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venerdì 20 marzo 2026

Il favoloso mondo razziale di Oz - Diego Angelo Bertozzi

Il favoloso mondo razziale di Oz - Diego Bertozzi

Frank Baum, autore de Il meraviglioso mago di Oz, un classico della letteratura mondiale per l'infanzia, fu tra i peggiori esponenti del suprematismo bianco, tanto da chiedere apertamente lo sterminio delle popolazioni native d'America. Parole e toni che nulla hanno a che invidiare a quelle del nazismo.

 

Nell'articolo precedente abbiamo ripercorso, grazie alla ricostruzione del quadro storico e alla recente pubblicazione di una lettera, le posizioni suprematiste e classiste del celebre scrittore H.P. Lovecraft. Ora, seguendo lo stesso metodo affrontiamo un'altra famosa icona della cultura statunitense e mondiale: L. Frank Baum, l'autore de Il meraviglioso mago di Oz, pietra miliare della letteratura per l'infanzia e più volte oggetto, a partire dal 1939, di riduzioni cinematografiche. Ebbene, anche in questo caso, ci troviamo di fronte a una figura ambigua, tanto genio letterario quanto divulgatore di una visione razziale violenta a crudele della storia statunitense.

A catturare l'attenzione non ci sono lettere private ad un fratello, quanto gli interventi pubblici da direttore dell'Aberdeen Saturday Pioneer. Su questo giornale alla fine del 1890 apparve un suo editoriale che rivelava posizioni apertamente sterminazioniste nei confronti delle popolazioni indigene (i Sioux) del South Dakota. Sono, quelle che ci apprestiamo a leggere, parole degne di un gerarca nazista, tanto a fondo si spinge la de-umanizzazione dell'altro: "La nobiltà dei pellerossa si è estinta, e quei pochi che sono rimasti non sono altro che cagnacci che guaiscono e leccano le mani che li percuotono". In quanto assimilati ad animali della peggior specie non meritano altro che la liquidazione fisica totale e senza pietà:  i bianchi "per la legge della conquista, per la giustizia della civiltà, sono padroni del continente americano e la sicurezza degli insediamenti di frontiera potrà essere assicurata solo con il totale annientamento dei pochi rimasti. Perché opporsi allo sterminio? La loro gloria è svanita, il loro spirito è distrutto, la loro virilità cancellata; meglio morire che vivere nelle terribili condizioni in cui si trovano oggi"[1].

In parte figlio del proprio tempo, nel quale l'incitamento allo sterminio dei nativi era assai diffuso, va prima di tutto rilevato che Baum è degno figlio del peggior razzismo e che le sue parole non avrebbero sfigurato nel Mein Kampf di Hitler! Qualche anno prima il colonnello Chivington, che guidò l'omicida cavalcata al villaggio di Sand Creek (e qui va consigliato l'ascolto della splendida canzone di De Andrè) aveva annunciato che la sua politica verso quelle popolazioni era assai chiara: "ucciderli e raccogliere gli scalpi di tutti, piccoli e grandi" perché "le lendini fanno i pidocchi". Poco meno di un secolo dopo una simile espressione sarebbe stata utilizzata dal nazista Himmler, solo che al posto dei pellerossa ad interpretare i pidocchi sarebbero stati gli ebrei.

Detto questo, torniamo al nostro scrittore perché pochi giorni dopo il suo editoriale avvenne uno dei più celebri massacri della conquista del West: il 29 dicembre a Wounded Knee centinaia di uomini e bambini furono uccisi dai colpi dei potenti cannoni Hotchkiss. Quattro giorni tornò a farsi sentire la voce di Baum e con toni e considerazioni immutate neppure davanti allo scempio: "per proteggere la nostra civiltà sarebbe meglio dare seguito all'evento" così da "cancellare dalla faccia della terra queste indomite e indomabili creature"[2]. Il riconoscimento della loro resistenza, non pone tuttavia in discussione la loro estraneità al consorzio umano.


[1] Editoriale del 20 dicembre 1890 citato in David E. Stannard, Olocausto americano, Bollati Boringhieri, Torino, 2001, pp. 208-209

[2] Citazione in David E. Stannard, op. cit., p. 209


da qui

mercoledì 25 febbraio 2026

La "fuga dei bianchi" dagli istituti di periferia: dove nasce la segregazione scolastica - Andrea Ceredani

Gli esperti definiscono il fenomeno "white flight", fotografando così la tendenza delle famiglie italiane a iscrivere i figli nei quartieri centrali delle grandi città, lontani dalle periferie ad alto tasso di presenza straniera. «Così nascono sempre più classi ghetto e il tessuto sociale si strappa»

Nella Circoscrizione 5 di Torino, circa il 30% dei giovani in età scolastica ha cittadinanza straniera ma, entrando nelle scuole del quartiere, pare che gli studenti non italiani siano molti di più: in certe classi rappresentano la quasi totalità degli iscritti. Quel quartiere, Vallette, ha iniziato solo negli ultimi decenni a essere abitato da cittadini di moltissime nazionalità diverse. «Anche la scuola, di conseguenza, oggi è popolata da un mix di studenti stranieri – spiega ad Avvenire Marco Battaglia, educatore presso l’associazione Vides delle suore salesiane torinesi –. Molte famiglie italiane, di fronte a questo scenario, preferiscono iscrivere i propri figli in altri istituti. Perciò, ci troviamo di fronte a sezioni quasi del tutto straniere». L’esodo degli studenti italiani dalle scuole ad alto tasso di iscritti stranieri, in realtà, è una tendenza diffusa in tutte le maggiori città d’Italia da anni e, per questo, gli addetti al settore le hanno già affibbiato una definizione: “white flight”. Letteralmente, la “fuga dei bianchi”. Un fenomeno che determina, di fatto, la segregazione scolastica di molti alunni senza cittadinanza italiana. «I numeri lo spiegano bene – commenta Battaglia –. Le scuole che sono più accoglienti con gli stranieri, negli scorsi anni, hanno avuto molte meno iscrizioni. Quelle che sembrano più rigide hanno numeri più alti».

I più colpiti dal “white flight” sono i grandi centri urbani, dove si concentra la maggior parte degli studenti stranieri: Milano in testa (83.230 nell’anno scolastico 2023/24), seguita da Roma (68.079), Torino (41.461) e Brescia (33.558). Ma i numeri, secondo gli esperti, «vanno maneggiati con cura» perché «la concentrazione di alunni di seconda o terza generazione in pochi istituti non rappresenta di per sé un problema per l’apprendimento – spiega Marta Berti, responsabile del progetto SCooP, che opera contro la segregazione scolastica nel Municipio 6 di Milano –. Quella a cui assistiamo è piuttosto una fuga dalla povertà e dalle periferie verso il centro: chi ha la possibilità sceglie di spostarsi, mentre chi non ha i mezzi economici resta». Un circolo vizioso che ha conseguenze educative negative sul percorso di tutti gli studenti. In scuole dove convivono alunni di lingua, provenienza ed estrazione socioeconomica diverse – spiega Berti – «tutti i ragazzi si arricchiscono di competenze nuove». Concepire gli istituti a prevalenza straniera come scuole di “serie B”, al contrario, mina «il diritto di tutti a ottenere lo stesso livello di qualità educativa». Il rischio principale, secondo Marco Battaglia, è «lo sfilacciamento del tessuto sociale». In altre parole, che studenti italiani e stranieri non si conoscano e non si incontrino mai: «È una perdita per tutti – commenta – anche perché, nella mia esperienza, le medie migliori le hanno gli alunni stranieri».

Il meccanismo del “white flight” ha conseguenze evidenti a Milano, dove molte classi di periferia rasentano la quota del 100% di alunni con cittadinanza straniera, perché ritenute poco attrattive dalle famiglie italiane. Per disinnescare «il circolo vizioso che isola gli studenti stranieri», il progetto Mixité, guidato dalla cooperativa sociale Diapason, ha introdotto servizi pomeridiani aggiuntivi in quattro istituti milanesi a rischio di segregazione: «Ci lavoriamo da due anni – spiega Elisabetta Cargnelutti, project manager di Diapason – e i risultati sono positivi. Molte famiglie italiane hanno deciso di iscrivere i loro figli in scuole marginalizzate perché, di fatto, restano aperte tutti i pomeriggi». Laboratori di scienze, giochi e doposcuola: tutto contribuisce «ad attirare i genitori italiani verso scuole che sono attente alle loro necessità». L’obiettivo? «Al lungo termine – conclude Cargnelutti – vogliamo mutare una convinzione: quella secondo cui una scuola a maggioranza di studenti italiani svolga il programma in modo più completo e veloce. È solo una questione di pregiudizio».

Le scuole che hanno ridotto il tasso di segregazione scolastica, in effetti, sono anche quelle in cui genitori italiani e stranieri collaborano agli stessi progetti. È il caso del doposcuola dell’istituto Daniele Manin di Roma, di cui fa parte la scuola Di Donato, definita nel 2005 la più multietnica d’Italia, con iscritti da oltre 80 nazionalità diverse. Al termine delle lezioni, ogni giorno alle 16.30, nelle aule della Di Donato iniziano corsi di ogni genere: studio, basket, canto, pattinaggio. A organizzarli sono i volontari dell’Associazione genitori, ma anche docenti ed educatori. Il risultato? Secondo la mamma affidataria Francesca Valenza, che partecipa da anni, è un successo: «Le famiglie italiane qua possono trovare un’offerta formativa unica che li attrae e li spinge a intessere relazioni e legami affettivi con genitori di ogni provenienza. Insomma, superano il pregiudizio».

da qui

martedì 2 dicembre 2025

Fanon può entrare ma i palestinesi d’Italia no, perché? Perché il palestinese buono è quello morto o rassegnato. Appunti sull’inadeguatezza della sinistra italiana – Laila Hassan

“La guerra di liberazione non è un’istanza di riforme, ma lo sforzo grandioso di un popolo, che era stato mummificato, per ritrovare il suo genio, riprendere in mano la sua storia e ricostituirsi sovrano” [1]

 A 100 anni dalla nascita di Fanon alcune brevi, forse inutili, considerazioni.

Se c’è un atteggiamento che in questi anni mi ha particolarmente colpita è l’incapacità di alcuni ambienti in solidarietà con la Palestina di comprendere il significato della lotta palestinese. La rabbia palestinese non è un sentimento che il pubblico occidentale, in lacrime, commosso di fronte alle immagini dei corpi dilaniati palestinesi, può accettare. La rabbia del colonizzato è incomprensibile, fuori dalle regole dell’accettabilità, è animalesca per natura. Un sentimento che può generare mostri, e che ci ha attaccato addosso l’etichetta di incivile, barbaro, dannato. Non è la scoperta dell’acqua calda, né la pretesa di teorizzare qualcosa che è già stato scritto da militanti e intellettuali impegnati nelle più disparate tradizioni anticoloniali, ma l’atteggiamento paternalista, colonizzatore e razzista messo in campo da chi “ti vuole difendere” è ciò da cui dobbiamo stare alla larga.

Utilizzo quindi queste righe per diversi motivi: primo, su tutto, dare sfogo alla mia frustrazione, da palestinese, italiana, militante di un’organizzazione palestinese in Italia. In secondo luogo, per condividere con chi leggerà alcuni dei pensieri che hanno abitato i nostri corpi, spesso in tensione e arrabbiati, spesso incapaci di trovare nello sguardo del solidale un alleato di cui fidarsi.

Le lotte anticoloniali che hanno caratterizzato la metà del ‘900 – stesso periodo in cui si ufficializzava l’istituzione coloniale in Palestina, hanno attraversato diverse fasi, tradizioni, pratiche, riflessioni politiche, momenti in cui le scelte dei colonizzati hanno assunto forme e modalità adatte alle contingenze. Allo stesso modo, pensare che i palestinesi abbiano prediletto una forma di resistenza all’altra vuol dire non essere in grado di leggere la situazione coloniale, né di entrare in connessione con la prassi anticoloniale. Spesso, negli ambienti “di sinistra”[2] – bianchi non per colore della pelle ma per postura politica – si commette l’errore di non comprendere la varietà delle forme di resistenza e la loro fluidità. In Palestina durante la Grande Rivolta del 1936-39 si sono sperimentate pratiche tra le più disparate tra loro, lo sciopero (durato 6 mesi), assalti armati alle pattuglie inglesi, boicottaggio del pagamento delle tasse, organizzazione della resistenza armata nelle colline.

Tutto insieme.

Perché scrivo tutto ciò? Perché come palestinesi esigiamo il diritto alla nostra opacità. Opacità che si esprime nella mancanza di volontà nel dover negoziare continuamente con l’ambiente “solidale” italiano la nostra postura politica, le nostre rivendicazioni e anche il logorante esercizio di rivendicare il nostro diritto alla resistenza. L’opacità diventa quindi una necessità contro l’imposizione della pratica rivelatoria per cui per essere ascoltati siamo costretti a svelare le nostre fragilità, il nostro dolore e a fare un racconto personale ed emotivo della catastrofe palestinese. In questi anni, la nostra soggettività politica è stata quindi relegata ai margini, resa voce inascoltabile, aliena, risultato del fatto che il pubblico occidentale – soprattutto quello delle sinistre liberali e non – non si è mai liberato della postura orientalista e colonizzatrice per cui devono decidere per noi. Da qui deriva un atteggiamento paternalista che infantilizza la soggettività palestinese, accettata sono nella sua dimensione sofferente. La mancanza di spazio per il processo di soggettivizzazione palestinese ha diversi tipi di conseguenze; una delle più critiche è l’impossibilità per i palestinesi di poter elaborare un piano politico. Se non lo possiamo fare noi, lo faranno gli altri, i non palestinesi. Gli europei, gli occidentali. Infatti, come dimostrato dalla storia della lotta di liberazione del nostro popolo, dalla fase degli accordi di Oslo a quelli di Camp David, alla richiesta di disarmo avanzata alle fazioni della Resistenza durante l’invasione israeliana del Libano nel 1982, sono sempre forze esterne a produrre l’elaborazione politica di ciò che è auspicabile, praticabile e realizzabile per il progetto palestinese.

Oggi con Gaza si riproduce la stessa dinamica.

L’orientalismo di ritorno è quindi quell’atteggiamento per cui non solo lo spazio a noi deputato è quello personale, dell’eterna vittima, del 5×1000, ma anche in questo caso la modalità con cui esprimiamo il nostro dolore e lutto deve passare il vaglio dello sguardo dell’altro rispetto a noi. La rabbia, sentimento generato dall’esperienza dell’ingiustizia sistemica e prolungata nel tempo e nello spazio, della volontà di vendetta, è il motore che, insieme ad altri sentimenti, genera volontà e coraggio. Il razzismo interiorizzato, anche di chi frequenta l’ambiente della generica solidarietà con la Palestina, si esplicita attraverso forti prese di posizione che criticano la nostra ossessione per il martirio. Ci viene detto che il progetto palestinese, secolarizzato, comunista, della Palestina Rossa (ma dov’è questa Palestina Rossa? Parlate proprio voi che avete trasformato l’internazionalismo anti-imperialista in carriere nelle ONG?), non prega i martiri, non li commemora. Ciò è ancora più sorprendente quando pensiamo al ruolo dei martiri nella memoria partigiana della Resistenza italiana. E quindi piazza dei martiri sì, ma se sono bianchi.

La Rivoluzione non è un pranzo di gala, ma un bagno di sangue.

Come palestinesi impegnati nel lavoro di ricerca accademica, militanti di organizzazioni della diaspora, non abbiamo mai trovato disponibilità a poter esprimere i nostri pensieri e analisi su giornali, riviste italiane. Il nostro spazio è all’estero, nei media arabi o nelle diaspore dei barbari che ci assomigliano. Al contrario, le voci degli ebrei sionisti liberali trovano ampio spazio di espressione nella maggior parte delle testate di “sinistra”; non è un caso. La voce dell’ebreo critico verso l’occupazione, alcuni garantiti anche dal passaporto israeliano, che pubblica un articolo alla settimana tra una conferenza con esponenti del PD ed ex primi ministri israeliani (noi ci ricordiamo bene le azioni di “pace” con il fosforo bianco di Olmert), e una visita a Massafer Yatta, ma con la casa di famiglia a Jaffa espropriata a qualche palestinese nell’ormai lontano 1948 (che pesanti voi palestinesi che siete ancora fermi nel passato!) o che addirittura si arrogano il diritto di spiegarci Said e Fanon (audaci!). Se quindi noi, palestinesi, arrabbiati, inascoltabili, fuori dai confini dell’accettabilità non riusciamo a leggere la fase del nostro tempo, lo facciamo fare a chi da intellettuale impegnato, militante, ha svolto questa funzione prima di noi. Perché nella nostra riflessione collettiva il ruolo del pensatore, dello studioso non può e non deve rimanere slegato dal lavoro di lotta, organizzativo e militante (lo so, suoniamo così novecenteschi, tant’è!). Partiamo da una domanda, la stessa che Césaire si poneva durante la conferenza della Négritude nel 1987 a Miami: “Quanti di me sono morti?”. Cerco di rispondere a questa domanda chiedendomi “quanti di noi sono ancora vivi?”. E se davvero non era previsto che sopravvivessimo, ora che siamo sopravvissuti, cosa facciamo con questa vita che abbiamo in mano? Per me la risposta è semplice: lottare.

Forse dovremmo dare vita alla nostra Palestitude, crearci uno spazio nuovo, dove praticare il diritto all’opacità di cui scrivo e quello della rappresentazione quando ne abbiamo voglia, nelle modalità in cui desideriamo. Parliamo di nuovo di Fanon, perché? Quest’anno cade il centenario dalla sua nascita e tantissimi spazi sociali, organizzazioni e accademici hanno organizzato iniziative dedicate alla sua memoria e all’eredità del suo pensiero politico. Alcuni di questi, gli stessi che permettono al militante martinicano di abitare i loro spazi, hanno negato la possibilità ai membri dei Giovani Palestinesi d’Italia di partecipare a delle iniziative di divulgazione sulla causa palestinese a causa del loro posizionamento “estremo” in riferimento alla lettura politica del 7 ottobre. Io stessa sono stata costretta a ritirare la mia partecipazione a uno di questi eventi spiegando che non posso scindere il mio impegno militante da quello di scrittura e che, per me, i due vanno di pari passo.

Fanon, che credo di aver compreso semplicemente perché leggo la storia di lotta del mio popolo, nel suo articolo “Gli intellettuali e i democratici francesi di fronte alla Rivoluzione algerina” ci aiuta a spiegare alcune delle contraddizioni che oggi emergono nel rapporto tra il movimento di liberazione palestinese e la “sinistra” liberale e non italiana.

Parlando di coscienza nazionale Fanon scrive: “appoggiare senza riserve le rivendicazioni nazionali dei popoli colonizzati è uno dei primi doveri degli intellettuali, per i quali in questo caso si adopera il termine “intellighenzia” e raccontando l’inizio della fase della lotta armata algerina contro le forze coloniali, analizza il rapporto tra la sinistra democratica francese e la sua incapacità di comprendere la portata delle azioni algerine. Specifica:

“il popolo, quello vero, gli uomini, le donne, i bambini, i vecchi del paese colonizzato si rendono conto senza sforzi che esistere nel senso biologico della parola equivale ad esistere in quanto popolo sovrano. La sola soluzione possibile, l’unica via di salvezza per questo popolo sta nel rispondere il più energeticamente possibile al genocidio perpetrato contro di lui.”

Queste parole mi risuonano profondamente perché riassumono esattamente ciò che proviamo a rivendicare da tempo: la nostra via di salvezza contro l’eliminazione biologica della nostra presenza è la lotta. Come popolo sovrano, non come popolo sottomesso alla volontà delle potenze coloniali e alle decisioni delle loro istituzioni (Nazioni Unite, Unione Europea…) che ci concedono a parole le briciole della nostra terra. Parlando della guerra in Algeria, Fanon si sofferma sull’atteggiamento della sinistra francese nei riguardi di un’azione militare contro dieci civili francesi uccisi in un’imboscata e afferma:

“tutta la sinistra francese con un sussulto unanime grida: non vi seguiamo più. Si orchestra la propaganda, s’insinua nelle menti e affossa convinzioni di per sé assai vacillanti. Compare il concetto di barbarie e si stabilisce che in Algeria la Francia combatte la barbarie”.

Non siamo di fronte alla stessa dinamica? Sostituiamo Algeria con Palestina e Francia con Israele, non stiamo forse parlando degli stupri del 7 ottobre e dei presunti bambini decapitati? Noi abbiamo smesso di essere compresi quando abbiamo smesso di morire inermi, vittime perfette, quando abbiamo deciso – a più riprese nel corso della nostra centenaria lotta di liberazione – di alzare la testa contro il colonialismo.

“Dal 1956 gli intellettuali e i democratici francesi di tanto in tanto si rivolgono all’FLN (…) Consigli e critiche si spiegano con il desiderio mal represso di guidare, orientare finanche il movimento di liberazione dell’oppresso. (…) Lungo questa linea di oscillazione, i democratici francesi, che sono al di fuori della lotta o che manifestano la volontà di seguirla dal di dentro e magari parteciparvi in qualità di censori, consiglieri, per incapacità o rifiuto di scegliersi un terreno preciso di lotta all’interno del dispositivo francese, fanno minacce e ricatti. La pseudo giustificazione addotta è che per esercitare un’influenza sull’opinione pubblica francese bisogna condannare certi fatti, respingere le escrescenze inaspettate, conservare le distanze di fronte agli “eccessi”. In questi momenti di crisi, di scontro, si chiede al FLN di orientare la violenza, di renderla selettiva.”

Visto che noi palestinesi facciamo fatica a formulare un pensiero politico complesso, lascio che sia Fanon a parlare, perché sembra decifrare con precisione l’atteggiamento di chi pretende di orientare il pensiero palestinese.

Sempre nelle stesse pagine, il militante dell’FLN affronta una questione che nel caso palestinese è spesso oggetto di dibattito: chi è il colono? Chi è l’occupante? Qual è la differenza tra civile e militare?

“La situazione coloniale è in primo luogo conquista militare ininterrotta e rafforzata da una amministrazione civile e poliziesca. In Algeria, come in ogni colonia, l’oppressore straniero si oppone all’autoctono perché ne limita la dignità e costituisce una negazione della sua esistenza in quanto nazione. La condizione dello straniero, del conquistatore, del francese in Algeria è quella dell’oppressore. Il francese in Algeria non può essere neutrale o innocente. In Algeria ogni francese opprime, disprezza, domina. La sinistra francese, che non può restare indifferente e impermeabile ai suoi stessi fantasmi, adotta in Algeria, nel periodo che precede la guerra di liberazione, delle posizioni paradossali.”

Il sionismo nasce come movimento coloniale che tra le sue fondamenta ha la negazione dell’esistenza della nazione e del popolo palestinese e solo attraverso la sua presenza militare e civile riesce dagli anni del mandato britannico ad oggi a condurre il suo progetto di insediamento coloniale. Esistono quindi civili israeliani in Palestina? Quel è stato il ruolo del trasferimento dei “civili” in Palestina nel disegno del progetto coloniale? È responsabilità palestinese la loro condizione futura o presente?

“Oggi ogni francese in Algeria è un soldato nemico. Finchè l’Algeria non sarà indipendente, questa conseguenza logica va accettata”

“L’algerino patisce in blocco il colonialismo francese, non per schematismo o xenofobia, perché, in realtà, ogni francese in Algeria ha con l’autoctono dei rapporti basati sulla forza”.

Tale rapporto di potere e forza è esemplare nel caso palestinese e lo possiamo vedere anche in esempi semplici e vicini come nel caso della relazione tra due i registi Basel Adra e Yuval Abraham, vicintori del premio Oscar per il film-documentario “No Other Land”; nonostante il pubblico occidentale abbia voluto celebrare l’amicizia perfetta, desiderata tra il buon palestinese il buon israeliano, per le ragioni descritte qui sopra, tra le altre la volontà di governare il discorso dell’oppresso e di mantenere in vita la legittimità dell’oppressore, la relazione di potere esistente tra i due è chiara. Anche dal punto di vista corporeo, basti osservare lo spazio occupato da Yuval durante la cerimonia di conferimento dell’Oscar, una scena che non dimenticheremo facilmente.

Leila Khaled si, Anan Yaeesh no.

Da più di un anno Anan Yaeesh, militante palestinese, si trova in prigione in Italia. Accusato di terrorismo internazionale, Anan che da quando era un giovane ragazzo di Tulkarem e ha deciso di prendere parte alla Resistenza durante gli anni della Seconda Intifada. “Israele” l’ha imprigionato, torturato. Per questo motivo in Italia, ad Anan, viene riconosciuta la protezione internazionale. E per questi stessi motivi oggi si trova dietro le sbarre della democrazia italiana. Dopo aver respinto la richiesta “israeliana” di estradizione, la magistratura italiana lo accusa di terrorismo internazionale. Ma ad Anan non vengono imputati reati commessi sul suolo italiano, ma viene accusato di aver preso parte ad azioni di Resistenza in Palestina.

In questo anno di prigionia, Anan ha scritto lettere dal carcere rivendicando con forza il diritto del suo popolo ad alzare la testa, nei modi ritenuti legittimi e utili alla lotta di liberazione. Non solo, Anan ha iniziato uno sciopero della fame, in segno di protesta contro l’ingiusto processo nei confronti della Resistenza palestinese; qualche giorno fa l’ultima notizia di un suo atto di autolesionismo per chiedere il rispetto dei diritti basilari in carcere.

Ma tutti tacciono su Anan. È sorprendente vedere come la maggior parte delle realtà in “solidarietà” con la Palestina ha fatto orecchie da mercante quando si trattava di chiedere a gran voce la sua liberazione e di rivendicare il diritto della popolazione palestinese a resistere. A breve si concluderà il processo e, ancora, di Anan non si parla. Dall’altro lato, però, sempre negli stessi ambienti, non ci si astiene dall’utilizzare l’immaginario della Resistenza palestinese, come nel caso del feticismo verso figure come Leila Khaled o della venerazione delle combattenti curde dello YPJ, comprensibili grazie alla riproduzione di un immaginario di femminilità vicino allo sguardo occidentale.

Continuando la lettura delle pagine di Fanon in “Decolonizzazione e Indipendenza” il discorso del militante dell’FLN sull’atteggiamento della sinistra francese non comunista è interessante perché ci può aiutare a tracciare delle linee di similitudine con lo sguardo che la sinistra occidentale oggi posa sulla resistenza palestinese, soprattutto quando essa assume forme vicine all’islam politico. La sinistra preferisce condizionare la solidarietà: imporre limiti, giudicare, ricattare:

“barattare il colonialismo francese con il «colonialismo» rosso o nasseriano gli sembra un’operazione infruttuosa, perché, come essi affermano, in quest’epoca di grandi blocchi si impone un allineamento e i loro consigli sono espliciti: bisogna scegliere il blocco occidentale. Questa sinistra non comunista di solito non si pronuncia quando noi cerchiamo di spiegarle che, per il momento, il problema del popolo algerino è anzitutto di liberarsi dal giogo colonialista francese. Rifiutando di mantenersi unicamente sul piano della decolonizzazione e della liberazione nazionale, la sinistra francese non comunista ci scongiura di abbinare i due sforzi: rifiutare il colonialismo francese e il comunismo sovietico neutrale.”

E ancora:

“Dobbiamo confessare che ci riesce insopportabile vedere dei francesi che credevamo amici comportarsi con noi come dei mercanti e compiere questa specie di odioso ricatto in cui la solidarietà vuole imporre fondamentali restrizioni ai nostri obiettivi.”

E allora.

Scrivo queste parole come augurio, affinché la sinistra nostrana si guardi allo specchio e riconosca il proprio atteggiamento coloniale e quindi razzista.
Che smetta di riabilitare il pensiero anticoloniale solo quando serve a ripulire la propria coscienza.

“Noi non vogliamo mettere sotto accusa i democratici francesi, ma attirare la loro attenzione su certi atteggiamenti che ci sembrano in contraddizione con i principi dell’anticolonialismo.” La critica non risiede quindi in un mero senso di frustrazione personale ma nell’auspicio che si possa guardare la situazione palestinese attraverso i principi dell’anticolonialismo.

Concludo riportando l’appello che FLN rivolse alla sinistra francese, come riflessione sul ruolo dell’intellettuale impegnato, militante alcuni forse direbbero organico nei progetti di liberazione nazionale dal colonialismo:

Il FLN si rivolge alla sinistra francese, ai democratici francesi e chiede loro di incoraggiare tutti gli scioperi intrapresi dal popolo francese contro l’aumento del costo della vita, le nuove imposte, le restrizioni delle libertà democratiche in Francia, conseguenze dirette della guerra in Algeria.

Il FLN chiede alla sinistra francese di rafforzare la sua azione di informazione, di seguitare a spiegare alle masse francesi le caratteristiche della lotta del popolo algerino, i principi che l’animano, gli obiettivi della Rivoluzione.

Il FLN rivolge un saluto ai francesi che hanno coraggiosamente rifiutato di prendere le armi contro il popolo algerino e sono ora in carcere.

Tali esempi devono moltiplicarsi perché sia chiaro a tutti, e in primo luogo al governo francese, che il popolo francese rifiuta questa guerra fatta in suo nome contro il diritto dei popoli, per mantenere l’oppressione, contro

L’avvento della libertà.

 

NOTE

[1] Fanon F. (1971) Opere Scelte. Decolonizzazione e Indipendenza. Violenza, spontaneità è un testo pubblicato in italiano nel 1971 curato da Giovanni Pirelli e pubblicato da Einaudi, una traduzione del testo originale uscito nel 1959 pubblicato da François Maspero editore. Il testo a cui faccio riferimento qui è tratto da vari articoli pubblicati sul «El Moudjahid» n. 13, 14 dicembre; n. 14, 15 dicembre; n. 15, 30 dicembre 1957. Ripubblicati in «Pour la Révolution africaine». Gli scritti di «El Moudjahid. Organe Central du Front de Libération

Nationale», non portavano mai firme, essendo, o volendo essere espressione di elaborazione collegiale. Dopo la morte di Fanon, per iniziativa dell’editore Maspero e con la collaborazione di Josie Fanon e di alcuni ex redattori del giornale, furono identificati (non senza incertezze e pareri discordi) quegli articoli la cui stesura era attribuibile a Fanon. Essi furono pubblicati nella IV sezione di Pour la Révolution africaine.

[2] con “sinistra” intendo sia gli ambienti della sinistra istituzionale sia quelli di “movimento”, dai collettivi agli spazi sociali che spesso sono stati i protagonisti di questo atteggiamento censorio.

da qui

venerdì 26 settembre 2025

La critica va fatta a tempo, scrive il saggio cinese



bisogna disfarsi del brutto vizio di criticare dopo, continua Mao Tse Tung (sembra che parli di chi, solo adesso, dopo il genocidio a Gaza, dice che Israele ha un pochino esagerato)

di Francesco Masala

C’era una volta un popolo eletto, non si sa bene da chi. Chi legge Mauro Biglino (1) sa che nella Bibbia non si parla mai di dio, ma di un altro soggetto (Elohim), amante del Potere, dei Sacrifici animali (e umani), e del Genocidio.

 

Anche i paesi occidentali si sono eletti da loro stessi (si credono superiori, ed è conseguente che gli altri popoli sono inferiori, “esportavano” la civiltà, adesso esportano la democrazia) hanno ucciso, a partire dalla “scoperta” dell’America, decine o addirittura centinaia di milioni di esseri umani in tutto il mondo, portando la (loro) civiltà, fatta di genocidi, stragi, guerre, razzismo, sfruttamento, fra l’altro. I popoli dell’America, dell’Asia, dell’Africa sono stati invasi, sterminati, colonizzati, violentati, rapinati (2).

 

dio ci salvi dai popoli eletti!

 

Il governo italiano (e molti governi europei) ha creato il reato di antifascismo (3) e quello di palestinismo (4), senza mai fare ammenda delle immani tragedie causate dal fascismo a cui s’ispirano (5 e 6).

 

Forse non tutti sanno che i bersaglieri del Regno di Sardegna nel 1855 combatterono in Crimea (7) e che l’Italia, dal 1902 al 1943 ebbe in concessione un pezzo di Cina (7).

 

Il premier Merz, senza smentita di Meloni, (quella che piange perchè la Samud Flotilla è un complotto contro di lei), dice che Israele fa il lavoro sporco per noi (8). La strana coppia Merz-Meloni vorrà fare la guerra alla Russia, ancora più che adesso. Forse non sanno, magari a scuola in storia sono arrivati al 1938, che i loro predecessori, chiamati Führer e Duce, dopo la guerra intrapresa (e persa) contro l’Urss, hanno fatto una gran brutta fine. Della loro personale fine non ci interessa molto, il dramma è che trascinano i popoli nella miseria.

 

Alla fine, sotto la spinta dei propri popoli, molti stati europei hanno riconosciuto (o stanno per farlo) lo stato palestinese, naturalmente dovranno essere i paesi imperialisti e colonialisti e genocidi a decidere chi governerà la Palestina, e sottointeso, ma non troppo, Hamas deve sparire. Se qualcuno si è distratto in questi anni può capire come mai Hamas no e Isis sì, basta vedere come il capo dell’Isis in Siria, Al Golani, sia osannato dall’Occidente all’ONU, e non solo. È che l’Isis (Daesh) è sempre stato agli ordini dell’Occidente, una creatura degli Usa. Anche Hamas era al soldo di Israele, ma forse (9) qualcosa è andato storto (oppure no, dipende dai punti di vista).

 

A proposito di ONU, il coraggio dell’ONU sarebbe quello di dire (sarebbe bello se lo facesse un paese dei Brics), a prescindere dai paesi occidentali, che i confini di Israele sono quelli definiti dall’ONU nel 1948, , tutto il resto va restituito alla Palestina, che fonderà il proprio stato. Tutti i territori occupati da Israele vanno liberati, subito, sul modello della Libia che ha espulso gli italiani e dell’Algeria che ha espulso i francesi.

 

https://www.maurobiglino.com/perche-la-bibbia-non-parla-di-dio/

https://www.youtube.com/watch?v=nBohmulHYMA

https://markx7.blogspot.com/2022/07/exterminate-all-brutes-raoul-peck.html

https://www.lettera43.it/scala-loggionista-viva-italia-antifascista-identificato-digos-marco-vizzardelli/

https://www.pressenza.com/it/2025/09/arrestate-attiviste-di-ultima-generazione-in-sciopero-della-fame-per-gaza/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/16/foglio-di-via-agli-attivisti-puniti-per-aver-protestato-contro-i-militari-israeliani-in-sardegna-la-denuncia-di-avs/8128678/

https://www.labottegadelbarbieri.org/le-atrocita-di-mussolini-i-crimini-di-guerra-rimossi-dellitalia-fascista-michael-palumbo/

https://www.labottegadelbarbieri.org/debre-libanos-lo-sgozzatore-degli-etiopi-e/

https://www.labottegadelbarbieri.org/il-monumento-al-boia-graziani-e-ancora-li/

https://www.historiaregni.it/cavour-spiega-lintervento-in-crimea/

https://societageografica.net/wp/2020/09/16/storie-coloniali-la-concessione-italiana-di-tientsin/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/18/merz-iran-israele-lavoro-sporco-aggressore-aggredito/8031107/

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-7_ottobre_2023_un_soldato_israeliano_rivela_uno_strano_ordine_per_annullare_le_pattuglie_di_confine_di_gaza/45289_62263/

sabato 2 agosto 2025

Integrazione, valori europei e altre battute razziste - Sarah Babiker

 

Dall’11 al 14 luglio 2025 a Torre Pacheco, un comune di quarantamila abitanti (un terzo dei quali migranti) di una regione rurale nel sudest della Spagna, centinaia di militanti di estrema destra hanno organizzato decine di azioni violente contro i migranti maghrebini. Il pretesto è stata l’aggressione a un pensionato attribuita a dei giovani di origine straniera. In questo articolo Sarah Babiker racconta come il potere sia riuscito a capitalizzare ovunque con successo le migrazioni affinché le persone non pensino all’espropriazione che subiscono a causa del capitalismo ma pensino invece alla minaccia astratta alla loro sicurezza rappresentata da chi cerca un sostentamento. Ricorda, inoltre, l’ipocrisia di chi parla di valori europei dimenticando il colonialismo, e spiega perché è sbagliato insistere, quando si parla di criminalità, sul fatto che ci sia una maggioranza di migranti “integrati”. “Predicatori d’odio, delinquenti e rappresentanti della civiltà occidentale sono tutti concordi – scrive Sarah Babiker – nella loro profonda preoccupazione per l’eredità. L’eredità cristiana, l’eredità liberale, l’eredità illuminista: ognuna può chiamarla con il suo nome, ma nessuno le dà direttamente il suo vero nome: il privilegio ereditato di basare la prosperità di pochi sullo sfruttamento di milioni di persone fuori e dentro l’Europa, senza che nessuno ne sottolinei l’ingiustizia e la natura coloniale. L’eredità dell’espropriazione delle classi lavoratrici, dell’estrattivismo dei popoli del Sud, dell’appropriazione del lavoro non retribuito delle donne…”

 

Negli ultimi giorni, orde di uomini violenti si sono recate a Torre Pacheco per ricordare a migliaia di persone – che vivono, lavorano, crescono i propri figli e, quando possono, festeggiano lì – che le loro vite sono in realtà una farsa, che non appartengono a quel posto. Questi crociati a buon mercato terrorizzano i vicini, ottenendo finalmente ciò che desideravano: dimostrare il loro potere seminando paura, perseguitando finalmente coloro che hanno preso di mira come nemici per anni. Sono riusciti a passare dall’aggressione verbale, dalla solitudine di internet, ad attacchi veri e propri, accompagnati da persone che li odiano proprio come loro. Sentono che il loro momento è adesso.

Non è una distopia; è la stessa marea che trabocca di tanto in tanto, non appena si presenta una scusa: i predicatori d’odio (molti dei quali con stipendi pubblici) normalizzano il quadro, collegando migrazione e criminalità e alzando il livello di fascismo del discorso. Non mancano microfoni davanti ai quali parlare di deportare milioni di persone come “soluzione” per salvare la società spagnola, dove cementano i confini simbolici tra “loro” e “noi”. Abbondano le tribune da cui riferirsi ad altri esseri umani come “peste”. Mentre il linguaggio della pulizia etnica è coniugato nell’agenda pubblica, i nazisti alimentano la loro rabbia sui social media, scatenano il loro desiderio di fare del male e conferiscono al loro patetico razzismo da troll di internet una patina epica: “Li riuniremo ad Allah”, dicono, permeati da una missione.

Mentre la giustizia sociale e i diritti umani vengono messi in discussione come aspirazioni legittime attorno alle quali organizzarsi, discorsi che giustificano lo sfruttamento e la disuguaglianza emergono sulla scena in modo complementare. È così che prende forma il consenso sul fatto che alcune vite valgano meno di altre. Il capitalismo razziale si basa su questo, ma sempre meno persone lo nascondono. Mentre le élite accumulano più che mai, ignorando ampi settori della popolazione che affermano di difendere, finanziano portavoce che convincono gli indigeni perdenti di essere superiori, di meritare di più, perché discendenti da una stirpe occidentale minacciata non dall’avidità insaziabile di pochi, ma da coloro che sono stati vittime di espropriazione prima di loro. Il potere ha capitalizzato con successo sulla migrazione: la sua forza lavoro viene sfruttata al massimo per rimpinguare le tasche del capitale, la sua alterità viene sfruttata affinché le persone non pensino all’espropriazione che subiscono a causa di questo regime di avidità, ma piuttosto alla minaccia astratta che le persone in cerca di un sostentamento rappresentano per la loro sicurezza.

Disumanizzati, i migranti fungono anche da ariete politico da scagliare contro l’opposizione: il sistema bipartitico viene accusato di “averli portati qui”, come se non avessero le proprie ragioni per decidere di venire, la propria capacità di agire per prendere la decisione di migrare nonostante tutti gli ostacoli che negano loro il diritto di movimento. Vox e l’estrema destra vengono accusati di alimentare l’odio, come se il sistema bipartitico non avesse aperto la strada alla disumanizzazione affrontando la migrazione da una prospettiva utilitaristica e permettendo al linguaggio della gestione dei flussi di prevalere su quello dei diritti delle persone.

Nello scambio di accuse tra i ranghi più fascisti e quelli più moderati del potere, emergono contraddizioni: la soluzione magica (o definitiva?) di espellere le persone si scontra con l’esigenza capitalista di sfruttarle. Trump si è trovato di fronte a questo paradosso quando i suoi ampi piani di deportazione si sono scontrati con gli interessi degli imprenditori che non vogliono perdere i lavoratori di cui hanno bisogno per continuare ad accumulare ricchezza. Da grande soluzionista qual è, Trump ha difeso la seguente formula: lavoratori migranti dipendenti dai loro datori di lavoro, senza accesso alla cittadinanza. Lavoratori senza diritti, dipendenti da chi li sfrutta e perseguitati con retate casuali non appena lasciano il lavoro. Suona familiare.

Abbiamo un termine che non passa mai di moda per riferirci a questo: “schiavitù”. E Trump è un classico. È forse a questo che si riferiscono i suoi alleati in Europa quando rivendicano con tanta enfasi l’eredità greca? Una società di uomini liberi e schiavi? È possibile che stiano difendendo quell’istituzione così funzionale all’ordine e all’accumulazione: far lavorare masse di persone in cambio del minimo indispensabile per vivere, senza diritti? Questa violenza, a volte sponsorizzata dallo Stato – per mano dell’ICE o di Frontex – a volte da questo tipo di milizia fascista, non è forse una forma di disciplina affinché “gli altri” capiscano che non vi apparterranno mai? Perché “noi” crediamo alla finzione che vengano difesi, mentre l’espropriazione continua?

I noiosi campioni dell’Occidente

Funzionali ai fascisti urlanti sono i discorsi di quegli “intellettuali” tranquilli che insistono sulla necessità di preservare la “civiltà occidentale” o i “valori europei”, come se potessero essere igienicamente separati dalla materialità della storia occidentale o europea, segnata dal colonialismo basato sullo sterminio e l’espropriazione. Come se non vedessimo il presente occidentale ed europeo sui nostri televisori sponsorizzare il genocidio a Gaza e giustificare la morte di migliaia di persone mentre si dirigono verso i confini… È orribile sentire persone note per la loro cultura e rispettabilità sottolineare le grandi pietre miliari della tradizione europea ignorando tutte le altre tradizioni culturali del mondo.

In ogni società, è esistito e continua a esistere un conflitto tra chi difende la dignità di tutti e chi cerca di accumulare ricchezza e potere. Proprio come la schiavitù, la crudeltà o le ambizioni imperialistiche non sono un monopolio dell’Europa, non lo sono nemmeno le aspirazioni alla libertà e all’uguaglianza. La superiorità di una cultura può essere rivendicata solo – ed è ciò che fanno i noiosi della civiltà occidentale o dei valori europei – a partire da una fiera ignoranza delle culture altrui, ostentando un’intrinseca appartenenza coloniale che sa rapportarsi all’alterità solo attraverso la violenza, il paternalismo e l’estrattivismo.

Quando ci sarà un Trattato di Non Proliferazione dell’ipocrisia? I portavoce del mondo libero (sic) limitano la libertà di espressione dei propri cittadini, imprigionano i dissidenti e violano le proprie leggi. Chi elogia le virtù dei valori occidentali viola apertamente gli stessi diritti umani che orgogliosamente rivendica. È naturale che chi è disposto a difendere l’Occidente, a rischiare la vita per l’Europa, lo faccia sotto forma di un’incursione fascista, attaccando dalla sicurezza di essere più numeroso e più brutale. Chi si atteggia a persecutore del crimine lo fa attraverso il vandalismo. Afferma di voler creare spazi sicuri mentre instilla il terrore nelle strade. E così rappresenta fedelmente ciò che cerca di difendere: un sistema di espropriazione e accumulazione che, per perpetuarsi, richiede sempre maggiori disuguaglianze e violenza.

Integrarsi nella disuguaglianza è remissività

Mentre la destra lega migrazione e criminalità, voci benintenzionate a sinistra si preparano a contrastare questa narrazione. Le bufale vengono poste al centro della discussione, si cercano statistiche per ripulire la reputazione dei nostri “buoni” migranti e si tira un sospiro di sollievo collettivo quando si dimostra che un ladro, un aggressore o uno stupratore non ha cognomi stranieri. Entrare ripetutamente in questo gioco rende un pessimo servizio alla lotta al razzismo: ci saranno sempre migranti che commettono reati, poiché la criminalità si verifica in tutte le società e in tutti i gruppi. Dimostrare se chi proviene da fuori commette più o meno reati significa sottomettersi ai quadri imposti dalla destra e farlo alle condizioni da essa stabilite. Questo oscura la visione di altri fattori che possono influenzare queste statistiche: età, genere, status socioeconomico, stress o emarginazione, il razzismo istituzionale che invisibilmente sostiene l’azione della polizia o le decisioni giudiziarie. Se c’è una cosa a cui la criminalità è legata, è la disuguaglianza. Parlare della violenza che i migranti possono infliggere senza affrontare la violenza che subiscono quotidianamente è uno dei principali trucchi del discorso di destra.

D’altra parte, insistere, quando si parla di criminalità, sul fatto che ci sia una maggioranza di migranti integrati rafforza, anche se involontariamente, la logica del migrante buono contro il migrante cattivo, così funzionale al sistema. Lasciare aperte solo le vie della criminalità e dell’integrazione in un sistema di sfruttamento lascia poco spazio alla risposta e alla ribellione, in primo luogo di fronte alla violenza subita, e in secondo luogo di fronte alla mancanza di diritti. La semplice integrazione in un sistema che discrimina e sfrutta è mitezza. È la stessa pace e rispetto della legge che viene richiesta a chi sta in fondo, mentre ci viene rubato il diritto di abitare nelle nostre città, o diventiamo più poveri anno dopo anno mentre i ricchi si arricchiscono, spesso violando la legge e traendo profitto dalla violenza.

Lotta contro l’eredità

Predicatori d’odio, delinquenti e rappresentanti della civiltà occidentale sono tutti concordi nella loro profonda preoccupazione per l’eredità. L’eredità cristiana, l’eredità liberale, l’eredità illuminista: ognuna può chiamarla con il suo nome, ma nessuno le dà direttamente il suo vero nome: il privilegio ereditato di basare la prosperità di pochi sullo sfruttamento di milioni di persone fuori e dentro l’Europa, senza che nessuno ne sottolinei l’ingiustizia e la natura coloniale. L’eredità dell’espropriazione delle classi lavoratrici, dell’estrattivismo dei popoli del Sud, dell’appropriazione del lavoro non retribuito delle donne. Di fronte a questa eredità astratta che serve a giustificare la supremazia e la morte altrui, dobbiamo indicare ciò che in realtà cercano di proteggere sotto tanta retorica: la concentrazione della ricchezza nelle mani di sempre meno eredi, il mondo diviso tra sempre meno proprietari, l’avidità che penalizza anche quegli scagnozzi che, invece di ribellarsi a chi amareggia il loro presente e ne ipoteca il futuro, dispiegano tutta la loro forza ed energia politica per difendere gli interessi altrui. Ogni impero ha bisogno dei suoi battaglioni di imbecilli e mercenari.

La strategia dell’altra parte è ben congegnata e ha funzionato per secoli, ma è solo una parte della storia. L’altra parte, quella che risponde e la contesta senza mezzi termini, si sta facendo sentire sempre di più. È quell’eco internazionalista che si agita di fronte al genocidio in Palestina, è quella vertigine storica che riconosciamo nelle cacce all’uomo a Torre Pacheco o a Los Angeles. Che si sono verificate negli ultimi mesi e anni in Irlanda o nel Regno Unito, nelle isole greche o a El Ejido. È orribile, ma non è solo orribile; è anche il fondamento che attiva il diritto a resistere, a sfidare un’eredità razzista e coloniale che non vogliamo, a unirci attorno a qualcosa di molto più concreto del nostro amore per la frittata di patate o la siesta – se di questo si occupano le tanto decantate usanze spagnole – che è il diritto di tutti alla vita, alla libera circolazione e all’uguale accesso alle risorse che la terra ci offre, di fronte a quella spinta accumulatrice che oggi mostra il suo volto più suprematista.

da qui

lunedì 19 maggio 2025

Gaza: non è una guerra, è macelleria di esseri umani - Andrea Zhok

Mi ero ripromesso di tacere vista la conclamata sterilità del Logos in questa fase storica, ma faccio fatica a non dire una parola, per quanto logora e stantia rispetto a quanto accade in Palestina.

Io davvero non so come fanno a dormire la notte quelli che supportano e hanno supportato, giustificano e hanno giustificato negli ultimi diciassette mesi le operazioni dell’esercito israeliano nella striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Per me è proprio un enigma.

Nascondersi dietro alle psicopatie latenti di Nethanyahu non assolve nessuno. Non immaginate che quando, prima o poi Nethanyahu andrà in pensione sarà tutto a posto.

Non sarà mai più tutto a posto.

Che anche secondo le definizioni tecniche più esigenti quello in corso sia un genocidio può essere negato solo da chi non conosce l’uso delle parole. Ma in fin dei conti è irrilevante impiccarsi alle definizioni. Chiamatelo etnocidio, strage sistematica di civili, massacro su base quotidiana, fate voi.

Non è però una guerra.

Chiamarla guerra è proprio una schifosa menzogna.

Non c’è nessuna guerra quando da un lato, come si vede in centinaia di filmati, ci sono civili disarmati che camminano davanti ad un ospedale, o in una via diroccata alla ricerca di acqua o che pernottano in una tenda, e dall’altra ci sono missili di ultima generazione che piovono dal nulla e li fanno a brandelli.

Non è una guerra, è macelleria di esseri umani, è sterminio.

Non è una guerra quando blocchi gli approvvigionamenti di cibo, acqua e medicinali ad una popolazione civile assediata.

Non è guerra, è tortura con finalità genocidarie.

In molti ancora oggi hanno un soprassalto quando qualcuno fa un parallelismo tra le azioni genocidarie del NASDAP al potere in Germania e le azioni odierne dell’esercito israeliano.

Ora, è vero che la storia non si ripete mai identica, dunque oggi non c’è tecnicamente alcun nazismo, né alcun fascismo, né ci sono gli Unni di Attila.

Però ci sono aspetti in comune evidenti.

Due aspetti in particolare.

Il primo è la venerazione unilaterale della vittoria e della violenza come espressione della forza che poi, imponendosi, diventerà legge, acquisirà legittimazione a posteriori. Quando Nethanyahu al Congresso USA dice con perentoria soddisfazione – tra scroscianti applausi – che “quando USA e Israele sono assieme succede solo una cosa: noi vinciamo, loro perdono!” egli sta incarnando l’essenza di questa concezione in cui la giustizia è nulla, la forza tutto.

E spiace molto dirlo, ma questa idea, mentre è letteralmente agli antipodi dalla tradizione culturale ebraica, che ha la subordinazione alla Legge come elemento centrale, è perfettamente in linea con la concezione di paganesimo nichilista e “nietzscheano” incarnato dalle camicie brune.

Il secondo aspetto è ciò che consente di esercitare queste forme di sopraffazione sanguinaria, di sterminio di innocenti. senza battere ciglio. E l’unica cosa che lo consente è una concezione che colloca sé stessi, antropologicamente, in una posizione superiore e incommensurabile con quella delle vittime.

E questa concezione ha un solo nome: razzismo.

Si può discutere e si è discusso a lungo se, o in che misura, quanto subito dal popolo ebraico nella Germania degli anni ’30 e fino al 1945 fornisse una peculiare legittimazione morale alla fondazione di uno stato indipendente in terra di Palestina.

Ma qualunque fosse eventualmente stata quella legittimazione morale, oggi e per sempre Israele l’ha perduta.

da qui