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lunedì 18 maggio 2026

La lotta perenne contro l’imperialismo amerikano, più rabbioso che mai - Alberto Bradanini

 

1. Israele è uno stato governato da criminali sociopatici, che guidano un esercito di assassini che uccidono e uccidono, poi si riposano qualche giorno, invadono i media con le loro spudorate menzogne e quindi tornano a uccidere. Tralasciando le atrocità commesse in 80 anni di occupazione violenta della Palestina, solo nei tempi recenti, dopo aver massacrato 80/100.000 persone a Gaza – cui devono aggiungersi 200/300.000 feriti e mutilati nel corpo e nello spirito e chissà quante migliaia in Cisgiordania – il giorno 8 aprile 2026, inizio del cosiddetto cessate il fuoco tra Iran e Usa/Israele e tra Libano e Israele, racchiusi nelle loro fortezze volanti, un pugno di soldati israeliani, prodotti sperimentali dell’AI con spiccate caratteristiche disumanizzanti, hanno premuto un bottone e, senza rischiare nemmeno un graffio della loro preziosa epidermide, hanno massacrato centinaia di abitanti di Beirut, i più deceduti subito, altri sepolti vivi, tra cui tanti sventurati bambini. Dal 2 marzo 2026 a oggi, l’esercito più crudele della galassia ha ucciso circa 2500 persone – e ogni giorno il numero sale – senza che qualcuno sul pianeta Terra ingiunga a cotanti assassini di farla finita.

Non si tratta nemmeno, ça va sans dire, di episodi di guerra, ma di massacri premeditati, che rimbalzano qualche ora sui prezzolati mezzi di comunicazione di massa, per essere archiviati a fine giornata, mentre i responsabili riprendono a pianificare altre, quotidiane atrocità.

Allo Stato Ebraico, guidato dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, e da altri suoi degni compagni di merende, sono consentiti orrori di ogni sorta: invadere, bombardare, sterminare, violentare, rubare terra e proprietà a palestinesi, mussulmani, cristiani, libanesi, siriani, iraniani, senza distinzione tra combattenti, uomini, donne e bambini.

Solo alle acciughe del mar Cantabrico sfugge tuttavia che il cagnolino da passeggio israeliano può fare tutto ciò solo in virtù delle relazioni speciali che lo legano al Cerbero da cui è addestrato e nutrito, gli Stati Uniti d’America, governati oggi da una putrebonda oligarchia predatrice, incurante di Leggi o Etica, ma solo interessata ad accumulare ricchezze su ricchezze, senza fine.

Secondo una certa ermeneutica, la decisione di aggredire l’Iran, calpestando la Carta delle Nazioni Unite, il diritto internazionale, i principi di convivenza tra nazioni, l’etica delle Genti e via dicendo, troverebbe spiegazione nella pervasività delle lobby pro-Israele che imperversano nella politica statunitense, cui si aggiungerebbe il ricatto dei documenti Epstein che incombe sulla testa dell’attuale inquilino della Casa Bianca in declino cognitivo, a sua volta interessato a distrarre l’opinione pubblica dalle inclinazioni pedofiliche a cui – dicono le malelingue – aveva l’abitudine di cedere. A tutto ciò si aggiungerebbe l’eloquenza persuasiva del citato criminale israeliano, secondo il quale questa scriteriata avventura sarebbe stata una distensiva passeggiata pomeridiana nei giardini del quartiere.

Di tutta evidenza, appare poco plausibile che un paese di 345 milioni di abitanti, prima economia mondiale e massima potenza militare del pianeta, che dispone di 800 basi sparse ovunque, accetti di sottomettere la propria agenda ai capricci messianico-espansionisti di uno staterello di sette milioni di abitanti, pur mettendo sulla bilancia la tossicità ricattatoria delle lobby menzionate e la putrescenza morale e materiale che imperversa nel principale stato canaglia del pianeta Terra.

Ora, anche quando le agende dei due paesi guerrafondenti non si sovrappongono (sulla carta, il colonialismo israeliano non dovrebbe interessare l’agenda Usa), in realtà anche qui i benefici imperiali di ritorno sono giganteschi: instabilità diffusa, caos geopolitico, destabilizzazione energetica, frantumazione delle economie ostili, direzionamento dei capitali verso Wall Street, vendita di armi e conflitti altrimenti destinati a un equilibrio, contenimento delle nazioni ostili e via dicendo.

Le brutalità di Israele nascondono dunque l’iceberg dell’imperialismo statunitense, quel mostro dalle fauci insaziabili che minaccia, aggredisce, saccheggia le nazioni che non si piegano, e che oggi, intuendo il proprio declino, agisce con ferocia ancor più disumana, senza badare ai rischi di escalation o distinguere alleati, paesi neutrali e nemici, avendo a mente null’altro che gli interessi di una cerchia privilegiata di disturbati mentali.

È bene ricordare che il nemico principale della pace, della convivenza tra nazioni, del rispetto delle civiltà, del progresso etico e culturale, e finanche della sopravvivenza del genere umano, è costituito da un gruppo di oligarchi che disponendo di immense risorse, eserciti di spie, analisti d’intelligence, giornalisti al libro paga, operatori di algoritmi e de-formazioni mediatiche, venditori di armi e via dicendo, vogliono dominare su tutto e tutti, nell’illusione de-umanizzante che ciò possa guarire le incurabili patologie di cui sono affetti. Siffatti individui sono vittime di un infantile complesso di onnipotenza, nel patetico convincimento che la loro eccezionalità (la sola nazione indispensabile della terra: M. Albright, 1996, W. Clinton, 1999) li autorizzi a ogni genere di nefandezze.

Sappiamo che questo nemico principale assume lineamenti diversi a seconda di tempi e luoghi: sul piano economico esso s’incarna nel neoliberismo antisocialeglobalista e bellicista, su quello dei valori nella mercificazione ontologica della società, su quello politico in una democrazia di formanon di contenuti, su quello filosofico in un pervasivo nichilismo solipsista, nei rapporti economici sul cinismo della plutocrazia dominante,e su quello geopolitico sull’impero più violento del pianeta.

La pratica di occultamento di tali evidenze – deve rilevarsi – non è dovuta a disattenzione o scarsa memoria, ma a un sistematico lavaggio ideologico e mediatico del cervello. Va detto, per evitare fraintendimenti, che con Stati Uniti non s’intende il popolo americano – quei 345 milioni di abitanti anch’essi sfruttati e sottomessi, oltre che in gran parte politicamente analfabeti – ma quell’0,1% che, come una piovra, proietta ovunque la sua ombra vorace. Il citato lavaggio di cervelli aiuta anche a capire l’oscura ragione che impedisce ai cittadini europei di prendere coscienza della penosa qualità delle loro classi deprimenti, reclutate – come ben sanno persino i barracuda dell’Amazzonia – sulla scorta di un solo criterio: saper indossare con dignità la livrea del maggiordomo.

2. Alla luce di quanto esposto, si proverà dunque a decifrare le tragiche vicissitudini in corso in Asia occidentale. Nelle mire malate dei padroni del mondo, dopo aver aggredito, destabilizzato, sbriciolato quasi tutti i paesi della regione (Iraq, Egitto, Siria, Libia, Sudan, Afghanistan, Yemen, seppure con risultati alterni) e dopo aver colonizzato le monarchie del Golfo con il famigerato petrodollaro, è ora il turno dell’Iran, che si ostina a non lasciarsi depredare, mentre dietro le quinte fa capolino persino un paese Nato, la Turchia, che Israele ha già sfrontatamente minacciato per bocca dell’ex PM N. Bennett[1].

I paesi presi di mira dal duo mortifero americano-sionista appartengono a due categorie: a) possiedono gas e petrolio in quantità rilevante (e questo interessa gli Usa); b) oppure sono paesi islamici, e come tali si oppongono all’espansionismo biblico-coloniale di Israele, ovvero (come si permettono!) difendono la causa palestinese.

Rebus sic stantibus, la guerra di Trump/Netanyahu è persa. La rabbia spinge il primo a minacciare la distruzione della civiltà persiana, fors’anche con la Bomba, un’ipotesi questa che il monarca del sistema solare avrebbe accarezzato quando, più fuori di testa del solito, è stato informato che la presunta operazione di recupero del pilota disperso – in realtà dissennatamente volta a trafugare dal sito di Isfahan i famigerati 430 kg di uranio arricchito al 60% – si era risolta in un’amara perdita di uomini, aerei ed elicotteri[2]! Quanto ai presunti negoziati in corso, in verità le notizie diffuse sono, come sempre, null’altro che inganni. Gli Usa fingono di trattare, mentre intendono solo dettare le condizioni della resa (quella iraniana, beninteso), ipotesi che ha un senso quando si vince una guerra, e non è questo il caso. Per Teheran infatti le condizioni poste sono inaccettabili: niente arricchimento dell’uranio (consentito invece dal Trattato di Non Proliferazione, sotto vigilanza dell’Aiea[3], come avveniva fino all’aggressione israeliana del giugno 2025), niente missili in grado di raggiungere Israele e interruzione dei legami con Hezbollah/Houthi (alleati politici e religiosi) e Hamas (finanziato soprattutto dagli arabi sunniti e in passato dalla stessa Israele, in funzione divisiva). In definitiva, una lista di aberrazioni che solo ai due negoziatori sionisti (Kushner e Witkoff) ha punta vaghezza di proporre.

L’economia statunitense è come noto in declino, il dollaro si svaluta, domina la finanza, la produzione di beni materiali è stata delocalizzata, la società è sempre più violenta, l’ingiustizia sociale è immensa, i ricchi diminuiscono ma le loro ricchezze aumentano. La re-industrializzazione dovrebbe avvenire ampliando la produzione di armi (e dunque promuovendo altre guerre) e controllando le energie fossili. Fortuna vuole che, secondo la legge dei contrappesi, ciò spinge ancor più la Cina, per sottrarsi ai ricatti, verso le rinnovabili.

Quanto a Israele, ancora peggio. Il perverso capo del governo israeliano – lo stesso che ha resuscitato quei sentimenti antisemitici che sembravano sepolti per sempre con il sacrificio di milioni di ebrei ad opera dei nazisti tedeschi – intende radere al suolo l’Iran, colpevole di sostenere la causa palestinese, di essere rimasto una nazione sovrana, trasformarlo (se fosse possibile) in una gigantesca Gaza, incurante persino delle immense conseguenze (inflazione, recessione) per il pianeta intero e dunque per gli stessi Stati Uniti.

Ma la civiltà persiana mai accetterà di essere distrutta. Anzi, la sua reazione potrebbe infliggere qualche serio dispiacere allo Stato Ebraico (nessuno è in grado di anticipare, ad esempio, cosa avverrebbe se il sito nucleare di Dimona fosse colpito da un missile balistico iraniano), e in tal caso Israele potrebbe decidere di ricorrere alla Bomba, rimanendo dubbio che l’attuale instabile e ricattato inquilino della Casa Bianca sarebbe in grado di opporsi. Solo Russia e Cina, a quel punto, avrebbero qualche chance di far rinsavire tale cerchia di svalvolati.

Alla luce di tutto ciò, occorre trovar modo di contenere i deliri di un individuo e invero di un paese intero (il 93% degli ebrei israeliani, a marzo 2026, approvava l’aggressione all’Iran[4]), consentendo all’umanità di proteggere la convivenza pacifica tra i popoli, che seppur diversi hanno diritto di respirare e prosperare a modo loro, secondo il buon senso, la Carta delle Nazioni Unite e quel minimo di Diritto Internazionale che l’umanità era riuscita a edificare dopo la carneficina della Seconda guerra mondiale.

 Per far questo, poiché nelle cosiddette democrazie occidentali (i cui governi sono tutti dalla parte di Israele) il punto di vista delle popolazioni è considerato solo un fastidioso mormorio di fondo – così come le ricorrenti manifestazioni dei 25 aprile del mondo intero, eventi fondamentalmente distrattivi, sui quali si concentrano infinitesimali spaccature di capelli, mentre lassù il potere dorme sonni beati – coloro che possono sono chiamati a dar segni di vita.

In queste ore, le scommesse oscillano. L’ammasso di marines nelle vicinanze di Hormuz suggerisce che il confuso presidente biondochiomato e il crociato Pete Hegseth stiano pianificando la ripresa delle ostilità. I mercati, invece, sembrano propendere per un possibile compromesso, che equivarrebbe a una sconfitta cocente per l’impero che rappresentano.

Saremmo sulla strada giusta se Israele fosse espulso da ogni consesso internazionale, commerci, investimenti e legami di ogni genere, boicottando i suoi prodotti e via dicendo, affinché quel popolo sia indotto a riflettere, e dopo aver recuperato resipiscenza torni a dialogare con umana moderazione sulla strada della convivenza, tenendo a mente che alle sue frontiere vivono e crescono 500 milioni di mussulmani, arabi, turchi, persiani e altre etnie e religioni, con cui dovrà fare i conti, sempreché in futuro ci sia ancora un mondo.

Quanto agli Stati Uniti, in attesa che possa avverarsi la profezia di Jack London, la rivoluzione socialista nella tana del lupo, diamoci da fare per accelerare il sorgere di un mondo plurale, in grado di contenere i capricci e la cupidigia dell’impero. Sappiamo di contare poco, ma non cesseremo per questo di elevare la voce al dio della pace e del senno recuperato. Breve è l’umana esistenza, non v’è necessità di accelerarne il passo. Uniamo le forze ed entriamo nelle praterie del sogno, spazi eterei, i soli che vale la pena frequentare, perché non saremo certo in grado di costruire una società migliore se prima non l’avremo immaginata nella nostra mente.


[1] https://www.maurizioblondet.it/il-genocida-minaccia-la-turchia/

[2] Tre aerei caccia F-15E, un C-130 o MC-130J, un A-10 Thunderbolt, 4 elicotteri: due Black Hawk (HH-60), un MH-6 Little Bird e un AH-6 o un HC-130J 

[3] Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica

[4] https://search.brave.com/search?q=il+93%25+degli+israeliani+sostiene+la+guerra+contro+l%27Iran%2C+vero%3F&source=desktop&summary

da qui

venerdì 1 maggio 2026

Il duo Trump-Netanyahu in che catastrofe precipitano il pianeta? - Ennio Remondino


La percezione della minaccia che incombe sul mondo sta diffondendosi oltre prevenzioni ideologiche o di schieramento. Trump-Netanyahu: uno dei due un criminale ricercato per crimini di guerra, e l’altro un caricaturale mancato Nobel per la pace che s’è fatto trascinare in una guerra catastrofica da cui la sua personalità disturbata non sa come uscirne. Ma siamo sicuri di aver misurato sino in fondo i tempi e la portata della minaccia sul futuro nostro e del mondo?

Tutti sull’orlo del baratro

Sabato il nostro Piero Orteca ci ha dato i numeri della catastrofe economica della presidenza Trump che batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale. 90 miliardi al mese di interessi». Provate a compitare questa cifre in numeri. Scrivete 4 e aggiungete 13 zero! In dollari. Per un assaggio più moderato, solo per gli ‘interessi annui’, 90.000.000.000, gli zeri si riducono a dieci. Da fatto, la superpotenza planetaria è a rischio fallimento. Ma la politica (e la Casa Bianca) giocano sporco. All’inizio degli anni 2000, il debito pubblico statunitense era del 34% del Pil e il governo federale aveva un surplus in cassa. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era al 35% del Pil. Quando arrivò il Covid-19, al 79% del Pil. Il 2026, dalle guerre Israeliane in Medio Oriente, dall’Ucraina e ora in Iran, si viaggia verso il 120%. Grave il fatto che il rapporto con questi numeri allarmanti era noto ma fu nascosto prima che Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran bloccando il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz facendo schizzare i prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile.

Rischio reale di crack dell’economia della superpotenza Stati Uniti. Qualcuno di noi gente comune, riesce ad immaginare cosa significherebbe una crisi di questa portata sull’economia di tutto il pianeta, la nostra piccola e povera Italia per prima? Una storia dell’orrore che lasciamo a dei fanta economisti dell’orrore.

Una guerra da 10.300 dollari al secondo

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva riferito al Congresso che i primi sei giorni di guerra sarebbero costati 11,3 miliardi di dollari. Secondo il Congressional Budget Office, per le prime 100 ore di campagna, sono stati spesi circa 3,7 miliardi di dollari. Dettagli: munizioni per circa 1,5 miliardi di dollari; operazioni aeree 125 milioni; operazioni navali 64 milioni e operazioni terrestri 7 milioni; difesa aerea attorno a 1,7 miliardi. Secondo Marine Insight, gli Stati Uniti starebbero spendendo circa 10.300 dollari al secondo per questa guerra, con una quota principale al consumo di munizioni per 320 milioni di dollari al giorno. Seguono le missioni aeree, 245 milioni di dollari al giorno, e le operazioni navali, che aggiungono ulteriori 155 milioni di dollari ogni 24 ore. Più recentemente l’American Enterprise Institute organizzazione di ricerca e analisi politica di Washington, con una stima molto più ampia e aggiornata, il costo finora sostenuto sarebbe tra i 25 e i 35 miliardi di dollari.

Citazioni di passaggio

Ieri, il calendario delle disgrazie del mondo di Antonio Cipriani su Polemos. «Prima del Covid, prima di Putin in Ucraina, prima del 7 ottobre 2023, prima della ferocia genocida israeliana, della pavida indifferenza europea; prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, del suo Nobel per la Pace a colpi di guerra, del suo essere ostaggio del governo Netanyahu, prima delle bombe israeliane su tutti i paesi sovrani del vicino Oriente. Prima della Meloni e dei suoi sciagurati». Oppure, a scelta: «Quando il settore della difesa diventa centrale per favorire l’accumulazione di capitale, l’economia diventa dipendente dalla guerra», denuncia Romaric Godin. O Michele Serra sulla stretta attualità. «Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati ‘Hezbollah’, e per essere sicuro di colpire il mio nemico, distrugge tutto ciò che gli sta attorno. È già accaduto a Gaza. Intanto il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo».

L’Entità militare israeliana

Lo Stato ebraico è una delle principali potenze militari al mondo per spesa in rapporto al PIL, con un bilancio della difesa che ha raggiunto i 34,63 miliardi di dollari per il prossimo anno. L’apparato militare è sostenuto da una forte industria interna e da alleanze strategiche. Industria Militare Interna: Israele possiede un complesso militare-industriale avanzato, con entità statali come Israel Aerospace Industries (IAI) e Israel Military Industries (IMI), affiancate da attori privati come Elbit Systems Ltd. Il settore è all’avanguardia in guerra elettronica, tecnologie di intelligence e produzione di sistemi come il carro armato Merkava. Le recenti operazioni militari hanno avuto un impatto pesante sull’economia, sollevando preoccupazioni sulla sostenibilità a lungo termine. L’economia israeliana si basa su un terziario forte (quasi l’80% del PIL), trainato da settori ad alta tecnologia. Fattori Esterni: Israele è dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per semiconduttori e sistemi avanzati, e beneficia di investimenti da parte di grandi istituzioni finanziarie internazionali.

Israele potenza regionale

L’economia israeliana è una delle più militarizzate al mondo. Secondo i dati della Banca mondiale, Israele destinava l’equivalente del 4,5% del suo PIL del 2022 alle spese militari. Una cifra più che doppia rispetto a quella della Francia, ma eccezionalmente bassa per Israele: tra il 2010 e il 2021, la percentuale oscillava infatti tra il 5 e il 6% del PIL. Nel 2022, l’Iran ha speso il 2,1% del suo PIL per l’esercito e gli Stati Uniti il 3,4%. Lo Stato ebraico era allora il dodicesimo paese al mondo in termini di spesa militare rapportata al suo reddito nazionale. Il problema principale delle spese militari in senso stretto è la loro natura profondamente improduttiva. L’esercito costa molto e rende poco, La priorità della difesa dello Stato è quindi fondamentale. Naturalmente, tale specializzazione non avrebbe potuto svilupparsi senza lo stretto legame che Israele intrattiene con gli Stati Uniti. Gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, che non sono subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito, in particolare nel campo delle tecnologie avanzate.

«Neoliberismo falco»

L’esercito fornisce tecnologia e manodopera a un settore che finanzia la difesa e i suoi veterani. Con questo modello, l’economia israeliana è diventata, in apparenza, una delle più dinamiche del mondo occidentale. Ma oltre un settore tecnologico molto produttivo e legato all’esercito, il resto dell’economia è segnato da una produttività molto bassa, inferiore del 6,7% alla media dei Paesi dell’OCSE. Troppi militari sotto le armi. E la priorità della difesa dello Stato diventa quindi fondamentale. Naturalmente, gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, non solo subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito.

Ed ecco l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania ad alimentare il nazionalismo e mantenere l’esercito in stato di allerta. Una soluzione di pace comporterebbe infatti gravi problemi per l’economia politica israeliana così come si è sviluppata dalla metà degli anni ’90. Senza un esercito in attività, la dinamica tecnologica faticherebbe a mantenersi, mentre il resto dell’economia israeliana è troppo poco produttivo e quindi troppo poco competitivo. Oltre a consentire un pericoloso processo per corruzione e rischio carcere per Netanyahu.

da qui

martedì 28 aprile 2026

Blocchi navali

 


(a cura di Francesco Masala)

La globalizzazione non è nient’altro che il controllo dei mari e degli oceani, ma anche degli stretti.

In un interessante video ne parla nel 2019 Diego Fabbri:

I Romani dopo la sconfitta dei cartaginesi controllarono il Mar Mediterraneo (pax romana)

Nel XVIII e XIX secolo furono i britannici a controllare i mari del mondo (pax britannica)

Nel XX secolo fino a qualche tempo fa sono stati gli USA a controllare i mari del mondo (pax americana)

Adesso il dominio dei mari e degli stretti da parte degli Usa è minacciato dall’Iran (che controlla lo stretto di Hormuz).

Quasi silenzio sulle minacce di Trump per prendersi il canale di Panama (qui).

Negli ultimi tre secoli due paesi imperialisti (di lingua inglesa) si credono i padroni del mondo, prima la Gran Bretagna adesso gli Usa.

L’atto di insubordinazione alla pax americana da parte dell’Iran fa uscire fuori di testa il paese più potente del mondo (per ora).

 

Come potrebbero Russia e Cina, e tutti i paesi che non si fidano più degli Usa, per aver provato il loro tallone, essere a favore del blocco navale degli Usa contro l’Iran?

 

Provate a leggere queste righe:

A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero…

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.

A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.

Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.

Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.

Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.

Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.

A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.

Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.

Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.

Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.

Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.

Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.

Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.

Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.

da qui

 

Anche il Giappone, come la Cina, fu costretto a lasciar entrare le merci degli Usa e dei paesi europei colonialisti (leggi qui).

 

Chi si oppone agli imperi di lingua inglese, ma non solo, subisce guerre e blocchi navali, ma, come canta Bob Dylan, The Times They Are a-Changin’:


da qui

sabato 25 aprile 2026

Il duo Trump-Netanyahu in che catastrofe precipitano il pianeta? - Ennio Remondino

La percezione della minaccia che incombe sul mondo sta diffondendosi oltre prevenzioni ideologiche o di schieramento. Trump-Netanyahu: uno dei due un criminale ricercato per crimini di guerra, e l’altro un caricaturale mancato Nobel per la pace che s’è fatto trascinare in una guerra catastrofica da cui la sua personalità disturbata non sa come uscirne. Ma siamo sicuri di aver misurato sino in fondo i tempi e la portata della minaccia sul futuro nostro e del mondo?

Tutti sull’orlo del baratro

Sabato il nostro Piero Orteca ci ha dato i numeri della catastrofe economica della presidenza Trump che batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale. 90 miliardi al mese di interessi». Provate a compitare questa cifre in numeri. Scrivete 4 e aggiungete 13 zero! In dollari. Per un assaggio più moderato, solo per gli ‘interessi annui’, 90.000.000.000, gli zeri si riducono a dieci. Da fatto, la superpotenza planetaria è a rischio fallimento. Ma la politica (e la Casa Bianca) giocano sporco. All’inizio degli anni 2000, il debito pubblico statunitense era del 34% del Pil e il governo federale aveva un surplus in cassa. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era al 35% del Pil. Quando arrivò il Covid-19, al 79% del Pil. Il 2026, dalle guerre Israeliane in Medio Oriente, dall’Ucraina e ora in Iran, si viaggia verso il 120%. Grave il fatto che il rapporto con questi numeri allarmanti era noto ma fu nascosto prima che Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran bloccando il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz facendo schizzare i prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile.

Rischio reale di crack dell’economia della superpotenza Stati Uniti. Qualcuno di noi gente comune, riesce ad immaginare cosa significherebbe una crisi di questa portata sull’economia di tutto il pianeta, la nostra piccola e povera Italia per prima? Una storia dell’orrore che lasciamo a dei fanta economisti dell’orrore.

Una guerra da 10.300 dollari al secondo

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva riferito al Congresso che i primi sei giorni di guerra sarebbero costati 11,3 miliardi di dollari. Secondo il Congressional Budget Office, per le prime 100 ore di campagna, sono stati spesi circa 3,7 miliardi di dollari. Dettagli: munizioni per circa 1,5 miliardi di dollari; operazioni aeree 125 milioni; operazioni navali 64 milioni e operazioni terrestri 7 milioni; difesa aerea attorno a 1,7 miliardi. Secondo Marine Insight, gli Stati Uniti starebbero spendendo circa 10.300 dollari al secondo per questa guerra, con una quota principale al consumo di munizioni per 320 milioni di dollari al giorno. Seguono le missioni aeree, 245 milioni di dollari al giorno, e le operazioni navali, che aggiungono ulteriori 155 milioni di dollari ogni 24 ore. Più recentemente l’American Enterprise Institute organizzazione di ricerca e analisi politica di Washington, con una stima molto più ampia e aggiornata, il costo finora sostenuto sarebbe tra i 25 e i 35 miliardi di dollari.

Citazioni di passaggio

Ieri, il calendario delle disgrazie del mondo di Antonio Cipriani su Polemos. «Prima del Covid, prima di Putin in Ucraina, prima del 7 ottobre 2023, prima della ferocia genocida israeliana, della pavida indifferenza europea; prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, del suo Nobel per la Pace a colpi di guerra, del suo essere ostaggio del governo Netanyahu, prima delle bombe israeliane su tutti i paesi sovrani del vicino Oriente. Prima della Meloni e dei suoi sciagurati». Oppure, a scelta: «Quando il settore della difesa diventa centrale per favorire l’accumulazione di capitale, l’economia diventa dipendente dalla guerra», denuncia Romaric Godin. O Michele Serra sulla stretta attualità. «Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati ‘Hezbollah’, e per essere sicuro di colpire il mio nemico, distrugge tutto ciò che gli sta attorno. È già accaduto a Gaza. Intanto il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo».

L’Entità militare israeliana

Lo Stato ebraico è una delle principali potenze militari al mondo per spesa in rapporto al PIL, con un bilancio della difesa che ha raggiunto i 34,63 miliardi di dollari per il prossimo anno. L’apparato militare è sostenuto da una forte industria interna e da alleanze strategiche. Industria Militare Interna: Israele possiede un complesso militare-industriale avanzato, con entità statali come Israel Aerospace Industries (IAI) e Israel Military Industries (IMI), affiancate da attori privati come Elbit Systems Ltd. Il settore è all’avanguardia in guerra elettronica, tecnologie di intelligence e produzione di sistemi come il carro armato Merkava. Le recenti operazioni militari hanno avuto un impatto pesante sull’economia, sollevando preoccupazioni sulla sostenibilità a lungo termine. L’economia israeliana si basa su un terziario forte (quasi l’80% del PIL), trainato da settori ad alta tecnologia. Fattori Esterni: Israele è dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per semiconduttori e sistemi avanzati, e beneficia di investimenti da parte di grandi istituzioni finanziarie internazionali.

Israele potenza regionale

L’economia israeliana è una delle più militarizzate al mondo. Secondo i dati della Banca mondiale, Israele destinava l’equivalente del 4,5% del suo PIL del 2022 alle spese militari. Una cifra più che doppia rispetto a quella della Francia, ma eccezionalmente bassa per Israele: tra il 2010 e il 2021, la percentuale oscillava infatti tra il 5 e il 6% del PIL. Nel 2022, l’Iran ha speso il 2,1% del suo PIL per l’esercito e gli Stati Uniti il 3,4%. Lo Stato ebraico era allora il dodicesimo paese al mondo in termini di spesa militare rapportata al suo reddito nazionale. Il problema principale delle spese militari in senso stretto è la loro natura profondamente improduttiva. L’esercito costa molto e rende poco, La priorità della difesa dello Stato è quindi fondamentale. Naturalmente, tale specializzazione non avrebbe potuto svilupparsi senza lo stretto legame che Israele intrattiene con gli Stati Uniti. Gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, che non sono subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito, in particolare nel campo delle tecnologie avanzate.

«Neoliberismo falco»

L’esercito fornisce tecnologia e manodopera a un settore che finanzia la difesa e i suoi veterani. Con questo modello, l’economia israeliana è diventata, in apparenza, una delle più dinamiche del mondo occidentale. Ma oltre un settore tecnologico molto produttivo e legato all’esercito, il resto dell’economia è segnato da una produttività molto bassa, inferiore del 6,7% alla media dei Paesi dell’OCSE. Troppi militari sotto le armi. E la priorità della difesa dello Stato diventa quindi fondamentale. Naturalmente, gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, non solo subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito.

Ed ecco l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania ad alimentare il nazionalismo e mantenere l’esercito in stato di allerta. Una soluzione di pace comporterebbe infatti gravi problemi per l’economia politica israeliana così come si è sviluppata dalla metà degli anni ’90. Senza un esercito in attività, la dinamica tecnologica faticherebbe a mantenersi, mentre il resto dell’economia israeliana è troppo poco produttivo e quindi troppo poco competitivo. Oltre a consentire un pericoloso processo per corruzione e rischio carcere per Netanyahu.

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domenica 19 aprile 2026

A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero...

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.

A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.

Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.

Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.

Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.

Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.

A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.

Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.

Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.

Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.

Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.

Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.

Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.

Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.

https://www.vocedellasera.com/storia/guerre-oppio/

domenica 12 aprile 2026

Non vedono la tempesta arrivare - Giovanni Tonlorenzi

 

Nel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.

Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.

Sia chiaro, nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi quarant’anni.
Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un disastro.

Il referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.

Così, mentre nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.

Sigonella, ovvero i confini della sovranità consentita

Si accavallano in maniera tale che persino il ministro della Difesa Crosetto, membro autorevole di un governo iper-atlantista e in piena sintonia con l’amministrazione Trump, si è trovato costretto a rendere pubblica una nota misurata ma in sostanza inequivocabile: rispetto dei trattati, incrollabile alleanza con gli USA, ma indisponibilità all’utilizzo delle basi militari come quella di Sigonella, per gli aerei militari statunitensi impegnati in operazioni di guerra contro l’Iran¹.

Il governo ha presentato il gesto come puramente procedurale. L’opposizione ha risposto con un “serve di più”, prontamente sopito, anche perché sapendo da che pulpito arrivava l’invito, la cosa diventava addirittura grottesca.

Ciò che è rimasto di questo episodio è la solita, sostanziale convergenza tra governo e cosiddetta opposizione sulle grandi questioni della geopolitica, che ha chiarito una volta di più il perimetro del pensiero politico e della sovranità consentita.
Una convergenza che non è tattica né contingente, ma strutturale. Ed è precisamente lì, in quella convergenza di fatto e che molte volte si è esplicitata, che si misura la distanza minima tra chi governa e chi si dichiara opposizione.

Il riferimento a Sigonella ha evocato naturalmente l’altro caso, quello del 1985, quando Bettino Craxi riaffermò con nettezza la sovranità italiana di fronte all’amministrazione di Ronald Reagan. Un accostamento che, al di là del nome della base, non ha in comune con la situazione attuale assolutamente nulla, anzi dimostra la plastica evidenza dell’abisso che separa l’attuale classe politica italiana da quella di quegli anni, qualunque cosa se ne voglia pensare. Allora, con mille difetti, c’era una classe dirigente capace di porre un limite al potente alleato, oggi ci si affretta a chiarire che quel limite è solo procedurale, mancava la consultazione preventiva.

Ma il caso Sigonella è importante perché, come un filo d’Arianna, ci guida nella comprensione di quanto la guerra e la crisi energetica stiano già entrando in casa nostra e quanto, invece, il dibattito nell’opposizione sia, appunto, lunare.

La coalizione Epstein e la guerra che non va come previsto

Alla data del 24 febbraio 2022, l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, se ne è aggiunta un’altra che è destinata anch’essa a lasciare il segno, ed è il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.

L’obiettivo dichiarato della ormai nota coalizione Epstein era la neutralizzazione dell’inesistente programma nucleare militare iraniano, la decapitazione della sua leadership e il conseguente cambio di regime.

Ma le cose non sono andate come previsto².

Nonostante settimane di bombardamenti intensivi, la capacità militare iraniana non risulta neutralizzata, e le infrastrutture strategiche, in particolare le basi missilistiche, per lo più sotterranee e disperse sul vasto territorio della Repubblica islamica, continuano a garantire operatività e resilienza al paese.

Teheran mantiene una pressione costante attraverso attacchi missilistici e con droni sulle strutture energetiche dei paesi del Golfo Persico e su Israele, aumentando progressivamente il livello tecnologico delle proprie offensive.

La leadership politica e militare iraniana, di cui fu predisposta una cospicua decentralizzazione, ha continuato a funzionare nonostante i raid sui centri di governo, e la governance della Repubblica islamica prosegue secondo il proprio quadro costituzionale².

La situazione in cui si è impantanata la coalizione Epstein si sta incancrenendo al punto che tra molti analisti comincia a circolare l’ipotesi che Israele, in caso di sconfitta, potrebbe mettere in atto la cosiddetta “Opzione Sansone” e cioè il ricorso alle armi nucleari³.

Una prospettiva che non appartiene alla fantascienza geopolitica, ma al calcolo strategico di chi si potrebbe trovare presto con le spalle al muro.

Sul fronte della superiorità aerea, poi, la realtà operativa è ben più complicata di quanto la narrazione ufficiale voglia dare ad intendere.
Diversi episodi, velivoli abbattuti, emergenze in volo, difficoltà nelle missioni di recupero dei piloti, indicano un contesto sempre più ostile per gli Stati Uniti e per il piccolo ma potente e aggressivo alleato⁴.

Come osserva con consueta lucidità Simplicius the Thinker – nome de plume di uno dei più seguiti analisti geopolitici e militari a livello globale – la riduzione delle capacità di attacco a distanza obbliga statunitensi e israeliani a missioni sempre più rischiose, con un’esposizione crescente e un tasso di perdite in aumento.

In questa prospettiva, le ripetute minacce di intervento terrestre, non solo a parole, ma accompagnate dall’invio nell’area di consistenti reparti militari – rischiano di trascinare l’intero quadrante, ed oltre, verso esiti ancora più gravi e distruttivi.

Nel frattempo, tre generali sono stati rimossi dai vertici del Pentagono nel pieno della conduzione del conflitto, segnale questo inequivocabile di forti divergenze tra le alte sfere militari e la Casa Bianca sulla gestione dell’operazione Epic Fury⁵.

Che la situazione presenti chiari elementi di caos, e dunque di enorme pericolosità, lo dimostra anche la linea comunicativa di Trump, sempre più aggressiva e sempre più contraddittoria, con elementi di imbarazzante grossolanità. Il presidente ha dichiarato pubblicamente che Mohammed bin Salman deve “baciargli il culo”, una frase che, al di là del registro, misura plasticamente il livello raggiunto da questa amministrazione⁶.

Di fronte a tutto questo, l’opposizione italiana tace, o commenta a margine, con vuote frasi di circostanza, spesso con la stessa superficialità con cui commenterebbe un risultato elettorale locale. Non una proposta, tantomeno una visione, non un pensiero che sia all’altezza della posta in gioco.

Kallas e gli altri: il pensiero unico europeo di fronte alla guerra

Quattro anni fa, con l’inizio l’operazione speciale militare della Federazione Russa in Ucraina, finalizzata a porre uno stop all’espansione della NATO verso est, si è messo in moto un processo destinato a cambiare, probabilmente in maniera definitiva, le linee storiche che sembravano fatali dalla fine della Guerra Fredda. Eppure l’attuale leadership europea, totalmente agita da volontà d’oltreoceano, non ha nemmeno tentato di difendere gli interessi dei popoli europei.

Si è chiusa in una ostinata propaganda spesso imbarazzante, incapace di elaborare un punto di vista autonomo ancorato alla realtà dei fatti, e rifugiandosi nella ripetizione di un unico mantra: lotta senza quartiere contro il pericolo russo in procinto di espansionismo su grande scala.

A sottolineare e rendere ancora più evidente questo asservimento, un asservimento che è addirittura metapolitico, che precede e condiziona qualsiasi scelta politica concreta – sono intervenute la macelleria genocida perpetrata ai danni del popolo palestinese dallo Stato di Israele con il sostegno dell’amministrazione del democratico Joe Biden, la guerra dei dodici giorni contro l’Iran del giugno 2025, e la vicenda venezuelana di inizio 2026.

Con la guerra scatenata contro la Repubblica islamica, la nullità dell’establishment europeo si è confermata definitivamente lampante. Al di là del non riuscire a svolgere alcun ruolo di mediazione reale, la leadership europea è addirittura arrivata a invitare, sostanzialmente, l’Iran a non difendersi⁷. Il culmine lo ha raggiunto Kaja Kallas, che nel suo quotidiano delirio anti russo non ha trovato di meglio da dichiarare che “la Russia sta aiutando l’Iran con informazioni di intelligence per uccidere americani, e ora fornisce anche droni perché possa attaccare i paesi vicini e le basi militari statunitensi”⁸.

Una dichiarazione che dice tutto sulla qualità del pensiero strategico europeo, ossessionato dalla Russia al punto da perdere di vista qualsiasi lettura autonoma della realtà.

E la classe dirigente italiana che fa? Assente, silente, e l’opposizione discute di federatori mentre il continente brucia.

Lo Stretto di Hormuz e il crollo dell’ordine unipolare

La situazione attuale racconta in modo incontrovertibile che l’unipolarismo occidentale a guida statunitense è sempre meno tollerato. La posizione iraniana, rigida nel non aprire ad alcun compromesso finché non saranno raggiunti gli obiettivi strategici di lungo periodo, a cominciare dalla propria sicurezza nell’area mediorientale, fa evidentemente il paio con le posizioni portate avanti dalla Federazione Russa fin dal 2007. Posizioni queste che non sono più liquidabili con la propaganda, come l’establishment occidentale ha tentato di fare per quasi vent’anni.

Oggi emerge che la vera forza iraniana non è solo militare, ma soprattutto geografica, economica e monetaria.

Lo Stretto di Hormuz — principale nodo marittimo per il commercio energetico globale — è diventato il teatro dello smottamento del vecchio ordine geopolitico ed economico. Da quello stretto transita circa il 20% del petrolio mondiale, il 22% del gas naturale liquefatto globale, e una quota rilevante di fertilizzanti, prodotti chimici ed elio⁹. La sua inagibilità produrrebbe una crisi di approvvigionamento energetico su scala planetaria di proporzioni del tutto inedite, con prezzi del petrolio che potrebbero raggiungere i duecento dollari al barile in brevissimo tempo. Questo significa pesanti rincari per riscaldamento, trasporti, produzione industriale, filiere alimentari, significa la vita quotidiana di decine di milioni di italiani ed europei.

Come segnala efficacemente Pepe Escobar, c’è una dimensione ulteriore evidente ma le cui conseguenze non sono ancora del tutto analizzate: la strategia iraniana, imponendo pagamenti in yuan per il transito delle merci attraverso Hormuz, incide sulla centralità del dollaro come valuta di riferimento globale, il che determina che al conflitto militare si aggiunge sempre più sensibilmente un conflitto sistemico¹⁰.

Con il sostegno di Russia e Cina, il conflitto regionale si colloca irrimediabilmente in uno scontro di dimensione globale, con tutte le conseguenze del caso.

Anche l’attuale formato dei BRICS ne risentirà in modo sostanziale, visto che alla prova dei fatti si rivela ben poco strategicamente coeso e quindi inadeguato come attore in una situazione così complicata. Ma al suo posto si va delineando un asse più ristretto ma decisamente più coerente, fondato sull’integrazione tra Russia, Iran e Cina.

Questo triangolo strategico unisce risorse energetiche, capacità industriali e controllo dei principali corridoi logistici eurasiatici, configurandosi come il nucleo operativo di un possibile ordine multipolare. E l’Iran non è un attore periferico, in quanto controlla uno dei principali snodi energetici del pianeta e rappresenta il crocevia geografico tra Asia e Medio Oriente, collegamento essenziale tra i sistemi economici e infrastrutturali russo e cinese¹⁰.

Qualcuno nell’opposizione italiana ha ritenuto opportuno aprire un dibattito su tutto questo? Ha proposto una posizione, una lettura, una prospettiva che non fosse quella dell’atlantismo come riflesso condizionato? La risposta, come sappiamo, è no. E questo elemento non è solo una lacuna, suona quasi come condanna politica.

Anche Kagan lo ammette. L’opposizione italiana no. Trent’anni di Washington Consensus non si cancellano con le primarie

Il livello di consapevolezza della situazione internazionale da parte della classe dirigente italiana sembra essere impermeabile a tutto.

In nessuno dei poli della geografia politica italiana si riesce a scorgere uno straccio di volontà di uscire da quel perimetro che è storicamente consentito dai signori ai vassalli.

Impermeabile anche alle domande di cambiamento provenienti dalle persone in carne e ossa, sempre più strette in una crisi che diventerà ingestibile. Il voto No al referendum contiene molto probabilmente anche, e soprattutto, questo elemento. Là fuori qualcosa forse si sta muovendo, qualcosa di profondo, ancora embrionale e difficilmente descrivibile, ma la politica ufficiale non se ne accorge o, peggio, finge di non accorgersene.

Il vecchio mondo sta crollando rapidamente e lo riconosce persino Robert Kagan, un neoconservatore, intellettuale organico dell’interventismo americano, sostenitore storico della NATO e di Israele, tutt’altro che un pensatore critico dell’ordine liberale.
Su The Atlantic ha scritto che la guerra con l’Iran ha esposto e aggravato le divisioni tra gli Stati Uniti e i propri alleati, ha rafforzato le potenze che lui chiama – e qui si intende la sua natura – revisioniste cioè Russia e Cina, ed ha accelerato il caos politico ed economico globale, lasciando gli USA in una posizione di isolamento che non si vedeva dagli anni Trenta del XX secolo¹¹.

Il fatto che sia Kagan a scriverlo non è un dettaglio, ma la misura di quanto la realtà abbia superato anche i suoi più convinti e aggressivi architetti.

Negli States persino falchi neoconservatori si interrogano se Israele possa ancora considerarsi un alleato affidabile, cercando forse di mettersi al riparo da quella che potrebbe svilupparsi come una sconfitta epocale.

Ma qui, coloro che dovrebbero convocare, chissà, una sorta di Stati Generali non sanno nemmeno suonare nell’orchestra del Titanic che sta colando a picco, e perché si rendono conto che affrontare certi temi, seriamente, significherebbe la dissoluzione istantanea di troppe carriere politiche fini a sé stesse.

Il Partito Democratico, come quasi tutto ciò che popola la geografia politica italiana, ha formato la propria identità, il proprio ceto dirigente, la propria rete di relazioni dentro il Washington Consensus, il Fiscal Compact, la privatizzazione forsennata dei servizi pubblici, la conseguente continua cessione di sovranità alla burocrazia irresponsabile dell’Unione Europea e al postulato atlantista. Tuttavia, per onestà bisogna ammettere che non è solo il PD il problema, ma è la stragrande maggioranza del mondo politico, culturale, intellettuale e dell’informazione nella sua quasi totalità, per un motivo o per l’altro, che ha portato il cervello all’ammasso.

Eppure il PD rimane l’equivoco che fa da tappo a quella grande mobilitazione che sarebbe necessaria e che prima o poi avverrà autonomamente.

E per dirlo con chiarezza, non siamo davanti soltanto a scelte sbagliate, fautrici di politiche sempre più impopolari, ma ad un problema strutturale. Come quando si sente dire, ad esempio, che Renzi fu un incidente di percorso per il Partito Democratico, senza capire che Renzi era il figlio legittimo del PD e sua discendenza naturale. Non è nemmeno questione di mancanza o di cattiva volontà, è questione di quello che si è diventati, e di cosa si è scelto di essere nel corso di trent’anni.

Chi non avrà il coraggio di uscire da quel perimetro sarà spazzato via, con tutta probabilità, dall’impetuosità degli eventi.

No Kings: il marchio americano che i progressisti hanno comprato, senza leggere l’etichetta

La cartina di tornasole più recente di questa cecità strutturale è stata la manifestazione “No Kings” del 29 marzo. In Italia come in Europa se ne è fatto un uso entusiastico e del tutto acritico, esattamente l’uso che ci si aspetterebbe da chi non sa leggere i movimenti sociali che non ha prodotto e non capisce quelli prodotti altrove.

Perché No Kings è, nella sostanza, uno strumento dei Democratici americani, il cui obiettivo non è altro che lo status quo ante, quello dei Biden, di Kamala Harris, delle famiglie Clinton e Obama, delle politiche neocon già viste all’opera.

Un movimento che pone come ideale il repubblicanesimo americano del XVIII secolo,senza fare menzione del fatto che da quel momento quei padri fondatori costruirono una nazione sul genocidio dei nativi, sullo schiavismo, su un calvinismo che ha fatto dell’arricchimento individuale uno dei perni dello sviluppo, dando progressivamente vita al mito del destino manifesto.

No Kings è contro le politiche di Trump che mettono a repentaglio quell’America che c’era prima, appunto quella di Biden, primo sostenitore concreto del genocidio palestinese.

Quell’America non è poi così diversa da quella di Trump. E chi in Europa ha sfilato sotto quel marchio senza porsi una sola di queste domande ha dimostrato esattamente il livello di analisi politica di cui è capace.

Il meccanismo è stato quello di un franchising acritico, si è preso un marchio, lo si è un po’ adattato, senza chiedersi nulla sul contesto locale, sugli obiettivi reali, sulle forze che lo animano, sugli interessi, grandi, che lo finanziano.

Contro chi si stava manifestando, la piazza esattamente? Per quale alternativa? Con quale orizzonte? Scrive tale Tom Joad in un articolo su Substack: “così la piazza protesta dentro le coordinate del mondo che contesta, con gli strumenti di quel mondo, nel linguaggio di quel mondo, e il risultato più ottimistico è una versione leggermente più umana del medesimo ordine, ciò che la retorica progressista chiama ‘un mondo più giusto’, intendendo esattamente lo stesso mondo governato dalle medesime strutture con un personale politico più gradevole e una distribuzione della ricchezza lievemente meno oscena”¹².

È, in fondo, la stessa logica che governa tutta l’opposizione italiana, rimanere dentro le coordinate del sistema che certo non si vuole cambiare ma sperare che sia meno violento ed aggressivo, sperando che cambino gli attori senza che cambi la commedia.

Quando arriverà lo shock, non ci salveremo con le primarie

Come annota con amara lucidità Ugo Boghetta su La Fionda¹³, analizzando i dati del referendum, risulta chiaro che il campo largo non può affermare di essere in ripresa; i voti referendari non sono sommabili a posizioni unioniste, riarmiste e liberiste. Forse cambieranno gli attori senza che cambi la commedia ma rimangono milioni di cittadini orfani di proposte convincenti, milioni di persone che hanno votato No senza che nessuno sia capace di dare un orientamento a quella domanda di cambiamento in qualcosa di politicamente credibile, sia per politiche che per interpreti.

Esisterebbe, teoricamente, la possibilità di costruire qualcosa di diverso, una posizione antiliberista che combini l’attuazione piena della Costituzione con lo sgancio progressivo dell’Italia dagli organismi internazionali che ne comprimono la sovranità, cogliendo le opportunità che la contingenza storica offre per avvicinarsi a obiettivi concreti di neutralità e indipendenza reale.

Potrebbe non essere solo utopia, ma la è la condizione necessaria per perseguire un interesse nazionale popolare e rilanciare qualcosa che assomigli alla democrazia.

Ma richiede coraggio intellettuale e politico che oggi, nell’opposizione italiana, non si vede all’orizzonte.

Purtroppo, la storia insegna che le grandi inversioni di rotta nelle opinioni pubbliche non avvengono per sola persuasione, ma assai spesso per uno shock. Non ce lo auguriamo, ovviamente anche perché non si sa mai che piega possono prendere quelle inversioni di rotta. Ma sarebbe disonesto ignorarlo e sarebbe sbagliato non tenere conto che, quando quello shock arriverà, chi avrà scelto di trastullarsi con federatori, primarie e altre cosette, non avrà nessuna credibilità per essere ascoltato.

Note

  1. https://www.lastampa.it/politica/2026/03/31/news/italia_nega_base_sigonella_usa_crosetto-15566208/
  2. Crooke, A., Iran’s Audacious Strategic Moves, Unz Review, 27 marzo 2026, https://www.unz.com/acrooke/irans-audacious-strategic-moves-declared-missile-dominance-over-the-occupied-territories-a-warning-of-nuclear-deterrence/
  3. https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/22/why-the-world-should-worry-about-israels-nuclear-doctrinehttps://jacobin.com/2026/03/israel-iran-war-nuclear-weapons
  4. Simplicius, https://simplicius76.substack.com/p/disaster-operation-stone-age-begins
  5. https://edition.cnn.com/2026/04/02/politics/hegseth-removes-randy-george-army-chief-of-staff
  6. https://thewire.in/world/trump-claims-saudi-crown-prince-kissing-my-ass
  7. https://www.theguardian.com/world/2026/mar/24/ursula-von-der-leyen-iran-us-hormuz-crisis-australiahttps://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/eus-costa-urges-iranian-president-to-ensure-freedom-of-navigation-in-strait-of-hormuz/
  8. https://ejpress.org/kallas-russia-is-providing-intelligence-support-to-iran-in-the-middle-east-war-to-kill-americans/
  9. https://www.iea.org/about/oil-security-and-emergency-response/strait-of-hormuz
  10. Escobar, P., https://www.unz.com/pescobar/the-china-pakistan-gcc-riddle/
  11. Kagan, R., https://www.theatlantic.com/international/2026/03/trump-us-power-iran/686567/
  12. Joad, T., https://revolvepl.substack.com/p/la-piazza-incorporata
  13. Boghetta, U., https://www.lafionda.org/2026/04/04/post-referendum-quo-vadis/

https://www.lafionda.org/2026/04/07/non-vedono-la-tempesta-arrivare/