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mercoledì 18 febbraio 2026

Papyrus - Irene Vallejo

ho trovato il libro in biblioteca, non ne avevo mai sentito parlare, l'ho preso per curiosità.

ed è stata una bellissima scoperta, la storia delle parole scritte (dai papiri ai libri), e di tutto quello che ci sta dietro, nell'antichità.

Irene Vallejo ci regala una storia enciclopedica viva, piena di fascino, di riferimenti, di citazioni, dovrebbe essere un libro di testo per chi lavora nelle biblioteche.

un libro da non perdere, credo sarebbe piaciuto a Umberto Eco.

buona (sorprendente) lettura.

 

 

 

Lo stile dell’autrice è così affabulatorio e sorridente che accettiamo di lasciarci portare, anche di fronte al possibile disorientamento. Appare poco importante che il saggio non sia in ordine temporale, e anche che le divagazioni o i collegamenti a film, opere teatrali e romanzi del futuro possano sembrare non sempre pertinenti…

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…Uno stile avvincente, davvero affabulatorio, e una sorprendente capacità divulgativa spiccano nel libro della Vallejo, mai noioso, denso di aneddoti colti e dettagli curiosi che danno ragione del suo straordinario successo editoriale.

L’Autrice non poteva accomiatarsi dai suoi lettori che con un atto d’amore proprio verso la lettura: «Leggere è ascoltare musica fatta parola. È vicinanza e stordimento. È, a volte, parlare con i morti per sentirci più vivi. È viaggio immobile. È una meraviglia quotidiana. In questo tempo di reclusione abbiamo sperimentato che i libri ammansiscono l’ansia e ci regalano luoghi lontani. Apprezziamo – adesso forse più che mai – il ruolo che svolgono nelle nostre vite sbatacchiate dalla tempesta e dallo sconcerto. Nel corso dei secoli, questi scrigni di parole sono scampati a guerre, dittature, periodi di siccità, crisi e catastrofi…

da qui


...ai tempi degli egizi, dei greci e dei romani, poteva capitare di vedere un libro. Era un lusso tenerlo tra le mani e ancora più difficile leggerlo! I monarchi illuminati costruivano biblioteche dove poter far confluire i libri e permettere a tutti di poter godere del piacere della lettura. Oggi per acquistare un libro bastano pochi euro, un salto nella libreria più vicina o una visita ad un qualche sito web, et voilà: la lettura può avere inizio. Ma una volta, non era così: i libri erano esemplari unici, la capacità di leggerli era ristretta a pochissime persone (non bastava saper leggere: le frasi erano scritte tutte attaccate, senza punteggiatura, senza separazione tra l'una e l'altra parola) e si leggeva solo a voce alta. Anche la musicalità (Titire tu patulè, recubans sub tegmine fagi) aveva la sua importanza. "I libri non erano una canzone che si cantava con la mente, ma una melodia che balzava alle labbra e risuonava ad alta voce", scrive l'autrice. Scritto come un romanzo, questo libro ci racconta la storia della scrittura dalla sua prima apparizione fino ai nostri giorni. Scopriamo che "all'epoca di Socrate i testi scritti non erano ancora uno strumento abituale e venivano guardati con sospetto." Prima tutto si basava sulla memoria: con l'avvento della scrittura, si inizierà a "trascurare la memoria". Se Marziale venisse a casa mia oggi (ci racconta l'autrice) rimarrebbe impressionato da una miriade di oggetti a lui sconosciuti. E ne segue l'elenco: decine e decine di oggetti incredibili (incredibili, per lui!): l'ascensore, il router, la sveglia, la lavatrice, la radio, i cerotti, l'asciugacapelli ... vabbè, vi risparmia l'elenco che, vi garantisco, è lunghissimo. Sapete quale oggetto riconoscerebbe perché simile a come era al suo tempo? Il libro: saprebbe prenderlo in mano, aprirlo, scorrere le parole, riconoscere l'indice. Non si dovrebbe mai far passare un giorno senza leggere qualche pagina di un libro, di qualsiasi libro: leggete, non ve ne pentirete!

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La storia del libro si perde nella notte dei tempi e risiede nella necessità dell’uomo di comunicare, lasciando traccia di ciò che ha detto. Papyrus è il risultato di un percorso irto e travagliato, fatto di illusioni e delusioni, di un sogno che si è concretizzato nelle sue varie forme, partendo dalle narrazioni a voce di Omero per approdare alle tavolette di argilla, alle incisioni su pietra e poi, rivoluzionando il sistema, all’utilizzo di una pianta che cresceva lungo le sponde del Nilo, il papiro. Quando poi la scrittura è approdata al cuoio, alle pelli di vitello e di pecora ha comportato, quanto maggiore era la dimensione dell’opera, delle vere e proprie stragi di animali. Con la possibilità di scrivere più agevolmente e ovviamente di leggere altrettanto facilmente sono sorte le prime biblioteche, disponibili a un certo pubblico, ma è nata anche la prima censura, sono sorti i primi nemici degli scritti, che hanno fomentato la distruzione degli “alberghi” dei libri, come accaduto con la biblioteca di Alessandria.Insomma la storia del libro è anche la storia dell’uomo, dato il rapporto inscindibile fra i due, una storia che è ben lungi dal finire (per fortuna, direi).Non mancano aneddoti, esperienze personali di questa filologa spagnola che parte da Oxford per approdare a Firenze, un lungo viaggio che è anche un’avventura che invita alla riflessione emozionando, fra nuove invenzioni, come quelle della stampa, e aberrazioni umane, come i falò di libri del nazismo. Che fine farà il libro così come lo vediamo oggi, in fogli di carta rilegati? Nonostante la presenza di supporti elettronici l’autore è convinto che il volume non morirà mai e in ciò concordo, perché leggere, sfogliando le pagine e assaporando quel profumo caratteristico dato dell’unione degli aromi dell’inchiostro e della carta, è un’esperienza olfattiva di per sé appagante. Da leggere, non solo per curiosità, ma per un sicuro accrescimento culturale.

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Sono i tempi di Tolomeo, uno dei più importanti condottieri di quell’Alessandro III detto il Grande, che ebbe come precettore nientemeno che Aristotele. Tolomeo fu undei condottieri che si divisero, dopo la sua morte precoce, il più vasto impero mai esistito prima delle conquiste compiute dal re macedone non solo con i suoi armati ma anche, presumibilmente, con le idee trasmessegli da AristoteleIn Egitto, un paese che non è il suo (di cui sappiamo che Tolomeo non conosce neppure la lingua), questo condottiero fonderà una dinastia di faraoni che arriverà fino a Cleopatra, e coltiverà l’aspirazione di riunire in Alessandriala città sul delta del Nilo inventata di sana piantauna biblioteca contenente tutto ciò che al tempo si poteva trovare di scrittoQuei cavalieri avrebbero preferito fare altro – conquistare, possedere, entrare nelle città da trionfatori – ci racconta la scrittrice e la studiosa: “Ho il sentore, però, che seguendo la piste di tutti i libri come se fossero parti di un tesoro sparpagliato, abbiano posto, senza saperlole fondamenta del nostro mondo”…

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sabato 15 febbraio 2025

Figli della favola – Fernando Aramburu

(traduzione di Bruno Arpaia)

Asier e Joseba vanno in Francia per apprendere le basi per aderire militarmente nell'ETA.

i due si impegnano sognando a tutti gli effetti, di diventare militanti, purtroppo per loro l'ETA si scioglie  e loro due decidono di formare un nuovo gruppo militare, con due soli aderenti, loro due.

i due amci sono due poveri sfigati, che non capiscono bene cosa succede, in certi momenti sono un po' Bouvard e Pécuchet, in altri (quando viaggiano lungo il fiume) sono un po' Huckleberry Finn e Tom Sawyer.

un libro che non annoia, promesso.

buona (basca) lettura.



 

Asier e Joseba sono due giovani baschi che, imbevuti di ideologia nazionalista, decidono di lasciare tutto per entrare nell'ETA. Fernando Aramburu torna al mondo di Patria e questa volta racconta, con umorismo caustico e irriverente, stile veloce e lampi di virtuosismo, l'addestramento alle armi di due ragazzi spediti nella parte basca della Francia, e più precisamente in una fattoria di allevatori di galline: Asier, rigido e disciplinato, e Joseba, timido e impacciato, si sottopongono con spirito all'inquadramento e attendono ordini, sospinti dalla forza cieca delle loro convinzioni. Proprio quando si sentono pronti all'azione (e sono maledettamente stufi di mangiare sempre pollo) l'ETA annuncia in tv la fine della lotta armata e lo scioglimento delle cellule. Che fare? Ventenni e sprovveduti, senza il becco di un quattrino e travolti da eventi più grandi di loro, i due decidono di fondare una nuova organizzazione di cui sono gli unici membri. Sotto una pioggia implacabile, tra furtarelli, sequestri, soldi sottratti impunemente e amicizie inaspettate, i due si trovano ad affrontare un'avventura rocambolesca tra il drammatico e il comico, mentre gli ideali si scontrano sempre più ferocemente con la nostalgia di casa.

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…È proprio l'incredibile divario tra le aspirazioni altissime dei personaggi e i gesti minimi, in una realtà prosaica a rendere Figli della favola tragicomico in molti suoi passaggi. Ecco che i due protagonisti, amici in nome di un'ideologia, ma sostanzialmente soli e senza una direzione chiara, procedono a tentoni, e così anche i viaggi che dovranno affrontare vengono intrapresi senza un piano, all'insegna dell'improvvisazione. E le donne in qualche modo arrivano e mostrano tutt'altra intraprendenza rispetto ai protagonisti: sono risolute, determinate, e sanno come scuotere questi eterni bambini. 

Nonostante l'ambientazione storica precisa, per Aramburu l'imperativo era rendere la condizione umana di due ragazzi che si sono auto-emarginati per un ideale, continuando a «mostrare come la Storia si rifletta sulla storia del singolo». Risponde a questo desiderio il lavoro di revisione, durato alcuni anni, che ha portato Aramburu, dopo una prima redazione, a riprendere Figli della favola: è stato difficile mantenere un equilibrio tra il suo aspetto triviale e il desiderio di mostrare il terrorismo per quello che era, con la sua vera faccia. 

E, in effetti, per quanto i personaggi possano talvolta suscitare un sorriso, questo non è mai privo di una certa amarezza. Lo stile giocoso, a cominciare dall'estrema spontaneità dei dialoghi, rende Figli della favola una storia irriverente verso un'ideologia, ma rispettosa verso i famigliari di chi non c'è più. L'empatia viene volutamente tenuta lontana, perché l'ironia amara ricorda al lettore di mantenere una distanza critica, di provare tutt'al più pietà per questi personaggi patetici che puntano all'eroismo, non avendo invece valori saldi a cui aggrapparsi come individui.

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martedì 13 settembre 2022

ricordo di Javier Marías

 

In viaggio di nozze - Javier Marías

Mia moglie si era sentita poco bene ed eravamo rientrati in fretta nella camera del nostro albergo, dove lei si era infilata a letto con i brividi e un po’ di nausea e un po’ di febbre. Decidemmo di non chiamare subito un medico e vedere se per caso non le passasse e perché quello era il nostro viaggio di nozze, e in quel viaggio non si vuole l’intrusione di un estraneo, sia pure soltanto per una visita. Doveva essere una lieve nausea, una colica, una cosa qualunque. Eravamo a Siviglia, in un albergo che si trovava al riparo del traffico grazie a uno spiazzo che lo separava dalla strada. Mentre mia moglie si addormentava (sembrò che si addormentasse non appena la misi a letto e la coprii), decisi di rimanere in silenzio, e il modo migliore per riuscirci e non vedermi tentato di fare rumore o di parlarle per non saper che fare era affacciarmi al balcone e guardare la gente che passava, i sivigliani, come camminavano e com'erano vestiti, come parlavano, anche se, a causa della relativa distanza della strada e del traffico, non sentivo altro che un brusio. Guardai senza vedere, come fa chi arriva a una festa in cui sa che l’unica persona che gli interessa non ci sarà perché è rimasta a casa con il marito. Quella persona unica era con me, dietro le mie spalle, vegliata dal marito. Guardavo fuori e pensavo a dentro, ma a un tratto individuai una persona, e la individuai perché a differenza delle altre quella persona se ne stava immobile al suo posto. Era una donna di una trentina d’anni a giudicare così da lontano, indossava una camicia azzurra quasi senza maniche e una gonna bianca e scarpe con il tacco alto anch'esse bianche. Stava aspettando, il suo comportamento era d’inequivocabile attesa, perché di tanto in tanto faceva due o tre passi a destra e a sinistra, e all'ultimo passo trascinava un po’ il tacco appuntito d’un piede o dell’altro, con un gesto di trattenuta impazienza. Sospesa al braccio aveva una grande borsa, come quelle che nella mia infanzia portavano le madri, mia madre, una grande borsa nera sospesa al braccio in modo antiquato, non appesa alla spalla come si portano adesso. Aveva gambe robuste, che si conficcavano saldamente a terra ogni volta che tornavano a fermarsi nel punto scelto per la sua attesa dopo il minimo spostamento di due o tre passi e il tacco trascinato dell’ultimo passo. Erano tanto robuste che finivano per annullare o assimilare quei tacchi, erano le gambe a conficcarsi nel pavimento, come un coltello a serramanico nel legno molle. A volte ne piegava una per guardare dietro di sé e stirare la gonna, come se temesse qualche piega che potesse imbruttirle il sedere, o forse si sistemava le mutandine ribelli attraverso la stoffa che le copriva.

Stava scendendo la sera, e la perdita graduale di luce mi faceva vedere quella donna sempre più solitaria, più isolata e più condannata ad aspettare invano. La persona che le aveva dato appuntamento non sarebbe venuta, Se ne stava al centro della strada, non si appoggiava al muro come fanno di solito quelli che attendono per non rallentare il passaggio di quelli che non aspettano e passano, e perciò aveva problemi a schivare i passanti, qualcuno le disse qualcosa, lei rispose stizzita e lo minacciò con la borsa enorme.

A un tratto sollevò lo sguardo, verso il terzo piano dove mi trovavo io, e mi sembrò che fermasse i suoi occhi su di me per la prima volta. Scrutò, come se fosse miope o portasse lenti a contatto sporche, stringeva un poco gli occhi per vedere meglio, mi sembrò che stesse guardando proprio me. Ma io non conoscevo nessuno a Siviglia, anzi, era la prima volta che andavo a Siviglia, nel mio viaggio di nozze con la mia moglie così recente, dietro alle mie spalle malata, c’era da sperare che non fosse niente. Sentii un mormorio venire dal letto, ma non girai la testa perché era un lamento che veniva dal sonno, si impara a distinguere subito il suono addormentato di colui con cui si dorme. La donna aveva fatto qualche passo, adesso nella mia direzione, stava attraversando la strada, schivando le auto senza andare a cercare un semaforo, come se volesse avvicinarsi in fretta per accertarsi, per vedermi meglio affacciato al mio balcone. Tuttavia camminava con difficoltà e con lentezza, come se non fosse abituata a quei tacchi o se le sue gambe così vistose non fossero fatte per loro, o le facesse perdere l’equilibrio la borsa o fosse in preda a un capogiro. Camminava come aveva camminato mia moglie quando si era sentita male, entrando in camera, io l’avevo aiutata a spogliarsi e a infilarsi nel letto, l’avevo coperta. La donna della strada finì di attraversare, adesso era più vicina ma ancora distante, separata dall’albergo dallo spiazzo che lo separava dal traffico. Continuava a tenere lo sguardo fisso in alto, guardava verso di me o alla mia altezza, l’altezza del palazzo in cui io mi trovavo. E allora fece un gesto con il braccio, un gesto che non era di saluto né di avvicinamento, intendo dire di avvicinamento a un estraneo, ma di appropriazione e di riconoscimento, come se fossi io la persona che aveva aspettato e il suo appuntamento fosse con me. Era come se con quel gesto del braccio, coronato da un mulinello veloce delle dita, volesse afferrarmi e dicesse: “Tu vieni qua”, o “Sei mio”. Allo stesso tempo gridò qualcosa che non riuscii a sentire, e dal movimento delle labbra capii soltanto la prima parola, che era “Ehi!”, detta con indignazione, come il resto della frase che non era arrivata sino a me. Continuò a venire avanti, adesso si toccò il retro della gonna con più ragione, perché sembrava che chi doveva giudicare la sua figura ormai fosse di fronte a lei, l’atteso poteva apprezzare adesso come le stava quella gonna. E allora potei sentire quel che stava dicendo: “Ehi! Ma che cosa ci fai lì?” Il grido era più udibile adesso, e vidi meglio la donna. Forse aveva più di trent’anni, gli occhi sebbene chiusi di continuo mi sembrarono chiari, grigi o color prugna, le labbra grosse, il naso un po’ largo, le narici veementi per la rabbia, doveva avere aspettato per molto tempo, molto più tempo di quello trascorso da quando l’avevo individuata. Camminava traballante e inciampò e cadde sullo spiazzo, macchiandosi subito la gonna bianca e perdendo una delle scarpe. Si rialzò con fatica, senza voler toccare il pavimento con il piede scalzo, come se temesse di sporcarsi anche la pianta adesso che la persona del suo incontro era arrivata, adesso che doveva avere i piedi puliti nel caso glieli avesse visti l’uomo con cui s’era data appuntamento. Riuscì a infilarsi la scarpa senza appoggiare il piede a terra, si passò una mano sulla gonna e gridò: “Ma che cosa ci fai lì? Perché non mi hai detto che eri già salito? Non lo vedi che t’aspetto da un’ora?” (lo disse con chiaro accento sivigliano, con il seseo). E mentre lo diceva, fece di nuovo il gesto dell’afferrare, un colpo secco del braccio nudo in aria e il roteare delle dita rapide che lo accompagnava. Era come se mi stesse dicendo “Sei mio” o “Io ti ammazzo”, e con il suo movimento potesse prendermi e poi trascinarmi, un artiglio. Questa volta gridò così forte ed era ormai tanto vicina che temetti potesse svegliare mia moglie nel letto.
– Che cosa succede? – disse mia moglie debolmente.
Mi girai, s’era messa a sedere sul letto, con occhi spaventati, come quelli di una malata che si sveglia e non vede ancora niente né sa dove si trova né perché si sente così confusa. La luce era spenta. In quel momento era una malata.
– Niente, torna a dormire, – risposi.
Ma non le andai vicino per accarezzarle i capelli o per rassicurarla, come avrei fatto in qualunque altra situazione, perché non mi sarei potuto allontanare dal balcone, e avrei potuto a malapena distogliere per un attimo lo sguardo da quella donna che era convinta di aver preso un impegno con me. Adesso mi vedeva bene, ed era indiscutibile che fossi io la persona con cui aveva fissato un appuntamento importante, la persona che l’aveva fatta soffrire nell'attesa e l’aveva offesa con la mia protratta assenza. “non l’hai visto che ti stavo aspettando lì da un’ora? perché non mi hai detto niente!”, urlava furiosa adesso, ferma davanti al mio albergo e sotto il mio balcone. “Mi sentirai! Io ti ammazzo!”, gridò. E di nuovo fece il gesto con il braccio e con le dita, il gesto che mi afferrava.
– Ma che cosa succede? – domandò di nuovo mia moglie, sconcertata, dal letto.
In quel momento mi feci indietro e socchiusi la portafinestra del balcone, ma prima di farlo potei vedere che la donna della strada, con l’enorme borsa antiquata e le scarpe con i tacchi a spillo e le gambe robuste e il procedere traballante, scompariva dal mio campo visivo perché ormai stava entrando in albergo, pronta a salire alla mia ricerca perché l’appuntamento avesse luogo. Provai un senso di vuoto nel pensare a che cosa avrei potuto dire a mia moglie malata per spiegare l’intrusione che era sul punto di verificarsi. Eravamo in viaggio di nozze, e durante quel viaggio non si vuole l’intrusione di un estraneo, anche se io non dovevo essere un estraneo, credo, per chi ormai stava salendo le scale. Provai un senso di vuoto e chiusi il balcone. Mi preparai ad aprire la porta.

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Javier Marías, c'è chi dice no

Letteratura, politica, premi e denaro. Sono questi i protagonisti di una vicenda particolare che ha visto lo scrittore spagnolo Javier Marías rifiutare il Premio Nacional de Narrativa, con cui il governo premia il miglior libro elargendo all'autore 20 mila euro

Marías è stato investito del riconoscimento grazie al romanzo Los enamoramientos, ma non ha voluto accettare il premio per motivi ideologici. «Lo Stato non ha nulla da darmi per il compito di scrittore che ho scelto di mia iniziativa.» Che dire, un tipo bello tosto, che non ha fatto una piega davanti a tutti quei quattrini perché, come dice, ha sempre rifiutato di legarsi alla politica, di qualsiasi partito, evitando di intascare denaro pubblico. All'inizio dell'anno aveva già rifiutato altri 15 mila euro per un premio analogo e ha chiesto di essere escluso dalla lista del prestigiosissimo premio Cervantes. Ovviamente la posizione dello scrittore ha alzato un polverone, suscitando l'irritazione di molti, compreso Marcos Giralt Torrente, il vincitore uscente del Premio Nacional.

Ma Javier Marías è irremovibile. La sua avversione nei confronti delle istituzioni governative ha ragioni profonde, legate alla storia del padre, l'illustre filosofo Julián Marías che non ottenne mai alcun riconoscimento ufficiale dalla Spagna. La sua scelta può far discutere, ma in un'epoca in cui la cultura si lega a doppio filo con il business e sembra essere lontana anni luce dalla tensione morale del passato, questo gesto acquista un valore particolare e ci dice che alla letteratura non serve la paghetta ministeriale, perché fortunatamente i buoni libri non scadono, mentre i governi sì.  

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“Ante la noticia de que mi novela Los enamoramientos ha sido distinguida con el Premio Nacional de Narrativa de este año, quisiera agradecer profundamente, antes de nada, la gentileza y la generosidad de los miembros del jurado por haberla tenido en tanta consideración.

Al ser este un galardón institucional, oficial y estatal, otorgado por el Ministerio de Cultura, no me es posible, sin embargo, aceptarlo. Lamentaría que esta postura mía se viera como un desdén hacia nadie. No lo es. Se trata solamente de una cuestión de consecuencia. Es decir, de mi deseo de ser consecuente.

Desde hace muchos años no he aceptado ninguna invitación de los institutos Cervantes, ni del Ministerio de Cultura, ni siquiera de las Universidades públicas o de Televisión Española. Durante todo este tiempo he esquivado a las instituciones del Estado, independientemente de qué partido gobernara, y he rechazado toda remuneración que procediera del erario público. (...) Y en verdad lamento no poder aceptar lo que en otras épocas habría sido tan sólo motivo de alegría".

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ricordi di Javier Marías


Pace e guerra - Javier Marías

La pace, purtroppo, è sempre solo apparente, e transitoria, una messinscena. Lo stato naturale del mondo è la guerra. Spesso aperta, e se no, latente, o indiretta, o semplicemente rinviata. Ci sono sempre vaste porzioni dell’umanità che cercano di danneggiarne altre, o di strappare loro qualcosa, regnano sempre il rancore e la discordia, e quando non regnano si preparano e stanno in agguato.

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venerdì 7 agosto 2015

Storia abbreviata della letteratura portatile - Enrique Vila-Matas

un libro di una società segreta, alla quale appartengono le migliori menti di quella generazione, nel primo quarto di secolo del '900.
libri, ricerche, amori, arte, cospirazioni, bellezza, follia, misteri, viaggi, incontri, coincidenze, fughe, e mille altre cose, e tutto a un ritmo vertiginoso.
il vero, il verosimile e il non vero si fondono a meraviglia.
astenersi quelli che leggono solo storie di vita vissuta, non è per loro, ma per tutti gli altri sì.
se uno vuol sapere a che tipo di libri o a quali autori si assomiglia, la risposta è: a quelli di Enrique Vila-Matas - franz








Spiegare un complotto non è facile. Figurarsi spiegarne uno che non aveva scopi, se non quello di trovare una forma all'illusione che, a ben vedere, è già una sorta di cospirazione. Avanziamo a piccoli passi e partiamo dall'inizio quando Tristan Tzara ispira, come lo descrive l'alchimista Aleister Crowley "un genere letterario che, secondo lui, è caratterizzato dal fatto di non avere un sistema da proporre, ma solo un'arte di vivere. In un certo senso, più che letteratura è vita". Ecco la pietra angolare del tempio della società shandy che tradotta e aggiornata si risolve nell'ordine del giorno che prevede per tutti i (segreti) congiurati "spirito innovatore, massima sensualità, mancanza di grandi propositi, nomadismo instancabile, forte convivenza con la figura del proprio doppio, simpatia per la negritudine, esercizio dell'arte dell'insolenza". E' un programma vasto e criptico da affrontare, con punti di criticità assoluta già nella sua conclusione ("E' bene considerare che l'insolenza, quando si manifesta, lo fa sempre in relazione agli altri, attraverso un movimento che tiene conto intensamente dell'altro") e che nel mondo in cui vige ancora una maledetta realtà appariva una chimera…

… En La historia abreviada de la literatura portátil se nos pone al corriente de la conspiración shandy, también llamada “sociedad secreta de los portátiles”. En la página 13 leemos: “Aparte de exigirse un alto grado de locura, quedaron fijados los otros dos requisitos indispensables para pertenecer a esta sociedad: junto a que la obra de uno no fuese pesada y cupiese fácilmente en un maletín, la otra condición indispensable sería la de funcionar como una máquina soltera.
Aunque no indispensables, se recomendaba también poseer ciertos rasgos que eran considerados como típicamente shandys: espíritu innovador, sexualidad extrema, ausencia de grandes propósitos, nomadismo infatigable, tensa convivencia con la figura del doble, simpatía por la negritud, cultivar el arte de la insolencia”.

La sociedad se funda en 1924 en Port Actif, ciudad africana a las orillas de río Níger, y se disolverá en 1927, en Sevilla, coincidiendo con el homenaje a Góngora y el pistoletazo de salida a una generación de poetas.
Siguiendo las peripecias de los portátiles que constituyen esta sociedad, saltaremos de Zurich, a Port Actif, a París, a Viena, a Praga, a Trieste, a Berlín, a Sevilla…

A la conspiración Shandy pertenecieron escritores, pintores, fotógrafos… desde César Vallejo a Man Ray, desde Marcel Duchamp hasta García Lorca, pasando por Berta Bocado o Rita Malú… nombres reales o inventados, al fin da lo mismo, cuando el protagonista real de esta novela, como en la mayoría de las de Vila-Matas, es la propia literatura o el arte en general, donde los autores serían simples comparsas para sostener el peso de su obra, el auténtico material narrativo…

A imagen y semejanza de un poeta o artista maldito, el shandy vive la “necesidad de soledad, junto con la amargura por la propia soledad”. Comulga con la soltería y con el sexo sin ataduras (vil máquina soltera especializada en la polimorfa cópula). Necesita concentrarse en su trabajo, aislarse, sumergirse en él. “O está uno sumergido o la atención flota lejos”, reporta el investigador que escribió el pintor Juan Gris. Es por ello que la conjura shandy, para huir de sus demonios, se instala en el Bahnhof Zoo, un submarino inmóvil ubicado en el puerto de Dinard, en Inglaterra, donde sin moverse realizan un laberíntico viaje por las profundidades del mar: historias dentro de las historias, digresiones dentro de las digresiones. Meollos tan absurdos y risibles, como la tienda de campaña que Céline instala en medio de la habitación de un hotel; o la expedición secreta al Sanatorio Internacional; o la Antología negra, el libro de mitos y leyendas apócrifas que escribió Blaise Cendras a partir de las anécdotas que les oía a los shandys, en Praga, pero que sin embargo fue recibido por la crítica francesa, en pleno 1972, como “la primera oportunidad para el gran público de conocer la literatura popular africana”; lo que recuerda que en Xalapa, califato de Sergio Pitol, aún en 2010, el presente libro de Enrique Vila-Matas sigue siendo la primera oportunidad para el gran público de conocer la popular y nunca olvidada Historia abreviada de la literatura portátil.

venerdì 31 luglio 2015

Come scrivere un racconto in cinque minuti - Bernardo Atxaga

 Per scrivere un racconto in soli cinque minuti è necessario che si procuri - oltre alla penna e al foglio bianco tradizionali, naturalmente - una piccola clessidra, la quale la terrà puntualmente informato tanto del trascorrere del tempo quanto della vanità e dell'inutilità delle cose di questo mondo; e pertanto, anche dell'effettivo sforzo che ora sta per compiere.
 Non le venga in mente di mettersi davanti a una di quelle monotone e monocolori pareti moderne, no, non lo faccia; faccia sì, invece, che il suo sguardo si perda nel paesaggio aperto che si estende oltre la finestra, in quel cielo dove i gabbiani e gli altri uccelli vanno disegnando la geometria della loro soddisfazione volatoria.
 È necessario anche, sebbene in grado minore, che ascolti musica, qualunque canzone con il testo a lei incomprensibile: per esempio, una canzone russa.
 Ciò fatto, si ripieghi su se stesso, si morda la coda, guardi attraverso il suo telescopio privato il luogo dove le sue viscere lavorano silenziose, domandi al suo corpo se ha freddo, se ha sete, freddo-sete o qualunque altro tipo di angoscia.
 Nei caso in cui la risposta sia positiva, se, per esempio, sente un formicolio generale, eviti di preoccuparsi, dato che sarebbe molto strano se potesse avviare il suo lavoro già al primo tentativo.
 Osservi la clessidra ancora vuota nell'ampolla inferiore, verifichi che non è passato mezzo minuto. Non si innervosisca, vada tranquillamente in cucina, a passi corti, trascinando i piedi, se questo le fa piacere. Beva un po' d'acqua - se dal rubinetto esce gelata non perda l'occasione di bagnarsi un po' il collo - e, prima di tornare a sedersi al tavolo, faccia una soave pisciatina
(nel gabinetto, s'intende, perché pisciare in corridoio non è, in linea di principio, un attributo della letterarietà).

 Li ci sono sempre i gabbiani, lì ci sono sempre i passerotti e li c'è sempre - sullo scaffale che si trova alla sua sinistra - il grosso dizionario. Lo prenda con molta cura come si trattasse di una bionda platinata.
 Scriva quindi - e non tralasci di ascoltare con attenzione il rumore che fa il pennino sulla carta - questa frase: Per scrivere un racconto in soli cinque minuti bisogna che ci riesca.

 Ha già l'inizio, che non è poco, e sono quasi trascorsi due minuti da quando si è messo a lavorare. E non solo ha già la prima frase; ha anche, in quel grosso dizionario che regge nella mano sinistra, tutto quello che le occorre.
 Dentro quel libro c'è tutto, assolutamente tutto; il potere di quelle parole, mi creda, è infinito.

 Si lasci trasportare dall'istinto, e immagini che lei, proprio lei sia un Golem, un uomo o una donna fatto di parole, o meglio, formato da segni. Faccia in modo che quelle lettere che la compongono escano per incontrarsi - come le cartucce di dinamite che esplodono per simpatia - con le loro sorelle, quelle sorelle dormiglione che riposano nel dizionario.

 È ormai passato un po' di tempo, ma un'occhiata alla clessidra le dimostra che non è nemmeno passata la metà del tempo che ha a sua disposizione.

 E improvvisamente come se fosse una stella errante, la prima sorella si sveglia e viene da lei, le entra nella testa e cade, umilmente, nel suo cervello.
 Deve trascrivere immediatamente quella parola, e trascriverla a caratteri maiuscoli, perché durante il viaggio è cresciuta. E una parola corta, agile, veloce: è la parola RETE.

 Ed è questa la parola che mette in guardia tutte le altre, e un clamore, come quello che si udrebbe nell'aprire le porte di un'aula di disegno, pervade tutta la stanza. Di li a poco, un'altra parola scaturisce dalla sua mano destra; ehi, amico, lei si è trasformato in un prestigiatore involontario. La seconda parola scende dalla penna scivolando gattoni per saltare sul pennino e farsi, con l'inchiostro, uno scarabocchio. Questo scarabocchio dice: MANI.

 Come se aprisse una busta a sorpresa, tira l'estremità di quel filo (scusami il tu, in fondo siamo compagni di viaggio), tira l'estremità di quel filo, dicevo, come se aprissi una busta a sorpresa.
 Saluta questo nuovo brano, questa frase che viene impacchettata in una parentesi: (Si, mi coprii il volto con questa fitta rete il giorno in cui mi bruciai le mani).

 Proprio ora sono scaduti i tre minuti. Ma ecco che hai appena finito di scrivere la prima frase che già te ne vengono molte altre, moltissime altre, come farfalle notturne attirate da una lampada a gas.
 Devi scegliere. E doloroso, ma devi scegliere. Quindi pensaci bene e apri una nuova parentesi: (La gente provava pietà di me. Provava pietà soprattutto, perché pensava che fosse rimasta ustionata anche la mia faccia; e io ero sicura che il segreto mi faceva superiore a tutti loro e che con quel segreto mi prendevo gioco della loro morbosità).

 Ti restano ancora due minuti. Ormai non hai più bisogno del dizionario, non perdere tempo con esso. Bada solo alla tua fissazione, alla tua contagiosa malattia verbale che cresce e cresce senza fermarsi. Per favore, non perdere tempo e trascrivi la terza frase: (Sanno che ero una bella donna e che dodici uomini ogni giorno mi mandavano fiori).

 Trascrivi anche la quarta che tallona la precedente, e che dice: (Uno di quegli uomini si ustionò la faccia pensando che così tutti e due saremmo stati nella medesima condizione, nell'identica, dolorosa situazione. Mi scrisse una lettera dicendomi, ora siamo uguali, prendi il mio comportamento come prova d'amore).

 E l'ultimo minuto incomincia a scendere quando vai con la penultima frase: (Piansi amaramente per molte notti. Piansi per il mio orgoglio e per l'umiltà del mio amante, pensai che, per giusta corrispondenza, io dovevo fare quello che aveva fatto lui: ustionarmi la faccia).

 Devi scrivere le ultime righe in meno di quaranta secondi, il tempo sta per scadere: (Se non lo feci non fu per la sofferenza fisica, né per nessun altro motivo, ma perché compresi che una relazione amorosa che incominciava con questa veemenza avrebbe dovuto avere, per forza, un seguito molto più prosaico. D'altra parte, non potevo permettere che lui conoscesse il mio segreto, sarebbe stato troppo crudele. Per questo stanotte sono andata a casa sua. Anche lui era coperto da un velo. Gli ho offerto i miei seni e ci siamo amati in silenzio; era felice quando gli piantai questo coltello nel petto. Ora non mi resta che piangere per la mia mala sorte).

 E chiudi la parentesi - dando per terminato il racconto - nello stesso istante in cui l'ultimo granellino di sabbia cade nella clessidra. 

domenica 3 maggio 2015

I mali minori - Luis Mateo Díez

un libretto piccolo, composto da trentotto micro-racconti (genere letterario diffuso sopratutto nelle letterature in spagnolo), alcuni sono bellissimi, gli altri solo belli.
cercateli - franz

eccone alcuni:


Il sicario
I dati erano sbagliati e uccisi un uomo che non era quello previsto. Questi lavori così rapidi, così segreti, ti portano spesso a commettere errori irreparabili.
Ricordo un caso lontano in cui l'errore si ripetè tre volte. Tutte le vittime mi guardarono con stupore e solo quella giusta lo fece con tranquillità.
- Ti aspettavo - sussurrò quando gli conficcai il pugnale.
Come sempre dopo aver finito un lavoro, andai a ubriacarmi; alcuni giorni più tardi, quando mi ripresi dai postumi della sbornia, tornai a casa e trovai una lettera spedita la data stessa della morte.
- Ti perdono per quello che stai per fare - diceva, - ma ti maledico per come l'hai fatto male. Un morto che costa tre morti non è un morto innocente. Oltre a uccidermi mi hai fatto sentire colpevole e profondamente infelice.

Destinazione
Ricordo un viaggio a Buenos Aires che terminò a New York, un altro a Lima che si concluse ad Atene ed uno a Roma che finì a Berlino.
Tutti gli aerei che prendo vanno dove non devono, ma ormai ci sono abituato perché, sovente, esco di casa per andare in ufficio e passo la mattina dentro vari taxi che vanno e vengono senza che io riesca a dare un indirizzo preciso.
Quando torno alla sera nessuno sa niente di mia moglie né dei miei figli e, stanco di cercare le mie stesse tracce, me ne vado a dormire in un albergo.
Meno male che in queste occasioni viene mio padre a cercarmi. Non so che ne sarà di me il giorno che verrà a mancare.

Il cappotto
Il giorno in cui arrivai in ufficio, un martedì di novembre millenovecentocinquantasei, e , nell'appendere il cappotto all'attaccapanni, il collo si staccò dal resto come se le tarme ne avessero favorito la decapitazione definitiva, il dolore mi fece capire che gli oggetti familiari muoiono sempre nel cuore degli umili.
Tre generazioni giacevano appese all'attaccapanni assassino e il loro calore andò via via svanendo fino a raffreddarmi le mani e a lasciarmi nel tatto un flebile rantolo di inverni e di solitudine.
Un crimine
Sotto la luce della lampada la mosca rimase ferma.
Allungai con cautela il dito indice della mano destra.
Poco prima di spiaccicarla, si sentì un grido, e poi il tonfo del corpo che cadeva.
Subito dopo bussarono alla porta della mia camera.
- L'ho uccisa - disse il mio vicino.
- Anch'io - mormorai tra di me senza capirlo.

La lettera
Tutte le mattine arrivo in ufficio, mi siedo, accendo la lampada, apro il portacarte e, prima di cominciare il lavoro quotidiano, scrivo una riga della lunga lettera in cui, da quattordici anni, spiego minuziosamente le ragioni del mio suicidio

sabato 11 ottobre 2014

De vita beata - Jaime Gil de Biedma

De vita beata
En un viejo país ineficiente,
algo así como España entre dos guerras
civiles, en un pueblo junto al mar,
poseer una casa y poca hacienda
y memoria ninguna. No leer,
no sufrir, no escribir, no pagar cuentas,
y vivir como un noble arruinado
entre las ruinas de mi inteligencia.

De vita beata
In un vecchio paese inefficiente,
un po' come la Spagna tra due guerre
civili, in un paesino sul mare,
possedere una casa e pochi beni
e memoria nessuna. Non leggere,
non soffrire, non scrivere, non pagare conti,
e vivere come un nobile decaduto
fra le rovine della mia intelligenza.

martedì 10 settembre 2013

La velocità della luce - Javier Cercas

“Soldati di Salamina” mi era piaciuto molto, poi (qui) ho stroncato un libro giovanile che era meglio restasse nel cassetto, adesso mi capita per le mani “La velocità della luce”.
inizia lento, poi non riesci a smettere, è un libro formidabile, a me ha ricordato molto Auster (è un gran complimento).
cercatelo e godetene, davvero ottimo - franz


L’impressione è che al di là delle frasi ben cesellate qui ci sia dell’anima, delle domande autentiche, delle risposte abbozzate ma offerte al lettore per quello che sono. Naturalmente Cercas si diverte a confonderci le idee e il ci è o ci fa è sempre in agguato, ma questa è parte del gioco molto serio di La velocità della luce

Che cosa è un romanzo, per Javier Cercas?
Ogni lettore fa il suo libro, interpreta la storia che viene raccontata. L’unica cosa veramente importante è che rimanga fedele alla partitura del romanzo. Il più bel libro che abbia mail letto è il Don Chisciotte. Un libro letto e amato da tutti. Quando venne pubblicato nel diciassettesimo secolo, era giudicato una commedia, un libro per far ridere. Dal diciannovesimo in poi si è tramutato in un’opera malinconia e introspettiva. Due interpretazioni diverse, ma entrambe giuste. Samuel Johnson diceva che solo gli stupidi scrivono senza essere pagati. In questo senso scrivere mi ha cambiato la vita, anche economica. Questa è l’importanza che attribuisco al romanzo. Solo cambiando la vita di chi lo scrive, un libro può cambiare la vita di chi lo legge. Prima di Soldati di Salamina non mi leggeva nessuno, eccezione fatta per mia madre e pochi intimi. Ricordo un aneddoto in cui è coinvolto il mio grande amico Roberto Bolaño. Anni fa uscì in Spagna un dettagliato dizionario dei più importanti autori in lingua spagnola. Mancava soltanto il mio nome e ricordo Roberto, che aveva un senso guerriero della letteratura, dirmi alterato che doveva esserci per forza qualcuno a cui avevo fatto torto, per meritarmi questa assenza. Gli risposi di no, semplicemente non mi conosceva nessuno all’epoca. Ora vivo di scrittura, perché non so fare altro. Perché sono affascinato dalle immagini e dalla storia. Prima di Soldati di Salamina non raccontavo del passato, solo del presente e per di più non ne ero capace. Il lavoro di un romanziere è quello di farsi domande e il tempo passato è terreno fertile per porsi dei dubbi. Al contrario dei politici, che dovrebbero lavorare per risolvere problemi, lo scrittore  si rovina la vita creandosene ancora di più con ciò che scrive…
da qui