La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
venerdì 7 novembre 2025
giovedì 6 novembre 2025
Cooperare con l’Africa, “decolonizzare gli aiuti” - Luca Attanasio
«Le relazioni euro-africane degli ultimi cinque secoli – diceva , lo scrittore nigeriano Nobel per la letteratura 1986 – sono la storia di un monologo. Quello europeo».
Nel rapporto
tra il vecchio continente e quello nero c’è qualcosa di profondamente malato
che fatica a rimarginarsi. Lo schiavismo e il colonialismo hanno
lasciato segni indelebili e, a differenza di fenomeni devastanti come il
nazismo, non sono mai passati attraverso un vero e proprio processo di
espiazione e riparazione, non hanno mai avuto, per così dire, la loro
Norimberga. L’uscita delle potenze europee dall’Africa, cominciata a ridosso
degli anni Sessanta dello scorso secolo e conclusasi nel 1990 quando, al
termine di una lunga lotta, raggiunse l’indipendenza la Namibia, (ex Africa del
Sud-Ovest, colonia tedesca), non è coincisa con una chiusura definitiva del
colonialismo, né in senso politico né mentale. Il sentimento di superiorità
europea verso popoli considerati sottosviluppati di natura – e non perché
soggiogati per secoli – ha continuato a circolare in Occidente come un virus e
a permeare il pensiero sull’Africa e, di conseguenza, i rapporti. Il concetto
colonialista è ancora molto presente nell’approccio degli europei e gli
occidentali in genere verso l’Africa. Le clamorose gaffe dei leader politici
sono forse l’emersione più chiara e pericolosamente naïf: George W. Bush che,
nel 2001 a Göteborg, definisce l’Africa «una nazione che soffre di una malattia
incredibile»; Silvio Berlusconi che, premier nel 2009, dichiara tranquillamente
che «Roma è sporca come l’Africa»; Emmanuel Macron che, nel 2017, durante un
incontro con gli studenti a Ouagadougou, capitale dell’ex colonia Burkina Faso,
li esorta a «non trattarlo come se fosse il presidente del Burkina Faso» e
si rivolge all’omologo locale Cristian Kaborè, alzatosi indignato,
apostrofandolo con un «Ma dai resta qui… Niente, deve essere andato a riparare
l’aria condizionata»; fino ad arrivare al premier spagnolo Pedro Sanchez che in
viaggio in Kenya lo scorso ottobre stringe la mano al presidente e dice: «Un
onore essere in Senegal». L’elenco sarebbe veramente lungo. Basta però
riportare questi pochi esempi non per citare figuracce quasi umoristiche,
quanto per stigmatizzare un tipo di pensiero sotteso nella mentalità generale
da cui è difficile affrancarsi e che, inesorabilmente, di tanto in tanto emerge
platealmente.
Le cose,
però stanno cambiando. E lo si è cominciato a percepire chiaramente nel
summit UE - UA celebratosi il 17 e il 18 febbraio 2022. Il tempo
delle «briciole dalla tavola» ‒ ha detto proprio così il presidente del
Sudafrica Cyril Ramaphosa nel corso dell’incontro ‒ è destinato a tramontare
per fare posto a una collaborazione inter pares capace di
proporre soluzioni globali a questioni globali. In questo solco di progressiva
decolonizzazione del rapporto si è inserita ultimamente anche la
nostra cooperazione. L’innesco di un processo nuovo di solidarietà con Paesi
terzi al fine di continuare a sostenerli nell’affrontare criticità punta ad
affrancarsi definitivamente da un rapporto stile sviluppato/sottosviluppato
facilmente riassumibile nello slogan “aiutiamoli a casa loro” tanto in
voga da noi e in Occidente in genere. Come se si potesse fingere di ignorare che
quella ‘casa loro’ è diventata nostra a suon di stragi, riduzione in schiavitù,
violenze e abusi di ogni genere per 150 anni fino a soli 60 anni fa. L’AICS
(Agenzia Italiana Cooperazione e Sviluppo) si è fatta interrogare dalla storia
della presenza europea in Africa e, alla ricerca di nuovi approcci efficienti e
rispettosi, ha avviato un percorso che fin dal titolo promette di essere
interessante. «La decolonizzazione dell’aiuto ‒ spiega Emilio Ciarlo
responsabile del dipartimento External relations dell’Agenzia ‒ è diventata per
l’Aics molto più di uno slogan. Siamo partiti con una riflessione sulla
cooperazione più come investimento nello sviluppo che come “aiuto”, più come
reale partnership tra pari con le comunità e le persone che come relazione con beneficiari
di nostri fondi. Per questo ci siamo definiti creatori di sviluppo e
non pianificatori. Tutto questo ci porta ad avviare un percorso sulla
“decolonizzazione dell’aiuto”, una presa di coscienza piena della dignità,
dell’autonomia e della ricchezza degli altri che deve fugare i
tentativi di “aiutare per rendere simili a noi”, un’inconsapevole volontà di
inculcare modelli e valori rendendo gli altri popoli dipendenti dai nostri
soldi. Assicurare la ownership del percorso di sviluppo ai
governi e alle comunità locali, rafforzare la società civile e il ruolo delle
ong locali, garantire posti di rilievo a non occidentali nelle nostre
organizzazioni. Questi sono i passi per “decolonizzare” l’aiuto
e progettare la cooperazione come un processo con non per».
Il
ragionamento si inserisce in un più ampio ripensamento dei rapporti tra Europa
e Africa che vada al di là del modello donor recipient, frutto da
una parte di una nuova visione emergente in sede UE, dall’altra di una piena
consapevolezza dei leader africani che ha ormai fatto emergere il concetto che
il rapporto o è alla pari o non è. A questo si va ad aggiungere una nuova
coscienza che si sta facendo sempre più strada anche grazie alla crisi
energetica innescata dalla guerra in Ucraina: è l’Europa ad aver bisogno dell’Africa
e non solo viceversa. «Ci siamo affrancati da una logica preistorica che
considerava l’importanza dell’intervento a seconda dell’importo dell’assegno
staccato – dice sicuro Giovanni Grandi, direttore di AICS Nairobi, la sede
dell’Agenzia che comprende Kenya, Uganda, Tanzania, Burundi, Repubblica
Democratica del Congo e Rwanda – per passare a un approccio di partnership che
guarda non a quanto sto facendo ma a cosa sto facendo assieme al mio partner.
In questo senso abbiamo abbandonato un criterio paternalistico e scelto una
co-definzione degli obiettivi: in sintesi a noi non interessa più
intervenire per soccorrere, noi qui stiamo investendo, non donando. Uno
degli esempi più lampanti di quanto vado dicendo è il progetto di incubatore e
acceleratore che abbiamo finanziato in Kenya a partire dal 2018 in
collaborazione con la Cattolica di Milano e E4Impact. Siamo partiti dalla
considerazione che questo è un Paese estremamente dinamico, con un Pil
superiore al 5% previsto nei prossimi due anni nonostante la crisi globale e
con un tessuto imprenditoriale che viene dal basso, estremamente vivace.
L’incubatore è divenuto in breve un punto di riferimento per centinaia di
piccole e medie imprese e ha fornito strumenti di formazione gestionale e
manageriale per entrare nei mercati nazionale e internazionale. L’obiettivo è
ora creare collegamenti con il tessuto imprenditoriale italiano e approdare a
un risultato win-win per Kenya e Italia».
Africa: la
finanza vuole i poveri solo come clienti
Non si è ancora spenta l’eco della Africa Inclusive
Finance Week 2025, chiusa il 17 ottobre a Lomé, e già la retorica dell’“inclusione
finanziaria” mostra le sue crepe. Per una settimana, la Banca Africana di
Sviluppo e una lunga fila di fondazioni, governi e piattaforme fintech hanno
parlato di innovazione e di “nuovi strumenti per colmare il divario di accesso
al credito in Africa”. Hanno mostrato slide impeccabili, proiettato numeri
sull’alfabetizzazione digitale, celebrato l’avvento della “finanza per tutti”.
Il problema è che questa finanza non nasce per tutti,
ma per gli stessi di sempre. La parola “inclusione” funziona bene nei
comunicati, ma sul terreno significa un’altra cosa: portare milioni di persone
dentro il sistema, purché rispettino le regole del sistema.
Cioè: puoi avere un microcredito se hai un telefono,
un conto digitale, un indirizzo, una reputazione tracciabile e qualche garanzia
di rimborso. In altre parole, devi essere già quasi bancabile per poter essere
incluso. Gli altri restano fuori, come sempre, solo un po’ più profilati di
prima.
Nessuno alla conferenza ha ricordato che la maggior
parte delle economie africane si regge sul contante, sulle reti informali,
sulle rimesse e sulle donne che tengono in piedi microeconomie comunitarie
senza una sola app di pagamento.
“Includerle” significa spesso spingerle verso piattaforme dove i tassi e le commissioni sono decisi altrove — e dove ogni transazione genera dati che hanno un valore commerciale, ma non sociale.
Così l’inclusione diventa una nuova forma di
estrazione: non più oro, rame o cacao, ma profili digitali e flussi di
pagamento. Dietro la retorica dell’accesso si nasconde un mercato gigantesco —
quello dei nuovi clienti poveri. È il capitalismo dell’algoritmo applicato alla
povertà: ti faccio entrare nel circuito, ma alle mie condizioni e con il mio
prezzo.
E allora la domanda vera non è se la finanza possa
includere i poveri, ma se la povertà possa sopravvivere alla finanza. Perché
una volta dentro, non è detto che ne esci più libero: puoi ritrovarti
semplicemente più sorvegliato, più indebitato e con meno alternative. L’Africa
ha bisogno di credito, non di colonizzazione digitale; di regole sui tassi, non
di app patinate; di cooperazione, non di marketing solidale.
Ecco perché ne parliamo solo ora, a distanza di
giorni. Perché il silenzio dopo le conferenze dice più della conferenza stessa.
Quando le luci si spengono e i delegati tornano a casa, resta l’eco di una
parola — “inclusione” — che continua a suonare bene, ma a fare male.
Primi passi verso un nuovo ordine mondiale? - Vincenzo Comito
Ormai sembrano quasi tutti d’accordo sul fatto che il vecchio ordine mondiale, varato nel dopoguerra e governato da allora dagli Stati Uniti con un corteo di vassalli – dai paesi dell’Unione Europea, a Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud –, non solo traballa, ma sembra perdere pezzi consistenti ogni mese che passa, grazie anche all’accelerazione impressa al processo dallo stesso Trump. Per altro verso, si percepisce chiaramente il fatto che viviamo in un’epoca di difficile transizione, periodo nel quale il vecchio ordine non riesce più a governare le cose e uno nuovo non riesce ancora, dal canto suo, ad emergere adeguatamente, ciò che porta a disordini e confusione. Si può a questo proposito ricordare ad esempio che la crisi del 1929 fu causata almeno in parte dal fatto che la Gran Bretagna non aveva ormai più la forza necessaria per gestire gli avvenimenti, mentre gli Stati Uniti non l’avevano ancora. Bisognerà attendere la seconda guerra mondiale perché il passaggio delle consegne si verifichi e perché gli Stati Uniti abbiano ormai la capacità necessaria a governare le cose del mondo.
Riconoscendo
tutti che viviamo un periodo di transizione, meno d’accordo ci si trova
su verso quale indirizzo ci stiamo comunque dirigendo e su quale
dovrebbe o potrebbe essere il nuovo assetto del potere mondiale. Da più
parti ci si rende comunque conto che il futuro non si dovrebbe configurare
almeno completamente come il secolo della Cina, paese pure in forte crescita
sui fronti commerciale, economico, tecnologico, militare; e questo
anche per la grande riluttanza, anzi lo scarso interesse, del paese
asiatico verso l’ipotesi di diventare il nuovo paese dominante, sostituendo gli
Stati Uniti. Una delle poche cose su cui quasi tutti sono di nuovo d’accordo è
invece che, in ogni caso, di fatto nei prossimi decenni Cina e Stati
Uniti saranno ancora e di gran lunga le potenze più importanti del mondo, forse
con l’aggiunta dell’India, che dovrebbe, tra 10-15 anni, superare anch’essa
il pil degli Stati Uniti, utilizzando almeno nel calcolo dello stesso pil il
criterio della parità dei poteri di acquisto. Purtuttavia chi scrive pensa
che, anche se i futuri assetti dell’ordine mondiale non sono ancora
configurabili con chiarezza, nuove piste si stanno comunque aprendo giorno per
giorno, sia pure tra molte difficoltà, attraverso dei passi che, messi
insieme, potrebbero indicare, almeno in parte e non senza qualche ambiguità e
qualche confusione, l’indirizzo che il mondo sta prendendo. Nel testo che segue
proviamo a indicare alcuni dei movimenti che sembrano andare verso una nuova
direzione delle cose del mondo.
Il processo
di dedollarizzazione. La
costruzione di un nuovo ordine del mondo non può prescindere da un forte
ridimensionamento del peso del dollaro e dei circuiti finanziari globali
controllati dagli Stati Uniti (mercati finanziari, circuiti bancari con lo Swift,
monete di regolamento degli scambi internazionali, valute di riserva delle
banche centrali ecc.). Ma è evidente che la costruzione di un nuovo
sistema finanziario sarà un processo lungo e difficile. La stessa Cina,
plausibilmente la maggiore interessata al raggiungimento di tale obiettivo,
almeno sino a ieri si è mossa con molta cautela in tale direzione. Ma negli
ultimi mesi il processo sembra in qualche modo accelerare. Nel mondo
tendono ora a moltiplicarsi le iniziative volte a ricercare attivamente dei
nuovi assetti finanziari. Citiamo in questa sede soltanto alcuni casi
tra i tanti.
Il PIX
brasiliano. Nel
novembre del 2020 è stato lanciato in Brasile il programma PIX, un servizio
di pagamenti istantaneo e gratuito via smartphone che i brasiliani possono
usare per fare acquisti, pagare le bollette e le consumazioni al bar. In
precedenza almeno 30 milioni di essi non avevano accesso ai servizi bancari,
mentre il nuovo sistema permette anche a loro di operare delle transazioni finanziarie.
Il servizio ha avuto un grande successo ed è stato adottato da circa
l’80% della popolazione. Esso conta oggi per circa la metà delle
transazioni finanziarie e tale quota sembra destinata ad aumentare. Ma
l’amministrazione Trump sta investigando il sistema, accusandolo di andare
contro gli interessi Usa e di fare una concorrenza sleale verso le banche e la
società finanziarie statunitensi come Visa e Apple (Ionova, 2025). Inoltre,
dato che il PIX protegge i dati dei consumatori che raccoglie, gli Usa accusano
anche il fatto che le imprese Usa non possono più usare tali informazioni per
prendere decisioni e creare nuovi prodotti.
L’Asean. L’Asean è l’associazione dei
paesi del Sud-Est asiatico che collabora per uno sviluppo comune e che
rappresenta oggi una tra le più importanti aree di libero scambio del
mondo. Partita inizialmente con l’occhio centrato soprattutto verso
l’Occidente, essa ha poi volto i suoi interessi prevalentemente verso Pechino.
Oggi il livello di scambi tra la Cina e il raggruppamento appare
superiore a quello tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Le cifre
indicano che in effetti gli scambi tra la Cina e i paesi dell’Asean hanno
superato nel 2024 i 900 miliardi di dollari, mentre quelli degli Stati Uniti
con il raggruppamento asiatico si sono fermati a circa la metà, ai 453
miliardi. E nei primi sette mesi del 2025 sempre quelli con la Cina sono ancora
aumentati di quasi il 10%. Ora, nel maggio di quest’anno i paesi dell’area,
insieme a Cina, Giappone e Corea del Sud, hanno approvato un nuovo
meccanismo (denominato CMIM Rapid Financing Facility) per
offrire aiuto finanziario alle economie che si trovano ad affrontare difficoltà nella
loro bilancia dei pagamenti. Ma appare importante rilevare che, al
contrario di quanto accadeva in passato, il meccanismo non
farà riferimento al dollaro, ma allo yuan cinese e ad altre valute
regionali (Sartorelli, 2025).
Il BRICS Pay. Sta prendendo forma all’interno del
raggruppamento dei Brics, dopo molte esitazioni dell’India e della stessa Cina
e prima della creazione di una valuta vera e propria, l’idea dello sviluppo
di un sistema di pagamenti alternativo, denominato Brics Pay. Si tratta di
un modello digitale che consente ai vari paesi di regolare le
transazioni in valuta locale in modo diretto, riducendo la dipendenza dal
dollaro e dal sistema Swift. Il vertice dei Brics del
luglio scorso ha segnato la consacrazione politica del progetto (Corrado,
2025). L’obiettivo comune non è comunque, almeno per il momento, quello di
sostituire il dollaro, ma di costruire un sistema parallelo, più autonomo. Il
progetto va avanti sia pure lentamente e con cautela.
Kenya-Cina. Il Governo del Kenia, che
dieci anni fa aveva ricevuto dalla cinese Exim Bank un prestito di 5 miliardi
di dollari per la costruzione di una ferrovia, ha ora ottenuto di
convertire tale prestito in yuan, con l’obiettivo di risparmiare sugli
interessi e di puntare a una diversificazione monetaria rispetto
all’esposizione al dollaro. Operazioni di diversificazione di questo tipo sono
poi allo studio in diversi altri paesi africani (Magnani, 2025).
Rcep. Al momento del suo varo,
nell’ottobre del 2020, la Regional Cohomprensive Economic
Partnership (RCEP) aveva 15 paesi membri: i dieci paesi associati
nell’Asean, raggruppamento dei paesi del Sud-Est asiatico, cui abbiamo già
fatto cenno, più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda;
l’India aveva rifiutato a suo tempo di aderirvi (ma essa ha un invito
permanente a entrarvi quando vorrà) e lo stesso avevano fatto gli Stati Uniti. Si
tratta del più grande accordo di libero commercio del mondo e l’iniziativa ha
avuto successo nel tempo. Tale successo appare confermato dal fatto che
quattro nuove nazioni hanno ora chiesto di entrarvi (il Bangladesh, lo
Sri-Lanka, Hong Kong e il Cile). La pressione tariffaria e di altro genere di
Trump c’entra sicuramente. Certamente poi diversi altri paesi chiederanno nel
prossimo futuro di aderirvi. Si mettono così progressivamente in piedi delle
organizzazioni internazionali molto importanti che tendono a vedere la Cina
come attore principale ma non dominante e a non vedere invece al loro interno
la presenza degli Stati Uniti e dell’UE.
La rotta
dell’Artico. Si è aperta da qualche settimana ed è ora in pieno funzionamento una
connessione marittima tra la Cina e l’Europa attraverso l’Artico,
denominata China-Europe Artic Express; la rotta attraversa
in effetti l’Oceano Glaciale Artico invece dell’Oceano Indiano. Essa riduce
nella sostanza di circa la metà i tempi di percorrenza delle navi su tale rotta
(18 giorni invece di 25-28) e i costi di consegna delle merci rispetto alla
rotta tradizionale attraverso il canale di Suez. Una nave ha già completato con
successo nell’ottobre del 2025 il primo viaggio, dalla Cina a un porto inglese,
in 20 giorni. La rotta è attualmente navigabile solo per alcuni mesi all’anno,
ma si prevede che con i processi di riscaldamento globale in atto e con il
miglioramento delle tecniche costruttive delle navi essa lo sarà sempre più
(Casari, 2025). Dal punto di vista tecnico essa si appoggia, tra l’altro,
sull’esistenza di 43 rompighiaccio di proprietà della Russia, mentre gli Stati
Uniti, che ne posseggono pochissimi, si stanno ora preoccupando di
commissionarne una decina ai cantieri finlandesi. La nuova iniziativa
contribuirà nel lungo termine alla possibile perdita di centralità del
canale di Suez e dei porti mediterranei a favore dell’estremo Nord,
consolidando tra l’altro l’asse geopolitico tra Mosca e Pechino.
Incidentalmente, questo fatto nuovo ricorda alla lontana un’altra perdita di
centralità nella storia del Mediterraneo e dell’Italia in particolare
quando, dopo la scoperta dell’America, i traffici si diressero verso le
nuove rotte atlantiche e si ridusse molto fortemente l’importanza dei
paesi che si affacciavano sul mare nostrum, sino ad allora e da
molto tempo al centro dell’economia europea. Con la nuova rotta
perderanno molto peso gli Stati Uniti, che sino ad oggi controllavano le
rotte marittime ed in particolare gli stretti attraverso i quali passa la gran
parte del commercio mondiale (Casari, 2025). Ma intanto il primo armatore
marittimo al mondo, la Msc, i cui traffici vengono certamente minacciati dalla
novità, emette dei comunicati in cui si preoccupa delle conseguenze ecologiche
della nuova rotta… (Redazione Shipping Italy, 2025). Ma in realtà, con la nuova
rotta il livello di emissioni inquinanti, almeno secondo alcune valutazioni, si
ridurrebbe del 30%.
Il mondo
alla rovescia. Molti
ricordano un libro di Arghiri Emmanuel, Lo scambio ineguale,
pubblicato in Italia nel 1972, che analizzava il rapporto squilibrato che si
registrava negli scambi tra il Nord ed il Sud del mondo, tutto a favore dei
primi. Si registrava così un trasferimento di profitti continuo verso questi
ultimi. Negli ultimi tempi si registrano degli episodi che tendono a ribaltare
la situazione. Già nel 2022 un gruppo di ricercatori francesi analizzava il
paradosso di un’Europa diventata una colonia agricola (Allaire ed altri, 2022).
La Commissione di Bruxelles, attraverso la politica agricola comune,
secondo gli autori della ricerca, sovvenziona una grande produzione di
cereali e di oleaginose destinate per la gran parte all’alimentazione animale.
Per produrli si utilizzano degli input provenienti in modo
signidicativo da paesi extraeuropei; la gran parte delle aziende agricole
è poi meccanizzata e occupa pochi addetti, mentre le produzioni sono a debole
valore aggiunto. Una gran parte delle stesse viene esportata verso paesi come
la Cina, mentre l’Europa acquista dal paese asiatico invece produzioni
industriali ad elevato valore aggiunto. Così per la prima volta
l’Europa mantiene in piedi uno scambio ineguale a lei sfavorevole. Il mondo
gira… È passato poi sotto silenzio un secondo fatto: per avviare in
maniera adeguata la sua nuova fabbrica di auto elettriche negli Stati Uniti,
Elon Musk è stato obbligato qualche tempo fa a far venire un certo numero di
tecnici specializzati dalla Cina. I locali non erano del tutto in grado di
farlo. E veniamo a tempi più recenti. I media ci informano che la cinese Catl,
in joint venture con
Stellantis, sta avviando la costruzione in Spagna di una grande fabbrica di
batterie con un investimento stimato in più di 4 miliardi di euro. Ora, per
gestire l’iniziativa, Catl invierà nel paese europeo circa 2000 lavoratori cinesi;
la notizia sottolinea i grandi gap nelle capacità tecniche e nel know-how dell’Europa
nelle batterie per i veicoli elettrici rispetto alla stessa Cina (Jopson ed
altri, 2025). Anche nel caso di un impianto similare, ma di più modeste
dimensioni, costruito sempre da Catl, questa volta in Germania, si è verificato
lo stesso fatto, come del resto è previsto anche per la costruzione di una più
grande fabbrica in Ungheria.
Il patto tra
Arabia Saudita e Pakistan. La notizia ha apparentemente colto di sorpresa molti. In
settembre il Pakistan e l’Arabia Saudita hanno firmato un patto di mutua
difesa, peraltro dai contorni relativamente vaghi, o comunque non divulgati.
Da notare che il Pakistan possiede la bomba nucleare e che quindi si è pensato
che il patto comprenda il sostegno atomico dello stesso Pakistan alla
controparte. Diversi osservatori mettono in relazione la conclusione del
patto con le invasive e allarmanti iniziative belliche di Israele e
all’imprevedibilità di quelle di Trump e al suo sostegno apparentemente senza
condizioni alla stessa Israele. L’iniziativa sembra così segnare per qualche
verso un raffreddamento degli stretti rapporti dell’Arabia Saudita con
gli Stati Uniti – o almeno un avvertimento agli stessi da parte del
paese arabo, sul fatto che il paese ha altri amici nel mondo (Srivastava,
Jilani, 2025) – e un silenzioso avvicinamento alla Cina, stretto alleato dello
stesso Pakistan. È difficile dire se la firma del patto segna la fine
dell’egemonia statunitense nel Medio Oriente, come suggeriscono alcuni
commentatori. In difficoltà sembra comunque ora trovarsi l’India, sino a ieri
in rapporti cordiali con l’Arabia Saudita e acerrima nemica del Pakistan. Per
altro verso l’Arabia Saudita sta negoziando un nuovo patto militare con gli stessi
Stati Uniti. Va peraltro segnalato che il Pakistan sta migliorando i suoi
rapporti con gli Usa, cui sta, tra l’altro, offrendo la possibilità di
costruire una grande base portuale sul mare Arabico; l’area si trova a 100
miglia dal confine con l’Iran e a 70 dal grande porto di Gwadar gestito dai
cinesi. Il Pakistan offre poi agli Stati Uniti, oltre al sostegno al
suo piano per Gaza, anche l’accesso a minerali critici presenti nel suo suolo.
Questo sembra indicare una certa ambiguità presente complessivamente nella
partita.
Conclusioni. I casi ricordati sembrano segnare,
non senza qualche ambiguità e incertezza, una tendenza alla costruzione
nel mondo di rapporti interstatali e di infrastrutture che prescindono dagli
Stati Uniti e dall’UE e anzi si configurano come un’alternativa al
vecchio potere egemone in atto sino a ieri. Di particolare rilievo appaiono i
tentativi di dedollarizzazione, di cui abbiamo indicato alcuni esempi. Tale
tipo di iniziative che prescindono dall’Occidente tendono apparentemente a moltiplicarsi
nell’ultimo periodo.
Testi citati
nell’articolo
– Allaire G.
e altri, Pourquoi l’Europe est une colonie agricole, Le
Monde, 9-10 gennaio 2022
– Casari F., Russia, Cina e la rotta dell’Artico, www.altrenotizie.org,
21 settembre 2025
– Corrado D., BRICS Pay: la nuova infrastruttura finanziaria del mondo
multipolare?, ISPI, Roma, 15 luglio 2025
– Jopson B. e altri, China sends 2.000 workers to build battery
power in Europe, www.ft.com, 27 settembre 2025
– Ionova A., Brazil has a new digital spending habit. Now it’s a Trump
target, www.nytimes, 29 settembre 2025
– Magnani
A., Africa, così la conversione dollaro-yuan può offrire sollievo al
debito estero, Il Sole 24 Ore, 11 ottobre 2025
– Redazione Shipping Italy, Msc in contrasto con la Cina; no ai
passaggi per la rotta artica, Newsletter Shipping Italy, 30
settembre 2025
– Sartorelli G., L’Asean si prepara a “un futuro commerciale che non
dipenderà dagli Stati Uniti”, www.contropiano.com, 2 ottobre 2025
– Srivastava M., Jilani H., Petrodollars and the “Islamic bomb”:
how a Saudi Paskistan pact was forged, www.ft.com., 19
settembre 2025
giovedì 16 ottobre 2025
Molto interessanti considerazioni sullo stato del mondo nei ragionamenti di Jacques Baud e Giacomo Gabellini
venerdì 5 settembre 2025
Le menzogne dell’impero non finiscono mai - Alberto Bradanini
Le menzogne fabbricate a tavolino dagli agenti della Cia e fatte digerire dai governi sottomessi, come quello australiano in questo caso, sono come i rotoli di carta igienica, non finiscono mai.
La comunità internazionale non conoscerà mai la pace se il pianeta (ma il
compito spetta soprattutto al popolo statunitense, anch’esso oppresso e
vilipeso come tutti) non riuscirà a liberarsi di quel tumore metastatizzato
rappresentato dalle 17 agenzie americane d’intelligence[1], così chiamate,
sebbene si tratti di organizzazioni di stampo mafioso che
operano nell’ombra con l’incarico di organizzare omicidi, massacri, rivolte e
conflitti armati, a beneficio dell’impero egemone, nei quattro angoli del
mondo.
Tra i tanti misfatti e menzogne che la cronaca funesta ci rimbalza ogni
giorno (i crimini più riprovevoli commessi da lorsignori restano sepolti per
sempre, a tutela delle nefandezze di quella meraviglia di democrazia chiamata
Stati Uniti d’America!) la penna coraggiosa dell’australiana Caitlin Johnstone[2] ci segnala oggi
le accuse che il governo del suo paese, guidato dal laburista Anthony Albanese,
ha mosso al governo iraniano, vale a dire aver orchestrato due attacchi
antisemiti al fine di minare la coesione sociale in Australia
e seminarvi la discordia: il 10 ottobre e 6 dicembre 2024, infatti, due
incendi dolosi avevano danneggiato la sinagoga Adass Israel e la Lewis
Continental Kitchen (senza provocare né morti, né feriti).
Per tale ragione, Canberra ha dichiarato l’ambasciatore
iraniano persona non grata e inserito il Corpo Iraniano dei
Guardiani della Rivoluzione (CIGR) tra i gruppi terroristici. Albanese ha
affermato che l’Iran avrebbe fatto uso di una complessa rete di agenti
locali, secondo l’agenzia d’intelligence ASIO[3], nota per la sua
elevata attendibilità (ci mancherebbe altro!), simile a quella di alto
contenuto morale del criminale B. Netanyahu, quando si dilunga sulle meraviglie
che il suo esercito di squilibrati riserva agli abitanti di Gaza.
Come di consueto nei paesi della galassia coloniale americana (Europa,
propaggini asiatiche, Giappone e Corea del Sud, e anglosfera, tra
cui il paese in questione) a sostegno di tali insinuazioni non è stato fornito
nemmeno uno straccio di prova, forse nella presunzione che dopo l’upgrading di
credibilità raggiunto dalle agenzie di intelligence del cosiddetto mondo
libero con l’invasione dell’Iraq, la richiesta di produrre evidenze a
sostegno di accuse infamanti deve considerarsi un insulto alla reputazione di
cotante angeliche confraternite.
La stampa di Murdoch afferma che si tratta di una rivelazione bomba,
in sostanza di un fatto accertato, mentre l’emittente pubblica ABC
dichiara (tale Laura Tingle) che gli attacchi antisemiti iraniani mostrano che
i tentacoli dell’IRGC hanno raggiunto persino l’Australia[4]. Ora, qualsiasi
studente di scuola media inferiore capisce che chiamare rivelazione una
mera affermazione costituisce un affronto alla logica oltre
che un atto di corruzione morale, specie quando si ha a che fare con media,
governi e politica internazionale. Di tutta evidenza, la pratica di digerire i
rospi delle menzogne fabbricate da individui abbietti inibisce ogni capacità
reattiva di popolazioni in via di decadimento cerebrale e di allontanamento da
ogni residuo di resipiscenza morale.
Il governo israeliano – sembra incredibile ma si tratta proprio del governo
israeliano, lo stesso che ha massacrato oltre 60.000 palestinesi (il numero
reale è invero superiore a 150.000!), che ha provocato la morte per fame di
migliaia di donne e bambini, i cui cecchini ogni giorno uccidono a Gaza
giornalisti, medici e paramedici, operatori sociali e altri colpevoli sono di
essere in vita, lo stesso governo guidato da criminali ricercati dalla
giustizia internazionale – sì proprio quel governo lì rivendica ora il merito
di aver convinto Antony Albanese ad adottare le menzionate decisioni. B.
Netanyahu in persona, con il suo sguardo nobilmente luciferino,
aveva espresso nei giorni scorsi le sue rimostranze per l’inazione (fino a
ieri) del governo di Canberra davanti ai crimini commessi
dall’ambasciatore iraniano. Che svergognato!
Le domande che Caitlin Johnstone pone pubblicamente al figlio di un
cittadino di Barletta (il padre di Albanese veniva da lì) sono le seguenti:
dove sono le prove, perché non ci mostra le prove di quanto afferma? Quali sono
i benefici che l’Iran raccoglierebbe organizzando attacchi contro la comunità
ebraica d’Australia o minando la coesione sociale e seminare discordia
in Australia (sic!)? Egregio Antony Albanese, potrebbe illustrarci,
per gentile concessione al principio di logica, in quale misteriosa maniera i
presunti atti antisemiti da parte di Teheran farebbero avanzare gli interessi
iraniani più di quelli di qualche altro stato, quale ad esempio Israele (un
nome che viene in mente così, un po’ a caso)? Sarebbe inoltre pregevole
conoscere, se del caso, quali agenzie d’intelligence straniere
abbiano prestato sostegno all’ASIO nel raccogliere le informazioni che
proverebbero il coinvolgimento iraniano in questi eventi (a noi ne vengono in
mente due, Cia e Mossad, ma qualcuno potrebbe aggiungervi l’Mi6. Infine, signor
Primo Ministro, sarebbe mai possibile acquisire i nomi delle persone facenti
parte della complessa rete di proxy che avrebbe portato a
termine i due attacchi e che secondo l’ASIO sarebbero riconducibili a Teheran?
Di tutta evidenza, a queste domande nessun A. Albanese avrà il coraggio di
rispondere con serietà. Non è un caso che a presentare le cosiddette prove
contro il governo iraniano siano stati i servizi d’intelligence, che non sono
tenuti a produrre alcuna prova, invece che la polizia o qualche giornalista investigativo
(quest’ultima categoria, invero, in via di estinzione) che sarebbero tenuti a
parlare con cognizione di causa.
Secondo alcuni, l’espulsione dell’ambasciatore iraniano avrebbe a che fare
con le pressioni di Benjamin Netanyahu per far luce su tali incidenti antisemiti,
o magari con la necessità di bilanciare la rabbia del popolo australiano contro
le atrocità israeliane a Gaza, ma tale ipotesi non verrà di certo in mente al
Primo Ministro in questione. Resta incomprensibile che mentre il capo della
diplomazia iraniana a Canberra viene accusato senza prove di essere
responsabile di due episodi dove non v’è stata alcuna vittima (nemmeno un
graffio), si lasci però al suo posto l’ambasciatore di un governo il cui
esercito di psicopatici sta portando a termine lo sterminio dei palestinesi,
per di più davanti al mondo intero, crimini le cui evidenze riempiono ormai le
sale dei tribunali della Via Lattea.
Egr. Antony Albanese, per rinfrescarsi la memoria, le suggerirei di passare
in rassegna quel che succede ancora oggi in Palestina, Libano, Siria, l’attacco
militare di Israele all’Iran (che ha fatto strame della Carta delle nazioni
Unite), gli omicidi mirati di scienziati, di vertici militari, l’attacco
all’ambasciata iraniana a Damasco (aprile 2024), le falsificazioni e omissioni
della tragedia palestinese – che continuano da 80 anni! -, così plateali ché
prenderli in considerazione anche solo per smentirli ci farebbe passare per
deficienti. Il governo australiano, come del resto quelli delle colonie europee
su altri fronti, deve essere convinto dell’idiozia congenita della maggioranza
degli abitanti del suo paese, o di qualche particolare malattia mentale,
disabilità intellettiva o alterazione di coscienza chimicamente indotta.
In conclusione, secondo la Macchina della Verità gli
iraniani avrebbero orchestrato questi attacchi antisemiti contro i
propri interessi per fare un favore a Israele, così come in Ucraina
– mutatis mutandis – i russi avrebbero bombardato le centrali
nucleari che controllano, fatto saltare in aria il gasdotto del Baltico di cui
sono co-proprietari, sacrificato milioni di soldati al fronte, perso la guerra
o quasi, mentre la loro economia starebbe andando in pezzi.
Ogniqualvolta il potere presenta affermazioni incendiarie prive di riscontro
– e oggi ciò avviene più che mai, poiché il distacco dal popolo è ormai
palpabile – occorre attenersi alla massima latina: quod gratis
asseritur, gratis negatur, vale a dire ciò che è affermato
senza prove deve essere respinto senza prove. Punto.
La corrotta oligarchia che ci domina sta perdendo pezzi, milioni di
cittadini si stanno svegliando e non credono più a quanto sentono o leggono, ma
cercano altrove la strada verso la verità, ciascuno come può, a tentoni o con
chiarezza d’intenti.
Per finire, dunque, signori maggiordomi, sì proprio voi che indossate la
livrea dei giorni di festa come una seconda pelle per meglio servire coloro che
vi riempiono di denari, onori e carriere, fate ben attenzione. Quando
l’oppressione sociale e il dispregio dell’etica della convivenza supera la
soglia critica, anche un popolo assonnato trova il coraggio di reagire, in
Australia, in Europa e ovunque. Sappiamo anche che non siete sprovveduti e
tenete sguainate le spade. Anche noi, tuttavia, abbiamo lo sguardo fiero e gli
occhi aperti.
[1] 1. Office of the
Director of National Intelligence; 2. Central Intelligence Agency, Cia; 3.
National Security Agency, Nsa; 4. Defense Intelligence Agency, Dia; 5. Federal
Bureau of Investigation, Fbi; 6. Department of State – Bureau of Intelligence
and Research; 7. Department of Homeland Security – Office of Intelligence and
Analysis; 8. Drug Enforcement Administration – Office of National Security
Intelligence; 9. Department of the Treasury – Office of Intelligence and
Analysis; 10. Department of Energy – Office of Intelligence and
Counterintelligence; 11. National Geospatial-Intelligence Agency; 12. National
Reconnaissance Office; 13. Air Force Intelligence, Surveillance and
Reconnaissance; 14. Army Military Intelligence; 15. Office of Naval
Intelligence; 16. Marine Corps Intelligence; 17. Coast Guard Intelligence;
[2] https://www.youtube.com/watch?v=rxmRqZh90sU
[3] Australian
Security Intelligence Organization
[4] https://www.abc.net.au/news/2025-08-26/iran-antisemitic-attacks-asio-intelligence-anthony-albanese/105698844?utm_source=substack&utm_medium=email
venerdì 29 agosto 2025
giovedì 28 agosto 2025
L’Impero presenta il conto: e l’Europa paga - Marco Pondrelli
L’Europa come Colonia: l’accordo USA-UE e il fallimento della nostra classe dirigente
L’accordo,
che al momento non è tale in quanto ancora in attesa dell’approvazione da parte
dei governi europei, tra Stati Uniti e Unione Europea ha avuto almeno un
merito: quello di compattare, per una volta, l’intero arco politico italiano in
un giudizio fortemente negativo. Ursula von der Leyen, ricevuta dopo una
partita di golf come fosse una lobbista qualsiasi, ha mostrato tutti i limiti
di una leadership che da tempo appare più subordinata che sovrana.
Le goffe
precisazioni della Commissione Europea non bastano a cambiare la sostanza:
l’accordo con Washington con ogni probabilità sarà ratificato, infliggendo un
colpo durissimo all’industria e all’autonomia economica del nostro continente.
La sintesi
più efficace di questo patto coloniale l’ha offerta Stefano Fassina su il
Fatto Quotidiano del 29 luglio: dazi generalizzati al 15%, che,
tenendo conto della svalutazione del dollaro, arrivano a un impatto reale del
30% (con punte del 65% su acciaio e alluminio fuori quota); una spesa annuale
aggiuntiva di 250 miliardi per acquistare gas naturale liquefatto statunitense
a prezzi ben più alti di quelli Gazprom; 600 miliardi di nuovi investimenti
europei negli USA; 300 miliardi l’anno in armamenti made in USA come deciso al
recente vertice NATO; obbligo di acquisto di chip per l’intelligenza
artificiale da fornitori statunitensi; disapplicazione di fatto del Digital
Market Act e del Digital Services Act, rinuncia alla digital tax, ed esclusione
delle Big Tech USA dalla minimum global tax del G7.
La
Commissione si è affrettata ad assicurare che, nonostante l’impegno triennale
nell’acquisto del gas (per un totale di 750 miliardi), il Green Deal rimane
“intatto”. Una rassicurazione che suona come un’ammissione di alienazione dalla
realtà.
Un’economia
già sbilanciata verso Washington
Già oggi,
sul piano macroeconomico, l’Unione Europea pur vantando un surplus commerciale
nei beni, importa servizi ad alto valore aggiunto e continua a esportare
capitali verso gli Stati Uniti. Se nel secondo dopoguerra l’Impero fu
abbastanza magnanimo da consentire lo sviluppo di una sua colonia
industrializzata, oggi — di fronte a una crisi sistemica interna — quella
colonia è chiamata a pagare il conto.
In questo
contesto, è grottesco assistere alle dichiarazioni di un’opposizione
parlamentare — a partire dal Partito Democratico — che non ha mai realmente
messo in discussione l’asse atlantico, votando per ben due volte la fiducia a
von der Leyen e opponendosi anche recentemente alla mozione di sfiducia.
I media, che
solo pochi giorni fa bollavano come “putiniana” ogni critica alla Presidente
della Commissione, oggi la attaccano ferocemente. Che stia diventando putiniano
anche chi la critica ora? L’ironia si spreca, ma il danno resta.
Il conto
salato della subalternità strategica
Il vero
problema, però, non è (solo) von der Leyen. Il punto è un’intera
architettura politico-economica che ha reso l’Europa subordinata agli interessi
di Washington. Gli Stati Uniti — e non soltanto l’ala trumpiana — intendono
rilanciare la propria manifattura e sostenere il proprio debito pubblico
scaricando i costi sulla Ue.
Come ha
scritto Stefano Manzocchi su Il Sole 24 Ore (29 luglio):
“La politica
di mera potenza che si sta imponendo come unica bussola delle relazioni
internazionali comporta che le debolezze strutturali dell’Europa siano esposte
a fronte dei piani elaborati dalle leadership degli ‘imperi’ globali”.
Le
alternative ci sono. Serve coraggio politico
Eppure,
un’altra strada è possibile. Ecco alcune scelte concrete:
- Tornare a comprare gas russo:
Riaprire un dialogo di partenariato con Mosca, lavorare per la fine del
conflitto in Ucraina e porre fine all’assurdo auto-sabotaggio energetico.
Slegarsi dalla Russia ci ha solo legati mani e piedi agli USA, con costi
quadruplicati e competitività industriale in picchiata.
- Aprirsi ai mercati asiatici, a
partire dalla Cina: L’Italia è uscita in fretta e furia dalla Via della
Seta, per poi tornare a Pechino col cappello in mano. In Cina esiste una
classe media tra i 400 e i 600 milioni di persone, più dell’intera
popolazione europea. Le nostre imprese hanno ancora voglia di vendere
prodotti o solo di piangere sui mercati perduti?
- Rilanciare i consumi interni:
Questo significa alzare salari e stipendi. Serve un’inversione radicale
rispetto alle politiche degli ultimi 30 anni: basta con privatizzazioni,
tagli al welfare, liberalizzazioni selvagge, compressione dei redditi da
lavoro. Serve un piano per redistribuire ricchezza e ridare dignità al
lavoro.
Un progetto
di lungo periodo. Come quello degli Stati Uniti.
Il rilancio
della manifattura americana non è un episodio estemporaneo: è un progetto
strutturale. Anche l’Europa e l’Italia possono dotarsi di una strategia a lungo
termine, ma serve un cambiamento radicale. Oggi i leader europei sembrano più
simili a funzionari imperiali, pronti a svendere le loro nazioni pur di
conservare potere e posizioni.
Ma proprio
perché il panorama appare così desolante, è più che mai necessario pensare
l’impensabile, dire l’indicibile e costruire ciò che ancora non esiste. L’Europa
ha bisogno di tornare a pensare se stessa come un soggetto politico autonomo,
dall’Atlantico agli Urali, capace di agire non in funzione degli interessi
altrui. Non ci si può limitare ad accusare singoli leader o partiti — per
quanto colpevoli — se non si mette radicalmente in discussione l’impianto
stesso che ha reso l’Europa un’appendice dell’Impero.
Per questo
serve un progetto politico di lungo periodo, una visione che sappia unire
consapevolezza geopolitica, giustizia sociale ed emancipazione economica. Non
bastano i lamenti né le nostalgie: serve organizzare il dissenso, canalizzare
la rabbia, dare voce e struttura a chi oggi si sente tradito, ignorato,
marginalizzato.
Abbiamo
ancora tempo per cambiare rotta. Ma il tempo stringe. E l’illusione che il
sistema possa autoriformarsi sta crollando insieme alle sue contraddizioni. Il
nostro compito, oggi, è duplice: denunciare con lucidità, ma anche immaginare
con coraggio. L’alternativa esiste, anche se oggi è minoritaria e dispersa.
Tocca a noi unirla, darle voce, costruirla.
Perché
l’Europa non è destinata alla subalternità. Lo è solo se sceglie di esserlo.
lunedì 18 agosto 2025
martedì 12 agosto 2025
Gli ultimi del mondo e gli dèi del caos - Alberto Bradanini
1. Solo gli esseri umani sanno essere disumani. Quelli che nel creato qualifichiamo
come animali si comportano in modo decisamente più umano.
La mesta realtà che ci circonda riflette le prodezze di figure politiche dozzinali ed evanescenti,
giornalisti reclutati tanto al chilo, accademici/esperti che
misurano le parole per il loro rimbalzo su carriera e immagine,
pubblici funzionari eviscerati al servizio funzionale di
chi sta in alto. Tutti costoro hanno divelto dalle loro arterie ogni traccia
di empatia nei riguardi dei loro simili. Ogni istante, uomini,
donne e bambini palestinesi vengono massacrati dallo stato sion-nazista di
Israele, senza alcuna ragione che non sia riconducibile a malvagità, odio,
delirio di potenza, saccheggio e furto di terre. Eppure, coloro che dispongono
di poteri o pubbliche tribune tremano all’idea di gridare l’evidenza. Devono
obbedire al dominus atlantico, guardiano della finanza privata,
dei produttori di armi o dei potenti ricattati per crimini dicibili o
indicibili (pedofilia/Epstein, evasione fiscale, corruzione, depravazione
senile …).
La realtà è invero plateale: Israele è uno stato terrorista, impunito e
impunibile perché come le iene nella giungla dispone dell’astuzia e della
forza, guidato da un governo che bombarda tutto ciò che si muove entro un
raggio di 500 km dalla sua capitale (Tel Aviv, per il diritto internazionale,
non Gerusalemme!), sicuro di farla franca perché protetto dai loro complici
(gli amerikani sfrontati davanti alla storia e alla coscienza
del mondo), violando la Carta delle Nazioni Unite, uccidendo civili come
mosche, demolendo edifici pubblici dove capita (Teheran, Beirut, Gaza e
ierlaltro 16 luglio 2025 a Damasco!) in una lista di nefandezze lunga fino al
pianeta Marte, tutto e sempre per legittima difesa, che vergogna!
Codardi quali sono, i titolari delle nostre istituzioni –
sulla carta guardiani della Costituzione più bella del mondo,
quella umiliata ogni istante dalla incomprensibile cobelligeranza sul
fronte ucro-nazista, della guerra predatoria Usa contro la Russia e del
sostegno al sionismo espansionista, ladro di territori altrui - sostenuti dai
maggiordomi mediatici-accademici-esperti, temono di essere puniti dal cerchio
magico sionista che ha penetrato persino le sfere di un
sistema-paese inconsistente come l’Italia. Per costoro non
certo i valori, ma carriere e denari danno senso all’esistenza. Come affermava
il geniale Groucho Marx: questi sono i miei principi, e se non vi vanno
a genio … beh, allora ne ho degli altri! Sintesi bipartisan delle
fanfare mediocri e deculturate che si contendono periodicamente quel piatto di
lenticchie che chiamano governo, all’insegna delle note caratteristiche: obbedienza
(alle istruzioni extra-nazionali), paura, opportunismo e interessi
personali, che vergogna!
Se i più restano in silenzio o si sottomettono con dignitosa puntualizzazione alla
liturgia genocidaria di Israele, altri, i più nocivi, si arrampicano impudentemente
sulle pareti lisce di un ragionare indifendibile, ingarbugliando ragioni
e contro-ragioni - come l’avvocato dei Promessi Sposi abile a tirar fuori dai
guai le persone disoneste -, negando che il sole sorge a Oriente e che nessun 7
ottobre 2023 giustifica l’omicidio volontario di esseri umani in fila per un
tozzo di pane o l’esecuzione di un bimbo da parte di un cecchino
tossicodipendente, che vergogna!
I responsabili delle sofferenze causate al popolo palestinese sono il
governo e l’esercito israeliani, i loro servi/padroni americani (Cia, Nsa etc.
e sicari reclutati all’occorrenza, tumore metastatizzato del sistema),
britannici (governo e Mi6) e last but not least i compagni
di merende euro-continentali, tutti orgogliosi di sostenere l’unica democrazia del
Medioriente, terminologia di genesi orwelliana ripetuta
sino alla noia, senza che ciò provochi irrefrenabili conati di vomito.
Alla luce di ciò, e di tanto altro, deve dedursi che i responsabili
diretti, complici o megafoni di sostegno, vicini o lontani, visibili o
nascosti, nessuno di loro ha titolo per qualificarsi appartenenti alla specie
umana.
L’indignazione contro le turpitudini commesse dai criminali di turno,
ammoniva Mao Zedong, non deve essere postuma (in poltrona, ad
es., o quella degli storici del futuro), ma attuale, nella misura
consentita dalle circostanze e con le forze di cui disponiamo! Se i nostri
simili rimasti umani non dispongono di risorse per
rimuovere lorsignori dai suntuosi palazzi dove espletano le
loro avvilenti funzioni, essi possono tuttavia invocare l’imperativo
categorico dell’umanità affinché tali responsabili siano degradati da
membri della razza umana a tumefazioni neoplastiche di uno
stadio primitivo dell’evoluzione della specie.
La qualificazione di regime nazista attribuita al governo di Tel Aviv non
deve ritenersi esagerata poiché - come affermano le migliori voci del pensiero
critico americano, tra tutti Norman Finkelstein[1] (uno straordinario fustigatore ebreo
del degrado etico di Israele) e John Mearsheimer[2] (principale esponente liberal della
scuola realista) – la condotta dello Stato Ebraico ha ormai superato ogni
livello d’immaginabile disumanità. La sua classe dirigente, tranne
qualche pregevole minoranza, vive in una patologia di superiorità e
onnipotenza, imbrigliata in un messianesimo che giudica inferiore ogni altra
razza e religione, e tale convincimento basta da solo a considerarla vittima
abominevole di serie turbe mentali. Quanto all’immancabile accusa di
antisemitismo, ormai solo i pinguini dell’Antartide reputano che abbia qualche
minima consistenza: noi umani abbiamo ben impresse nella
memoria le indicibili sofferenze degli ebrei per mano dei nazisti tedeschi. E
dunque per favore!
Nelle pseudo-democrazie occidentali – repetita
iuvant - ricatti, denari e carriere a favore della servitù padronale
possono svelare la pervasività di una Macchina della Menzogna – insieme a una
dimensione sociologica dove dominano cinismo etico, mercificazione e nichilismo
- che impedisce alla coscienza popolare di inorridire davanti a tali massacri.
La litania che “Israele ha diritto di difendersi” e “le
bombe colpiscono i terroristi di Hamas” provoca rigurgiti viscerali
persino in Alaska. Ai governi post-democratici importa ben
poco delle opinioni dei cittadini, le elezioni sono lontane e il loro esito
cambia solo l’orchestra, non certo la musica. Il cambio di poltrone non si
gioca poi sulla dimensione umana o alla distribuzione della
ricchezza dell’azione di governo. Eppure, le signorie loro farebbero bene a
tenere alta la guardia. Il popolo resta inquieto per definizione. Prima o poi
alzerà la voce.
2. Ora, in ogni epoca non mancano esseri umani integri e coraggiosi.
Ne è oggi fulgido esempio Francesca Albanese (Relatrice
Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati), che nella
sua perigliosa attività ha posto intelligenza ed empatia al servizio dell’etica
umana, a rischio della sua incolumità.
Come sappiamo, sua maestà imperiale, la patetica democrazia
americana, ha revocato le sanzioni ai terroristi di al-Nusra e HTS (Hayat
tahrir al-Sham), divenuti d’amblée angeli benefattori, dopo
aver dismesso la pratica di tagliar gole a cristiani e islamici eretici, per
mettersi al servizio (precario, beninteso) degli israeliani massacratori
e ladri di terre, americani/padroni del mondo e turchi/parolai
finti protettori di palestinesi e incalliti odiatori di curdi. Allo
stesso tempo, in perfetta coerenza psicotica, la medesima maestà non
ha vergogna di sanzionare un funzionario che osa mostrare alla platea delle
Nazioni Unite quelle evidenze che anche i roditori – e non solo l’inquilino
provvisorio della Cara Bianca – fanno fatica a negare a loro stessi quando,
prima di coricarsi, passano in rassegna gli accadimenti del giorno.
In uno scenario drammatico - dove il 51º stato degli Stati Uniti
d’America, Israele, in diciotto mesi di bombardamenti (qui non è in atto un
conflitto aperto, ma uno sterminio a sangue freddo) ha ucciso almeno 300.000
persone e mutilato 4-500.000 uomini, donne e bambini (questi i numeri veri, non
quelli pur giganteschi diffusi dal mainstream) - un individuo il
cui contenuto d’umanità sfiora drammaticamente lo zero, tale Marco Rubio, ha
affermato quanto segue: “La campagna di guerra politica ed economica di
Francesca Albanese contro gli Stati Uniti e Israele non sarà più tollerata. Né
gli Stati Uniti né Israele sono parte della Corte Penale Internazionale (CPI),
il che rende la sua azione una grave violazione della sovranità di entrambi i
Paesi[3]". A siffatta insigne personalità - che con tale sentenza assurge ai
vertici della giurisprudenza internazionale (è noto che la spregevole condotta
dell’esercito israeliano è sottoposta al vaglio della CPI, in quanto la
Palestina ne è parte e i territori occupati cadono dunque sotto la sua
giurisdizione) - la più grande democrazia del pianeta (sollecitiamo
l’indulgenza del lettore se tale qualifica fa venire il voltastomaco), ma
soprattutto la più armata e minacciosa del pianeta, ha affidato il
duplice incarico di Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza
Nazionale. La delegittimazione di Marco Rubio nei riguardi di
una donna integra, valorosa e umana, costituisce la premessa di uno
scenario che – speriamo di aver torto – mette a repentaglio la stessa
incolumità di Francesca Albanese, alla luce dei crimini abominevoli ai quali
indulgono abitualmente agenti, spie e criminali vari al servizio dell’impero
americano, o di chi solo Dio sa.
Dal silenzio tombale dei governi europei, in specie quello italiano
trattandosi di una nostra cittadina, non traspare alcun imbarazzo. Di tutta
evidenza, nel bel paese là dove il sì suona indossare la divisa
del maggiordomo su istruzioni dell’alleato-padrone è divenuto un riflesso che
Ivan Pavlov avrebbe catalogato tra i suoi esperimenti meglio riusciti, che
pena!
3. Il profilo professionale di F. Albanese mette in mostra una delle rare
personalità italiane di cui possiamo andar fieri. Il 1º maggio 2022 viene
nominata Relatrice Speciale per i territori palestinesi occupati, secondo
funzionario italiano, dopo Giorgio Giacomelli, a ricoprire tale incarico.
Nel gennaio 2023 l’impegno instancabile di F. Albanese per
proteggere i diritti umani nei Territori palestinesi occupati (OPT) e
contro il regime di apartheid viene elogiato da 116 organizzazioni per
i diritti umani, organizzazioni della società civile, istituzioni accademiche e
altri gruppi. Il 26 aprile 2023, Amnesty International Italia pubblica
una lettera di sostegno, cui aderiscono decine di associazioni per i diritti
italiani, parlamentari, giuristi e accademici.
Nel luglio 2023, al Consiglio dei diritti umani, Albanese scrive che
Israele ha trasformato la Cisgiordania in una prigione a cielo aperto e
denuncia che dal 1967 oltre 800.000 palestinesi, tra cui migliaia di bambini,
sono stati arrestati con accuse pretestuose dalle autorità israeliane.
Nell’ottobre 2023, afferma che palestinesi e israeliani meritano una vita
di pace, uguaglianza, dignità e libertà, invitando la comunità internazionale a
imporre un cessate il fuoco immediato e proteggere i palestinesi dallo
sterminio, mentre le azioni di Hamas e delle truppe israeliane devono
essere vagliate alla luce del diritto internazionale, e non del pregiudizio
politico o della legge del più forte.
4. Albanese riceve regolarmente minacce di morte e subisce campagne
diffamatorie da Israele e alleati, mentre denuncia l’immobilismo e la
corruzione morale e politica dell’Occidente a guida Usa. L'attacco contro
Albanese preannuncia un mondo senza regole, nel quale i veri stati
canaglia, vale a dire Stati Uniti e Israele, possono commettere crimini
inenarrabili senza limitazioni: omicidi individuali o di massa, torture
psicologiche e fisiche, devastazioni, condizioni di vita disumane, distruzione
di ospedali, sfollamenti forzati, demolizione di case, bombardamenti, fame e
disperazione. Se a qualcuno non va a genio il termine genocidio, il
lessico consente altre penose terminologie.
Dylan Williams, vicepresidente del Center for International Policy,
ha definito le sanzioni statunitensi contro F. Albanese comportamenti
da stato delinquente, mentre per Agnes Callamard, segretaria generale di
Amnesty International, i governi del mondo e coloro che credono nel
diritto internazionale sono chiamati a bilanciare gli effetti delle sanzioni
Usa contro F. Albanese, proteggendone lavoro e indipendenza.
Per la portavoce delle N.U., Stephane Dujarri - cui si sono uniti Human
Rights Watch e il Center for costitutional rights – “le
sanzioni contro F. Albanese costituiscono un inaccettabile precedente contro
l’indipendenza di un funzionario internazionale; il rapporto da lei
presentato al Consiglio dei Diritti Umani può certo essere contestato da
qualsiasi paese, partecipando alle discussioni del Consiglio (le
Nazioni Unite, sono state ideate proprio per favorire dialogo e compromessi).
È tale pubblicità a inquietare Israele e Stati Uniti, per i quali non si
deve discutere in pubblico di crimini contro l’umanità, sterminio di popoli e
genocidio da parte di Israele. Tutto ciò deve proseguire in silenzio senza
disturbare la coscienza civile e umana degli esseri umani.
5. Albanese, oltre a denunciare i crimini di Israele, in un apposito rapporto[4] ha elencato aziende ed altre entità americane ed europee che da
questi traggono ingenti profitti, e ciò ha fatto traboccare il classico vaso:
tra queste Palantir Technologies Inc., Lockheed Martin, Alphabet Inc. (Google),
Amazon, International Business Machine Corporation (IBM), Caterpillar Inc.,
Microsoft Corporation e il Massachusetts Institute of Technology (MIT), e un
lungo elenco di banche e società finanziarie (tra cui l’immancabile BlackRock),
assicurazioni e organizzazioni cosiddette umanitarie.
L’accusa contro F. Albanese è infarcita del solito j’accuse, essere
antisemita: non se ne può più! Ormai anche le pietre dell’Antartide sanno
che semiti sono anche gli arabi e che nessuno prende di mira la religione o la
etnia ebraica, ma esclusivamente il governo sionista e genocidario presieduto
dal criminale B. Netanyahu e da ministri che qualificano i palestinesi
come animali. In verità, nella neolingua imperiale per
essere antisemita è sufficiente indignarsi per i massacri di Israele contro
popoli e paesi sovrani (Iran, Libano, Siria, Yemen …) o disapprovare gli Stati
Uniti che giustificano tali atrocità, sotto la pressione delle lobby
pro-Israele che con ricatti, minacce e corruzione pilotano le carriere di congressmen,
senatori e aspiranti alla Casa Bianca. Tutto qui, brutalmente.
In aggiunta, se ce ne fosse bisogno, il sociopatico padrone dell’universo,
D. Trump, sanziona quattro dei giudici della Corte Penale Internazionale (che
nel 2024 aveva emesso mandati d’arresto per Netanyahu e Gallant) e firma un
ordine esecutivo contro paesi o individui che collaborano con la medesima
Corte, di cui gli Stati Uniti non sono nemmeno parte. Non v’è dubbio, la
civiltà etica e giuridica american-style è tornata all’età del
bronzo.
Le sanzioni consentono ora di congelare le proprietà che F. Albanese o
parenti forse possiede negli Stati Uniti (mi auguro non ne abbia alcuna),
impedendole persino di recarsi al quartier generale delle Nazioni Unite per le
quali presta la sua opera.
È appena il caso di rilevare che i critici di F. Albanese si guardano bene
dallo sfidare le prove da lei accumulate, ricorrendo a calunnie e diffamazioni,
simili a quelle usate contro i suoi predecessori - John Dugard (2001-2008),
Richard Falk (2008-2014) e Michael Lynk (2016-2022) - i quali hanno tutti
espresso pieno sostegno alla sua integerrima attività (F. Albanese è oggetto di
attacchi diffamatori personali!).
Rubio sostiene che il rinnovo dell’incarico a F. Albanese (2025-2028) sia
illegale, una presa di posizione questa che costituisce una positiva sorpresa
per coloro fino a ieri convinti che gli Stati Uniti usassero lo Statuto delle
Nazioni Unite, insieme alle convenzioni internazionali, come sostituto della
carta igienica. Benvenuti nel mondo capovolto, dove la censura è presentata
come libertà di pensiero, dove le persone che denunciano crimini contro
l’umanità sono terroristi, dove coloro che li commettono sono liberatori, dove
i campi di concentramento sono zone umanitarie, dove Donald Trump merita il
premio Nobel per la pace, dove al-Julani è uno statista di spessore
internazionale, dove Israele è un esempio per il mondo libero e
dove F. Albanese è una pericolosa estremista.
Agli inverecondi, pretesi dominatori del pianeta terra (sempre più, per
nostra fortuna, solo dell’emisfero occidentale) non fanno difetto spietati
strumenti di repressione e falsificazione, costoro dovrebbero tuttavia tener a
mente – come rileva lo storico Wolfang Reinhard - che gli ultimi del
mondo hanno pur sempre dalla loro parte gli dèi del
caos!
NOTE:
[1] https://m.youtube.com/watch?v=vGz-RNiTYKg
[2] https://instagram.com/reel/DKMeAlgJrq6/),
[3] https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2025/07/sanctioning-lawfare-that-targets-u-s-and-israeli-persons
[4] https://comedonchisciotte.org/blackrock-vanguard-stati-e-multinazionali-dietro-il-genocidio-di-israele-a-gaza-latto-di-accusa-senza-appello-della-relatrice-speciale-onu-francesca-albanese/
domenica 10 agosto 2025
Variabili di potere e sovranità: le guerre per procura dell’Occidente - Elena Basile
Attualmente, ancora più che in passato, è essenziale, per condurre
un’analisi corretta delle dinamiche internazionali, comprendere la differenza
tra variabili indipendenti e non, che operano in un contesto complesso e
fortemente strutturato.
Nel corso delle primavere arabe, il malcontento popolare albergava nei
Paesi del Nord Africa da tempo, ma ha costituito un fattore in grado di
destabilizzare le società soltanto quando la politica neoconservatrice
statunitense ha deciso, con finanziamenti e organizzazione, di puntare sui
Fratelli Musulmani per una forma di dominio più solida rispetto ai dittatori
tradizionali.
La defenestrazione di Moubarak, l’elezione di Morsi — in seguito abbandonato
da Washington a vantaggio dell’odierno Presidente dell’Egitto, Al Sisi — è la
rappresentazione evidente della strategia ondivaga che ha sede a Washington.
Ugualmente, la guerra civile in Siria non sarebbe scoppiata, seminando
lutti e dolore nel popolo siriano per circa un decennio, se Obama, nel 2015,
non avesse deciso, con l’operazione Sycamore e d’accordo con i servizi segreti
sauditi, di utilizzare le fisiologiche proteste anti-Assad quale fattore di
destabilizzazione della società siriana.
Ricordo che all’epoca ero in Svezia e restavo allibita nell’osservare la
bella intellighenzia del Paese che aveva d’obbligo un libro in tasca contro il
pericolosissimo dittatore Assad. Sicuramente gli Assad, soprattutto il padre,
avevano commesso crimini e favorito il loro potere alaudita con la repressione.
Non diversamente da come molti dittatori, nostri alleati, hanno sempre fatto.
Oggi, come sappiamo, la politica occidentale sostiene Al Jolani, che ha
spodestato gli Assad e compie stragi di Alauditi con l’appoggio della
democratica Europa e di Washington.
Le rivoluzioni arancioni nel vicinato russo si sono basate sulle stesse
tattiche: il fisiologico malcontento diviene una variabile indipendente in
grado di far cadere i governi grazie a una manina invisibile esterna che lo
rafforza e lo struttura.
Bisogna chiedersi: quali Stati sono oggi in grado di avere una politica
estera sovrana? L’indipendenza si manifesta come capacità di scegliere la linea
politica consona ai propri interessi, pur tenendo in conto i condizionamenti
esterni. I BRICS sono un esempio concreto di sovranità e si sono uniti in un
gruppo ancora poco strutturato per difendere il perseguimento dei propri
obiettivi contro il ricatto e l’arbitrio statunitense.
Per questo motivo credo che l’India, sottoposta alla minaccia di dazi
americani al 50%, colpevole di importare gas russo a basso prezzo, vitale per
la propria economia, farà di tutto per resistere alle pressioni trumpiane.
L’Europa, da Maastricht in poi, è stata costruita come un’appendice del
capitalismo finanziario di Washington e non può portare avanti una politica
estera ed economica consona ai propri interessi. La guerra per procura contro
la Russia, condotta da Ucraina e UE per gli interessi statunitensi, è l’esempio
emblematico di rinuncia all’esercizio della sovranità.
Anche un dottorando in politica internazionale, in grado di ragionare con
la propria testa, comprenderebbe che gli interessi europei sono individuabili
nella cooperazione con Mosca, nell’importazione di gas russo a basso prezzo —
essenziale al nostro sviluppo economico e industriale — e nella stabilità
dell’area geopolitica grazie alla neutralità ucraina.
La classe dirigente europea, legata allo Stato profondo statunitense,
importa invece gas USA a prezzo quadruplicato, compra armi statunitensi e le
invia all’Ucraina per far continuare un conflitto che sostiene i profitti dei
fondi sovrani.
Ugualmente, attribuire a Zelenski la dignità di una variabile indipendente
è uno sbaglio frequente di molti analisti. L’Ucraina non esiste quale Stato
sovrano: essa obbedisce a interessi stranieri e continua la guerra con la
Russia fino all’ultimo ucraino, come vogliono la burocrazia del Dipartimento di
Stato, il Pentagono, il complesso militare-industriale e l’intelligence
anglosassone.
Perverrebbe a una pace sporca — sostenuta finalmente anche da Limes senza
ambiguità, l’unica opzione, come andiamo affermando da almeno due anni, basata
sul compromesso possibile — se Trump non oscillasse nella sua strategia,
impersonata da Witcoff e Kellog, sostenitori di due linee opposte. Il braccio
di ferro in corso tra potentati diversi a Washington si manifesta nella
strategia contraddittoria di Trump.
Il malcontento contro Zelenski esiste da tempo. Soltanto analisi
ideologiche hanno potuto credere alla rivolta partigiana della popolazione
contro lo straniero. Il dittatore ucraino è restato a galla grazie alla
repressione. Oggi, tuttavia, il dissenso contro il Presidente ucraino diventa
visibile sui media occidentali: si è forse deciso di rendere il malcontento
popolare un fattore efficace di destabilizzazione? Si prepara la capitolazione
del Paese? Zelenski può essere liquidato?
L’avanzata russa, sebbene l’esercito non abbia mai dispiegato il suo
potenziale e abbia avuto ritmi lenti essenziali a salvare vite umane, appare
inarrestabile. Le infrastrutture civili sono colpite, gli ucraini massacrati al
fronte. Il Paese è fallito, la classe dirigente si mantiene in vita grazie a
corruzione e repressione della popolazione.
Di fronte all’imminente capitolazione di Kiev, la diplomazia europea non dà
segnali di vita. La strategia suicida, basata prima sull’obiettivo della
vittoria sul campo (parole di Meloni, Macron, von der Leyen, Kallas), ora sul
rafforzamento dell’Ucraina in vista della “pace giusta”, perpetuando il
conflitto, indebolisce sempre di più l’Ucraina che, in un eventuale negoziato,
non potrà mantenere gli obiettivi raggiungibili nel marzo del 2022, quando le
delegazioni russa e ucraina si incontrarono a Istanbul.
La Russia sarà irremovibile su due condizioni: no all’Ucraina nella NATO né
alla NATO in Ucraina, quindi no ai deliri anglo-francesi relativi alla presenza
di loro truppe a Kiev al fine di garantire la pace. Maggiore flessibilità vi
sarà sull’avvicinamento dell’Ucraina dimezzata all’Europa, sui territori a
ovest del Dniper. La Russia potrà rinunciare ad avanzare se in cambio vengono
ritirate le sanzioni occidentali e favorito un cambiamento di regime a Kiev.
Trump accetterebbe volentieri queste condizioni in cambio di accordi bilaterali
sulle terre rare, nello spazio e in altri settori economici redditizi.
Purtroppo le mafie internazionali, le lobby delle armi e del business,
cercheranno di far durare il conflitto a lungo al fine di alimentare il
keynesianesimo militare, la bolla speculativa in Europa e i propri interessi. I
Dem e i loro accoliti europei demorderanno a fatica dai loro intenti criminali,
aiutati da un’accademia e uno spazio mediatico al loro servizio.
Israele non è uno Stato sovrano: la sua politica estera dipende interamente
dal sostegno statunitense. Le sue campagne contro Siria, Libano e Iran non
sarebbero possibili se dovesse contare soltanto sulle proprie forze. Il
genocidio di Gaza e l’annessione graduale ma continua della Cisgiordania, realizzata
con forme di apartheid e crimini di guerra, avviene in virtù del sostegno
esplicito oppure mascherato degli americani. Biden o Trump sono criminali
genocidari alla stessa stregua di Netanyahu.
L’anomalia è data dal fatto che la potenza sponsorizzata, la variabile
dipendente, Israele, controlla — attraverso la lobby israeliana — l’intera
classe dirigente statunitense, ne condiziona la politica estera anche a spese
degli interessi nazionali americani.
L’Europa collabora al genocidio mantenendo in vita la cooperazione
politica, militare ed economica con Israele, schierandosi con gli Stati Uniti
per non porre fine al cessate il fuoco e assicurando l’impunità di Tel Aviv
grazie a una propaganda intesa a demonizzare Hamas, aumentarne la minaccia,
assolutizzare il diritto alla difesa di Israele e criminalizzare le critiche
allo Stato terrorista, considerate come antisemitismo e filoterrorismo,
perseguibili per legge.
Dopo sessantamila morti a Gaza, al fine di gestire il consenso nelle
oligarchie illiberali occidentali, accademia e spazio politico-mediatico
occidentale si dividono in diversi filoni. La destra oltranzista e moderata
vicina a Trump mette in discussione i crimini israeliani, considerandoli colpa
di Hamas, e nega il genocidio affermando che le vittime civili sono una
conseguenza della guerra, come è sempre stato nella storia.
I progressisti Dem e i loro accoliti europei, con spazio mediatico al loro
servizio (BBC, CNN, TV Sette), denunciano il genocidio attribuibile a un pazzo
— Netanyahu — e alle politiche criminali di Trump, e lo considerano una rottura
rispetto al passato. Lontano è il riconoscimento dell’essenziale continuità dei
crimini israeliani e della complicità di una politica occidentale che, dal
1967, assicura l’impunità di Israele. Il discorso su Hamas resta
propagandistico, in quanto non si riconosce che l’organizzazione è stata
rafforzata dai servizi segreti occidentali e che essa ha costituito l’alibi per
appoggiare politiche espansionistiche dell’impero in Medio Oriente, utilizzando
Israele come pedina della NATO.
Una minoranza, infine, vede nel genocidio una conseguenza naturale
dell’ideologia della destra israeliana, che dal 2000 in poi ha dominato il
panorama politico, e dell’obiettivo del Grande Israele. Si tende, da parte di molti,
a salvare il sionismo e il mito di Israele quale Stato che avrebbe garantito la
fine delle persecuzioni degli ebrei.
Ilan Pappé, Moni Ovadia e una parte importante dell’intellighenzia
riconoscono invece nel sionismo un’ideologia basata sul suprematismo bianco e
sull’espansione coloniale. Il genocidio ne sarebbe quindi l’inevitabile sbocco.
Credo sia importante comprendere che Gaza è il vero volto della politica
imperialistica occidentale, che Netanyahu ha portato alle estreme conseguenze
le premesse da noi difese. L’espansionismo del potere occidentale in Eurasia,
in Medio Oriente e nel Pacifico risponde alle profonde esigenze del capitalismo
finanziario in crisi. Il riciclaggio dei surplus e i processi di
rifinanziarizzazione del dollaro sono meccanismi inceppati, a cui le guerre
offrono una temporanea scappatoia. La trappola del debito è costituita dal
mostruoso minotauro che richiede sacrifici umani: un mare di sangue alimenta il
flusso di dollari necessario.