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domenica 3 luglio 2022

Aprile è il più crudele dei mesi - Derek Raymond

lasciate ogni speranza, voi che iniziate a nuotare nelle acque scure e melmose fra le pagine di questo romanzo, nella Londra della Factory, nella sezione dei delitti irrisolti.

un delitto efferato, senza colpevole, ma il sergente senza nome riesce a capire cosa è successo.

per risolvere il caso bisogna affondare nelle profondità più sporche immaginabili, e alla fine tutto diventa chiaro, terribilmente chiaro.

e non si salvano in molti, in una storia così.

buona (inquietante) lettura.

 

 

 

“Aprile è il più crudele dei mesi” è perfetto. Il genio noir di Derek Raymond è cristallino e pervade tutta la sua narrativa, in particolare il “ciclo della Factory” di cui questo romanzo è forse la gemma più luminosa. E così come la base di un buon piatto è la semplicità, Raymond appoggia tutto lo sviluppo del testo su due elementi: una trama solida e non enigmatica, che si svela con la giusta velocità, e un protagonista assolutamente irresistibile: un innominato sergente della Delitti Irrisolti, quasi felice di appartenere a una sezione considerata la feccia di Scotland Yard eppure votato alla risoluzione dei suoi casi. Un uomo complesso, dal passato venato di tragedia, che partendo da un omicidio di inaudita efferatezza (vi risparmio i dettagli) dovrà confrontarsi con servizi segreti, politica, equilibri mediatici. L’ironia, spesso molto amara, dell’ispettore emerge in particolare nei dialoghi con colleghi e superiori: si tratta di veri e propri saggi sulla scrittura del dialogo perfetto. Quando però Raymond decise di pestare duro, non risparmia niente, e i due monologhi dell’assassino sono talmente potenti da valere ampiamente il prezzo dell’acquisto. Un romanzo durissimo, quasi violento, e ciò nonostante impossibile da abbandonare. Una lettura che esclude dal resto del mondo.

da qui

 

…La narrazione in prima persona è un altro grande pregio di questo splendido noir: essa ci permette di andare a fondo nell'animo del protagonista dell'indagine scoprendo attraverso piccoli fotogrammi la sua personalità, i suoi dubbi e le sue incertezze. Un idealista solitario, insofferente alla gerarchia che riversa tutto nel proprio lavoro. Il lavoro e le dure lotte come unico antidolorifico al passato duro, rappresentato da una moglie impazzita e assassina della loro unica figlia, Dahlia.

Le ambientazioni fumose, grigie di una Londra violenta e corrotta fanno poi da cornice alla vicenda che vuole essere un chiaro grido di rabbia nei confronti di una società senza scrupoli e agghiacciante.

Con Aprile alle porte non fatevi sfuggire questa piacevole lettura definita da M.Carlotto "uno dei più bei romanzi noir degli ultimi vent'anni.". E ha perfettamente ragione.

da qui

mercoledì 17 novembre 2021

Introfada - Hamja Ahsan

Introfada è un libro che spiega come gli estroversi opprimono gli introversi, e prova a spiegare agli introversi come difendersi. Ma gli occhi di chi legge possono a volte sostituire gli introversi e gli estroversi con altri categorie di oppressi e oppressori, e miracolosamente, il libro funziona benissimo, mutatis mutandis.

È sorprendente scoprire quante cose in comune hanno le varie categorie di oppressi tra di loro, e quante cose in comune hanno le varie categorie di oppressori tra di loro, qualunque sia il tipo di relazione che faccia incontrare oppressi e oppressori.

Il libro di Hamja Ahsan sembra simpatico e divertente, magari lo è anche, ma è soprattutto un libro serissimo, forse a sua insaputa.

Andrebbe studiato come si studia un manuale di guerriglia, o L'Arte della Guerra, di Sun Tzu.

Prendete, per esempio, la Costituzione della Repubblica del Popolo Timido di Aspergistan, (QUI) scorrendola si capisce quanta vita, quanta conoscenza, quanta verità, quanta consapevolezza, quanta satira e quanto coraggio si trova dentro; molti punti sembreranno strani, ma per altri ti chiederai come mai non li hai pensati tu

Per esempio l’art.51 recita :“A tutela della salute mentale di tutti i cittadini, sarà abolita ogni forma di pubblicità.”, l’art.41 recita :” Gli animali non sono fonte di divertimento. È fatto assoluto divieto di mettere in atto pratiche estroverso-suprematiste di spettacolarizzazione e vanitoso esibizionismo ai danni degli animali, come numeri da circo, trucchi di magia, gif di gattini su Facebook.”, l’art.19 recita: “Lo Stato tutela con particolare attenzione bambini e ragazzi, vietando l’uso di categorie adolescenziali di matrice estroverso-normativa (per esempio: “fico”, “nerd”, “campione”, “sfigato”, “secchione”, “tamarro”, “strano”, “genio”, “emo”, “bono”). Volendo salvaguardare lo sviluppo sano e l’autostima dei cittadini più giovani, lo Stato adotta tutte le misure necessarie per proteggere i bambini tranquilli contro bullismo, prepotenza e introversofobia.”, l’art. 57 recita: “Abolizione degli azzardi finanziari estroversi, in particolare delle bolle speculative e dei successivi tracolli, del gioco in Borsa e dei maxistipendi. Lo Stato farà in modo che chi lavora nel mercato azionario trovi un impiego alternativo.”

Simbolo degli introversi sono gli autistici con sindrome di Asperger (un fratello di Hamja Ahsan ne soffre*)


buona (introversa) lettura.

 

 

 

*…Hamja Ahsan ha una buona conoscenza del linguaggio della lotta: è un attivista, scrittore, curatore e artista. È stato selezionato per i premi Liberty Human Rights per la campagna Free Talha Ahsan. La sua visione dell’Aspergistan fornisce un’analisi delicata e rivelatrice della violenza strutturale. Il suo progetto politico deriva dalle sue esperienze personali (la prima riga dei riconoscimenti è: “Questo libro è scritto sul retro di una vita di risentimento”) a cui la nascita di questo libro è intrinsecamente correlata.

A questo punto è necessaria una nota biografica. Nel 2006, il fratello di Hamja Ahsan, Syed Talha Ahsan, poeta britannico e aspirante bibliotecario a cui era stata diagnosticata la sindrome di Asperger, è stato arrestato nella sua casa in Gran Bretagna e detenuto senza processo per sei anni prima di essere estradato negli Stati Uniti con l’accusa di terrorismo. Dopo quasi due anni di reclusione solitaria in una prigione del braccio della morte degli Stati Uniti, nell’ottobre 2013 Talha è stato costretto a patteggiamento, dopo essere stato dichiarato colpevole dell’accusa generale di fornire “supporto materiale” ai terroristi (ipoteticamente attraverso la gestione di un sito web obsoleto che si occupava dei conflitti in Bosnia, Cecenia e Afghanistan). Alla fine Talha fu rilasciato e tornò a casa nel Regno Unito dopo che alla condanna un giudice vide poca sostanza nelle accuse del governo americano.

Tenendo conto di questa storia, è difficile non leggere Introfada come un modo per elaborare (e riscattare) il trauma secondario dell’ingiusto rapimento e della prigionia del fratello di Hamja Ahsan.

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…Essendo un libro-manifesto, Introfada non offre una teoria onnicomprensiva della vita introversa bensì una serie di abbozzi veloci che proprio per questo risultano efficaci. Detto ciò, alcuni aspetti della vita contemporanea sono del tutto assenti, e non si fatica a immaginare un futuro ampliamento del libro attraverso un capitolo sul digitale, dato che il web è sia la piazza degli estroversi (Instagram) che il rifugio degli introversi (Mastodon, i forum ecc.); o una riflessione sulla sessualità. Oltre alle inevitabili lacune, Introfada presenta un rischio: le accuse rivolte all’imperativo estroverso (che riguardano anche la stessa militanza politica, si pensi ai sound system durante i cortei) possono essere lette come un triste appello al pubblico decoro. Non vorremmo che i primi a unirsi ai ranghi dell’Introfada fossero quei cittadini stanchi della movida serale e notturna, gli stessi che propongono di vietare l’alcool nelle piazze dopo una certa ora…

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L’intero libro è scritto con una critica mordace ma divertente del liberalismo e del conformismo. Gli eroi e i rappresentanti culturali del movimento dei “Timidi Radicali” includono Rosa Parks, Mercoledì Addams (de La Famiglia Addams), Splinter (il maestro delle Tartarughe Ninja), Ali La Pointe (la guerrigliera algerina protagonista della Battaglia di Algeri) e Lisa Simpson.

Attraverso interviste (immaginarie) a prigionieri politici del movimento dei timidi radicali e individui che hanno contribuito al progetto di storia orale della (immaginaria) Associazione dei Diritti degli Introversi, Ahsan ribalta i punti fissi su cui si basano le realtà sociali e politiche contemporanee.

Introfada offre un punto di vista attraverso il quale vedere il mondo: coinvolge con la risata ma allo stesso tempo fa luce sui comportamenti sociali accettati e in realtà assimilabili ad atti violenti; è un libro che spinge il lettore a sentirsi parte di questo progetto creativo, una satira sofisticata che si appoggia sulla teoria anticoloniale per costruire una critica alla cultura dominante e alla condizione della salute mentale nella società capitalista.

Non è difficile immaginare che una reale istituzione dello stato dell’Aspergistan porterebbe a domande di visto di massa: l’asilo ovviamente, secondo la sua Costituzione, sarebbe concesso a tutti i popoli timidi che subiscono persecuzioni negli stati estroversi-suprematisti.

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... Di pagina in pagina, tra ipotetici testi costituzionali e finzionali interviste ad attiviste introverse incarcerate, tra riletture cinematografiche in chiave pantimidista (La battaglia di Algeri diventa un film che “racconta in primo luogo la parabola dei popoli timidi oppressi che si ribellano contro i soprusi”) e petizioni studentesche, Ahsan tesse un collage di controcultura e critica all’organismo sociale neoliberistico 4.0, governato dalle norme dell’assertività e dell’autoaffermazione individuale, dall’esposizione ed esibizione di un sé urlato. Gli introversi della satira di Ahsan assomigliano molto a un “popolo” che non si adatta all’imperativo di condividere e ostentare, dove il verbo share implica nient’altro che l’azione di vendere l’ultimo prodotto sul mercato: noi stessi

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con uno stile ironico, il libro parla oltre che ai timidi, a chi è vittima di bullismo, socialmente impacciato, emarginato e medicalizzato per incoraggiare il dibattito sulle strutture che determinano l’esclusione sociale. È una satira sofisticata che si appoggia sulla teoria anticoloniale per costruire una critica alla cultura dominante…

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Ahsan si scaglia contro tutto e tutti: non solo contro il settore dello spettacolo, dominato dagli estroversi, capaci di sfilare davanti alle telecamere con nonchalance perché quello è il loro ambiente; ma anche contro la politica, rappresentata da (e che rappresenta solo gli interessi della) cultura estroverso-suprematista, e questo perché è lo stesso «apparato statale [a] imita[re] in tutto e per tutto l’estroversione» (p. 54); infine, contro la cultura in generale, che col suo divide et impera ha inculcato nelle menti degli introversi l’idea di essere sbagliati, fuori posto, l’errore in un sistema che, uguale per tutti nella teoria, privilegia chi preferisce il rumore, le chiacchiere sul tempo che fa là fuori e i cocktail party al silenzio, all’intimità e alle letture in solitaria…

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Questo piccolo libro è difficilissimo da incasellare. Forse la definizione migliore è quella proposta nella Nota iniziale dal traduttore (il solo che legga veramente un testo, scriveva Primo Levi): Introfada è un “manifesto fantapolitico”. La “Repubblica del Popolo Timido di Aspergistan” non esiste, ma Ahsan ne elabora una Costituzione provvisoria con cui apre il volume. Secondo i suoi articoli, l’Aspergistan vuole essere un rifugio “pantimidista” per tutti gli introversi oppressi dal “sistema globale della Supremazia Estroversa” e dal suo circo mediatico di proclami molesti, immagini invadenti, “consumismo compulsivo” e patriottismo sbruffone. Per gli introversi di tutto il mondo, vuole creare corridoi umanitari verso i propri spazi di contemplazione silenziosa. Ahsan è un artista-attivista premiato alla Biennale di Grafica di Lubiana. Questo libro è anche un bell’oggetto nero e bianco, che gioca sulla propria somiglianza con un libretto estremista radical-islamico. L’editore italiano non solo fa un gran lavoro nel mantenere questa specificità, ma la esalta ingrandendo il carattere di scrittura e quindi la leggibilità rispetto all’originale inglese. L’Introfada, però, ci tiene a chiarire di non essere un’organizzazione terroristica, anzi: come si specifica nel volume, è proprio la Supremazia Estroversa mondiale, alla pari del terrorismo, a cercare il centro dell’attenzione attraverso il rumore; al radicalismo islamico ed al suo narcisismo esibizionista si contrappone “un sufismo erudito e flemmatico da gentleman inglese”. Sembra qui di rileggere la prima parte del romanzo Exit West di Mohsin Hamid (Einaudi, 2017), dove i due protagonisti-amanti coltivano i loro spazi di quieta riflessione in una città deflagrata dalla guerra…

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domenica 21 marzo 2021

La brava terrorista - Doris Lessing

Alice è una ragazza che vive ai margini della società "borghese", vive da anni in case occupata, ha una specie di fidanzamento con un ragazzo un po' minchia. dove si trova cerca di organizzare la convivenza fra occupanti, cerca di risolvere tutte le questioni pratiche, sembra che solo a lei interessi di vivere in una casa, va bene occupata, ma pulita e con un minimo di confort.

e poi all'improvviso si trova in un giro più grande del solito, e le si presenta l'occasione di fare il gran salto verso il terrorismo, per quanto si renda conto di essere una pedina di decisioni di altri.

Alice colpisce per essere come una piccola Sisifo, cerca di fare di tutto per migliorare la situazione di tutti, e spesso si ritrova al punto di partenza.

diventare terrorista non è facile, ma forse è una resa all'immane fatica quotidiana per la quale non ha nessun riconoscimento.

a me è piaciuto, Doris Lessing non delude.



 

Perché una donna come Alice Mellings diventa terrorista? Un romanzo coraggioso e di grande impatto in cui Doris Lessing dispiega le sue straordinarie doti di narratrice per addentrarsi con umanità e intelligenza in una materia delicata e ancora bruciante…

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Doris Lessing è un’autrice davvero particolare, paladina del femminismo e impegnata profondamente nell’analisi sociale; questo romanzo apre molti interrogativi verso le motivazioni della lotta estremista e verso le difficoltà di integrazione nei sistemi civili moderni. Una Londra imponente e fredda fa da sfondo a questo romanzo, non di facile lettura ma sicuramente importante dal punto di vista culturale. Alice è la rappresentazione della brava ragazza, una donna generosa formata nei valori comuni di altruismo ed equità di cui gran parte delle comunità umane si nutrono, che per motivi complessi aderisce alla lotta armata convinta che possa essere la risposta. Un libro da leggere, piano piano per comprenderlo a fondo.

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Il male distrugge tutto ciò  che prima c’era stato di buono e soprattutto divide. Alice, la brava terrorista, rimane sola nella casa dove aveva tanto lavorato. Ora rimane aperto un interrogativo. Che senso avrà la sua vita d’ora in poi? E soprattutto come mai una ragazza come lei è diventata una terrorista?

Il  libro è da leggere soprattutto in questo periodo per riuscire a capire le atmosfere che sono attorno a noi. Il titolo poi è geniale: utilizzando l’ossimoro, una figura retorica che consiste nell’accostare parole che esprimono concetti contrari, Doris Lessing ci trasmette che il mondo è difficile da comprendere e a volte è vero tutto ma anche il suo contrario.

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Tutta questa costruzione per finire a chiedersi: com’è che una ragazza  brava e altruista (la protagonista Alice)  decide di spargere bomba amminkia in giro per la città ? Rispondo: e io checcacchio ne so? La tipa, l’attentato e il contesto delirante te li sei inventati te di sana pianta, cara Doris ! Dammela te una risposta, se ne hai ! Capace che perdo tempo a psicanalizzare una tizia che non esiste ?

Se invece la domanda fosse : “com’è che tante persone  degne hanno scelto, nei loro vari contesti, di darsi alla lotta armata ?”, per chi vuol capire davvero  non mancano le biografie o saggistiche più serie.

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La brava terrorista della Lessing affronta tematiche sociali importanti attraverso gli occhi di una squatter e degli altri inquilini di una casa occupata. Gli ideali dei singoli sono confusi, hanno senso solo nelle loro teste, riunioni, assemblee e poi tutto è come prima, e si racimolano i soldi per comprare le cose per l'abitazione rubando qualcosa da mamma e papà. Gli stessi genitori su cui si sputato veleno e infamia, infangandoli e additandoli come borghesi. Le cose poi cambiano ancora, stanchi della rivolta solo a parole, si decide di passare all'azione; allora son bombe e associazioni con l'IRA, e la casa diventa un quartier generale di idee sempre più confuse, ma più violente. Ma alla fine n'è valsa la pena? Cambierà davvero qualcosa? O tutto è destinato a tornato come da principio? La Lessing ci regala una lettura molto interessante e con diversi spunti su cui riflettere.

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Acquistato sulla fiducia in quanto sono innamoratissima di The Sweetest Dream. Ho trovato questo libro lento, le prime 200 pagine sono state una lotta, tuttavia avevo deciso di dargli una possibilità e mi sono sforzata di finirlo, ma devo ammettere che è stata davvero dura. Non so se sia la traduzione a renderlo così lento e macchinoso, dovrei provare a leggerlo in inglese, come ho fatto con l'altro libro della Lessing: probabilmente in lingua scorre meglio (?). Per adesso, dimenticabile.

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mercoledì 26 giugno 2019

L'uomo del censimento - China Miéville


il libro inizia con un bambino urlante.
urla affannato che c'è stato un omicidio, ma forse è solo la sua impressione.
esiste un ponte, che separa la cittadina dalle case sparse.
pochi personaggi hanno un nome, sarebbe un elemento di chiarezza in una storia dove tutto è incerto, insicuro, precario.
e poi ci sono i bambini, che vivono in strada, e dormono in un edificio disabitato, sono una banda, si arrangiano come possono.
la polizia appare ogni tanto, viene da lontano, e poi c'è l'uomo del censimento, deve ordinare, definire, scrivere indagare.
ma questo avviene alla fine.
si respira una qualche aria di Agota Kristof, tante cose non dette, luoghi e persone non individuabili, individui incatenati alle regole del luogo, andarsene è difficile, ma non impossibile.
è un libro di fantascienza, quella classica? direi di no, piuttosto un libro di misteri.
China Miéville sa, anche questa volta, come tenere il lettore legato alle pagine, alla storia, alla ricerca di una verità.
in confronto ai precedenti romanzi di centinaia di pagine questo è solo un racconto lungo che si fa leggere bene.




Di etichette gliene sono state attaccate molte, da quella dello scifi a quella del new weird, ma non siamo molto sicuri che il suo ultimo romanzo breve – o racconto lungo, L’uomo del censimento, possa davvero essere definito da un’etichetta. Tra horror e noir, grottesco e mistery, fantascienza e urban fantasy, L’uomo del censimento è un esempio magistrale di come il contenuto possa, alla fine, avere il potere di distruggere qualsiasi forma di narrazione conosciuta…
…La vera rivoluzione di questo romanzo, però, non sta né nella storia narrata, né nell’ambientazione post-apocalittica e iper-realistica, né nella denuncia sociale che ben conosciamo in Miéville. La grande originalità de L’uomo del censimento è, prima di tutto, formale: in un testo in cui domina la precarietà, Miéville mima stilisticamente l’ambiguità, l’incertezza, i “forse” e i “vedremo” dell’universo cui ha dato vita. A questo scopo ‘rompe’ la forma narrativa della prima persona e sin dalla prima pagina ci ritroviamo sbalzati dall’io narrante alla terza persona, passando anche da un tu generico in cui il narratore sembra voler parlare direttamente al “sé” bambino.
Rincorriamo, così, la narrazione tra il presente di chi sta narrando e i suoi ricordi che oscillano essi stessi, tra quelli dei giorni immediatamente successivi al tragico evento che ha segnato la sua esistenza, ad altri, precedenti allo stesso, con cui cerca di ricostruire, in un quadro più generale, la sua vita e quella dei genitori. Come in una lunga seduta psicanalitica, China Miéville fa confluire nelle sue pagine tutta la vita, i pensieri, i ricordi, i timori e le paure del suo protagonista, lasciandole libere di essere, semplicemente, narrazione soggettiva…

…La narrazione passa dalla terza alla prima persona all’interno della stessa frase, spostando in modo spericolato e affascinante il punto di vista da osservatore esterno fintamente oggettivo a osservatore interno estremamente soggettivo.
Molte cose nel romanzo rimangono non dette e non spiegate, ma il fascino della vicenda, i livelli di lettura stratificati e la complessità interiore del protagonista rendono la lettura estremamente appagante.
Non è un romanzo che piacerà a tutti, ma a chi saprà apprezzarlo regalerà ottime sensazioni e spunti di riflessione…

giovedì 22 marzo 2018

La materia oscura - Michelle Paver


 inizi a leggere senza capire come andrà a finire, sembra la solita storia di esploratori avventurosi, come tante.
andando avanti scopri che c'è un misteri, soli, nella neve e nel ghiaccio, quel pugno di esploratori non va tanto d'accordo, e poi ci sono i cani.
un po' Zanna Bianca, un po' Gordon Pym, quelle atmosfere, quei latrati, quei silenzi, quel freddo impossibile, Michelle Paver tira fuori un gran libro.
buona lettura.







Ci sono almeno tre motivi per segnalare questo romanzo: il primo riguarda l’editore, Giano, che assistito da Guanda sa scegliere buoni prodotti d’intrattenimento. Il secondo motivo è l’ambiente, il nord artico dei ghiacci eterni – dove la notte, un buio ossessivo, dura troppi mesi – che dà una illusione di frescura nel mezzo di una eccessiva calura. Il terzo motivo, infine, è l’autrice, che viene dalla letteratura per ragazzi e sa costruire l’avventura come pochi altri sanno fare.
Quattro giovani britannici vanno in spedizione nell’artico con pretesti di ricerca scientifica e per varie disgrazie uno solo, il meno aristocratico e il più risentito, con un fondo omosessuale (il libro è il suo diario) rimane con i cani a presidiare nell’infinita notte la postazione e deve confrontarsi con l’inquietante, prima, e terrorizzante, poi, presenza del fantasma di un morto male, di un morto malvagio. “A queste latitudini, gli uomini percepiscono cose di cui, più a sud, non avvertono nemmeno l’esistenza”.
Deaver ha scritto che in queste pagine Jack London si incontra con Stephen King. Ha dimenticato Verne, ma è vero, la formula è questa. Si deve però all’abilità dell’autrice e alla sua sapienza d’intrattenitrice di lettori adolescenti se qui la formula funziona egregiamente, e se nella nostra torrida estate il suo romanzo si è rivelato di buona compagnia.

La narrazione della Paver, appassionata di viaggi nell’estremo Nord, riesce a rendere in modo preciso i cambiamenti atmosferici e stagionali: la luce del giorno che svanisce per lasciare posto ad un’oscurità opprimente e terrificante, che avanza di pari passo con l’angoscia ed il tormento del protagonista.
Particolarmente interessante risulta anche l’evolversi del suo rapporto con i cani, dapprima tenuti a distanza, guardati con sospetto e diffidenza, e poi, col mutare delle sue percezioni e con l’intensificarsi delle “apparizioni”, considerati alleati in questa lotta che Jack intraprende per superare dubbi e paure, ma anche per affrontare i propri limiti.

martedì 28 novembre 2017

La città & la città – China Miéville

immaginate una Berlino senza muro, ma con una divisione altrettanto forte, di qua e di là, due mondi separati fino all’assurdo.
China Miéville sovrappone le due città, a volte coincidono, una rappresentazione audace.
all’interno di questo microcosmo ci sono cose che succedono, sono due mondi dominati dalla paura e dalla polizia e da una forza ancora superiore, ignota, incomprensibile, ma concreta.
si può leggere in tanti modi, a me è sembrato, con un salto enorme, che quelle reti, quei poteri che intrappolano le menti degli abitanti di Beszel e Ul Qoma, città gemelle e nemiche, siano come i draghi di cartone, che Edward Snowden e Julian Assange hanno smascherato.
ma quei poteri, la Violazione, fanno molto male, sembrano invincibili, anche perché tutti credono che lo siano.
anche chi ci lavorerà, nella Violazione, come l’ispettore Borlù, non sa molto, è il Potere, che si è radicato nelle teste degli abitanti di quel piccolo angolo di mondo, così è e così sarà, l’impero romano, l’impero di Carlo V, l’impero inglese, l’impero cinese, l’impero Usa, così è e così sarà, hanno sempre detto.
mi sa che il romanzo di China Miéville, attivista e socialista (fa parte del Socialist Workers Party inglese e si è presentato senza successo alle elezioni per il parlamento britannico nel 2001 come candidato della Socialist Alliance) è un romanzo (molto) politico.
se non l’avessi appena letto me lo leggerei, è come un consiglio, mi sembra,
l’ispettore Borlù mi ha ricordato Martin Bora (l’investigatore nazista creato da Ben Pastor), quel mondo strano mi ha ricordato il mondo (altro) di Epepe.
buona lettura





«E’ più stupido e infantile presumere che ci sia una cospirazione o che non ci sia?». Così riflette l’ispettore Borlù. Sarebbe un quesito sconcertante anche nel nostro mondo ma suona un bel po’ diverso per chi vive a Beszel e nella sua gemella siamese/nemica Ul Qoma ma può vedere una sola delle due città pure quando passa attraverso l’altra.
La magia dell’inglese China Miéville è di farci abbandonare quasi subito l’incredulità e di abituarci che «La città & la città» (Fanucci editore: 366 pagine per 12.90 euri, traduzione di Maurizio Nati) possano davvero esistere l’una dentro l’altra ma ognuna invisibile ai cittadini “stranieri” che lì abitano. Dove accade? In una immaginaria repubblica post-sovietica. Chi legge il romanzo non saprà se l’anomalia di Beszel e Ul Qoma sia tecnologica, magica, una frattura spazio-temporale, uno spicchio di mondi alieni (come nel romanzo-film «Stalker») oppure lo scherzo di un dio burlone, di un pagliaccio cosmico. Non importa saperlo. Perché la vera stregoneria, il mistero inesplicabile è da dove Miéville abbia tirato fuori queste storie…
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…A romanzo finito posso dire che non condivido l’entusiasmo della critica internazionale. Forse l’edizione è stata penalizzata da una traduzione fatta coi piedi, ma lo stile di Miéville a me è sembrato sciatto, poco curato, piatto, noioso. Un libro con una storia del genere si merita di essere scritto da qualcuno che, per lo meno, ha una minima cognizione del senso del ritmo narrativo, cosa che, secondo me, Miéville non ha.
La storia è fenomenale in sé, una delle migliori che abbia letto quest’anno (lo so che siamo solo a febbraio, ma sono tre mesi che leggo roba che rasenta a malapena la sufficienza.
Per fare un paragone cinematografico, avete presente Il padrino parte seconda? Ecco, è universalmente riconosciuto come uno dei film migliori di sempre (e piace pure a me, pur non essendo un fan del genere), e ci sono dei buoni motivi per questo: storia, interpretazione, regia, sceneggiatura. Ora immaginate se Il padrino parte seconda, sempre interpretato da Robert De Niro, sempre sceneggiato da Francis Ford Coppola e Mario Puzo, però diretto da Michael Bay. Cosa pensate succederebbe? Succederebbe La città e la città, ecco cosa.
Insomma, il libro vale la pena di leggerlo solo in virtù della storia (che è l’unico motivo per cui questa recensione è positiva) e se ciò significa doversi turare il naso e sopportare lo stile blando di Miéville, beh, pazienza.
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…Al di là della genialità dell'invenzione narrativa, ciò che è veramente geniale è il modo in cui l'autore palesa la nostra superficialità: in quanto spettatori esterni siamo pronti a cogliere e ridicolizzare l'assurdità della situazione di Beszel e Ul Quoma senza nemmeno capire che i besz e gli ul quomani siamo proprio noi.
In questo contesto la detective story in stile Blade Runner compie un ruolo marginale, assoggettata all'esigenza dell'autore di mostrare il funzionamento del disvedere nelle piccole cose quotidiane. Le indagini di Borlù sono principalmente una scusa per reiterare cosa si può fare e cosa non si può fare, quanto complicato e inumano sia vivere in questo modo, per questo soprattutto nella parte del romanzo mancano di ritmo e non sempre seguono la logica. La risoluzione dell'intrigo è poi un po' raffazzonata, non particolarmente originale e poco credibile nel modo in cui viene individuata dal protagonista…

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venerdì 14 aprile 2017

Elsie Piddock salta nel sonno - Eleanor Farjeon

ecco altre bambine che salvano il mondo.
una piccola storia di bambine che giocano con la corda e salveranno i terreni della comunità dagli artigli della speculazione e della proprietà privata.
per sapere come fanno devi leggere il libro, solo 50 pagine, anche i pigri non potranno lamentarsi delle troppe parole.
adatto a tutti quelli che si difendono, e quindi combattono, contro gli arraffa arraffa.
buona lettura.









Elsie Piddock salta nel sonno è un librino minuscolo, quasi come la sua protagonista.
È un racconto breve, si legge in meno di un’ora, e affascina e cattura in meno di mezzo secondo.
Riprendendo l’immaginario tipico dei racconti popolari inglesi, Eleanor Farjeon ci racconta la storia curiosa di Elsie in modo delicato e cristallino, con una narrazione lieve e incantata come la risata di una fata.
Le spontanee descrizioni di personaggi, azioni e luoghi, trasportano il lettore nelle aperte campagne inglesi a saltare con Elsie e con il Piccolo Popolo.
Una lettura ironica, leggera e briosa; una protagonista indimenticabile.
Consigliato sorridendo e saltellando!
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venerdì 24 giugno 2016

Venere nera - Angela Carter


un libro di racconti, alcuni molto belli, gli altri perfetti.

tutto quello che ho letto finora merita molto, iniziate a leggere da qualsiasi suo libro, non ve ne pentirete - franz


“Il linguaggio è potere, vita e strumento di cultura, lo strumento del dominio e della liberazione.” – Angela Carter

otto deliri magici
ma e questa donna, da dove esce?? datemene ancoraaaaaaa!!!

Angela Carter conosce alla perfezione il mestiere dello scrivere e questo libro lo dimostra. Alla sua bravura unisce anche un'inventiva veramente straordinaria (soprattutto nel racconto che vede protagonisti Baudelaire e la sua Jeanne e in quello che racconta cosa sarebbe accaduto se Moll Flanders fosse stata rapita dagli indiani d'America).



da: “il melo magico”
Angela Carter

Nell’Occidente,
sotto cieli azzurri
crescono i meli.
Affondano
le ginocchia nell’erba
vacillando sotto il peso dei frutti.
Tonda è la mela come tondo è il mondo, rossa
come sangue del cuore, grossa
come due pugni uniti. Questa,
la prima al mondo tra le mele,
bagnata, ancora
dalla prima rugiada.
Fu il serpente a fare la prima mela,
deposto che ebbe l’uovo rosso disse:
“Mangiami”.

così Salman Rushdie parla di Angela Carter:

La prima volta che incontrai Angela Carter fu in occasione di una cena in onore dello scrittore cileno Jose Donoso, a casa di Liz Calder, che all’epoca era l’editrice di noi tutti. Il mio primo romanzo sarebbe uscito di lì a poco, mentre Angela aveva appena pubblicato il suo libro più oscuro La passione della nuova Eva. Io ero un suo grande fan. Donoso arrivò agghindato come un Buffalo Bill ispanico, con tanto di pizzetto brizzolato, giubbetto con le frange e stivali da cowboy, e continuava, come potei osservare, a trattare Angela in modo terribilmente condiscendente. Stupito dalla sua apparente ignoranza dell’opera della scrittrice, gli feci una lunga ramanzina informandolo che la donna con cui stava parlando era la più brillante autrice inglese. Angela rimase positivamente impressionata. Alla fine della serata ci piacevamo a vicenda. Fu la prima grande scrittrice che incontrai in vita mia, e un’amica fedele, sincera, una fonte continua d’ispirazione. 
Quando venni a sapere che aveva un cancro, la chiamai al telefono e ne parlammo. «Angela», le dissi, «c’è solo una cosa da fare. Devi sconfiggerlo, tutto qui». «Sì» – parlava strascicando le parole in modo lento e cupo – «ma come la mettiamo con la mia fascinazione per il fatalismo orientale?». «Stammi a sentire», le dissi, «l’orientale della famiglia sono io. Potresti cortesemente lasciare a me il fatalismo e occuparti della tua dannata vittoria?». «Oh», disse come sorpresa da quello che le appariva un buon suggerimento, «ok». Poi combatté come un demonio, lottò contro la morte con tutte le sue forze e tutto il suo coraggio, ma anche con la sua sagacia, il suo umorismo, il suo senso del ridicolo, la sua rabbia. La morte ringhiava e lei le mostrava il dito medio. La morte la lacerava e lei le faceva la linguaccia. Alla fine perse. Ma vinse, anche, perché nel suo furioso ridere, nella sua infuocata satira sulla propria morte, nel suo sgonfiare ciò che Henry James aveva pomposamente definito la «cosa distinta», ridimensionò la morte: nessuna cosa distinta, piuttosto un piccolo, sporco clown assassino. Dopo averci mostrato come scrivere, dopo averci aiutato a capire come vivere, Angela ci insegnò come morire.
Lo voglio dire ancora una volta: Angela Carter è stata una grande scrittrice. Lo ripeto perché a dispetto della sua fama mondiale, per qualche ragione qui in Inghilterra non ha mai avuto il riconoscimento che meritava. Certo, molti scrittori sapevano che era una rarità, una mosca bianca senza pari in tutto il pianeta; e, allo stesso modo, lo sapevano tanti lettori da lei ispirati, stregati. Ma chissà perché non le fu dato il posto che le apparteneva – al centro, al cuore stesso della letteratura della sua epoca. Ora che è morta non dubito che in breve tempo apparirà chiara la portata dei suoi successi. È triste che gli scrittori debbano morire per poter trovare il proprio posto nel pantheon. Di sicuro Angela Carter sapeva quanto valeva. Ma avremmo potuto dirle più spesso, e con più convinzione, che anche noi lo sapevamo.
L’ultimo romanzo di Angela, Figlie Sagge, è anche il più bello. Lì sentiamo dispiegarsi in tutta la sua ricchezza la sua voce autentica, quella che impiegava anche fuori dalla pagina. Il romanzo è scritto con il suo inconfondibile marchio di fabbrica, uno spietato umorismo. Ride spensierato mentre fa a pezzi il secolo con i suoi motti di spirito. Come tutte le sue opere, è una celebrazione della sensualità della vita. Soprattutto celebra chi si trova dalla parte sbagliata, e anche chi è nato nel letto sbagliato. È una pernacchia rivolta da South London all’altra sponda del Tamigi, un inno alla bastardaggine (e il romanzo è una forma bastarda, non va dimenticato, per cui i romanzieri dovrebbero sempre stare dalla parte dei bastardi). Carter era una che prendeva per i fondelli, una profanatrice di mucche sacre. Nulla le era più caro di un ostinato – ma anche allegro – anticonformismo. I suoi libri ci liberano dalle catene, rovesciano le statue dei boriosi, demoliscono i templi e i commissariati della rettitudine. Traggono forza e vitalità da tutto ciò che è iniquo, illegittimo, basso. Sono senza eguali, e senza rivali.
Con la morte di Angela Carter la letteratura inglese ha perso la sua maga, la sua benevola strega-regina, un’artista geniale dotata di una buffa grazia. Noi che abbiamo perso un amica non vogliamo credere che non ci saranno più interminabili conversazioni al telefono con quella voce che poteva alzarsi ai vertici di passioni scatologiche o sprofondare, nei momenti più bui, in una sorta di  bambinesco sussurro. Ormai privi della Regina delle Fate, non siamo più capaci di riprodurre la magia che può salvarci. Né desideriamo essere salvati, non ancora. Fissiamo l’enorme vuoto con cui la sua morte ci ha lasciato e, senza staccare lo sguardo dal cratere della nostra perdita, la ricordiamo.
È morta il 16 febbraio del 1992. Tre settimane prima le avevo dato una copia di un lungo saggio che avevo scritto su uno dei suoi film preferiti, Il mago di Oz. Le avevo chiesto se potevo dedicarglielo, lei aveva acconsentito. Tristemente, non ho mai saputo se fosse riuscita a leggerlo. Ma almeno in quella dedica potei dire in parte quello che provavo. Quando Dorothy chiede alla Strega Buona Glinda se il Mago di Oz è buono o cattivo, Glinda risponde dicendo che «è un buon Mago… ma molto misterioso». Il Mago di Oz è un impostore, si scopre alla fine. Angela Carter era una maga buona, forse la migliore.
Traduzione di Nicola Vincenzoni

per chi sa l’inglese:

giovedì 7 gennaio 2016

Il ponte – Iain Banks

il libro contiene diverse storie da cui altri ne avrebbero tratto diversi libri, Iain Banks, che non si risparmia (per nostra fortuna), invece ci regala un’unica opera, dove le storie si fondono, c’è una (strana) storia d’amore e di amicizia, ambientata negli anni ’80, in Scozia, ai tempi della Thatcher, una storia in un tempo preistorico, in una lingua che solo la traduzione di Alessandra Di Luzio ci fa capire, e una storia in un qualche futuro prossimo venturo, fra Brasil e Blade Runner.
sfondo di tutte le storie è il ponte e lo spazio che occupa, che è nell’immaginario di tutti i protagonisti, che poi è uno solo.
è uno di quei libri che ti catturano, dispiace arrivare alla fine, e devi contemperare il piacere di conoscere tutta la storia con il piacere di leggere lentamente, ogni pagina è necessaria, e certe pagine da sole valgono un libro intero - franz



…“The Bridge” – questo è il titolo originale – uscì in Gran Bretagna nel 1986 ed è sempre stato il romanzo preferito dallo stesso Banks. “È l’intellettuale della famiglia – diceva lo scrittore – è come il figlio che è andato all’università e si è laureato”. “Il Ponte” non è solo quello. È anche il racconto di una realtà misteriosa, di un ponte di ferro rosso governato da autorità invisibili, una babele dove vivono persone di tutte le razze e si parlano lingue sconosciute; è il mistero del passato di uno dei suoi protagonisti, John Orr, ripescato senza memoria dalle acque dopo un terribile incidente; è la storia d’amore tra l’ingegnere scozzese Alex e la sua Andrea, vissuta sotto le nubi minacciose della guerra fredda, del governo Thatcher; è la discesa agli inferi di un Barbaro e del suo spiritello familiare; è soprattutto un’indagine sulla realtà e sulla visione, è l’occasione per scoprire e riscoprire un autore che, a prescindere dalle iniziali, non dimentica mai il suo bagaglio fantastico….

…Uno spaventoso incidente sul Forth Railway Bridge di Edimburgo, un uomo giace sull’asfalto. Inizia così la vicenda di John Orr, nome fittizio del nostro protagonista. Un corpo che porta con sé i segni dell’incidente e i suoi dolori, un’amnesia che gli ha portato via i ricordi donandogli un mondo allucinante in cui vivere: il ponte. Una dimensione racchiusa in un’enorme costruzione di ferro rosso come il sangue, un collegamento tra rive sconosciute.
Nessuna via di accesso o di uscita, una folla immensa di persone di ogni razza, origine e lingua. Una babele moderna governata da un’autorità non definita, priva di politica, religioni e morale di sorta. Una terra in cui le concezioni di tempo e spazio sono state annullate, nessuna storia. Questo è il nuovo mondo del signor Orr, ripescato dalle fredde acque del fiume, ribatezzato in attesa di ritrovare la sua memoria.
Attraverso i racconti e i dialoghi di John con lo strano ed enigmatico dottor Joyce,«il medico dei sogni»,il lettore viene catapultato in un terreno in cui nulla è più certo, realtà e sogno si mischiano smarrendo il confine. Il romanzo è la sua storia, ma anche quella di Alex e Andrea, del loro amore vissuto sotto le nubi della guerra fredda e del governo Tatcher; è la discesa verso gli inferi di un Barbaro capace di assecondare i suoi istinti più infimi e del suo lare; è la storia di una realtà e del suo parallelo. Un continuo diversificarsi di punti di vista, prospettive. Storie e vicende frammentarie, apparentemente scollegate fra loro ma che rivelano poi il loro intimo legarsi sul finire della storia.
Molti interrogativi vengono posti dal nostro protagonista, poche le risposte, nulle le certezze. Affidarsi alla sicurezza del ponte accettandone i misteri, oppure indagare, scavare e ritrovare i ricordi di una vita persa nelle acque del fiume?
Una nube indistinta e incerta accompagna il lettore fin dalle prime pagine, ne viene avvolto e confuso, vive la stessa esistenza e gli stessi crucci del protagonista.
Un continuo gioco di bolle di sapone, di verità negate e nascoste costituiscono l’iniziazione (alla vita, quella vera?) del nostro protagonista, ed esperienze estreme vissute o presunte conducono alla fine, alla conclusione. Un riaversi che solo un lettore capace di trovare il filo di Arianna e in grado di aggrapparsi a esso con tutte le sue forze e attenzione, potrà capire.
Alberi scheletrici simili a sentinelle deformi e avvizzite, fitta nebbia e deboli fiammelle come fari di carrozza: questa l’alternativa per il lettore inesperto.

Grandiosa deriva letteraria ed emotiva, il romanzo di Banks, scritto nel 1986, è considerato da molti il suo capolavoro non fantascientifico. Inutile cercarvi spiegazioni puntuali e la sicurezza di un punto d’arrivo: alla fine ogni vicenda troverà il suo posto, il «mistero» del Ponte verrà spiegato, con soddisfazione dei lettori che, pagina dopo pagina, cominciano a immaginare una possibile soluzione. Ma Corpo a corpo non va letto come un rompicapo razionale e nemmeno (o non soltanto) come un delirio; la sua atmosfera è simile a quella diSe una notte d’inverno un viaggiatore. Certo, il tono è diverso e il distacco equilibrato di Calvino qui lascia il posto all’allucinazione, ma il lettore ha l’identica impressione di avere a che fare con un narratore deciso a esplorare tutte le possibilità del suo materiale, ben sapendo che è destinato a perdere. Nel romanzo non mancano le parentele con Canto di Pietra (un romanzo mainstream successivo, del 1997) torna il tema di una guerra quasi onirica, un’orgia emotiva che consente qualunque arbitrio e cancella ogni etica; lo stile «alto» nobilita  la narrazione mantenendola sospesa…

Il Ponte è un romanzo complesso, onirico, denso, avvincente e nello stesso tempo difficile. Difficile, prima di tutto, perché la narrazione verte su tre livelli distinti, dove i personaggi appartengono a dimensioni differenti di realtà. In uno di questi vi è l’universo del Ponte, una civiltà babelica dove si parlano dodici lingue diverse, con protagonista John Orr, un uomo vittima di un incidente, totalmente privo di ricordi, il cui nome è stato inventato dai soccorritori che lo hanno rinvenuto. In un altro, vi sono i sogni di Orr, suggestivi e allegorici, dove tra gli altri, il lettore farà la conoscenza di un barbaro e il suo famiglio in alcune strampalate avventure, debitrici di un certo immaginario heroic fantasy, riutilizzato in chiave parodica.
Infine l’ultimo livello, l’Inghilterra degli anni 60/70, in particolar modo la Scozia, con la storia d’amore di Alex e Andrea. Non mancano in quest’ultima parte i riferimenti politici al governo Thatcher che viene criticato aspramente. Il maggior pregio del romanzo tuttavia, non è tanto la trama in sé, quanto piuttosto la relazione che s’instaura tra i differenti livelli narrativi e il susseguirsi di visioni oniriche che perseguitano John Orr. La difficoltà maggiore consiste nel seguire i pezzi narrativi dedicati al barbaro e al suo famiglio, dove l’autore utilizza un alfabeto del tutto particolare: più un pregio che un difetto, questa e altre idee geniali, riescono a fare del romanzo, un testo anomalo, originale, sopra le righe.  Non per nulla lo stesso Banks ha dichiarato che è proprio Il Ponte il suo romanzo preferito in assoluto.
In definitiva, Il Ponte potrebbe essere letto semplicemente come un libro di sogni, un poema in prosa che illustra in maniera magistrale il teatro onirico della psiche umana.Il finale, non inferiore al resto, chiarisce molti dei misteri che avevano caratterizzato la narrazione e conferisce una maggiore profondità al tutto, soddisfano appieno la curiosità del lettore.

giovedì 10 dicembre 2015

Televisione - Roald Dahl


«Perché un bambino sia bene educato
una cosa importante abbiamo imparato:
non permettete mai e poi MAI,
onde evitare un sacco di guai,
che il miserello se ne stia fermo
davanti a un qualche teleschermo.
Anzi, il consiglio più pertinente
sarebbe non installare per niente
questi apparecchi che rendono cretini
sia i più grandi che i più piccini.
In tutte le case che abbiam visitato
c’era un bambino seduto impalato,
lo sguardo lustro, la bava alla bocca,
davanti a una buffa scatola sciocca.
Taluni possono stare per ore
muti guardando il televisore.
Lo sguardo fisso, l’aria da allocchi,
fuor dalle orbite gli escono gli occhi,
(una volta abbiam fatto un censimento:
ce n’eran venti e più sul pavimento!)
Seduti immoti, ipnotizzati,
come ubriachi paralizzati,
con il cervello telelavato
in un massiccio telebucato.
È vero, signora, che tiene buoni
anche i bambini più birbaccioni,
che così noie più non le danno,
e fuor dai piedi un po’ se ne stanno
mentre lei scola e condisce la pasta
o con le amiche gioca a canasta –
ma non si è mai fermata a pensare
a tutti i danni che può causare
una massiccia esposizione
ai raggi della televisione?
Non si è mai chiesta esattamente
che effetto esercita sulla mente
ingenua della sua creatura
quell’invenzione contronatura?
FA A TUTTI I SENSI L’ANESTESIA
UCCIDE TUTTA LA FANTASIA!
RIEMPIE LA MENTE DI PACCOTTIGLIA,
E FA VENIRE GLI OCCHI DI TRIGLIA!
RENDE PASSIVI E CREDULONI,
ALLENTA IN BLOCCO ROTELLE E BULLONI
CHE IL CERVELLO FAN FUNZIONARE,
NON LASCIA PIU’ NULLA DA IMMAGINARE,
IL GUSTO PER LE FIABE ROVINA,
TUTTA LA TESTA RIDUCE IN PAPPINA!
 A questo punto qualcuno dirà:
“Va bene, va bene, ma come si fa?
 Se questo mostro di cui parlate
 va eliminato con due pedate
come faranno i nostri figlioli
a divertirsi, specie se soli?
Come passare una bella serata
Senza la tele illuminata?”
Scordato avete la vostra storia?
Vi rinfreschiamo un po’ la memoria?
C’era una volta una grande avventura:
la consuetudine alla lettura!
Pieni di libri i comodini,
scaffali, tavoli e anche lettini!
Tutti leggevano e il tempo volava,
e con il tempo la mente viaggiava:
storie di draghi, regine e pirati,
di navi e tesori ben sotterrati;
deserti, giungle e fitte foreste,
cannibali e indios a caccia di teste.
Paesi strani e luoghi mai visti,
malvagi, eroi, tipi buffi o tristi:
di spazio pei sogni ce n’era a iosa,
leggere era un’attività meravigliosa!
Racconti, favole, romanzi, fumetti,
volumi, tomi, libelli e libretti,
ce n’era gran scelta e varietà,
e tutti leggevano a volontà!
Se erano piccoli bambini,
qualcuno per loro leggeva i destini
di Biancaneve e la mela stregata,
e della Bella Addormentata.
Quanti bei libri, quanti piaceri
potevano scegliere i ragazzi di ieri!
Perciò vi preghiamo, fate il favore,
buttate in cortile il televisore!
Con uno scaffale riempite lo spazio
e pur se i ragazzi saranno uno strazio
per qualche giorno guardandovi male,
colmate di libri quello scaffale;
vedrete che poi, passata la crisi, pian piano smettete di essere invisi:
per far qualcosa, per curiosità,
saranno colpiti dalla novità.
Sfogliando un libro quasi per caso
più non potranno staccarne il naso:
riscopriranno che grande diletto
è leggere un libro o un giornaletto!
Ci prenderanno tanta passione
che scorderanno la televisione;
i tempi in cui erano vittime inermi
del fascino truce dei teleschermi
un brutto sogno vi sembrerà
e ogni ragazzo grato sarà
a quelli che, con mossa sapiente,
l’han trasformato in teleindipendente.
P.S. Non è che di Mike ci siamo scordati:
ma siamo in attesa dei risultati
per constatar se funziona la cura
e se recupera la sua statura.
Ma se non funziona, in verità,
possiam solo dire che bene gli sta!»