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mercoledì 8 novembre 2023

Miracolo Meloni: sulle pensioni peggio della Fornero - Paolo Andruccioli

 

La destra ha vinto le elezioni con la promessa di superare la legge Fornero. Invece già per il prossimo anno prende forma quella che è ribattezzata la Fornero-Salvini-Meloni: si allunga l’età pensionabile, penalizzate le donne, niente per i giovani e ci si accanisce contro i dipendenti pubblici. Ecco i calcoli.

I sindacati, in particolare la Cgil, parlano di “colpo di grazia alle speranze pensionistiche di migliaia di persone”. Sul sistema previdenziale pubblico si sta infatti abbattendo la mannaia di un governo che aveva conquistato Palazzo Chigi proprio sulla base delle promesse elettorali legate alle pensioni (oltre che sulle riforme istituzionali). Prima del voto che ha portato la destra a Palazzo Chigi si parlava, certo, di elezione diretta del Presidente della Repubblica (non del presidente del Consiglio). Ma il vero mantra, lo ricordano, era il superamento della legge Fornero che penalizza i lavoratori e le lavoratrici perché manda tutti in pensione troppo tardi, anche in relazione al resto dell’Europa. E invece assistiamo al rovesciamento dello schema. Già dalla legge di Bilancio per il prossimo anno prende forma quella che è stata ribattezzata la Fornero-Salvini-Meloni; si allunga l’età pensionabile, non ci sono risorse per le pensioni dei giovani (altro che pensione di garanzia!), si penalizzano le donne e ci si accanisce contro i dipendenti pubblici, medici compresi, introducendo la modifica delle aliquote di rendimento. Gli eroi della pandemia sono serviti con il taglio delle loro future pensioni. Ma cerchiamo di analizzare per punti l’ennesima controriforma delle pensioni.

Sempre più tardi, il traguardo si allontana

La famosa “Quota 103”, cioè in pensione con 62 anni di età e 41 di contributi, subisce un ricalcolo col sistema contributivo che può portare a un taglio dell’assegno del 20%. Intanto cambia anche lo schema delle uscite: le finestre aumentano di altri 4 mesi per i privati e 3 mesi per i pubblici. Per quanto riguarda la pensione di vecchiaia anticipata, la legge di bilancio per il 2024, contrariamente a quanto era stato previsto nel 2019, quando si era congelato fino al 31 dicembre 2026 l’adeguamento dei requisiti per la pensione di vecchiaia anticipati fissati dalla riforma Fornero in 42 anni e 10 mesi per gli uomini (un anno in meno per le donne), non elimina definitivamente tale adeguamento e anticipa di due anni, al 2025, l’adeguamento alla speranza di vita per chi va in pensione a prescindere dall’età una volta raggiunti i 42 anni e 10 mesi di contribuzione (41 e 10 le donne). Secondo quando calcolano gli esperti (Alberto Brambilla, per esempio) la pensione anticipata si potrebbe ottenere con oltre 43 anni di contribuzione con il paradosso che a 67 anni di età e con solo 20 anni di contribuzione si potrà accedere alla pensione, mentre con oltre il doppio (42 anni) non si potrà accedere alla prestazione pensionistica.

Insetticida sull’Ape sociale

Era uno dei fiori all’occhiello di chi diceva di difendere il diritto alla pensione. Ora viene innalzato il requisito di età che passa da 63 anni a 63 anni e 5 mesi e soprattutto vengono esclusi tutti quelli che sono nati dopo il primo agosto 1961. Secondo le nuove regole meloniane possono accedere all’Ape sociale: i lavoratori disoccupati con almeno 63 anni e 5 mesi di età e 30 anni di contribuzione a seguito di cessazione del rapporto di lavoro per licenziamento, anche collettivo, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale o dipendenti di aziende con tavolo di crisi aperto presso il ministero e che hanno esaurito i periodi di disoccupazione, tipo Naspi; le persone con 63 anni di età e 30 anni di contribuzione, con disabilità pari o oltre il 74% e riconosciuti invalidi civili; i lavoratori con 63 anni di età e 30 anni di contribuzione che assistono da almeno 6 mesi persone disabili conviventi, con disabilità grave in base alla legge 104 del 1992, siano di primo o secondo grado di parentela (solo per over 70); i lavoratori dipendenti che svolgono mansioni cosiddette “gravose” con almeno 63 anni di età e 36 anni di contribuzione e che al momento della domanda di accesso all’Ape sociale abbiano svolto una o più delle professioni a rischio per almeno sei anni negli ultimi sette oppure per almeno sette anni negli ultimi dieci; non c’è stato quindi il preannunciato ampliamento delle categorie di lavoratori gravosi riconosciute dalla legge n. 234/2021. E che era stato oggetto di tante battaglie dei sindacati confederali e di quelli dei pensionati. 

Tanto per completare l’opera il governo, per il 2024, introduce la previsione di incumulabilità totale della prestazione con i redditi di lavoro dipendente o autonomo. L’assegno è sempre calcolato col sistema misto, ma con le limitazioni dell’importo massimo a 1.500 euro lorde mensili, senza tredicesima e senza gli adeguamenti dovuti all’inflazione fino al raggiungimento della pensione di vecchiaia a 67 anni.

Addio Opzione donna

Il governo della prima donna sulla poltrona di Palazzo Chigi penalizza le donne. Non si tratta solo del caso scandaloso e incomprensibile della “tassa sui pannolini”. Per le pensioni una delle novità più irritanti riguarda l’innalzamento dei requisiti (35 anni di contributi e 61 anni di età al 31 dicembre 2023) e solo per le donne caregiver, invalide dal 74%, licenziate o dipendenti da aziende con un tavolo di crisi aperto per poter accedere a Opzione donna, una misura che viene ora praticamente azzerata. Introdotta nel 2004, la norma prevedeva la possibilità di pensionamento anticipato per le lavoratrici con 35 anni di contributi e 58 anni di età (59 per le autonome), ma già con la legge per il 2023 è stata già resa più restrittiva. Il prossimo anno le cose peggioreranno; nel 2024 potranno accedere solo le seguenti categorie di lavoratrici: licenziate o dipendenti in aziende con tavolo di crisi aperto presso il ministero; donne con disabilità pari o oltre il 74% con accertamento dello stato di invalido civile; donne che assistono da almeno 6 mesi persone disabili conviventi, con disabilità grave in base alla legge 104 del 1992, di primo o secondo grado di parentela. Il requisito anagrafico, rispetto al 2023, passa da 60 a 61 anni d’età, sempre con 35 anni di contribuzione e si riduce di un anno per ogni figlio nel limite massimo di due anni (a 61 anni e non più 60 senza figli; 60 anni anziché 59 con un figlio e 59 anni anziché 58, con due o più figli). Il calcolo della pensione rimane interamente con il metodo contributivo con una riduzione, a 61 anni di età, di circa il 18/20%.

I requisiti per andare in pensione? Sempre peggio

Visto che i primi pensionati contributivi (senza più la parte di retributivo) arriveranno a regime tra il 2030/32, la legge di Bilancio ha modificato i requisiti di accesso alla pensione di vecchiaia anticipata; dal 2024 vi potranno accedere solo se l’importo dell’assegno sarà pari almeno a 3 volte il valore dell’assegno sociale, tranne nei casi di donne con figli, che vedranno scendere il tetto a 2,8 volte la pensione sociale con un figlio e 2,6 volte in presenza di più figli. Gli esperti spiegano che l’assegno non potrà eccedere le 5 volte il minimo Inps (cioè, circa 2.840 euro lordi al mese) sino al raggiungimento dei 67 anni (cioè l’età di vecchiaia). Da notare che la vituperata legge Fornero questi limiti neppure li aveva previsti. Quindi anche in questo caso assistiamo ad un peggioramento. Meloni peggio della Fornero, con buona pace di un Matteo Salvini che ha dismesso da tempo i panni del Savonarola.

Quella finestra è troppo mobile

Un altro peggioramento riguarda il fatto che viene prevista una “finestra mobile” di tre mesi dalla maturazione dei requisiti, cosa che non era prevista dalla legge Fornero. Infine il requisito contributivo di 20 anni dovrà essere adeguato alla speranza di vita calcolata dall’Istat; la legge Fornero prevedeva l’adeguamento solo per il requisito anagrafico. Invece la legge di bilancio Meloni-Giorgetti elimina il limite di 1,5 volte l’assegno sociale per l’accesso alla pensione di vecchiaia a 67 anni con almeno 20 anni di contributi mentre restano i requisiti di accesso alla vecchiaia con 71 anni d’età e almeno 5 anni di contributi a prescindere dell’importo del trattamento che comunque non beneficia di alcuna integrazione.

Tagliate anche le pensioni in essere

Smentendo tutte le promesse, il governo non prevede nessun intervento per la piena indicizzazione delle pensioni. Viene infatti confermato il taglio previsto lo scorso anno oltre 4 volte il trattamento minimo. Si punta poi a costituire una commissione che possa rivedere l’inflazione attraverso l’utilizzo del deflatore del Pil, sentito il Cnel. Per finanziare l’aumento delle pensioni basse e parte della decontribuzione il cui costo stimato per il 2024 è di circa 15 miliardi, la legge di bilancio modifica quella dello scorso anno inasprendo ulteriormente le penalizzazioni sulla rivalutazione delle pensioni. La norma scritta dal ministro Giorgetti prevede che la rivalutazione si applichi al valore più basso sull’intero importo.

Accanimento terapeutico contro i pubblici 

Alla fine di questa carrellata, la ciliegina sulla torta. Dal primo gennaio 2024 verranno riviste le aliquote di rendimento per la quota pensione retributiva per chi lavora negli enti locali, per chi è iscritto nella cassa sanitari, alla cassa degli ufficiali giudiziari e insegnanti delle scuole dell’infanzia o parificate. Si tagliano dunque le pensioni dei pubblici dipendenti. “L’esecutivo con la prossima legge di bilancio riuscirà a peggiorare la Legge Monti-Fornero e a sottrarre dalle tasche dei dipendenti pubblici – futuri pensionati – migliaia di euro”, hanno denunciato con una nota congiunta Cgil, Fp e Flc, le due categorie della Funzione pubblica e della scuola.

Secondo alcuni calcoli le prestazioni relative alle contribuzioni versate prima del 1996 si ridurranno sensibilmente perché verrebbero ridotte le aliquote di rendimento sostituendole con le aliquote in vigore per i lavoratori dipendenti privati (2% circa per ogni anno lavorato); ciò comporterebbe una riduzione elevata delle rendite pensionistiche. Secondo i calcoli della Cgil si tratta di oltre 4.320 euro l’anno nel caso di una retribuzione lorda di 30 mila euro a quasi 7.390 euro per chi ha uno stipendio lordo di 50 mila euro con una perdita stimabile tra il 5% e il 25% dell’assegno pensionistico annuale, da moltiplicare per l’aspettativa di vita media. Il provvedimento riguarderebbe circa 700 mila lavoratori pubblici di cui circa 3.800 medici. 

Chi ci rimetterà di più?

I giornali e i siti specializzati si stanno sbizzarrendo in calcoli e previsioni. Secondo uno schema proposto da Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, con una inflazione 2022 pari all’8,1% e inflazione 2023 al 5,8% per un totale semplice del 13,9%, un pensionato con prestazione pari a 10 volte il minimo (5.637 euro lordi, circa 3.890 euro netti), dopo aver pagato ogni mese per 13 mensilità oltre 25 mila euro di tasse, si troverà la sua pensione rivalutata solo del 22% (il 3,058% anziché il 13,9%) con una perdita di potere reale d’acquisto in 2 anni del 10,8%; anziché essere rivalutata del 13,9% (783,5 euro) sarà rivalutata del 3,058% (172,4 euro) con una perdita annua di 611,1 euro per 13 mensilità = 7.944,3 euro; se il pensionato vivrà 10 anni e l’inflazione fosse per il decennio del 2%, la perdita sarà di oltre 100 mila euro. Ma tutti questi lavoratori o ex lavoratori chi avevano votato? E perché?

da qui

venerdì 14 aprile 2023

Pensioni e migrazioni: questioni di doppio standard antropologico - comidad

 

Ci avevano venduto il 41bis raccontandoci che serviva a tenere a bada quelli che sciolgono i bambini nell’acido. Ora, grazie al caso di Alfredo Cospito, scopriamo che il 41bis serve ad impedire la diffusione di opinioni anti-establishment. I mafiosi invece rispettano le gerarchie antropologiche, sanno pentirsi all’occorrenza e, quando vanno a confessarsi da Giletti, sanno pure comportarsi. In fondo “mafia” e “Stato”, legalità o illegalità, sono soltanto nomi o slogan per i creduloni; mentre ciò che conta veramente è (come si dice oggi) il “doppio standard” nelle relazioni umane, ovvero inchinarsi ai ricchi e potenti, compiacerli, assisterli e vezzeggiarli; e invece dare sempre addosso ai deboli, con lo spot più adatto all’occorrenza, perché quando controlli gli organi di comunicazione, nessuno ti può smentire.

Le pensioni rappresentano un fondamentale ammortizzatore non solo sul piano sociale ma anche economico, in quanto contrastano le cadute della domanda e i rischi di spirale recessiva.

Se esistesse davvero quella cosa detta “Stato”, essa si guarderebbe bene dal destabilizzare un equilibratore così efficace; tanto più che, nell’epoca dei “quantitative easing” e delle iniezioni di liquidità nella finanza, è ben strano fare questioni per qualche zero-virgola nei bilanci previdenziali. Invece, proprio quello che, secondo la fiaba, sarebbe lo Stato per antonomasia, la Francia, fa di tutto per scardinare il sistema pensionistico. All’ultimo grande sciopero in Francia, il 7 marzo scorso, hanno partecipato un milione trecentomila lavoratori, secondo stime del governo francese, e tre milioni e mezzo secondo la CGT. Al di là delle cifre, si è trattato di una dimostrazione di forza notevole, che ha bloccato un Paese di sessantacinque milioni di persone: ferrovie, ospedali, trasporti urbani, raccolta rifiuti, scuole. La spinta dei lavoratori ha quasi travolto anche la CGT e la sinistra di Mélenchon, costrette a inseguire. Persino il conciliante e codino sindacato CFDT, ha deciso di partecipare per non restare isolato. Lo scontro con il governo è arrivato al suo apice, dopo mesi di confronto duro, ma che viene da lontano.

Nel 1995, sotto la presidenza di Chirac, il primo ministro Juppé aveva proposto una revisione del sistema pensionistico col pretesto di ridurne un presunto deficit. Dopo tre settimane di scioperi e manifestazioni, Juppé aveva dovuto rinunciare. In seguito anche il conservatore Sarkozy nel 2010 ed il socialista Hollande nel 2013, ci avevano provato, ma con risultati deludenti. Macron (che tutti chiamano pleonasticamente “il presidente dei ricchi”) ha deciso di impegnarsi dove gli altri avevano fallito, e ha incontrato subito una risposta decisa: allo sciopero del dicembre 2019 partecipavano un milione e mezzo di lavoratori (fu definito allora il più grande sciopero da una generazione).

In Francia il sistema sanitario e quello pensionistico sono regolamentati dal dopoguerra secondo una “solidarietà fra generazioni”. I contributi prevedono di solito una quota del 55% a carico dei datori di lavoro e del 45% dei lavoratori. Questo sistema ha garantito ai lavoratori la possibilità di andare in pensione ad un’età ragionevole, cosa che ha mantenuto alti i livelli di produttività ed ha anche alleggerito il sistema sanitario dagli eccessi di morbilità ed infortuni dovuti allo stress lavorativo per gli ultrasessantenni. Macron ha cercato, senza mai riuscirci, di utilizzare la vecchia tecnica del dividere i lavoratori del settore pubblico da quelli del privato, sostenendo di voler eliminare i “privilegi ingiusti” di alcune categorie di lavoratori.

In realtà, se da un lato il sistema previdenziale francese consente un’uscita in tempi più ragionevoli, dall’altro gli stipendi di intere categorie sono rimasti fermi o hanno perso valore, ciò in quanto i vantaggi pensionistici erano considerati una compensazione. Visto che il progetto Macron prevede un appiattimento verso il basso delle pensioni per milioni di lavoratori, e i vantaggi persi non saranno ricompensati da stipendi più alti o da uscite anticipate, si comprende la reazione. Basti pensare che un lavoratore delle ferrovie potrebbe, con la riforma, andare in pensione dieci anni più tardi.

Già nel 2020, con mobilitazioni operaie considerevoli ma meno estese, Macron era convinto che fosse arrivato il suo “momento Thatcher”, la versione francese dello sciopero dei minatori britannici del 1984-85 quando la Thatcher rifiutò di trattare per fermare le proteste. Ma l’ottimismo di Macron era prematuro; la resistenza degli scioperanti continua. Macron persiste ad attaccare il sistema sanitario e quello pensionistico del settore pubblico. Lo farà senz’altro per riconoscenza verso i settori finanziari ai quali deve il suo successo. Ma, secondo molti analisti, anche Macron sta lavorando alla sua pensione: sembra infatti che, come prevede il sistema delle porte girevoli tra carriere pubbliche e private, BlackRock abbia in serbo per lui una poltrona ben pagata per i suoi servigi.

Il fatto che la riforma delle pensioni proposta dal governo francese sia stata definita la “riforma delle pensioni di BlackRock”, sembra avere qualche fondamento. La multinazionale finanziaria di Larry Fink è la principale azionista di quasi tutte le multinazionali francesi, ed è considerata l’incarnazione del “capitalismo predatorio”, come se potesse mai esistere un capitalismo onesto. Lo stesso Macron proviene dagli ambienti delle banche di investimento, ed è visto dai soliti malpensanti come il manutengolo dell’alta finanza. Larry Fink ha incontrato diverse volte Macron (in incontri per la difesa dell’ambiente, mica per altro), mostrando un altruistico interesse per la politica del governo francese sulle pensioni. Lo smantellamento del sistema previdenziale francese sarebbe per Larry Fink l’occasione per dimostrare quanto è filantropo, riconvertendo il diseducativo assistenzialismo per poveri in un più etico assistenzialismo per ricchi. E, come temono i lavoratori francesi, i fondi-pensione gestiti dalle grandi multinazionali del credito andrebbero a sostituire il sistema previdenziale pubblico, come è successo negli USA. L’ingenuo si aspetterebbe che le autorità di controllo tenessero BlackRock sotto tiro per evitare che abusi della condizione di debolezza degli investitori costretti a ricorrere ai fondi-pensione. Invece è proprio il contrario, per cui il controllore del mercato azionario di New York si preoccupa del fatto che BlackRock non stia più investendo abbastanza in titoli “verdi”, cioè nella bolla finanziaria dei cosiddetti ESG. Ci si lamenta perché BlackRock non sta truffando abbastanza i piccoli investitori, mica per il fatto che i titoli ESG promuovono tecnologie ed aziende che non c’entrano nulla con la protezione dell’ambiente; tantomeno per il fatto che certe bolle finanziarie create sul nulla produttivo lasceranno i piccoli investitori col culo per terra. Come si è visto anche nel caso della Silicon Valley Bank, può bastare una stretta creditizia per scoprire il bluff; salvo poi presentare il conto ai piccoli investitori ed ai contribuenti poveri. Al gioco delle bolle “green” partecipano ovviamente anche i finti ambientalisti, secondo i quali l’unico inquinamento sarebbe quello da CO2.

Se ci si fa caso, si tratta dello stesso tipo di pantomima del finto controllo messa su dalla Procura di Bergamo, la quale non incrimina Fontana, Conte e Speranza per aver impedito la cura dei malati di una polmonite con le terapie sperimentate efficacemente da svariati decenni, bensì per non aver anticipato di qualche giorno la farsa criminale del lockdown a vantaggio dei profitti di Amazon e consimili. Blaise Pascal già notava che la legge vale per chi la subisce ma non per chi la gestisce, perciò lo Stato di Diritto te lo sogni. Purtroppo anche come semplice centro di comando lo Stato si rivela evanescente, un caos di amministrazioni inconcludenti che sono facile preda delle lobby d’affari; ciò non per un metafisico determinismo materialistico, ma solo perché il denaro è un movente univoco, che non dubita mai di se stesso e può utilizzare qualsiasi ideale a scopo promozionale. Allora tanto vale che a capo del sedicente Stato ci sia direttamente un lobbista come Macron.

Purtroppo per Macron, la gerarchia può comportare anche qualche umiliazione quando si incontrano i superiori di rango. Il primo ministro inglese Rishi Sunak, di origini afro/indù, è arrivato ai vertici prima del partito conservatore e poi del governo britannico. Niente hanno potuto le sue origini non troppo “british” contro i suoi agganci affaristici. Gli anglosassoni sanno premiare il “merito”: già direttore della società di investimenti “Catamaran Ventures”, ha accumulato, insieme con la moglie ereditiera, un patrimonio di circa settecento trenta milioni di sterline, liretta più liretta meno. Quale migliore referenza come garanzia del buon governo? E poi la moglie di Sunak mica è una “moglie di Soumahoro” qualsiasi, da sbertucciare per qualche ritardo nei pagamenti. La moglie di Sunak infatti ha investito in attività filantropiche, come il microcredito alle donne artigiane e piccole imprenditrici del settore tessile. Dopo circa tre anni in cui si sono fatte una concorrenza furiosa per sottostare alle condizioni vessatorie degli appalti imposti dalle multinazionali, le povere donne indiane sono fallite, ritrovandosi anche indebitate.

Nel suo recente incontro con il suo omologo Macron (guarda caso anche lui proveniente dalle banche d'investimento), Sunak ha affrontato il tema dell’immigrazione, quadruplicata negli ultimi tempi in UK, in gran parte proprio a causa di quel microcredito che devasta l’economia dei Paesi in “via di sviluppo” e costringe molti alla migrazione a causa dei debiti. Il legame causale tra microfinanza e migrazione è un dato ormai accertato a livello empirico, ma ciò non significa affatto smetterla di far soldi con i prestiti ai migranti e con le provvigioni sulle loro rimesse, ma soltanto che bisogna fare la faccia feroce con loro affidando ai subalterni il lavoro sporco.

Insomma, Sunak ha detto chiaro e tondo che la Francia deve fare di più per bloccare gli immigrati clandestini che attraversano la Manica. Qualche giorno fa, il ministro degli Interni francese Gerard Darmanin, sosteneva che l’Italia doveva fare di più per bloccare ed accogliere gli immigrati clandestini. Seguendo l’ordine gerarchico, la Meloni è fermamente intenzionata a chiedere alla Grecia e alla Turchia di fare di più per bloccare gli immigrati. Grecia e Turchia dovrebbero a loro volta rivolgersi alla Siria e all’Afghanistan e così via. Ma la Meloni probabilmente rimarrà delusa e dovrà subire qualche mandata a quel paese. Sono passati i bei tempi della psicopandemia, nei quali l’oligarchia dell’Italietta ascendeva di rango internazionale, dimostrando al mondo intero di essere la prima della classe nella capacità di ridurre il proprio popolo ad una cavia. Sunak ha parecchio da insegnare alla Meloni, infatti ha messo su una legge sull’immigrazione che tratta da clandestini tutti coloro che arrivano in modo irregolare, e li sottopone a fermo giudiziario per poi rispedirli verso uno Stato “sicuro” (?). Lo Stato sicuro in questione, nel quale deportare gli immigrati, è il Ruanda, che ha ricevuto finanziamenti per i campi di concentramento da allestire in loco. L’idea sembra demenziale quanto quella dei blocchi navali, ma non bisogna mai sottovalutare l’idiozia e la crudeltà di questi personaggi. Piantedosi e la Meloni non vogliono essere da meno, infatti dichiarano che daranno la caccia agli “scafisti” per appioppargli trenta anni di galera. In realtà gli “scafisti” non esistono e i barconi vengono affidati a migranti istruiti alla meglio. L’importante è non fare mai cenno alle leve finanziarie della migrazione, e continuare a far finta che i migranti lascino i loro Paesi di propria iniziativa.

da qui

martedì 28 marzo 2023

Pensioni e migrazioni: questioni di doppio standard antropologico - comidad

 

Ci avevano venduto il 41bis raccontandoci che serviva a tenere a bada quelli che sciolgono i bambini nell’acido. Ora, grazie al caso di Alfredo Cospito, scopriamo che il 41bis serve ad impedire la diffusione di opinioni anti-establishment. I mafiosi invece rispettano le gerarchie antropologiche, sanno pentirsi all’occorrenza e, quando vanno a confessarsi da Giletti, sanno pure comportarsi. In fondo “mafia” e “Stato”, legalità o illegalità, sono soltanto nomi o slogan per i creduloni; mentre ciò che conta veramente è (come si dice oggi) il “doppio standard” nelle relazioni umane, ovvero inchinarsi ai ricchi e potenti, compiacerli, assisterli e vezzeggiarli; e invece dare sempre addosso ai deboli, con lo spot più adatto all’occorrenza, perché quando controlli gli organi di comunicazione, nessuno ti può smentire.

Le pensioni rappresentano un fondamentale ammortizzatore non solo sul piano sociale ma anche economico, in quanto contrastano le cadute della domanda e i rischi di spirale recessiva.

Se esistesse davvero quella cosa detta “Stato”, essa si guarderebbe bene dal destabilizzare un equilibratore così efficace; tanto più che, nell’epoca dei “quantitative easing” e delle iniezioni di liquidità nella finanza, è ben strano fare questioni per qualche zero-virgola nei bilanci previdenziali. Invece, proprio quello che, secondo la fiaba, sarebbe lo Stato per antonomasia, la Francia, fa di tutto per scardinare il sistema pensionistico. All’ultimo grande sciopero in Francia, il 7 marzo scorso, hanno partecipato un milione trecentomila lavoratori, secondo stime del governo francese, e tre milioni e mezzo secondo la CGT. Al di là delle cifre, si è trattato di una dimostrazione di forza notevole, che ha bloccato un Paese di sessantacinque milioni di persone: ferrovie, ospedali, trasporti urbani, raccolta rifiuti, scuole. La spinta dei lavoratori ha quasi travolto anche la CGT e la sinistra di Mélenchon, costrette a inseguire. Persino il conciliante e codino sindacato CFDT, ha deciso di partecipare per non restare isolato. Lo scontro con il governo è arrivato al suo apice, dopo mesi di confronto duro, ma che viene da lontano.

Nel 1995, sotto la presidenza di Chirac, il primo ministro Juppé aveva proposto una revisione del sistema pensionistico col pretesto di ridurne un presunto deficit. Dopo tre settimane di scioperi e manifestazioni, Juppé aveva dovuto rinunciare. In seguito anche il conservatore Sarkozy nel 2010 ed il socialista Hollande nel 2013, ci avevano provato, ma con risultati deludenti. Macron (che tutti chiamano pleonasticamente “il presidente dei ricchi”) ha deciso di impegnarsi dove gli altri avevano fallito, e ha incontrato subito una risposta decisa: allo sciopero del dicembre 2019 partecipavano un milione e mezzo di lavoratori (fu definito allora il più grande sciopero da una generazione).

In Francia il sistema sanitario e quello pensionistico sono regolamentati dal dopoguerra secondo una “solidarietà fra generazioni”. I contributi prevedono di solito una quota del 55% a carico dei datori di lavoro e del 45% dei lavoratori. Questo sistema ha garantito ai lavoratori la possibilità di andare in pensione ad un’età ragionevole, cosa che ha mantenuto alti i livelli di produttività ed ha anche alleggerito il sistema sanitario dagli eccessi di morbilità ed infortuni dovuti allo stress lavorativo per gli ultrasessantenni. Macron ha cercato, senza mai riuscirci, di utilizzare la vecchia tecnica del dividere i lavoratori del settore pubblico da quelli del privato, sostenendo di voler eliminare i “privilegi ingiusti” di alcune categorie di lavoratori.

In realtà, se da un lato il sistema previdenziale francese consente un’uscita in tempi più ragionevoli, dall’altro gli stipendi di intere categorie sono rimasti fermi o hanno perso valore, ciò in quanto i vantaggi pensionistici erano considerati una compensazione. Visto che il progetto Macron prevede un appiattimento verso il basso delle pensioni per milioni di lavoratori, e i vantaggi persi non saranno ricompensati da stipendi più alti o da uscite anticipate, si comprende la reazione. Basti pensare che un lavoratore delle ferrovie potrebbe, con la riforma, andare in pensione dieci anni più tardi.

Già nel 2020, con mobilitazioni operaie considerevoli ma meno estese, Macron era convinto che fosse arrivato il suo “momento Thatcher”, la versione francese dello sciopero dei minatori britannici del 1984-85 quando la Thatcher rifiutò di trattare per fermare le proteste. Ma l’ottimismo di Macron era prematuro; la resistenza degli scioperanti continua. Macron persiste ad attaccare il sistema sanitario e quello pensionistico del settore pubblico. Lo farà senz’altro per riconoscenza verso i settori finanziari ai quali deve il suo successo. Ma, secondo molti analisti, anche Macron sta lavorando alla sua pensione: sembra infatti che, come prevede il sistema delle porte girevoli tra carriere pubbliche e private, BlackRock abbia in serbo per lui una poltrona ben pagata per i suoi servigi.

Il fatto che la riforma delle pensioni proposta dal governo francese sia stata definita la “riforma delle pensioni di BlackRock”, sembra avere qualche fondamento. La multinazionale finanziaria di Larry Fink è la principale azionista di quasi tutte le multinazionali francesi, ed è considerata l’incarnazione del “capitalismo predatorio”, come se potesse mai esistere un capitalismo onesto. Lo stesso Macron proviene dagli ambienti delle banche di investimento, ed è visto dai soliti malpensanti come il manutengolo dell’alta finanza. Larry Fink ha incontrato diverse volte Macron (in incontri per la difesa dell’ambiente, mica per altro), mostrando un altruistico interesse per la politica del governo francese sulle pensioni. Lo smantellamento del sistema previdenziale francese sarebbe per Larry Fink l’occasione per dimostrare quanto è filantropo, riconvertendo il diseducativo assistenzialismo per poveri in un più etico assistenzialismo per ricchi. E, come temono i lavoratori francesi, i fondi-pensione gestiti dalle grandi multinazionali del credito andrebbero a sostituire il sistema previdenziale pubblico, come è successo negli USA. L’ingenuo si aspetterebbe che le autorità di controllo tenessero BlackRock sotto tiro per evitare che abusi della condizione di debolezza degli investitori costretti a ricorrere ai fondi-pensione. Invece è proprio il contrario, per cui il controllore del mercato azionario di New York si preoccupa del fatto che BlackRock non stia più investendo abbastanza in titoli “verdi”, cioè nella bolla finanziaria dei cosiddetti ESG. Ci si lamenta perché BlackRock non sta truffando abbastanza i piccoli investitori, mica per il fatto che i titoli ESG promuovono tecnologie ed aziende che non c’entrano nulla con la protezione dell’ambiente; tantomeno per il fatto che certe bolle finanziarie create sul nulla produttivo lasceranno i piccoli investitori col culo per terra. Come si è visto anche nel caso della Silicon Valley Bank, può bastare una stretta creditizia per scoprire il bluff; salvo poi presentare il conto ai piccoli investitori ed ai contribuenti poveri. Al gioco delle bolle “green” partecipano ovviamente anche i finti ambientalisti, secondo i quali l’unico inquinamento sarebbe quello da CO2.

Se ci si fa caso, si tratta dello stesso tipo di pantomima del finto controllo messa su dalla Procura di Bergamo, la quale non incrimina Fontana, Conte e Speranza per aver impedito la cura dei malati di una polmonite con le terapie sperimentate efficacemente da svariati decenni, bensì per non aver anticipato di qualche giorno la farsa criminale del lockdown a vantaggio dei profitti di Amazon e consimili. Blaise Pascal già notava che la legge vale per chi la subisce ma non per chi la gestisce, perciò lo Stato di Diritto te lo sogni. Purtroppo anche come semplice centro di comando lo Stato si rivela evanescente, un caos di amministrazioni inconcludenti che sono facile preda delle lobby d’affari; ciò non per un metafisico determinismo materialistico, ma solo perché il denaro è un movente univoco, che non dubita mai di se stesso e può utilizzare qualsiasi ideale a scopo promozionale. Allora tanto vale che a capo del sedicente Stato ci sia direttamente un lobbista come Macron.

Purtroppo per Macron, la gerarchia può comportare anche qualche umiliazione quando si incontrano i superiori di rango. Il primo ministro inglese Rishi Sunak, di origini afro/indù, è arrivato ai vertici prima del partito conservatore e poi del governo britannico. Niente hanno potuto le sue origini non troppo “british” contro i suoi agganci affaristici. Gli anglosassoni sanno premiare il “merito”: già direttore della società di investimenti “Catamaran Ventures”, ha accumulato, insieme con la moglie ereditiera, un patrimonio di circa settecento trenta milioni di sterline, liretta più liretta meno. Quale migliore referenza come garanzia del buon governo? E poi la moglie di Sunak mica è una “moglie di Soumahoro” qualsiasi, da sbertucciare per qualche ritardo nei pagamenti. La moglie di Sunak infatti ha investito in attività filantropiche, come il microcredito alle donne artigiane e piccole imprenditrici del settore tessile. Dopo circa tre anni in cui si sono fatte una concorrenza furiosa per sottostare alle condizioni vessatorie degli appalti imposti dalle multinazionali, le povere donne indiane sono fallite, ritrovandosi anche indebitate.

Nel suo recente incontro con il suo omologo Macron (guarda caso anche lui proveniente dalle banche d'investimento), Sunak ha affrontato il tema dell’immigrazione, quadruplicata negli ultimi tempi in UK, in gran parte proprio a causa di quel microcredito che devasta l’economia dei Paesi in “via di sviluppo” e costringe molti alla migrazione a causa dei debiti. Il legame causale tra microfinanza e migrazione è un dato ormai accertato a livello empirico, ma ciò non significa affatto smetterla di far soldi con i prestiti ai migranti e con le provvigioni sulle loro rimesse, ma soltanto che bisogna fare la faccia feroce con loro affidando ai subalterni il lavoro sporco.

Insomma, Sunak ha detto chiaro e tondo che la Francia deve fare di più per bloccare gli immigrati clandestini che attraversano la Manica. Qualche giorno fa, il ministro degli Interni francese Gerard Darmanin, sosteneva che l’Italia doveva fare di più per bloccare ed accogliere gli immigrati clandestini. Seguendo l’ordine gerarchico, la Meloni è fermamente intenzionata a chiedere alla Grecia e alla Turchia di fare di più per bloccare gli immigrati. Grecia e Turchia dovrebbero a loro volta rivolgersi alla Siria e all’Afghanistan e così via. Ma la Meloni probabilmente rimarrà delusa e dovrà subire qualche mandata a quel paese. Sono passati i bei tempi della psicopandemia, nei quali l’oligarchia dell’Italietta ascendeva di rango internazionale, dimostrando al mondo intero di essere la prima della classe nella capacità di ridurre il proprio popolo ad una cavia. Sunak ha parecchio da insegnare alla Meloni, infatti ha messo su una legge sull’immigrazione che tratta da clandestini tutti coloro che arrivano in modo irregolare, e li sottopone a fermo giudiziario per poi rispedirli verso uno Stato “sicuro” (?). Lo Stato sicuro in questione, nel quale deportare gli immigrati, è il Ruanda, che ha ricevuto finanziamenti per i campi di concentramento da allestire in loco. L’idea sembra demenziale quanto quella dei blocchi navali, ma non bisogna mai sottovalutare l’idiozia e la crudeltà di questi personaggi. Piantedosi e la Meloni non vogliono essere da meno, infatti dichiarano che daranno la caccia agli “scafisti” per appioppargli trenta anni di galera. In realtà gli “scafisti” non esistono e i barconi vengono affidati a migranti istruiti alla meglio. L’importante è non fare mai cenno alle leve finanziarie della migrazione, e continuare a far finta che i migranti lascino i loro Paesi di propria iniziativa.

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lunedì 8 novembre 2021

a proposito di pensioni

Pensioni, la riforma Fornero penalizza tutti - Felice Roberto Pizzuti

Nel dibattito sulle pensioni suscitato dalla proposta governativa inserita nella legge di bilancio ci sono due equivoci di fondo: il primo è che la normalità cui si dovrebbe tornare sarebbe l’assetto stabilito dalla riforma Fornero nel 2011; il secondo è che essa favorirebbe i giovani.

Nei dieci anni trascorsi, specialmente dopo la crisi pandemica, i fatti hanno mostrato chiaramente i danni creati dalla filosofia della “austerità espansiva” seguita dal governo Monti e dalla sua applicazione al sistema pensionistico. Prima ancora che la riforma Fornero venisse applicata, furono subito segnalate le sue incongruità anche tecniche che davano luogo a fenomeni economicamente e socialmente insostenibili come la creazione di una nuova penosa figura, quella degli “esodati”, cioè persone che improvvisamente venivano a trovarsi senza salario e senza pensione, un risultato decisamente estraneo ai compiti che dovrebbero essere svolti dalla previdenza sociale.

Naturalmente, bisognò correre subito ai ripari e si procedete alle cosiddette misure di salvaguardia; nel corso degli anni successivi ne sono state fatte nove, portando a circa 250.000 la platea dei lavoratori “salvaguardati” dalla “normalità” della legge Fornero. Questa, peraltro, era stata giustificata sostenendo pure che alzando l’età di pensionamento sarebbe aumentati gli attivi e gli occupati; ma mentre il primo effetto era statisticamente ovvio, il secondo era una colpevole illusione. Infatti l’occupazione non aumentò poiché proprio le politiche governative restrittive ostacolarono la crescita di un sistema già molto depresso. Quanto all’effetto sui giovani, trattenere forzosamente in attività chi stava per andare in pensione, inevitabilmente ridusse i posti disponibili per i nuovi ingressi nel mondo del lavoro; cosicché, oltre a penalizzare le aspirazioni comprensibili e complementari degli anziani e dei giovani, si ridusse il turnover e la sua normale spinta all’innovazione e alla dinamica della produttività. 

“Quota 100” è stato un altro tentativo di compensare i problemi generati dalla riforma Fornero, ma è stata una misura sopravalutata sia dai suoi sostenitori sia dai suoi detrattori. In una fase di grande precarietà economico-sociale, la sensibile riduzione di reddito che già si verifica nel passaggio dalla retribuzione alla pensione, accentuata dalla penalizzazione per l’anticipazione del pensionamento nel sistema contributivo, ha consentito solo ai lavoratori più benestanti, prevalentemente maschi, di usufruire di “Quota 100”. Questa, dunque, da un lato, si è rivelata una misura inadeguata e discriminante rispetto all’obiettivo, d’altro lato, è stata meno costosa di quanto temuto. Ma se oggi, alla prevista scadenza del triennio di applicazione di “Quota 100”, l’intervento del Governo si riduce alla sua progressiva eliminazione tramite “quote” intermedie (102, 103, …) per tornare alla legge Fornero, non solo non si realizza il bene dei giovani falsamente decantato, ma si continuano ad ignorare i problemi strutturali sempre più urgenti del nostro sistema previdenziale e dei suoi effetti negativi sui complessivi equilibri economico-sociali.

Da anni, nel Rapporto sullo stato sociale redatto in Sapienza viene richiamata l’attenzione sulla “bomba sociale” in arrivo: quasi il 60% di quanti hanno iniziato a lavorare a metà degli anni ’90, a causa dei salari bassi e instabili finora avuti, permanendo gli assetti del sistema previdenziale e del mercato del lavoro, matureranno una pensione inferiore alla soglia di povertà. Alle stesse generazioni che nell’età attiva stanno subendo le conseguenze di politiche economico-sociali controproducenti che alimentano la precarietà di vita, pregiudicando perfino la loro possibilità di fare figli, si sta prospettando una anzianità con condizioni di vita ancora peggiori.

Preoccuparsi per i giovani (e non solo) significa offrirgli una maggiore stabilità, che sarebbe favorita non solo da maggiori e migliori opportunità di lavoro e di realizzazione oggi, ma anche da prospettive di sicurezza per  il domani, tenendo in conto che le prime e le seconde interagiscono tra di loro. Assicurare ai giovani d’oggi una anzianità almeno decente, mettendola a riparo dall’automatica riproposizione delle precarietà lavorative attuali e riducendo l’ansia che induce risparmi eccessivi, stimolerebbe comportamenti più favorevoli alla crescita del reddito (attuale e futuro) da cui poter attingere anche il finanziamento delle pensioni (attuali e future). 

Il sistema pensionistico richiede interventi più significativi e innovativi rispetto alla logica dell’austerità che ha dominato negli ultimi decenni. Occorre riconoscere una contribuzione figurativa ai lavoratori involontariamente disoccupati per ridurre strutturalmente le conseguenze negative sulle loro pensioni derivanti dalla attuale precarietà del modo del lavoro; ciò, peraltro, non graverebbe sul bilancio pubblico attuale e offrirebbe le maggiori certezze favorevoli alla crescita e ai bilanci pubblici anche futuri. E’ utile e giusto dare a ciascun lavoratore elasticità di scelta dell’età di pensionamento (e della prestazione maturata) in un arco temporale variabile anche in relazione alle mansioni svolte; questo grado di libertà (peraltro inizialmente previsto nella riforma del 1995) nel sistema contributivo non avrebbe effetti sul bilancio previdenziale di medio periodo (un anticipo del pensionamento e un maggior numero atteso di annualità delle prestazioni ricevute sarebbe compensato dall’adeguamento attuariale del loro valore unitario); anche questa misura contribuirebbe a favorire le sicurezze personali e, quindi, gli equilibri economici.

Il sistema produttivo e quello previdenziale sono strettamente collegati; il superamento della visione macroeconomica rigorista imposto dal suo fallimento richiede che si proceda in modo corrispondente anche nel sistema pensionistico. Ecco perché è necessario smetterla con i rattoppi di una riforma tecnicamente sbagliata inserita dieci anni fa in un disegno di politica economico-sociale dimostratosi disastroso che, per di più, alimenta immotivate e pericolose contrapposizioni generazionali a danno della coesione sociale che ricordano i capponi di Renzo.

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Vi piace l'Unione europea? Vi piace il PNRR? Beccatevi la riforma delle pensioni - Thomas Fazi

 

In questi giorni molti - sindacati in primis - si stanno scandalizzando per la riforma delle pensioni di Draghi che innalza ulteriormente l'età pensionabile, con l'obiettivo ultimo di farci sgobbare tutti per un salario da fame finché non crepiamo.

Ci fa piacere vedere che i sindacati e tanti sinceri progressisti, mentre combattono il ritorno del fascismo, annuncino di voler dare battaglia anche su questioni che riguardano effettivamente la vita e la morte dei lavoratori.

Lascia un po' interdetti, semmai, la reazione sorpresa di molti. Così come il fatto che molti di quelli che oggi cascano dalle nuvole e annunciano barricate sono gli stessi - a partire dai sindacati confederali - che da un anno a questa parte profetizzano le sorti magnifiche e progressive del PNRR e dei «fiumi di soldi in arrivo dall'Europa» come «occasione storica per l'Italia».

Peccato che è lo stesso PNRR stilato dal governo - che, sospetto, nessuno dei suoi cantori abbia effettivamente letto - a ricordarci, a pagina 25, che l'erogazione dei fondi europei è soggetta alle Raccomandazioni specifiche per paese (country-specific recommendations) della Commissione europea, che abbracciano praticamente ogni aspetto della politica economica dei paesi membri: politica fiscale, mercato del lavoro, welfare, pensioni ecc.

Ed è sempre il PNRR a ricordarci che tra le ultime Raccomandazioni [leggi diktat] della Commissione europea all'Italia - la cui implementazione è vincolante per avere accesso ai fondi - spicca proprio quella di «attuare pienamente le passate riforme pensionistiche», ossia la Legge Fornero, «al fine di ridurre il peso delle pensioni nella spesa pubblica».

Che dire? Vi piace l'Unione europea? Vi piace il PNRR? Bene, adesso lavorate finché non crepate. Perché è questo che ci chiede (ordina) l'Europa. D'altronde, quando l'Europa chiede (ordina), il sincero progressista ubbidisce. 

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Pensioni: il lavoro infame di CgilCislUil - Sergio Scorza

Per quanto riguarda le pensioni l’impegno del governo e ritornare in pieno al sistema contributivo”. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Mario Draghi, nel corso della conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri che ha approvato la legge di bilancio.

E come al solito, su un tema delicato qual’è quello delle pensioni perché va ad incidere sulle condizioni di vita di decine di milioni di persone, assistiamo, per l’ennesima volta, alle indecenti sceneggiate delle tre maggiori confederazioni sindacali.

Si, perché, a proposito delle manovre in corso, in questi giorni, sulle pensioni, andrebbe ricordato ai più giovani che l’idea di cambiare il metodo di calcolo da “retributivo” a “contributivo” con la legge Dini del 1995, in vigore dal 1° gennaio 1996, fu dei proprio dei sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil.

Una legge che segnò la fine del sistema previdenziale italiano solidale che garantiva pensioni dignitose a tutti. Basti dire che la proposta di Berlusconi di 2 anni prima che prevedeva “soltanto” di diminuire il coefficiente di ogni anno di anzianità, era, senza alcun dubbio, migliore.

Il calcolo contributivo, infatti, non si basa sugli ultimi stipendi o sulla media delle retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Un calcolo che penalizza fortemente le categorie più povere, non prevedendo più nessun meccanismo solidaristico di compensazione. Di fatto, una poderosa spinta alla privatizzazione di tutto il sistema previdenziale pubblico che viene così trasformato progressivamente in ente che elargisce solo sussidi caritatevoli per i più poveri.

E quale fu il movente? Semplice: con l’entrata in vigore della riforma Dini (legge 335/1995) furono introdotti i fondi pensione cogestiti da assicurazioni e sindacati con la previsione di consigli di amministrazione “chiusi”, ovvero con dentro i sindacalisti (i così detti “enti bilaterali“, ovvero, organismi paritetici costituiti da associazioni padronali e sindacati dei lavoratori).

Sul punto Cgil Cisl e Uil non hanno mica cambiato idea e lo hanno chiaramente ribadito in questi giorni come da dichiarazioni riportate dal quotidiano il manifesto del 28 ottobre 2021(nel riquadro).

Sappiano, dunque, chi devono ringraziare i lavoratori più giovani (tirati in ballo continuamente solo per aizzarli contro i più anziani) i quali, alla fine della loro infinita vita lavorativa (di mezzo tanti lavori a termine), percepiranno importi pensionistici da fame proprio grazie a quella riforma.

Una norma sciagurata che introdusse il famigerato “calcolo contributivo” proprio per ridurre drasticamente gli importi e spingere così i lavoratori a devolvere la propria indennità di fine rapporto in favore di una pensione integrativa privata.

Da allora, le sedi sindacali si sono trasformate, infatti, in dependance di alcuni grandi gruppi assicurativi ed i funzionari sindacali in veri e propri brokers sempre a caccia di nuovi clienti.

 

Ma la cosa ancora più ignobile è che la svendita del sistema pensionistico pubblico del nostro paese fu ripagata ai traditori con una legge del 1996 che consente ancora oggi ai dirigenti sindacali italiani apicali di andare in pensione con il calcolo retributivo migliore del mondo: quello che consente di calcolare la pensione sull’ultimo mese di retribuzione percepito.

Ecco come si spiega, a titolo esemplificativo, una pensione stratosferica come quella dell’ex segretario della CISL Bonanni che ammonta a 336mila euro l’anno, ovvero, la stessa cifra che percepisce il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, o, per restare in Europa, il doppio esatto dello stipendio annuale del presidente francese Emmanuel Macron.

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