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giovedì 17 settembre 2020

c'è chi dice no

Referendum, cento nomi per il No

 

Chiara Saraceno (sociologa e filosofa)
«Mi sembra una soluzione confusa, non particolarmente efficiente. L’equilibrio tra Camera e Senato non è risolto, la riforma è inutile e rischiosa, e i partiti la stanno utilizzando in maniera non propria».

Maurizio De Giovanni (scrittore e sceneggiatore)
«Il taglio sarebbe un gravissimo problema per la nostra democrazia: siamo un Paese estremamente diversificato, e diminuire la rappresentanza - mantenendo questa legge elettorale - è un rischio soprattutto per il Meridione».

Franco Barbagallo (storico e accademico)
«È una proposta populistica che lede l’ordito complesso della Costituzione italiana. È una misura demagogica».

Cecilia Strada (ex-presidente di Emergency)
«Il mio è un No convinto perché se il problema è la qualità del Parlamento bisogna votare meglio, non votare meno».

Franco Arminio (poeta, scrittore e regista)
«Non è questo il modo di risolvere i problemi del Parlamento, anzi: così le zone periferiche del nostro Paese - che io amo - perderanno ulteriore rappresentanza. Piuttosto, aumenterei la loro, di rappresentanza, con ulteriori parlamentari».

Max Casacci (chitarrista, produttore e fondatore dei Subsonica)
«Dobbiamo evitare che si riducano gli spazi di rappresentanza di tanti mondi che danno sfaccettature e senso alla politica. Se riduciamo tutto a pochi capibastone, mutiliamo la democrazia stessa. E, in un mondo nel quale sempre più frequentemente le Democrazie, di semplificazione in semplificazione, tendono a trasformarsi in “Democrature”, credo di sapere da che parte stare».

Alberto Guidetti – Bebo (artista musicale e fondatore de Lo Stato Sociale)
«Il dato di rappresentanza e delega democratica è da salvaguardare e non è pensabile usare strumentalmente un taglio con la scusa di un “risparmio” senza passare attraverso un processo di modifiche della legge elettorale».

Claudio Coccoluto (dj)
«Se fosse stata una riforma ben definita e strutturata probabilmente ci avrei pensato, ma così - con solamente promesse di “correttivi” all’orizzonte, non mi fido. Il rischio è di fare una riforma a metà puramente demagogica».

Giorgio Battistelli (compositore)
«Nel Paese c’è bisogno di pluralità, che con il taglio passerebbe in secondo piano. Non è questo il modo né il momento di tagliare i parlamentari».

Massimo Ghini (attore)
«Il taglio è mostruoso: più potere in mano a pochi. Non sono stato d’accordo sin dall’inizio sul taglio dei parlamentari: sono cresciuto in una democrazia parlamentare e ritengo che il Parlamento sia il bene supremo. Quando i costituenti decisero il numero dei seggi, non lo fecero a casaccio. Si usciva dal totalitarismo e si volevano costruire una Camera dei deputati e un Senato con più voci. La nostra Costituzione è una delle migliori che siano state scritte, sono figlio di un partigiano e voglio ricordare la sofferenza che è costata».

Giuseppe Catozzella (scrittore)
«Ci sono riforme da fare nella legge elettorale: il taglio dei parlamentari non è un’urgenza. Per me è una misura demagogica che diminuisce la rappresentanza del popolo in Parlamento».

Letizia Battaglia (fotografa)
«Mi hanno rotto il cazzo con tutto questo moralismo di merda, riceviamo un sacco di soldi dall’Europa e li spendiamo male. Questa è solo una campagna elettorale: che i piccoli paesi e le cittadine minori abbiano una rappresentanza mi sembra più che importante».

Luca Ribuoli (regista)
«Più c’è la possibilità di essere rappresentati, meglio è. Con tutti i problemi che abbiamo serve più gente, non meno. Non sono neanche d’accordo con la riduzione dello stipendio ai parlamentari: la politica troverebbe comunque il modo di assumere».

Otto Gabos (fumettista)
«Prima serve una legge elettorale decente, poi si può pensare ai tagli. Così invece si rischia solo di esautorare ancora di più la funzione del Parlamento, resa già risibile negli ultimi anni. Secondo me anche la questione degli sprechi è marginale».

Sandro Veronesi (scrittore)
«Dietro a questa proposta non c’è un criterio, non c’è una riforma. Il rischio è che si riduca solo la rappresentanza senza però ridurre i costi».

Sandro Veronesi

Silvia Ballestra (scrittrice e traduttrice)
«Diminuirebbe la rappresentanza dei piccoli partiti e dei piccoli centri, che prima invece potevano esprimersi. Perché con meno parlamentari si diversifica meno il Parlamento».

Roberto Andò (regista, sceneggiatore e scrittore)
«Mai come in questo momento non servono scorciatoie, totalmente pubblicitarie, che hanno uno scopo unicamente di propaganda. Rischiare di rompere il meccanismo lasciandolo sbilanciato è pericoloso».

Stefano Massini (scrittore)
«Mi sbaglierò ma le riforme, quelle vere, dubito si facciano in fretta e furia abbassando con una sforbiciata i numeri della casta. Questa proposta mi pare redditizia sul piano della propaganda (“Li mandiamo a casa, meno pacchia, meno soldi, meno posti, meno tutto”), ma assai meno sul piano pratico. Insomma, qualcosa mi parla di una furbata, molto gradevole al palato ma meno al raziocinio».

Teresa Ciabatti (scrittrice e sceneggiatrice)
«La riduzione dei parlamentari non mi sembra un’urgenza: credo che siano altre le priorità vere». 

Vincenzo Trione (storico e critico d’arte)
«Una riforma del genere non ha senso senza un ripensamento generale del sistema, che andrebbe di conseguenza riequilibrato. Con dei collegi ampi si rischia invece di perdere la specificità dei Comuni». 

Elena Stancanelli (scrittrice)
«È una riforma scellerata e non si fanno le riforme tagliando a caso deputati che sono già stati eletti». 

Emanuele Macaluso (politico, sindacalista e giornalista)
«Bisogna contrapporsi all’anti-politica, perché i fautori del Sì e i 5 stelle hanno questo carattere. Il No è una rivalutazione della politica contro l’antipolitica».

Sabina Guzzanti (comica, attrice e regista)
«Penso che il referendum non sia lo strumento adatto a riformare la Costituzione, che è un sistema complesso e ogni intervento ne implica altri affinché si mantengano gli equilibri istituzionali».

Francesca Chiavacci (attivista, politica italiana e Presidente nazionale dell’Arci)

«Non credo nell’idea demagogica che questa riforma ci propone. Si tratta solo di una pericolosa contrazione della rappresentanza. La debolezza della nostra democrazia ha ragioni ben più profonde: i leaderismi, il populismi, pratiche oligarchiche nella selezione dei gruppi dirigenti. Ed è da lì che la politica dovrebbe ripartire per curarla e ricostruirla davvero».

Francesco Bruni (sceneggiatore e regista)
«È una riforma demagogica: il risparmio è irrisorio e basterebbe ridurre lo stipendio dei parlamentari per ottenere lo stesso risultato. E non sono affatto convinto che resterebbero i migliori, ma solo i più garantiti».

Fabio Picchi (chef e scrittore)
«La politica, come gli altri lavori - infermieri, vigili urbani -, deve essere pagata molto per mostrare la sua efficienza. “Ridurre” è una logica populista, che non tutela tutte le differenze che ci sono in Italia. Il numero dei Parlamentari non mi ha mai scandalizzato, semmai mi può scandalizzare la loro qualità».

Gene Gnocchi (comico, conduttore televisivo e scrittore)
«Voto No per difendere il posto di lavoro dei miei colleghi comici che siedono in Parlamento».

Don Luigi Ciotti (attivista e fondatore del Gruppo Abele e dell’Associazione Libera)
«Voto fermamente No perché sono altre le riforme istituzionali importanti e necessarie. I provvedimenti di questo tipo indeboliscono la nostra rappresentanza».

Melissa Panarello (scrittrice)
«Se i tanti parlamentari che ci sono adesso lasciano molto a desiderare, mi chiedo di cosa possano essere capaci in pochi. È una questione di statistica, capisci? Se sono in tanti almeno aumentano le possibilità che qualche intelligenza spunti come un fiore nel deserto. Inoltre, le oligarchie non mi sono mai piaciute».

Dacia Maraini (scrittrice)
«Non si tratta di quantità, ma di qualità: bisognerebbe insistere su di essa e far lavorare i Parlamentari di più e meglio».

Ivan Cotroneo (scrittore, sceneggiatore, regista e autore televisivo)
«In assenza di una legge elettorale più ampia questo taglio lineare rappresenta solo un grave rischio per la democrazia».

Furio Colombo (giornalista e scrittore)
«Il Parlamento non si “taglia” con una sforbiciata: il Parlamento si pensa, si ricostruisce; e ci si chiede il “perché” del troppo, il “come” del ridurre valutando il rapporto con la rappresentanza e con i cittadini.  Solo che i cittadini non c’entrano nulla con questa cosa. Il minimo risparmio non produce nulla. Essendo stato deputato e senatore posso affermare che non è vero che in meno si lavora meglio e in più si lavora peggio. Credo che il problema non sia non attuare la riduzione dei parlamentari: la riduzione si può fare, ma non con un’improvvisata come in questo caso».

Marco Onado (economista)
«Gli svantaggi del taglio dei parlamentari non associati a una riforma complessiva sono molti inferiori ai vantaggi».

Marcello Fois (scrittore e sceneggiatore)
«I sentimenti di questa triste nazione cambiano spesso in rapporto ai Masanielli di turno. La nostra Costituzione deve restare un baluardo contro gli arbitri e i populismi vari. Persino coloro che hanno proposto la riforma del numero dei parlamentari oggi sembrano più opachi nella loro certezza».
Simona Marchini (attrice e conduttrice)

«Resta sacrosanto rispettare i patti fatti in precedenza. Inoltre, votare sì è un modo per cedere ai ricatti di questo governo - che comunque io difendo e ritengo necessario, ma in questo caso vale la pena “forzare la mano”. E, in ogni caso, mantenendo questa legge elettorale bisogna dire no al taglio».

Marco Cappato (politico e attivista)
«La casta italiana è sterminata: tagliando gli unici che sono eletti da qualcuno, si favorisce l’irresponsabilità del potere».

Dijana Pavlovic (attrice e attivista)
«Il Parlamento è importante per rappresentare tutti i pensieri diffusi, mentre tagliare il numero dei parlamentari è anti-politica, è una scelta populista. Ma in questo momento, piuttosto, c’è bisogno di recuperare fiducia nella politica e che la politica si prenda poi le proprie responsabilità. Insomma: il numero dei parlamentari non è un problema, semmai lo è la loro qualità».

Franco Bolelli (scrittore e saggista)
«Rifiutare il taglio significa dare un segnale di opposizione a questo governo, che mi sembra stia raccogliendo troppi consensi rispetto agli errori che compie e alla mancanza di strategie che mette in campo».

Giulio Marcon (scrittore e saggista)
«Questa è una riforma sbagliata per vari motivi: primo colpisce il sistema della rappresentanza territoriale e ci saranno varie province come quella di Lecco che non avranno rappresentanti in Parlamento. Questo è grave, gravissimo, perché accentua la distanza in questi anni evidente tra eletti ed elettori. Secondo, il problema non è la quantità ma la qualità: con questa riduzione si accentuerà il potere delle forze politiche e dei partiti di selezionare gli eletti dall’alto. Terzo, senza la riforma dei regolamenti e la riforma elettorale questa riduzione dei deputati e dei senatori rischia di essere una sorta di frankenstein  e provocare effetti gravissimi».
Diego De Silva (scrittore, giornalista e sceneggiatore)
«Non credo che la tanto ventilata riduzione dei parlamentari sia la strada giusta. Anzi: mi sembra una proposta sempliciotta per annunciare la soluzione di un problema che non si risolverà in quel modo».

Angelo Guglielmi (Critico letterario, giornalista e dirigente televisivo)
«Il taglio dei parlamentari non garantisce nessun miglioramento, in quanto non è accompagnato dall’impegno di modificare - prima del referendum - la legge elettorale proporzionale. Quindi mi pare assolutamente senza alcun senso, e se passasse il Sì potrebbe accadere di tutto».

Maria Chiara Prodi (consigliera CGIE - Consiglio Generale Italiani all’Estero)
«Il numero dei rappresentanti per gli italiani all’estero era già contingentato dieci anni fa, quando eravamo quasi la metà».

Michela Murgia (scrittrice)
«Pensare di risparmiare riducendo la rappresentanza fa passare l’idea che la democrazia sia un costo. Secondo questo ragionamento, allora, il sistema più economico sarebbe la dittatura: ne paghi solo uno».

Gianni Vattimo (filosofo e accademico)
«Senza una riforma del quadro generale della legge elettorale, il taglio sfocia solo in una riduzione del numero dei parlamentari che di per sé rischia di limitare la rappresentanza e diritti costituzionalmente garantiti».

Benedetta Tobagi (giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica)
«No, per non mutilare la rappresentanza degli italiani all’estero; perché tagliare senza cambiare il modo in cui sono eletti i parlamentari non serve; e perché anziché “tagliare” dovremmo diventare tutti più responsabili e seguire il lavoro degli eletti, attraverso OpenPolis e gli altri strumenti disponibili».

Corrado Augias (giornalista, scrittore e conduttore televisivo)
«Questo è un referendum dannoso, fondato su una infantile motivazione demagogica». 

Cristina Comencini (regista, sceneggiatrice e scrittrice)
«Non penso che “tagliare” possa migliorare l’efficienza del Parlamento: questo è un questo modo superficiale e propagandistico di intervenire sulla nostra Costituzione».

Edoardo Nesi (scrittore)
«Il problema di questo taglio dei parlamentari è che - fatto in questo modo, senza riequilibrare il resto del sistema - non ha senso ed è il simbolo del grillismo».

Miguel Gotor (storico e politico)
«Politicamente è sbagliato legare le modifiche costituzionali alle maggioranze di governo, così come fare un uso plebiscitario ed elettoralistico dello strumento referendario: si stanno ripetendo gli errori compiuti da Renzi. Il problema dal 2006 a oggi non è costituito dal numero dei parlamentari, ma dal modo con cui sono eletti, ossia per cooptazione. Inoltre, gli ipotetici vantaggi in termini di funzionalità e di risparmio del taglio non valgono gli squilibri di rappresentanza che si andranno a creare. Questo referendum mi sembra l’esito esemplare e simbolico della cosiddetta “repubblica dell’antipolitica”, in cui viviamo dal 1994. Ma non desidero che la sua celebrazione avvenga con il mio personale consenso».

Roberto Esposito (filosofo)
«Il taglio senza contrappesi istituzionali produrrà guasti e scompensi sull’intero sistema. Parti d’Italia - come i collegi più piccoli - non avranno più rappresentanza. La Costituzione non può essere “picconata” in un punto solo senza intervenire sul resto».

Roberto Vecchioni (cantautore e scrittore)
«Voto no perché non è questo il problema».
Carlo Cottarelli (economista)
«Il taglio, oltre a essere controproducente sotto il profilo della funzionalità delle Camere, è pure inutile. Manomettere la Costituzione per una cosa davvero poco rilevante, specie in un momento in cui il Paese avrebbe bisogno di riforme importanti per ripartire, costituisce un precedente molto rischioso. Significa che domani chiunque abbia una maggioranza in Parlamento si può svegliare una mattina e cambiare la nostra Carta fondamentale senza un motivo serio, quasi per capriccio. Questo referendum è dannoso proprio dal punto di vista di principio».

Francesca Archibugi (regista e sceneggiatrice)
«Sono stanca di una politica demagogica che insegue le pulsioni più immature dell’elettorato. Siamo  scontenti dei parlamentari? Scegliamoli meglio».

Luciana Castellina (giornalista e scrittrice)
«In ballo non c’è una piccola, innocua riforma. Quell’immagine delle poltrone vuote mostrate con baldanza davanti a Montecitorio comunicano un altro messaggio: che il Parlamento non serve a niente. E questo messaggio non sarebbe neanche così grave, come invece è, se non fosse indirizzato a un elettorato che già la pensa più o meno così e con qualche ragione: se non c’è partecipazione - e non c’è ne è perché non ci sono più sedi di riflessione e di presa di coscienza della complessità dei problemi, di costruzione di canali di comunicazione fra la società e le istituzioni - il Parlamento serve realmente a poco. Tanto varrebbe scegliere i deputati tirando li a sorte. Un No di fronte a questa crisi del sistema democratico serve a poco, ma almeno a rendere atto del pericolo che, se non ricostruiamo strumenti di partecipazione, rischiamo davvero un regime autoritario».

Edoardo Ferrario (comico)
«Non è questo il modo per risolvere il problema della rappresentazione dell’elettorato in Parlamento: abbiamo problemi di qualità e non di quantità. Il referendum non prende in considerazione la serietà del tema, ha una spinta populista».

Jukka Reverberi (cantante e chitarrista dei Giardini di Mirò)
«Così, senza una vera riflessione e una riforma del sistema parlamentare, è una mera questione di bilancio. Credo, sì, che i sistemi possano e debbano essere rivisti nel tempo, perché tutto cambia e muta, ma il tema della rappresentanza politica dei cittadini è più importante di un pulcioso taglio dei costi della politica».

Oliviero Toscani (fotografo e politico)
«Chi vota Sì sa di compiere uno sbaglio: all’epoca in cui era stato proposto il taglio le prerogative e il progetto stesso di riduzione erano diversi. Voto No proprio perché non ho mai cambiato idea in merito. Chi vota Sì, al contrario, dà una prova di imbecillità».

Pierpaolo Capovilla (cantautore e musicista)
«Il No è una forma di rispetto dei confronti della Costituzione, che è la più bella che ci sia in Europa e forse nel mondo intero. Non va cambiata in base alle convenienze del momento, né per fini populistici. E la rappresentanza, poi, è importantissima. Perché, piuttosto, non tagliamo lo stipendio ai parlamentari?».
Luciano Canfora (filologo e storico)
«La riforma - voluta da Di Maio - va respinta perché mira a conservare ai parlamentari, anche se ridotti di numero, tutti gli assurdi privilegi che con questa finta riforma restano intatti (stipendio esorbitante e  “portaborsa” anch’esso ben pagato, ecc.!). Se l’obiettivo è - come sostengono - di fare “economie”, le “economie” si fanno riducendo i privilegi, non il numero».

Marino Bartoletti (giornalista sportivo e conduttore televisivo)
«Mi sento maggiormente rappresentato da un numero più alto di parlamentari che da un numero minore. Il problema semmai è la loro qualità, che deve essere garantita, ma non è certo “tagliandoli” che aumenterà. Anzi: nella storia essere rappresentati da un numero ristretto di persone non ha mai portato a nulla di buono».

Tullio Avoledo (scrittore)
«Credo nella statistica: meno parlamentari non significa più qualità. Abbiamo dei cretini in Parlamento, ma se per il futuro vogliamo avere la speranza di mandarci anche qualcuno di intelligente, allora la strada da percorrere non è certo questa del taglio».

Maurizio Bettini (filologo, latinista e antropologo)
«Il risparmio è una motivazione risibile e indegna: non si può lesinare su quella che è la vita stessa della democrazia. Per risparmiare basterebbe ridurre le spese, non solo gli stipendi ma anche tutte quelle che girano intorno a Camera e Senato. Poi si tratta di una proposta non dettata da una ragionata riforma costituzionale, ma dall’odio e dall’ostilità populistica verso la classe politica. E non si riforma la Costituzione in questo modo. Vedere risolvere i problemi con metafore come “il Parlamento sarà più snello” mi indigna: stiamo parlando di riforme, di politica, cosa c’entra lo snello? Sembra la réclame dei cereali».

Anna Bonaiuto (attrice)
«Votare Sì è un rischio per la democrazia. Quello che conta è la qualità dei parlamentari, non certo la quantità. Se passasse il taglio, si restringerebbe la rappresentanza, e sarebbe più facile che chi andrà in Parlamento non sia scelto direttamente i cittadini».

Franco Cardini (storico)
«La questione degli sprechi va affrontata con meno demagogia, il problema del Sì è un problema di rappresentanza. Tagliare in questo modo il numero dei parlamentari è un falso problema: il punto è la loro qualità, della quale ritengo responsabili i partiti, che scelgono chi candidare in base al possibile consenso e non alla competenza». 

Francesca Rigotti (filosofa)
«La riduzione del numero dei parlamentari è una misura populista di scarsa efficacia (meglio sarebbe limitarne i privilegi), che  indebolisce la democrazia rappresentativa. Inoltre, sarebbe un passo sbagliato verso la democrazia diretta attraverso il digitale in un momento in cui la democrazia è già abbastanza in pericolo per le decisioni autoritarie (vedi DPC) poco rispettose della volontà popolare rousseauiana (nel senso di Jean-Jacques)». 

Donatella Di Cesar (filosofa)
«C’è un alto valore simbolico, secondo me sottovalutato, dietro il Sì: se dovesse vincere, passerebbe il messaggio di fondo dell’antipolitica, che è un’idea spregiativa del dibattito con una visione della democrazia ridotta a mera funzione amministrativa».

Felice Besostri (giurista)
«È un caso rarissimo di riforma costituzionale incostituzionale. Se passasse il Sì, diminuirebbe il ruolo del Parlamento e ci ritroveremmo con una norma che ne mina l’efficienza».

Christian Raimo (giornalista e scrittore)
«Dal 2008 i partiti e i movimenti invece di pensare a costruire cultura politica hanno pensato a cambiare le regole di un gioco senza avere più idee del senso stesso di quel gioco che è la politica. Sarebbe in corpo ai partiti scegliere una classe dirigente, non pensare che facendo una selezione e dando ancora più potere alle segreterie queste siano in grado di scegliere una classe dirigente adeguata. In questo momento il problema è la mancanza di cultura politica, non la governance».

Fiammetta Borsellino (attivista antimafia)
«Dietro questa riforma c’è un “finto risparmio”, e in cambio del taglio noi cediamo la possibilità di una rappresentanza congrua. Per risparmiare ha più senso ridurre l’ammontare dei singoli stipendi, non il numero dei parlamentari».

Chiara Gamberale (scrittrice)
«Le riforme costituzionali sono operazioni serie e complesse e non ci si può accontentare di parodie destinate a un uso di semplice e rozza propaganda».

 

Paolo Condò (giornalista)
«Il taglio riguarderebbe inevitabilmente gli spiriti più liberi e innovativi, cassati a favore dei candidati più omogenei alle segreterie. E poi, molto semplicemente, io non sono un populista». 

Carlo Pastore (conduttore radiofonico e deejay)
«Votare No a questo referendum non significa escludere a priori l’idea di ridurre i parlamentari, ma chiedere una riforma pensata e scritta meglio. Pretendere, insomma, più politica e meno populismo. Non si efficienta il Parlamento offrendo teste tagliate al pubblico assetato di sangue».

Luca Molinari (architetto e critico di architettura)
«Non si può risparmiare sulla democrazia, mentre bisogna fare una vera battaglia politica e culturale per avere una reale rappresentatività in Parlamento con una diversa legge elettorale». 

Salvatore Lupo (storico)
«Ogni qualvolta non sia necessario la Costituzione non va manomessa. E questa volta non è necessario».
Makkox (fumettista)
«Voto No perché mi hanno convinto quelli che votano sì».

Marco Bentivogli (sindacalista e saggista)
«Questo è un momento in cui il Paese ha bisogno di riforme vere e non di inseguire l’antipolitica e l’attacco alla democrazia rappresentativa, la quale invece dovrebbe venir rafforzata».

Giovanni Fiandaca (giurista)
«Tagliando il numero dei parlamentari si assecondano le pulsioni anti-politiche e anti-partitiche della gente e ciò rappresenta la patologia forse più grave della politica attuale».

Armando Spataro (ex magistrato)
«Sostengo il “fronte del No” contro una pessima riforma fondata su tre falsità: il risparmio per le finanze pubbliche (del tutto irrilevante), l’adeguamento del numero dei nostri parlamentari a quelli degli Stati europei (mentre saremmo gli ultimi nel rapporto tra elettori ed eletti) e la maggiore efficienza del Parlamento (che vedrebbe invece crescere il livello della propria sudditanza rispetto alla maggioranza di turno). “No”, dunque, ad una pseudo riforma, populista, che  stravolgerebbe il nostro assetto costituzionale, umiliando il ruolo del Parlamento ed il suo dovere di rappresentanza vera dei cittadini».

Alberto Asor Rosa (storico della letteratura)
«Con il referendum sul taglio dei parlamentari si gioca una partita importante, forse decisiva, per le sorti della nostra democrazia rappresentativa (appunto). Forse i giorni residui andrebbero utilizzati meglio, ossia più decisamente, di quanto finora non sia accaduto, per sostenere le ragioni a favore del No. Il mio No al referendum è un Sì alla democrazia».

Max Collini (performer ed ex cantante degli Offlaga Disco Pax)
«Ridurre il numero dei parlamentari al solo scopo di poter far gridare alla vittoria una nuova classe dirigente che in pochi anni si è dimostrata inetta quando la precedente mi sembra una operazione di respiro cortissimo e lo dico anche a quelli di sinistra un po’/molto addormentati all’ombra della contingenza. È il Paese dove nulla è più definitivo del provvisorio e in generale voterò No perché spero sempre che nel segreto dell’urna si scopra, come è accaduto qualche volta in passato, che la società reale è più matura di chi la dovrebbe rappresentare. Sono un inguaribile ottimista, lo so, infatti penso che il governo non cadrebbe ugualmente».

Alessandra Sciurba (portavoce Ong Mediterranea Saving Humans)
«Questa proposta, non accompagnata da alcuna visione politica di riforma sistemica, ma rappresentativa solo di un approccio populista, rischia di restringere ancora di più gli spazi di discussione, di pluralismo e di confronto che sono a fondamento di una democrazia costituzionale già gravemente delegittimata. Non serve affatto ad innalzare la qualità della nostra classe politica, né l’efficienza del suo lavoro, ma svilisce il concetto stesso di rappresentanza senza affrontarne in alcun modo le complesse problematicità. Una riforma seria e non meramente demagogica dovrebbe elaborare modalità più inclusive delle differenze invece che escludenti, e interrogarsi su come restituire dignità alla politica istituzionale invece che avanzare banali e pericolose proposte di tagli lineari che non nascono da alcun ragionamento volto al progresso sociale e culturale di questo Paese».

Giulia Blasi (scrittrice)
«Non abbiamo bisogno di meno rappresentanti, ma di rappresentanti migliori».

Sabrina Ferilli (attrice)
«Preferisco che la politica faccia quello che deve fare e che - se c’è da intervenire - si intervenga magari sul tipo di vita che fanno questi parlamentari: su quanti soldi prendono, sui benefit, sulle cose in più hanno che invece non dovrebbero avere. Preferisco che si metta mano a quello piuttosto che alla possibilità di non avere dei rappresentanti con questa legge elettorale».

Mario Tronti (filosofo)
«Votare No al referendum sul taglio dei parlamentari è una obbligazione politica. Non c’è alcun serio motivo per adottare una così rilevante modifica costituzionale, proprio adesso e al di fuori di qualsiasi disegno di riforme istituzionali».

Riccardo Cucchi (giornalista)
«Credo che questa riforma privi i cittadini di una adeguata rappresentanza. Inoltre, così si rischia di rendere troppo vincolante il rapporto fra eletti e segreterie dei partiti. La nostra Costituzione molto ben congegnata: riflettiamoci a lungo, prima di modificarla; qui ci vedo solo fretta populista».

Emma Dante (attrice e regista teatrale)
«La democrazia ha bisogno di una larga e competente rappresentanza: non è delimitandola che la si aumenta».

Nadia Terranova (scrittrice)
«Non sento la necessità di un taglio dei parlamentari, che è una richiesta fortemente demagogica e fintamente risolutiva. Mi pongo invece tutti i giorni il problema della qualità della rappresentanza: vorrei politici migliori, non meno politici».

Vittorio Bo (editore)
«Questo voto, senza una vera riforma dietro, è solo figlio di un patto di partiti, e non di cittadini».

Anna Paola Concia (ex politica e attivista)
«Non si taglia con l’accetta la democrazia per darla in pasto al populismo. I cittadini devono chiedere più qualità e competenza, non meno rappresentanza».

Michela Marzano (filosofa)
«Il Parlamento va riformato ma non con tagli lineari come questo, che potrebbe mettere in crisi la rappresentanza democratica con sempre meno rappresentanti tra le realtà locali. L’altro rischio, ancora più grande, è che ci si ritrovi con delle Camere composte di fedelissimi dei capi, perdendone in spirito critico. La prima riforma da fare sarebbe abolire il bicameralismo perfetto. Il taglio lineare non solo non porta nessun vantaggio, ma rischia di compromettere una parte di dibattito democratico».

Helena Janeczek (scrittrice)
«Credo nella democrazia parlamentare: se ci sono problemi nella macchina politica non si risolvono coi tagli, ma con una maggiore trasparenza del personale politico. Bisogna ricucire la distanza tra società civile e rispettivi rappresentanti in Parlamento».

Raffaele Simone (linguista e saggista)
«Quel che aspetto è una riforma reale del Parlamento: una prova preliminare di conoscenza della Costituzione e della storia d’Italia dal dopoguerra; un titolo di studio minimo obbligatorio; la soppressione della facoltà di cambiare partito; un limite di età (65 anni) per parlamentari e capo dello Stato; l’aggancio degli stipendi a quelli della magistratura; la cancellazione dei senatori a vita; la limitazione dei decreti-legge; la soppressione del gruppo misto; l’obbligo di produrre un numero minimo di proposte di legge».

Nadia Urbinati (politologa)
«La battaglia per il taglio dei parlamentari voluta dal M5S è ben poco amica della democrazia, perché produce una potatura drastica della rappresentanza, con il risultato di depotenziare la nostra voce e incrementare il potere degli eletti e delle maggioranze. Con partiti solo nelle istituzioni, un Parlamento così potato sarà di e dei notabili. Senza un sistema elettorale proporzionale, farà essenzialmente da grancassa a chi governa, mentre le sue funzioni classiche, quella della rappresentanza della maggior parte delle istanze e delle idee che vivono nel Paese e quella del controllo del governo saranno ridotte. I forti nella società avranno più forza in Parlamento».

Mattia Santori (fondatore del Movimento delle Sardine)
«Esistono una politica propagandistica, che si riempie la bocca di promesse; e una politica complessa, che convince con i risultati. E c’è, poi, una politica “discount”, che svende risultati, che rincoglionisce gli elettori, facendo loro credere che si possa arrivare alla vetta della montagna senza fare fatica e senza spendere soldi. Ma io non ho mai creduto alla politica low cost, non mi fido degli accordi a scatola chiusa e gli argomenti di chi ha proposto la riforma puzzano di ipocrisia. Non è di certo autopunendosi che la Politica riacquista credibilità».

Massimo Teodori (storico, politico e giornalista)
«Con il taglio dei parlamentari tutto il potere va ai capi: e la partitocrazia fa festa. Questo referendum è ispirato dall’ignoranza della storia politica e costituzionale italiana e dalla oscena identificazione tra le poltrone della casta e la rappresentanza democratica della nazione. Ed esaspera gli antichi vizi aggiungendone di nuovi».

Gavino Ledda (scrittore e poeta)
«Il taglio ci costa quanto un caffè: non è questione di risparmio, ma di diminuzione della democrazia. E viva la democrazia, piuttosto».

Gaia Manzini (scrittrice)
«Il timore maggiore è che le minoranze non siano rappresentate adeguatamente. E la percezione, in questo momento storico, è che a una riduzione dei parlamentari corrisponda una riduzione della democrazia: magari con altre premesse la sensazione sarebbe diversa, ma non lo è in occasione di questo referendum».

Carla Federica Nespolo (presidente Anpi)
«La proposta di votare a favore del taglio fa leva su di una indubbia crisi di rapporti tra opinione pubblica e istituzioni. Ma, anziché cercare di correggere comportamenti e prospettive, alcuni partiti hanno scelto la strada della delegittimazione del Parlamento. Alla fatica del dialogo tra diversi, si preferisce l’idea “dell’uomo solo al comando”, che è al fondo di un taglio così drastico e che lascerà intere zone d’Italia senza rappresentanza. È il vero tradimento dello spirito costituzionale. Ma c’è ancora una speranza: votare No convintamente».

Jasmine Cristallo (attivista del Movimento delle Sardine)
«Cosa accadrà, poi, dopo il taglio dei parlamentari? La nostra democrazia parlamentare verrà sfigurata. Sono già in fase di approvazione due proposte di revisione costituzionale: una concernente il referendum propositivo, che sposta il fulcro della decisione dal Parlamento alle masse (così come da visione della Casaleggio Associati); e l’altra che ridurrà la rappresentanza politica a un mandato di tipo privatistico, rendendo il parlamentare un portavoce delle segreterie di Partito, sostituendo un’oligarchia alla nostra democrazia. Dobbiamo dare più centralità al Parlamento senza svilire la Costituzione, che sono i due stabili presidi delle nostre libertà. Votare No significa dire Sì alla democrazia».

Rosa Matteucci(attrice)
«Una costituzione si rispetta, specie se è scritta bene come la nostra. Oppure, si riscrive direttamente per intero. Di certo, non si rammenda inseguendo le farfalle portate dall’aria che tira».

Carla Peirolero (attrice e regista)
«Va migliorata la qualità della rappresentanza e del lavoro parlamentare, certo, ma non credo nel taglio come soluzione. Se n’è fatta una questione di risparmio, che poi sarà relativo; ma servirebbe una riforma più strutturata».

Antonio Moresco(scrittore)
«L’essere venuti meno a un patto di lealtà politica e il non aver cominciato a mettere mano a una nuova legge elettorale è stata, per me, la goccia che ha fatto traboccare il vaso per il No».

Massimiliano Fuksas (architetto)
«Voterò No al referendum perché preferirei che venisse eliminata la Camera Alta poiché complica il processo di approvazione delle leggi. La riduzione dei parlamentari diminuirebbe la rappresentanza dei cittadini sul territorio».

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domenica 13 settembre 2020

Un No non basta, ma è necessario per impedire una brutta svolta - Luciana Castellina

Anche se si può pensare che il referendum può essere usato solo come occasione per pronunciarsi contro, o a favore, dell’attuale governo, non credo che sia così.

Il taglio dei deputati che verrebbe operato se vincesse il Sì è grave perché la questione riguarda un problema generale: le sorti della democrazia.
Non solo per il valore simbolico dell’immagine di quelle poltrone svuotate euforicamente mostrate davanti a Montecitorio, come a dire il parlamento non serve a niente.

È grave perché quella proposta che il Sì avallerebbe si inserisce nel contesto di una crisi molto pesante, e ormai di lunga data, dell’intero sistema democratico. Crisi principalmente italiana, ma non solo: di tutto l’Occidente che pure continua a sbandierare la democrazia rappresentativa come il punto di per sé più alto della storia dell’umanità. Quella che avrebbe giustificato tutti i tanti interventi militari «umanitari» intesi a instaurare la democrazia dove non era stata mai sperimentata.

Intendiamoci: diritto universale al voto, libertà di opinione e Parlamento sono beni essenziali, ma di per sé non bastano affatto. Hanno valore e senso se sono accompagnati da una consapevole e generalizzata partecipazione dei cittadini alle scelte politiche che vengono assunte, altrimenti si riducono ad un esercizio formale.

Oggi come sappiamo bene questa partecipazione è minima: un voto sempre più casuale per candidati ai più semisconosciuti, al meglio in base al giudizio su problemi di cui si ignorano le complessità, perché manca ogni occasione di confronto se non quello passivo di auditore (o lettore di media detti non si sa perché «social»). Basterebbe in queste condizioni anziché procedere alla faticosa pratica delle elezioni ricorrere al tiro a sorte, così, anzi, si avrebbe anche una rappresentanza più «autenticamente» popolare, non contaminata dalla politica. (Chissà che un giorno non si arrivi anche a questo !) .

OPPURE scelti in base al richiamo comunitario, senza valutare che le comunità locali sono importantissime ma possono anche essere pessime se diventano autoreferenziali e xenofobe contro chiunque non faccia parte della propria. Ricordo – permettetemi questo mio consueto richiamo nostalgico – le vecchie sezioni del Pci, tutte radicatissime nel proprio territorio ma che ogni settimana dedicavano una serata a conoscere e riflettere su quanto accadeva nel mondo, in Europa, in Italia, alla propria città, poi anche al tram che non arrivava, o alla fontanella senza acqua . Ma così a lottare perché questi problemi locali fossero risolti, uno non si sentiva un povero disgraziato, ma parte di un grande movimento mondiale che voleva cambiare il mondo. Dove avviene oggi una simile riflessione, dove si incontra chi sa cosa si deve fare e ne discute con la propria comunità?

POTREMMO, per l’ennesima volta, piangere perché non ci sono più i partiti, o meglio quelli che erano davvero partiti. Io piango, o meglio rimpiango, e credo che non dovremmo farci travolgere dall’odio e discredito che ormai li accompagna. Ma non c’è dubbio che occorre ormai reinventare nuove forme di espressione e partecipazione. Sapendo che questa non si ottiene con una nuova legge elettorale pur indispensabile.

Non si tratta di regole o leggi. Si tratta di riaffermare nella pratica l’importanza della politica come solo strumento che consente agli umani di controllare le decisioni che li coinvolgono senza farsi abbindolare dall’idea che le scelte sono «oggettive», e misurate dal famoso pilota automatico, il mercato. E perciò vanno affidate ai tecnici, come quelli che guidano i Cda delle Banche o delle aziende, altrimenti detta «governance».

SE SI È ARRIVATI alla crisi democratica attuale è perché è finita per prevalere in buona parte della sinistra l’ossessione governista, quasi che tutto dipendesse dall’andare o meno ad occupare l’esecutivo. Abbandonando a sé stessa la società, via via sempre più ripiegata sull’«io forse me la cavo», quasi che la maggior parte dei problemi di ognuno non fosse uguale a quella del vicino.

Dunque problema collettivo, e dunque, proprio per questo, politico. Colpe anche, diciamocelo con franchezza, della sinistra-sinistra, che questo guasto dei partiti che ha otturato i canali di partecipazione l’ha subito, senza avere le fantasia e la forza di dare ai movimenti che pure ha continuato ad animare, la indispensabile ulteriore capacità di inventarsi forme stabili di gestione della società, (i «Consigli», come suggeriva Gramsci) in grado di riappropriarsi attraverso la partecipazione politica, dell’amministrazione dei beni comuni. (Non dello Stato, i comunisti sono antistatalisti!).

Capaci, però, anche, a partire da questi nuovi punti di forza, di tener aperti i canali di comunicazione con le istituzioni democratiche rappresentative, che se non ridotte a forma è bene averle a cuore.

ANCHE QUESTO non è problema che risolverà neppure la migliore riforma della legge elettorale. Ma è certo che tagliare il numero dei deputati renderebbe questo difficile tentativo di rianimazione della democrazia anche più difficile, perché una volta che il Parlamento diventasse preda di una maggioranza e di una opposizione inevitabilmente non più articolata, anche più distante dalle pulsioni, esigenze, proposte, energie della società, il senso di impotenza e dunque la spoliticizzazione diventerebbero ben più gravi.

VOGLIO DIRE che certo il No non risolverà tutti questi problemi, ma la vittoria del Sì non comporterebbe solo una riduzione dei parlamentari con tutte le ripercussioni negative che quasi tutti i costituzionalisti ci hanno indicato nella battaglia che stanno conducendo. Significherebbe molto di più: accelerare ulteriormente il già pericolosissimo processo di svuotamento della democrazia rappresentativa che gestisce le nostre società occidentali. E a quel punto i rischi di ogni possibile avventura autoritaria sarebbero gravi.

https://www.manifestosardo.org/un-no-non-basta-ma-e-necessario-per-impedire-una-brutta-svolta/

venerdì 11 settembre 2020

Il nostro NO è contro una democrazia ancor più oligarchica - Tomaso Montanari, Francesco Pallante

 


Il nostro obiettivo permanente sul referendum (ormai imminente) prosegue. Oggi riprendiamo un articolo di Tomaso Montanari e Francesco Pallante pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 9 settembre seguito da un breve commento del direttore del giornale, Marco Travaglio. Ad esso risponde, con un post scriptum per Volere la luna, Tomaso Montanari.

Il popolo italiano chiamato a decidere, nel referendum del 20 e 21 settembre, se ridurre di oltre un terzo il numero dei parlamentari vive un perfetto caso di “democrazia del monosillabo” (Alfonso Di Giovine). Non potremo distinguere, o argomentare: dovremo scegliere tra Sì e No, su una questione terribilmente complessa. Benché si tratti di una proposta puntuale e intellegibile da chiunque – diminuire i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200 –, le sue implicazioni sono infatti molto meno ovvie, investendo direttamente democrazia e rappresentanza, e (in dettaglio) il funzionamento delle Camere e dei loro organi interni, la legislazione elettorale, lo svolgimento delle campagne, l’elezione degli organi di garanzia costituzionale.

La conseguenza è che persone affini per cultura politica si separeranno, ritrovandosi al fianco di soggetti con cui, in condizioni appena un poco più articolate, nulla vorrebbero spartire. E così, dal lato del No, ai difensori del parlamentarismo democratico si affiancano gli interessati difensori della partitocrazia e gli opportunisti della crisi di governo; mentre, per il Sì, alla gran massa spinta dalla più triviale propaganda – «costano troppo, sono tantissimi, non fanno niente, rubano tutti» – si uniscono sinceri difensori del parlamentarismo.

È, questo pasticcio, uno dei motivi per cui è stato un errore aver voluto cambiare, per l’ennesima volta, la Costituzione, dividendo il fronte che quattro anni fa aveva saputo fermare la riforma Renzi non solo sul piano dei numeri, ma, soprattutto, su quello delle idee. Allora gli italiani capirono che no, non era la Costituzione il male dell’Italia: era solo il bersaglio di partiti e governi che, non riuscendo a cambiare il Paese, cercavano un diversivo. «La Costituzione va attuata: non cambiata», dissero gli italiani quel 4 dicembre.

Ebbene, è vero anche oggi: dov’è il cambiamento radicale che milioni di elettori si aspettavano dal Movimento 5Stelle? Ancora una volta, la Costituzione diventa il capro espiatorio di un fallimento politico. Allora si voleva colpire il Parlamento, limitarne l’autonomia in nome di un decisionismo dell’esecutivo che aveva un nome molto chiaro: oligarchia. Oggi si torna a indicare nel Parlamento la fonte di tutti i mali: le forbici che tagliano i seggi parlamentari identificati con altrettante poltrone esplicitano lo spirito di questa riforma, che è un violento antiparlamentarismo. Per i 5Stelle, infatti, l’altra metà della riforma è l’introduzione del vincolo di mandato, che legherebbe i parlamentari agli ordini dei loro capi. Questo è il punto: con il taglio numerico a essere (ancor più) tagliati fuori dalle Camere saranno il dissenso, la libertà di giudizio, il pensiero critico. Avremo meno rappresentanza: non una migliore rappresentanza. Anzi, con meno posti i capi dei partiti blinderanno i propri fedelissimi.

Nel 2016 un governo aveva legato la sua stessa sopravvivenza alla riforma costituzionale, e oggi Nicola Zingaretti candidamente confessa che il Pd vota Sì per tenere in piedi il governo attuale: confondendo, per l’ennesima volta, l’utile immediato con un vero progetto per il futuro. Una miopia che è l’esatto contrario della presbiopia dei padri Costituenti: che scelsero di non essere ostaggio del loro presente, guardando lontano.

Sono tanti i motivi per cui il nostro monosillabo sarà dunque un No: non è vero che i parlamentari siano troppi o costino troppo (tutti i confronti internazionali smentiscono questi argomenti) e non è vero che producano troppo poco (semmai le leggi sono troppe…). Invece è vero che, col taglio, i grandi partiti saranno sovra-rappresentati (ancora meno voce alle minoranze…); che, senza prevedere (stabilmente: cioè in Costituzione) una legge proporzionale, gli organi di garanzia saranno in mano alle maggioranze elettorali; che, con collegi molto grandi, la politica sarà ancor di più venduta ai ricchi. Insomma, avremmo una democrazia ancora più oligarchica di quella che abbiamo oggi.

Ai sostenitori del Sì, convinti in buona fede di combattere la “casta”, chiediamo: davvero pensate che in un Paese con i nostri livelli di povertà e disoccupazione, con il diritto negato a casa e a salute, con una scuola così umiliata, il successo più importante di chi è al potere sia cambiare la Costituzione tagliando i vostri rappresentanti in Parlamento?

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Cari amici, rispetto il vostro orientamento anche se non lo condivido. Ma ciò che voi difendete non è la Costituzione del 1948, che non fissava l’attuale numero di parlamentari, ma un’altra riforma costituzionale: quella voluta da DC&C nel 1963.

Marco Travaglio

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Post scriptum.

Una precisazione su ciò che dice Travaglio nella sua garbata replica: nel 1963 fu messo un tetto fisso (630+315) al meccanismo che legava aumento della popolazione e rappresentanti. Se fosse rimasto vigente il testo della Costituzione del 1948 (che io e Francesco preferiamo!), con la popolazione di oggi gli eletti sarebbero circa 750+300, cioè ben di più della situazione attuale (pre-taglio).

Tomaso Montanari

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mercoledì 9 settembre 2020

Sicuri che il Sì sia un voto «anti-casta»? - Fabio de Nardis

Il taglio dei parlamentari su cui si voterà nel referendum, è presentato come lo sbocco della rivolta contro la «casta» ma è appoggiato da tutti i principali partiti. E l'effetto appare il contrario di avvicinare i rappresentanti ai cittadini

Il 20 e 21 Settembre saremo chiamati a votare per confermare o meno la legge che riforma gli articoli 56 e 57 della Carta costituzionale, che determinano il numero di deputati e senatori. La legge, votata in Parlamento da M5S, Pd, Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, prevede la riduzione del 36,5% del numero dei parlamentari portando i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200.   

Per carattere e attitudine, tendo a rispettare molto le ragioni e le posizioni dei miei interlocutori. Anche in questo caso, cercherò quindi di argomentare la mia posizione a favore del No a partire da un tentativo di interlocuzione con gli argomenti apportati dai sostenitori del Sì. Comincerò dalle motivazioni più populistiche e, per così dire, sovrastrutturali, cioè le posizioni più utilizzate durante la campagna referendaria perché vanno direttamente a solleticare gli appetiti di un’opinione pubblica ormai da anni pervasa da un forte sentimento antipolitico.

● L’argomentazione che sembra andare per la maggiore corrisponde più o meno a questa locuzione: «Come fate a non rendervi conto del degrado che imperversa nelle aule parlamentari e della Mafia che ci sguazza? 315 parlamentari in meno, corrispondono a 315 disonesti e corrotti in meno». Si tratta della tipica argomentazione dei movimenti populisti che, ovunque nel mondo occidentale, contrappongono una «società morale» a una classe politica immorale e corrotta. Come accennavo, questa argomentazione è la più facile da smontare sul piano logico. Anche accettando l’idea bislacca secondo cui tutti i parlamentari siano corrotti, cosa c’entra l’istituzione parlamentare? Il malaffare si combatte colpendo gli affaristi non gli istituti costituzionali. Perché si parla sempre dei politici corrotti e tanto poco invece si sente parlare dei corruttori? Ovvio, perché i corruttori non fanno parte della società politica, ma di quel ceto «produttivo» e quella società civile tanto esaltati in questa retorica. Ammetterne l’esistenza e accettarlo come problema, farebbe saltare in un attimo il teorema populistico. Ma anche se pensiamo solo alla politica corrotta e non alla società dei corruttori, se il problema dei parlamentari è il Parlamento, perché a questo punto non liquidare il Parlamento e con esso anche tutti gli Enti Locali dove storicamente si annidano i maggiori casi di corruzione e concussione? Controllare la moralità di un uomo solo al comando è senza dubbio più facile che controllare quella di decine di migliaia di parlamentari, consiglieri, assessori, eccetera. Appare evidente che tale ragionamento non solo rischia di avere delle ricadute autoritarie, mettendo in discussione de facto le basi della democrazia rappresentativa, ma contesta l’idea stessa di «Politica» intesa come insieme di attività umane volte a regolare e organizzare la vita collettiva nell’ambito di una comunità di destino. Tale argomentazione è inaccettabile sia in premessa sia nelle sue conseguenze logiche. Più che di un dimezzamento dei parlamentari si dovrebbe ragionare dunque di qualità dei parlamentari, ma questo discorso non è connesso al numero dei seggi, ma alle modalità di selezione e reclutamento della classe politica. L’attenzione andrebbe rivolta dunque non verso la Costituzione, ma piuttosto verso una necessaria riforma culturale e organizzativa della politica in quanto tale e dell’attuale configurazione del sistema di partiti ormai ridotti a cartelli elettorali senza alcun progetto e visone del mondo.

● La seconda argomentazione è quella relativa al taglio dei parlamentari per esigenze di risparmio. Addirittura, il Movimento 5 Stelle ha tempo fa diffuso un manifesto, ora scomparso, in cui dichiarava un risparmio netto pari a 1 miliardo. Io non sono mai stato bravo a far di conto quindi sarei stato quasi tentato a credere a questa fandonia, ma la mia deformazione professionale che mi porta a un’inguaribile propensione alla verifica empirica mi ha portato ad affidarmi ai calcoli effettuati dagli economisti dell’Osservatorio sui conti pubblici diretto da Carlo Cottarelli che, qualcuno ricorderà, è un uomo quasi ossessionato dall’esigenza di risparmio attraverso tagli netti e lineari ai costi delle amministrazioni pubbliche. Ebbene, dai suoi conti, che direi di considerare attendibili, la realtà dei fatti è ben diversa. 230 deputati in meno corrispondono a un risparmio di 52,9 milioni a cui vanno aggiunti i 28,5 milioni di risparmio dal taglio dei 115 senatori, per un totale di risparmio di 81,4 milioni di euro. Si parla di cifra lorda. Questo vuol dire che una parte consistente di questa cifra ritorna comunque nelle casse dello Stato attraverso le tasse (Irpef e addizionali comunali e regionali) che, ovviamente, sono pagate anche dai parlamentari. Al netto delle tasse, il risparmio reale sarebbe dunque di appena 65,5 milioni di euro l’anno. Questa cifra include anche gli stipendi degli assistenti parlamentari, che non oserei definire «casta», e che verrebbero licenziati, anzi non più assunti. Anche volendo allargare al massimo la stima, il risparmio ammonterebbe a circa 0,90 centesimi di euro all’anno per ogni italiano. Praticamente il costo di un caffè al Bar, pari alla seicentesima parte del debito pubblico del nostro paese. Se l’intenzione fosse realmente quella di risparmiare, allora vi sarebbero decine di altri provvedimenti da poter adottare. Si pensi alla esorbitante evasione fiscale che (dati del Sole24Ore) costa al nostro paese circa 100 miliardi (non milioni) l’anno.

● Un’altra argomentazione si basa sul confronto con gli altri paesi europei secondo cui l’Italia sarebbe tra gli Stati che attualmente possiedono uno dei rapporti più alti tra numero di rappresentanti e numero di cittadini. Premetto che considero questo sforzo cognitivo e comparativo di dubbia utilità, dal momento che, se per una volta l’Italia è migliore degli altri paesi non vedo perché prendersela a male. Ma se stiamo ai dati, le stime dichiarate non sono così realistiche. Considerando infatti solo il numero dei rappresentanti nelle Camere elettive e considerando la diversa struttura dei sistemi elettorali dei vari paesi, vediamo che l’Italia possiede effettivamente una rappresentatività democratica migliore (ma non troppo) di paesi importanti come Regno Unito, Francia, Germania e Olanda e comunque peggiore rispetto ad altri paesi come Grecia, Portogallo, Finlandia, Svezia, Danimarca, Belgio, eccetera. Il taglio di quasi il 40% dei nostri parlamentari porterebbe in ogni caso l’Italia a essere uno dei paesi con il peggior rapporto di rappresentatività della propria popolazione tra i 28 Stati che appartengono all’Unione europea. Il problema della rappresentanza e della rappresentatività del Parlamento rispetto al numero della popolazione è roba seria. Non è un caso che i padri costituenti scelsero di non stabilire un numero fisso di parlamentari di Camera e Senato, limitandosi a fissare un rapporto tra numero di abitanti e numero di parlamentari, fissandolo a un deputato ogni 80.000 abitanti (o frazione superiore a 40.000) e un senatore ogni 200.000 abitanti (o frazione superiore a 100.000). Nella prima legislatura, rispettando questi rapporti, vennero infatti eletti solo 572 deputati e 237 senatori. Solo nel 1963 il numero di parlamentari fu fissato a 630 deputati e 315 senatori, andando sensibilmente a peggiorare il rapporto di rappresentatività auspicato dai costituenti, visto l’aumento vertiginoso della popolazione italiana. Sempre restando al taglio lineare dei parlamentari, a prescindere dai rapporti suindicati, si pone un problema serio di rappresentanza territoriale, soprattutto al Senato dove l’elettorato è suddiviso su base regionale e non, come alla Camera, su base circoscrizionale. Senza entrare nei tecnicismi, questo vuol dire che, al netto di un taglio del 36,5% dei parlamentari, alcune regioni subiranno un peggioramento della propria rappresentanza al di sotto della media nazionale, altre regioni (le meno popolose) subiranno invece un peggioramento nettamente superiore alla media nazionale, dal Friuli (-43%) fino all’Umbria e alla Basilicata che subiranno un peggioramento della propria rappresentanza regionale pari quasi al 60%. Questo perché i partiti che hanno votato la legge sul taglio dei parlamentari non hanno pensato di ridisegnare i collegi elettorali omologando l’elettorato di Camera e Senato. Per non parlare delle Circoscrizioni estere per cui l’Europa (più di 2 milioni di residenti iscritti all’Aire) avrà lo stesso peso parlamentare, e quindi la stessa rappresentanza (un deputato), di circoscrizioni molto più piccole come quella di Africa, Asia e Oceania dove il numero di italiani residenti è esiguo.   

● Un altro argomento a favore del Sì, per esempio in area Pd, sostiene che la riduzione del numero dei parlamentari è di per sé non necessaria ma può essere una buona riforma se compensata da un cambiamento del sistema elettorale in senso proporzionale. Non è un caso che il loro voto a favore in Parlamento è stato barattato con la «promessa» da parte del Movimento 5 Stelle, di una riforma proporzionale del sistema elettorale con soglia di sbarramento al 5%. Ma in realtà senza ulteriori correttivi (per esempio un adeguato ridisegno dei collegi elettorali di Camera e Senato, di cui nessuno parla) anche questo sistema elettorale sarebbe complice di un reale peggioramento delle condizioni della rappresentanza territoriale. Mi spiego: la soglia formale di sbarramento sarebbe del 5%, ma la soglia sostanziale, corrispondente alla percentuale che una lista dovrebbe raggiungere per incassare un eletto, sarebbe in realtà molto più alta. La riduzione del numero dei seggi elettivi disponibili per ogni regione rende nulla la possibilità di un partito medio-piccolo di poter prevalere nella competizione. La soglia sostanziale sarebbe del 12/15% fino a raggiungere picchi superiori al 20% nelle regioni a cui spettano meno seggi come la Basilicata. Al momento in Italia certe cifre sarebbero alla portata di appena due o tre partiti. Milioni di cittadine e cittadini rimarrebbero privi di rappresentanza istituzionale. Si pensi che anche nel terrificante sistema elettorale attualmente in vigore è prevista una clausola di salvaguardia delle liste minori attraverso una piccola quota di distribuzione nazionale dei seggi con soglia (reale) di sbarramento al 3%.  

● Un’altra argomentazione a favore del Sì è quella che fa appello a un’esigenza di semplificazione e velocizzazione dei meccanismi decisionali. Più o meno la stessa argomentazione addotta nel 2016 da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi nel loro progetto di soppressione di una delle due Camere. Gli italiani bocciarono pesantemente quell’idea anche e soprattutto grazie alla mobilitazione per il No dei partiti che oggi sono i principali sponsor dell’attuale progetto di revisione. Per carità, nulla di male; nella vita si può sempre cambiare idea. Quello della velocità decisionale è però un finto problema oggi, come allora. Le due Camere possono infatti lavorare contemporaneamente su progetti di legge diversi, riducendo quindi al minimo la potenziale ridondanza della doppia lettura. Allo stesso modo non esiste una connessione tra numero di parlamentari e velocità del decision making. Prima di tutto dobbiamo fare i conti con le consuetudini degli ultimi anni. La produzione decisionale, in linea con il processo di depoliticizzazione della politica, cioè del neoliberismo applicato ai processi di governo, oggi è di fatto appaltato agli esecutivi. Le leggi nate e prodotte effettivamente dal Parlamento sono pochissime. Oggi si legifera essenzialmente con voto di fiducia o attraverso decreti governativi e questo ha prodotto grandi distorsioni rispetto alla rappresentanza politica degli interessi delle classi subalterne. Nel 2016 il progetto di Renzi e Boschi andava proprio nella direzione di una costituzionalizzazione di questa consuetudine, riducendo formalmente il ruolo del Parlamento in favore dell’Esecutivo. Io credo che in questo risieda una delle principali contraddizioni dell’attuale modello di governance. Il Parlamento è il luogo in cui gli interessi sociali diventano oggetto di conflitto politico. Esso non va indebolito ma piuttosto rafforzato rispetto a esecutivi sempre più spesso subordinati ai grandi poteri economico-finanziari che implementano decisioni prese al di fuori dei luoghi della rappresentanza politica. Ma c’è di più; la semplificazione delle pratiche decisionali non è data dal numero dei parlamentari, ma dalle procedure e dai regolamenti parlamentari della cui riforma nessuno parla. Se vincesse il Sì, assisteremmo a meno parlamentari che agiscono secondo le stesse procedure di oggi, con l’unica differenza che una fetta consistente di cittadini non potrebbero contare su alcun rappresentante e riferimento istituzionale. La perdita di rappresentatività democratica che si realizzerebbe attraverso questo taglio lineare, senza alcun correttivo e riequilibrio, è dunque ulteriormente aggravato dalla mancata revisione dei regolamenti parlamentari. Qualcuno potrebbe obiettare: «ma si può sempre fare!»; ma allora perché non è stato fatto prima rendendo minimamente più credibile questa riforma? Manca qualunque idea di tutela delle minoranze che, ricordiamolo, è uno dei fulcri della teoria e pratica della democrazia rappresentativa. Oggi 30 deputati possono per esempio richiedere l’inversione di un ordine del giorno in Parlamento, con 230 deputati in meno sarà statisticamente più difficile mettere insieme questo numero di parlamentari. Perché nessuno ha pensato di abbassarlo a 20 o 25? Per formare un gruppo parlamentare servono oggi 20 deputati e 10 senatori. Con un Parlamento quasi dimezzato, perché non dimezzare anche questi numeri? Come potranno i partiti più piccoli avere propri rappresentanti nelle giunte e nelle quattordici commissioni parlamentari? La legge di riduzione dei parlamentari è stata approvata con una maggioranza schiacciante (ma non era un provvedimento anti-casta?). La parola passa agli elettori grazie alla richiesta di 71 senatori che hanno reso possibile che l’ultima parola spettasse alle cittadine e ai cittadini attraverso un importante strumento di democrazia diretta quale è il referendum confermativo. Con un Senato di 200 membri sarebbe stato molto difficile trovare queste 71 firme. Perché nessuno ha pensato di introdurre norme che facilitino il ricorso al referendum? L’estensione delle condizioni democratiche e di partecipazione popolare non rientra evidentemente tra le priorità dei sostenitori politici del Sì.    

● Per concludere, ci tengo ad affermare che non credo che la Costituzione sia sacra e non lo era neanche per i padri e le madri costituenti che non a caso avevano previsto modalità di correzione e revisione della stessa. Credo però che ogni progetto di revisione costituzionale debba essere l’effetto di un disegno organico di riforma, discusso ampiamente e collettivamente, al di fuori degli interessi propagandistici dei partiti, e che si ponga in primo luogo l’obiettivo di estendere le condizioni democratiche. Non sono né un cultore del bicameralismo perfetto, né un difensore ideologico del numero 945. Credo però che un eventuale messa in discussione dell’attuale assetto parlamentare debba essere accompagnato da provvedimenti che avvicinino la base popolare ai propri rappresentanti, oltre a prevedere importanti istituti di democrazia diretta, come per esempio si prevede nel progetto di istituzione del referendum propositivo o «legge di iniziativa popolare rafforzata» che, non ha caso, giace tra le scartoffie del Senato. Una riduzione dei parlamentari è sensata in un disegno organico che preveda per esempio una modifica della legge elettorale in senso proporzionale puro, e non quel finto proporzionalismo di cui si discute oggi, con in più la parificazione dell’elettorato attivo e passivo per Camera e Senato. Lo stesso progetto di revisione costituzionale dovrebbe essere accompagnato da una ridefinizione organica dei regolamenti parlamentari che semplifichino e velocizzino le procedure decisionali ma soprattutto tutelino le minoranze. Tutto questo non mi sembra sia in campo. Oggi si propone solo un taglio lineare senza inserirlo in nessun progetto di ristrutturazione democratica e nessuno può garantirci che tale progetto venga successivamente contemplato. Questa legge è solo lo strumento populistico da parte di alcuni soggetti politici in crisi che hanno bisogno di recuperare consensi solleticando la rabbia antipolitica del popolo italiano. Cambiare la Costituzione è possibile, ma non per tutelare gli appetiti particolari di qualcuno. Per queste ragioni credo che votare No rappresenti oggi la scelta più logica, più democratica e più oppositiva nei confronti di quella «casta» così invisa alle cittadine e ai cittadini italiani.    

*Fabio De Nardis è docente di Sociologia Politica all’Università di Foggia e Università del Salento.

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