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martedì 7 aprile 2026

Anna oltre il muro – Maria Rita Contu

Maria Rita Contu a partire da una fotografia che ha trovato in casa, quella di una ragazza, misteriosa, amica della madre, va alla ricerca di quella ragazza, Anna.

È come un lavoro di archeologia, di ricerca di un’assenza, ricostruendo a partire da testimonianze la vita di Anna, non solo, ma anche la vita di una comunità negli anni nei quali si passa da una società immobile a una che si trasforma a velocità fino ad allora impensabili.

E tutto da una fotografia.


Mi viene in mente Eduardo Galeano:

Introduzione alla storia dell’arte

Ceno con Nicole e Adoum.

Nicole racconta di uno scultore che conosce, un uomo di grande talento e famoso. Lo scultore lavora in un atelier enorme, circondato di bambini. Tutti i bambini del quartiere sono suoi amici.

Un giorno il comune gli commissionò la scultura di un cavallo per una piazza della città. Un camion portò all’atelier un grandissimo blocco di granito. Lo scultore cominciò a lavorarlo, dall’alto di una scala, a colpi di martello e scalpello. I bambini lo guardavano lavorare. Poi i bambini partirono in vacanza, in montagna o al mare.

Quando tornarono, lo scultore mostrò loro il cavallo terminato. E uno dei bambini, con gli occhi spalancati, gli chiese:

-Ma…come sapevi che dentro quella pietra c’era un cavallo?

 

(Ceno con Nicole y con Adoum.

Nicole habla de un escultor que ella conoce, hombre de mucho talento y fama. El escultor trabaja en un taller inmenso, rodeado de niños. Todos los niños del barrio son sus amigos.

Un buen día la alcaldía le encargó un gran caballo para una plaza de la ciudad. Un camión trajo al taller el bloque gigante de granito. El escultor empezó a trabajarlo, subido a una escalera, a golpes de martillo y cincel.
Los niños lo miraban hacer.
Entonces los niños partieron, de vacaciones, rumbo a la montaña o el mar.
Cuando regresaron, el escultor les mostró el caballo terminado. Y uno de los niños, con los ojos muy abiertos, le preguntó:
-Pero... ¿cómo sabías que adentro de aquella piedra había un caballo?)

Días y noches de amor y de guerra - Eduardo Galeano

 

  

La storia di Anna, a metà tra biografia e romanzo, riporta alla luce la figura di una cugina mai conosciuta dall'autrice perché morta troppo presto e in circostanze per certi versi misteriose, che nel piccolo centro ogliastrino, in Sardegna, danno luogo a un racconto popolare appena sussurrato, ma puntualmente tramandato. Rimosso dai propri familiari, il suo ricordo riaffiora nella memoria di chi la conobbe e consente all'autrice di far pace con il proprio passato e le sue ombre, riappropriandosi di un pezzo di vita e di amore che sanno pesare sull'anima.

da qui

mercoledì 1 aprile 2026

Il salto del fosso - Romano Ruju

  

Pubblicato per la prima volta nel 1967, il libro, ormai pieno di polvere in qualche biblioteca, è stato ripubblicato recentemente, e meritoriamente, da Il Maestrale,

Romano Ruju, nato nel 1939, e morto prematuramente a 39 anni, nel libro racconta la vita a Nuoro dopo la seconda guerra mondiale.

Da bambino Romano si traferisce in un altro quartiere, quando Nuoro era solo un grande paese, una piccola cittadina, capoluogo di provincia, che piano piano si espandeva.

Erano pochi gli abitanti, nel dopoguerra, a Nuoro, per i bambini come Romano c’erano le bande dei bambini e le lotte fra le bande, come nella via Pál, di Budapest, tutto il mondo è (forse era) paese.

Intanto conosce la scuola, gli amici, i battiti del cuore, l’amore.

E poi parte verso il continente (salta il fosso), in traghetto, naturalmente, quando gli aerei erano rari, e dopo un po’ di tempo torna a Nuoro.

Scriveva Lev Tolstoj: Se vuoi essere universale, racconta il tuo villaggio, Romano Ruju dimostra quanto ha ragione Tolstoj.

Leggete il libro, sembra un mondo di due secoli fa, è molto più vicino. 

ps: Chi è nato 20 anni dopo Romano Ruju, come chi scrive, a Nuoro, sembra di rivivere un po’ le stesse esperienze, quando dentro la cittadina continuava a esistere dei pezzi di campagna, e la campagna, quella vera, era a pochi passi da casa, vent’anni dopo qualche palazzo in più, l’asfalto sulle strade, non tutte, c’erano ancora bambini scalzi, le prime automobili, le televisioni, poche, che favorivano gli incontri dei vicini.

Da bambini (fino a 15-16 anni) facevamo lunghissime partite a pallone, solo all’ora del pranzo e della cena si finiva, e poi scorribande in campagna e anche al Monte (a Nuoro c’è il Monte e poi anche altri monti), sui muri delle case c’erano (ancora negli anni sessanta e settanta) frasi indelebili e irrevocabili di Mussolini (come canta De Gregori).

Alle medie, la nostra scuola era intitolata a un partigiano sardo, ucciso dai nazisti tedeschi nel 1944 in Liguria, abbiamo imparato l’antifascismo, un po’ di storia sarda, su fotocopie di un professore poco italiota, abbiamo scoperto il cinema, grazie a un professore che aveva fondato un cineforum, facendoci conoscere film che oggi sarebbe impossibile vedere. E poi è impossibile dimenticare un professore che alle superiori ci ha fatto amare i libri per sempre. Allora si pensava, per nostra fortuna, che si cambiava la scuola, aumentando conoscenze e senso critico, per cambiare la società, che sarebbe migliorata (anche oggi, negli ultimi 30 anni, in direzione contraria, cambiano la scuola per cambiare la società, mortificando le conoscenze e penalizzando il senso critico, per costruire una società di merda).

E anche noi saltavamo il fosso, in traghetto naturalmente, costava poco rispetto all’aereo, verso Roma, o anche verso Genova, e poi in treno, destinazione Parigi o Londra, per vedere il mondo, e poi tornare nell’isola (oggi non si torna più, si parte in aereo, con biglietto di sola andata).

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Anche i giovani hanno capito che restare e lottare in Sardegna può diventare una ragione di vita. Mi ha detto Romano Ruju: «Il mio libro si propone proprio di far capire che non bisogna andarsene, che per un giovane sardo vale la pena di restare e battersi» (Corrado StajanoCorriere della Sera, 27 giugno 1968)

 

Romano Ruju è di Nuoro; il suo libro autobiografico allude apertamente alla crisi. Il giovane protagonista la vive dall’infanzia fino al momento delle scelte decisive, quando riesce a disciplinare il suo istinto di evasione trasformandolo in un sentimento di partecipazione ai problemi della sua isola. «I bambini sardi sono soli», dice Ruju. (Giuliano ZinconeCorriere d’Informazione, 24-25 giugno 1968)

 

Con Il salto del fosso Romano Ruju esordì nella narrativa nel 1967. Da allora mai ristampato, si ripropone il romanzo in questa nuova edizione arricchita di materiali rari e di notizie inedite. Un romanzo autobiografico, quello di Ruju, ambientato nella Nuoro degli anni ’50, quasi un Cosima al maschile traslato di mezzo secolo. Il protagonista ha 20 anni quando inizia a raccontare la propria esistenza, in un punto in cui la vita conosce una cesura coincidente con la fine delle illusioni giovanili. Cesura preceduta da altra pure dolorosa: la fine dell’infanzia, con il bambino strappato all’antico rione di Santu Predu per andare ad abitare nella prima periferia di Nuoro, dove l’edilizia popolare stona con la campagna circostante. Poi, l’ingresso nella giovinezza sarà il teatro del dissidio fra l’indole contemplativa del ragazzo e la realtà immediata, in un giovane che coltiva sogni di gloria artistica (il canto lirico), destinati a svanire sul ripiego di una condizione impiegatizia. La compensazione arriva dall’ethnos: il contrasto fra interno ed esterno, fra l’isola-prigione e il vagheggiato Continente che chiama al “salto del fosso”, si risolve in un “salto” rovesciato, e la rappacificazione con la realtà, superato il travaglio individuale, si realizza nell’appassionarsi a una tormentata vicenda collettiva, quella del popolo sardo.

da qui

lunedì 16 marzo 2026

Dove non mi hai portata. Mia madre, un caso di cronaca - Maria Grazia Calandrone

una bambina di otto mesi viene lasciata in un parco di Roma, appena viene trovata i genitori si allontanano e vanno incontro al loro destino.

quello che sorprende del libro è la ricerca, come in un noir, che la bambina lasciata nel parco, autrice del libro, come Pollicino,  racconta la vita della madre, Lucia Galante, seguendo le tracce del suo passaggio sulla terra, e ricostruendo quello che manca, in maniera verosimile e convincente.

non c'era il divorzio allora e le donne potevano parlare solo perchè avevano la voce.

qualche anno dopo le cose sono migliorate, ma ormai troppo tardi per Lucia e Giuseppe, braccati dalla legge (allora una legge di merda).

memoria viva, e dolorosa, Maria Grazia Calandrone scrive un libro imperdibile.

ps: se qualcuno ha letto L'arminuta, di Donatella Di Pietrantonio, troverà che la protagonista, Adriana, e Lucia sono due bambine gemelle, e capirà quanto sia vera la frase di Fabrizio De André "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior",



 

Un libro che trascende i generi letterari. Non è prosa, non è poesia, non è un giallo, non è una biografia. È vita. Pura vita. Un libro da leggere e rileggere.

da qui

 

Come una detective, Maria Grazia Calandrone ricostruisce la sequenza dei movimenti di Lucia e Giuseppe, enumera gli oggetti abbandonati dietro di loro, s’informa sul tempo che impiega un corpo per morire in acqua e sul funzionamento delle poste nel 1965, per capire quando e dove i suoi genitori abbiano spedito la lettera a l’Unità in cui spiegavano con poche parole il loro gesto. Dopo Splendi come vita, in cui l’autrice affrontava il difficile rapporto con la madre adottiva, Dove non mi hai portata esplora un nodo se possibile ancora più intimo e complesso. Indagando la storia dei genitori grazie agli articoli di cronaca dell’epoca, Calandrone fa emergere il ritratto di un’Italia stanca di guerra ma non di regole coercitive. Un Paese che ha spinto una donna forte e vitale a sentirsi smarrita e senza vie di fuga. Fino a pagare con la vita la sua scelta d’amore.

https://www.newitalianbooks.it/it/dove-non-mi-hai-portata-mia-madre-un-caso-di-cronaca/

 

Ma all’orizzonte c’è Giuseppe, l’amore vero e l’amore passionale. Travolto dalla passione per Lucia, Giuseppe si dimentica di moglie e figli, perché Lucia per lui è il primo, vero amore. Una moglie vergine di un altro che non la merita perché non riesce nemmeno a toccarla. Questa convinzione lo lega sempre più a Lucia Galante che presto darà alla luce la loro bambina, Maria Grazia.

Giuseppe, per non mettere la giovane Lucia in una posizione di scandalo per lei insostenibile, la porta con sé a Milano. È la fuga di due innamorati, ma anche un gesto disperato.
La grande città non fornisce più occasioni di lavoro come una volta. Lontani dal paese, i due muoiono letteralmente di fame con i pochi lavori a giornata che Giuseppe riesce a rimediare. Il viaggio dei due amanti si trasforma infine in un’odissea, da Milano a Roma in una peregrinazione senza requie. La scrittrice dà conto delle inique leggi dell’epoca in materia di divorzio e intreccia parecchi scenari per dare contezza di un finale estremo: l’abbandono della bambina, che è poi lei, Maria Grazia. Nulla tuttavia sarà lasciato al caso, perché l’intento di Giuseppe e Lucia è quello di promettere alla piccola una nuova vita, una vita migliore della loro.

I genitori capiscono che la bambina non può vivere in quella casa dove manca tutto, quindi decidono di lasciarla in un posto dove non passa troppa gente, ma non è nemmeno isolato: accanto alle imponenti colonne di Villa Borghese. La decisione estrema di Giuseppe e Lucia è frutto della mancanza di cibo e di conforto, ma soprattutto della scarsità di leggi e tutele. A ucciderli è la stanchezza di non trovare un proprio posto nel mondo.
Ma il finale è in fondo una promessa di futuro e la parte più intensa di un libro che è bellezza pura, perché dentro c’è tutto: la vita e la morte. Ci siamo anche noi lettori in questa poesia in prosa.

https://www.sololibri.net/Dove-non-mi-hai-portata-Maria-Grazia-Calandrone.html

 

 

 

 

Mia madre, un caso di cronaca   podcast

https://www.raiplaysound.it/programmi/miamadreuncasodicronaca

venerdì 20 febbraio 2026

Fratelli – Carmelo Samonà

sembra un piccolo libro, nel senso di poche pagine, ma è un grande libro, pieno di vita e di complicati rapporti umani.

è la storia di due fratelli, che stanno nella vecchia casa di famiglia, la scrive il fratello "sano" che ha preso l'impegno di stare insieme al fratello non autosufficiente.

chi racconta s'immedesima nel fratello a cui va data cura, entrando nel mondo del fratello, con difficoltà, certo, i due fratelli stanno alla pari.

un libro da non perdere, da leggere e rileggere, per provare a capire l'Altro, a essere l'Altro.

ps: dice Julia Kristeva riprendendo Freud: «lo strano è dentro di me, quindi siamo tutti degli stranieri. Se io sono straniero, non ci sono stranieri». (da qui)


 

 

 

 

Chi scrive è il savio:"Vivo in un vecchio appartamento,nel cuore della città,con un fratello malato".E' in una dimora cava,vuota,in silente decadenza che due figli dello stesso sangue s'incontrano.Carcere proprietario,sede d'afonia,regno del magico "facciamo che io ero",la casa è teatro pirandellianamente inallestito:"Le stanze sono ampie,le suppellettili rare.Arnesi dall'uso incerto interrompono la sequenza dei vuoti:penombre di velluti,pezzi d'argento,miniature in legno,bracieri,armature di latta,porcellane".Residui d'intimità in trasloco tra "poltrone coperte da teli","finestre spoglie","letti ridotti a brande".E' un assito in cianfrusaglia il luogo d'apparenza in cui due ombre si con-fondono d'appartenenza.Nome,età,fisici dettagli:d'esse tutto sfugge perchè nulla sfugga.Samonà porta in scena due corpi che son due voci che son due mondi.E li costringe a confrontarsi.Si legga il romanzo come testimonianza d'una convivenza col disagio e sarà racconto dotto di chi vive col malato.O si guardi meglio:Samonà racconta d'uomini ma allude a come gli uomini raccontano.E' un confronto in carne tra modi d'espressione "Fratelli":in esso sibili,sospiri, ammicchi son parole;braccia,gambe,occhi son discorsi;legami,fughe,strazi sono storie.In esso due fratelli son linguaggi.Così il folle delle vie traverse,dello scavo d'unghia,delle dimore d'aria s'esprime per distonie insane,metafore indiscete,digressioni improvvide generando "universi aleatori nei quali si trasferisce" e vive.Mentre il saggio dal passo retto,dalla mano ferma,dalla mente lucida,biro in mano s'organizza "un piccolo recinto d'annotazioni e commenti" da cui il fratello è escluso:"Quando il foglio è immobile e bianco sullo scrittoio posso tutto".Ecco "Fratelli":è il contrasto tenero e rabbioso,crudele e sospensivo,perverso e limaccioso tra causalità stagnante e casualità apparente,tra coscienza ferma ed infermità incosciente,tra irreale in scena e reale o-sceno.Tra quel falso vero e vero falso dalla cui mistura dipende la misera grandezza della parola letteraria.

da qui

 

…Il fratello è l’ignoto, l’irrazionale e insieme la spontaneità animale, la fisicità che non ha bisogno di razionalizzazioni. In questa sua ricerca e ansia (che è intellettuale, come volontà di conoscere l’ignoto; ma è religiosa in questo rispetto per il sacro), il sano finisce per caricare anche la pazzia del fratello di dimensioni troppo colte: e questo potrebbe essere l’unico neo del testo. Rimane, comunque, un libro inquieto e misterioso, che si potrebbe definire, anche se il termine è generico, “spirituale”. In questa dimensione si può leggere infatti tutto un capitolo, il settimo, in cui il malato mantiene una sua segreta inconoscibilità, o inconsistenza, diventando agli occhi del fratello carico di tanti aspetti e risposte:

“Sono tre leggeri colpi di nocche alla porta a vetri della mia stanza, scanditi e trattenuti più con affanno, direi, che con forza; poi la sagoma di una figura giovanile ancora imprecisa si disegna nella smerigliatura dei vetri e resta per un poco così, immobile ed implorante, in attesa della mia voce... Cercami – è la sua strana risposta: la voce è tremula e sorda, le parole, sillabate staccate l’una dall’altra, ripropongono un vecchio invito. Cercami di nuovo – aggiunge – anche se mi hai trovato”.

da qui

 

Impalpabile nell’apparire lo è anche nell’evocazione che abbiamo del suo dileguarsi, dilatata in un indistinto passato di cui rimane “il desiderio di cosa remotamente posseduta e goduta”. L’incanto di quell’abbraccio vittorioso nella lotta col disordine, con tutto il disordine del mondo, non può che essere e rimanere un desiderio. La ricerca dell’altro e il conflitto che ne deriva è un moto destinato a perpetuarsi, un territorio da conquistare e riconquistare continuamente ma impossibile da pacificare per sempre. E l’aspirazione di trovare la chiave per conoscere e capire il fratello è destinata a fallire così come quella di afferrare la chiave per stabilire un qualche tipo di rapporto col mondo. “Fratelli” è per questo un romanzo fatto di attese e sulla condizione dell’attesa, entrambe le quali non hanno fine e non possono averla. Da qui lo sprigionarsi di quel senso di tempo immobile, di metafisica senza mondo. “Fratelli” è uno dei più bei romanzi del nostro Novecento, così come Samonà è stato uno dei nostri più grandi scrittori, entrambi, oggi, colpevolmente dimenticati. Un romanzo di una intima e struggente bellezza, fatta da quelle sue infinite sfumature, rese da una prosa eterea e poetica, capace di produrre una inverosimile poliedricità introspettiva che è la continua presa di coscienza di un senso delle cose inesorabilmente destinato a sfuggire.

da qui

 

Perché leggere Fratelli oggi? Una domanda che ha più risposte. Una tra le tante possibili è dello stesso Samonà, intervistato da Sira Testi a pochi mesi di distanza dalla pubblicazione del romanzo:

«Dal suo libro – domanda la Testi – mi pare emerga un grande insegnamento; l’amore è ancora lo strumento necessario ad appianare le difficoltà apparentemente insanabili che tormentano la vita e le relazioni dell’uomo moderno. Le sembra giusta questa chiave di lettura?»

«Sì, se per amore intende la tensione misteriosa e la volontà di conoscenza che ci spinge verso gli altri, e non dà alla parola – che è vecchia quanto il mondo ed è piena di significati diversi – un’accezione patetica o solo genericamente affettiva. Ma mi domando: è così importante il parere dell’autore in casi come questi? Io credo che siano i lettori, a cominciare da lei stessa, che danno autorità e consistenza a una chiave interpretativa. Il resto lo dirà, ovviamente, il tempo».

Quarant’anni sono sufficienti, non è ancora troppo tardi. Ora, come suggerisce lo scrittore, sta a noi la responsabilità di ricordarlo.

Quasi assente dalle librerie, ignorato da quasi tutti i manuali e dalle antologie, amato oggi da una piccola nicchia di intenditori, come potrebbe, Fratelli, ottenere il riconoscimento che gli spetterebbe? A un appassionato di Calvino o di Manganelli, di Del Giudice o di Lodoli, insomma dei narratori che nonostante il nuovo orizzonte esistenziale della letteratura seppero rinnovarsi, mantenendo allo stesso tempo una certa aderenza a una tradizione più umanistica secondo cui scrivere ha anche una valenza alta e conoscitiva, l’esordio narrativo di Samonà potrebbe senz’altro piacere. Conoscerlo significa anche porsi delle domande profonde sul presente e insieme rinunciare alla pretesa di trovarvi una risposta.

È possibile leggerlo interrogandosi sulle relazioni umane, sulla vita domestica di una malattia. rileggerlo ancora, più volte, per accorgersi che da questo esile libricino nascerà ogni volta un nuovo spunto di riflessione. Le qualità di questo romanzo naturalmente sussistono a prescindere dalla sua modernità. Siccome anche a distanza di anni sa ancora comunicare così tanto, non bisogna compiere l’errore di lasciarselo scappare.

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martedì 3 febbraio 2026

Dieci buone ragioni – Giovanni Gusai

 Si è appena concluso il primo mese del centenario dal Nobel per la letteratura a Grazia Deledda. Nell’attesa di scoprire in che modo Nùoro celebrerà questa ricorrenza così importante, visite istituzionali già programmate a parte, e dopo aver scritto dei miei timori di apparire (almeno esteticamente) inadeguati, riporto anche qui alcune considerazioni in merito al valore degli anniversari legati a nascita, morte, premi, pubblicazioni e traguardi delle personalità della letteratura e del mondo della cultura in generale.

Si tratta di considerazioni che ho raccolto in occasione di un evento organizzato dalla Fondazione Salvatore Cambosu, del cui Consiglio di Amministrazione faccio parte, e tenutosi il 20 dicembre scorso nell’auditorium della Biblioteca Satta, a Nùoro. L’idea era quella di concludere degnamente il 2025, e anticipare i temi del 2026. Si parlava di anniversari, appunto. Il 2025 cinquantennale della morte di Salvatore Satta e centotrentennale della nascita di Salvatore Cambosu. E il 2026, allora imminente, centenario del Nobel a Grazia Deledda. Era un evento pensato per classi delle scuole superiori.

Ho cercato di immedesimarmi nella loro visione delle cose, di adottare il loro sguardo sul mondo. Se uno indossa gli occhiali dei giovani e legge centotrentennale, ho pensato, si sente già morire. Sono moltissimi anni fa, forse era appena nata la madre di loro nonna. Ho temuto che magari a loro non interessasse per niente stare ad ascoltarmi. E a forza di convivere con questa paura, ho finito per interrogarmi più seriamente sul senso di ciò che stavamo facendo. Quindi mi sono imposto di rivolgere a me stesso un interrogativo, e di rispondermi nel modo più onesto possibile. È venuta fuori una domanda che suonava un po’ così: ha ancora senso celebrare tutti questi anniversari, e ogni due-tre anni averne uno sattiano, deleddiano, cambosiano, ciusiano, sattiano (dell’altro), dessanaiano, balleriano…? Forse una persona più giovane la esprimerebbe in forma affermativa: questi anni sattiani deleddiani cambosiani eccetera ci hanno stufato.

Mi sono poi risposto che sì, certo, ha senso, ma a una condizione. Ossia che le ricorrenze non si trasformino in pretesti per glorificare il passato. E dunque che ci sforziamo di enucleare, dalle biografie e dalle opere, la componente di attualità che rende quei morti ancora contemporanei, eternamente vivi. Da queste parti siamo spesso affetti dal morbo della nostalgia per i tempi d’oro che non torneranno. Proprio come chi, ormai incapace di sognare un futuro più radioso, si rifugia nel ricordo delle proprie gambette scattanti che correvano sulle strade sterrate sgombre di automobili, in cui ci si conosceva tutti, il cibo era più sano e si stava bene anche se si guadagnava poco. Niente di originale, lo so. A volte lo fanno le città, le comunità, le amministrazioni pubbliche, ma è una posa che appartiene ai vecchi.

Poiché avevo da rivolgermi a dei giovani, e ancora di più perché credo che questo rimpianto del passato abbia contribuito a determinare l’immobilismo delle politiche sociali e culturali in cui quest’isola affonda – e per questo lo detesto, ho cercato di impostare il mio intervento al convegno concentrandomi sul modo di stare al mondo (e cambiarlo) di Salvatore Cambosu, Salvatore Satta e Grazia Deledda. In dieci punti: tre per ciascuno, più uno alla Deledda per oggettivi meriti sul campo. Il Nobel non lo danno proprio a tutti. Le riporto qui di seguito, così come le ho raccontate ai ragazzi e alle ragazze presenti, o quasi. A loro le ho presentate come Lezioni utili per vivere la contemporaneità.

Uno. Non importa dove nasci.

Nel 1895 Orotelli aveva circa 2000 abitanti. Era un paese lontanissimo dal centro del mondo. In quell’anno, in quel luogo, nacque Salvatore Cambosu, del quale parliamo ancora oggi. Non dovremmo farci spaventare dal luogo in cui veniamo al mondo. È la lezione di Cambosu, ma è ciò che dimostra ogni contenuto che ci appare sul feed dei social, quando perdiamo le ore a osservare gente che inventa un balletto, costruisce piscine a mani nude, inventa trucchi per reinventare gli scarti dell’immondizia. Non ci chiediamo da dove provengano, arrivano tra le nostre mani e basta. Ecco: si può arrivare ovunque, ormai non importa più da dove si parte.

Due. Vivere il patriarcato, distruggere il patriarcato.

Grazia Deledda è cresciuta in un tempo in cui l’empowerment femminile era rubricato serenamente alla voce “isteria”. Però intanto lei: ha sposato un uomo che ha abbandonato il suo lavoro per diventarne di fatto l’agente letterario, ha fondato la letteratura sarda, ha reso ricca la sua famiglia, è stata la prima donna con cittadinanza italiana a candidarsi al Parlamento, è la prima e attualmente unica donna nata nello Stato italiano a essere insignita del premio Nobel per la letteratura. Non si è mai detta contraria a una visione patriarcale della famiglia o della società, ma le sue azioni l’hanno decostruita con costanza e caparbietà. Mi sembra una lezione che dobbiamo ancora imparare, uomini per primi.

Tre. Oltre il lavoro, c’è molto di più.

Salvatore Satta è uno dei giuristi più importanti del Novecento. I suoi contributi sulla procedura civile sono stati materia di studio per enormi personalità del diritto. Si potrebbe dire che abbia dedicato tutta la vita alla sua professione, ma forse è vero solo in parte. Mi sembra più probabile che, mai sopita del tutto, abbia albergato in lui una forza ostinata e potente, animata dalla passione per la scrittura, ed è a questa indomabile necessità, e non al suo rigore professionale, che dobbiamo rendere grazie se oggi possiamo tenere tra le mani quel capolavoro che è Il giorno del giudizio. Quindi, oggi che ci possiamo finalmente permettere di valutare che forse lavoriamo troppo, anche quando non dovremmo, e che a volte osiamo persino ammettere che forse il lavoro non è tutto: ecco, no. C’è molto di più, ma non bisogna dimenticarsene.

Quattro. Si può trascorrere una vita nascosta, intenti a osservare.

Salvatore Cambosu, sebbene inserito nel fermento culturale del suo tempo, è stato definito da alcuni dei suoi contemporanei “lo scrittore nascosto”. È stato giornalista, politico e insegnante. Tra gli altri, ha avuto come alunna Maria Lai. Mi sembrano tutte professioni in cui a lungo occorre stare a guardare, prendersi il dovuto tempo per comprendere e analizzare, misurare i contesti e le persone, sospendere il giudizio e soffermarsi sui dettagli, prima di agire o parlare. Anche questo mi sembra un antidoto alla velocità smodata dei nostri giorni, e un monito da ripeterci quando sentiamo di dover davvero, a tutti i costi, subito, gridare la nostra opinione da qualche parte.

Cinque. Il coraggio di dire e di non dire.

Colpi di scure è una novella di Grazia Deledda che denuncia il disboscamento selvaggio perpetrato dai piemontesi ai danni delle foreste millenarie del centro Sardegna. Scriverne duramente sarebbe già di per sé un bel gesto, ma c’è di meglio: il padre di Grazia Deledda stesso aveva commerciato in legname ricavato dal disboscamento. Ma era doveroso parlarne, e denunciare gli esiti di questi scriteriati, e dunque avere il coraggio di dire. Quando, nel novembre del 1927, la scrittrice ha ricevuto il premio Nobel, ha dovuto tenere un discorso, com’è consuetudine. L’ha scritto e proclamato, ha citato la sua infanzia in Sardegna, e ha ringraziato il Re di Svezia e il Re d’Italia. Mussolini era a capo del governo dittatoriale fascista da cinque anni: la scelta di escluderlo dai ringraziamenti non fu casuale. E quando lui le chiese di scrivere qualcosa per il partito, lei si rifiutò. Perché aveva il coraggio di non dire. Questa lezione è per ogni volta in cui non riusciamo a mostrare da che parte stiamo, neppure quando dovremmo.

Sei. Conoscere il valore dei soldi.

Ci sono degli scambi epistolari di Grazia Deledda con Angelo De Gubernatis in cui lei, neppure ventunenne, esige il pagamento che le è dovuto per la scrittura di un racconto. All’epoca De Gubernatis era uno degli editori più potenti d’Italia, e lei non aveva ancora scritto un romanzo importante o popolare. E in una corrispondenza recentemente recuperata, ironizza (ma neppure troppo, a parer mio) sull’opportunità di conservare il prezioso documento prodotto con il copialettere (si riferisce al romanzo Dopo il divorzio) affinché il suo piccolo Sardusino (uno dei due figli) possa venderlo a qualche signore inglese per cento milioni di lire. Non c’è mai desiderio di fare i soldi tanto per fare i soldi, eppure c’è sempre la consapevolezza del proprio valore, anche economico. La sesta lezione è la differenza tra queste due tendenze opposte.

Sette. Per le famiglie disfunzionali.

A chiunque sia convinto che solo in certi libri recenti ci sia spazio per le famiglie sballottate, zoppe o doloranti, e per chiunque tema invece di non trovare tra i libri adeguato conforto al dolore che la propria famiglia gli ha causato: non dimenticate che ne Il giorno del giudizio Don Sebastiano intima a Donna Vincenza di tacere, giacché lei è al mondo solo perché c’è posto. E sappiate che Salvatore Satta descriveva i propri genitori, e dunque il suo trauma e il suo dolore incurabile persino in punto di morte. Oggi che famiglia bisogna accordarsi su cosa sia, la lezione è semplice: è sempre stato un problema, oltre che una soluzione, e ci sono sempre e sempre ci saranno, parole per parlarne e per trovare una cura.

Otto. Restituire dignità alla morte (e alla vita).

Coerente con la vita nascosta che ha condotto, Salvatore Cambosu ha scelto di essere sepolto per terra, senza foto né orpelli sulla lapide. La tomba si trova nel cimitero di Nùoro, indistinguibile dalle altre. È morto il 21 di novembre, nel giorno della festa delle Grazie, e forse gli è dispiaciuto dare fastidio con un affare secondario come la sua dipartita, mentre i suoi cari avrebbero voluto magari festeggiare. Vedere la sua tomba spoglia e nuda mi ha dato l’impressione di un cerchio che si chiude, in un gesto che sembra ammettere con serenità che c’è poco da aggiungere, quando uno se ne va. Se ne va e basta. È molto triste e vero. Mi pare che non siamo capaci di convivere con l’idea della morte, e finiamo spesso per toglierle dignità. È un tema complesso che meriterebbe molto spazio, dunque qui non saprei dirvi bene perché quella lastra di granito mi sia sembrata una lezione per la contemporaneità. Però mi sembrava desse un senso al nostro essere creature mortali, ed è comunque tanto.

Nove. La scuola è l’inizio.

Siamo la provincia con il più alto tasso di abbandono scolastico, e lo Stato italiano non ci aiuta. La scuola è inadeguata e spesso anacronistica. Si imparano molte cose apparentemente inutili. Ma bisogna andare a scuola. Grazia Deledda ha potuto frequentare solo fino alla quarta elementare. L’ha fatto, per quanto le sembrasse poco. E poi ha ripetuto la quarta, perché potesse imparare qualcosa in più. Poi ha fatto tutto il resto, ma prima è andata a scuola. La lezione è per la nostra contemporaneità, per i ragazzi e le ragazze delle mie parti che scelgono di non andare a scuola: andateci.

Dieci. Bisogna osare.

Infine, prendete ancora Il giorno del giudizio di Salvatore Satta. Si possono scrivere libretti facili e leggeri, comporre musichette, girare filmucoli, strizzare l’occhio alle tendenze o cercare scorciatoie. Oppure si può scrivere un romanzo incentrato sul tema della morte e della caducità sociale e umana, con mezza riga di dialogo e senza trama, essere incompresi o fraintesi e poi entrare di diritto tra i libri più importanti del Novecento, morendo prima di saperlo. Perché bisogna fare le cose in grande, per sperare di rimanere vivi anche da morti. Non è una lezione per la contemporaneità: è così da sempre.
Non ci si deve accontentare.

da qui

martedì 1 aprile 2025

Cròniche epafàniche - Francesco Guccini

solo adesso leggo il libro di Francesco Guccini.

romanzo. saggio antropologico o libro di memorie, chissà, dipende da come lo si legge, o forse Cròniche epafàniche è tutto questo insieme.

si racconta di un mondo che ormai è sparito, almeno in Italia.

un tempo, non troppi decenni fa, non c'erano telefonini, automobili, centri commerciali, chi viveva in campagna fino al secondo dopoguerra si ricorda ancora di quel mondo e qualcuno l'ha sentito raccontare.

chissà se gli italiani di città lo capiranno, peggio per loro.

proprio un gran libro, recuperatelo, se vi volete bene.

 

 

 

Il romanzo, pur non essendo una biografia dell’autore, diventa autobiografico per la propensione di Guccini a volersi riappropriare delle proprie radici. Le storie narrate nei diversi capitoli del romanzo sono storie di montagna e montanari, di una cultura contadina che oramai da qualche decennio non esiste più. Il minimo comune denominatore delle croniche è il luogo d’ambientazione,  l’appennino Pavanese, il fiume Limentra e, ancor più nello specifico, il mulino della famiglia Guccini testimone di tante vicende e vite. Nonostante il romanzo sia il ricordo di tempi ed epoche passate, Guccini non si abbandona alla banale malinconia, ma fa rivivere i personaggi raccontandone aneddoti e storie di vita quotidiana con toni a tratti commoventi e struggenti, a tratti ironici e molto divertenti.

Ed è lo stesso Guccini a scriverlo in premessa:

I personaggi e gli avvenimenti di queste pagine non sono immaginari; forse qualcuno non si riconoscerà o penserà che abbia travisato certe cose. Se è successo, l’ho fatto soltanto per la labilità della memoria e i filtri incerti della fantasia e dell’affetto.

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«La ballata più lunga e appassionata di Francesco Guccini.» Così nel 1989 Stefano Benni salutava l'uscita di queste Cròniche epafániche: una vera e propria rivelazione, l'atto di nascita di un talentuoso scrittore fino allora conosciuto solo come insuperabile cantautore. Romanzo se non proprio autobiografico, certo di forte ispirazione autobiografica, le Cròniche riescono a restituire, nel fluire degli aneddoti e delle storie, nella lingua intessuta di termini dialettali e di colore, tutto il sapore di una mitologia di luoghi e affetti personale e familiare, senza retorica ma con toni che sanno alternare la commozione all'ironia, la rievocazione di episodi storici e la fantasia. Il racconto di un'infanzia e una giovinezza maturate in un paesaggio di mezza montagna tra Emilia e Toscana, dagli anni Quaranta in poi, veste così gli abiti dell'epica e della poesia, della cronaca picaresca e del puro divertimento, in quelle che un grande conterraneo di Guccini come Roberto Roversi ha definito «pagine da leggere, da vedere, da immaginare, da ascoltare».

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QUI Francesco Guccini parla di «Cròniche epafàniche»

 

martedì 25 febbraio 2025

Melampus - Ennio Flaiano

Giorgio Fabro va negli Usa per scrivere un la sceneggiatura di un film, con l’aiuto di Florence, segretaria tuttofare che diventa anche sua amante.

Il lavoro di Giorgio non piacerà all’editore, ma anziché tornare in Italia lo scrittore si trattiene ancora in America, oscuro oggetto del desiderio per i colonizzati italiani.

E incontra Liza Baldwin, si incollano reciprocamente, amano fare sesso senza limiti, ma succede una cosa strana, Liza, a lui devota, comincia a comportarsi come un cane, letteralmente.

Dopo un po’ Giorgio si preoccupa, Liza ha bisogno di essere curata.

Alla fine si lasciano, senza Giorgio Liza riprende in mano la sua vita.

Un racconto inquietante, di amore, sesso, devozione, dominio, sottomissione.

Da questo libro, è stato tratto il film che in Italia ha per titolo “La cagna”, regia di Marco Ferreri, protagonisti Catherine Deneuve e Marcello Mastroianni

 

  

 

Incipit Melampus

È il 2 agosto 196… Eccomi da poche ore a New York, in questa città molto intima e geometrica, costruita in stile babilonese e abitata da americani.
Ho appena lasciato Roma il traffico dell’estate nelle vie verso il mare, lepiccole auto con le barche di gomma sul tetto o carrozzine per bambini e altri fagotti coperti da veli che salutavano la mia partenza. E la luce sfuocata dello scirocco che lega così bene con l’odore acre della nafta, nel piazzale dell’aeroporto, verso i luoghi itinerari. Ho trovato qui il caldo pieno del pomeriggio, ma un cielo terso e ampio; e il silenzio dell’ingresso a Manhattan, nelle vie quasi sgombre, tra i vecchi brown-stones con la scala a ponte levatoio, i recenti palazzoni, i vasti empori, i bar, i negozi in vacanza col cartello Closed nella vetrina spettrale.
Un dirigibile pubblicitario sorvolava la città. Non vedevo un dirigile da quarant’anni.

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Melampus è la cronaca di una deriva, della disgregazione - accettata con nonchalance, però, e raccontata con eleganza - delle convenzioni sociali e sessuali in un rapporto di coppia. Flaiano (che all’epoca della pubblicazione era una figura soprattutto legata al cinema, percepito quasi come un alter ego del protagonista Giorgio Fabro) ci racconta con una favola un po’ surreale un po’ da nouvelle vague l’irrazionalità assoluta dello stato amoroso, le dinamiche di dominio, sottomissione e possesso che ne rappresentano il lato oscuro ma più divertente da frequentare…

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«La bellezza, in qualunque modo mi appaia davanti, mi mette da tempo in uno stato di rifiuto e di allarme. La temo, non la tollero più nemmeno nei paesaggi, dove del resto la stanno cacciando; e dunque amo i luoghi degradati, gli unici che non mi danno la malinconia dell’attimo fuggente, o forse il senso della mia propria sconfitta»

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sabato 22 febbraio 2025

Il treno dei bambini - Viola Ardone

quando c’erano i comunisti l’Italia era un paese migliore di adesso, tutti lo sanno, a parte i fascisti.

il libro di Viola Ardone, che racconta un fatto del dopoguerra. lo dimostra.

dall’Italia del sud molti bambini poveri e poverissimi furono ospitati da molte famiglie dell’Emilia Romagna, che gli fecero dimenticare per un’estate la povertà e le difficoltà della vita.

il protagonista del libro è Amerigo, un bambino napoletano che sale sul treno, ma è una storia collettiva, una storia d’amore e di solidarietà, di donne e bambini.

un libro che riesce a commuovere e a far pensare, almeno così è successo a me.

 

  

Diviso in due parti, di cui la seconda, pur necessaria, forse più debole della prima, il romanzo sa coniugare bene passato e futuro, universale e particolare, ambivalenze che ben riprendono l’anima divisa in due di un bambino “costretto a scegliere” tra l’affetto rude di una madre lontana e quello più caloroso della famiglia che lo accoglie al nord.

La prima parte è più un documento di storia italiana romanzata, ma che sa come funzionare al meglio scegliendo un tono mai sdolcinato. La seconda parte, quando il narratore (Amerigo, il bambino) è maturo e professionalmente realizzato, è invece più un’opera (parallela) di sottile indagine psicologica, che calca la mano su sentimenti forti intorno alle due famiglie, quella di ieri e quella di domani, quella originaria e quella d’adozione, quella vera e quella acquisita.

Insomma, Il treno dei bambini è un libro importante, scritto con quella maestria che sa come non farsi pesare alla lettura, raccontando una storia di ladruncoli di mele e di affetto che ci prende al cuore, ce lo stringe e non ce lo restituisce più…

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Viola Ardone ha creato in poche pagine, che si leggono in un soffio, un piccolo capolavoro, uno spaccato d'Italia visto con gli occhi di un bimbo di appena sette anni ma che sembra avere alle spalle già una vita intera. E con una lettura un poco più attenta non è difficile cogliere sfumature molto interessanti, come i simboli che accompagnano tutto il racconto. Il gioco delle scarpe che fa Amerigo, dando un punteggio a seconda del loro stato, è una vera e propria analisi sociologica ed economica; o ancora la piccola mela annurca che mamma Antonietta lascia al figlio come ultimo e unico dono prima di partire, tanto bella e perfetta che il bambino non avrà mai il coraggio di mangiarla lasciandola marcire sulla scrivania, è il simbolo di quell'amore materno mai del tutto concretizzato e lasciato lì a guastarsi.
Il tutto è raccontato proprio come lo farebbe un bambino, con leggerezza e stupore continui, rendendo in questo modo il racconto più intenso e intimo.

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…Il treno dei bambini è un romanzo che scorre veloce sotto gli occhi del lettore. È finito e non te ne sei nemmeno accorto di quante cose belle hai letto. A posteriori ci pensi a quanto è vero tutto quello che è stato raccontato. A quanto, l’eco di quelle memorie apparentemente lontane, riecheggi ancora nella vita di tutti i giorni. Chi tra di voi è napoletano può capirlo ancora meglio, perché riconoscerà i termini dialettali, le ninna nanne, le strade e i vicoli.

Il treno dei bambini è un romanzo sensibile, è un romanzo vero. Dovremmo tutti ringraziare Viola Ardone per averci raccontato questa storia che, seppur frutto della fantasia, è più vera di molte realtà.

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giovedì 25 gennaio 2024

Il predatore - Marco Niro

Il libro si divide in tre parti, l’attacco, la caccia e la cattura, termina con un epilogo e un post epilogo, come in quelle musiche nelle quali sembra che siamo al termine, e poi si riparte un altro po’, e il cerchio si chiude.

Sembra una storia che riguarda gli orsi e i loro rapporti con gli umani, ma è invece il tragico sterminio da parte degli umani verso le specie animali non umane che non si possono sfruttare economicamente.

Gli umani sono l’unica specie che ha un esercito di assassini chiamati cacciatori, e si lamentano di poter uccidere troppo poco.*

 

Ma torniamo al libro, che inizia con una citazione di Hemingway su orsi, zingari e indiani.**


Qualche volta gli orsi attaccano gli umani, ma un numero di volte infinitamente inferiore di quanto non facciano gli umani contro gli orsi, ma soprattutto gli umani sono specializzati nel danneggiarsi fra di loro, fino ad arrivare all’omicidio e alla guerra.

La storia è la solita storia ignobile di rapporti umani insinceri e prevaricatori, all’interno delle famiglie e nei rapporti sociali in genere, la sincerità e l’amicizia sono merce rara.

Il libro è un po’ un thriller ecologico e politico, ma di più è un thriller classico, con assassini e investigatori, testimoni e omertà, persone che meritano l’estinzione.***

 

L’ambientazione è quella di una piccola cittadina di montagna, un microcosmo chiuso, dove tutti, o quasi, si conoscono, ma non troppo.

Il dramma esplode quando tre amici fanno una gita in montagna, dopo più di cento pagine. Marco Niro non si fa prendere dalla fretta, costruisce lo sfondo nel quale tutto può succedere, e succede.

In quella gita in montagna, per poche ore, Marco, Diego e Alessio vivono una qualche forma di felicità, senza temere di essere delusi o accoltellati, e si raccontano delle storie, come sempre si raccontano gli umani, raccontare storie, ascoltarle, leggerle.****


Il commissario Andrisani (che sembra uscito da un giallo di Friedrich Dürrenmatt) risolverà il caso, ma...

Il resto leggetelo voi, se siete curiosi.  

 

Buona lettura, allora.

 

 

*ecco la tragica fine di Amarena, se vi fosse sfuggita (vedi qui)


** proprio quest'anno è uscito Lubo,  di Giorgio Diritti (un ottimo film, sottovalutato da critica e spettatori), che inizia con zingari e orsi

 

***alla domanda sul grande successo della fantascienza, più o meno mezzo secolo fa, Ursula Le Guin spiegava il successo della fantascienza argomentando che la fantascienza era lo strumento narrativo-letterario per interpretare meglio la realtà, da un po’ di anni il noir e il thriller sono lo strumento narrativo-letterario per interpretare meglio la realtà

 

**** la storia che racconta Marco potete vederla in un piccolo grande film di Laura Samani (il titolo è Piccolo corpo)

 

 

 

I Personaggi:

Alessio Rizzoli. Ragazzo. Non ama Gabriele D’Annunzio.

L’artiglio. Può fare molto male.

Baleno. Orso. Fantasma.

Il bar del paese. Dove si gioca a biliardo e si beve grappa. E si chiacchiera.

Cimalta. Amena borgata di montagna. Forse.

Il commissario Andrisani. Sbirro disciplinato. Finora.

Diego Mantovani. Ragazzo. Ama Henry Thoreau.

Dio. Esiste?

Don Ruggero. Prete. Non crede in Dio.

J. Molto più di una lettera.

Matteo Adami. Self-made man. Non gli piacciono gli orsi.

Il Monte Ertissimo. Tutto inizia lì. E finisce.

Osho Sai Yogi. Parla con Baleno.

Gli orsetti di peluche. Prendono fuoco facilmente.

L’Orso Rosso. Era un uomo. Libero. Prima dell’alcol.

Paolo Mantovani. Padre. Cardiochirurgo in carriera.

Thor. Orso. Enorme.

da qui

 

 

 

 

scrive Marco Niro:

Scrivere “Il predatore” è stata un'esperienza nuova. Infatti, oltre ai romanzi e ai racconti pubblicati nei panni di Tersite Rossi, in quelli di Marco Niro avevo pubblicato finora solo un saggio e un libro per ragazzi. Di conseguenza, “Il predatore” è per me, di fatto, un esordio letterario, difficile ed elettrizzante come tutti gli esordi. Preciso che con Mattia Maistri, l'altro membro del collettivo, non c’è stata nessuna rottura, solo una separazione temporanea. Il percorso di vita di Mattia lo ha allontanato dalla scrittura e io, che fermo con le dita non ci so stare, ho pensato che era il momento buono per provarci da solo, per dedicarmi a un mio vecchio progetto: scrivere un romanzo di puro genere, ambientato in montagna, raccogliendo due sfide.

La sfida della forma: usare il genere noir per fare narrativa d'inchiesta
La prima era legata alla forma: volevo provare a usare gli stilemi del genere, in tal caso quelli del noir e del thriller, non tanto per sovvertirli o addirittura rinnegarli, come sempre ha fatto Tersite Rossi, quanto, più rispettosamente diciamo, per “piegarli” e renderli funzionali alla causa della narrativa militante e d’inchiesta, ovvero l’unico modo, credo, per fare sì che, oggi, il genere letterario resti vivo e significativo, senza limitarsi a essere uno stampino o peggio ancora una gabbia.  Tutto questo infilandomi nel filone della cosiddetta “letteratura di montagna”, oggi molto significativo e popolato.

La sfida del contenuto: scrivere di montagna, figuri ambigui e fauna selvatica
La seconda sfida, invece, aveva a che fare col contenuto: senza essere un montanaro (in montagna ci vivo da quasi vent’anni, ma ho trascorso in riva al Po i miei primi venticinque), volevo provare a scrivere di montagna focalizzando su una certa realtà meschina che da troppo tempo vedo prevalere, una realtà popolata da figuri ambigui, a livello tanto politico quanto economico, che dicono di volersi battere per il futuro della montagna e al tempo stesso la distruggono, come ambiente e come cultura. Il rapporto distorto che è venuto a crearsi tra uomo e fauna selvatica, tra noi e gli orsi, m’è parso l’elemento più emblematico, oggi, se si vuole capire la realtà di cui sto parlando. E così ho deciso di metterlo al centro di questo romanzo.

Un romanzo attuale... che non doveva esserlo
Vi dirò anche da cosa “Il predatore” non nasce, e probabilmente sarà una cosa difficile da credere: non è un romanzo che ho scritto per cavalcare l’attualità. Gli amici di Bottega Errante, l'editore, mi sono testimoni: hanno ricevuto la bozza del romanzo nel 2021, ovvero due anni prima che la cronaca si riempisse dei fatti tragici che conosciamo, e che hanno trasformato la delicata questione della convivenza tra uomo e fauna selvatica in un feroce, irrazionale dibattito tra tifoserie, tanto privo di scientificità quanto caratterizzato, fin troppo, da strumentalità bieca e opportunista. Eppure... Eppure, chi leggerà oggi “Il predatore” non potrà fare a meno di pensare che io abbia preso spunto direttamente da quei fatti, e lo dico perché io stesso, nel rileggerlo, ho pensato: “Com’è possibile? Le cose sono andate proprio così, quasi identiche a come le avevo immaginate...”. Quasi, per fortuna. Se leggerete, capirete cosa voglio dire. E a quel punto sono certo che non mi crederete.

da qui