lunga storia di discriminazione e razzismo. Nella maggior parte dei paesi, l’adozione del termine afrodiscendente è ancora parziale. In Venezuela, la maggioranza della popolazione morena (di razza mista) spesso rifiuta il termine e le sue implicazioni, mentre nella Repubblica Dominicana la maggioranza degli afrodiscendenti di razza mista preferisce identificarsi come indigeni».

(Banca Mondiale, 2018)

Le difficoltà per identificare, mappare e censire le persone di ascendenza africana nei paesi latinoamericani sono legate a doppio filo con la negazione della discriminazione razziale da parte degli stessi, oltre allo storico tentativo di rendere invisibile la pluralità etnica nella regione. Questa volontaria cecità sociale è figlia dell’opera di conseguimento dell’immagine europea di sviluppo e modernità, chimera vissuta dai governi liberali dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento in America latina. In questo schema di emulazione politica e sociale, le popolazioni indigene e gli afrodiscendenti erano visti e interpretati come elementi di disturbo, di arretratezza e di un passato da “pulire” con un’opera di blanqueamiento – lo “sbiancamento razziale”, ovvero quella pratica sociale, politica ed economica utilizzata in molti paesi postcoloniali per raggiungere un supposto ideale di bianchezza. Il termine si origina in America latina e può essere considerato sia in senso simbolico che biologico. Simbolicamente, lo sbiancamento rappresenta un’ideologia nata dalle eredità del colonialismo europeo, descritto dalla teoria della colonialità del potere di Aníbal Quijano, che si rivolge al dominio bianco nelle gerarchie sociali. Biologicamente, lo sbiancamento è il processo realizzato sposando un individuo dalla pelle chiara per produrre una prole dalla pelle non più scura.

Per raggiungere questo scopo venne favorita, da numerosi paesi latinoamericani (basti citare il Venezuela come esempio esplicativo), una massiccia immigrazione di persone dall’Europa: regione vista come culla della civiltà, Mater culturae e fornitrice di intellettualità, creatività, professionalità e soprattutto di pelle bianca. Successivamente, durante il XX secolo e con l’affermazione di identità nazionali fluide e plurali, si diffuse in America Latina la falsa percezione di aver raggiunto una sorta di giustizia sociale multietnica. In quel contesto, l’identificazione di una parte della popolazione come afrodiscendente venne interpretata come un elemento di fomento al razzismo e di conseguenza nessun dato su questa popolazione appariva nelle statistiche latinoamericane. A testimonianza, la Banca Mondiale ci ricorda nel suo report che negli anni Sessanta del XX secolo, solo il Brasile e Cuba includevano delle variabili etniche nei loro censimenti…

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