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mercoledì 21 dicembre 2022

L' uomo che scherzava col fuoco – Jan Stocklassa

se hai amato la trilogia di Stieg Larsson(*), questo è il libro che fa per te.

Jan Stocklassa, un giornalista che cercava di capire i misteri della morte di Olof Palme, per caso arriva all’archivio di Stieg Larsson, morto a 50 anni.

anche Stieg Larsson ha cercato per anni di fare luce su quel mistero, su quel misterioso omicidio politico, senza rivendicazioni e senza soluzione.

il libro, che si legge come un romanzo, mette insieme le ipotesi di Stieg e Jan, e va avanti nelle indagini, fino ad arrivare a delle ipotesi molto convincenti.

viene sottolineata spesso, giustamente, l’inadeguatezza e l’incapacità della polizia svedese, che non è quella del commissario Wallander (lo straordinario personaggio creato da Henning Mankell) e degli altri poliziotti nati dalla penna di ottimi scrittori svedesi.

il fatto che polizia e magistratura svedese siano spesso inadeguate è forse il motivo per cui gli svedesi devono scrivere e leggere dei romanzi per riuscire a trovare un po’ di giustizia.

come in Italia succede spesso (penso al caso Mattei, ma non solo), per la Magistratura svedese l’assassinio politico di Olof Palme resta ufficialmente irrisolto, con sommo godimento dei mandanti.

per ottenere giustizia e verità dobbiamo leggere romanzi, inchieste giornalistiche e vedere qualche film.

 



(*) poche parole dopo aver letto la trilogia di Stieg Larrson

Stieg Larrson - Uomini che odiano le donne

A me è piaciuto molto, e leggerò gli altri due!

 

Stieg Larsson -La ragazza che giocava con il fuoco

non riesco a trovare un motivo per rimpiangere di averlo letto.
se volete farvi del bene Stieg Larsson vi aspetta.
intanto, scusate, inizio il terzo.

 

La regina dei castelli di carta - Larsson Stieg

Potrei dire come finisce, ma mi trattengo.
Alla fine 2300 pagine che non deludono.
Dai, provateci, non ve ne pentirete!
Lisbeth e Mikael saranno dei nuovi amici (altro che Facebook!).



 

Il segreto più grande di Stieg Larsson è rimasto chiuso per un decennio in venti scatole abbandonate in un deposito. Nel 2004, la morte improvvisa del geniale autore svedese ha interrotto anche quella che doveva essere l'inchiesta della sua vita. Perché prima di essere un grande narratore, Larsson è stato un giornalista, un investigatore che aveva scelto i movimenti di estrema destra come cuore delle proprie ricerche e che – dalla sera dell'omicidio del primo ministro svedese Olof Palme, il 28 febbraio 1986 – iniziò a intuire un micidiale teorema di connessioni. «Uno dei delitti più sconvolgenti di cui io abbia mai avuto l'ingrato compito di occuparmi» arrivò a dichiarare. Oggi il giornalista Jan Stocklassa, grazie al permesso esclusivo di aprire i venti scatoloni sigillati, riporta in vita l'ultima indagine di Larsson, un puzzle di affascinante complessità, il vero ultimo giallo dell'autore. L'omicidio di Olof Palme fu un evento di portata internazionale; l'uomo che sfidò a viso aperto l'apartheid del Sudafrica fu ucciso mentre rientrava a casa con la moglie dal cinema. Stoccolma, la capitale della civilissima Svezia, si tinse di rosso e il nero della matrice politica del delitto impregnò le sue strade. Un intrigo che rimane alle fondamenta della trilogia «Millennium».

da qui



 


Stieg Larsson (1954-2004)era un giornalista esperto a livello mondiale di movimenti di estrema destra, collaboratore di diverse testate e dell’agenzia di stampa TT, corrispondente dall’Inghilterra, consulente del ministero di Giustizia, inviato per l’OSCE, ha lavorato anche come consulente di Scotland Yard. Nel 1995, dopo l’omicidio di cinque ragazzi a Stoccolma per mano di estremisti di destra, fondò la rivista EXPO, con intenti antirazzisti.
Stieg Larsson riteneva di avere una missione: sempre impegnato in prima linea contro razzismo, antisemitismo, fascismo, movimenti nazionalisti, discriminazioni, abusi sulle donne, si identificava totalmente con il proprio lavoro.
Bersaglio di gruppi neonazisti, visse per anni protetto dalla polizia, costretto a tenere segreta la propria abitazione e a modificare quotidianamente i suoi tragitti.

Un autore che la critica svedese ha acclamato come una rivelazione, una voce veramente nuova, fuori dal coro, capace di rilanciare il genere rivelandone le nuove potenzialità, per doverlo subito piangere, perché morto improvvisamente per un attacco cardiaco, nel novembre 2004, poco prima dell’uscita in libreria del primo episodio della trilogia che aveva appena concluso.
Stieg Larsson, morendo, ha portato con sé molti segreti.
Amava il poliziesco anglosassone. A un giornale confidò: «Più che fare propaganda o tentare di fare letteratura classica, un poliziesco deve in primo luogo intrattenere il lettore. La narrativa di genere è tra le forme più popolari d’intrattenimento. E solo catturando completamente l’attenzione e la fiducia del lettore posso usarla per trasmettere un messaggio, ed è quello che voglio fare, naturalmente.»
StiegLarssoncover.jpgLa televisione svedese SVT e la compagnia di produzione Yellow Bird (di cui è socio anche Henning Mankell) stanno lavorando a una serie televisiva tratta dai tre romanzi della Millennium Trilogy, oltre che a un film per il grande schermo ispirato al primo episodio della serie, Uomini che odiano le donne (in uscita italiana per i tipi Marsilio). La Millennium Trilogy di Stieg Larsson è una trilogia poliziesca dalla singolare storia editoriale: ha venduto 150.000 copie in meno di un mese dall’uscita e solo in patria ha ormai raggiunto 1.800.000 copie, facendo di Larsson l’autore di thriller attualmente più venduto in Svezia.
Clamoroso caso editoriale internazionale, tradotto in 20 paesi, Larsson ha già venduto tre milioni e mezzo di copie dei suoi romanzi in Europa: in Francia Uomini che odiano le donne, uscito in sordina, grazie a un inarrestabile passaparola ha raggiunto le 60.000 copie vendute; in Germania è stato il tascabile più venduto dell’anno; in Danimarca il terzo volume della trilogia, con 110.000 copie, è il libro con la più alta prima tiratura del paese dopo la Bibbia.

L'autointervista che segue è stata redatta poco prima della morte dell'autore.

La fondazione Expo

Expo è una fondazione per la ricerca con uno scopo molto semplice: difendere la democrazia e la libertà di parola contro i movimenti razzisti, antisemiti, di estrema destra e totalitari.
Expo è libera da legami con partiti politici. Nel lavoro della fondazione sono impegnate persone di estrazione molto diversa, dai giovani moderati agli ex comunisti.
Chi lavora a Expo deve lasciare il proprio bagaglio politico fuori dalla porta.

Il lavoro alla rivista Expo e le minacce

Abbiamo iniziato nel 1995 quando sette persone furono assassinate da un gruppo di neonazisti. All’inizio, in redazione c’erano alcuni ragazzi che per due anni hanno lavorato fino allo sfinimento. Io stavo su anche la notte cercando di mandare avanti le cose.
Non abbiamo avuto alcun sostegno e nel 1998 la rivista fu sospesa. Allora tre-cinque di noi erano ancora nel direttivo e abbiamo ricevuto l’incarico di ristrutturare l’attività e saldare i debiti. Ci siamo riorganizzati con un nuovo direttivo nel 2001.
Mi è capitato di ricevere minacce. Ma capita a tutti quelli che scrivono di questi movimenti.
Le minacce arrivano subito. Anche per i testi più “innocenti”. Se le minacce aumentano, telefoniamo alla polizia. Per esempio, qualcuno ha sparato alla finestra dell’ufficio di Kurdo Baksi, la tipografia è stata danneggiata da un gruppo di vandali e qualcuno ha assalito uno dei distributori di Expo. Ma siamo stati costretti a telefonare alla polizia soltanto in tre occasioni.

La Millennium Trilogy

Ho iniziato a scrivere nel 2001. All’inizio lo facevo per divertimento.
Era una vecchia idea degli anni Novanta. Io e Kenneth A dell’agenzia di stampa TT non avevamo molto da fare e così abbiamo iniziato a scrivere un testo sui vecchi Gemelli Detective, una serie per bambini degli anni Cinquanta. Era divertente e ci siamo detti che avremmo dovuto scrivere che ora avevano quarantacinque anni e che stavano affrontando il loro ultimo mistero. Così ebbe inizio la mia idea, ma subì dei cambiamenti. Cominciai a pensare a Pippi Calzelunghe. Come sarebbe stata oggi? Come sarebbe stata da adulta? Come l’avrebbero definita? Sociopatica? Donna-bambina? Pippi ha un’altra visione della società. La trasformai in Lisbeth Salander, venticinque anni, una ragazza completamente al di fuori della società. Non conosce nessuno, non ha alcuna capacità di socializzare.
Poi pensai che ci volesse un contrappeso per Lisbeth. E fu Mikael “Kalle” Blomkvist, un giornalista di quarantatré anni. Un “fratello in gamba” che lavora alla propria rivista, Millennium. L’azione si svolge intorno alla redazione della rivista. Ma anche intorno a Lisbeth, che non vive una vita molto attiva.
Le persone coinvolte sono molte, di tutti i tipi. Lavoro con tre gruppi distinti. Uno intorno a Millennium, che ha sei dipendenti. I personaggi secondari non entrano in scena soltanto per dire qualcosa. Agiscono e influenzano l’azione. Non è un universo chiuso.
Poi c’è il gruppo intorno alla Milton Security, una società di sicurezza diretta da un croato.
E poi c’è il corpo di polizia, attori che agiscono da soli.
Solo nel terzo romanzo tutti i pezzi del puzzle trovano il loro posto e si capisce quello che è successo. Ma si tratta anche di qualcos’altro. Nei romanzi gialli in genere non si vedono mai le conseguenze di quello che è successo in una storia precedente. Nei miei romanzi sì.

Scrivere romanzi gialli

È tutta la vita che leggo romanzi gialli. Alla TT scrivevo due colonne all’anno, una d’estate e una a Natale. Scrivevo sui cinque migliori romanzi del momento. Fra i quali Sara Paretsky, Val McDermid, Elisabeth George, Minette Walters. Strano, ma i romanzi che ho lanciato erano quasi tutti scritti da donne.
So quello che mi irritava dei romanzi gialli. Spesso i protagonisti non descrivono la società che li circonda.
Scrivo molto rapidamente. È facile scrivere romanzi gialli. È più difficile scrivere un articolo di 5000 caratteri che deve essere corretto al cento per cento. Non dobbiamo mai sbagliare a Expo, perché in quel caso possiamo essere attaccati dalla stampa avversa.
Scrivere un romanzo giallo significa scrivere qualcosa di divertente. Non è come scrivere propaganda o letteratura classica. I romanzi gialli sono fra i più popolari mezzi di intrattenimento che esistono. E se poi si cerca di inviare un messaggio... io lo faccio.

da qui

 

 

scrive Stieg Larsson, sull'omicidio di Olof Palme

 

Lo scrittore svedese Stieg Larsson, autore della trilogia Millennium, tre settimane dopo l'omicidio di Olof Palme, il premier socialdemocratico, spedì una lettera di sette pagine a Gerry Gable, caporedattore di Searchlight, il periodico britannico schierato contro il razzismo. Il testo è stato scovato nell'archivio segreto di Larsson da Jan Stocklassa, ex diplomatico e scrittore, che proprio da quelle carte è partito per la sua inchiesta, lunga otto anni, dedicata al caso Palme. Larsson suggeriva di seguire le due piste che oggi – come racconta Jan Stocklassa nel suo libro L'uomo che scherzava col fuoco, in uscita per Rizzoli – sono le più accreditate dalla polizia: i servizi segreti sudafricani e i neofascisti svedesi. Ecco la lettera


Stoccolma, 20 marzo 1986


Cari Gerry & amici,
l’omicidio del primo ministro svedese Olof Palme è,
a essere del tutto sinceri, uno dei delitti più incredibili
e sconvolgenti di cui io abbia mai avuto l’ingrato compito
di occuparmi.

Sconvolgente per come la storia si avvita di continuo
su se stessa, cambia bruscamente direzione,
dando origine a nuove sconcertanti scoperte, per poi
mutare ancora, in vista del passo successivo. Incredibile
per la sua portata politica e per il fatto che – per
la prima volta nella storia, credo – un capo di governo
sia stato ucciso senza che si abbia la minima idea del
o dei colpevoli. Inquietante – i delitti lo sono sempre
– poiché la vittima era il primo ministro, un uomo apprezzato
e rispettato in Svezia, non solo dai socialdemocratici
ma anche da chi (come me) non lo è.

Da quando il telefono si è messo a squillare nelle
prime ore del mattino di sabato 1º marzo, e il mio
caporedattore mi ha informato del delitto ordinandomi
di farmi trovare alla scrivania, il mio mondo
è costantemente nel caos. Provate a immaginare se
doveste occuparvi dell’omicidio della signora Thatcher
e l’assassino fosse scomparso senza lasciare
traccia.

E poi lo shock. Quel sabato mattina, mentre la notizia
si spargeva per la Svezia ancora addormentata,
ho incontrato persone che d’impulso uscivano in strada,
con volti pallidi e cupi. In redazione ho visto navigatissimi
cronisti di nera – uomini e donne che hanno
visto di tutto, più e più volte – interrompersi all’improvviso
a metà della scrittura di una frase, chinare
il capo e scoppiare a piangere.

Io stesso mi sono ritrovato di colpo in lacrime, quella
mattina. È successo quando mi è piovuta addosso
una disperata sensazione di déjà-vu, nel momento in
cui mi sono reso conto che in meno di tre anni era la
seconda volta che perdevo un primo ministro: il primo
era stato Maurice Bishop, a Grenada – un uomo
per il quale nutrivo affetto, rispetto e fiducia più che
per molti altri. E adesso succedeva ancora.

Dopo, messo da parte lo sconforto e sepolto il signor
Palme, ecco il momento in cui i reporter tutt’a
un tratto si accorgono di quanto questo caso sia un
esempio da manuale.

A volte si sviluppa al ritmo concitato di un romanzo
di Robert Ludlum. Certi giorni, invece, assomiglia
a un mistero alla Agatha Christie per poi
evolvere in un poliziesco in stile Ed McBain, con
una spolverata di spacconeria alla Donald Westlake.
La posizione della vittima, l’incidenza politica,
l’assassino senza volto, le congetture, le piste che
non portano a nulla, arrivi e partenze di presidenti
e monarchi, i percorsi delle automobili, le dicerie, i
pazzoidi, quelli che «io l’ho sempre saputo», le telefonate,
le soffiate anonime, gli arresti e la sensazione
che si ha quando si crede che i conti stiano per
quadrare… e invece si approda solo al nulla e alla
confusione.

Su questa storia si scriveranno libri.

Di norma, chi uccide un capo di governo viene catturato
o ucciso nei secondi o minuti immediatamente
successivi al fatto. E l’indagine di solito si riduce a un
caso aperto e subito chiuso. Stavolta no.
Qui abbiamo un primo ministro che fa una passeggiata
serale insieme alla moglie, senza guardie del
corpo nel raggio di chilometri. E abbiamo un assassino
che svanisce nel nulla.

Insomma, siamo seri: da dove si comincia un’indagine
che ha letteralmente migliaia di sospettati e
neppure una pista?

Perdonatemi questo esordio farfugliante. Non
avevo neppure messo in conto di scrivere tutte queste
cose.

Venendo al punto, ho pensato di scrivervi del delitto
Palme fin da subito. Ho abbozzato otto o nove lettere
senza concluderne neppure una. Perché? È presto
detto: perché prima che io avessi il tempo di concludere,
emergeva qualche nuovo e sorprendente elemento
che impartiva alla vicenda una nuova direzione. Così,
ogni volta dovevo strappare quel che avevo scritto e
ricominciare daccapo.

Perciò questa lettera è solo un tentativo di darvi
un ragguaglio su cosa, in relazione all’omicidio, è
un dato di fatto e cosa no. Dopo aver passato le ultime
tre settimane a convivere con questo delitto
ventiquattr’ore su ventiquattro, ho grosse difficoltà
a mantenere il giusto distacco, e dato che questa
sera l’intera indagine sembra essere finita in un
vicolo cieco, questo ragguaglio sarà anche un modo
per mettere ordine nei miei pensieri e fare il punto.
Cosa che potrebbe tornarvi utile, qualora decideste
di scrivere un articolo nel prossimo numero. Cercherò
di citare solo le informazioni pertinenti.

Tanto per cominciare, cos’è accaduto e cosa sappiamo
sul delitto?

Un paio di minuti dopo le undici di sera del 28 febbraio
Palme esce dal cinema Grand in compagnia della
moglie e del figlio maggiore. L’uscita al cinema è stata
decisa in un momento imprecisato della giornata di
venerdì; Palme ne ha fatto cenno davanti a un giornalista
alle due del pomeriggio, ma i loro programmi
non erano noti al pubblico.

Il primo ministro, come spesso accadeva, ha congedato
le guardie del corpo dicendo che non avrebbe
avuto bisogno di loro per tutta la sera. Niente d’insolito
in quella richiesta, poiché tutti sanno che Palme
amava passeggiare di notte da solo, quando non era
in servizio e non c’era nulla che rendesse necessarie
misure di sicurezza supplementari. In ogni caso, non
è chiaro se la polizia di sicurezza fosse al corrente dei
suoi programmi per la serata.

Fuori dal cinema, Palme e la moglie hanno dato la
buonanotte al figlio e – dato che il cielo era limpido e
il gelo svedese ordinario – si sono incamminati verso
casa. Qualche minuto dopo che si sono separati, per
puro caso il figlio si è voltato e ha notato un uomo alle
spalle dei genitori; non è riuscito a vederlo in faccia
ma la descrizione dell’abbigliamento dell’uomo, che
il figlio ha rilasciato in seguito, è coerente con quella
dell’assassino fornita da altri testimoni.

Due minuti dopo, il primo ministro e la moglie hanno
incrociato un testimone, il quale si è fermato al loro
passaggio. Questi ha raccontato che i coniugi erano
tallonati da un individuo, e che altri due uomini precedevano
la coppia. Ha avuto l’impressione che fossero
tutti insieme, e ne ha concluso che i tre sconosciuti
fossero la scorta del politico.

Il primo ministro e la moglie hanno imboccato
Sveavägen, hanno attraversato la strada per guardare
una vetrina, poi hanno ripreso a camminare.
All’angolo tra Sveavägen e Tunnelgatan l’assassino si
è avvicinato al primo ministro e gli ha esploso un proiettile
calibro .357 Magnum nella schiena.

Per la polizia tutto fa pensare che l’omicidio sia
stato commesso da un professionista, e la stampa
sembra concordare, pur con un margine di dubbio.
L’assassino ha sparato un solo colpo, ma la pistola è
una delle armi leggere più potenti al mondo. Chiunque
abbia conoscenze in materia sa quanto possa essere
devastante l’effetto di un unico colpo. Risulta
che il proiettile è penetrato al centro della schiena
– tranciando la spina dorsale, devastando i polmoni,
lacerando la trachea e l’esofago – e ha lasciato un
foro di uscita abbastanza ampio da contenere un cappello.
La morte è stata istantanea, o è sopraggiunta
entro pochi secondi. La pallottola non era progettata
per frammentarsi, ma era rotante e incamiciata, in
modo da poter perforare anche un eventuale giubbotto
antiproiettile.

L’assassino ha poi esploso un secondo colpo su
Lisbeth Palme, moglie del primo ministro, ma evidentemente
non aveva lo scopo di ucciderla: l’avrebbe
colpita alla spalla, se lei non si fosse voltata
di scatto. Di conseguenza, la pallottola ha trapassato
una spallina del cappotto, provocando soltanto
qualche ustione superficiale. Partendo da questi fatti
si possono avanzare congetture sulla professionalità
dell’assassino: certi ritengono che mirasse a
uccidere, ma che essendo un dilettante abbia commesso
un errore dovuto all’agitazione; altri affermano
che semmai questo dimostra che si tratta di
un professionista e che il secondo colpo aveva l’unico
scopo di spaventare Lisbeth Palme affinché non
lo inseguisse.

Dopo l’omicidio, l’assassino si è allontanato lungo
quello che sembrerebbe un «percorso di fuga ben pianificato»,
prendendo la scalinata in fondo a Tunnelgatan
e rendendo così impossibile l’inseguimento in
auto.

Quelli che ho riportato finora sono fatti concreti,
in linea con la versione ufficiale della polizia.
È da qui che cominciano i problemi.

Diversi testimoni hanno fornito descrizioni vaghe,
spesso contraddittorie, dell’assassino. La più
ricorrente, e dunque probabilmente la più corretta,
è questa: uomo bianco, fra i trenta e i quarant’anni,
statura media e spalle larghe, con un berretto grigio
più o meno della foggia di quello di Andy Capp ma con
lembi che si possono calare sulle orecchie, un giaccone
scuro lungo fino ai fianchi e pantaloni scuri. Più di
un testimone dice che portava un piccolo borsello con
cinghia, di quelli nei quali si tengono, per esempio,
soldi e passaporto.

Da una serie di testimonianze si evince quanto
segue:

1. Lars, un uomo sui venticinque anni, ha incrociato
l’assassino in fondo a Tunnelgatan, ma senza essere
visto, perché i due sono passati ai lati opposti
del gabbiotto di un cantiere. Lars ha esitato per pochi
preziosi secondi – meno di un minuto – dopodiché
ha deciso di corrergli dietro. In quel momento
non sapeva che la vittima era il primo ministro. Si
è lanciato su per gli ottantasei gradini, ma quando
è arrivato in cima alla scalinata dell’assassino non
c’era traccia. D’istinto, Lars ha proseguito lungo
David Bagares gata, dove dopo un quarto d’ora si è
imbattuto in…

2. … una coppia che veniva a piedi verso di lui. Ha
chiesto ai due se avessero visto un uomo che correva
via, e loro hanno confermato che sì, lo avevano
visto mezzo minuto prima. Lars era stupito
– ha poi raccontato – di non essere più riuscito a
scorgerlo, dato che l’uomo non aveva poi così tanto
vantaggio.

3. Una quarta testimone, di cui non compare il
nome, ma che è nota come «Sara», ha segnalato
un nuovo avvistamento l’indomani mattina.
Sara, che ha ventidue anni ed è un’artista specializzata
in ritratti, intorno all’ora del delitto
stava camminando lungo Smala gränd, a pochi
passi da David Bagares gata. A metà del vicolo
ha incrociato un uomo che corrisponde alla descrizione
dell’assassino. Sembrava di fretta, ma
quando si è trovato alla sua altezza ha esitato
per qualche secondo. Tornata a casa, Sara ha acceso
la radio, ha sentito la notizia dell’omicidio
e l’ha subito collegata all’uomo che aveva visto,
e ha buttato giù un ritratto. Il suo disegno è stato
usato come base per l’identikit tracciato dalla
polizia.

Questi quattro, scelti fra più di diecimila, vengono
ritenuti testimoni attendibili che hanno riportato fatti
incontrovertibili.

4. Un quinto testimone – reputato non altrettanto affidabile
– è un tassista che, mentre era fermo nella
sua auto in Snickarbacken, ha visto una persona
passare di corsa e saltare a bordo di una Passat
verde, o blu, che a quanto pare lo aspettava. La vettura
è partita in fretta.

Snickarbacken è una traversa di Smala gränd, ed è
possibile che quanto riportato dal tassista abbia qualche
attinenza con il percorso dell’assassino. Tuttavia,
ci sono parecchi punti di domanda. L’uomo afferma
che l’evento si è verificato circa dieci-quindici minuti
dopo l’ora del delitto, ma per coprire quel tragitto ne
bastano tre o quattro.
Inoltre, sbaglia il nome della traversa di Snickarbacken:
non cita Smala gränd, ma un’altra via.
Ciononostante, la catena di prove fa pensare che
l’assassino gli sia davvero passato accanto, e la polizia
è dell’opinione che il tassista si fosse assopito, e
che per questo abbia commesso un errore nel dare indicazioni
sull’orario. (Comunque sia, la sua testimonianza
ha avuto come effetto la ricerca di una Passat
verde o blu, soprattutto perché l’uomo ha fornito un
numero di targa parziale.)

I fatti appurati finora hanno indotto la polizia a
ipotizzare che ci troviamo di fronte a un’esecuzione
pianificata con meticolosità da più individui. Salvo il
fatto che gli inquirenti non hanno indicato, a livello
ufficiale, di quale tipo di gruppo o di persone possa
trattarsi.

Prima domanda insidiosa:
Cosa sarebbe successo se il primo ministro non
fosse tornato a casa a piedi, ma avesse preso la metropolitana
insieme al figlio, e dunque non fosse mai
arrivato nel punto ideale per il delitto?
Se ci fosse stata un’accurata pianificazione, l’assassino
si sarebbe visto costretto a rimandare l’omicidio,
a meno che altre auto per la fuga e/o diversi complici
non fossero stati previsti sin dall’inizio.
Come dicevo, le dichiarazioni di alcuni testimoni
avvalorano quest’ultima tesi. (Da notare che sono
state messe in dubbio da inquirenti e giornalisti, e che
ben poche sembrano credibili.)

1. Un uomo che ha attraversato Tunnelgatan all’ora
dell’omicidio, ma nel senso opposto, dall’altro lato
di Sveavägen, ha incrociato due uomini di mezz’età
che si allontanavano di corsa dal luogo del delitto.

2. Altre due persone confermano: parlano di due uomini
che svoltano in Drottninggatan e si separano.

3. Una quarta testimone racconta di un uomo che,
uno o due minuti dopo, è arrivato di corsa in Drottninggatan,
sì è fermato di colpo e ha fatto un cenno
a un’auto, che lo ha caricato ed è «partita a tutta
velocità».

È più o meno qui che l’indagine si arena. Certo, si
possono fare innumerevoli congetture, ma non c’è
nulla di direttamente collegabile al crimine.
Vicolo cieco. Punto.

La maggior parte dei summenzionati fatti è stata
appurata nei primi 1-2 giorni (o minuti, addirittura)
successivi al delitto. Dopodiché sono arrivati i
mitomani con il classico «sono stato io», più un certo
numero di testimonianze di scarsa o nessuna attendibilità
e – ovviamente – le telefonate anonime.
In genere dopo un attentato terroristico, perlomeno
da parte della «sinistra», la rivendicazione
dei mandanti arriva entro poche ore. Non in questo
caso.

Fra le organizzazioni che hanno tentato di prendersi
il merito del misfatto c’è di tutto, dal commando
Christian Klar al gruppo Holger Meins, dagli ustascia
a diverse formazioni destrorse e neonaziste. Nessuna
di queste rivendicazioni è da prendere seriamente in
considerazione.

Dalla notte del delitto, per vari giorni la Svezia è
stata una nazione sotto assedio: aeroporti bloccati,
rigorosissimi controlli alla frontiera, traghetti e porti
passati al setaccio. (Naturalmente questo genere
di misure non serve a niente, dato che a un omicidio
ben pianificato segue una fuga altrettanto ben pianificata.)
Tre giorni dopo l’attentato, un poliziotto viene fermato
e sottoposto a interrogatorio, perché sospettato
di essere implicato: un estremista di destra, noto per
andare in giro armato, e con un alibi traballante. Ma
lo rilasciano nel giro di due giorni, e la polizia dichiara
che non ha nulla a che vedere con il crimine.

Poi, dopo una decina di giorni dalla notte dell’omicidio,
un altro uomo viene posto in stato di fermo per
presunta complicità. Si chiama Victor Gunnarsson,
trentadue anni, e risulta membro del Partito Operaio
Europeo (Europeiska Arbetarpartiet). Per quasi ventiquattr’ore
è sembrato profilarsi un ottimo scoop,
soprattutto quando la polizia ha dichiarato pubblicamente
di aver trovato il colpevole. (Cambiando anche
la formulazione delle accuse). Parecchi elementi
puntavano contro di lui.

È uno squinternato estremista di destra, documentatamente
ossessionato dal primo ministro – in
riferimento al quale ha più volte dichiarato che «bisognerebbe
sparargli» –, nonché noto per aver seguito
Palme durante comizi e manifestazioni pubbliche.
Si trovava nei dintorni, al momento dei fatti. Secondo
alcune fonti, era nello stesso cinema dov’era entrato
il primo ministro.

Lui non è in grado di fornire indicazioni precise su
dove si trovava, e ha mentito spudoratamente alla polizia
su diversi punti cruciali.

Possiede un berretto grigio e un giaccone simili a
quelli dell’assassino.

In quanto addetto alla sicurezza per diverse agenzie
private, è addestrato all’uso delle armi e sa maneggiare
un revolver.

Un testimone lo ha identificato come l’uomo che
ha cercato di fermare un’auto per allontanarsi dalla
zona immediatamente dopo i colpi d’arma da fuoco, in
una traversa di Tunnelgatan.

È stato visto entrare in un cinema, circa dieci o dodici
minuti dopo lo sparo, quando il film era cominciato
già da mezz’ora.

È noto per avere legami con un gruppo non ancora
identificato di estrema destra, religioso e antisemita,
con sede in California, dove ha anche trascorso vari
periodi.

Nel giro di ventiquattr’ore tutto l’interesse della
nazione si concentra sul Partito Operaio Europeo, su
cui io stesso ho scritto diversi articoli, e pare finalmente
che il caso si stia risolvendo.

Ma poi, poche ore prima dell’udienza per la carcerazione,
Gunnarsson viene rimesso in libertà. Perché?
Be’, perché il testimone che l’aveva visto cercare
di farsi dare un passaggio dopo il delitto tutt’a un
tratto non è più in grado di puntare il dito contro di lui
con una sicurezza del 100%.

La qual cosa ci porta alla data odierna: oggi la polizia
ha cancellato la quotidiana conferenza stampa, non
avendo nulla di nuovo da dichiarare. Vicolo cieco.
Riflessione: è possibilissimo che Gunnarsson venga
arrestato di nuovo; il giudice per le indagini preliminari
dice che non ci sono elementi contro di lui, ma
che merita attenzione.

E questo è tutto, per ora. Certo, potrei continuare
con le congetture per altre duecento pagine – come dicevo,
su questa storia si scriveranno libri (forse dovrei
scriverne uno io) – ma non c’è poi molta sostanza.
Abbiamo un primo ministro morto e un assassino
scomparso senza lasciare traccia.

Tra le varie ipotesi c’è quella di un nesso con certi
interessi sudafricani. La Commissione Palme, di cui
il primo ministro era un membro importante, aveva
avviato una campagna contro i trafficanti d’armi che
facevano affari con il regime dell’apartheid.

C’è anche la teoria del Pkk, il partito curdo che negli
ultimi due anni ha commesso almeno tre omicidi politici
in Svezia. Finora i bersagli erano «traditori» all’interno
dell’organizzazione stessa, ma un’idea diffusa (e
piuttosto razzista) vuole che il colpevole vada cercato
lì. Perché? Perché la sede del partito a Stoccolma è in
David Bagares gata, proprio dove l’assassino si è volatilizzato.
(Sorvoliamo sul fatto che questa teoria non
tiene conto che bisognerebbe essere molto stupidi per
correre a nascondersi nel quartier generale dei propri
mandanti, a due minuti dal luogo del delitto).

Insomma, lo scenario è questo. Se accade qualcosa
di nuovo, posso telefonarvi, se volete un resoconto, e
potete sempre usare queste informazioni come materiale
di base.

Accludo una foto di Gunnarsson, ma ricordate: il
suo avvocato intende fare causa ai giornali stranieri
che dovessero pubblicarla (io sono tra quelli che erano
riusciti ad accaparrarsela in previsione dello scoop
– prima che lo rilasciassero).

Ok, tanti saluti,

Stieg

da qui

 


giovedì 30 dicembre 2021

La marea nasconde ogni cosa - Cilla Börjlind , Rolf Börjlind

  

Uno dei paesi posto più insicuri del mondo, a leggere i romanzi gialli, dovrebbe essere la Svezia.

L’idea potrebbe venire a che legge molti libri gialli, la realtà è che quel tipo di romanzo è molto diffuso e amato, da chi scrive e chi legge.

Il più famoso scrittore svedese è il grandissimo Henning Mankell, che tanti eredi ed emuli (in senso positivo, naturalmente) ha lasciato, non solo per il personaggio di Kurt Wallander, ma per ogni libro, memorabile, che ha pubblicato (un po’ come Andrea Camilleri, che ha scritto i romanzi con protagonista Montalbano, ma anche tanti altri).

Cilla e Rolf Börjlind, sceneggiatori di serie (Wallander, per esempio, ma anche altre serie), con La marea nasconde ogni cosa scrivono un romanzo avvincente come pochi, quasi come se fosse una sceneggiatura (e infatti da questo libro è stata tratta una serie).

C’è naturalmente un omicidio irrisolto che va chiarito, e così succederà, con colpi di scena ad orologeria, praticamente perfetto.

Cercatelo (in italiano, naturalmente) e godetene tutti, non sarà tempo perso, promesso.

 

 

 

 

 

Isola di Nordkoster, 1987. Ha paura, Ove. Ha solo nove anni, eppure ha capito benissimo cosa sta succedendo laggiù, sulla spiaggia: tre persone vestite di nero hanno sepolto una donna sotto la sabbia, lasciando fuori soltanto la testa. E presto la marea salirà... Il piccolo Ove non può stare a guardare: quando gli sconosciuti lasciano la donna al suo destino, lui corre a chiamare aiuto. Ma è troppo tardi. Stoccolma, 2011. Ha coraggio, Olivia. Ha solo ventiquattro anni, eppure è pronta a tutto pur di scoprire la verità su quanto accaduto a Nordkoster. Per lei, quel vecchio caso irrisolto è molto più di un incarico affidatole dall'Accademia di polizia. Sarà perché ci aveva lavorato suo padre, ex agente morto quattro anni prima. Sarà perché la vittima, la cui identità è rimasta un mistero, aveva più o meno la sua età. Sarà perché il responsabile delle indagini, Tom Stilton, è misteriosamente scomparso nel nulla. Sarà perché, non appena Olivia inizia a fare domande sul delitto di Nordkoster, i pochi testimoni si chiudono in un silenzio ostinato. Sono passati ventiquattro anni da quella notte maledetta, tuttavia lei ha l'impressione che la marea abbia cancellato ogni cosa, tranne il desiderio di vendetta. Come se qualcuno fosse ancora in agguato, nell'ombra, e spiasse ogni sua mossa...

da qui

 

Mi sono immersa nella lettura de La marea nasconde ogni cosa e, seppure il panorama dei protagonisti sia piuttosto ricco e variegato, confesso che Cilla e Rolf Börjlind siano stati abilissimi a legarli praticamente tutti (più o meno) all’indagine principale, ovvero il misterioso delitto della spiaggia, come lo ribattezza la protagonista Olivia. Se nella prima parte sembra che alcune storie non abbiano una logica, ben presto risulta chiaro il legame generale tra le varie storie personali, separate e al tempo stesso unite. Ho trovato veramente accattivante il modo in cui gli autori “spargono” gli indizi tra le pagine del libro e l’intreccio che hanno creato: è facile seguire le logiche congetture dei protagonisti e ritrovarsi a credere alle loro ipotesi, per poi ritrovarsi puntualmente spiazzati da nuovi indizi e nuove teorie.

 

Ho adorato il modo in cui questa storia ha acceso la mia voglia di indagare, facendomi sentire esattamente come una poliziotta alle prime armi, e questo è il motivo fondamentale per cui consiglio La marea nasconde ogni cosa a tutti quei lettori che amano la suspance e l’indagine a 360 gradi. Obbiettivamente, però, se devo trovare un difetto per i miei gusti, la lettura mi è risultata un po’ pesante per la mancanza di una classica suddivisione in capitoli, ma probabilmente anche questo dettaglio non è casuale e ha reso il ritmo dell’indagine assolutamente accattivante.

da qui

 

venerdì 17 dicembre 2021

Il cinese – Henning Mankell

qualcuno parla di opera minore, non sapendo che per chiunque l'avesse scritta si parlerebbe di capolavoro.

un libro avventuroso, fra la Svezia, la Cina, gli Usa e l'Africa, praticamente il giro del mondo.

una storia di vendette fra persone, discendenti, nazioni, un libro geopolitico, insomma.

come tutto Henning Mankell (per chi non lo conosce, si legga qui) è straordinario.

buona (appassionante) lettura.

 

 

 


 

 

In una fredda giornata di gennaio, la polizia di Hudiksvall, nella Svezia centrale, scopre un orribile massacro: in un villaggio vicino alla foresta, diciannove persone sono state trucidate. Sembra il gesto di un folle. Quando a Helsingborg il magistrato Birgitta Roslin legge della strage, si rende conto che tra le vittime ci sono persone a lei molto vicine, e decide di occuparsi del caso. Il ritrovamento di un nastro di seta rossa la porta a Pechino, dove la scoperta di un diario la trascinerà indietro nel tempo, svelandole una terribile storia di schiavitù e soprusi. Coinvolta in un diabolico gioco politico, Birgitta dovrà confrontarsi con la brutalità del capitalismo selvaggio e dei nuovi potenti nella Cina di oggi, pronti a rivendicare il loro posto sulla scena internazionale.

da qui

 

In un villaggio svedese, a Hesjövallen, avviene una strage: 19 corpi trucidati, tutti di persone anziane tranne quello di un ragazzino di circa 12 anni, vengono ritrovati nelle loro case. 19 nomi, tre famiglie, un corpo dopo l’altro, tutti contraddistinti dallo stesso furore folle, le stesse ferite inferte con un’arma affilata. Non è una normale indagine, tutto è così orribile da risultare incomprensibile. La responsabilità del caso è affidata alla poliziotta Vivi Sundberg, tenace e con una grande capacità di analizzare anche i più piccoli indizi. Per una strana e misteriosa tela di parentele sarà coinvolta nell’inchiesta, sia pure non in forma ufficiale, il giudice Birgitta Roslin. Da questo truce fatto di sangue si dirama una storia le cui radici affondano in un lontano passato lungo 140 anni. Dalle gelide foreste scandinave attraverso differenti piani temporali la trama si snoderà in Cina, negli USA, in Africa per ricomporre il suo tragico epilogo in Svezia.

Mankell costruisce un libro corposo, una storia d’ampio spettro storico e riesce a dar vita ad un quadro di vite consunte dalla vendetta e dalla sete di riscatto sociale. Un frammento di storia (nell’800 molti cinesi furono venduti e sfruttati come schiavi in USA, nel Nevada, durante la costruzione della ferrovia) racconta con toni forti e partecipi la condizione di chi non ha riconosciuti nemmeno i più elementari diritti umani e soffre della propria dignità offesa. Di quanto la via del progresso e del profitto economico abbiano sacrificato migliaia di vite umane. Il passato, a volte, quando è stato troppo doloroso non si dimentica e l’odio è un fiele che avvelena l’esistenza.
Dall’inizio della storia al suo svolgimento, il lettore è trasportato all’interno di un’altra storia a tinte fosche che costituisce il corpo centrale del plot in cui si dispiegano le vicende umane di Wang San, di Ya Ru, di Liu… Il diario di San esprime la rabbia cresciuta dentro di sé, il viaggio umano nel dolore di un uomo e lo scrive perché i suoi discendenti non dimentichino le ingiustizie subite. L’ingiustizia pesava su tutta la Cina. La parte finale si ricollega all’inizio come uno schema concentrico. Mankell racconta della Cina di Mao, del movimento contadino convinto di sollevarsi dalla miseria e che ha fatto enormi passi avanti, ma devono i cinesi ancora combattere contro la miseria che è ancora grande. Il cammino è ancora lungo. La Cina pre-olimpiade che ai suoi vertici ordisce trame politiche e i cui leader moderni si sono sostituiti ai vecchi capi del partito comunista con metodi corrotti e antidemocratici. L’eterno scontro tra gli ideali che non riescono a sopravvivere alle pressioni di una realtà che i vecchi teorici non avevano mai compreso.

Mankell intreccia il genere giallo e quello storico in modo naturale senza discrepanze stilistiche né di contenuto, tutto viene ricomposto nella sua giusta collocazione. I personaggi si delineano man man che ci si addentra nello scritto, la loro natura umana emerge in tutte le proprie sfaccettature.
È un romanzo interessante che appassiona sin dalle prime pagine e si legge come “si suol dire” tutto di un fiato.

da qui

 

 

venerdì 3 ottobre 2014

5 ottobre 1923: nasce Stig Dagerman


Si è ucciso a 31 anni, nel 1954 (qui una piccola biografia), per meno di quello che ha scritto lui gli scrittori vengono osannati e considerati dei classici.
Sulla tomba c’è scritto: “Qui riposa uno scrittore svedese, caduto per niente, sua colpa fu l’innocenza; dimenticatelo spesso”
di Stig Dagerman si trova qualcosa qui.
ecco una poesia (era anarchico) e un racconto, bellissimo e sconvolgente:
Attenti al cane! – Stig Dagerman
“Certo è deplorevole
che gente che vive di sussidi si tenga poi un cane”
ha dichiarato un responsabile
della Previdenza Sociale
del Varmland
La legge ha i suoi difetti
I poveri han diritto di tenere un cane
Potrebbero tenere dei topi invece:
van bene anche loro e sono esentasse
Se ne stanno in anguste stanzette
coi loro costosi bastardi.
Perché non giocano con le mosche?
Non sono animali da compagnia?
E al Comune tocca pagare.
Bisogna farla finita
o c’è da temere
che si comprino delle balene
Una decisione va presa:
abbattere i cani! Non è una buona idea?
Il prossimo provvedimento. abbattere i poveri
Così il Comune risparmierà qualcosa.

UCCIDERE UN BAMBINO (1948)
E’ una giornata mite e il sole splende obliquamente sulla pianura. E’ domenica, tra poco suoneranno le campane. Fra i campi di segale due bambini hanno scoperto un sentiero che non avevano mai percorso e nei tre villaggi della piana luccicano i vetri delle finestre. Gli uomini si radono davanti a specchia appoggiati su tavoli da cucina, le donne canterellano affettando il pane per il caffè, e i bambini si abbottonano le camicette. E’ la mattina felice di un giorno infausto perché in questo giorno nel terzo villaggio un bambino sarà ucciso da un uomo felice. Il bambino è ancora seduto sul pavimento e si abbottona la camicetta, l’uomo che si sta radendo la barba dice che oggi faranno una gita in barca sul fiume mentre la donna canterella e mette il pane appena affettato su un piatto blu.
Non vi sono ombre nella cucina e l’uomo che ucciderà un bambino si trova ancora vicino a una pompa rossa della benzina del primo villaggio. E’ un uomo felice, che guarda dentro una macchina fotografica e nell’obbiettivo vede una piccola automobile blu e accanto all’automobile una ragazza che ride. Mentre la ragazza ride e l’uomo scatta la bella fotografia, il benzinaio stringe il tappo del serbatoio e annuncia che avranno una bella giornata. La ragazza si siede nell’auto, l’uomo che ucciderà un bambino estrae il portafoglio dalla tasca e spiega che arriveranno al mare e al mare affitteranno una barca e poi andranno a remare al largo, molto al largo. Attraverso i finestrini abbassati la ragazza sul sedile anteriore sente quello che dice e chiude gli occhi e ad occhi chiusi vede il mare e l’uomo accanto a lei nella barca. Non è certo un uomo cattivo, è felice e contento e prima di salire in macchina si sofferma un attimo davanti al radiatore che splende al sole a godere di quel luccichio e dell’odore di benzina e di biancospino. Nessuna ombra si proietta sull’auto, il paraurti splendente non ha nessuna ammaccatura né la minima traccia rossa di sangue.
Ma nello stesso momento in cui nel primo villaggio l’uomo dell’auto richiude la portiera di sinistra e tira verso di sè il pomello dell’avviamento, nel terzo villaggio la donna nella cucina apre la dispensa e si accorge che non c’è più zucchero. Il bambino, che ha finito di abbottonarsi la camicia e si è allacciato le scarpe, è in ginocchio sul divano e guarda il fiume che serpeggia tra gli ontani e la barca nera tirata in secco sull’erba. L’uomo che perderà il suo bambino ha finito di radersi la barba e piega lo specchio. Sulla tavola ci sono il caffè, il pane, la panna e le mosche. Manca solo lo zucchero e la madre dice al suo bambino di correre dai Larsson a chiederne in prestito qualche zolletta. E quando il bambino apre la porta l’uomo gli grida di far presto, che la barca è sulla spiaggia che aspetta e che devono remare più lontano di quanto non abbiano mai remato. E mentre corre attraverso il giardino il bambino non fa che pensare al fiume e alla barca e ai pesci che guizzano e nessuno lo avverte che gli restano soltanto otto minuti da vivere e la barca rimarrà dov’è per tutto quel giorno e per molti altri giorni ancora.
I Larsson non abitano lontano, appena dall’altra parte della strada e mentre il bambino l’attraversa correndo, la piccola automobile blu entra nel secondo villaggio. E’ un piccolo villaggio di casette rosse e di gente appena sveglia che siede in cucina colla tazza del caffè in mano, e vede l’auto che sfreccia al di là della siepe sollevando dietro di sè un’alta nuvola di polvere. Viaggia a gran velocità e l’uomo al volante vede i meli e i pali del telegrafo incatramati di fresco sfilargli accanto come ombre grigie. L’aria dell’estate soffia attraverso il parabrezza mentre escono sfrecciando dal paese e procedono veloci e sicuri al centro della carreggiata, sono soli sulla strada – per ora. E’ meraviglioso viaggiare così soli su una strada ondulata e larga, e in pianura è ancora più bello. L’uomo è felice e forte e col gomito destro sente il corpo della sua donna. Non è certo un uomo cattivo. Non farebbe male a una mosca ma tra qualche istante ucciderà un bambino. Mentre sfrecciano verso il terzo villaggio la ragazza chiude di nuovo gli occhi e, per gioco, dice che non li riaprirà fino a che non si vedrà il mare e sogna, al ritmo del dondolio dell’auto, quanto le apparirà splendente.
Perché la vita è congegnata così spietatamente che un minuto prima di uccidere un bambino un uomo felice è ancora felice e un minuto prima di urlare di terrore una donna può chiudere gli occhi e sognare il mare, e nell’ultimo minuto di vita di un bambino i suoi genitori possono stare seduti in cucina ad aspettare lo zucchero e a parlare dei suoi denti bianchi e di una gita in barca e il bambino stesso può chiudere un cancello e cacciarsi attraverso una strada con delle zollette di zucchero avvolte in carta bianca nella mano destra, e per tutto quest’ultimo minuto non vedere altro che un lungo fiume scintillante con grandi pesci e una grande barca coi remi silenziosi.
Dopo è troppo tardi. Dopo c’è una macchina blu di traverso sulla strada e una donna che urla si leva una mano sulla bocca e la mano sanguina. Dopo un uomo apre la portiera di un’automobile e cerca di reggersi sulle gambe nonostante l’abisso di orrore che ha dentro di sé. Dopo vi sono delle zollette di zucchero bianche assurdamente sparse nel sangue e nella ghiaia e un bambino giace inerte sul ventre con il volto brutalmente schiacciato contro la strada. Dopo accorrono due persone pallide che non sono ancora riuscite a bere il loro caffè e si precipitano verso un cancello e quello che vedono non lo dimenticheranno mai. Perché non è vero che il tempo guarisce tutte le ferite. Il tempo non guarisce le ferite di un bambino ucciso ed è molto difficile che guarisca il dolore di una madre che ha dimenticato di comperare lo zucchero e manda suo figlio dall’altra parte della strada a chiederlo in prestito; ed è altrettanto difficile che guarisca l’angoscia di un uomo un tempo felice che ora l’ha ucciso.
Perché chi ha ucciso un bambino non va più al mare. Chi ha ucciso un bambino guida lentamente verso casa, in silenzio, e accanto a sé ha una donna muta con una mano fasciata e in tutti i villaggi che attraversano non vedono più un solo uomo felice. Tutte le ombre sono cupe e quando i due si separano sono ancora in silenzio e l’uomo che ha ucciso un bambino capisce che quel silenzio è il suo nemico e che gli ci vorranno anni della sua vita per sconfiggerlo gridando che non è stata colpa sua. Ma sa anche che questa è una menzogna e la notte nei suoi sogni si struggerà di poter avere indietro un unico minuto della sua vita per far sì che quest’unico minuto possa essere diverso.
Ma la vita è così spietata con colui che ha ucciso un bambino che dopo è troppo tardi per qualsiasi cosa.

domenica 31 agosto 2014

Joel e le lettere d’amore – Henning Mankell

Joel è un ragazzino di quasi dodici anni, ha un padre che lo segue e delle idee, nel suo piccolo, su come migliorare il mondo, ma gli manca l'esperienza, nonostante la buona volontà.
di Henning Mankell merita leggere anche la lista della spesa, credo.
buona lettura delle avventure di Joel, non trascuratele - franz







E' un libro che, pur essendo per bambini, insegna tanto agli adulti: insegna che non si può correre via dai pensieri paurosi che si hanno nella testa; insegna che la vita è una lunga sfilza di "dopo" e il dopo seguente deve sempre essere migliore di quello di prima. E' un libro che parla anche della solitudine, che nasce dai complessi che a volte abbiamo…

Joel pensa al suo futuro: viaggiatore o musicista? Ormai ha dodici anni. Sta crescendo e non è facile. Per giustificare le sue misteriose sparizioni da casa, lascia credere al padre di essere innamorato di una compagna, ma in realtà è molto solo. Sogna per un attimo di entrare in un'orchestra jazz; è forse questo il suo futuro? E poi combina un grosso guaio, scrivendo lettere d'amore false alla sua amica Gertrud, per rimediare al suo tremendo isolamento e combinarle un incontro con l'Uomo del Caviale…
da qui

venerdì 13 dicembre 2013

Il nostro bisogno di consolazione è impossibile da saziare - Stig Dagerman (cantano "Têtes Raides")



Il nostro bisogno di consolazione è impossibile da saziare

Sono privo di fede e non posso dunque essere felice, poiché un uomo che rischia di temere che la sua vita sia un’erranza assurda verso una morte certa non può essere felice. Non ho ricevuto in eredità né un dio né un punto fermo sulla terra da cui possa attirare l’attenzione di un dio. Non ho ereditato nemmeno il furore ben celato dello scettico, le astuzie sottili del razionalista o l’ardente innocenza dell’ateo. Non oso dunque gettare alcuna pietra su colei che crede in cose che non mi ispirano che il dubbio  o su colui che venera il suo dubbio come se non fosse egli stesso circondato dalle tenebre. Questa pietra colpirebbe me stesso, perché di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uomo è impossibile da saziare.
Per quel che mi riguarda, cerco la consolazione come il cacciatore bracca la preda. Dovunque io creda di scorgerla nella foresta, tiro. Spesso non raggiungo che il vuoto ma, a volte, una preda cade ai miei piedi. E, poiché so che la consolazione non dura che il tempo di un soffio di vento sulla cima di una albero, mi affretto ad appropriarmi della mia vittima.
Cosa stringo allora tra le braccia?
Poiché sono solitario: una donna amata o un infelice compagno di strada. Poiché sono poeta: un arco di parole che tendo sentendomi pervadere di gioia e di spavento. Poiché sono prigioniero: un spiraglio improvviso di libertà. Poiché sono minacciato dalla morte: un animale caldo e vivo, un cuore che batte irridente. Poiché sono minacciato dal mare: uno scoglio d’inamovibile granito.
Ma ci sono delle consolazioni che vengono a me senza essere invitate e che riempiono la mia camera di mormorii odiosi: “Io sono il tuo piacere: amali tutti! Io sono il tuo talento: fanne cattivo uso quanto di te stesso! Io sono il tuo desiderio di godimento: che vivano solo i buongustai!  Io sono la tua solitudine: disprezza gli uomini! Io sono la tua aspirazione alla morte: allora tronca!”
Il filo del rasoio è ben stretto. Vedo la mia vita minacciata da due pericoli: dalle bocche avide della golosità da un lato e, dall’altro, dall’amarezza dell’avarizia che si  nutre di se stessa. Ma tengo a rifiutare di scegliere tra l’orgia e l’ascesi, anche se devo a causa di questo subire il supplizio della griglia dei miei desideri. Per me, non basta sapere che, poiché non siamo liberi dei nostri atti, tutto è scusabile. Ciò che cerco, non è una scusa alla mia vita ma esattamente il contrario di una scusa: il perdono. In effetti, quando la mia disperazione mi dice: “Disperati, perché ogni giorno non è che una tregua fra due notti”, la falsa consolazione mi grida: “Spera, perché ogni notte non è che una tregua tra due giorni.”
Ma l’umanità non sa che farsene di una consolazione in forma di motto di spirito: essa ha bisogno di una consolazione che illumini. E colui che si augura di diventare malvagio, cioè di diventare un uomo che agisca come se ogni azione fosse difendibile, deve almeno avere la bontà di farlo notare quando vi riesce.
Nessuno può elencare tutti i casi in cui la consolazione è una necessità. Nessuno sa quando cadrà il crepuscolo e la vita non è un problema che possa essere risolto separando la luce dall’oscurità e i giorni dalle notti. E’un viaggio imprevedibile fra due luoghi che non esistono. Posso, per esempio, camminare sulla riva e sentire d’improvviso la sfida spaventosa che l’eternità lancia alla mia esistenza nel movimento perpetuo del mare e nella fuga perpetua del vento. Che diventa allora il tempo, se non una consolazione per il fatto che niente di ciò che è umano dura. […]
Posso riempire tutti i miei fogli bianchi con le più belle combinazioni di parole che possa immaginare il mio cervello. Dato che desidero assicurarmi che la mia vita non sia assurda e che io non sia solo sulla terra, raccolgo tutte le parole in un libro e lo offro al mondo. In cambio questo mi dà ricchezza, la fama e il silenzio. Ma che posso farmene di questo denaro e che piacere può darmi contribuire al progresso della letteratura? Non desidero che ciò che non avrò: la conferma che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo. Che diventa allora il mio talento se non una consolazione per la mia solitudine? Ma che consolazione spaventosa, che riesce solo a farmi vivere la solitudine con intensità cinque volte maggiore! […]
Non possiedo filosofia nella quale possa muovermi come il pesce nell’acqua o l’uccello nel cielo. Tutto ciò che possiedo è un duello, e questo duello si libera, a ogni attimo della mia vita, fra le false consolazioni, che non fanno che accrescere la mia impotenza e rendere più profonda la mia disperazione, e quelle vere, che mi portano verso una liberazione temporanea. Dovrei forse dire: la vera perché, in verità, non esiste per me che una sola consolazione che sia reale, quella che mi dice che sono un uomo libero, un individuo inviolabile, un essere sovrano all’interno dei miei limiti.
Ma la libertà comincia dalla schiavitù e la sovranità dalla dipendenza. Il segno più certo della mia servitù è la mia paura di vivere. Il segno definitivo della mia libertà è il fatto che la mia paura lascia libero campo alla gioia tranquilla dell’indipendenza. Si direbbe che ho bisogno della dipendenza per poter finalmente conoscere la consolazione d’essere un uomo libero, ed è certamente vero. Alla luce dei miei atti, mi accorgo che tutta la mia vita sembra non avere avuto per scopo che di fare la mia stessa infelicità. Ciò che dovrebbe portarmi la libertà mi porta la schiavitù e le pietre al posto del pane.
Uomini diversi hanno padroni diversi. Io, per esempio, sono a tal punto schiavo del mio talento che non ho il coraggio di farne uso per timore d’averlo perso. Sono poi così schiavo del mio nome da non osare quasi scrivere una riga per paura di arrecargli danno. E quando infine giunge la depressione, sono schiavo anche di quella. Il mio più grande desiderio diventa quello di trattenerla, il mio più grande piacere è sentire che il mio unico valore stava in ciò che credo di aver perduto: la capacità di creare bellezza a partire dalla mia disperazione, dal mio disgusto e dalle mie debolezze. Con gioia amara voglio vedere le mie case crollare e me stesso sepolto sotto la neve dell’oblio. Ma la depressione è una bambola russa e dentro all’ultima sono riposti un coltello, una lametta da barba, del veleno, un’acqua profonda e un salto da una grande altezza. Finisco per essere schiavo di tutti questi strumenti di morte. Mi seguono come cani, o sono io a seguirli come un cane. E mi pare di capire che il suicidio è l’unica prova della libertà umana.
Ma, giungendo da una direzione che ancora non sospetto, ecco che si avvicina il miracolo della liberazione. Ciò può verificarsi sulla riva e la stessa eternità che, poco fa, suscitava il mio spavento è ora testimone del mio accesso alla libertà. In che consiste, dunque, questo miracolo? Semplicemente nella scoperta improvvisa che nessuno, nessuna potenza, nessun essere umano, ha il diritto di esprimere nei miei confronti esigenze tali che il mio desiderio di vivere ne sia indebolito. Perché se il desiderio non esiste, chi allora può esistere?
Poiché mi trovo sulla riva del mare, dal mare posso imparare. Nessuno ha il diritto di pretendere dal mare che sorregga tutte le imbarcazioni o dal vento che gonfi costantemente tutte le vele. Allo stesso modo, nessuno ha il diritto di pretendere da me che la mia vita consista nell’essere prigioniero di certe funzioni. Per me, non si tratta del dovere prima di tutto: prima di tutto è la vita. Come ogni essere umano, devo avere diritto a dei momenti in cui posso farmi da parte e sentire di non essere solo un elemento di una massa chiamata popolazione terrestre, ma di essere anche un’unità autonoma.
Solo momenti così posso essere libero davanti a tutte quelle consapevolezze sulla vita che, prima, hanno causato la mia disperazione. Posso riconoscere che il mare e il vento non potranno che sopravvivermi, e che l’eternità non si cura di me. Ma chi chiede a me di curarmi dell’eternità? La mia vita è breve solo se la colloco sul patibolo del tempo. Le possibilità della mia vita sono limitate solo se faccio il conto della quantità di parole o di libri che avrò il tempo di produrre prima della mia morte. Ma chi mi chiede di fare questo conto? Il tempo è una falsa misura per la vita. Il tempo è in fondo uno strumento di misura privo di valore, perché tocca esclusivamente le mura esterne della mia vita.
Ma tutto quel che mi accade di importante, tutto ciò che dà alla mia vita il suo contenuto meraviglioso – l’incontro con una persona amata, una carezza sulla pelle, un aiuto nel momento del bisogno, lo spettacolo del chiaro di luna, una gita in barca a vela sul mare, la gioia che dà un bambino, il brivido di fronte alla bellezza – tutto questo si svolge totalmente al di fuori del tempo. Perché poco importa che io incontri la bellezza per un secondo o nello spazio di cent’anni. Non solo la felicità si situa ai margini del tempo, ma essa nega anche ogni relazione tra il tempo e la vita.
Depongo dunque il fardello del tempo dalle mie spalle e, con esso, quello delle prestazioni che da me si pretendono. La mia vita non è qualcosa che si debba misurare. Né il salto del capriolo né il sorgere del sole sono delle prestazioni. E nemmeno una vita umana è una prestazione, ma qualcosa che cresce e cerca di raggiungere la perfezione. E ciò che è perfetto non dà prestazioni: ciò che è perfetto opera in stato di quiete. È assurdo sostenere che il mare esista per sorreggere flotte e delfini. Certo, lo fa, ma conservando la sua libertà. Ed è altrettanto assurdo affermare che l’uomo esiste per qualcos’altro che non sia il vivere. Certo, egli alimenta macchine o scrive libri, ma potrebbe fare qualsiasi altra cosa. L’essenziale è che faccia quel che fa mantenendo la propria libertà e con la chiara coscienza di avere in sé – come ogni altro dettaglio della creazione – il proprio fine. Egli riposa in se stesso come un ciottolo sulla sabbia.
Posso anche affrancarmi dal potere della morte. Certo, non potrò mai liberarmi dal pensiero che la morte segue i miei passi, e tanto meno negare la sua realtà. Ma posso ridurre la minaccia fino ad annullarla non ancorando la mia vita a punti d’appoggio tanto precari come il tempo e la fama.
Per contro, non è in mio potere di restare in eterno rivolto verso il mare e comparare la sua libertà con la mia. Arriverà il momento in cui dovrò rivolgermi verso la terra e affrontare gli organizzatori dell’oppressione di cui sono vittima. Ciò che sarò allora costretto a riconoscere, è che l’uomo ha dato alla sua vita delle forme che, almeno in apparenza, sono più forti di lui. Anche con la mia libertà così recente non le posso rompere, non posso che sospirare sotto il loro peso. Per contro, fra le esigenze che pesano sull’uomo, posso vedere quali sono assurde e quali sono ineluttabili. Secondo me, una specie di libertà è persa per sempre o a lungo. È la libertà che viene dalla capacità di possedere il proprio elemento. Il pesce possiede il suo, così come l’uccello o l’animale terrestre. Thoreau aveva ancora la foresta di Walden – ma dov’è ora la foresta nella quale l’essere umano possa provare che è possibile vivere in libertà al di fuori delle rigide forme della società?
Sono obbligato a rispondere: da nessuna parte. Se voglio vivere libero, occorre per il momento che lo faccia all’interno di queste forme. Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho nulla da opporre se non me stesso – ma, d’altro canto, questo non è poco. Poiché, fintanto che non mi lascio schiacciare dalla quantità, anch’io sono una potenza. E il mio potere è temibile fintanto che io posso opporre la forza delle mie parole a quella del mondo, perché colui che costruisce prigioni si esprime meno bene di colui che costruisce la libertà.  Ma la mia potenza non conoscerà più limiti il giorno in cui non avrò che il silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché nessuna ascia può intaccare il silenzio vivente.
Questa è la mia sola consolazione. So che le ricadute nella disperazione saranno numerose e profonde, ma il ricordo del miracolo della liberazione mi porta come un’ala verso una meta che mi dà la vertigine: una consolazione che sia più di una consolazione e più grande di una filosofia, cioè: una ragione di vivere.


Je suis dépourvu de foi et ne puis donc être heureux, car un homme qui risque de craindre que sa vie soit une errance absurde vers une mort certaine ne peut être heureux. Je n’ai reçu en héritage ni dieu, ni point fixe sur la terre d’où je puisse attirer l’attention d’un dieu : on ne m’a pas non plus légué la fureur bien déguisée du sceptique, les ruses de Sioux du rationaliste ou la candeur ardente de l’athée. Je n’ose donc jeter la pierre ni à celle qui croit en des choses qui ne m’inspirent que le doute, ni à celui qui cultive son doute comme si celui-ci n’était pas, lui aussi, entouré de ténèbres. Cette pierre m’atteindrait moi-même car je suis bien certain d’une chose : le besoin de consolation que connaît l’être humain est impossible à rassasier.
En ce qui me concerne, je traque la consolation comme le chasseur traque le gibier. Partout où je crois l’apercevoir dans la forêt, je tire. Souvent je n’atteins que le vide mais, une fois de temps en temps, une proie tombe à mes pieds. Et, comme je sais que la consolation ne dure que le temps d’un souffle de vent dans la cime d’un arbre, je me dépêche de m’emparer de ma victime. 
Qu’ai-je alors entre mes bras ?
Puisque je suis solitaire : une femme aimée ou un compagnon de voyage malheureux. Puisque je suis poète : un arc de mots que je ressens de la joie et de l’effroi à bander. Puisque je suis prisonnier : un aperçu soudain de la liberté. Puisque je suis menacé par la mort : un animal vivant et bien chaud, un cœur qui bat de façon sarcastique. Puisque je suis menacé par la mer : un récif de granit bien dur. 
Mais il y a aussi des consolations qui viennent à moi sans y être conviées et qui remplissent ma chambre de chuchotements odieux : Je suis ton plaisir – aime-les tous ! Je suis ton talent – fais-en aussi mauvais usage que de toi-même !
Le fil du rasoir est bien étroit. Je vois ma vie menacée par deux périls : par les bouches avides de la gourmandise, de l’autre par l’amertume de l’avarice qui se nourrit d’elle-même. Mais je tiens à refuser de choisir entre l’orgie et l’ascèse, même si je dois pour cela subir le supplice du gril de mes désirs. Pour moi, il ne suffit pas de savoir que, puisque nous ne sommes pas libres de nos actes, tout est excusable. Ce que je cherche, ce n’est pas une excuse à ma vie mais exactement le contraire d’une excuse : le pardon. L’idée me vient finalement que toute consolation ne prenant pas en compte ma liberté est trompeuse, qu’elle n’est que l’image réfléchie de mon désespoir. En effet, lorsque mon désespoir me dit : Perds confiance, car chaque jour n’est qu’une trêve entre deux nuits, la fausse consolation me crie : Espère, car chaque nuit n’est qu’une trêve entre deux jours.
Mais l’humanité n’a que faire d’une consolation en forme de mot d’esprit : elle a besoin d’une consolation qui illumine. Et celui qui souhaite devenir mauvais, c’est-à-dire devenir un homme qui agisse comme si toutes les actions étaient défendables, doit au moins avoir la bonté de le remarquer lorsqu’il y parvient.
Personne ne peut énumérer tous les cas où la consolation est une nécessité. Personne ne sait quand tombera le crépuscule et la vie n’est pas un problème qui puisse être résolu en divisant la lumière par l’obscurité et les jours par les nuits, c’est un voyage imprévisible entre des lieux qui n’existent pas. Je peux, par exemple, marcher sur le rivage et ressentir tout à coup le défi effroyable que l’éternité lance à mon existence dans le mouvement perpétuel de la mer et dans la fuite perpétuelle du vent. Que devient alors le temps, si ce n’est une consolation pour le fait que rien de ce qui est humain ne dure – et quelle misérable consolation, qui n’enrichit que les Suisses !
Je peux rester assis devant un feu dans la pièce la moins exposée de toutes au danger et sentir soudain la mort me cerner. Elle se trouve dans le feu, dans tous les objets pointus qui m’entourent, dans le poids du toit et dans la masse des murs, elle se trouve dans l’eau, dans la neige, dans la chaleur et dans mon sang. Que devient alors le sentiment humain de sécurité si ce n’est une consolation pour le fait que la mort est ce qu’il y a de plus proche de la vie – et quelle misérable consolation, qui ne fait que nous rappeler ce qu’elle veut nous faire oublier !
Je peux remplir toutes mes pages blanches avec les plus belles combinaisons de mots que puisse imaginer mon cerveau. 
Etant donné que je cherche à m’assurer que ma vie n’est pas absurde et que je ne suis pas seul sur la terre, je rassemble tous ces mots en un livre et je l’offre au monde. En retour, celui-ci me donne la richesse, la gloire et le silence. Mais que puis-je bien faire de cet argent et quel plaisir puis-je prendre à contribuer au progrès de la littérature – je ne désire que ce que je n’aurai pas : confirmation de ce que mes mots ont touché le cœur du monde. Que devient alors mon talent si ce n’est une consolation pour le fait que je suis seul – mais quelle épouvantable consolation, qui me fait simplement ressentir ma solitude cinq fois plus fort !
Je peux voir la liberté incarnée dans un animal qui traverse rapidement une clairière et entendre une voix qui chuchote : Vis simplement, prends ce que tu désires et n’aie pas peur des lois ! Mais qu’est-ce que ce bon conseil si ce n’est une consolation pour le fait que la liberté n’existe pas – et quelle impitoyable consolation pour celui qui s’avise que l’être humain doit mettre des millions d’années à devenir un lézard !
Pour finir, je peux m’apercevoir que cette terre est une fosse commune dans laquelle le roi Salomon, Ophélie et Himmler reposent côte à côte. Je peux en conclure que le bourreau et la malheureuse jouissent de la même mort que le sage, et que la mort peut nous faire l’effet d’une consolation pour une vie manquée. Mais quelle atroce consolation pour celui qui voudrait voir dans la vie une consolation pour la mort !