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giovedì 6 novembre 2025

Cooperare con l’Africa, “decolonizzare gli aiuti” - Luca Attanasio

«Le relazioni euro-africane degli ultimi cinque secoli – diceva , lo scrittore nigeriano Nobel per la letteratura 1986 – sono la storia di un monologo. Quello europeo».

Nel rapporto tra il vecchio continente e quello nero c’è qualcosa di profondamente malato che fatica a rimarginarsi. Lo schiavismo e il colonialismo hanno lasciato segni indelebili e, a differenza di fenomeni devastanti come il nazismo, non sono mai passati attraverso un vero e proprio processo di espiazione e riparazione, non hanno mai avuto, per così dire, la loro Norimberga. L’uscita delle potenze europee dall’Africa, cominciata a ridosso degli anni Sessanta dello scorso secolo e conclusasi nel 1990 quando, al termine di una lunga lotta, raggiunse l’indipendenza la Namibia, (ex Africa del Sud-Ovest, colonia tedesca), non è coincisa con una chiusura definitiva del colonialismo, né in senso politico né mentale. Il sentimento di superiorità europea verso popoli considerati sottosviluppati di natura – e non perché soggiogati per secoli – ha continuato a circolare in Occidente come un virus e a permeare il pensiero sull’Africa e, di conseguenza, i rapporti. Il concetto colonialista è ancora molto presente nell’approccio degli europei e gli occidentali in genere verso l’Africa. Le clamorose gaffe dei leader politici sono forse l’emersione più chiara e pericolosamente naïf: George W. Bush che, nel 2001 a Göteborg, definisce l’Africa «una nazione che soffre di una malattia incredibile»; Silvio Berlusconi che, premier nel 2009, dichiara tranquillamente che «Roma è sporca come l’Africa»; Emmanuel Macron che, nel 2017, durante un incontro con gli studenti a Ouagadougou, capitale dell’ex colonia Burkina Faso, li  esorta a «non trattarlo come se fosse il presidente del Burkina Faso» e si rivolge all’omologo locale Cristian Kaborè, alzatosi indignato, apostrofandolo con un «Ma dai resta qui… Niente, deve essere andato a riparare l’aria condizionata»; fino ad arrivare al premier spagnolo Pedro Sanchez che in viaggio in Kenya lo scorso ottobre stringe la mano al presidente e dice: «Un onore essere in Senegal». L’elenco sarebbe veramente lungo. Basta però riportare questi pochi esempi non per citare figuracce quasi umoristiche, quanto per stigmatizzare un tipo di pensiero sotteso nella mentalità generale da cui è difficile affrancarsi e che, inesorabilmente, di tanto in tanto emerge platealmente.

Le cose, però stanno cambiando.  E lo si è cominciato a percepire chiaramente nel summit  UE - UA celebratosi il 17 e il 18 febbraio 2022.  Il tempo delle «briciole dalla tavola» ‒ ha detto proprio così il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa nel corso dell’incontro ‒ è destinato a tramontare per fare posto a una collaborazione inter pares capace di proporre soluzioni globali a questioni globali. In questo solco di progressiva decolonizzazione del rapporto si è inserita ultimamente anche la nostra cooperazione. L’innesco di un processo nuovo di solidarietà con Paesi terzi al fine di continuare a sostenerli nell’affrontare criticità punta ad affrancarsi definitivamente da un rapporto stile sviluppato/sottosviluppato facilmente riassumibile nello slogan “aiutiamoli a casa loro” tanto in voga da noi e in Occidente in genere. Come se si potesse fingere di ignorare che quella ‘casa loro’ è diventata nostra a suon di stragi, riduzione in schiavitù, violenze e abusi di ogni genere per 150 anni fino a soli 60 anni fa. L’AICS (Agenzia Italiana Cooperazione e Sviluppo) si è fatta interrogare dalla storia della presenza europea in Africa e, alla ricerca di nuovi approcci efficienti e rispettosi, ha avviato un percorso che fin dal titolo promette di essere interessante. «La decolonizzazione dell’aiuto ‒ spiega Emilio Ciarlo responsabile del dipartimento External relations dell’Agenzia ‒ è diventata per l’Aics molto più di uno slogan. Siamo partiti con una riflessione sulla cooperazione più come investimento nello sviluppo che come “aiuto”, più come reale partnership tra pari con le comunità e le persone che come relazione con beneficiari di nostri fondi. Per questo ci siamo definiti creatori di sviluppo e non pianificatori. Tutto questo ci porta ad avviare un percorso sulla “decolonizzazione dell’aiuto”, una presa di coscienza piena della dignità, dell’autonomia e della ricchezza degli altri che deve fugare i tentativi di “aiutare per rendere simili a noi”, un’inconsapevole volontà di inculcare modelli e valori rendendo gli altri popoli dipendenti dai nostri soldi. Assicurare la ownership del percorso di sviluppo ai governi e alle comunità locali, rafforzare la società civile e il ruolo delle ong locali, garantire posti di rilievo a non occidentali nelle nostre organizzazioni. Questi sono i passi per “decolonizzare” l’aiuto e progettare la cooperazione come un processo con non per».

Il ragionamento si inserisce in un più ampio ripensamento dei rapporti tra Europa e Africa che vada al di là del modello donor recipient, frutto da una parte di una nuova visione emergente in sede UE, dall’altra di una piena consapevolezza dei leader africani che ha ormai fatto emergere il concetto che il rapporto o è alla pari o non è. A questo si va ad aggiungere una nuova coscienza che si sta facendo sempre più strada anche grazie alla crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina: è l’Europa ad aver bisogno dell’Africa e non solo viceversa. «Ci siamo affrancati da una logica preistorica che considerava l’importanza dell’intervento a seconda dell’importo dell’assegno staccato – dice sicuro Giovanni Grandi, direttore di AICS Nairobi, la sede dell’Agenzia che comprende Kenya, Uganda, Tanzania, Burundi, Repubblica Democratica del Congo e Rwanda – per passare a un approccio di partnership che guarda non a quanto sto facendo ma a cosa sto facendo assieme al mio partner. In questo senso abbiamo abbandonato un criterio paternalistico e scelto una co-definzione degli obiettivi: in sintesi a noi non interessa più  intervenire per soccorrere, noi qui stiamo investendo, non donando. Uno degli esempi più lampanti di quanto vado dicendo è il progetto di incubatore e acceleratore che abbiamo finanziato in Kenya a partire dal 2018 in collaborazione con la Cattolica di Milano e E4Impact. Siamo partiti dalla considerazione che questo è un Paese estremamente dinamico, con un Pil superiore al 5% previsto nei prossimi due anni nonostante la crisi globale e con un tessuto imprenditoriale che viene dal basso, estremamente vivace. L’incubatore è divenuto in breve un punto di riferimento per centinaia di piccole e medie imprese e ha fornito strumenti di formazione gestionale e manageriale per entrare nei mercati nazionale e internazionale. L’obiettivo è ora creare collegamenti con il tessuto imprenditoriale italiano e approdare a un risultato win-win per Kenya e Italia».

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Africa: la finanza vuole i poveri solo come clienti

Non si è ancora spenta l’eco della Africa Inclusive Finance Week 2025, chiusa il 17 ottobre a Lomé, e già la retorica dell’“inclusione finanziaria” mostra le sue crepe. Per una settimana, la Banca Africana di Sviluppo e una lunga fila di fondazioni, governi e piattaforme fintech hanno parlato di innovazione e di “nuovi strumenti per colmare il divario di accesso al credito in Africa”. Hanno mostrato slide impeccabili, proiettato numeri sull’alfabetizzazione digitale, celebrato l’avvento della “finanza per tutti”.

Il problema è che questa finanza non nasce per tutti, ma per gli stessi di sempre. La parola “inclusione” funziona bene nei comunicati, ma sul terreno significa un’altra cosa: portare milioni di persone dentro il sistema, purché rispettino le regole del sistema.

Cioè: puoi avere un microcredito se hai un telefono, un conto digitale, un indirizzo, una reputazione tracciabile e qualche garanzia di rimborso. In altre parole, devi essere già quasi bancabile per poter essere incluso. Gli altri restano fuori, come sempre, solo un po’ più profilati di prima.

Nessuno alla conferenza ha ricordato che la maggior parte delle economie africane si regge sul contante, sulle reti informali, sulle rimesse e sulle donne che tengono in piedi microeconomie comunitarie senza una sola app di pagamento.

“Includerle” significa spesso spingerle verso piattaforme dove i tassi e le commissioni sono decisi altrove — e dove ogni transazione genera dati che hanno un valore commerciale, ma non sociale.

Così l’inclusione diventa una nuova forma di estrazione: non più oro, rame o cacao, ma profili digitali e flussi di pagamento. Dietro la retorica dell’accesso si nasconde un mercato gigantesco — quello dei nuovi clienti poveri. È il capitalismo dell’algoritmo applicato alla povertà: ti faccio entrare nel circuito, ma alle mie condizioni e con il mio prezzo.

E allora la domanda vera non è se la finanza possa includere i poveri, ma se la povertà possa sopravvivere alla finanza. Perché una volta dentro, non è detto che ne esci più libero: puoi ritrovarti semplicemente più sorvegliato, più indebitato e con meno alternative. L’Africa ha bisogno di credito, non di colonizzazione digitale; di regole sui tassi, non di app patinate; di cooperazione, non di marketing solidale.

Ecco perché ne parliamo solo ora, a distanza di giorni. Perché il silenzio dopo le conferenze dice più della conferenza stessa. Quando le luci si spengono e i delegati tornano a casa, resta l’eco di una parola — “inclusione” — che continua a suonare bene, ma a fare male.

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Primi passi verso un nuovo ordine mondiale? - Vincenzo Comito

 

Ormai sembrano quasi tutti d’accordo sul fatto che il vecchio ordine mondiale, varato nel dopoguerra e governato da allora dagli Stati Uniti con un corteo di vassalli – dai paesi dell’Unione Europea, a Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud –, non solo traballa, ma sembra perdere pezzi consistenti ogni mese che passa, grazie anche all’accelerazione impressa al processo dallo stesso Trump. Per altro verso, si percepisce chiaramente il fatto che viviamo in un’epoca di difficile transizione, periodo nel quale il vecchio ordine non riesce più a governare le cose e uno nuovo non riesce ancora, dal canto suo, ad emergere adeguatamente, ciò che porta a disordini e confusione. Si può a questo proposito ricordare ad esempio che la crisi del 1929 fu causata almeno in parte dal fatto che la Gran Bretagna non aveva ormai più la forza necessaria per gestire gli avvenimenti, mentre gli Stati Uniti non l’avevano ancora. Bisognerà attendere la seconda guerra mondiale perché il passaggio delle consegne si verifichi e perché gli Stati Uniti abbiano ormai la capacità necessaria a governare le cose del mondo.

Riconoscendo tutti che viviamo un periodo di transizione, meno d’accordo ci si trova su verso quale indirizzo ci stiamo comunque dirigendo e su quale dovrebbe o potrebbe essere il nuovo assetto del potere mondiale. Da più parti ci si rende comunque conto che il futuro non si dovrebbe configurare almeno completamente come il secolo della Cina, paese pure in forte crescita sui fronti commerciale, economico, tecnologico, militare; e questo anche per la grande riluttanza, anzi lo scarso interesse, del paese asiatico verso l’ipotesi di diventare il nuovo paese dominante, sostituendo gli Stati Uniti. Una delle poche cose su cui quasi tutti sono di nuovo d’accordo è invece che, in ogni caso, di fatto nei prossimi decenni Cina e Stati Uniti saranno ancora e di gran lunga le potenze più importanti del mondo, forse con l’aggiunta dell’India, che dovrebbe, tra 10-15 anni, superare anch’essa il pil degli Stati Uniti, utilizzando almeno nel calcolo dello stesso pil il criterio della parità dei poteri di acquisto. Purtuttavia chi scrive pensa che, anche se i futuri assetti dell’ordine mondiale non sono ancora configurabili con chiarezza, nuove piste si stanno comunque aprendo giorno per giorno, sia pure tra molte difficoltà, attraverso dei passi che, messi insieme, potrebbero indicare, almeno in parte e non senza qualche ambiguità e qualche confusione, l’indirizzo che il mondo sta prendendo. Nel testo che segue proviamo a indicare alcuni dei movimenti che sembrano andare verso una nuova direzione delle cose del mondo.

Il processo di dedollarizzazione. La costruzione di un nuovo ordine del mondo non può prescindere da un forte ridimensionamento del peso del dollaro e dei circuiti finanziari globali controllati dagli Stati Uniti (mercati finanziari, circuiti bancari con lo Swift, monete di regolamento degli scambi internazionali, valute di riserva delle banche centrali ecc.). Ma è evidente che la costruzione di un nuovo sistema finanziario sarà un processo lungo e difficile. La stessa Cina, plausibilmente la maggiore interessata al raggiungimento di tale obiettivo, almeno sino a ieri si è mossa con molta cautela in tale direzione. Ma negli ultimi mesi il processo sembra in qualche modo accelerare. Nel mondo tendono ora a moltiplicarsi le iniziative volte a ricercare attivamente dei nuovi assetti finanziari. Citiamo in questa sede soltanto alcuni casi tra i tanti.

Il PIX brasiliano. Nel novembre del 2020 è stato lanciato in Brasile il programma PIX, un servizio di pagamenti istantaneo e gratuito via smartphone che i brasiliani possono usare per fare acquisti, pagare le bollette e le consumazioni al bar. In precedenza almeno 30 milioni di essi non avevano accesso ai servizi bancari, mentre il nuovo sistema permette anche a loro di operare delle transazioni finanziarie. Il servizio ha avuto un grande successo ed è stato adottato da circa l’80% della popolazione. Esso conta oggi per circa la metà delle transazioni finanziarie e tale quota sembra destinata ad aumentare. Ma l’amministrazione Trump sta investigando il sistema, accusandolo di andare contro gli interessi Usa e di fare una concorrenza sleale verso le banche e la società finanziarie statunitensi come Visa e Apple (Ionova, 2025). Inoltre, dato che il PIX protegge i dati dei consumatori che raccoglie, gli Usa accusano anche il fatto che le imprese Usa non possono più usare tali informazioni per prendere decisioni e creare nuovi prodotti.

L’AseanL’Asean è l’associazione dei paesi del Sud-Est asiatico che collabora per uno sviluppo comune e che rappresenta oggi una tra le più importanti aree di libero scambio del mondo. Partita inizialmente con l’occhio centrato soprattutto verso l’Occidente, essa ha poi volto i suoi interessi prevalentemente verso Pechino. Oggi il livello di scambi tra la Cina e il raggruppamento appare superiore a quello tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Le cifre indicano che in effetti gli scambi tra la Cina e i paesi dell’Asean hanno superato nel 2024 i 900 miliardi di dollari, mentre quelli degli Stati Uniti con il raggruppamento asiatico si sono fermati a circa la metà, ai 453 miliardi. E nei primi sette mesi del 2025 sempre quelli con la Cina sono ancora aumentati di quasi il 10%. Ora, nel maggio di quest’anno i paesi dell’area, insieme a Cina, Giappone e Corea del Sud, hanno approvato un nuovo meccanismo (denominato CMIM Rapid Financing Facilityper offrire aiuto finanziario alle economie che si trovano ad affrontare difficoltà nella loro bilancia dei pagamenti. Ma appare importante rilevare che, al contrario di quanto accadeva in passato, il meccanismo non farà riferimento al dollaro, ma allo yuan cinese e ad altre valute regionali (Sartorelli, 2025).

Il BRICS PaySta prendendo forma all’interno del raggruppamento dei Brics, dopo molte esitazioni dell’India e della stessa Cina e prima della creazione di una valuta vera e propria, l’idea dello sviluppo di un sistema di pagamenti alternativo, denominato Brics Pay. Si tratta di un modello digitale che consente ai vari paesi di regolare le transazioni in valuta locale in modo diretto, riducendo la dipendenza dal dollaro e dal sistema Swift. Il vertice dei Brics del luglio scorso ha segnato la consacrazione politica del progetto (Corrado, 2025). L’obiettivo comune non è comunque, almeno per il momento, quello di sostituire il dollaro, ma di costruire un sistema parallelo, più autonomo. Il progetto va avanti sia pure lentamente e con cautela.

Kenya-Cina. Il Governo del Kenia, che dieci anni fa aveva ricevuto dalla cinese Exim Bank un prestito di 5 miliardi di dollari per la costruzione di una ferrovia, ha ora ottenuto di convertire tale prestito in yuan, con l’obiettivo di risparmiare sugli interessi e di puntare a una diversificazione monetaria rispetto all’esposizione al dollaro. Operazioni di diversificazione di questo tipo sono poi allo studio in diversi altri paesi africani (Magnani, 2025).

Rcep. Al momento del suo varo, nell’ottobre del 2020, la Regional Cohomprensive Economic Partnership (RCEP) aveva 15 paesi membri: i dieci paesi associati nell’Asean, raggruppamento dei paesi del Sud-Est asiatico, cui abbiamo già fatto cenno, più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda; l’India aveva rifiutato a suo tempo di aderirvi (ma essa ha un invito permanente a entrarvi quando vorrà) e lo stesso avevano fatto gli Stati Uniti. Si tratta del più grande accordo di libero commercio del mondo e l’iniziativa ha avuto successo nel tempo. Tale successo appare confermato dal fatto che quattro nuove nazioni hanno ora chiesto di entrarvi (il Bangladesh, lo Sri-Lanka, Hong Kong e il Cile). La pressione tariffaria e di altro genere di Trump c’entra sicuramente. Certamente poi diversi altri paesi chiederanno nel prossimo futuro di aderirvi. Si mettono così progressivamente in piedi delle organizzazioni internazionali molto importanti che tendono a vedere la Cina come attore principale ma non dominante e a non vedere invece al loro interno la presenza degli Stati Uniti e dell’UE.

La rotta dell’Artico. Si è aperta da qualche settimana ed è ora in pieno funzionamento una connessione marittima tra la Cina e l’Europa attraverso l’Artico, denominata China-Europe Artic Express; la rotta attraversa in effetti l’Oceano Glaciale Artico invece dell’Oceano Indiano. Essa riduce nella sostanza di circa la metà i tempi di percorrenza delle navi su tale rotta (18 giorni invece di 25-28) e i costi di consegna delle merci rispetto alla rotta tradizionale attraverso il canale di Suez. Una nave ha già completato con successo nell’ottobre del 2025 il primo viaggio, dalla Cina a un porto inglese, in 20 giorni. La rotta è attualmente navigabile solo per alcuni mesi all’anno, ma si prevede che con i processi di riscaldamento globale in atto e con il miglioramento delle tecniche costruttive delle navi essa lo sarà sempre più (Casari, 2025). Dal punto di vista tecnico essa si appoggia, tra l’altro, sull’esistenza di 43 rompighiaccio di proprietà della Russia, mentre gli Stati Uniti, che ne posseggono pochissimi, si stanno ora preoccupando di commissionarne una decina ai cantieri finlandesi. La nuova iniziativa contribuirà nel lungo termine alla possibile perdita di centralità del canale di Suez e dei porti mediterranei a favore dell’estremo Nord, consolidando tra l’altro l’asse geopolitico tra Mosca e Pechino. Incidentalmente, questo fatto nuovo ricorda alla lontana un’altra perdita di centralità nella storia del Mediterraneo e dell’Italia in particolare quando, dopo la scoperta dell’America, i traffici si diressero verso le nuove rotte atlantiche e si ridusse molto fortemente l’importanza dei paesi che si affacciavano sul mare nostrum, sino ad allora e da molto tempo al centro dell’economia europea. Con la nuova rotta perderanno molto peso gli Stati Uniti, che sino ad oggi controllavano le rotte marittime ed in particolare gli stretti attraverso i quali passa la gran parte del commercio mondiale (Casari, 2025). Ma intanto il primo armatore marittimo al mondo, la Msc, i cui traffici vengono certamente minacciati dalla novità, emette dei comunicati in cui si preoccupa delle conseguenze ecologiche della nuova rotta… (Redazione Shipping Italy, 2025). Ma in realtà, con la nuova rotta il livello di emissioni inquinanti, almeno secondo alcune valutazioni, si ridurrebbe del 30%.

Il mondo alla rovescia. Molti ricordano un libro di Arghiri Emmanuel, Lo scambio ineguale, pubblicato in Italia nel 1972, che analizzava il rapporto squilibrato che si registrava negli scambi tra il Nord ed il Sud del mondo, tutto a favore dei primi. Si registrava così un trasferimento di profitti continuo verso questi ultimi. Negli ultimi tempi si registrano degli episodi che tendono a ribaltare la situazione. Già nel 2022 un gruppo di ricercatori francesi analizzava il paradosso di un’Europa diventata una colonia agricola (Allaire ed altri, 2022). La Commissione di Bruxelles, attraverso la politica agricola comune, secondo gli autori della ricerca, sovvenziona una grande produzione di cereali e di oleaginose destinate per la gran parte all’alimentazione animale. Per produrli si utilizzano degli input provenienti in modo signidicativo da paesi extraeuropei; la gran parte delle aziende agricole è poi meccanizzata e occupa pochi addetti, mentre le produzioni sono a debole valore aggiunto. Una gran parte delle stesse viene esportata verso paesi come la Cina, mentre l’Europa acquista dal paese asiatico invece produzioni industriali ad elevato valore aggiunto. Così per la prima volta l’Europa mantiene in piedi uno scambio ineguale a lei sfavorevole. Il mondo gira… È passato poi sotto silenzio un secondo fatto: per avviare in maniera adeguata la sua nuova fabbrica di auto elettriche negli Stati Uniti, Elon Musk è stato obbligato qualche tempo fa a far venire un certo numero di tecnici specializzati dalla Cina. I locali non erano del tutto in grado di farlo. E veniamo a tempi più recenti. I media ci informano che la cinese Catl, in joint venture con Stellantis, sta avviando la costruzione in Spagna di una grande fabbrica di batterie con un investimento stimato in più di 4 miliardi di euro. Ora, per gestire l’iniziativa, Catl invierà nel paese europeo circa 2000 lavoratori cinesi; la notizia sottolinea i grandi gap nelle capacità tecniche e nel know-how dell’Europa nelle batterie per i veicoli elettrici rispetto alla stessa Cina (Jopson ed altri, 2025). Anche nel caso di un impianto similare, ma di più modeste dimensioni, costruito sempre da Catl, questa volta in Germania, si è verificato lo stesso fatto, come del resto è previsto anche per la costruzione di una più grande fabbrica in Ungheria.

Il patto tra Arabia Saudita e Pakistan. La notizia ha apparentemente colto di sorpresa molti. In settembre il Pakistan e l’Arabia Saudita hanno firmato un patto di mutua difesa, peraltro dai contorni relativamente vaghi, o comunque non divulgati. Da notare che il Pakistan possiede la bomba nucleare e che quindi si è pensato che il patto comprenda il sostegno atomico dello stesso Pakistan alla controparte. Diversi osservatori mettono in relazione la conclusione del patto con le invasive e allarmanti iniziative belliche di Israele e all’imprevedibilità di quelle di Trump e al suo sostegno apparentemente senza condizioni alla stessa Israele. L’iniziativa sembra così segnare per qualche verso un raffreddamento degli stretti rapporti dell’Arabia Saudita con gli Stati Uniti – o almeno un avvertimento agli stessi da parte del paese arabo, sul fatto che il paese ha altri amici nel mondo (Srivastava, Jilani, 2025) – e un silenzioso avvicinamento alla Cina, stretto alleato dello stesso Pakistan. È difficile dire se la firma del patto segna la fine dell’egemonia statunitense nel Medio Oriente, come suggeriscono alcuni commentatori. In difficoltà sembra comunque ora trovarsi l’India, sino a ieri in rapporti cordiali con l’Arabia Saudita e acerrima nemica del Pakistan. Per altro verso l’Arabia Saudita sta negoziando un nuovo patto militare con gli stessi Stati Uniti. Va peraltro segnalato che il Pakistan sta migliorando i suoi rapporti con gli Usa, cui sta, tra l’altro, offrendo la possibilità di costruire una grande base portuale sul mare Arabico; l’area si trova a 100 miglia dal confine con l’Iran e a 70 dal grande porto di Gwadar gestito dai cinesi. Il Pakistan offre poi agli Stati Uniti, oltre al sostegno al suo piano per Gaza, anche l’accesso a minerali critici presenti nel suo suolo. Questo sembra indicare una certa ambiguità presente complessivamente nella partita.

Conclusioni. I casi ricordati sembrano segnare, non senza qualche ambiguità e incertezza, una tendenza alla costruzione nel mondo di rapporti interstatali e di infrastrutture che prescindono dagli Stati Uniti e dall’UE e anzi si configurano come un’alternativa al vecchio potere egemone in atto sino a ieri. Di particolare rilievo appaiono i tentativi di dedollarizzazione, di cui abbiamo indicato alcuni esempi. Tale tipo di iniziative che prescindono dall’Occidente tendono apparentemente a moltiplicarsi nell’ultimo periodo.

 

Testi citati nell’articolo
– Allaire G. e altri, Pourquoi l’Europe est une colonie agricoleLe Monde, 9-10 gennaio 2022
– Casari F., Russia, Cina e la rotta dell’Articowww.altrenotizie.org, 21 settembre 2025
– Corrado D., BRICS Pay: la nuova infrastruttura finanziaria del mondo multipolare?ISPI, Roma, 15 luglio 2025
– Jopson B. e altri, China sends 2.000 workers to build battery power in Europewww.ft.com, 27 settembre 2025
– Ionova A., Brazil has a new digital spending habit. Now it’s a Trump target
www.nytimes, 29 settembre 2025
– Magnani A., Africa, così la conversione dollaro-yuan può offrire sollievo al debito esteroIl Sole 24 Ore, 11 ottobre 2025
– Redazione Shipping Italy, Msc in contrasto con la Cina; no ai passaggi per la rotta articaNewsletter Shipping Italy, 30 settembre 2025
– Sartorelli G., L’Asean si prepara a “un futuro commerciale che non dipenderà dagli Stati Uniti”www.contropiano.com, 2 ottobre 2025
– Srivastava M., Jilani H., Petrodollars and the “Islamic bomb”: how a Saudi Paskistan pact was forgedwww.ft.com., 19 settembre 2025

da qui

venerdì 5 settembre 2025

Le menzogne dell’impero non finiscono mai - Alberto Bradanini

 

Le menzogne fabbricate a tavolino dagli agenti della Cia e fatte digerire dai governi sottomessi, come quello australiano in questo caso, sono come i rotoli di carta igienica, non finiscono mai.

La comunità internazionale non conoscerà mai la pace se il pianeta (ma il compito spetta soprattutto al popolo statunitense, anch’esso oppresso e vilipeso come tutti) non riuscirà a liberarsi di quel tumore metastatizzato rappresentato dalle 17 agenzie americane d’intelligence[1], così chiamate, sebbene si tratti di organizzazioni di stampo mafioso che operano nell’ombra con l’incarico di organizzare omicidi, massacri, rivolte e conflitti armati, a beneficio dell’impero egemone, nei quattro angoli del mondo.

Tra i tanti misfatti e menzogne che la cronaca funesta ci rimbalza ogni giorno (i crimini più riprovevoli commessi da lorsignori restano sepolti per sempre, a tutela delle nefandezze di quella meraviglia di democrazia chiamata Stati Uniti d’America!) la penna coraggiosa dell’australiana Caitlin Johnstone[2] ci segnala oggi le accuse che il governo del suo paese, guidato dal laburista Anthony Albanese, ha mosso al governo iraniano, vale a dire aver orchestrato due attacchi antisemiti al fine di minare la coesione sociale in Australia e seminarvi la discordia: il 10 ottobre e 6 dicembre 2024, infatti, due incendi dolosi avevano danneggiato la sinagoga Adass Israel e la Lewis Continental Kitchen (senza provocare né morti, né feriti).

 Per tale ragione, Canberra ha dichiarato l’ambasciatore iraniano persona non grata e inserito il Corpo Iraniano dei Guardiani della Rivoluzione (CIGR) tra i gruppi terroristici. Albanese ha affermato che l’Iran avrebbe fatto uso di una complessa rete di agenti locali, secondo l’agenzia d’intelligence ASIO[3], nota per la sua elevata attendibilità (ci mancherebbe altro!), simile a quella di alto contenuto morale del criminale B. Netanyahu, quando si dilunga sulle meraviglie che il suo esercito di squilibrati riserva agli abitanti di Gaza.

Come di consueto nei paesi della galassia coloniale americana (Europa, propaggini asiatiche, Giappone e Corea del Sud, e anglosfera, tra cui il paese in questione) a sostegno di tali insinuazioni non è stato fornito nemmeno uno straccio di prova, forse nella presunzione che dopo l’upgrading di credibilità raggiunto dalle agenzie di intelligence del cosiddetto mondo libero con l’invasione dell’Iraq, la richiesta di produrre evidenze a sostegno di accuse infamanti deve considerarsi un insulto alla reputazione di cotante angeliche confraternite.

La stampa di Murdoch afferma che si tratta di una rivelazione bomba, in sostanza di un fatto accertato, mentre l’emittente pubblica ABC dichiara (tale Laura Tingle) che gli attacchi antisemiti iraniani mostrano che i tentacoli dell’IRGC hanno raggiunto persino l’Australia[4]. Ora, qualsiasi studente di scuola media inferiore capisce che chiamare rivelazione una mera affermazione costituisce un affronto alla logica oltre che un atto di corruzione morale, specie quando si ha a che fare con media, governi e politica internazionale. Di tutta evidenza, la pratica di digerire i rospi delle menzogne fabbricate da individui abbietti inibisce ogni capacità reattiva di popolazioni in via di decadimento cerebrale e di allontanamento da ogni residuo di resipiscenza morale.

Il governo israeliano – sembra incredibile ma si tratta proprio del governo israeliano, lo stesso che ha massacrato oltre 60.000 palestinesi (il numero reale è invero superiore a 150.000!), che ha provocato la morte per fame di migliaia di donne e bambini, i cui cecchini ogni giorno uccidono a Gaza giornalisti, medici e paramedici, operatori sociali e altri colpevoli sono di essere in vita, lo stesso governo guidato da criminali ricercati dalla giustizia internazionale – sì proprio quel governo lì rivendica ora il merito di aver convinto Antony Albanese ad adottare le menzionate decisioni. B. Netanyahu in persona, con il suo sguardo nobilmente luciferino, aveva espresso nei giorni scorsi le sue rimostranze per l’inazione (fino a ieri) del governo di Canberra davanti ai crimini commessi dall’ambasciatore iraniano. Che svergognato!

Le domande che Caitlin Johnstone pone pubblicamente al figlio di un cittadino di Barletta (il padre di Albanese veniva da lì) sono le seguenti: dove sono le prove, perché non ci mostra le prove di quanto afferma? Quali sono i benefici che l’Iran raccoglierebbe organizzando attacchi contro la comunità ebraica d’Australia o minando la coesione sociale e seminare discordia in Australia (sic!)? Egregio Antony Albanese, potrebbe illustrarci, per gentile concessione al principio di logica, in quale misteriosa maniera i presunti atti antisemiti da parte di Teheran farebbero avanzare gli interessi iraniani più di quelli di qualche altro stato, quale ad esempio Israele (un nome che viene in mente così, un po’ a caso)? Sarebbe inoltre pregevole conoscere, se del caso, quali agenzie d’intelligence straniere abbiano prestato sostegno all’ASIO nel raccogliere le informazioni che proverebbero il coinvolgimento iraniano in questi eventi (a noi ne vengono in mente due, Cia e Mossad, ma qualcuno potrebbe aggiungervi l’Mi6. Infine, signor Primo Ministro, sarebbe mai possibile acquisire i nomi delle persone facenti parte della complessa rete di proxy che avrebbe portato a termine i due attacchi e che secondo l’ASIO sarebbero riconducibili a Teheran?

Di tutta evidenza, a queste domande nessun A. Albanese avrà il coraggio di rispondere con serietà. Non è un caso che a presentare le cosiddette prove contro il governo iraniano siano stati i servizi d’intelligence, che non sono tenuti a produrre alcuna prova, invece che la polizia o qualche giornalista investigativo (quest’ultima categoria, invero, in via di estinzione) che sarebbero tenuti a parlare con cognizione di causa.

Secondo alcuni, l’espulsione dell’ambasciatore iraniano avrebbe a che fare con le pressioni di Benjamin Netanyahu per far luce su tali incidenti antisemiti, o magari con la necessità di bilanciare la rabbia del popolo australiano contro le atrocità israeliane a Gaza, ma tale ipotesi non verrà di certo in mente al Primo Ministro in questione. Resta incomprensibile che mentre il capo della diplomazia iraniana a Canberra viene accusato senza prove di essere responsabile di due episodi dove non v’è stata alcuna vittima (nemmeno un graffio), si lasci però al suo posto l’ambasciatore di un governo il cui esercito di psicopatici sta portando a termine lo sterminio dei palestinesi, per di più davanti al mondo intero, crimini le cui evidenze riempiono ormai le sale dei tribunali della Via Lattea.

Egr. Antony Albanese, per rinfrescarsi la memoria, le suggerirei di passare in rassegna quel che succede ancora oggi in Palestina, Libano, Siria, l’attacco militare di Israele all’Iran (che ha fatto strame della Carta delle nazioni Unite), gli omicidi mirati di scienziati, di vertici militari, l’attacco all’ambasciata iraniana a Damasco (aprile 2024), le falsificazioni e omissioni della tragedia palestinese – che continuano da 80 anni! -, così plateali ché prenderli in considerazione anche solo per smentirli ci farebbe passare per deficienti. Il governo australiano, come del resto quelli delle colonie europee su altri fronti, deve essere convinto dell’idiozia congenita della maggioranza degli abitanti del suo paese, o di qualche particolare malattia mentale, disabilità intellettiva o alterazione di coscienza chimicamente indotta.

In conclusione, secondo la Macchina della Verità gli iraniani avrebbero orchestrato questi attacchi antisemiti contro i propri interessi per fare un favore a Israele, così come in Ucraina – mutatis mutandis – i russi avrebbero bombardato le centrali nucleari che controllano, fatto saltare in aria il gasdotto del Baltico di cui sono co-proprietari, sacrificato milioni di soldati al fronte, perso la guerra o quasi, mentre la loro economia starebbe andando in pezzi.

Ogniqualvolta il potere presenta affermazioni incendiarie prive di riscontro – e oggi ciò avviene più che mai, poiché il distacco dal popolo è ormai palpabile – occorre attenersi alla massima latina: quod gratis asseritur, gratis negatur, vale a dire ciò che è affermato senza prove deve essere respinto senza prove. Punto.

La corrotta oligarchia che ci domina sta perdendo pezzi, milioni di cittadini si stanno svegliando e non credono più a quanto sentono o leggono, ma cercano altrove la strada verso la verità, ciascuno come può, a tentoni o con chiarezza d’intenti.

Per finire, dunque, signori maggiordomi, sì proprio voi che indossate la livrea dei giorni di festa come una seconda pelle per meglio servire coloro che vi riempiono di denari, onori e carriere, fate ben attenzione. Quando l’oppressione sociale e il dispregio dell’etica della convivenza supera la soglia critica, anche un popolo assonnato trova il coraggio di reagire, in Australia, in Europa e ovunque. Sappiamo anche che non siete sprovveduti e tenete sguainate le spade. Anche noi, tuttavia, abbiamo lo sguardo fiero e gli occhi aperti.


[1] 1. Office of the Director of National Intelligence; 2. Central Intelligence Agency, Cia; 3. National Security Agency, Nsa; 4. Defense Intelligence Agency, Dia; 5. Federal Bureau of Investigation, Fbi; 6. Department of State – Bureau of Intelligence and Research; 7. Department of Homeland Security – Office of Intelligence and Analysis; 8. Drug Enforcement Administration – Office of National Security Intelligence; 9. Department of the Treasury – Office of Intelligence and Analysis; 10. Department of Energy – Office of Intelligence and Counterintelligence; 11. National Geospatial-Intelligence Agency; 12. National Reconnaissance Office; 13. Air Force Intelligence, Surveillance and Reconnaissance; 14. Army Military Intelligence; 15. Office of Naval Intelligence; 16. Marine Corps Intelligence; 17. Coast Guard Intelligence;

[2] https://www.youtube.com/watch?v=rxmRqZh90sU

[3] Australian Security Intelligence Organization 

[4] https://www.abc.net.au/news/2025-08-26/iran-antisemitic-attacks-asio-intelligence-anthony-albanese/105698844?utm_source=substack&utm_medium=email

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giovedì 28 agosto 2025

L’Impero presenta il conto: e l’Europa paga - Marco Pondrelli

L’Europa come Colonia: l’accordo USA-UE e il fallimento della nostra classe dirigente

L’accordo, che al momento non è tale in quanto ancora in attesa dell’approvazione da parte dei governi europei, tra Stati Uniti e Unione Europea ha avuto almeno un merito: quello di compattare, per una volta, l’intero arco politico italiano in un giudizio fortemente negativo. Ursula von der Leyen, ricevuta dopo una partita di golf come fosse una lobbista qualsiasi, ha mostrato tutti i limiti di una leadership che da tempo appare più subordinata che sovrana.

Le goffe precisazioni della Commissione Europea non bastano a cambiare la sostanza: l’accordo con Washington con ogni probabilità sarà ratificato, infliggendo un colpo durissimo all’industria e all’autonomia economica del nostro continente.

La sintesi più efficace di questo patto coloniale l’ha offerta Stefano Fassina su il Fatto Quotidiano del 29 luglio: dazi generalizzati al 15%, che, tenendo conto della svalutazione del dollaro, arrivano a un impatto reale del 30% (con punte del 65% su acciaio e alluminio fuori quota); una spesa annuale aggiuntiva di 250 miliardi per acquistare gas naturale liquefatto statunitense a prezzi ben più alti di quelli Gazprom; 600 miliardi di nuovi investimenti europei negli USA; 300 miliardi l’anno in armamenti made in USA come deciso al recente vertice NATO; obbligo di acquisto di chip per l’intelligenza artificiale da fornitori statunitensi; disapplicazione di fatto del Digital Market Act e del Digital Services Act, rinuncia alla digital tax, ed esclusione delle Big Tech USA dalla minimum global tax del G7.

La Commissione si è affrettata ad assicurare che, nonostante l’impegno triennale nell’acquisto del gas (per un totale di 750 miliardi), il Green Deal rimane “intatto”. Una rassicurazione che suona come un’ammissione di alienazione dalla realtà.

Un’economia già sbilanciata verso Washington

Già oggi, sul piano macroeconomico, l’Unione Europea pur vantando un surplus commerciale nei beni, importa servizi ad alto valore aggiunto e continua a esportare capitali verso gli Stati Uniti. Se nel secondo dopoguerra l’Impero fu abbastanza magnanimo da consentire lo sviluppo di una sua colonia industrializzata, oggi — di fronte a una crisi sistemica interna — quella colonia è chiamata a pagare il conto.

In questo contesto, è grottesco assistere alle dichiarazioni di un’opposizione parlamentare — a partire dal Partito Democratico — che non ha mai realmente messo in discussione l’asse atlantico, votando per ben due volte la fiducia a von der Leyen e opponendosi anche recentemente alla mozione di sfiducia.

I media, che solo pochi giorni fa bollavano come “putiniana” ogni critica alla Presidente della Commissione, oggi la attaccano ferocemente. Che stia diventando putiniano anche chi la critica ora? L’ironia si spreca, ma il danno resta.

Il conto salato della subalternità strategica

Il vero problema, però, non è (solo) von der Leyen. Il punto è un’intera architettura politico-economica che ha reso l’Europa subordinata agli interessi di Washington. Gli Stati Uniti — e non soltanto l’ala trumpiana — intendono rilanciare la propria manifattura e sostenere il proprio debito pubblico scaricando i costi sulla Ue.

Come ha scritto Stefano Manzocchi su Il Sole 24 Ore (29 luglio):

“La politica di mera potenza che si sta imponendo come unica bussola delle relazioni internazionali comporta che le debolezze strutturali dell’Europa siano esposte a fronte dei piani elaborati dalle leadership degli ‘imperi’ globali”.

Le alternative ci sono. Serve coraggio politico

Eppure, un’altra strada è possibile. Ecco alcune scelte concrete:

  1. Tornare a comprare gas russo: Riaprire un dialogo di partenariato con Mosca, lavorare per la fine del conflitto in Ucraina e porre fine all’assurdo auto-sabotaggio energetico. Slegarsi dalla Russia ci ha solo legati mani e piedi agli USA, con costi quadruplicati e competitività industriale in picchiata.
  2. Aprirsi ai mercati asiatici, a partire dalla Cina: L’Italia è uscita in fretta e furia dalla Via della Seta, per poi tornare a Pechino col cappello in mano. In Cina esiste una classe media tra i 400 e i 600 milioni di persone, più dell’intera popolazione europea. Le nostre imprese hanno ancora voglia di vendere prodotti o solo di piangere sui mercati perduti?
  3. Rilanciare i consumi interni: Questo significa alzare salari e stipendi. Serve un’inversione radicale rispetto alle politiche degli ultimi 30 anni: basta con privatizzazioni, tagli al welfare, liberalizzazioni selvagge, compressione dei redditi da lavoro. Serve un piano per redistribuire ricchezza e ridare dignità al lavoro.

Un progetto di lungo periodo. Come quello degli Stati Uniti.

Il rilancio della manifattura americana non è un episodio estemporaneo: è un progetto strutturale. Anche l’Europa e l’Italia possono dotarsi di una strategia a lungo termine, ma serve un cambiamento radicale. Oggi i leader europei sembrano più simili a funzionari imperiali, pronti a svendere le loro nazioni pur di conservare potere e posizioni.

Ma proprio perché il panorama appare così desolante, è più che mai necessario pensare l’impensabile, dire l’indicibile e costruire ciò che ancora non esiste. L’Europa ha bisogno di tornare a pensare se stessa come un soggetto politico autonomo, dall’Atlantico agli Urali, capace di agire non in funzione degli interessi altrui. Non ci si può limitare ad accusare singoli leader o partiti — per quanto colpevoli — se non si mette radicalmente in discussione l’impianto stesso che ha reso l’Europa un’appendice dell’Impero.

Per questo serve un progetto politico di lungo periodo, una visione che sappia unire consapevolezza geopolitica, giustizia sociale ed emancipazione economica. Non bastano i lamenti né le nostalgie: serve organizzare il dissenso, canalizzare la rabbia, dare voce e struttura a chi oggi si sente tradito, ignorato, marginalizzato.

Abbiamo ancora tempo per cambiare rotta. Ma il tempo stringe. E l’illusione che il sistema possa autoriformarsi sta crollando insieme alle sue contraddizioni. Il nostro compito, oggi, è duplice: denunciare con lucidità, ma anche immaginare con coraggio. L’alternativa esiste, anche se oggi è minoritaria e dispersa. Tocca a noi unirla, darle voce, costruirla.

Perché l’Europa non è destinata alla subalternità. Lo è solo se sceglie di esserlo.

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martedì 12 agosto 2025

Gli ultimi del mondo e gli dèi del caos - Alberto Bradanini


1. Solo gli esseri umani sanno essere disumani. Quelli che nel creato qualifichiamo come animali si comportano in modo decisamente più umano. La mesta realtà che ci circonda riflette le prodezze di figure politiche dozzinali ed evanescenti, giornalisti reclutati tanto al chilo, accademici/esperti che misurano le parole per il loro rimbalzo su carriera e immagine, pubblici funzionari eviscerati al servizio funzionale di chi sta in alto. Tutti costoro hanno divelto dalle loro arterie ogni traccia di empatia nei riguardi dei loro simili. Ogni istante, uomini, donne e bambini palestinesi vengono massacrati dallo stato sion-nazista di Israele, senza alcuna ragione che non sia riconducibile a malvagità, odio, delirio di potenza, saccheggio e furto di terre. Eppure, coloro che dispongono di poteri o pubbliche tribune tremano all’idea di gridare l’evidenza. Devono obbedire al dominus atlantico, guardiano della finanza privata, dei produttori di armi o dei potenti ricattati per crimini dicibili o indicibili (pedofilia/Epstein, evasione fiscale, corruzione, depravazione senile …).

La realtà è invero plateale: Israele è uno stato terrorista, impunito e impunibile perché come le iene nella giungla dispone dell’astuzia e della forza, guidato da un governo che bombarda tutto ciò che si muove entro un raggio di 500 km dalla sua capitale (Tel Aviv, per il diritto internazionale, non Gerusalemme!), sicuro di farla franca perché protetto dai loro complici (gli amerikani sfrontati davanti alla storia e alla coscienza del mondo), violando la Carta delle Nazioni Unite, uccidendo civili come mosche, demolendo edifici pubblici dove capita (Teheran, Beirut, Gaza e ierlaltro 16 luglio 2025 a Damasco!) in una lista di nefandezze lunga fino al pianeta Marte, tutto e sempre per legittima difesa, che vergogna!

Codardi quali sono, i titolari delle nostre istituzioni – sulla carta guardiani della Costituzione più bella del mondo, quella umiliata ogni istante dalla incomprensibile cobelligeranza sul fronte ucro-nazista, della guerra predatoria Usa contro la Russia e del sostegno al sionismo espansionista, ladro di territori altrui - sostenuti dai maggiordomi mediatici-accademici-esperti, temono di essere puniti dal cerchio magico sionista che ha penetrato persino le sfere di un sistema-paese inconsistente come l’Italia. Per costoro non certo i valori, ma carriere e denari danno senso all’esistenza. Come affermava il geniale Groucho Marx: questi sono i miei principi, e se non vi vanno a genio … beh, allora ne ho degli altri! Sintesi bipartisan delle fanfare mediocri e deculturate che si contendono periodicamente quel piatto di lenticchie che chiamano governo, all’insegna delle note caratteristiche: obbedienza (alle istruzioni extra-nazionali), paura, opportunismo e interessi personali, che vergogna!

Se i più restano in silenzio o si sottomettono con dignitosa puntualizzazione alla liturgia genocidaria di Israele, altri, i più nocivi, si arrampicano impudentemente sulle pareti lisce di un ragionare indifendibile, ingarbugliando ragioni e contro-ragioni - come l’avvocato dei Promessi Sposi abile a tirar fuori dai guai le persone disoneste -, negando che il sole sorge a Oriente e che nessun 7 ottobre 2023 giustifica l’omicidio volontario di esseri umani in fila per un tozzo di pane o l’esecuzione di un bimbo da parte di un cecchino tossicodipendente, che vergogna!

I responsabili delle sofferenze causate al popolo palestinese sono il governo e l’esercito israeliani, i loro servi/padroni americani (Cia, Nsa etc. e sicari reclutati all’occorrenza, tumore metastatizzato del sistema), britannici (governo e Mi6) e last but not least i compagni di merende euro-continentali, tutti orgogliosi di sostenere l’unica democrazia del Medioriente, terminologia di genesi orwelliana ripetuta sino alla noia, senza che ciò provochi irrefrenabili conati di vomito.

Alla luce di ciò, e di tanto altro, deve dedursi che i responsabili diretti, complici o megafoni di sostegno, vicini o lontani, visibili o nascosti, nessuno di loro ha titolo per qualificarsi appartenenti alla specie umana.

L’indignazione contro le turpitudini commesse dai criminali di turno, ammoniva Mao Zedong, non deve essere postuma (in poltrona, ad es., o quella degli storici del futuro), ma attuale, nella misura consentita dalle circostanze e con le forze di cui disponiamo! Se i nostri simili rimasti umani non dispongono di risorse per rimuovere lorsignori dai suntuosi palazzi dove espletano le loro avvilenti funzioni, essi possono tuttavia invocare l’imperativo categorico dell’umanità affinché tali responsabili siano degradati da membri della razza umana a tumefazioni neoplastiche di uno stadio primitivo dell’evoluzione della specie.

La qualificazione di regime nazista attribuita al governo di Tel Aviv non deve ritenersi esagerata poiché - come affermano le migliori voci del pensiero critico americano, tra tutti Norman Finkelstein[1] (uno straordinario fustigatore ebreo del degrado etico di Israele) e John Mearsheimer[2] (principale esponente liberal della scuola realista) – la condotta dello Stato Ebraico ha ormai superato ogni livello d’immaginabile disumanità. La sua classe dirigente, tranne qualche pregevole minoranza, vive in una patologia di superiorità e onnipotenza, imbrigliata in un messianesimo che giudica inferiore ogni altra razza e religione, e tale convincimento basta da solo a considerarla vittima abominevole di serie turbe mentali. Quanto all’immancabile accusa di antisemitismo, ormai solo i pinguini dell’Antartide reputano che abbia qualche minima consistenza: noi umani abbiamo ben impresse nella memoria le indicibili sofferenze degli ebrei per mano dei nazisti tedeschi. E dunque per favore!

Nelle pseudo-democrazie occidentali – repetita iuvant - ricatti, denari e carriere a favore della servitù padronale possono svelare la pervasività di una Macchina della Menzogna – insieme a una dimensione sociologica dove dominano cinismo etico, mercificazione e nichilismo - che impedisce alla coscienza popolare di inorridire davanti a tali massacri.

La litania che “Israele ha diritto di difendersi” e “le bombe colpiscono i terroristi di Hamas” provoca rigurgiti viscerali persino in Alaska. Ai governi post-democratici importa ben poco delle opinioni dei cittadini, le elezioni sono lontane e il loro esito cambia solo l’orchestra, non certo la musica. Il cambio di poltrone non si gioca poi sulla dimensione umana o alla distribuzione della ricchezza dell’azione di governo. Eppure, le signorie loro farebbero bene a tenere alta la guardia. Il popolo resta inquieto per definizione. Prima o poi alzerà la voce.


2. Ora, in ogni epoca non mancano esseri umani integri e coraggiosi. Ne è oggi fulgido esempio Francesca Albanese (Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati), che nella sua perigliosa attività ha posto intelligenza ed empatia al servizio dell’etica umana, a rischio della sua incolumità.

Come sappiamo, sua maestà imperiale, la patetica democrazia americana, ha revocato le sanzioni ai terroristi di al-Nusra e HTS (Hayat tahrir al-Sham), divenuti d’amblée angeli benefattori, dopo aver dismesso la pratica di tagliar gole a cristiani e islamici eretici, per mettersi al servizio (precario, beninteso) degli israeliani massacratori e ladri di terre, americani/padroni del mondo e turchi/parolai finti protettori di palestinesi e incalliti odiatori di curdi. Allo stesso tempo, in perfetta coerenza psicotica, la medesima maestà non ha vergogna di sanzionare un funzionario che osa mostrare alla platea delle Nazioni Unite quelle evidenze che anche i roditori – e non solo l’inquilino provvisorio della Cara Bianca – fanno fatica a negare a loro stessi quando, prima di coricarsi, passano in rassegna gli accadimenti del giorno.

In uno scenario drammatico - dove il 51º stato degli Stati Uniti d’America, Israele, in diciotto mesi di bombardamenti (qui non è in atto un conflitto aperto, ma uno sterminio a sangue freddo) ha ucciso almeno 300.000 persone e mutilato 4-500.000 uomini, donne e bambini (questi i numeri veri, non quelli pur giganteschi diffusi dal mainstream) - un individuo il cui contenuto d’umanità sfiora drammaticamente lo zero, tale Marco Rubio, ha affermato quanto segue: “La campagna di guerra politica ed economica di Francesca Albanese contro gli Stati Uniti e Israele non sarà più tollerata. Né gli Stati Uniti né Israele sono parte della Corte Penale Internazionale (CPI), il che rende la sua azione una grave violazione della sovranità di entrambi i Paesi[3]". A siffatta insigne personalità - che con tale sentenza assurge ai vertici della giurisprudenza internazionale (è noto che la spregevole condotta dell’esercito israeliano è sottoposta al vaglio della CPI, in quanto la Palestina ne è parte e i territori occupati cadono dunque sotto la sua giurisdizione) - la più grande democrazia del pianeta (sollecitiamo l’indulgenza del lettore se tale qualifica fa venire il voltastomaco), ma soprattutto la più armata e minacciosa del pianeta, ha affidato il duplice incarico di Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale. La delegittimazione di Marco Rubio nei riguardi di una donna integra, valorosa e umana, costituisce la premessa di uno scenario che – speriamo di aver torto – mette a repentaglio la stessa incolumità di Francesca Albanese, alla luce dei crimini abominevoli ai quali indulgono abitualmente agenti, spie e criminali vari al servizio dell’impero americano, o di chi solo Dio sa.

Dal silenzio tombale dei governi europei, in specie quello italiano trattandosi di una nostra cittadina, non traspare alcun imbarazzo. Di tutta evidenza, nel bel paese là dove il sì suona indossare la divisa del maggiordomo su istruzioni dell’alleato-padrone è divenuto un riflesso che Ivan Pavlov avrebbe catalogato tra i suoi esperimenti meglio riusciti, che pena!


3. Il profilo professionale di F. Albanese mette in mostra una delle rare personalità italiane di cui possiamo andar fieri. Il 1º maggio 2022 viene nominata Relatrice Speciale per i territori palestinesi occupati, secondo funzionario italiano, dopo Giorgio Giacomelli, a ricoprire tale incarico.

Nel gennaio 2023 l’impegno instancabile di F. Albanese per proteggere i diritti umani nei Territori palestinesi occupati (OPT) e contro il regime di apartheid viene elogiato da 116 organizzazioni per i diritti umani, organizzazioni della società civile, istituzioni accademiche e altri gruppi.  Il 26 aprile 2023, Amnesty International Italia pubblica una lettera di sostegno, cui aderiscono decine di associazioni per i diritti italiani, parlamentari, giuristi e accademici.

Nel luglio 2023, al Consiglio dei diritti umani, Albanese scrive che Israele ha trasformato la Cisgiordania in una prigione a cielo aperto e denuncia che dal 1967 oltre 800.000 palestinesi, tra cui migliaia di bambini, sono stati arrestati con accuse pretestuose dalle autorità israeliane.

Nell’ottobre 2023, afferma che palestinesi e israeliani meritano una vita di pace, uguaglianza, dignità e libertà, invitando la comunità internazionale a imporre un cessate il fuoco immediato e proteggere i palestinesi dallo sterminio, mentre le azioni di Hamas e delle truppe israeliane devono essere vagliate alla luce del diritto internazionale, e non del pregiudizio politico o della legge del più forte.


4. Albanese riceve regolarmente minacce di morte e subisce campagne diffamatorie da Israele e alleati, mentre denuncia l’immobilismo e la corruzione morale e politica dell’Occidente a guida Usa. L'attacco contro Albanese preannuncia un mondo senza regole, nel quale i veri stati canaglia, vale a dire Stati Uniti e Israele, possono commettere crimini inenarrabili senza limitazioni: omicidi individuali o di massa, torture psicologiche e fisiche, devastazioni, condizioni di vita disumane, distruzione di ospedali, sfollamenti forzati, demolizione di case, bombardamenti, fame e disperazione. Se a qualcuno non va a genio il termine genocidio, il lessico consente altre penose terminologie.

Dylan Williams, vicepresidente del Center for International Policy, ha definito le sanzioni statunitensi contro F. Albanese comportamenti da stato delinquente, mentre per Agnes Callamard, segretaria generale di Amnesty International, i governi del mondo e coloro che credono nel diritto internazionale sono chiamati a bilanciare gli effetti delle sanzioni Usa contro F. Albanese, proteggendone lavoro e indipendenza.

Per la portavoce delle N.U., Stephane Dujarri - cui si sono uniti Human Rights Watch e il Center for costitutional rights – “le sanzioni contro F. Albanese costituiscono un inaccettabile precedente contro l’indipendenza di un funzionario internazionaleil rapporto da lei presentato al Consiglio dei Diritti Umani può certo essere contestato da qualsiasi paese, partecipando alle discussioni del Consiglio (le Nazioni Unite, sono state ideate proprio per favorire dialogo e compromessi).

È tale pubblicità a inquietare Israele e Stati Uniti, per i quali non si deve discutere in pubblico di crimini contro l’umanità, sterminio di popoli e genocidio da parte di Israele. Tutto ciò deve proseguire in silenzio senza disturbare la coscienza civile e umana degli esseri umani.


5. Albanese, oltre a denunciare i crimini di Israele, in un apposito rapporto
[4] ha elencato aziende ed altre entità americane ed europee che da questi traggono ingenti profitti, e ciò ha fatto traboccare il classico vaso: tra queste Palantir Technologies Inc., Lockheed Martin, Alphabet Inc. (Google), Amazon, International Business Machine Corporation (IBM), Caterpillar Inc., Microsoft Corporation e il Massachusetts Institute of Technology (MIT), e un lungo elenco di banche e società finanziarie (tra cui l’immancabile BlackRock), assicurazioni e organizzazioni cosiddette umanitarie.

L’accusa contro F. Albanese è infarcita del solito j’accuseessere antisemita: non se ne può più! Ormai anche le pietre dell’Antartide sanno che semiti sono anche gli arabi e che nessuno prende di mira la religione o la etnia ebraica, ma esclusivamente il governo sionista e genocidario presieduto dal criminale B. Netanyahu e da ministri che qualificano i palestinesi come animali. In verità, nella neolingua imperiale per essere antisemita è sufficiente indignarsi per i massacri di Israele contro popoli e paesi sovrani (Iran, Libano, Siria, Yemen …) o disapprovare gli Stati Uniti che giustificano tali atrocità, sotto la pressione delle lobby pro-Israele che con ricatti, minacce e corruzione pilotano le carriere di congressmen, senatori e aspiranti alla Casa Bianca. Tutto qui, brutalmente.

In aggiunta, se ce ne fosse bisogno, il sociopatico padrone dell’universo, D. Trump, sanziona quattro dei giudici della Corte Penale Internazionale (che nel 2024 aveva emesso mandati d’arresto per Netanyahu e Gallant) e firma un ordine esecutivo contro paesi o individui che collaborano con la medesima Corte, di cui gli Stati Uniti non sono nemmeno parte. Non v’è dubbio, la civiltà etica e giuridica american-style è tornata all’età del bronzo.

Le sanzioni consentono ora di congelare le proprietà che F. Albanese o parenti forse possiede negli Stati Uniti (mi auguro non ne abbia alcuna), impedendole persino di recarsi al quartier generale delle Nazioni Unite per le quali presta la sua opera.

È appena il caso di rilevare che i critici di F. Albanese si guardano bene dallo sfidare le prove da lei accumulate, ricorrendo a calunnie e diffamazioni, simili a quelle usate contro i suoi predecessori - John Dugard (2001-2008), Richard Falk (2008-2014) e Michael Lynk (2016-2022) - i quali hanno tutti espresso pieno sostegno alla sua integerrima attività (F. Albanese è oggetto di attacchi diffamatori personali!).

Rubio sostiene che il rinnovo dell’incarico a F. Albanese (2025-2028) sia illegale, una presa di posizione questa che costituisce una positiva sorpresa per coloro fino a ieri convinti che gli Stati Uniti usassero lo Statuto delle Nazioni Unite, insieme alle convenzioni internazionali, come sostituto della carta igienica. Benvenuti nel mondo capovolto, dove la censura è presentata come libertà di pensiero, dove le persone che denunciano crimini contro l’umanità sono terroristi, dove coloro che li commettono sono liberatori, dove i campi di concentramento sono zone umanitarie, dove Donald Trump merita il premio Nobel per la pace, dove al-Julani è uno statista di spessore internazionale, dove Israele è un esempio per il mondo libero e dove F. Albanese è una pericolosa estremista.

Agli inverecondi, pretesi dominatori del pianeta terra (sempre più, per nostra fortuna, solo dell’emisfero occidentale) non fanno difetto spietati strumenti di repressione e falsificazione, costoro dovrebbero tuttavia tener a mente – come rileva lo storico Wolfang Reinhard - che gli ultimi del mondo hanno pur sempre dalla loro parte gli dèi del caos!



NOTE: 

[1] https://m.youtube.com/watch?v=vGz-RNiTYKg

[2] https://instagram.com/reel/DKMeAlgJrq6/),

[3] https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2025/07/sanctioning-lawfare-that-targets-u-s-and-israeli-persons

[4] https://comedonchisciotte.org/blackrock-vanguard-stati-e-multinazionali-dietro-il-genocidio-di-israele-a-gaza-latto-di-accusa-senza-appello-della-relatrice-speciale-onu-francesca-albanese/

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domenica 10 agosto 2025

Variabili di potere e sovranità: le guerre per procura dell’Occidente - Elena Basile


Attualmente, ancora più che in passato, è essenziale, per condurre un’analisi corretta delle dinamiche internazionali, comprendere la differenza tra variabili indipendenti e non, che operano in un contesto complesso e fortemente strutturato.

Nel corso delle primavere arabe, il malcontento popolare albergava nei Paesi del Nord Africa da tempo, ma ha costituito un fattore in grado di destabilizzare le società soltanto quando la politica neoconservatrice statunitense ha deciso, con finanziamenti e organizzazione, di puntare sui Fratelli Musulmani per una forma di dominio più solida rispetto ai dittatori tradizionali.

La defenestrazione di Moubarak, l’elezione di Morsi — in seguito abbandonato da Washington a vantaggio dell’odierno Presidente dell’Egitto, Al Sisi — è la rappresentazione evidente della strategia ondivaga che ha sede a Washington.

Ugualmente, la guerra civile in Siria non sarebbe scoppiata, seminando lutti e dolore nel popolo siriano per circa un decennio, se Obama, nel 2015, non avesse deciso, con l’operazione Sycamore e d’accordo con i servizi segreti sauditi, di utilizzare le fisiologiche proteste anti-Assad quale fattore di destabilizzazione della società siriana.

Ricordo che all’epoca ero in Svezia e restavo allibita nell’osservare la bella intellighenzia del Paese che aveva d’obbligo un libro in tasca contro il pericolosissimo dittatore Assad. Sicuramente gli Assad, soprattutto il padre, avevano commesso crimini e favorito il loro potere alaudita con la repressione. Non diversamente da come molti dittatori, nostri alleati, hanno sempre fatto.

Oggi, come sappiamo, la politica occidentale sostiene Al Jolani, che ha spodestato gli Assad e compie stragi di Alauditi con l’appoggio della democratica Europa e di Washington.

Le rivoluzioni arancioni nel vicinato russo si sono basate sulle stesse tattiche: il fisiologico malcontento diviene una variabile indipendente in grado di far cadere i governi grazie a una manina invisibile esterna che lo rafforza e lo struttura.

Bisogna chiedersi: quali Stati sono oggi in grado di avere una politica estera sovrana? L’indipendenza si manifesta come capacità di scegliere la linea politica consona ai propri interessi, pur tenendo in conto i condizionamenti esterni. I BRICS sono un esempio concreto di sovranità e si sono uniti in un gruppo ancora poco strutturato per difendere il perseguimento dei propri obiettivi contro il ricatto e l’arbitrio statunitense.

Per questo motivo credo che l’India, sottoposta alla minaccia di dazi americani al 50%, colpevole di importare gas russo a basso prezzo, vitale per la propria economia, farà di tutto per resistere alle pressioni trumpiane.

L’Europa, da Maastricht in poi, è stata costruita come un’appendice del capitalismo finanziario di Washington e non può portare avanti una politica estera ed economica consona ai propri interessi. La guerra per procura contro la Russia, condotta da Ucraina e UE per gli interessi statunitensi, è l’esempio emblematico di rinuncia all’esercizio della sovranità.

Anche un dottorando in politica internazionale, in grado di ragionare con la propria testa, comprenderebbe che gli interessi europei sono individuabili nella cooperazione con Mosca, nell’importazione di gas russo a basso prezzo — essenziale al nostro sviluppo economico e industriale — e nella stabilità dell’area geopolitica grazie alla neutralità ucraina.

La classe dirigente europea, legata allo Stato profondo statunitense, importa invece gas USA a prezzo quadruplicato, compra armi statunitensi e le invia all’Ucraina per far continuare un conflitto che sostiene i profitti dei fondi sovrani.

Ugualmente, attribuire a Zelenski la dignità di una variabile indipendente è uno sbaglio frequente di molti analisti. L’Ucraina non esiste quale Stato sovrano: essa obbedisce a interessi stranieri e continua la guerra con la Russia fino all’ultimo ucraino, come vogliono la burocrazia del Dipartimento di Stato, il Pentagono, il complesso militare-industriale e l’intelligence anglosassone.

Perverrebbe a una pace sporca — sostenuta finalmente anche da Limes senza ambiguità, l’unica opzione, come andiamo affermando da almeno due anni, basata sul compromesso possibile — se Trump non oscillasse nella sua strategia, impersonata da Witcoff e Kellog, sostenitori di due linee opposte. Il braccio di ferro in corso tra potentati diversi a Washington si manifesta nella strategia contraddittoria di Trump.

Il malcontento contro Zelenski esiste da tempo. Soltanto analisi ideologiche hanno potuto credere alla rivolta partigiana della popolazione contro lo straniero. Il dittatore ucraino è restato a galla grazie alla repressione. Oggi, tuttavia, il dissenso contro il Presidente ucraino diventa visibile sui media occidentali: si è forse deciso di rendere il malcontento popolare un fattore efficace di destabilizzazione? Si prepara la capitolazione del Paese? Zelenski può essere liquidato?

L’avanzata russa, sebbene l’esercito non abbia mai dispiegato il suo potenziale e abbia avuto ritmi lenti essenziali a salvare vite umane, appare inarrestabile. Le infrastrutture civili sono colpite, gli ucraini massacrati al fronte. Il Paese è fallito, la classe dirigente si mantiene in vita grazie a corruzione e repressione della popolazione.

Di fronte all’imminente capitolazione di Kiev, la diplomazia europea non dà segnali di vita. La strategia suicida, basata prima sull’obiettivo della vittoria sul campo (parole di Meloni, Macron, von der Leyen, Kallas), ora sul rafforzamento dell’Ucraina in vista della “pace giusta”, perpetuando il conflitto, indebolisce sempre di più l’Ucraina che, in un eventuale negoziato, non potrà mantenere gli obiettivi raggiungibili nel marzo del 2022, quando le delegazioni russa e ucraina si incontrarono a Istanbul.

La Russia sarà irremovibile su due condizioni: no all’Ucraina nella NATO né alla NATO in Ucraina, quindi no ai deliri anglo-francesi relativi alla presenza di loro truppe a Kiev al fine di garantire la pace. Maggiore flessibilità vi sarà sull’avvicinamento dell’Ucraina dimezzata all’Europa, sui territori a ovest del Dniper. La Russia potrà rinunciare ad avanzare se in cambio vengono ritirate le sanzioni occidentali e favorito un cambiamento di regime a Kiev. Trump accetterebbe volentieri queste condizioni in cambio di accordi bilaterali sulle terre rare, nello spazio e in altri settori economici redditizi.

Purtroppo le mafie internazionali, le lobby delle armi e del business, cercheranno di far durare il conflitto a lungo al fine di alimentare il keynesianesimo militare, la bolla speculativa in Europa e i propri interessi. I Dem e i loro accoliti europei demorderanno a fatica dai loro intenti criminali, aiutati da un’accademia e uno spazio mediatico al loro servizio.

Israele non è uno Stato sovrano: la sua politica estera dipende interamente dal sostegno statunitense. Le sue campagne contro Siria, Libano e Iran non sarebbero possibili se dovesse contare soltanto sulle proprie forze. Il genocidio di Gaza e l’annessione graduale ma continua della Cisgiordania, realizzata con forme di apartheid e crimini di guerra, avviene in virtù del sostegno esplicito oppure mascherato degli americani. Biden o Trump sono criminali genocidari alla stessa stregua di Netanyahu.

L’anomalia è data dal fatto che la potenza sponsorizzata, la variabile dipendente, Israele, controlla — attraverso la lobby israeliana — l’intera classe dirigente statunitense, ne condiziona la politica estera anche a spese degli interessi nazionali americani.

L’Europa collabora al genocidio mantenendo in vita la cooperazione politica, militare ed economica con Israele, schierandosi con gli Stati Uniti per non porre fine al cessate il fuoco e assicurando l’impunità di Tel Aviv grazie a una propaganda intesa a demonizzare Hamas, aumentarne la minaccia, assolutizzare il diritto alla difesa di Israele e criminalizzare le critiche allo Stato terrorista, considerate come antisemitismo e filoterrorismo, perseguibili per legge.

Dopo sessantamila morti a Gaza, al fine di gestire il consenso nelle oligarchie illiberali occidentali, accademia e spazio politico-mediatico occidentale si dividono in diversi filoni. La destra oltranzista e moderata vicina a Trump mette in discussione i crimini israeliani, considerandoli colpa di Hamas, e nega il genocidio affermando che le vittime civili sono una conseguenza della guerra, come è sempre stato nella storia.

I progressisti Dem e i loro accoliti europei, con spazio mediatico al loro servizio (BBC, CNN, TV Sette), denunciano il genocidio attribuibile a un pazzo — Netanyahu — e alle politiche criminali di Trump, e lo considerano una rottura rispetto al passato. Lontano è il riconoscimento dell’essenziale continuità dei crimini israeliani e della complicità di una politica occidentale che, dal 1967, assicura l’impunità di Israele. Il discorso su Hamas resta propagandistico, in quanto non si riconosce che l’organizzazione è stata rafforzata dai servizi segreti occidentali e che essa ha costituito l’alibi per appoggiare politiche espansionistiche dell’impero in Medio Oriente, utilizzando Israele come pedina della NATO.

Una minoranza, infine, vede nel genocidio una conseguenza naturale dell’ideologia della destra israeliana, che dal 2000 in poi ha dominato il panorama politico, e dell’obiettivo del Grande Israele. Si tende, da parte di molti, a salvare il sionismo e il mito di Israele quale Stato che avrebbe garantito la fine delle persecuzioni degli ebrei.

Ilan Pappé, Moni Ovadia e una parte importante dell’intellighenzia riconoscono invece nel sionismo un’ideologia basata sul suprematismo bianco e sull’espansione coloniale. Il genocidio ne sarebbe quindi l’inevitabile sbocco.

Credo sia importante comprendere che Gaza è il vero volto della politica imperialistica occidentale, che Netanyahu ha portato alle estreme conseguenze le premesse da noi difese. L’espansionismo del potere occidentale in Eurasia, in Medio Oriente e nel Pacifico risponde alle profonde esigenze del capitalismo finanziario in crisi. Il riciclaggio dei surplus e i processi di rifinanziarizzazione del dollaro sono meccanismi inceppati, a cui le guerre offrono una temporanea scappatoia. La trappola del debito è costituita dal mostruoso minotauro che richiede sacrifici umani: un mare di sangue alimenta il flusso di dollari necessario.

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