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venerdì 24 maggio 2024

Ecco il manifesto degli economisti per una giusta tassa sui super ricchi

 

Con questo Manifesto vogliamo affermare la necessità di un’agenda TaxTheRich che, attraverso un maggiore prelievo a carico dei contribuenti più facoltosi, come lo 0,1% più ricco della popolazione, contribuisca ad aumentare l’equità del nostro sistema impositivo, garantisca maggiore sostenibilità alle finanze pubbliche e aiuti a reperire le risorse necessarie per stimolare una crescita sostenibile ed inclusiva, supportare politiche di mitigazione ed adattamento ai cambiamenti climatici, finanziare investimenti nella transizione ecologica giusta, nei beni pubblici essenziali come sanità ed istruzione e nel contrasto all’ampliamento dell’area della vulnerabilità ed esclusione sociale.

Tra i tasselli dell’agenda su cui chiediamo ai decisori politici di impegnarsi nel breve periodo (entro un anno) figurano:

1) L’introduzione di un’imposta progressiva sui grandi patrimoni, da applicarsi allo 0,1% più ricco dei cittadini italiani, titolari di patrimoni netti superiori a 5,4 milioni di euro, in linea con gli intendimenti dell’Iniziativa dei Cittadini Europei su cui è in corso, dal mese di ottobre 2023, la raccolta paneuropea di adesioni. I recenti miglioramenti conseguiti nella tassazione dei flussi di ricchezza offshore, e le possibili ulteriori estensioni dello scambio automatico di informazioni tra amministrazioni fiscali rendono questa proposta oggi molto più facilmente attuabile rispetto al passato.

2) L’aumento del prelievo sulle grandi successioni e donazioni per ridurre il regime di sostanziale favore sulle risorse ereditate o ricevute in dono che hanno scarse giustificazioni di merito, contribuiscono a divaricare le opportunità e riducono il dinamismo dell’economia.

3) L’introduzione di ulteriori scaglioni ed aliquote marginali IRPEF per redditi più elevati, coerentemente con gli sviluppi recenti della teoria dell’imposizione ottimale e le sue applicazioni empiriche.

Nel medio periodo (entro tre anni) è altresì necessario prevedere:

1) L’ampliamento della base imponibile dell’imposta sui redditi delle persone fisiche a tutti i redditi da lavoro e ai redditi da capitale finanziario, con la conseguente abolizione dei regimi sostitutivi. L’intervento prefigurerebbe il passaggio a una tassazione personale omnicomprensiva, e assicurerebbe, visto l’elevato grado di concentrazione dei redditi finanziari, una maggiore equità distributiva, con una distribuzione degli oneri fiscali in linea con il principio di progressività esplicitamente richiamato nella nostra Costituzione.

2) La revisione del prelievo sui redditi e sui patrimoni immobiliari per aumentarne l’equità verticale e orizzontale. Precondizione necessaria per una simile revisione è l’aggiornamento del catasto. Oggi il valore di mercato degli immobili è, nella media nazionale, di circa 3 volte superiore al valore catastale con un rapporto più alto in aree ricche del paese e per immobili dal valore di mercato più elevato.

Il contesto di crescenti disuguaglianze ed iniquità

Negli ultimi quattro decenni, in molti Paesi, tra cui il nostro, si è assistito ad un forte aumento delle disuguaglianze economiche. In Italia, ad esempio, la quota del reddito nazionale detenuta dallo 0,1% dei cittadini più ricchi è passata dall’1,5% del 1980 al 5,3% del 2020. Similmente si è registrata una crescente concentrazione dei patrimoni: lo 0,1% più facoltoso degli italiani possiede oggi circa il 9% della ricchezza netta nazionale mentre nel 1995 ne possedeva il 5%.

La crescita delle disuguaglianze è un fenomeno profondamente nocivo per l’economia, comportando perdite non trascurabili di efficienza e produttività. Ma lo è anche per la società nel suo complesso. Le disuguaglianze ostacolano la mobilità inter-generazionale, minano le prospettive di uno sviluppo duraturo e sostenibile, ulteriormente aggravate dall’approssimarsi di un catastrofico “punto di non ritorno climatico” e indeboliscono il grado di coesione sociale.

Le fratture sociali possono portare repentinamente allo svilimento del patto sociale, a intolleranza, a una sfiducia nei confronti delle istituzioni, a processi di disgregazione politica, instabilità e derive autoritarie. Ferendo il diritto all’uguaglianza, le accentuate disparità inficiano la qualità delle nostre democrazie, ponendosi in stridente contrasto con le prescrizioni costituzionali alla rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale, lesivi dei diritti delle persone e della loro piena realizzazione, senza distinzioni.

Non solo le disuguaglianze economiche sono in aumento, ma recenti ricerche empiriche hanno dimostrato come in diversi paesi europei, tra cui l’Italia, la Francia e i Paesi Bassi, oltre agli Stati Uniti, il sistema fiscale sia nel suo complesso regressivo, con i contribuenti più ricchi che beneficiano di aliquote effettive del prelievo minori rispetto al resto della popolazione con redditi più modesti. Più nello specifico, in Italia lo 0,1% dei contribuenti più abbienti paga complessivamente, tenendo conto di imposte dirette, indirette e contributi sociali, un’aliquota media del 36%, inferiore all’aliquota media del 46% per il resto dei cittadini.

Le “moderne disuguaglianze” non sono né casuali né tanto meno ineluttabili. Sono piuttosto il risultato di precise scelte politiche che hanno portato negli ultimi decenni a un profondo mutamento nella distribuzione del potere economico tra lavoro e proprietà d’impresa, all’affiorare di nuovi e potenti monopoli, a un eccesso di finanziarizzazione dell’economia. Un significativo peso hanno avuto l’indebolimento del ruolo dello Stato e una graduale esclusione di ampi settori della società dalla vita sociale e politica acuita da un accresciuto condizionamento delle scelte dei decisori politici da parte di portatori di interessi particolari, a difesa della propria condizione di privilegio.

Maggiore pre-distribuzione e non solo redistribuzione

Per ostacolare le tendenze in atto sono in primis necessari interventi di carattere predistributivo che prevengano, a monte, un’iniqua distribuzione di potere e di esiti economici sui mercati.

Interventi che supportino le dotazioni finanziarie e di capitale umano per chi proviene da un background svantaggiato, nonché profonde revisioni delle regole che governano i processi economici come il rafforzamento della tutela della concorrenza, politiche di regolamentazione finanziaria in grado di ricondurre la finanza al servizio dell’economia reale, politiche industriali che sostengano una competitività basata sull’innovazione e sulla buona occupazione e non sui bassi salari, politiche del lavoro che rafforzino il potere contrattuale dei lavoratori e limitino il ricorso a forme di occupazione non standard.

Le politiche predistributive devono essere accompagnate dal rafforzamento dell’azione redistributiva dello Stato su cui si concentra questo Manifesto attraverso proposte che assicurino un maggiore prelievo fiscale sui contribuenti più ricchi.

La popolarità delle proposte e le prospettive internazionali

La filosofia dell’agenda e molte delle singole proposte presentate sono largamente condivise dalla popolazione europea e italiana. Un’indagine condotta a maggio 2022 dalla Commissione Europea riporta ad esempio come il 67% dei rispondenti nell’UE sia favorevole a un maggiore prelievo fiscale a carico dei più ricchi.

In Italia, due terzi dei rispondenti a un sondaggio commissionato dal network dei multi-milionari Millionaires for Humanity e da Tax Justice Italia nel 2021 si è espresso favorevolmente su un’imposta sui grandi patrimoni il cui gettito fosse destinato al finanziamento della ripresa post-pandemica e alle famiglie più bisognose.

E sono anche gli stessi milionari intervistati in un sondaggio commissionato nel 2023 dai Patriotic Millionaires nei Paesi del G20 a dichiararsi favorevoli (il 74% dei 2.385 rispondenti) ad una tassazione più elevata della ricchezza, esprimendo una visione più lungimirante della politica, incardinata nel riconoscimento della minaccia per la tenuta dei sistemi democratici, ascrivibile ai crescenti divari economici e sociali.

Incoraggiante è anche l’iniziativa intrapresa dalla Presidenza di turno brasiliana del G20 volta a promuovere un’agenda internazionale per la tassazione degli ultra-ricchi.

Il momento di agire è ora. Con questo Manifesto sosteniamo convintamente un’agenda TaxTheRich quale elemento imprescindibile della più ampia e inderogabile strategia di ripensamento delle politiche fiscali ed economiche.

Primi Firmatari…

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domenica 24 marzo 2024

I giochi di prestigio di Giorgia Meloni: sostituire le tasse con donazioni - Rocco Artifoni

 

«Non penso e non dirò mai che le tasse sono una cosa bellissima, sono bellissime le libere donazioni non i prelievi imposti per legge». Ecco la rivoluzione di Giorgia Meloni: i contribuenti non sarebbero più tenuti per legge (anzi, per Costituzione) a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, ma attraverso bellissime libere donazioni.

Il dizionario infatti conferma che «un’imposta è un tributo ovvero un prelievo coattivo di reddito effettuato dallo Stato per sostenere la spesa pubblica». Giorgia Meloni ha detto basta a questa bruttissima pratica voluta dagli intellettuali. La riforma del Governo, di conseguenza, prevederebbe che ciascuno donasse liberamente allo Stato quello che ritiene giusto.

Al mondo non esistono sistemi tributari simili. Potrebbe essere definito un fisco anarchico: ognuno dà ciò che vuole. Oppure un fisco filantropico, poiché non ci sarebbe un obbligo di dare, ma ci si affiderebbe al buon cuore di chi dona. Potrebbe anche essere definito come volontariato fiscale o fisco opzionale. Una specie di nuovo hobby: se sono appassionato, verso nelle casse del fisco; se non mi piace, evito di pagare.

Giorgia Meloni non lo dice, ma in questo modo si attuerebbe la massima semplificazione. Niente più imposte dirette o indirette, aliquote, scaglioni, deduzioni, detrazioni, esenzioni, evasione fiscale ma soltanto erogazioni liberali allo Stato. D’altra parte Giorgia Meloni non dice nemmeno che cosa accadrebbe se la somma dei contributi volontari non fosse sufficiente a garantire le risorse per le spese pubbliche. Qui forse si nasconde un subdolo cavillo. Ci potrebbe essere il rischio di dover introdurre una tassa per pagare il servizio richiesto. Certo non sarebbe una cosa bellissima, ma necessaria. Altrimenti, non si riuscirebbe a completare il ponte sullo Stretto o si dovrebbe interrompere a metà un’operazione chirurgica, tanto per fare un paio di esempi.

È probabile però che Giorgia Meloni abbia pensato a una soluzione alternativa, poiché è noto che la parola tasse la indispone. Pertanto si potrebbe fare in questo modo: chi si presenta al pronto soccorso firma una cambiale, cioè contrae un debito con lo Stato. E lo Stato per pagare il debito, chiede un prestito ai cittadini, come già avviene con l’emissione di titoli di Stato. A questo punto il gioco è fatto: il contribuente è contemporaneamente debitore e creditore dello Stato. Basta compensare le cartelle fiscali e il conto si annulla. Effettivamente bisogna ammettere che si tratta di una soluzione geniale. Una riforma che tutti aspettavamo da 50 anni, cioè da quando è entrato in vigore l’attuale sistema tributario fondato su imposte dirette e indirette (in particolare, IRPEF e IVA).

Resta però un problema. A livello europeo si è stabilito che l’IVA ordinaria non può essere inferiore al 15%. Ma Giorgia Meloni troverà sicuramente il modo di aggirare l’ostacolo posto dai burocrati europei. Per esempio dichiarando che non ci sono beni a cui applicare l’IVA ordinaria. A tutti i prodotti si applica l’IVA straordinaria allo 0%. Anche questa volta risuonano le parole profetiche di Oscar Wilde: «Posso credere a tutto, purché sia sufficientemente incredibile».

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martedì 13 luglio 2021

Il fisco e le contraddizioni del Parlamento - Rocco Artifoni

 

«Federico Caffè amava ripetere che “fare politica economica significa tre cose: analisi della realtà, rifiuto delle sue deformazioni, impiego delle nostre conoscenze per sanarle”. Una citazione che si accompagna perfettamente al noto motto di Luigi Einaudi, secondo cui occorre “conoscere per deliberare”. Le Commissioni Finanze di Camera e Senato hanno inteso innanzitutto rispettare il motto di quei due grandi intellettuali, compiendo un percorso di sei mesi di analisi della realtà, di rifiuto delle sue deformazioni, di acquisizione di conoscenze e del loro impiego rivolto alla soluzione dei problemi esistenti». È questa la motivazione che le Commissioni Finanze del Parlamento ha dato alla “Indagine conoscitiva sulla riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e altri aspetti del sistema tributario”, che ha portato il 30 giugno all’approvazione di un documento conclusivo, «affinché possa fungere da indirizzo politico al Governo per la predisposizione della legge delega sulla riforma fiscale, che l’Esecutivo si è impegnato a presentare entro il 31 luglio 2021». Il documento è articolato in due capitoli. Il primo presenta gli obiettivi dell’intervento di riforma: «stimolare l’incremento del tasso di crescita potenziale dell’economia italiana e rendere il sistema fiscale più semplice e certo». Il secondo capitolo contiene proposte riguardanti le principali imposte del nostro sistema tributario: IRPEF, IRES, IVA, IRAP ecc.

Subito si nota una clamorosa assenza: tra gli obiettivi dichiarati non c’è l’equità, che in realtà dovrebbe essere il fondamento di ogni sistema fiscale. Da sottolineare anche la visione ideologica che considera la crescita economica una priorità assoluta, a prescindere, ad esempio, dalla sostenibilità ambientale. Se queste sono le premesse, è ovvio che da questo documento parlamentare non c’è molto da attendersi. Eppure dal testo emergono alcune considerazioni interessanti, a volte in palese contrasto con gli obiettivi dichiarati nel documento, forse specchio delle diverse idee rappresentate in Parlamento. Anzitutto il documento evidenzia la necessità di una riforma: «Il ciclo di audizioni ha confermato in maniera chiara e inequivocabile che la struttura delle aliquote marginali effettive presenti nel nostro sistema imposte-benefici è altamente inefficiente nonché dannosa per la crescita economica». Ennesima conferma che il problema non è l’iniquità, ma il danno alla crescita. Infatti, si aggiunge: «Appare quindi fondamentale semplificare e razionalizzare il quadro normativo, per garantire certezza nell’applicazione delle norme e coerenza dell’impianto impositivo, nonché per assicurare che il sistema tributario sia percepito come equo, affidabile e trasparente e, infine, per ridurre l’elevato contenzioso». Non è rilevante che il fisco sia equo: l’importante è che sia “percepito” come equo. Di conseguenza, anche le dichiarazioni di principio sembrano più dovute che convinte: «Mentre si conferma la piena adesione al precetto costituzionale di progressività del sistema fiscale, si sottolinea che il conseguimento dell’obiettivo redistributivo (oggi largamente affidato all’imposta personale sui redditi) può avvenire non solo tramite l’operare dei tributi ma anche sul lato delle uscite pubbliche». In altre parole, il compito di ridurre le disuguaglianze deve essere spostato dal fisco alle politiche assistenziali. La differenza di visione è evidente e notevole.

Analizzando la seconda parte del documento, nella quale si trovano le misure specifiche, ci sono spunti interessanti. Ad esempio, uno dei principali problemi dell’attuale sistema fiscale è dovuto a quei redditi che sfuggono al criterio della progressività, attraverso l’applicazione di imposte sostitutive proporzionali (di fatto si tratta di flat tax). Le Commissioni parlamentari prendono posizione: «La crescente estensione dei regimi di tassazione sostitutiva infatti determina un carico fiscale diseguale tra le varie fonti di reddito, generando una violazione del principio di equità orizzontale e incidendo negativamente sulla capacità redistributiva dell’imposta, anche in considerazione della mancata applicazione a tali redditi delle addizionali comunali e regionali. Nel complesso, in Italia l’applicazione ai redditi di regimi sostitutivi proporzionali riduce la base imponibile dell’Irpef di circa un decimo, effetto in gran parte riconducibile alla tassazione dei redditi finanziari, dei redditi d’impresa e dei redditi da lavoro autonomo, soprattutto dopo l’estensione del prelievo proporzionale ai soggetti con ricavi non superiori a 65 mila euro». Di conseguenza, dalla Commissione ci si aspetterebbe la richiesta che l’imposta progressiva si debba applicare al cumulo di tutti i redditi percepiti da un contribuente. Invece, subito dopo si afferma che «tale opzione presenta numerose conseguenze di tipo economico e politico, in quanto implicherebbe l’incremento anche sostanziale della tassazione su diverse categorie reddituali». Insomma, il cumulo dei redditi sarebbe giusto, ma penalizzerebbe le categorie con redditi elevati. Quindi, non s’ha da fare…

Il documento affronta anche il nodo dell’unità impositiva: è più corretto che le tasse vengano pagate dal singolo individuo oppure dalla famiglia? La Commissione parlamentare pone il problema in modo corretto: «La scelta dell’individuo presuppone che la sua capacità contributiva sia indipendente dalle scelte personali in merito alla composizione del nucleo familiare. La scelta della famiglia invece presuppone l’esistenza di economie di scala e che le decisioni degli individui vengano prese in base al flusso di reddito complessivo del nucleo familiare». Ma la risposta è deludente: «la Commissione concorda che sia opportuno mantenere il reddito individuale come unità impositiva dell’imposta personale sui redditi». Tutto ciò in palese contrasto con un’affermazione contenuta nella prima parte del documento, laddove si trova l’indicazione di «tenere esplicitamente conto della situazione patrimoniale e reddituale del nucleo familiare, rafforzando quindi l’aspetto relativo all’equità»: l’art. 53 della Costituzione identifica questo tema nella “capacità contributiva”, come punto di riferimento per concorrere alle spese pubbliche. Purtroppo il documento nulla dice sulla palese schizofrenia dell’attuale sistema: le imposte sui redditi (IRPEF) si applicano ai singoli, mentre il principale strumento per le agevolazioni (ISEE) è improntato sul patrimonio della famiglia. Da una Commissione che si pone l’obiettivo della riforma, ci si poteva aspettare almeno un’ipotesi di cambiamento. 

Invece, due proposte di modifica sono chiaramente indicate per l’IRPEF: 1) l’abbassamento dell’aliquota media effettiva con particolare riferimento ai contribuenti nella fascia di reddito tra 28 e 55 mila euro; 2) la modifica della dinamica delle aliquote marginali effettive, eliminando le discontinuità più marcate.

Il primo punto consiste nella proposta di riduzione delle imposte per il ceto medio. Ma è proprio così?
In Italia su 60 milioni di abitanti i contribuenti sono circa 41 milioni, suddivisi in 5 scaglioni di redditi. Nel primo scaglione (fino a 15 mila euro) ci sono circa 18 milioni di persone. In quello successivo (da 15 a 28 mila euro) circa 14 milioni di contribuenti. Nel terzo scaglione (appunto, da 28 a 55 mila euro) sono circa 7 milioni. Poi quasi un milione di contribuenti nel quarto scaglione (da 55 a 75 mila euro) e altrettanti nel quinto scaglione (oltre 75 mila euro). Pertanto, se consideriamo gli ultimi tre scaglioni (oltre 28 mila euro), troviamo in totale circa 9 milioni di individui, che rappresentano poco più del 20% dei contribuenti. Il restante 80% (circa 32 milioni di persone) è collocato nei primi due scaglioni, cioè con redditi inferiori a 28 mila euro. Quindi, tutto sommato il vero ceto medio sarebbe quello del secondo scaglione, cioè circa 14 milioni di contribuenti, che dichiarano redditi tra 15 e 28 mila euro. Tenendo conto di questi dati, la proposta della Commissione parlamentare di diminuire le imposte ai contribuenti del terzo scaglione risulta favorevole ai ceti più ricchi. Lo conferma il fatto che non verrebbe compensata da un aumento delle aliquote del quarto e del quinto scaglione. Ciò significa che lo sconto che verrà fatto ai contribuenti del terzo scaglione, ovviamente varrà anche per quelli degli scaglioni successivi, che usufruiranno del medesimo sconto. Non solo: mentre chi fa parte del terzo scaglione potrà avere uno sconto soltanto parziale (a meno che si posizioni al limite dello scaglione, cioè con 55 mila euro di reddito), i contribuenti del quarto e del quinto scaglione potranno godere totalmente della riduzione di aliquota del terzo scaglione. Insomma, saranno soprattutto i più ricchi a risparmiare di più, pagando meno tasse.

La seconda proposta di modifica riguarda l’eliminazione della forte discontinuità delle aliquote marginali. La proposta è sicuramente condivisibile, perché il sistema attuale è irrazionale: ci sono alcuni livelli di reddito tra uno scaglione e l’altro o anche quando si supera di poco la “no tax area” nei quali l’aliquota applicata subisce una brusca impennata. Il metodo più logico per evitare queste incongruenze sarebbe l’applicazione di una funzione continua (come avviene ad esempio in Germania), con l’aliquota fiscale che aumenta con il crescere del reddito. Invece, «la Commissione concorda che la modalità attraverso cui raggiungere questi obiettivi sia da individuare in un deciso intervento semplificatore sul combinato disposto di scaglioni, aliquote e detrazioni per tipologia di reddito». L’adozione di un sistema ad aliquota continua ‒ senza addurre motivazioni ‒ è considerata “meno preferita” e comunque relativa «alle fasce di reddito medie» (senza specificare l’ammontare dei redditi).

Nel documento c’è anche un paragrafo dedicato alle imposte sul reddito di impresa. La Commissione parte dal fatto che attualmente il prelievo fiscale sull’imprenditore individuale (o socio di una società di persone) dipende dall’aliquota marginale e quindi dal reddito complessivo Irpef, mentre sulle società di capitale insiste un prelievo proporzionale, attualmente fissato al 24%. Secondo logica e in una visione costituzionale verrebbe da chiedersi perché le società di capitali abbiano il privilegio di una tassazione proporzionale. La Commissione, invece, si pone nella prospettiva opposta, proponendo che anche le imprese individuali possano optare per la tassazione proporzionale, opportunità già concessa per ricavi inferiori a 65 mila euro.

Per quanto riguarda la tassazione dei redditi finanziari, il documento spiega che queste tipologie di reddito sono – nella maggioranza dei casi – sottoposte a un’aliquota sostitutiva proporzionale attualmente fissata al 26%. La Commissione segnala che «tale aliquota andrebbe allineata alla prima aliquota progressiva sui redditi da lavoro», cioè diminuita al 23%. Si tratterebbe di uno sconto di oltre il 10% sulle imposte per i redditi finanziari. In realtà non si capisce per quale ragione i guadagni in campo finanziario debbano essere parificati al reddito dei contribuenti meno abbienti, quelli che al massimo arrivano a 15 mila euro di reddito. Dato che i redditi finanziari evidentemente appartengono alle classi più agiate, anche non considerando il cumulo dei redditi, sarebbe più coerente applicare almeno un’aliquota mediana come quella del terzo scaglione, che è del 38%.

Infine, prendendo atto che «la situazione vigente incentiva implicitamente gli investimenti privi di rischio (quelli che proteggono il capitale da possibili minusvalenze ma che lo remunerano con un interesse modesto ma ragionevolmente sicuro)», la Commissione sostiene che «invece un’impostazione pro-crescita dovrebbe quantomeno essere neutrale rispetto a investimenti maggiormente in grado di convogliare il risparmio privato nell’economia reale». Di fatto ignorando che «la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito» (art. 47 Costituzione).

Condivisibile invece l’indicazione sull’IVA: la Commissione ritiene opportuna una «possibile riduzione dell’aliquota ordinaria attualmente applicata». L’IVA infatti è considerata un’imposta regressiva, poiché colpisce i redditi in forma decrescente: l’imposta sui consumi penalizza i meno abbienti, costretti per vivere a spendere tutto ciò che guadagnano. Peccato che la Commissione non spieghi come sia possibile ridurre contemporaneamente le imposte dirette (sui redditi del terzo scaglione) e quelle indirette (sui consumi). A logica ‒ per mantenere la parità di gettito ‒ se una tassa diminuisce l’altra deve aumentare. A meno che si voglia per scelta esplicita diminuire il gettito fiscale complessivo, con la conseguenza inevitabile di minori risorse per le spese sociali (scuole, ospedali, ambiente ecc.).

Tutto ciò contrasta con alcune interessanti affermazioni che si trovano alla fine del documento: «Il contribuente deve pienamente internalizzare il beneficio collettivo che deriva dal pagamento dei tributi, nella forma dell’erogazione di beni e servizi pubblici». E persino: «lo Stato altro non è che l’insieme dei contribuenti stessi». Belle parole, ma che sono largamente contraddette dalle proposte che la Commissione parlamentare ha inviato al Governo come indirizzo politico per la riforma del fisco.

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lunedì 7 giugno 2021

Il “socialismo” dei ricchi. Flat tax e lotta di classe

di El­le­pi­gi­vi - To­ri­no

 


“Flat tax” è uno di quei ter­mi­ni che si è in­se­ri­to con forza nel di­bat­ti­to po­li­ti­co di que­sti ul­ti­mi mesi oc­cu­pan­do spes­so anche le prime pa­gi­ne dei mezzi di co­mu­ni­ca­zio­ne. Viene ri­pe­tu­to come un man­tra da Sal­vi­ni con lo stes­so spi­ri­to con cui si usa un’e­spres­sio­ne ma­gi­ca e per in­di­ca­re lo stru­men­to sal­vi­fi­co in grado di “far ri­par­ti­re” la di­sa­stra­ta eco­no­mia ita­lia­na. Usato anche come una clava da agi­ta­re con­tro i po­te­ri forti di Bru­xel­les, che in ve­ri­tà sono in­te­res­sa­ti uni­ca­men­te ai no­stri “conti” che in qual­che modo de­vo­no tor­na­re, cioè ri­spet­ta­re i “vin­co­li di bi­lan­cio”.

Come spes­so suc­ce­de l’u­ti­liz­zo di ter­mi­ni in­gle­si, in voga da un po' di tempo, serve a na­scon­de­re una real­tà che non si vuole far co­no­sce­re. Tra­dot­to in ita­lia­no flat tax vuol dire tassa piat­ta, o me­glio an­co­ra ali­quo­ta unica che, presa alla let­te­ra, si­gni­fi­ca che tutti pa­ga­no la stes­sa per­cen­tua­le di im­po­sta: clas­se media, ric­chi, ric­chis­si­mi, po­ve­ri, po­ve­ris­si­mi. Anche se non sarà rea­liz­za­ta in que­sti ter­mi­ni (il che sa­reb­be in­co­sti­tu­zio­na­le) si trat­te­rà, nelle in­ten­zio­ni del go­ver­no, di ri­dur­re co­mun­que in modo dra­sti­co le già ri­dot­te dif­fe­ren­ze del­l’am­mon­ta­re del­l’im­po­sta da pa­ga­re per i di­ver­si li­vel­li di red­di­to. Una ten­den­za que­sta che pro­ce­de ora­mai da 35 anni.

L’at­tua­zio­ne della flat tax è stata posta più volte da Sal­vi­ni, dopo il suo suc­ces­so alle ele­zio­ni eu­ro­pee, come la con­di­zio­ne per la pro­se­cu­zio­ne della vita del go­ver­no gial­lo­ver­de, non pochi os­ser­va­to­ri ri­ten­go­no che po­treb­be es­se­re la leva per far sal­ta­re il go­ver­no e an­da­re alle ele­zio­ni an­ti­ci­pa­te. La mac­chi­na da guer­ra pro­pa­gan­di­sti­ca di Sal­vi­ni si è già messa in moto su que­sto ter­re­no di gran­de im­pat­to me­dia­ti­co. Pro­por­re la ri­du­zio­ne delle tasse per tutti, per quan­to in­gan­ne­vo­le e ve­dre­mo in se­gui­to il per­ché, si­gni­fi­ca por­ta­re a casa un si­cu­ro bot­ti­no di con­sen­si.

L’a­li­quo­ta unica è stato un ca­val­lo di bat­ta­glia di Ber­lu­sco­ni che pro­po­ne­va una tas­sa­zio­ne del 15% per tutti. Il tema della ri­du­zio­ne delle tasse è un pi­la­stro delle po­li­ti­che eco­no­mi­che neo­li­be­ri­ste che si sono af­fer­ma­te a par­ti­re dai primi anni 80 con le po­li­ti­che di Ro­nald Rea­gan.

La teo­ria dello sgoc­cio­la­men­to.

Come viene giu­sti­fi­ca­ta la ne­ces­si­tà di ri­dur­re le tasse, che in­ci­de spe­cial­men­te a fa­vo­re delle fasce più ric­che della po­po­la­zio­ne? Alla base tro­via­mo la teo­ria dello sgoc­cio­la­men­to (il tric­kle down): se si fanno pa­ga­re meno tasse ai ric­chi, que­sti in­ve­sto­no i ri­spar­mi nelle at­ti­vi­tà eco­no­mi­che, crea­no oc­cu­pa­zio­ne e ric­chez­za per tutti, non solo per loro stes­si. In­som­ma, se­con­do que­sta vi­sio­ne, la ric­chez­za ac­cu­mu­la­ta in alto sgoc­cio­la verso il basso e ne be­ne­fi­cia­no anche i ceti po­po­la­ri. Una teo­ria che ha ora­mai 35-40 anni, che non ha tro­va­to con­fer­me né a li­vel­lo teo­ri­co, né nella pra­ti­ca quan­do è stata ap­pli­ca­ta. La po­li­ti­ca eco­no­mi­ca di Ro­nald Rea­gan ha con­sen­ti­to una straor­di­na­ria ac­cu­mu­la­zio­ne di ca­pi­ta­le e al lato op­po­sto di mi­se­ria. Lo sgoc­cio­la­men­to non av­vie­ne, al con­tra­rio la di­stri­bu­zio­ne del red­di­to di­ven­ta sem­pre più ini­qua con ric­chi sem­pre più ric­chi e po­ve­ri sem­pre più po­ve­ri. Una tas­sa­zio­ne come la flat tax avreb­be come unico ri­sul­ta­to quel­lo di per­met­te­re un ul­te­rio­re tra­sfe­ri­men­to di ri­sor­se eco­no­mi­che dal basso verso l’al­to. Il con­tra­rio di quan­to pre­ve­de la teo­ria dello sgoc­cio­la­men­to. Si fi­ni­sce per dre­na­re dalle clas­si più in­di­gen­ti quel­le poche ri­sor­se an­co­ra a loro di­spo­si­zio­ne. Se c’è una ri­du­zio­ne del get­ti­to fi­sca­le, dove si pren­do­no le ri­sor­se per so­ste­ne­re la spesa cor­ren­te? Evi­den­te­men­te dai ser­vi­zi so­cia­li, dagli ospe­da­li, dagli asili, dalle scuo­le, ecc. Un pro­get­to come quel­lo della flat tax non potrà che an­da­re a in­tac­ca­re quel che resta dei ser­vi­zi so­cia­li, fa­vo­ren­do eco­no­mi­ca­men­te il nu­cleo so­cia­le più so­li­do che so­stie­ne da de­cen­ni po­li­ti­ca­men­te la Lega, cioè quei seg­men­ti pro­dut­ti­vi del lom­bar­do ve­ne­to.

Il sogno le­ghi­sta della flat tax, per il suo im­pat­to sulla di­stri­bu­zio­ne del red­di­to, è un altro pas­sag­gio della lotta di clas­se dei ceti ab­bien­ti con­tro i già mo­de­sti red­di­ti dei su­bal­ter­ni, sulla scia della per­di­ta del po­te­re d’ac­qui­sto del sa­la­rio, dello sman­tel­la­men­to del si­ste­ma dei di­rit­ti usci­ti dalle lotte degli anni 70.

Qui di se­gui­to svi­lup­pia­mo al­cu­ni ra­gio­na­men­ti, an­co­ra par­zia­li, cer­can­do di com­pren­de­re come nei prov­ve­di­men­ti in di­scus­sio­ne sulla ri­for­ma della tas­sa­zio­ne si na­scon­da un mec­ca­ni­smo eco­no­mi­co che ha una chia­ra na­tu­ra di clas­se. Cer­chia­mo anche, per quan­to pos­si­bi­le, di non ren­de­re trop­po spe­cia­li­sti­co e pe­san­te il ra­gio­na­men­to.

Un lungo per­cor­so di in­giu­sti­zia fi­sca­le.

So­la­men­te nel 1974, con la ri­for­ma Vi­sen­ti­ni, con l’i­sti­tu­zio­ne del­l’Ir­pef (l’im­po­sta sul red­di­to delle per­so­ne fi­si­che), entra in vi­go­re un si­ste­ma di tas­sa­zio­ne im­pron­ta­to alla pro­gres­si­vi­tà del­l’im­po­si­zio­ne fi­sca­le come pre­vi­sto dal­l’ar­ti­co­lo 53 della Co­sti­tu­zio­ne ita­lia­na. La ri­for­ma tri­bu­ta­ria del go­ver­no Rumor è il pro­dot­to di un con­te­sto po­li­ti­co ca­rat­te­riz­za­to da un forte con­flit­to so­cia­le. Pur nella sua im­po­sta­zio­ne ri­for­mi­sta può con­si­de­rar­si come il ri­sul­ta­to di un clima ge­ne­ra­le che met­te­va al cen­tro del­l’a­gen­da po­li­ti­ca la ne­ces­si­tà di ri­dur­re le di­su­gua­glian­ze so­cia­li cau­sa­te dal ca­pi­ta­li­smo.

La ri­for­ma del 74 in­tro­du­ce un si­ste­ma pro­gres­si­vo per­ché non solo pre­ve­de l’au­men­to del­l’im­por­to delle tasse in se­gui­to al­l’au­men­to del red­di­to (au­men­to pro­por­zio­na­le), ma so­prat­tut­to per­ché si ha un in­nal­za­men­to do­vu­to al­l’a­li­quo­ta delle im­po­ste da pa­ga­re. Più si è ric­chi più cre­sce la quota parte di red­di­to da pa­ga­re.

Nel 1974 le ali­quo­te di pre­lie­vo fi­sca­le da pa­ga­re erano 32; la più bassa era pari al 10%, men­tre quel­la mas­si­ma era fis­sa­ta al 72%. Già dalla metà degli anni 80 ini­zia un per­cor­so, in­tra­pre­so sia da go­ver­ni di cen­tro­de­stra che di cen­tro­si­ni­stra, in­di­riz­za­to a ri­dur­re anche dra­sti­ca­men­te il ca­rat­te­re pro­gres­si­vo della tas­sa­zio­ne di­ret­ta. Le ali­quo­te si ri­du­co­no da 32 alle at­tua­li 5.

Non solo, dagli anni 80 ad oggi i ric­chi hanno go­du­to di una co­stan­te ri­du­zio­ne delle tasse; la loro ali­quo­ta mas­si­ma si è quasi di­mez­za­ta pas­san­do dal 72% al 43% odier­no. Inol­tre si è anche am­plia­ta la pla­tea, in­fat­ti oggi l’im­por­to da cui si ap­pli­ca l’a­li­quo­ta del 43% è pari a 75.000 euro. Que­sto si­gni­fi­ca che da que­sta cifra a sa­li­re è stata can­cel­la­ta ogni pro­gres­si­vi­tà: un red­di­to di 75 mila euro è sog­get­to alla stes­sa ali­quo­ta di un red­di­to di 10 mi­lio­ni, di un mi­liar­do, ecc.

In basso, sul lato op­po­sto, l’a­li­quo­ta mi­ni­ma è al con­tra­rio cre­sciu­ta pas­san­do dal 10% al­l’at­tua­le 23%. Negli ul­ti­mi 35 anni la­vo­ra­to­ri di­pen­den­ti e pen­sio­na­ti si sono fatti ca­ri­co di un mag­gior get­ti­to fi­sca­le com­ples­si­vo. Il segno di clas­se di que­sta ten­den­za è evi­den­te: ac­can­to a sa­la­ri che hanno perso po­te­re d’ac­qui­sto, le tasse per le clas­si su­bal­ter­ne sono di­ven­ta­te più pe­san­ti.

Senza en­tra­re nel me­ri­to ri­cor­dia­mo an­co­ra che nel­l’ul­ti­mo ven­ten­nio si sono no­te­vol­men­te ri­dot­te le im­po­ste per le so­cie­tà di ca­pi­ta­le, men­tre i red­di­ti fi­nan­zia­ri hanno una tas­sa­zio­ne age­vo­la­ta e non pro­gres­si­va. In que­sti set­to­ri del­l’e­co­no­mia, dove si ma­ci­na­no fat­tu­ra­ti e utili mi­lio­na­ri, si è già rea­liz­za­ta una ri­di­stri­bu­zio­ne verso l’al­to. Que­ste so­cie­tà, che hanno anche la pos­si­bi­li­tà di spo­sta­re le sedi fi­sca­li nei pa­ra­di­si fi­sca­li, go­do­no già di una vera e pro­pria flat tax. Anche i pro­fit­ti e gli in­te­res­si ma­tu­ra­ti con la spe­cu­la­zio­ne sui ti­to­li fi­nan­zia­ri sono tas­sa­ti con un’a­li­quo­ta unica del 26%, a pre­scin­de­re dal­l’im­por­to. Per con­clu­de­re, una con­si­sten­te massa di red­di­ti da ca­pi­ta­le già oggi sfug­ge alla pro­gres­si­vi­tà delle im­po­ste e viene tas­sa­ta con un’a­li­quo­ta age­vo­la­ta.

Dalle im­po­ste di­ret­te alle im­po­ste in­di­ret­te.

La ten­den­za degli ul­ti­mi anni in Ita­lia e in tutta Eu­ro­pa è quel­la di ina­spri­re le im­po­ste in­di­ret­te a fa­vo­re di quel­le di­ret­te. L’im­po­sta di­ret­ta col­pi­sce il red­di­to o il pa­tri­mo­nio del sog­get­to in que­stio­ne, si basa sulla sua ca­pa­ci­tà di con­tri­bui­re ai bi­so­gni della col­let­ti­vi­tà.

L’im­po­sta in­di­ret­ta grava sui con­su­mi e ri­guar­da so­prat­tut­to l’Iva, ma anche le ac­ci­se (ben­zi­na, ta­bac­chi). Chiun­que ac­qui­sti un bene paga l’Iva sul pro­dot­to che col­pi­sce a piog­gia l’in­te­ra pla­tea dei con­tri­buen­ti, ric­chi e po­ve­ri. L’Iva è una flat tax, una tassa piat­ta, ugua­le per tutti i con­su­ma­to­ri. A ben ve­de­re però le im­po­ste in­di­ret­te col­pi­sco­no in ma­nie­ra pe­san­te i po­ve­ri, sot­traen­do loro una per­cen­tua­le di red­di­to mag­gio­re di quel­la dei ceti ab­bien­ti. In­fat­ti chi vive in basso è co­stret­to a spen­de­re la quasi to­ta­li­tà del pro­prio red­di­to in con­su­mi che sod­di­sfi­no i suoi bi­so­gni pri­ma­ri. Al con­tra­rio delle fasce più ric­che che im­pe­gna­no una quota mi­no­ri­ta­ria del loro red­di­to in con­su­mi, ri­spar­mian­do o in­ve­sten­do il resto.

In Ita­lia l’a­li­quo­ta per­cen­tua­le del­l’I­va, nel 1973 era pari al 12%, oggi ha rag­giun­to il 22% che ri­guar­da la mag­gior parte dei beni di con­su­mo. Nel lu­glio del 2011 il go­ver­no Ber­lu­sco­ni, per ri­spet­ta­re i vin­co­li di bi­lan­cio pre­vi­sti dai trat­ta­ti eu­ro­pei e ras­si­cu­ra­re gli in­ve­sti­to­ri, ha in­tro­dot­to la “clau­so­la di sal­va­guar­dia” che pre­ve­de un au­men­to au­to­ma­ti­co del­l’I­va qua­lo­ra il go­ver­no non rie­sca a re­pe­ri­re le ri­sor­se ne­ces­sa­rie per fi­nan­zia­re la ma­no­vra fi­nan­zia­ria. Que­sta ere­di­tà si è tra­sci­na­ta fino ad oggi pas­san­do per i go­ver­ni Monti, Renzi, Gen­ti­lo­ni e Conte. In­fat­ti in au­tun­no, quan­do verrà messa a punto la ma­no­vra fi­nan­zia­ria per il 2020, si do­vran­no tro­va­re le ri­sor­se per di­sin­ne­sca­re l’au­men­to del­l’I­va al 24,5%, una pe­san­te man­na­ia che può ab­bat­ter­si sui con­su­ma­to­ri eco­no­mi­ca­men­te più de­bo­li.

Dai dati della Banca d’I­ta­lia si può ri­scon­tra­re come il peso delle im­po­ste di­ret­te sia oggi si­mi­le a quel­lo delle im­po­ste in­di­ret­te at­te­stan­do­si en­tram­be sul 35% del to­ta­le, men­tre i con­tri­bu­ti so­cia­li am­mon­ta­no a circa il 30%. Qua­lo­ra nella pros­si­ma ma­no­vra do­ves­se­ro scat­ta­re au­men­ti del­l’I­va (il mi­ni­stro del­l’e­co­no­mia Tria è da sem­pre fa­vo­re­vo­le a que­sta ipo­te­si) que­sta di­ven­te­reb­be l’im­po­sta prin­ci­pa­le. L’i­dea di spo­sta­re il peso del­l’im­po­si­zio­ne fi­sca­le dalle im­po­ste di­ret­te a quel­le in­di­ret­te è uno dei punti pro­gram­ma­ti­ci della vi­sio­ne li­be­ri­sta del­l’e­co­no­mia di cui sono por­ta­tri­ci le élite del­l’U­nio­ne Eu­ro­pea.

L’i­deo­lo­gia li­be­ri­sta so­stie­ne in­fat­ti che tas­sa­re di­ret­ta­men­te gli agen­ti eco­no­mi­ci ha l’ef­fet­to di in­ci­de­re ne­ga­ti­va­men­te sugli in­ve­sti­men­ti. Non a caso i so­ste­ni­to­ri del­l’au­ste­ri­tà li­be­ri­sta sono i più ac­ca­ni­ti pro­mo­to­ri di un tra­va­so del get­ti­to dal­l’im­po­sta sul red­di­to a quel­la sui con­su­mi.

L’al­ter­na­ti­va fra au­men­to del­l’I­va e ta­glio della spesa so­cia­le ci verrà ri­pre­sen­ta­ta in au­tun­no quan­do si dovrà de­fi­ni­re la pros­si­ma ma­no­vra fi­nan­zia­ria. Si di­scu­te­rà del­l’al­ter­na­ti­va fra la pa­del­la e la brace: due mi­su­re ini­que che an­dran­no a col­pi­re tutti i set­to­ri del pro­le­ta­ria­to.

Go­ver­no del po­po­lo?

La flat tax si in­se­ri­sce per­fet­ta­men­te nella de­cen­na­le ero­sio­ne di quel con­te­nu­to di ri­di­stri­bu­zio­ne del red­di­to in­tro­dot­to nel 1974 al­l’in­ter­no del si­ste­ma fi­sca­le, si andrà così a in­tac­ca­re quel poco che so­prav­vi­ve dei pas­sa­ti ele­men­ti di equi­tà.

Die­tro la de­ma­go­gia di un mes­sag­gio po­li­ti­co sem­pli­ce e ap­pe­ti­bi­le, “meno tasse per tutti”, uno slo­gan di si­cu­ro suc­ces­so elet­to­ra­le, si na­scon­de la ri­du­zio­ne del get­ti­to fi­sca­le con l’e­vi­den­te pro­po­si­to di pic­co­na­re quel che ri­ma­ne dello stato so­cia­le, ac­cre­sce­re le pri­va­tiz­za­zio­ni e in­cre­men­ta­re la con­cen­tra­zio­ne dei red­di­ti fa­vo­ren­do i ceti più ric­chi. Il ta­glio della spesa pub­bli­ca viene pro­prio giu­sti­fi­ca­to con la ne­ces­si­tà di ab­bas­sa­re le tasse. Il cer­chio si chiu­de in con­ti­nui­tà con le po­li­ti­che di au­ste­ri­tà che hanno do­mi­na­to la scena degli ul­ti­mi anni.

Inol­tre la pur pic­co­la ri­du­zio­ne delle tasse per i ceti medio-bassi sarà tutta da ve­ri­fi­ca­re, in­fat­ti bi­so­gne­rà ca­pi­re che ne sarà delle de­tra­zio­ni fi­sca­li (che in­te­res­sa­no so­prat­tut­to i meno ab­bien­ti) che ri­schia­no di es­se­re eli­mi­na­te. o quan­to­me­no ri­dot­te, per fi­nan­zia­re le ri­du­zio­ni delle ali­quo­te.

L’i­deo­lo­gia e le po­li­ti­che anti-egua­li­ta­rie, che si sono af­fer­ma­te ora­mai da de­cen­ni e che con­ti­nua­no a ma­ci­na­re vit­ti­me pro­le­ta­rie, sono armi di una lotta di clas­se che ha visto il ca­pi­ta­le pro­dut­ti­vo e fi­nan­zia­rio af­fer­mar­si su scala glo­ba­le. La flat tax è il per­se­gui­men­to del­l’o­biet­ti­vo della di­su­gua­glian­za ope­ra­to da un go­ver­no che si au­to­rap­pre­sen­ta come an­ti­si­ste­ma e come “go­ver­no del po­po­lo”.

“Non c’è nulla di più in­giu­sto che fare parti ugua­li fra di­se­gua­li” po­te­va­mo leg­ge­re nella Let­te­ra a una pro­fes­so­res­sa della Scuo­la di Bar­bia­na

 

 

sabato 21 marzo 2020

Welfare State: una storia di civiltà


In uno Stato che si chiama Italia fino al 1982 esisteva un’imposizione fiscale sui redditi delle persone fisiche (IRPEF) che era, come sancisce la Costituzione (all’art.53), ispirato a criteri di progressività, con 32 aliquote, dal 10% (la minima) al 72% (la massima).
Dal 1982 fino ad oggi c’è stata una riduzione del numero delle aliquote, per arrivare in questi anni a 5 aliquote, dal 23% (la minima) al 43% (la massima).
Traduzione: la progressività costituzionale la stanno facendo evaporare sempre più, anno dopo anno, i redditi medio bassi pagano un po’ meno, i redditi alti pagano molto meno (in percentuale e in euro).
Le giustificazioni teoriche erano queste: se si abbassano le imposte l’economia cresce e se si riducono soprattutto le imposte dei ricchi, magari togliendo anche le imposte patrimoniali (come quelle sull’eredità) l’economia crescerà ancora di più.
Anche chi ha fatto solo le scuole elementari sa che negli anni ’60 e ’70 l’economia andava molto bene (sarà un caso, ma le aliquote per i redditi alti di quegli anni erano molto più alte di quelle degli ultimi 20 anni) e sa anche che negli ultimi 20 anni l’economia ha fatto cilecca, anche tornando indietro (sarà un caso, ma le aliquote per i redditi alti di questi anni sono molto più basse molto più alte di quelle degli anni ’60 e ’70).*

Negli ultimi 40 anni (da Thatcher e Reagan) le politiche economiche dei paesi sviluppati sono state quelle di bastonare i lavoratori, liberalizzare e deregolamentare tutto, svendere i patrimoni pubblici ai privati (pubblico è male, privato è bello), in cambio veniva (e viene) promesso il sole dell’avvenire, non il socialismo, bensì il benessere, tutti sarebbero stati meglio. Intanto tutti hanno capito e visto che in questi 40 anni che quando il settore privato era in crisi il settore pubblico lo salvava (vedi le banche).
Quindi, dal 1982, le entrate fiscali sono diminuite, la spesa pubblica è cresciuta, e il rapporto debito/Pil da “inizio Anni 80 era intorno al 60%, esplode in soli dieci anni fino ad arrivare al 100% nonostante una buona crescita economica del Paese. Nel 1994 il debito pubblico italiano raggiunge il 124% del Pil, mentre a fine 2018, secondo Eurostat era pari al 134,8% del Pil” (dice il Sole 24Ore).

Passo successivo: per anni si racconta che il debito è insostenibile, e anziché far crescere le imposte, che continuano a diminuire, o a non crescere, con interessi sul debito in salita, si decide (tutti insieme, appassionatamente, nessuno escluso) di diminuire la spesa pubblica, e di coprire i buchi derivanti da imposte insufficienti vendendo banche e imprese dell’IRI (che producevano ricchezza collettiva, per l’erario, e per tutti noi), pezzo dopo pezzo, e anche quotandole in Borsa (mutatis mutandis lo stesso è successo in Russia dopo la caduta del muro di Berlino, venivanoo vendute, per pochi rubli, o regalate, le imprese pubbliche, nascono gli oligarchi, e crescono i ricconi, i furbetti e i mafiosi, come da noi).
Contemporaneamente vengono indeboliti i diritti dei lavoratori, addio scala mobile, vengono usate con sempre più frequenza le parole liberalizzazione e deregolamentazione, che fanno rima con precarizzazione, anno dopo anno, si continuano a diminuire, in maniera continua, gli investimenti e le spese per le strutture pubbliche, per gli investimenti pubblici, per gli organismi per il controllo della sicurezza sul lavoro, si pompa la sanità privata indebolendo la sanità pubblica, si fa il numero chiuso per medici e infermieri, per risparmiare sulla formazione (leggi qui), si tagliano gli investimenti per l’università, la ricerca, la scuola pubblica.
Invece crescono inquinamento e spese militari, si sostengono con un po’ di milioni (corruzione e vendita di armi) regimi terribili per i nostri standard europei, ma tanto molte di quelle risorse economiche che ci servono (petrolio e gas) stanno in Africa e nel Vicino Oriente, chi se ne frega.
Ormai è da troppi gli anni che lo Stato diventa più “leggero”.
I tagli alla sanità sono paragonabili a quello che accade a chi non paga ’assicurazione, fino a che va tutto bene se la gode, quando va male e ci sono danni enormi causati da qualche incidente piange miseria, e chiede la carità, la solidarietà, col cappello in mano, dopo aver venduto (a poco prezzo) i gioielli di famiglia.
E la carità arriva, appaiono i benefattori, che sono pieni di soldi, aspettavano di essere interpellati e pregati e ringraziati con tanti inchini.
Se lo Stato (cioè noi) avesse preteso aliquote più alte sui redditi e imposte patrimoniali non avrebbe avuto bisogno di quei soldi.
Come dice Marta Fana (qui) anche noi diciamo: Beato il popolo che non ha bisogno di mecenati.
Dice Nouriel Roubini, economista: Dal punto di vista dell’economia, questa è la peggior crisi della storia. E quindi bisogna avere il coraggio di lanciare misure assolutamente eccezionali. È il momento dell’helicopter money: semplicemente distribuire a tutti i cittadini, indipendentemente dall’età e dalla condizione sociale, una somma di denaro per far fronte almeno in parte alle esigenze immediate e tentare di rilanciare i consumi. (qui)
Gli effetti di questa crisi mondiale saranno gravissimi sull’economia, sul lavoro, sulla vita di chi sopravviverà...