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domenica 15 febbraio 2026

Bilinguismo e pensiero - Giorgio Agamben

Noi viviamo nella nostra lingua come dei ciechi che
camminano sull’orlo di un abisso… la lingua è gravida
di catastrofi e verrà il giorno in cui essa si rivolterà
contro coloro che la parlano.
G. Scholem

Tutti i popoli della terra stanno oggi sospesi sull’abisso della loro lingua. Alcuni stanno sprofondando, altri sono già quasi sommersi e, credendo di usare la lingua, ne sono invece senza accorgersene usati. Così gli ebrei, che hanno trasformato la loro lingua sacra in una lingua strumentale d’uso, sono come larve negli inferi che devono bere il sangue per poter parlare. Finché era confinata nella sfera separata del culto, essa forniva loro un luogo sottratto alla logica delle necessità economiche, tecniche e politiche, con le quali si misuravano nelle lingue che prendevano in prestito dai popoli presso i quali vivevano. Anche ai cristiani il latino ha offerto a lungo uno spazio in cui la parola non era soltanto uno strumento di informazione e di comunicazione, in cui si poteva pregare e non scambiarsi messaggi. Il bilinguismo poteva anche essere interno alla lingua, come nella Grecia classica, in cui la lingua di Omero – la lingua della poesia – trasmetteva un patrimonio etico che poteva in qualche modo orientare i comportamenti di coloro che parlavano ogni giorno dialetti diversi e mutevoli.
Il fatto è che il nostro modo di pensare è più o meno inconsapevolmente determinato dalla struttura del linguaggio in cui crediamo di esprimerlo. In questo senso – come Pasolini non si stancava di ripetere, ma come Dante aveva già pienamente intuito, distinguendo il volgare dalla lingua grammaticale che apprendiamo studiando – una qualche forma di bilinguismo è necessaria per garantire la libertà degli individui di fronte agli automatismi e alle costrizioni che il monolinguismo, cristallizzato storicamente nella forma di una lingua nazionale, impone loro in misura crescente. In una tale lingua non si può pensare, perché manca quella distanza inesprimibile fra la cosa da esprimere e l’espressione che sola può garantire un libero spazio al soggetto pensante. Il pensiero è questo scarto e questa interna sconnessione, che interrompe il flusso inarrestabile del linguaggio e la sua pretesa autosufficienza. Esso è una cesura nel senso che questo termine ha nella metrica della poesia: un’interruzione che, sospendendo il ritmo delle rappresentazioni linguistiche, lascia apparire la lingua stessa.
Quel che oggi sta avvenendo è che gli uomini, interamente asserviti a un linguaggio che credono di dominare, sono diventati a tal punto incapaci di pensare, che preferiscono delegare il pensiero a una macchina linguistica esterna, la cosiddetta intelligenza artificiale. Se, come gli ebrei secondo Scholem, tutti i popoli camminano oggi ciecamente sull’abisso di una lingua e di una ragione che hanno per così dire abbandonate a se stesse, ciò implica che la lingua da cui essi si sono ritirati come soggetti coscienti si vendicherà prima o poi portandoli alla rovina. Affidandosi a una lingua che è insieme strumento e padrone e di cui hanno perduto ogni consapevolezza, essi non odono il lamento, l’accusa e la minaccia che essa, mentre li conduce allo sfacelo, non cessa di rivolgergli.

da qui

giovedì 25 dicembre 2025

Contro il colonialismo della lingua - Ngũgĩ wa Thiong’o

 

Dalla pubblicazione del mio libro Decolonizzare la mente nel 1986, ho visto crescere l’interesse globale per i temi della decolonizzazione e i rapporti di forza tra le lingue. Nel 2018, questi stessi temi mi hanno portato a Limerick, nella provincia irlandese del Munster, per una conferenza dedicata ai 125 anni della Lega gaelica (Conradh na Gaeilge).

Obiettivo della lega era la rivitalizzazione del gaelico (o irlandese), lingua che nel suo stesso paese era stato relegato a un ruolo secondario rispetto all’inglese. Nonostante i numerosi sforzi, anche del governo, il gaelico rimane subordinato: oggi la maggior parte degli irlandesi usa l’inglese. Alcuni tra i più celebri autori irlandesi, come W.B. Yeats e James Joyce, scrivevano in inglese. Non riesco a immaginare un dipartimento di letteratura inglese, ovunque nel mondo, perfino nel Regno Unito, che non includa corsi su questi autori irlandesi. Sono ormai considerati tra i maggiori esponenti del canone britannico.

Lo squilibrio tra le due lingue non c’è da sempre. I primi coloni inglesi in Irlanda, soprattutto nel Munster, gravitarono verso l’irlandese perché, a quanto risulta, tra il tredicesimo e il sedicesimo secolo era la lingua più usata negli studi classici. Quei primi coloni furono naturalmente attratti da un idioma più vitale. La scelta aveva senso: l’irlandese era la lingua parlata dalle persone tra cui loro si erano sistemati.

Londra intervenne: a partire dallo statuto di Kilkenny del 1366, emanò diversi decreti per difendere l’inglese dall’avanzata sovversiva dell’irlandese, imponendo l’uso del primo e arrivando a criminalizzare il secondo. Tra le altre misure, lo statuto minacciava di confiscare le terre a chiunque usasse “l’irlandese, contro le ordinanze”. Queste politiche furono perfino giustificate sul piano letterario e filosofico dal poeta Edmund Spenser (1552-1599), autore della Regina delle fate e lui stesso colono nel Munster. Nel suo pamphlet A view of the present state of Ireland del 1596 sosteneva che lingua e attribuzione dei nomi fossero gli strumenti ideali per cancellare la memoria irlandese: “È sempre stata usanza del conquistatore disprezzare la lingua del conquistato e costringerlo con ogni mezzo a imparare la propria”.

La marginalizzazione dell’irlandese nella sua terra non fu un processo spontaneo, ma il risultato di scelte politiche e strategie educative. L’Irlanda è la prima colonia inglese, una sorta di laboratorio per quelle successive. Quanto valeva per l’Irlanda e per le colonie britanniche si è verificato anche in altri sistemi coloniali: spagnoli, francesi o portoghesi, fino all’occupazione giapponese della Corea tra il 1910 e il 1945. Ed è avvenuto in forme di colonialismo interno, come la soppressione norvegese del sami. L’eliminazione delle lingue dei dominati e la promozione della lingua del potere facevano parte integrante del sistema educativo che accompagnava la conquista.

La repressione linguistica non era un capriccio estetico. Spenser spiegava chiaramente che colonizzare la lingua e i nomi degli irlandesi li avrebbe privati della loro identità, indebolendo la resistenza e facilitando la conquista e la sottomissione. La dominazione linguistica è più economica ed efficace di quella militare: basta conquistare le menti delle élite, che poi diffonderanno la sottomissione tra la popolazione. Le élite diventano parte dell’esercito linguistico del conquistatore.

Per la sua centralità nella costruzione del Regno Unito moderno, l’India diventò, ancor più dell’Irlanda, un laboratorio sociale, i cui risultati furono poi esportati in altre colonie in Asia e in Africa. Thomas Babington Macaulay, membro del Consiglio supremo dell’India dal 1834 al 1838, contribuì a riformare il sistema educativo coloniale e a redigere il codice penale: due iniziative di grande impatto. Nel suo celebre Minute on indian education (Relazione sull’istruzione indiana) del 1835, propose di sostituire il sanscrito e il persiano con l’inglese come lingua dell’insegnamento, per formare una classe di “interpreti tra noi e le moltitudini che governiamo, una classe di persone indiane per sangue e colore, ma inglesi nei gusti, opinioni, morale e intelletto”.

Macaulay vedeva in questa nuova educazione linguistica il mezzo per instaurare “uno stato civilizzato in cui i valori e i riferimenti siano quelli britannici e in cui ciascuno, qualunque sia la sua origine, abbia un interesse e una parte”. Un secolo più tardi, le sue parole furono riprese nel Kenya coloniale dal governatore britannico Philip Mitchell, che impose il dominio dell’inglese nell’istruzione africana come crociata morale a supporto di quella armata contro l’Esercito della terra e della libertà keniano, il movimento di liberazione che i britannici chiamavano mau mau.

Nel 1879 il capitano Richard Henry Pratt fondò in Pennsylvania, a meno di venti miglia dalla sede del governo dello stato a Harrisburg, la famigerata Car­lisle indian industrial school, dove mise a punto una variante del metodo per i bambini nativi americani. Nel 1892 riassumeva così la filosofia della scuola: “Uccidere l’indiano in lui e salvare l’uomo”. Il suo programma seguiva lo stesso schema coloniale: sradicare alcuni dalla loro lingua madre, parlata dalla maggioranza del popolo, plasmarli nella lingua del conquistatore e poi usarli contro le masse governate.

Nel suo libro Come l’Europa ha sottosviluppato l’Africa, lo storico guyanese Walter Rodney cita Pierre Foncin, uno dei fondatori dell’Alliance française, istituzione creata appositamente nel 1883 per diffondere la lingua nazionale nelle colonie e all’estero, che fu chiarissimo: “È necessario unire le colonie alla metropoli in un solidissimo legame psicologico, immaginando il giorno in cui la loro emancipazione progressista si realizzerà nella forma di una federazione, com’è probabile. Cosicché diventino e rimangano francesi in lingua, pensiero e spirito”.

L’obiettivo era palese. Le politiche educative imperiali miravano a colonizzare le menti, a partire dalle élite dei colonizzati. Il successo di queste strategie è evidente. Una variante del caso irlandese – dove, anche dopo l’indipendenza, gli intellettuali parlano meglio la lingua del conquistatore che le lingue autoctone – si ritrova in qualsiasi contesto postcoloniale. In Africa, l’identità del continente viene descritta addirittura in termini di “eurofonia”: principalmente anglofona, francofona e lusofona.

L’istruzione deve trasmettere una conoscenza capace d’immaginare palazzi più inclusivi, dove il mio essere renda possibile il tuo, e il tuo il mio

Anche quando le élite sono nazionaliste e rivendicano l’indipendenza, spesso trovano più naturale esprimere indignazione e speranze nelle lingue del conquistatore. Il 90 per cento dei fondi dedicati all’insegnamento della lingua è speso per rafforzare le lingue imperiali. Eppure il 90 per cento della popolazione parla ancora lingue africane. Alcuni governi le considerano nemiche del progresso, convinti che quelle imperiali siano la porta d’accesso alla modernità globale.

In condizioni normali suonerebbe assurdo sentir dire che la letteratura francese può essere scritta solo in giapponese, o quella inglese in isizulu, o sentir domandare a uno scrittore francese che scrive in francese: “Perché in francese?”. O a un autore inglese che scrive in inglese: “Perché non in zulu?”. Eppure dagli scrittori africani e da quelli provenienti da paesi già colonizzati ci si aspetta questo.

Com’è nata questa assurdità? Non è che alcune lingue siano più “lingue” di altre. Anzi, conoscere più lingue di solito arricchisce chi le parla. Ma nei contesti coloniali, o in qualsiasi situazione di oppressione, non si è mai solo aggiunto una lingua a quelle già presenti. Per il conquistatore non bastava introdurre un nuovo idioma: le lingue imperiali dovevano crescere sulla tomba di quelle dei dominati. La morte delle lingue africane dava vita a quelle europee. Perché la lingua imperiale esistesse, quella del colonizzato doveva cessare di esistere.

Queste due condizioni non derivavano dalla natura delle lingue coinvolte, ma furono prodotte intenzionalmente dal modo in cui le lingue imperiali erano imposte. In Decolonizzare la mente ho raccontato delle punizioni corporali inflitte ai bambini africani sorpresi a parlare la loro lingua a scuola, costretti a portare al collo un cartello che ne proclamava la stupidità. In alcuni casi, il colpevole era costretto a ingoiare sporcizia, associando così le lingue africane alla criminalità, al dolore e all’immondizia.

E questo non succedeva solo in Africa.

Nel 2015, nella sua testimonianza davanti alla commissione di Waitangi sulle esperienze scola­stiche in Nuova Zelanda, il politico maori Dover Samuels ha raccontato una storia simile. Se eri sorpreso a parlare maori a scuola, ha detto, il maestro “ti trascinava davanti a tutta la classe e ti ordinava di piegarti. Ti piegavi e lui si metteva dietro per darti, come dicevano allora, ‘sei di quelle buone’. Molte volte non lasciava solo lividi sulle cosce, ma faceva uscire sangue”.

Tra il 1870 e il 1970, periodo noto come “il secolo brutale”, anche i sami in Norvegia subirono esperienze simili, con l’obiettivo di renderli fluenti in norvegese. La violenza contro le lingue native è una costante nella diffusione dell’inglese in Irlanda, Scozia e Galles. In Galles, chi parlava gallese a scuola veniva messo davanti alla classe con al collo un cartello con scritto “non in gallese”. La violenza era centrale per creare il vincolo psicologico di lingua, cultura e pensiero: colonie della mente. Ci si sarebbe aspettato che, dopo la liberazione e l’indipendenza, le nuove nazioni smantellassero almeno quello squilibrio di potere. Ma è proprio questo il potere delle colonie della mente: viene interiorizzata la negazione di sé come lente attraverso cui guardare il mondo.

È un caso classico di condizionamento, come si legge nei manuali di psicologia comportamentale. Il condizionamento è un sistema di ricompensa e punizione: punizione per i comportamenti indesiderati e ricompensa per quelli desiderati. Viene applicato, in vari gradi d’intensità, nell’educazione dei bambini o nell’addestramento degli animali. Il comportamento sgradito si associa alla punizione, quindi al dolore; quello gradito alla ricompensa, quindi al piacere. Il soggetto del condizionamento, bambino o animale, finisce per evitare automaticamente l’area del dolore, il comportamento proibito, e gravitare verso lo spazio del piacere, quello richiesto. Nell’apprendimento, si riceveva un elogio se si eccelleva nella lingua del conquistatore, ma vergogna e dolore se si pronunciava anche una sola parola nella propria lingua.

Il trauma subìto dalla prima generazione condizionata può trasmettersi come comportamento normale, che non richiede spiegazioni o giustificazioni; le generazioni successive potrebbero addirittura non capire perché associano il dolore alle lingue native e il piacere alle lingue e culture straniere. Le élite e i responsabili dell’istruzione nelle società già colonizzate danno per scontato che le lingue europee (imperiali) siano intrinsecamente globali e le più adatte a veicolare conoscenza e universalità. Questa convinzione può spiegare perché la criminalizzazione delle lingue africane continui ancora, amministrata e regolata da educatori africani che non colgono l’ironia di ciò che fanno: un africano che ne punisce un altro su ordine di un governo africano per aver parlato una lingua africana.

Il trauma generato inizialmente dal sistema scolastico coloniale viene così trasmesso, ereditato. L’anomalia si normalizza. La colonia della mente impedisce innovazioni educative significative, capaci di rafforzare l’identità nazionale. Il controllo del colonizzatore sul colonizzato è insito nella disuguaglianza del sistema educativo. L’istruzione può trasformarsi in un processo che oscura il processo cognitivo e la conoscenza stessa.

È importante distinguere tra istruzione e conoscenza. La conoscenza è un processo continuo, un arricchimento costante di ciò che già sappiamo, in un gioco dialettico tra influenza reciproca e illuminazione. Il processo cognitivo naturale parte dal noto e si dirige verso l’ignoto. Ogni nuovo passo rende parte dell’ignoto conoscibile e dunque accresce ciò che già si conosce. Il nuovo noto arricchisce il noto precedente e così via, in un cammino continuo di connessioni dialetticamente intrecciate. La conoscenza del mondo comincia da dove ci troviamo.

L’istruzione, invece, è un modo per condizionare le persone a vivere all’interno di una determinata società. Può prevedere un trasferimento di conoscenze, ma si tratta di conoscenze condizionate, plasmate dalla visione del mondo dell’educatore e del sistema educativo. Un’analisi attenta del processo coloniale come caso di rapporto tra dominanti e dominati, tra padrone e servo, può essere utile per ripensare a un’istruzione equilibrata e inclusiva. L’istruzione coloniale non è mai stata né equilibrata né inclusiva.

Il processo coloniale ha sempre impedito il normale processo cognitivo. L’Europa imperiale, con i suoi nomi, la sua geografia, la sua storia, il suo sapere, era il punto di partenza obbligato del percorso educativo del colonizzato. In breve, in ambito scolastico la colonizzazione si è sempre basata sulla negazione dello spazio colonizzato come punto di partenza. In campo linguistico, significava negare alle lingue native lo status di fonti di sapere o di strumenti per la ricerca intellettuale e artistica. La mancanza di radici nella propria cultura genera un senso d’incertezza permanente nei confronti del luogo in cui si vive, delle proprie capacità e perfino dei propri successi.

La decolonizzazione deve stare al centro di qualsiasi forma d’istruzione equilibrata e inclusiva. Sia gli ex colonizzatori sia gli ex colonizzati sono stati plasmati da un sistema che ha modellato il mondo negli ultimi quattrocento anni. La conoscenza comincia da dove siamo. Le nostre lingue sono fonti legittime di sapere. Tutti amiamo le stelle, ma non dobbiamo emigrare in Europa, fisicamente o metaforicamente, per raggiungerle.

Nel caso delle lingue, dobbiamo rifiutare l’idea diffusa che il problema, in un paese o nel mondo, sia la molteplicità di lingue, culture e perfino religioni. Il problema è nella loro relazione gerarchica. La mia lingua sta sopra la tua. La mia cultura è superiore alla tua. Oppure: la mia lingua è globale, la tua è locale, e per imparare la mia devi rinunciare alla tua. Pensare che il mio dio sia “più dio” del tuo è pura blasfemia. Questa visione porta alcuni a considerare la propria lingua intrinsecamente più “lingua” delle altre, rivendicando così un rango superiore in termini di sapere e di potere. È ciò che chiamo feudalesimo linguistico.

Tutte le lingue, grandi o piccole, hanno molto da offrire alla nostra comune umanità, se liberate dal feudalesimo linguistico. Le politiche educative dovrebbero fondarsi sul principio che tutte le lingue sono scrigni di storia, bellezza e possibilità. Hanno qualcosa da scambiarsi, se la loro relazione è quella di una rete basata sul dare e avere reciproco. Anche se una lingua diventa veicolo di comunicazione tra molte altre, non dovrebbe esserlo per una presunta superiorità nazionale o globale, ma solo per necessità. E in ogni caso non dovrebbe crescere sulla tomba delle altre lingue. Un’istruzione equilibrata e inclusiva richiede un nuovo slogan: rete, non gerarchia. Dobbiamo capire che tutte le lingue, grandi e piccole, condividono una lingua universale che si chiama traduzione.

L’istruzione non dovrebbe mai condurre all’auto-isolamento linguistico e culturale. Voglio connettermi al mondo, ma ciò non significa che debba negare la mia base di partenza. Voglio connettermi al mondo da dove mi trovo. Credo che lo scopo della scuola sia una conoscenza che dia forza, che riveli i nostri legami reali con il mondo, ma a partire dalla nostra base. Da lì esploriamo il mondo; dal mondo riportiamo ciò che arricchisce la nostra base. Questa, a mio avviso, è la vera sfida nell’organizzare e trasmettere la conoscenza in un sistema educativo inclusivo ed equilibrato. Dobbiamo respingere l’idea che lo splendore non sia tale se non nasce dalla miseria, che i palazzi non siano palazzi se non sono costruiti sulle prigioni, che i miei milioni non siano veri se non li ho strappati a un milione di poveri. Che per esistere io, gli altri debbano cessare di esistere. L’istruzione deve trasmettere una conoscenza capace d’immaginare palazzi più inclusivi, dove il mio essere renda possibile il tuo, e il tuo il mio.

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giovedì 20 novembre 2025

Le lingue africane come resistenza: Ngũgĩ wa Thiong’o e la decolonizzazione delle menti

di Gianfranco Belgrano

Per ricordare la figura di Ngugi wa Thiongo, gigante della letteratura africana scomparso mercoledì 28 maggio, pubblichiamo una nostra intervista realizzata nel 2015, ancora attuale dopo un decennio. Ngũgĩ wa Thiong’o punta l’attenzione sulla sfida alla colonizzazione culturale attraverso la lingua, esortando a riscoprire le lingue africane come strumenti di libertà. L’Africa, dice, deve contribuire al proprio futuro, non solo a quello dell’Occidente.

Sottrarsi alla potenza dei poteri forti, dei vecchi e nuovi colonialismi, anche attraverso la lingua, perché la libertà, la cultura e l’uguaglianza tra le culture passa anche dal suono delle lingue parlate dai popoli. È uno dei punti su cui si è soffermato Ngũgĩ wa Thiong’o, presentando a Roma l’edizione italiana del libro ‘Decolonizzare le menti’. Scrittore, drammaturgo e saggista keniano, Ngũgĩ è una delle figure intellettuali di maggiore rilievo non solo del continente africano, ma del panorama culturale mondiale.
A Roma (nel 2015, ndr), su invito della casa editrice Jaca Book – che ha finalmente curato l’edizione italiana di ‘Decolonizzare le menti’, a 30 anni dall’uscita di un libro comunque ancora attuale – e della Libreria Griot, Ngũgĩ ha sottolineato la bellezza delle lingue, “depositarie di cultura”. Una bellezza nella diversità, ma che nel tempo è stata messa in discussione con la forza: “In certi momenti della storia c’è chi ha sostenuto che alcuni suoni sono più suoni di altri, la loro lingua è più lingua di altri…Invece dobbiamo pensare alle nostre lingue non come gerarchie, ma come reti. E in una rete si dà e si riceve in maniera paritetica”.

Alcuni anni dopo l’indipendenza del Kenya, lei decise di non scrivere più in inglese ma di utilizzare per i suoi scritti la lingua kikuyu. Fu una scelta dall’importante valore culturale e politico, ma fu anche una scelta ostacolata dal potere. Perché questa scelta e quale è il bilancio dopo tanti anni?

Fu una scelta politica, una cosciente decisione politica. Per questa decisione nel 1977 fui imprigionato in un carcere di massima sicurezza in Kenya. Andai in carcere per il lavoro fatto in campo teatrale. In prigione comincia a riflettere seriamente sull’ineguale bilaciamento di poteri tra la lingua inglese e le lingue africane.

Sono molto felice di aver preso allora quella decisione anche se questo mi costrinse a vivere fuori dal Kenya, paese in cui però oggi posso tornare. Certo è una contraddizione il fatto di aver vissuto in ambienti in cui si parla inglese, a Londra prima e negli Stati Uniti negli ultimi 20 anni. Ma è una contraddizione che ho vissuto come un modo per raggiungere ancora meglio il Kenya, la mia casa, attraverso la lingua kikuyu.

Come giudica in questo senso la scelta di riconosce il kiswahili come lingua ufficiale da parte dei paesi membri della Comunità dell’Africa orientale?

È una lingua parlata in Tanzania, Kenya, Uganda ma anche in altre regioni dell’Africa centrale e australe. È a tutti gli effetti una lingua africana.

È passato ormai mezzo secolo dall’indipendenza dei paesi africani. Cosa è rimasto nell’ideale politico che animava il movimento che portò alla decolonizzazione e quali sono i sogni che sono stati invece traditi? L’Africa è il continente del futuro?

Mi sorprende che ora che ho quasi 78 anni i temi di cui 30 anni fa parlavo, scrivevo siano ancora presenti, contino ancora. E di fatto hanno dato vita a scritti di cui ho gli armadi pieni a casa. Io penso che l’Africa costruisce il futuro di tutti gli altri continenti e in modo particolare di quello che si chiama Occidente. Questo avviene fin dal XVII secolo e attraverso mezzi diversi: con il commercio dei corpi degli africani, cioè con il traffico degli schiavi; traffico ricco che ha assicurato pingui profitti a chi ci ha investito; traffico di corpi messi sopra a navi, trasportati per svolgere lavori di ogni genere con dei profitti per l’investitore anche del 600%. Attraverso le piantagioni, che erano una variazione sul tema della schiavitù che sono state quelle che hanno consentito l’accumulo di capitale perché hanno alimentato la produzione industriale europea, in modo particolare dell’Inghilterra. Tra le prime fabbriche ci sono stati cantieri navali dove venivano costruite quelle navi che poi venivano in Africa a caricare schiavi. E ancora nel XIX secolo attraverso le colonie. La colonializzazione divenne così importante per la struttura economica del mondo occidentale che a un certo punto anche l’Italia, fatta l’unità, si rese conto di ‘essere in ritardo’. Non avere colonie a un certo punto significava non contare nulla.

E oggi secondo lei qual è la situazione?

Ancora oggi l’Africa è il principale donatore di risorse all’Occidente. L’Europa ha dato agli africani gli accenti: sapete che c’è un’Africa francofona, un’Africa anglofona, un’Africa lusofona; l’Africa ha dato all’Europa l’accesso alle proprie risorse. Accenti contro accessi. Così c’è oggi un ceto medio, una borghesia africana occupata a specchiarsi e a perfezionare i propri accenti nelle lingue europee e che si studia il modo di cambiare colore di pelle e di consistenza dei capelli; mentre gli europei si occupano attivamente di perfezionare gli strumenti di accesso alle risorse del nostro continente. Così è andato per secoli e così va ancora. Dunque l’Africa, tutt’oggi, continua a contribuire al futuro di tutti quanti gli altri. Il più grande continente del mondo, ancora ricchissimo di risorse, dona ancora oggi le risorse per costruire il futuro del resto del mondo.
Una vera svolta per l’Africa sarebbe quella di contribuire al proprio futuro piuttosto che al futuro di altri e dell’Occidente in particolare. Penso che l’Africa deve cominciare a trattare meglio se stessa.

Parliamo di Kenya. Negli ultimi mesi e anni abbiamo visto fatti tragici e cruenti far circolare una certa immagine del Kenya.

In un posto in cui ci sono cristiani, musulmani e indù sarebbe molto poco divino avere persone che sostengono che il proprio dio è superiore agli altri. La religione non può essere la scusa per uccidere innocenti.

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mercoledì 5 gennaio 2022

Ma allora parlo arabo! - Federico Fioravanti

 

 

C’è prestito e prestito. Quelli linguistici non si restituiscono. Rimangono a chi li riceve. Tanto che spesso dimentichiamo anche da dove sono arrivati.

Sono molte le parole di origine araba che usiamo ogni giorno. A partire dal momento del risveglio mattutino. Si comincia con il caffé, in arabo “qahwa” che in turco diventa poi “qahvè” , con l’accento finale, come nella parola italiana. La moka, un caffè pregiato a grani piccoli e tondeggianti, del resto proveniva dalla città yemenita di Moca.
Anche la parola zucchero, “sukkar”, fece rapidamente fortuna: azucar in spagnolo, acucar in portoghese, sucre in francese, sugar in inglese e zucker in tedesco. Arabi, di conseguenza, anche termini come saccarina e saccarosio. E tante altre parole legate al cibo, alla tavola e all’alimentazione.

Un lungo elenco con qualche sorpresa. Da sciroppo che nasce da “scarab” o “scarub” a albicocche (al-barquq), carciofi (kharshuf), asparagi (aspanakh), zibibbo (zabib) e zafferano (za’faran). Oppure borraggine, ”abu-ʿaraq”, pianta sudorifera che significa “padre del sudore”.

Da “buṭareḫ” arriva l’antica “bottarega” o bottarga: caviale di uova di muggine pressate e seccate al sole.
La parola limone (limum) arrivò in Occidente all’epoca delle Crociate. E il termine arancia, che gli arabi chiamavano “na¯rangÍ” si ritrova nel dialetto veneziano con “naranza”. Dall’arabo “zahra” (fiore) e, in particolare dai dialetti dell’Africa settentrionale, viene invece la zagara, il “fiore d’arancio”. Sesamo nel mondo arabo si diceva “semsem” e mughetto “musk”. La provenienza del termine sorbetto è più controversa. Molti studiosi ritengono che l’antesignano del gelato derivi dalla parola araba “sherbeth” che significa “bevanda fresca”. Spinaci arriva da “isbaanaag”. E tamarindo sta per “dattero dell’India”. Sono di origine araba anche le parole marzapane, zibibbo, melanzana, carrubo, ribes (ribas) e addirittura sherry (xeres).


Per secoli, in tutto il Mediterraneo, la lingua degli imprenditori fu l’arabo. Le tante parole della navigazione e del commercio arrivano da quell’epoca di scambi e contaminazioni culturali. Dal 622 al 750 dopo Cristo nacque un impero che dall’India arrivava al Medio Oriente, attraversava l’Arabia e l’Africa settentrionale e toccava la penisola iberica fino a raggiungere i Pirenei. In Italia gli arabi tennero a lungo la Sicilia (827-1072) e crearono capisaldi dalla Puglia alla Liguria. Dalle Crociate al XIV secolo, sulla scie di guerre e commerci, l’Italia e l’Europa ereditarono una messe di nuove parole.

Già Eginardo, biografo di Carlo Magno, nella sua “Vita Caroli” usava il termine greco “amerâs” tratto dall’arabo “amir al-bahr”. L’ammiraglio indicava un governatore, un capo o un comandante. In Sicilia, alla corte dei Normanni la parola iniziò a designare il “principe del mare” o governatore della flotta e iniziò ad essere adottata dalle altre marine europee.
L’espressione araba “dâr-sinâ’a” fu tradotta prima con “casa del mestiere” e poi con “luogo di costruzioni navali” e venne declinata con nomi diversi nelle città di mare della penisola italiana: “arzanà” a Venezia diventò arsenale, a Genova darsena, a Ancona terzenale e a Pisa tersanaia.


C’era l’avaria (“ʿawr”) della nave e quella della merce (“awāriya”). Coprire le barche con la pece nella Genova del XII secolo si diceva calafatare, dal termine “ġalafa”. La sciabica (“šabaka”) era invece una imbarcazione da pesca dotata di rete a strascico.

Il libro dove si segnavano le merci in transito, in arabo “diwan(a)”, diventò dogana, l’ufficio deputato al controllo degli scambi.
Il percorso del termine facchino (“faqīh”) racconta un dramma sociale. All’inizio designava un intellettuale, un dotto o un giurista erudito. In particolare, la persona addetta a dirimere le questioni commerciali.

La parola in seguito fu usata per indicare il funzionario di alto livello che lavorava nei posti di frontiera. Ma nel XIV secolo, quando l’espansione economica araba entrò in crisi profonda, molti impiegati si trovarono senza un lavoro e furono costretti a reinventarsi un mestiere. Molti di loro diventarono piccoli commercianti di stoffe: giravano in modo incessante, da un mercato all’altro, con il loro carico di merce sulle spalle. Un testo latino medievale del XVI secolo trovato in Cadore e un documento veneziano risalente al 1458 indicavano ancora con questo nome, a distanza di secoli, chi trafficava di continuo con le merci. I colli diventarono via via più pesanti e chi li trasportava nei magazzini, negli alberghi o nelle stazioni fu indicato in modo sbrigativo e definitivo come un facchino.

Del resto pure il fardello, il peso che si porta sulle spalle, dal francese antico “fardel”, viene dall’arabo “farda” che ancora oggi indica il gravoso “carico del cammello”.

Dal mondo degli affari e degli scambi commerciali viene anche la parola ragazzo che arrivò in Italia attraverso la terminologia della dogana. Nella lingua araba “raqqas” indicava l’umile e prezioso lavoro del portalettere: un compito per cui era necessario correre e che quasi non prevedeva compenso. Adatto quindi ai giovani di buona volontà. Nel Magreb la parola significa messaggero.

Anche magazzino è una parola araba: viene da “makhāzin”, la forma plurale dei depositi, all’inizio del grano e poi di tanti altri prodotti. L’alloggiamento dei mercanti era il “funduq”, trasformato in fondaco. Le merci venivano acquistate anche grazie a dei mediatori, i sensali (“simsar”) e inventariate in modo ordinato sui “taqwîm”, in senso letterale “corretta disposizione”. I taccuini furono anche calendari o almanacchi (“al-manakh”) piccole e pratiche enciclopedie, affine ai lunari, dell’anno che stava per arrivare.


Poi i “Tacuina sanitatis in medicina”, manuali scritti e miniati di scienza medica, per più di un secolo, dalla metà del Trecento alla prima metà del Quattrocento, descrissero sotto forma di brevi precetti, le proprietà mediche di ortaggi, alberi da frutta, spezie e cibi. E parlarono di stagioni, eventi della natura e moti dell’animo, riportando in modo ordinato i loro effetti sul corpo umano.

L’anatomia fu studiata nei dettagli dai medici arabi. Grazie a loro chiamiamo trippa (da “tarb”) i depositi addominali di grasso e racchetta (“rāhat”) il termine anatomico che indica il palmo della mano. La safena, vena nascosta e profonda (“al-ṣāfin”) viene dal “Canone” del medico e filosofo Avicenna. Con “nuha”, nuca, i medici islamici definivano il midollo spinale.

Le repubbliche marinare diffusero molti altri termini del Levante islamico. Come “bazar”, il mercato per il quale non c’è bisogno di traduzione. Oppure carovane, “carwan”, le compagnie mercantili del mondo arabo. E usarono parole come tara (da “tarh”, detrazione) tariffa (“ta’rifa”, notizia pubblicata) o gabella, dall’arabo dialettale “gabēla” che servirà anche a definire il gabelliere, l’addetto alla riscossione dell’imposta.

Il luogo dove veniva coniata la moneta era la “sikka”, la zecca dei nostri giorni: “dār al-sikka” letteralmente era la “casa della moneta”. La parola zecchino designò a lungo una moneta aurea ideale: un ducato nuovo di zecca. I carati, le unità di misura di orefici e metallurgici, derivano invece dall’arabo “qīrāṭ” “ventiquattresima parte”, prestito a sua volta dal greco “kerátion”.



Strettamente arabi sono invece altri termini marinareschi come gomene (“ghumal)” o scirocco (“shurhùq”) il vento caldo proveniente da Sud-Est che prende il nome dalla Siria, regione di provenienza. Il libeccio che spira da sud ovest potrebbe venire dall’arabo “lebeǵ”, che deriva a sua volta dal greco “líps-libós”, che significa “vento portatore di pioggia” o da “libykós”, ossia “della Libia”. In Romagna, Veneto, Marche e Abruzzo viene abitualmente chiamato garbino: “gharbī” in arabo significa infatti “occidentale”.

A proposito di vento e di navi, il cassero di prua viene anche chiamato castello. Il termine, passato poi alla terraferma, si riconnette all’arabo “qasòr”, castello, che deriva dal greco bizantino kástron, a sua volta proveniente dal latino “castrum”, castello, fortezza.

La risma, l’unità di conteggio della carta, pari a cinquecento fogli, in arabo si traduce con “rizma” (pacco o fascio). “Razama” vuol dire impacchettare. Risma, in senso figurato, ha anche un connotato dispregiativo (“persone di ogni risma”) provenienti da pacchi dozzinali. Se si parla di carta, bisogna ricordare che furono gli Arabi ad introdurne l’uso in Europa.
Il pregiato prodotto, comunque meno costoso della pergamena, era ricavato dal cotone, tessuto dai mille usi. La parola deriva dall’arabo “katun” che in origine significava “terra di conquista”. La pianta, arbustiva già presente prima del II millennio a.C. in India, fu introdotta dai Saraceni nel IX secolo in Sicilia. Come campo pilota fu scelta la terra intorno a Gela. La coltivazione fu estesa nell’isola di Pantelleria e a Malta. Poi, intorno al Trecento, si diffuse in tutta Europa.

Parole fondamentali delle scienze matematiche, della fisica, della chimica e dell’astronomia arrivarono in Italia dalla Spagna grazie al canale linguistico delle antiche traduzioni latine dei libri arabi.

Basta pensare a alambicco (“al-anbīq”), amalgama (“al-jamā‛a”) oppure a elisir (“al-iksīr”). È noto che la parola algebra, introdotta in Occidente da Leonardo Fibonacci con il suo ”Liber Abbaci” (1202) risalga all’arabo “al-ğabr” che significa “unione”, “connessione” o “completamento”, ma anche “aggiustare”. Anche la X, il segno che indica l’incognita arriva dall’arabo “sÍay”. L’algoritmo, inteso come procedimento di calcolo, deriva dal nome di un matematico in carne e ossa: al-Khwarizmi, nativo del Kwarizm, una regione dell’Asia centrale.

Il libro di astronomia scritto intorno al 150 dopo Cristo da Tolomeo che per più di mille anni costituì la base delle conoscenze astronomiche in Europa e nel mondo islamico, in italiano fu chiamato almagesto, dalla forma araba “al-Magisti” adattamento della parola greca “Megíste”, con cui in genere veniva indicata l’opera.

Prestiti arabi arrivano dal lessico astronomico: l’angolo tra il circolo verticale di un astro e il meridiano del luogo di osservazione si chiama azimut. Lo zenit (dall’arabo “samt al-ru’us”, “direzione delle teste”) e il nadir sono i poli dell’orizzonte. L’apogeo nel linguaggio delle stelle è l’auge (“auǧ”): altezza, culmine, cima, sommità. Tanto che si può tornare in auge o esserlo o sognare di esserlo.



Definiamo come arabi i numeri che sono di origine sanscrita. Dall’1 al 9 li pronunciamo con parole di origine latina. Lo zero però è arabo, così come la parola cifra: entrambi nascono da “sòifr” che in origine significa “vuoto” o “assenza di unità”. Fibonacci latinizzò la voce in “zephirum”. E da zefiro, zefro e zero il passo fu breve.

Il calibro (“qālib”) è lo strumento che misura con millimetrica precisione il diametro interno di una bocca da fuoco. Il quintale, “qinṭār” nel Medioevo misurava un peso corrispondente a 100 rotoli arabi.

Curiosa è la storia della parola alcol, araba (“al-koél”) che all’origine designava la polvere finissima che le donne usavano in Oriente per tingere di nero le sopracciglia, le ciglia e l’orlo delle palpebre. Il termine arrivò in Occidente con le traduzioni latine dei libri arabi. Ancora oggi la lingua spagnola prevede il verbo “alcoholar” nella terminologia dei trucchi per il viso con il significato di “tingersi in nero”. I chimici europei, nei secoli, estesero il vocabolo a designare qualsiasi specie di polvere impalpabile. Poi ci pensò Paracelso (1493-1541) a definire “quanto vi è di più fine”. E battezzò come “alcohol vini”, spirito di vino, quella che chiamava la quintessenza stessa del vino, la parte più nobile. Con il tempo, medici e chimici, lasciarono cadere la parola “vini” e rimase l’alcol, eredità linguistica di un popolo che per motivi religiosi rifugge il bere.

Gli alcali, i sali di potassio e di sodio vengono da “al-qaly” (soda).


E l’alchimia, la scienza occulta che ricercava la pietra filosofale, risale all’arabo “al-kimiya” : forse nasce dalla voce copta “chama” che vuol dire nero oppure dal greco “chyméia”, che descrive la mescolanza di liquidi.

Arabi furono anche i nomi dei profumi e dei colori. Come scarlatto, cremisi o “qirmizī”, del colore della cocciniglia. “Lazuward”, azzurro diede il nome ai lapislazzuli commerciati dai genovesi. Arabo è anche l’etimo di lilla (“lilak”) e il turchese descrive la “pietra turca” al pari del turchino.

Dal mondo islamico, insieme alle navi e alle carovane, giunsero la lacca (“lakk”) l’ottone (“latūn”) e la tecnica decorativa della tarsia (“tarsī‘). E le parole dell’abbigliamento. A partire dall’arte del ricamo, da “rakam” che significa “disegno” o “segno”. Fino all’arabo-persiano scialle (“šāl”). Senza considerare la gabbana, “qabā”, la tunica da uomo dalle maniche lunghe e la giubba (“ğubba”) pratica sottoveste di cotone o la zimarra, mantello da donna chiamato come il velo (“ḫimār”).

Con la ruvida stoffa dello zerbino (dalla città di Gerba) si confezionavano le coffe, ceste a forma di campana con le quali a dorso di mulo si trasportavano le merci.
I mestieri e i titoli onorifici o dispregiativi racchiudono una significativa pattuglia di parole di origine araba. Come è naturale, ci sono califfo, sultano, e sceicco. Ma anche sceriffo (“šarīf”) termine che indica nobiltà e onorabilità e nababbo, che in origine voleva dire reggente e ora indica una persona ricchissima. Il dragomanno o turcimanno era un amministratore degli antichi stati crociati fondati in Palestina. Il termine è passato poi a definire un interprete orientale presso le ambasciate europee. L’aguzzino, “al-wazīr”, prima di diventare un torturatore era un ufficiale di giustizia o il custode dei carcerati.

E gli assassini erano i componenti della setta dei Nizariti, aderenti al movimento ismailita fondato da Ḥasan-i Ṣabbāḥ, detto “Il Vecchio della Montagna” che nell’età delle Crociate fondarono anche uno stato sulle montagne dell’Iran centro-occidentale. Erano chiamati “asasyyn” dalla parola “asās” (basi, fondamenti) che definiva il loro fondamentalismo. Alcuni studiosi credono che la parola significhi semplicemente “seguaci di Hasan”. Altre ipotesi fanno risalire il nome a “al-Hashīshiyyūn”, che si può tradurre con “coloro che sono dediti all’hashish”, la droga attraverso la quale “Il Vecchio della Montagna” inebriava i suoi fedeli.

Il mammalucco (“mamlūk”) che per noi vuol dire babbeo o sciocco era il nome di un soldato componente di una milizia di schiavi molto attiva in Egitto tra il Duecento e il Cinquecento.
Il bacucco, soprattutto quando è imbacuccato, ricorda il famigerato cappuccio arabo, il “burqu” che è anche il velo con cui in alcuni paesi islamici le donne si coprono il volto.

La parola fachiro (“faqīr”) che descrive l’asceta musulmano capace di sopportare il dolore in origine significava “povero”. Come il termine meschino “meskīn” che in Spagna e Francia tra i secoli X e XI indicava chi viveva in miseria.

Anche la “danza macabra” medievale, la raffigurazione pittorica e letteraria nella quale la morte venne rappresentata attraverso scheletri che ghermivano tutti gli esseri viventi, si chiamò così per via del termine arabo “maqbara “ che indicava la parola “cimitero”.

Dalla morte alla vita il passo è breve, con la gazzarra, (“ġazāra”), l’alcova e l’harem che non hanno bisogno di traduzioni.

Dall’Islam arrivarono anche alcune parole della musica. Il liuto (“al-‛ūd”) diventò tale quando il geniale musicista Ziryāb (792-857), originario di Mussul aggiunse due corde alle tre originarie. Nacchera viene da “naqar” e tamburo da “ṭunbūr” ma era uno strumento a corda che in Europa fu confuso con il “ṭubūl”, lo strumento arabo a percussione che grazie alla sua forma diede origine alla parola “timballo”.

Le carte da gioco si diffusero verso la fine del Trecento. Fino ad allora si giocava soprattutto con i dadi. Imperversava la zara, che appassionava persone di ogni ceto sociale: “az-zahr”, fu la parola che diede il nome al gioco e all’azzardo, che indicava la pericolosa sfida alla fortuna.


Gli scacchi hanno origini indiane e persiane. Nel IX secolo, lo storico Al-Masʿūdī, nel trattato “Praterie d’oro” descrisse in modo mirabile le battaglie dei pezzi bianchi e neri. Le parole che concludono il gioco nascono da una formula arabo-persiana: “Shāh māt” vuol dire “il re è morto, scacco matto”. La parola alfiere, nel senso del pezzo del gioco ma anche di “portabandiera” ha origine dallo spagnolo “alférez” che deriva dal vocabolo arabo “al-fīl” (l’elefante). E “rocco” viene dall’arabo “ruxx” che vuol dire torre.

Oggetti e suppellettili della vita quotidiana dei musulmani, con l’abitudine, sono diventati anche nostri. Almeno a parole.
Baldacchino viene da “bagdādī”, aggettivo che certifica qualcosa proveniente dalla città di Bagdad e indica, “un ornamento che sovrasta ogni cosa”. Caraffa è invece un termine arabo magrebino che sta per vaso. Giara viene da “ğarra”. Il primo luogo di diffusione della parola materasso fu l’Italia meridionale: per gli arabi “matrah” era il tappeto sul quale coricarsi”. Il pigiama, “payjamé” indicava un “vestito con le gambe”. La tazza o “tāsa” arrivò in Europa dai porti del Levante. Il divano “diuan”, che gli arabi mutuarono dalla lingua persiana, prima di essere un sedile imbottito indicava la sala delle riunioni con i cuscini addossati alle pareti. E il sofà (“sofah”) sedile imbottito con spalliera e braccioli, nei primi secoli dopo il Mille era la panchina posta davanti alle case nelle città governate dall’Islam. La parola valigia ha un’etimologia incerta: potrebbe derivare dall’arabo “ualiha” (sacco), dal latino “vidulus” (valigia) o dal tedesco “felleisen” (pelle d’animale).

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La carovana de “Il viaggio dei Magi” di Benozzo Gozzoli (1421-1497 ca.) a Palazzo Medici Riccardi, Firenze.

Hanno nomi arabi la gazzella (“ġazāl”) e la giraffa (“ẓarāfah”). Naturalmente, anche il cammello: “hammal” in arabo vuol dire vuol dire “portatore”. E anche il gatto mammone, bestia immaginaria (”maimūn”).

Nelle parole siciliane e in quelle genovesi, per ovvie ragioni storiche, le influenze islamiche si colgono ancora. Nell’antica repubblica marinara, il termine “ġarīb” che descrive un personaggio strano o bizzarro, è rimasto nella parola “cancaribba” che in dialetto vuol dire allegria o stravizio.

L’espansionismo arabo, nel giro di due secoli, portò in Sicilia centinaia di migliaia di musulmani che si integrarono con le popolazioni locali. Così le parole, sono rimaste, impastate con le tradizioni.

Casale, castello e monte, che in arabo si traducono in “raḥl”, “qal‛a” e “jabal hanno dato origine a località come Racalmuto, Calatafimi, Caltanissetta, Gibilmanna e Gibellina.
Molti cognomi di origine araba sono ancora presenti: Càfaro (da “kāfir”, infedele); Salemi (“salāmī”, pacifico), Macaluso (“maxlūṣ”, liberato); Zappalà (“izz- bi -Allah”, potenza di Allah); Zuccalà (“dzuq Allah” , gioia di Allah); Sciarrabba (“sharrab”, beone); Taibbi (“tayyb”, buono); Saccà (“saqqa”, portatore d’acqua).

Parole antiche e moderne dell’Islam rimbalzano ancora nella nostra vita quotidiana attraverso il tambureggiante ritmo dei media.
Termini come “jihād” (la guerra santa) con accanto il nome “jihaidista” che di solito la accompagna. Oppure “shi’a” (setta); “sunna” (costume); “sura” (capitolo del Corano); “burqa” (velo, cortina); “kefiah” (copricapo diffuso tra i contadini); “hijab” (velo islamico); “chador” (velo, dal persiano “čādor”); “mujāhidīn” (guerrigliero afgano), “shari’a” (strada rivelata, legge sacra imposta da Dio); “imam” (guida spirituale); “ulema” (dottore della fede islamica); “mullah” (capo religioso); “fatwā” (responso giuridico); talebano (studente, dal persiano “ṭālebān”); “intifada” (scuotimento, sollevazione); “shahid” (martire).

Nomi arabi presenti nell’italiano a bizzeffe (in magrebino “bizzef” vuol dire “con abbondanza”). Una ricchezza di termini che ci ricorda un lungo rapporto scandito da guerre, intolleranze religiose e incomprensioni reciproche. Ma anche vivificato dagli scambi, dalla cultura, dai viaggi e dalle scoperte.

Mondi diversi che si sono scontrati e incontrati più volte. La speranza è che si salutino e si parlino più spesso. Senza ipocriti salamelecchi ma dando forza alle usuali frasi di ogni giorno, alle quali forse non si presta la sufficiente attenzione: “as-salām ‘alaykum“ (“la pace sia su di voi”) a cui si risponde: “wa ‘alaykum as-salām” (“e con voi la pace”).

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mercoledì 11 novembre 2020

Il Covid e la guerra delle parole - Lorenzo Guadagnucci

 

Dimmi quale è il tuo lessico e ti dirò chi sei, o almeno gli obiettivi che vuoi raggiungere. Il virus Sars-Cov2 affligge da mesi l’intero pianeta e i vari governi nazionali sono stati chiamati ad affrontare una sfida imprevista: la prima pandemia del XXI secolo. C’è chi, con poca fantasia, ha definito questo impegno una guerra: da lì ha preso piede un lessico attinto dal gergo militare e ormai accettato dai mezzi di informazione. Il virus è definito il “nostro nemico”, si parla di battaglie e di coprifuoco evocando esperienze compiute durante l’ultima guerra mondiale, le corsie d’ospedale sono la prima linea, medici e infermieri dei combattenti eroi, chi muore è un caduto e gli investimenti previsti per il post lockdown sono immancabilmente un nuovo Piano Marshall, come il progetto di sostegno ai paesi dell’Europa occidentale deciso dagli Stati Uniti dopo la sconfitta del nazismo, del fascismo e del nazionalismo giapponese.

Dunque saremmo in guerra, con tutto ciò che ne consegue: la popolazione mobilitata nel comune sforzo bellico, il “nemico” come aggressore imprevisto e ingiustificato, il “capo” della Nazione come condottiero. In guerra le differenze sfumano, il popolo si unisce dietro il suo leader, il dissenso diventa una forma di tradimento, il paese è chiamato a un combattimento a testa bassa contro il mondo esterno, in uno sforzo straordinario e di grande coinvolgimento emotivo.

Il linguaggio – specie il linguaggio del potere – ha la caratteristica di definire il campo informativo, cognitivo, percettivo della comunicazione. Il lessico militaresco, in particolare, crea una cornice di interpretazione rigida e gestita dall’alto. Gli annunci di nuove misure decise nella “guerra” al “nemico comune”, fatti di solito in tv e con una certa solennità, magari con la mascherina indossata, trasmettono ansia ma soprattutto rafforzano quel clima di unione, mobilitazione, subordinazione tipico di un paese belligerante.

La “guerra al virus” è una metafora potente e in apparenza fondata: l’espressione rimarca la gravità dell’emergenza sanitaria ed enfatizza il ruolo di chi detiene responsabilità di governo: non a caso negli Stati Uniti il presidente eletto è anche, se non soprattutto, il “commander in chief”. La “guerra al virus” è anche una “chiamata alle armi” dei cittadini: tutti devono sentirsi coinvolti nel “combattimento” in corso e mettere in pratica le direttive giunte dal “capo”.

Ma è davvero pertinente un linguaggio del genere? Che tipo di comunicazione implica? Che risultati ottiene? È utile o no ad affrontare il virus e la necessaria convivenza con esso?

Un’alternativa esiste

Per rispondere, è necessario mettere in campo un’ipotesi alternativa. Possiamo pensare a un linguaggio che punti sulla trasparenza, la collaborazione, la persuasione. Invece che di guerra, di nemici, di prima linea, di eroi e di caduti, potremmo parlare di una sfida politica, sociale e culturale oltre che sanitaria, di un’emergenza da affrontare con razionalità, di scelte difficili da compiere e condividere, di un clima di collaborazione e protezione reciproca da consolidare, di cittadini che hanno diritto di sapere e d’essere protetti e curati in modo adeguato. C’è già, fra i parlanti – a tutti i livelli, specie fra gli esperti di epidemiologia e politiche sanitarie, ma anche fra la gente comune – chi parla così e non cede alla metafora bellica. Un’alternativa dunque esiste.

Il confronto fra i due modelli fa capire la fallacia della “guerra al virus”. Il linguaggio bellico semplifica e militarizza la comunicazione: è nella sua natura. Il capo impartisce ordini, non ha bisogno di giustificare le sue scelte e quindi riduce al minimo le spiegazioni. Dai cittadini ci si aspetta obbedienza, una rassegnata obbedienza. Il linguaggio della cooperazione va in direzione opposta: illustra i dati disponibili, le conoscenze acquisite, non nasconde i limiti della ricerca e poi chiama i cittadini a condividere le scelte compiute all’interno di una visione allargata e aperta dell’emergenza, che è in primo luogo sanitaria ma con risvolti sociali e politici altrettanto importanti.

Non si tratta di un confronto fra decisionismo e buone maniere ma di visioni del mondo e dei propri compiti. La comunicazione militarizzata centellina le informazioni, condivide e forse raccoglie poco di dati, espone le cifre più coerenti con i propri obiettivi e trascura gli altri. Una comunicazione più aperta è ricca di cifre, analisi, confronti, si proietta in avanti nel tempo e allarga lo sguardo oltre i confini del paese, cerca termini di confronto, spiega punto per punto le opzioni in campo e le scelte compiute.

Sono due modelli opposti: il tipo di comunicazione prescelto è il riflesso, ma anche il supporto e il necessario terreno di contatto con la popolazione, di una precisa impostazione politica. In Italia governo e media, nel tempo, hanno oscillato fra uno e l’altro modello, creando una miscela che ha spesso generato confusione. La pandemia tuttavia non è una guerra e la scelta di militarizzare il campo, in tutto o in parte, non giova alla causa comune. Quando gruppi di scienziati firmano petizioni per chiedere di condividere i “big data” sul contagio – non le consuete tabelline, spesso poco pregnanti, pubblicate dai quotidiani – segnalano una carenza strutturale tipica della “guerra al virus”. La comunicazione verticale, che arriva dall’alto e chiede d’essere accettata così com’è, eseguendo le disposizioni che contiene, impoverisce la qualità dell’informazione e non favorisce la presa di coscienza dei cittadini, in qualche modo infantilizzati.

Le cause del Covid e la guerra al virus

La “guerra al Covid” perde poi di vista il quadro d’insieme e occulta un aspetto decisivo: le origini del virus. David Quammen, nel suo libro Spillover, citatissimo all’inizio della pandemia ma presto dimenticato e del tutto assente nella retorica militarizzata, spiega bene come si formano e si diffondono i coronavirus. Derivano da un’invasione di campo delle attività umane negli ecosistemi: il salto del virus dai selvatici agli umani è frutto di deforestazione, distruzione degli habitat, diffusione degli allevamenti industriali di animali. Non sorprende che non si parli più dello “spillover”: tenere nel giusto conto tale fattore, implica l’abbandono del progettato “ritorno alla normalità”, cioè al “business as usual”, un intento probabilmente velleitario, ma l’unico possibile per chi oggi detiene il potere e non vuole cambiare l’ordine delle cose.

La “guerra al virus” tende anche a essere autoreferenziale, come se l’Italia fosse un’isola che può e deve far da sé; la guerra ha sempre una connotazione nazionale e nazionalista. E invece la sfida è globale e andrebbe affrontata globalmente: nello scambio di informazioni e materiali sanitari, nella ricerca dei vaccini, nel rafforzamento delle istituzioni sovranazionali, a cominciare dall’Organizzazione mondiale della sanità, prima svuotata dall’interno e poi indicata come inutile.

Non stiamo combattendo una guerra, ma abbiamo di fronte una sfida cruciale: comprendere il virus in tutti i suoi risvolti, a cominciare dall’inizio – come e perché prende a circolare all’interno della specie umana – e senza trascurare alcun aspetto. Il virus andrebbe affrontato in piena consapevolezza: a livello collettivo attraverso il dibattito, la discussione, lo studio, la ricerca, la condivisione delle informazioni, la collaborazione internazionale; a livello individuale con spirito di cooperazione (la salute di ognuno dipende da quella di tutti gli altri), ma anche pretendendo dalle autorità scelte trasparenti e prese avendo sullo sfondo una vera visione d’insieme, uno sguardo al futuro che non sia la promessa – impossibile – di un ritorno al passato.

Ecco dunque qual è lo scopo di chi vorrebbe imporre il paradigma della “guerra al virus”: militarizzare la società, ingessarla, ricominciare come prima a forza di Piani Marshall, in attesa – a Sars-Cov2 eventualmente sconfitto – di una nuova pandemia. No, non è questa la cornice nella quale cominciare a costruire un futuro all’altezza dei difficili tempi che viviamo.

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mercoledì 21 ottobre 2020

schwa, questa vocale sconosciuta

 Cos’è lo schwa, e come si pronuncia

Cioè "ə", il simbolo citato sempre più spesso nel dibattito per una lingua italiana più inclusiva

 

Nel dibattito in corso da alcuni anni su come rendere l’italiano una lingua più inclusiva e meno legata al predominio del genere maschile – di cui si è parlato anche sui giornali, di recente – una delle soluzioni più citate riguarda l’utilizzo del simbolo ə, chiamato schwa, al posto della desinenza maschile per definire un gruppo misto di persone, come attualmente si insegna a scuola.

Lo schwa non è un simbolo molto familiare per chi parla e scrive una lingua europea – non c’è un modo per digitarlo facilmente sulle tastiere di pc e smartphone, per esempio – ma viene utilizzato da decenni dai linguisti e si trova anche nell’alfabeto fonetico internazionale, cioè il sistema riconosciuto a livello internazionale per definire la corretta pronuncia delle migliaia di lingue scritte che esistono nel mondo.





(lo schema delle vocali nell’alfabeto fonetico internazionale, in un grafico tratto dal sito Italiano inclusivo)


Nel sistema fonetico lo schwa identifica una vocale intermedia, il cui suono cioè si pone esattamente a metà strada fra le vocali esistenti. Si pronuncia tenendo rilassate tutte le componenti della bocca, senza deformarla in alcun modo e aprendola leggermente: qui potete ascoltare il suono che avevano in mente i compilatori dell’alfabeto fonetico internazionale.

È un suono assai presente nell’inglese moderno in varie forme – dalla “a” di about, “a proposito”, fino alla “u” di survive, sopravvivere – ma anche in alcuni dialetti italiani: pensate per esempio alla vocale indistinta che i napoletani usano per l’imprecazione mamm’t, e che nell’italiano scritto non riusciamo a codificare in un simbolo preciso, oppure alla vocale finale nei dialetti del Centro Italia, in cui “sempre” diventa semprə, “bello” bellə, e così via.

Introdurre un nuovo suono nell’italiano parlato sembra comunque piuttosto complicato: sia per le abitudini molto radicate dei parlanti, sia perché l’italiano è una lingua piena di eccezioni e varianti. Sembra più praticabile introdurla nella lingua scritta, il contesto da dove proviene il concetto stesso di schwa.

Il termine schwa è attestato per la prima volta nell’ebraico medievale parlato da un gruppo di eruditi attorno al decimo secolo dopo Cristo. La sua etimologia non è chiara: alcuni ritengono che sia un lontano parente della parola ebraica shav, “niente”, altri che c’entri col significato di “pari”, “uguale”. Sappiamo però che a un certo punto la parola schwa fu utilizzata per definire i due puntini che nell’ebraico biblico, posti sotto una consonante, indicano una vocale brevissima o l’assenza di una vocale.

Secoli più tardi, nel 1821, il linguista tedesco Johann Andreas Schmeller stava compilando una grammatica del tedesco bavarese e aveva bisogno di un simbolo che indicasse una vocale molto breve, che evidentemente percepiva come vicino allo schwa ebraico. Così inventò un simbolo dell’alfabeto latino che potesse rappresentarlo, cioè ə. Alcuni anni più tardi l’esperto di fonetica Alexander John Ellis utilizzò lo stesso simbolo per definire una vocale indistinta presente nella lingua inglese, e da lì lo schwa arrivò fino all’alfabeto fonetico internazionale, compilato alla fine dell’Ottocento.

In passato lo schwa è stato già usato come convenzione grafica: alla fine dell’Ottocento il celebre linguista svizzero Ferdinand de Saussure teorizzò che l’indoeuropeo – cioè il ricettacolo di suoni associati a idee da cui deriva la maggior parte delle lingue parlate oggi in Europa, oltre all’indiano e al farsi – avesse un’unica vocale indistinta e pronunciata con la gola “strozzata” che identificò con lo schwa, da cui ogni lingua avrebbe sviluppato in maniera autonoma le vocali che conosciamo oggi.

Secondo Saussure la presenza della vocale indistinta era il motivo per cui, per esempio, da una radice *pəter derivano il latino pater (poi “padre” in italiano) e piter in sanscrito, l’antichissima lingua sacra parlata in India già nel primo millennio a.C. Nei decenni successivi l’intuizione di Saussure si è evoluta nella cosiddetta teoria delle laringali – dalla parte della gola che si pensa coinvolta nella produzione delle vocali primitive – di cui ancora oggi si discute fra gli storici dell’indoeuropeo.

La ragione per cui chi promuove un utilizzo più inclusivo in italiano propone di utilizzare lo schwa prende spunto sia dall’uso che se ne fa oggi, nell’ambito dell’alfabeto fonetico internazionale, sia nel suo passato da convenzione grafica (oggi per definire le laringali gli studiosi preferiscono utilizzare il simbolo h). C’è un’altra ragione, più intuitiva: come ha scritto Luca Boschetto, un attivista fra i primi a suggerire l’utilizzo dello schwa nell’italiano scritto, lo schwa «graficamente assomiglia ad una forma intermedia tra una “a” e una “o”», cioè le due vocali con cui in italiano identifichiamo con maggiore frequenza il genere femminile e quello maschile.

La linguista Vera Gheno, che da tempo sostiene la necessità di trovare soluzioni alternative per evitare il predominio del maschile come ad esempio l’asterisco, di recente ha scritto di avere una «preferenza» per lo schwa perché «rappresenta la vocale media per eccellenza» e «il vantaggio è che, al contrario di altri simboli non alfabetici, ha un suono – e un suono davvero medio, non come la U che in alcuni dialetti denota un maschile».

Per utilizzare lo schwa nelle tastiere più comuni, qui ci sono le indicazioni da seguire: sui sistemi Windows è più facile, mentre su Mac se volete evitare passaggi troppo complicati potete accontentarvi del simbolo matematico ∂, che si scrive cliccando option + caps lock + d. Ma la cosa più semplice è comunque copiarlo e incollarlo, ad esempio da qui: ə.

da qui

 

 

Quindi come si pronuncia lo schwa? – Alice Orrù

Se a leggerlo sembra strano, o un errore di battitura, a voce è molto più semplice: lo schwa è il suono vocalico più diffuso in inglese, ma lo usiamo già anche in diversi dialetti italiani.

Il napoletano, il piemontese, il pavese, alcuni dialetti emiliani e del sud Italia fanno da secoli uso dello schwa.

Con questo video puoi imparare a pronunciarlo in meno di 5 minuti:



Come e perché usare lo schwa nell’italiano inclusivo

Ok, le premesse linguistiche ci sono ma, visto che lo schwa non esiste nel nostro alfabeto, perché e come usarlo in italiano?

Tempo fa ho trovato la risposta nella proposta di Italiano Inclusivo, ideata da Luca Boschetto. Questo sito e le risorse che si trovano al suo interno mi hanno aiutata ad approfondire i motivi per cui lo schwa potrebbe essere una buona soluzione per un italiano inclusivo.

L’insita discriminazione di una lingua flessiva

L’italiano è una lingua flessiva: declina per genere i pronomi, gli articoli, i sostantivi, gli aggettivi e i participi passati.
Questo significa che parlare in modo neutro rispetto al genere della persona oggetto del discorso è molto difficile.

E infatti, nel nostro italiano primeggia il ricorso al maschile sovraesteso, quello su cui ripieghiamo ogni volta che ci riferiamo a una moltitudine mista.

Un esempio banale della facilità con cui passiamo al maschile sovraesteso?
La mia classe di yoga.
La partecipazione è, nove volte su dieci, completamente al femminile e l’istruttrice coniuga le sue istruzioni di conseguenza: ci chiama ragazze, ci complimenta con un bravissime.
Una volta su dieci, però, partecipa alla lezione anche un uomo. Un solo uomo in una classe di 15 donne. In quelle occasioni, la nostra istruttrice coniuga la lezione completamente al maschile: ci chiama ragazzi e ci dice che siamo bravissimi.

Questo passaggio linguistico nasconde in un attimo un intero collettivo femminile per la sola presenza di un individuo di sesso maschile. Una cosa di poco conto, forse, in un contesto informale come una classe di yoga.

Qual è invece il suo impatto quando si parla a una collettività?
Penso alla scuola, ai gruppi di lavoro in azienda o ai discorsi alla cittadinanza.

La lingua che usiamo quotidianamente è il mezzo più potente e pervasivo per trasmettere la nostra visione del mondo. Nel nostro uso della lingua italiana, lo spazio dato al maschile è ancora troppo ampio e in qualche modo corrobora il principio della marginalità della donna nella nostra società.

Se ne parlava già negli anni ’80, quando la saggista e linguista Alma Sabatini scrisse Il Sessismo nella lingua italiana.
Era il 1986, e la Commissione Nazionale per la parità e le pari opportunità tra donna e uomo le affidò la cura delle linee guida rivolte alle scuole e all’editoria scolastica per proporre l’eliminazione degli stereotipi di genere dal linguaggio.
Alma Sabatini si concentra sull’uso del maschile sovraesteso ma anche sulle lacune dei termini istituzionali e di potere mai declinati al femminile.

 

Non vi sono dubbi sull’importanza della lingua nella «costruzione sociale della realtà»: attraverso di essa si assimilano molte delle regole sociali indispensabili alla nostra sopravvivenza, attraverso i suoi simboli, i suoi filtri si apprende a vedere il mondo, gli altri, noi stesse/i e a valutarli.

Alma Sabatini, Il sessismo nella lingua italiana, Roma, 1986

 

C’è quindi bisogno di avanzare con un intervento più radicale per oltrepassare la natura flessiva della lingua italiana.

Finora sono state adottate diverse soluzioni per flessibilizzare l’italiano in modo che sia più inclusivo verso le moltitudini miste: asterischi *, chiocciole @, la duplicazione (care tutte e cari tutti), uso della u o della y, e tantissime altre.
Vera Gheno le ha censite qualche mese fa in questo prezioso post su Facebook.

Lo schwa rientra fra queste soluzioni e la sua introduzione nella grammatica italiana potrebbe porre meno ostacoli ad altri simboli non leggibili né flessibili, come asterischi e chiocchiole.

Uso pratico dello schwa in italiano

In questo contesto, lo schwa /ə/ diventa una vocale vera e propria che sostituisce le desinenze di nomi e aggettivi al singolare (-a/-o):

⎪Carə amicə miə, guarda che bello schwa!

Lo schwa lungo /3/, invece, è la vocale centrale semiaperta non arrotondata che può sostituire la desinenza al plurale.

⎪Spero che tutt3 quell3 che leggeranno questo post, mi vorranno poi dire cosa ne pensano!

Casi particolari

L’italiano è una lingua grammaticalmente complessa, e le sue irregolarità possono complicare l’introduzione dello schwa.

Luca Boschetti, nel sito italianoinclusivo.it, formula una proposta interessante per superare gli ostacoli dati dalle irregolarità nella formazione di sostantivi, aggettivi e articoli.

1. L’articolo determinativo

In italiano, l’attribuzione di genere ai sostantivi parte prima di tutto dall’articolo. Quello determinativo potrebbe rappresentare un bello scoglio da circumnavigare.
Come introdurre lo schwa nella declinazione il – lo – la – il – gli – le?

Boschetti ricorda che, nell’italiano arcaico, l’articolo maschile singolare era lo; l’attuale il è una sua derivazione posteriore.

Al singolare, quindi, l’introduzione dello schwa trasformerebbe l’articolo determinativo singolare nella formula unica inclusiva lə.

Seguendo la stessa logica, l’articolo determinativo plurale (i/gli/le) può diventare l3.

2. Parole ambigeneri che iniziano per vocale

Le parole ambigenere (chiamate anche epicene) sono quelle che non cambiano forma con la declinazione di genere: mi vengono in mente artistacantantedipendente.

Cosa succede con le parole ambigenere che iniziano per vocale, come artista?
Ora abbiamo un artista per il maschile e un’artista per il femminile.
Finora abbiamo usato l’apostrofo per indicare l’elisione della a nella forma femminile.

Per questi casi, Boschetti propone di sostituire l’apostrofo con l’asterisco: un*artista.
Nel parlato, non ci sarebbe nessuna differenza.

3. Sostantivi irregolari

Altro caso che mette in luce la complessità della nostra lingua è la forma irregolare per alcuni sostantivi.

Direttore e direttrice, professore e professoressa, pittore e pittrice, poeta e poetessa, lettore e lettrice.

In questi casi, potremmo mantenere la radice della parola e aggiungere la desinenza inclusiva: direttorə, professorə, pittorə, poetə, lettorə.

Ecco un riepilogo che schematizza tutti i casi, regolari e particolari.



Come usare lo schwa: un riepilogo (Fonte: italianoinclusivo.it)

Una lingua che accompagna una società in evoluzione

Amo lo schwa perché credo nel suo potere di far cadere la barriera linguistica di genere, rappresentando anche le persone che non si riconoscono in un genere binario (e sono tante, più di quante crediamo).

Una società che cambia e si evolve ha bisogno di una lingua che le vada dietro. Possiamo contribuire a farlo con una vocale in più.

Sono una gran fan dell’adagio “un passo alla volta”.
Postilla finale: Naturalmente non sarà uno schwa a salvare, da solo, l’inclusività del linguaggio. Sono tante altre le misure che ancora dobbiamo abbracciare per raffigurare le diversità della nostra società e migliorare la rappresentanza di genere.
Anche con i fatti, non solo con le parole.
Ma ecco, ricordiamo che rendere più inclusiva la nostra lingua non toglie alcuna energia alle altre importanti questioni che girano intorno alla parità di genere.

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