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domenica 3 gennaio 2021

I fratelli Karamazov - Fëdor Dostoevskij

Ho letto le mille pagine del libro, ci ho messo più del solito, perché rallentavo, e a volte rileggevo.

Non capita spesso, ma quando capita e arrivi alla fine, dici: già finito?.

Impossibile raccontare di cosa parla un libro, questo libro, e chi lo facesse lo farebbe male.

Solo una cosa posso dire, i tre fratelli si chiamano Ivan, Aleksej e Dmitrij, spero di non aver anticipato troppo.

Provate a raccontare una musica di Mozart o Beethoven, o a raccontare un quadro di Picasso, provateci e poi mi dite cosa capisce chi ascolta.

Tutto succede in pochi giorni e succede tutto quello che può capitare all’animo umano.

Quasi tutte le pagine da sole valgono un libro intero e tante pagine così emozionanti, coinvolgenti, sorprendenti costruiscono un libro immenso.

Se vi volete male non pensate neanche di prendere in mano I fratelli Karamazov, ci sono così tante cose peggiori da fare, ma se ci provate e arrivate alla fine vi accorgerete quanto tempo avete speso in attività inutili nella vita.

Il maestro Manzi direbbe che non è mai troppo tardi.

Ascoltatelo.

Buona indimenticabile lettura.

 

Ps: ho trovato in rete una lettera di Dostoevskij al fratello, scritta in prigione, prima di partire per quattro anni di lavori forzati in Siberia, eccola qui

 

 

 

I fratelli Karamazov è il titolo di uno sceneggiato televisivo diretto da Sandro Bolchi e trasmesso dal Programma Nazionale della RAI nel 1969 – si può guardare su Raiplay (qui qualche link)

 

 

 

 

Tutto è già stato scritto, tutto già commentato a proposito di questa opera grandiosa e solenne. Diventa pertanto complicato scrivere una recensione senza risultare banali o annoiare, ma a conclusione di una lettura così imponente, dopo una mese passato in compagnia dei fratelli Karamazov, si sente forse questa esigenza di raccogliere qualche idea in proposito e lasciarla su queste pagine. Più che un romanzo si può forse considerare “un’opera omnia”, perché Dostoevskij affronta una serie di tematiche, di questioni esistenziali nelle quali l’intera umanità si riconosce, riscontrabili nell’operato dei quattro fratelli K., che emblematicamente, assumono una portata simbolica. Citando le parole pronunciate dal procuratore durante la requisitoria, nel dibattimento processuale a carico di Dmitrij accusato di parricidio, si capisce che i Karamazov sono “creature vaste…capaci di mescolare tra loro tutte le possibili contraddizioni e in un colpo solo contemplare entrambi gli abissi, l’abisso che sta sopra di noi, quello degli ideali superiori e l’abisso che sta sotto di noi, quello del degrado più basso e fetido”. I quattro fratelli sono eroi tipicamente Dostoevskiani che si fanno carico di quella dicotomia bene-male così evidente in tante opere dell’autore.
A partire da Alesa (o Aleksej), il fratello buono e puro per antonomasia, evidente portatore di bene, assoluto credente. La fede e la bontà sono ingredienti di cui questo libro è colmo ed i messaggi di amore verso il prossimo riecheggiano frequentemente scorrendo le tante pagine, distribuiti dall’autore nelle mani (e nella bocca) non solo di Alesa ma anche dello Starec Zosima, figura monacale intrisa di santità, quasi una personificazione di Cristo sulla terra: “ Amatevi gli uni con gli altri….Amate il popolo di Dio…Non abbiate paura del vostro peccato, persino quando l’avrete riconosciuto, purchè vi sia il pentimento”…

da qui

 

I fratelli Karamàzov è l'ultimo romanzo scritto da Fëdor Dostoevskij: nelle intenzioni dell'autore avrebbe dovuto essere il primo capitolo di una trilogia, ma la morte lo colse quattro mesi dopo la pubblicazione del romanzo, avvenuta come spessissimo succedeva nel XIX secolo a puntate su di un periodico politico (la rivista “Russkij Vestnik”, per la precisione) prima che in volume. Oggetto di numerose riduzioni cinematografiche e teatrali, indicato da tanti intellettuali e artisti del '900 come libro preferito e persino citato da Papa Benedetto XVI in una enciclica, I fratelli Karamàzov è al tempo stesso una saga familiare, un affresco storico-politico, un pamphlet sulla religione e un noir. Non mancano i riferimenti autobiografici: nel 1878 la morte per una crisi epilettica di Alyosha, il figlio di 3 anni di Dostoevskij, lo condusse al monastero di Optina e lo indusse a profonde riflessioni di natura religiosa. Il protagonista del romanzo (o almeno quello così definito dal narratore) Alekséj è l'uomo che l'autore avrebbe voluto il suo piccolo sfortunato Alyosha divenisse, e la figura del “santo” Zosìma è ricalcata su quella di Elder Leonid, un monaco venerato a Optina. Secondo l'interpretazione della maggior parte della critica letteraria - su I fratelli Karamàzov sono stati scritti una quantità incredibile di saggi - l'odioso capofamiglia Fëdor Pávlovič Karamàzov rappresenterebbe la Russia zarista corrotta e decaduta, che può riscattarsi (come del resto tutti noi, suggerisce Dostoevskji) solo attraverso la sofferenza e l'amore, affidando il suo futuro all'innocenza dei bambini, delle nuove generazioni che condurranno verosimilmente la nazione alla gloria internazionale. In effetti pochi decenni dopo l'avvento di Lenin prima e di Stalin poi (e la rivoluzione non è forse anche un parricidio?) avrebbero creato il gigante sovietico, per 70 anni circa alla guida di mezzo mondo, ma verosimilmente lo scrittore russo immaginava qualcosa di un po' diverso. Rigettando le istanze socialiste e il nichilismo secondo lui già sin troppo radicato nella cultura arcaica russa, Dostoevskij riscopre l'anelito religioso e indica nella spiritualità la chiave dell'esistenza: non è però una conversione banale e senile, bensì una visione complessa (e anche contraddittoria) e molto moderna. Furioso per le accuse di moralismo ricevute dal romanzo, egli stesso scriveva poche settimane prima di morire: “Non è come un imbecille qualsiasi (fanatico) che io credo in Dio. E quelli là vogliono insegnare a me e ridono della mia arretratezza!”. Di qualsiasi fede si tratti, quella espressa ne I fratelli Karamàzov è fatta più di domande che di risposte, più di dubbi che di certezze, più di ricerca nevrotica che di serenità. Come tutt'altro che serene sono le traiettorie di vita dei personaggi, inzuppati fino in fondo all'anima di rancore e disprezzo, coinvolti in vicende losche e degradate (stupri, ricatti, prostituzione), travolti da una vicenda giudiziaria angosciante che non riesce a fare luce su un parricidio che ha molto di simbolico. È come se Dostoevskij avesse voluto scrivere un romanzo per donare una luce ai suoi lettori e invece avesse finito per rendere ancora più scuro il buio che incombe su tutti noi.

da qui

 

I Fratelli Karamazov segna uno dei vertici della letteratura moderna e non solo moderna, sia sul piano formale che su quello contenutistico, piani entrambi vincolati a quel legame indissolubile con l’analisi dell’uomo e del mondo intorno. La sua importanza, dunque, come vero e proprio mito, non può non protrarsi nella sua significanza odierna, e la sua letterarietà non resta di certo appannata dalla sua connotazione storico-geografica che, seppur importante, vitale, necessaria, non drena la potenza espressiva e contenutistica di questa mirabile opera d’arte. Tutta russa, certamente, ma anche incredibilmente occidentale per natura, e non solo per conseguenza. Come forse solo nell'”Edipo Re”, nella “Commedia”, nell'”Amleto” e in poco altro, si può facilmente trascendere il contesto e vederlo come la coscienza dell’uomo occidentale. E quest’uomo, seppur non si chiamerà necessariamente così, avrà dentro di lui il nome Karamazov. Le sue colpe, le sue brame, la sua forza…

…In Herman Hesse, estremo estimatore dell’autore, si può leggere come, per leggere Dostoevskij, si debba essere “nel momento in cui, soli e paralizzati in mezzo allo squallore, volgiamo lo sguardo alla vita e non la comprendiamo nella sua splendida, selvaggia crudeltà e non ne vogliamo più sapere, allora, ecco, siamo maturi per la musica di questo terribile e magnifico poeta“. Proprio nella stessa battaglia titanica contro Dio (che sarà quella romantica di capolavori come “Moby Dick”), contro il Padre stesso, l’origine, e contro quindi se stessi che la trinità (non certo a caso dei figli principali di Fëdor Pavlovič: Ivan, Aleksej e Dmitrij) diventa pluralità, che l’assassino, il reo, il colpevole non possa essere uno, che il modo di vedere il tutto come manifestazione del singolo possa essere inequivocabile. Karamazov non è un tipo di uomo, non è solo il romantico, l’illuminista, l’inetto, il russo, il ricco, il povero, il dissoluto. Karamazov è l’ogni-uomo, perfino l’oltre-uomo in potenza (per usare termini cari al vicinissimo Nietzsche). La coscienza stessa della stirpe di Caino, di Cesare e del Cristo. L’umanità Karamazov. La sua coscienza stessa resa manifesta, fatta carne e nominata col nome del Padre.

da qui

 

leggendo I fratelli Karamazov, oltre a riconoscere, come ci insegna Freud, un percorso al parricidio, scopriamo interrogativi portanti, non nella risposta ma in sé. Dalla presenza di Dio al ruolo della bontà, dall’egoismo al vero significato dell’amore. Cos’è la crudeltà? E il peccato? Ci ritroviamo, mediate le parole di Dostoevskij, in un presente all’apparenza distante. Interrogativi che sbattono contro un muro. Quello della vita, un mistero di domande. Esiste risposta, c’è una soluzione? Beh, per scoprirla dobbiamo leggere, non è così aprioristico ribattere. Ma affrontando I fratelli Karamazov vedremo dilaniata la nostra coscienza e ragione. Ci ritroveremo eretici, nevrotici, passionali, altruisti. Ci ritroveremo nella ricca personalità dell’autore, in cui Freud distingue “lo scrittore, il nevrotico, il moralista e il peccatore” e aggiunge “Come raccapezzarsi in questa sconcertante complessità?”. Appunto, come venire a capo di un capolavoro? Non si può, perché, avrebbe detto Wilde, ci vuole un altro artista, non la critica. Quindi cosa fare? Nient’altro che l’abbandono a chi ci ha superato e preceduto, a chi rappresenta uno dei più grandi maestri della letteratura. Chapeau, prima di sfogliare le pagine de I fratelli Karamazov. Prima di cambiare vita, prima del nostro nuovo altrove letterario.

da qui

 

I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij è un libro necessario, come pochi altri nella storia della letteratura. Necessario per chiunque senta il bisogno – atavico, primordiale come sottolinea Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia [1], e invece sempre più raro nella nostra epoca vuota, dominata dall’apparenza, dalla stupidità, la Grande Stupidità di manniana memoria [2], dall’ignoranza, dall’incoscienza, dall’inautenticità in sostanza, dalla rettorica, del male come del bene – di non arrestarsi alla superficie, ma di penetrare in profondità, fino a decifrare, o almeno tentare di decifrare, il «mistero» uomo [3]. E nell’ultimo e più grande romanzo dello scrittore russo (in realtà, come ho già scritto altrove, d’accordo con Freud reputo I fratelli Karamazov non solo il più grande romanzo di Dostoevskij, ma il più grande romanzo dell’intera storia della letteratura) arte, filosofia e morale, i tre parametri boiniani ai quali ho sempre fatto riferimento nella valutazione di un testo, interagiscono e si fondono in un’opera monumentale che ha il supremo valore del «libro sacro» [4].

La creazione di un libro totale, definitivo, che contenga e veicoli l’ultima, estrema, severa parola, dopo il quale poter morire più o meno serenamente, in pace con se stessi e in accordo con la propria missione, senza dover temere o rimpiangere di non essere riusciti a dire tutto ciò che doveva essere detto, tutto ciò che era necessario fosse detto, è un’idea fissa per molti scrittori, soprattutto per quegli scrittori che alla vocazione letteraria abbinano una spiccata vocazione filosofica e morale. Alcuni di essi falliscono, altri invece riescono, e tra questi vi è Dostoevskij, che, giunto alla fase conclusiva della sua tormentata e romanzesca esistenza, crea I fratelli Karamazov, il suo libro totale, definitivo, veicolo della sua ultima, estrema, severa parola, ideale sintesi artistico-letteraria del suo pensiero [5]…

da qui

 

 

 

giovedì 17 dicembre 2015

Preghiera per Černobyl' - Svetlana Alexievic

Černobyl' è un luogo lontano dove è accaduto un incidente nucleare nel 1986, ma ancora non si può immaginare niente.
con il libro di Svetlana Alexievic si arriva al cuore della storia (e della Storia), semplicemente facendo parlare e ascoltando chi era lì.
la prima cosa che si capisce è che è apparso per la prima volta un nemico di una specie nuova, diverso da tutti i precedenti.
il confronto che molti fanno è con la seconda guerra mondiale, ma è un paradigma nuovo quello che Černobyl' crea, il nemico non ha faccia, non ci si può difendere con le armi, non si vede.
una somiglianza potrebbe essere una qualche epidemia, qualche peste del passato, ma concentrazione spaziale e temporale sono senza pari.
immergendosi nella lettura si entra nell'anima umana, amore, eroismo, dolore, pietà, il coro degli esseri umani, dei bambini e degli animali, gli sguardi e le emozioni sono quelli di sempre, tutti i drammi hanno una faccia, un'immagine, una storia, con un nemico che non si vede.
la solitudine dell'essere vivente davanti alla malattia e alla morte è quella di sempre, ma per qualcosa che non si capisce.
questo è un libro che dovrebbero leggere gli apprendisti stregoni, ma tanto se ne fregano, dovremmo leggerlo tutti noi, per capire, o almeno provare a intuire, che nessuno è al riparo da niente, e che gli effetti hanno una causa, che troppo spesso non vediamo o non vogliamo vedere.
se questo è un romanzo, una cronaca, un collage di storie, un libro di giornalismo non lo so, solo so che non si dimentica più, dopo averlo letto.

intanto quest'anno Svetlana Alexievic ha vinto il premio Nobel per la letteratura, lo dico per i distratti - franz






«Questo libro non parla di Černobyl’ in quanto tale, ma del suo mondo. Proprio di ciò che conosciamo meno. O quasi per niente. A interessarmi non era l’avvenimento in sé, vale a dire cosa era successo e per colpa di chi, bensì le impressioni, i sentimenti delle persone che hanno toccato con mano l’ignoto. Il mistero. Černobyl’ è un mistero che dobbiamo ancora risolvere... Questa è la ricostruzione non degli avvenimenti, ma dei sentimenti. Per tre anni ho viaggiato e fatto domande a persone di professioni, destini, generazioni e temperamenti diversi. Credenti e atei. Contadini e intellettuali. Černobyl’ è il principale contenuto del loro mondo. Esso ha avvelenato ogni cosa che hanno dentro, e anche attorno, e non solo l’acqua e la terra. Tutto il loro tempo. Questi uomini e queste donne sono stati i primi a vedere ciò che noi possiamo soltanto supporre... Più di una volta ho avuto l’impressione che in realtà io stessi annotando il futuro».

Questo libro è la più interessante e sconvolgente raccolta di testimonianze che io abbia mai letto. Parla di una nazione che io ho visitato per due anni, che ho amato e aiutato, e ho scoperto quello che hanno provato e fatto quelli che si trovavano lì allo scoppio della centrale. È una lettura da fare con coraggio, forza e aprendo il cuore al dolore. Non è un romanzo sull'esplosione, sulla ricerca della colpa o altro. Vivi al fianco dei protagonisti, senti i loro ricordi, ami e soffri con loro, vedi la bellezza della Bielorussia con i loro occhi. E posso confermarvi che è veramente bella come loro ci raccontano. È un libro sulla memoria, è doveroso conoscere questi episodi crudeli, che sarà difficile dimenticare. È un libro commovente, poesia e nuda verità. E ci si stupisce del fatto che non trapeli rabbia da queste testimonianze, ma dolore e voglia di vivere, di ricominciare, di restare nelle proprie casette fino alla fine. Stupendo, da leggere. Capisco perché l'autrice ha vinto il premio Nobel quest'anno.

È un coro di voci Preghiera per Chernobyl, il racconto di chi è rimasto dopo il più grande disastro al mondo del nucleare civile. Svetlana Aleksievic è andata in casa delle vecchie contadine bielorusse, si è seduta accanto alle loro stufe radioattive come piccoli reattori, ha ascoltato le voci delle madri e delle mogli che hanno visto la carne dei loro uomini (soccorritori ed elicotteristi intervenuti per spegnere la centrale in fiamme) staccarsi dalle ossa per le radiazioni, ha parlato con gli operai che hanno costruito il sarcofago destinato a contenere il «raggio invisibile» e che stavano lentamente morendo di cancro. E undici anni dopo l’esplosione del 26 aprile 1986  li ha raccontati salvandoli dall’oblio e mostrando come la Storia è fatta di affetti e destini personali.

Ho letto il libro piangendo, molti anni fa. Ha cambiato per sempre il mio modo di intendere il giornalismo e il suo impegno civile…

da qui

 

...Svetlana Aleksievic ci ha regalato un libro struggente e importantissimo: “Preghiera per Cernobyl'”, edito in Italia da e/o nella traduzione di Sergio Rapetti, è composto da un coro di voci che commuovono, fanno stringere il cuore, raccontano la nostalgia della terra in cui si è cresciuti, delle proprie abitudini, dei propri amici. Sono voci che si accavallano, si danno reciprocamente forza, raccontano una tragedia dal punto di vista più profondo e umano. Superano i numeri e la statistica – compresi quelli a cui accennavo prima – e offrono una visione molto più profonda di un momento che tutti ricordiamo e tutti ha cambiato.

Colpisce la presenza-assenza dell’autrice: le voci che raccontano le personalissime tragedie dei singoli sono costituite da intensi monologhi, mai intervallati dalle parole di chi le ha raccolte. Eppure Svetlana c’è, e la discrezione con cui la sua presenza viene avvertita ha del commuovente.

Un grande libro, fra denuncia e sentimento.

da qui

 

 

qui alcune pagine del libro (da Sagarana)






venerdì 1 febbraio 2013

La tigre - John Vaillant

un reportage nel quale la volontà di vendetta della tigre le è fatale, le ammazzano lo stesso, ma qui è sicuro.
a metà strada fra Derzu Usala e Moby Dick, l'impressione a caldo è quella di un grande animale che occupa le menti degli uomini.
io faccio il tifo per le tigri, gatti selvatici cresciuti.
una storia che non si dimentica - franz




... È un libro di confine, difficilmente definibile, che al medesimo tempo ci parla dell' animale totemico per eccellenza, di una wilderness surreale ("giungla boreale", viene definita), di un pezzo di mondo del quale ignoriamo tutto: storia, economia, geografia, composizione umana. Senza contare che durante la presidenza Eltsin quel pezzo di mondo fu messo in vendita al miglior offerente, con devastazioni sociali e ambientali inimmaginabili. Ci stiamo riferendo alla regione estremo-orientale russa del Primorje, grande più o meno come il doppio dell' Austria e che si affaccia sul mar del Giappone. La straordinaria durezza dell' habitat naturale rende la vita quotidiana degli uomini altrettanto dura e pericolosa. Uniche ricchezze il legname, le miniere e la pesca,a cui si aggiunge- in un contesto di generalizzata corruzione - il mercato nero e la caccia di frodo del felino più grande del mondo: la tigre dell' Amur…

Volete leggere una storia in cui una spietata volontà di morte e vendetta degna di Moby Dick si amalgama con un definitivo e duro paesaggio simile al Grande Nord cantato da Jack London? Volete leggere una storia in cui la saggezza tramandata da Dersu Uzala vive a contatto con le schegge dell’ex impero sovietico e con ambienti degni di un’inchiesta dell’ispettore Arkady Renko? Volete leggere una storia che fonde i piani narrativi della docufiction letteraria, del reportage giornalistico di ampio respiro e del romanzo d’avventura? Allora dovete leggere La tigre, un’avventura siberiana di vendetta e sopravvivenza

La apariencia de este libro resulta engañosa; tanto el título, como el subtítulo, como el diseño de la portada, como el apellido de su desconocido escritor idéntico al de una marca de calentadores de agua, te hacen pensar que estás ante un libro de vete tú a saber qué. Pero tras esa apariencia se encuentra uno de los mejores libros que he leído en mi vida. Hay libros buenos y malos, largos y cortos, que contienen información, desinformación, conocimientos, paparruchas y pamplinas. Sin embargo pocos libros hay que contengan sabiduría. La palabra sabiduría proviene de la palabra saborear y en su origen no tenía relación con el saber sino con el gustar, el paladear y gozar la verdad. La socorrida Wikipedia dedica una extensa entrada a esta palabra, copio y pego aquí las primeras líneas: «La sabiduría es una habilidad que se desarrolla con la aplicación de la inteligencia en la experiencia, obteniendo conclusiones que nos dan un mayor entendimiento, que a su vez nos capacitan para reflexionar, sacando conclusiones que nos dan discernimiento de la verdad, lo bueno y lo malo». Creo que lo deja bastante claro…