La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
martedì 19 maggio 2026
lunedì 18 maggio 2026
La lotta perenne contro l’imperialismo amerikano, più rabbioso che mai - Alberto Bradanini
1. Israele è uno stato governato da criminali sociopatici, che guidano un esercito di assassini che uccidono e uccidono, poi si riposano qualche giorno, invadono i media con le loro spudorate menzogne e quindi tornano a uccidere. Tralasciando le atrocità commesse in 80 anni di occupazione violenta della Palestina, solo nei tempi recenti, dopo aver massacrato 80/100.000 persone a Gaza – cui devono aggiungersi 200/300.000 feriti e mutilati nel corpo e nello spirito e chissà quante migliaia in Cisgiordania – il giorno 8 aprile 2026, inizio del cosiddetto cessate il fuoco tra Iran e Usa/Israele e tra Libano e Israele, racchiusi nelle loro fortezze volanti, un pugno di soldati israeliani, prodotti sperimentali dell’AI con spiccate caratteristiche disumanizzanti, hanno premuto un bottone e, senza rischiare nemmeno un graffio della loro preziosa epidermide, hanno massacrato centinaia di abitanti di Beirut, i più deceduti subito, altri sepolti vivi, tra cui tanti sventurati bambini. Dal 2 marzo 2026 a oggi, l’esercito più crudele della galassia ha ucciso circa 2500 persone – e ogni giorno il numero sale – senza che qualcuno sul pianeta Terra ingiunga a cotanti assassini di farla finita.
Non si
tratta nemmeno, ça va sans dire, di episodi di guerra,
ma di massacri premeditati, che rimbalzano qualche ora sui prezzolati mezzi di
comunicazione di massa, per essere archiviati a fine giornata, mentre i
responsabili riprendono a pianificare altre, quotidiane atrocità.
Allo Stato
Ebraico, guidato dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu, su cui pende un
mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, e da altri suoi
degni compagni di merende, sono consentiti orrori di ogni sorta:
invadere, bombardare, sterminare, violentare, rubare terra e proprietà a
palestinesi, mussulmani, cristiani, libanesi, siriani, iraniani, senza
distinzione tra combattenti, uomini, donne e bambini.
Solo alle
acciughe del mar Cantabrico sfugge tuttavia che il cagnolino da passeggio
israeliano può fare tutto ciò solo in virtù delle relazioni speciali che
lo legano al Cerbero da cui è addestrato e nutrito, gli Stati Uniti d’America,
governati oggi da una putrebonda oligarchia predatrice,
incurante di Leggi o Etica, ma solo interessata ad accumulare ricchezze su
ricchezze, senza fine.
Secondo una
certa ermeneutica, la decisione di aggredire l’Iran, calpestando la Carta delle
Nazioni Unite, il diritto internazionale, i principi di convivenza tra nazioni,
l’etica delle Genti e via dicendo, troverebbe spiegazione nella pervasività
delle lobby pro-Israele che imperversano nella politica statunitense, cui si
aggiungerebbe il ricatto dei documenti Epstein che incombe sulla testa
dell’attuale inquilino della Casa Bianca in declino cognitivo, a sua volta
interessato a distrarre l’opinione pubblica dalle inclinazioni pedofiliche a
cui – dicono le malelingue – aveva l’abitudine di cedere. A tutto ciò si aggiungerebbe
l’eloquenza persuasiva del citato criminale israeliano, secondo il quale questa
scriteriata avventura sarebbe stata una distensiva passeggiata pomeridiana nei
giardini del quartiere.
Di tutta
evidenza, appare poco plausibile che un paese di 345 milioni di abitanti, prima
economia mondiale e massima potenza militare del pianeta, che dispone di 800
basi sparse ovunque, accetti di sottomettere la propria agenda ai capricci
messianico-espansionisti di uno staterello di sette milioni di abitanti, pur
mettendo sulla bilancia la tossicità ricattatoria delle lobby menzionate e la
putrescenza morale e materiale che imperversa nel principale stato
canaglia del pianeta Terra.
Ora, anche
quando le agende dei due paesi guerrafondenti non si
sovrappongono (sulla carta, il colonialismo israeliano non dovrebbe interessare
l’agenda Usa), in realtà anche qui i benefici imperiali di ritorno sono
giganteschi: instabilità diffusa, caos geopolitico, destabilizzazione
energetica, frantumazione delle economie ostili, direzionamento dei
capitali verso Wall Street, vendita di armi e conflitti altrimenti destinati a
un equilibrio, contenimento delle nazioni ostili e via
dicendo.
Le brutalità
di Israele nascondono dunque l’iceberg dell’imperialismo statunitense, quel
mostro dalle fauci insaziabili che minaccia, aggredisce, saccheggia le nazioni
che non si piegano, e che oggi, intuendo il proprio declino, agisce con ferocia
ancor più disumana, senza badare ai rischi di escalation o distinguere alleati,
paesi neutrali e nemici, avendo a mente null’altro che gli interessi di una
cerchia privilegiata di disturbati mentali.
È bene
ricordare che il nemico principale della pace, della convivenza tra nazioni,
del rispetto delle civiltà, del progresso etico e culturale, e finanche della
sopravvivenza del genere umano, è costituito da un gruppo di oligarchi che
disponendo di immense risorse, eserciti di spie, analisti d’intelligence,
giornalisti al libro paga, operatori di algoritmi e de-formazioni
mediatiche, venditori di armi e via dicendo, vogliono dominare su tutto e
tutti, nell’illusione de-umanizzante che ciò possa guarire le incurabili
patologie di cui sono affetti. Siffatti individui sono vittime di un infantile
complesso di onnipotenza, nel patetico convincimento che la loro eccezionalità (la sola
nazione indispensabile della terra: M. Albright, 1996, W. Clinton, 1999) li
autorizzi a ogni genere di nefandezze.
Sappiamo che
questo nemico principale assume lineamenti diversi a seconda di tempi e luoghi:
sul piano economico esso s’incarna nel neoliberismo antisociale, globalista e bellicista,
su quello dei valori nella mercificazione ontologica della
società, su quello politico in una democrazia di forma, non
di contenuti, su quello filosofico in un pervasivo nichilismo solipsista,
nei rapporti economici sul cinismo della plutocrazia dominante,e
su quello geopolitico sull’impero più violento del pianeta.
La pratica
di occultamento di tali evidenze – deve rilevarsi – non è dovuta a disattenzione o scarsa
memoria, ma a un sistematico lavaggio ideologico e
mediatico del cervello. Va detto, per evitare fraintendimenti, che
con Stati Uniti non s’intende il popolo americano – quei 345
milioni di abitanti anch’essi sfruttati e sottomessi, oltre che in gran parte
politicamente analfabeti – ma quell’0,1% che, come una piovra, proietta ovunque
la sua ombra vorace. Il citato lavaggio di cervelli aiuta anche a capire
l’oscura ragione che impedisce ai cittadini europei di prendere coscienza della
penosa qualità delle loro classi deprimenti, reclutate – come ben
sanno persino i barracuda dell’Amazzonia – sulla scorta di un solo criterio:
saper indossare con dignità la livrea del maggiordomo.
2. Alla luce
di quanto esposto, si proverà dunque a decifrare le tragiche vicissitudini in
corso in Asia occidentale. Nelle mire malate dei padroni del mondo,
dopo aver aggredito, destabilizzato, sbriciolato quasi tutti i paesi della
regione (Iraq, Egitto, Siria, Libia, Sudan, Afghanistan, Yemen, seppure con
risultati alterni) e dopo aver colonizzato le monarchie del Golfo con il
famigerato petrodollaro, è ora il turno dell’Iran, che si ostina a non
lasciarsi depredare, mentre dietro le quinte fa capolino persino un paese Nato,
la Turchia, che Israele ha già sfrontatamente minacciato per bocca dell’ex PM
N. Bennett[1].
I paesi
presi di mira dal duo mortifero americano-sionista appartengono a due
categorie: a) possiedono gas e petrolio in quantità rilevante (e questo
interessa gli Usa); b) oppure sono paesi islamici, e come tali si oppongono
all’espansionismo biblico-coloniale di Israele, ovvero (come si permettono!)
difendono la causa palestinese.
Rebus sic
stantibus, la guerra
di Trump/Netanyahu è persa. La rabbia spinge il primo a minacciare la
distruzione della civiltà persiana, fors’anche con la Bomba, un’ipotesi questa
che il monarca del sistema solare avrebbe accarezzato quando,
più fuori di testa del solito, è stato informato che la presunta operazione di
recupero del pilota disperso – in realtà dissennatamente volta a trafugare dal
sito di Isfahan i famigerati 430 kg di uranio arricchito al 60% – si era
risolta in un’amara perdita di uomini, aerei ed elicotteri[2]! Quanto ai
presunti negoziati in corso, in verità le notizie diffuse sono, come sempre,
null’altro che inganni. Gli Usa fingono di trattare, mentre intendono solo
dettare le condizioni della resa (quella iraniana, beninteso), ipotesi che ha
un senso quando si vince una guerra, e non è questo il caso. Per Teheran
infatti le condizioni poste sono inaccettabili: niente arricchimento
dell’uranio (consentito invece dal Trattato di Non Proliferazione, sotto
vigilanza dell’Aiea[3], come avveniva fino all’aggressione
israeliana del giugno 2025), niente missili in grado di raggiungere Israele e
interruzione dei legami con Hezbollah/Houthi (alleati politici e religiosi) e
Hamas (finanziato soprattutto dagli arabi sunniti e in passato dalla stessa
Israele, in funzione divisiva). In definitiva, una lista di aberrazioni che
solo ai due negoziatori sionisti (Kushner e Witkoff) ha punta vaghezza di
proporre.
L’economia
statunitense è come noto in declino, il dollaro si svaluta, domina la finanza,
la produzione di beni materiali è stata delocalizzata, la società è sempre più
violenta, l’ingiustizia sociale è immensa, i ricchi diminuiscono ma le loro
ricchezze aumentano. La re-industrializzazione dovrebbe avvenire ampliando la
produzione di armi (e dunque promuovendo altre guerre) e controllando le
energie fossili. Fortuna vuole che, secondo la legge dei contrappesi, ciò
spinge ancor più la Cina, per sottrarsi ai ricatti, verso le rinnovabili.
Quanto a
Israele, ancora peggio. Il perverso capo del governo israeliano – lo stesso che
ha resuscitato quei sentimenti antisemitici che sembravano sepolti per sempre
con il sacrificio di milioni di ebrei ad opera dei nazisti tedeschi – intende
radere al suolo l’Iran, colpevole di sostenere la causa palestinese, di essere
rimasto una nazione sovrana, trasformarlo (se fosse possibile) in una
gigantesca Gaza, incurante persino delle immense conseguenze (inflazione,
recessione) per il pianeta intero e dunque per gli stessi Stati Uniti.
Ma la
civiltà persiana mai accetterà di essere distrutta. Anzi, la sua reazione
potrebbe infliggere qualche serio dispiacere allo Stato Ebraico (nessuno è in
grado di anticipare, ad esempio, cosa avverrebbe se il sito nucleare di Dimona
fosse colpito da un missile balistico iraniano), e in tal caso Israele potrebbe
decidere di ricorrere alla Bomba, rimanendo dubbio che l’attuale instabile e
ricattato inquilino della Casa Bianca sarebbe in grado di opporsi. Solo Russia
e Cina, a quel punto, avrebbero qualche chance di far rinsavire tale cerchia di
svalvolati.
Alla luce di
tutto ciò, occorre trovar modo di contenere i deliri di un individuo e invero
di un paese intero (il 93% degli ebrei israeliani, a marzo 2026, approvava
l’aggressione all’Iran[4]),
consentendo all’umanità di proteggere la convivenza pacifica tra i popoli, che
seppur diversi hanno diritto di respirare e prosperare a modo loro, secondo il
buon senso, la Carta delle Nazioni Unite e quel minimo di Diritto
Internazionale che l’umanità era riuscita a edificare dopo la carneficina della
Seconda guerra mondiale.
Per
far questo, poiché nelle cosiddette democrazie occidentali (i
cui governi sono tutti dalla parte di Israele) il punto di vista delle
popolazioni è considerato solo un fastidioso mormorio di fondo – così come le
ricorrenti manifestazioni dei 25 aprile del mondo intero, eventi
fondamentalmente distrattivi, sui quali si concentrano infinitesimali
spaccature di capelli, mentre lassù il potere dorme sonni beati – coloro che
possono sono chiamati a dar segni di vita.
In queste
ore, le scommesse oscillano. L’ammasso di marines nelle vicinanze di Hormuz
suggerisce che il confuso presidente biondochiomato e il crociato Pete Hegseth
stiano pianificando la ripresa delle ostilità. I mercati, invece, sembrano
propendere per un possibile compromesso, che equivarrebbe a una sconfitta
cocente per l’impero che rappresentano.
Saremmo
sulla strada giusta se Israele fosse espulso da ogni consesso internazionale,
commerci, investimenti e legami di ogni genere, boicottando i suoi prodotti e
via dicendo, affinché quel popolo sia indotto a riflettere, e dopo aver
recuperato resipiscenza torni a dialogare con umana moderazione sulla strada
della convivenza, tenendo a mente che alle sue frontiere vivono e crescono 500
milioni di mussulmani, arabi, turchi, persiani e altre etnie e religioni, con
cui dovrà fare i conti, sempreché in futuro ci sia ancora un mondo.
Quanto agli
Stati Uniti, in attesa che possa avverarsi la profezia di Jack London, la
rivoluzione socialista nella tana del lupo, diamoci da fare per accelerare il
sorgere di un mondo plurale, in grado di contenere i capricci e la cupidigia
dell’impero. Sappiamo di contare poco, ma non cesseremo per questo di elevare
la voce al dio della pace e del senno recuperato. Breve è l’umana esistenza,
non v’è necessità di accelerarne il passo. Uniamo le forze ed entriamo nelle
praterie del sogno, spazi eterei, i soli che vale la pena frequentare, perché non
saremo certo in grado di costruire una società migliore se prima non l’avremo
immaginata nella nostra mente.
[1] https://www.maurizioblondet.it/il-genocida-minaccia-la-turchia/
[2] Tre
aerei caccia F-15E, un C-130 o MC-130J, un A-10 Thunderbolt, 4
elicotteri: due Black Hawk (HH-60), un MH-6 Little Bird e
un AH-6 o un HC-130J
[3] Agenzia
Internazionale per l’Energia Atomica
[4] https://search.brave.com/search?q=il+93%25+degli+israeliani+sostiene+la+guerra+contro+l%27Iran%2C+vero%3F&source=desktop&summary
venerdì 1 maggio 2026
Il duo Trump-Netanyahu in che catastrofe precipitano il pianeta? - Ennio Remondino
La percezione della minaccia che incombe sul mondo sta diffondendosi oltre prevenzioni ideologiche o di schieramento. Trump-Netanyahu: uno dei due un criminale ricercato per crimini di guerra, e l’altro un caricaturale mancato Nobel per la pace che s’è fatto trascinare in una guerra catastrofica da cui la sua personalità disturbata non sa come uscirne. Ma siamo sicuri di aver misurato sino in fondo i tempi e la portata della minaccia sul futuro nostro e del mondo?
Tutti sull’orlo del baratro
Sabato il
nostro Piero Orteca ci ha dato i numeri della catastrofe economica della
presidenza Trump che batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e
gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale.
90 miliardi al mese di interessi». Provate a compitare questa cifre in numeri.
Scrivete 4 e aggiungete 13 zero! In dollari. Per un assaggio più moderato, solo
per gli ‘interessi annui’, 90.000.000.000, gli zeri si riducono a dieci. Da
fatto, la superpotenza planetaria è a rischio fallimento. Ma la politica (e la
Casa Bianca) giocano sporco. All’inizio degli anni 2000, il debito pubblico
statunitense era del 34% del Pil e il governo federale aveva un surplus in
cassa. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era al
35% del Pil. Quando arrivò il Covid-19, al 79% del Pil. Il 2026, dalle guerre
Israeliane in Medio Oriente, dall’Ucraina e ora in Iran, si viaggia verso il
120%. Grave il fatto che il rapporto con questi numeri allarmanti era noto ma
fu nascosto prima che Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran bloccando il
traffico attraverso lo Stretto di Hormuz facendo schizzare i prezzi del
petrolio oltre i 100 dollari al barile.
Rischio reale di crack dell’economia della superpotenza Stati Uniti.
Qualcuno di noi gente comune, riesce ad immaginare cosa significherebbe una
crisi di questa portata sull’economia di tutto il pianeta, la nostra piccola e
povera Italia per prima? Una storia dell’orrore che lasciamo a dei fanta
economisti dell’orrore.
Una guerra da 10.300 dollari al
secondo
Il
Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva riferito al Congresso che i
primi sei giorni di guerra sarebbero costati 11,3 miliardi di dollari. Secondo
il Congressional Budget Office, per le prime 100 ore di campagna, sono stati
spesi circa 3,7 miliardi di dollari. Dettagli: munizioni per circa 1,5 miliardi
di dollari; operazioni aeree 125 milioni; operazioni navali 64 milioni e
operazioni terrestri 7 milioni; difesa aerea attorno a 1,7 miliardi. Secondo
Marine Insight, gli Stati Uniti starebbero spendendo circa 10.300 dollari al
secondo per questa guerra, con una quota principale al consumo di munizioni per
320 milioni di dollari al giorno. Seguono le missioni aeree, 245 milioni di
dollari al giorno, e le operazioni navali, che aggiungono ulteriori 155 milioni
di dollari ogni 24 ore. Più recentemente l’American Enterprise Institute
organizzazione di ricerca e analisi politica di Washington, con una stima molto
più ampia e aggiornata, il costo finora sostenuto sarebbe tra i 25 e i 35
miliardi di dollari.
Citazioni di passaggio
Ieri, il
calendario delle disgrazie del mondo di Antonio Cipriani su Polemos. «Prima del
Covid, prima di Putin in Ucraina, prima del 7 ottobre 2023, prima della ferocia
genocida israeliana, della pavida indifferenza europea; prima del ritorno di
Trump alla Casa Bianca, del suo Nobel per la Pace a colpi di guerra, del suo
essere ostaggio del governo Netanyahu, prima delle bombe israeliane su tutti i
paesi sovrani del vicino Oriente. Prima della Meloni e dei suoi sciagurati».
Oppure, a scelta: «Quando il settore della difesa diventa centrale
per favorire l’accumulazione di capitale, l’economia diventa dipendente dalla
guerra», denuncia Romaric Godin. O Michele Serra sulla stretta attualità. «Nel
frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la
soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani
classificati ‘Hezbollah’, e per essere sicuro di colpire il mio nemico,
distrugge tutto ciò che gli sta attorno. È già accaduto a Gaza. Intanto il
governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale
solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Ci sono uomini di
serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì
la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo».
L’Entità militare israeliana
Lo Stato
ebraico è una delle principali potenze militari al mondo per spesa in rapporto
al PIL, con un bilancio della difesa che ha raggiunto i 34,63 miliardi di
dollari per il prossimo anno. L’apparato militare è sostenuto da una forte
industria interna e da alleanze strategiche. Industria Militare Interna:
Israele possiede un complesso militare-industriale avanzato, con entità statali
come Israel Aerospace Industries (IAI) e Israel Military Industries (IMI),
affiancate da attori privati come Elbit Systems Ltd. Il settore è
all’avanguardia in guerra elettronica, tecnologie di intelligence e produzione
di sistemi come il carro armato Merkava. Le recenti operazioni militari hanno
avuto un impatto pesante sull’economia, sollevando preoccupazioni sulla
sostenibilità a lungo termine. L’economia israeliana si basa su un terziario
forte (quasi l’80% del PIL), trainato da settori ad alta tecnologia. Fattori
Esterni: Israele è dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per
semiconduttori e sistemi avanzati, e beneficia di investimenti da parte di
grandi istituzioni finanziarie internazionali.
Israele potenza regionale
L’economia
israeliana è una delle più militarizzate al mondo. Secondo i dati della Banca
mondiale, Israele destinava l’equivalente del 4,5% del suo PIL del 2022 alle
spese militari. Una cifra più che doppia rispetto a quella della Francia, ma
eccezionalmente bassa per Israele: tra il 2010 e il 2021, la percentuale
oscillava infatti tra il 5 e il 6% del PIL. Nel 2022, l’Iran ha speso il 2,1%
del suo PIL per l’esercito e gli Stati Uniti il 3,4%. Lo Stato ebraico era
allora il dodicesimo paese al mondo in termini di spesa militare rapportata al
suo reddito nazionale. Il problema principale delle spese militari in senso
stretto è la loro natura profondamente improduttiva. L’esercito costa molto e
rende poco, La priorità della difesa dello Stato è quindi fondamentale.
Naturalmente, tale specializzazione non avrebbe potuto svilupparsi senza lo
stretto legame che Israele intrattiene con gli Stati Uniti. Gli aiuti diretti
degli Stati Uniti a Israele, che non sono subordinati all’acquisto di materiale
statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte
dell’esercito, in particolare nel campo delle tecnologie avanzate.
«Neoliberismo falco»
L’esercito
fornisce tecnologia e manodopera a un settore che finanzia la difesa e i suoi
veterani. Con questo modello, l’economia israeliana è diventata, in apparenza,
una delle più dinamiche del mondo occidentale. Ma oltre un settore tecnologico
molto produttivo e legato all’esercito, il resto dell’economia è segnato da una
produttività molto bassa, inferiore del 6,7% alla media dei Paesi dell’OCSE.
Troppi militari sotto le armi. E la priorità della difesa dello Stato diventa
quindi fondamentale. Naturalmente, gli aiuti diretti degli Stati Uniti a
Israele, non solo subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno
permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito.
Ed ecco
l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania ad alimentare il
nazionalismo e mantenere l’esercito in stato di allerta. Una soluzione di pace
comporterebbe infatti gravi problemi per l’economia politica israeliana così
come si è sviluppata dalla metà degli anni ’90. Senza un esercito in attività,
la dinamica tecnologica faticherebbe a mantenersi, mentre il resto
dell’economia israeliana è troppo poco produttivo e quindi troppo poco
competitivo. Oltre a consentire un pericoloso processo per corruzione e rischio
carcere per Netanyahu.
martedì 28 aprile 2026
Blocchi navali
(a cura di Francesco Masala)
La globalizzazione non è nient’altro che il controllo dei mari e degli oceani, ma anche degli stretti.
In un interessante video ne parla nel 2019 Diego Fabbri:
I Romani dopo la sconfitta dei cartaginesi controllarono il Mar Mediterraneo (pax romana)
Nel XVIII e XIX secolo furono i britannici a controllare i mari del mondo (pax britannica)
Nel XX secolo fino a qualche tempo fa sono stati gli USA a controllare i mari del mondo (pax americana)
Adesso il dominio dei mari e degli stretti da parte degli Usa è minacciato dall’Iran (che controlla lo stretto di Hormuz).
Quasi silenzio sulle minacce di Trump per prendersi il canale di Panama (qui).
Negli ultimi tre secoli due paesi imperialisti (di lingua inglesa) si credono i padroni del mondo, prima la Gran Bretagna adesso gli Usa.
L’atto di insubordinazione alla pax americana da parte dell’Iran fa uscire fuori di testa il paese più potente del mondo (per ora).
Come potrebbero Russia e Cina, e tutti i paesi che non si fidano più degli Usa, per aver provato il loro tallone, essere a favore del blocco navale degli Usa contro l’Iran?
Provate a leggere queste righe:
A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio
Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero…
Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.
A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.
Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.
Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.
Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.
Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.
A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.
Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.
Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.
Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.
Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.
Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.
Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.
Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.
Anche il Giappone, come la Cina, fu costretto a lasciar entrare le merci degli Usa e dei paesi europei colonialisti (leggi qui).
Chi si oppone agli imperi di lingua inglese, ma non solo, subisce guerre e blocchi navali, ma, come canta Bob Dylan, The Times They Are a-Changin’:
sabato 25 aprile 2026
Il duo Trump-Netanyahu in che catastrofe precipitano il pianeta? - Ennio Remondino
La percezione della minaccia che incombe sul mondo sta diffondendosi oltre prevenzioni ideologiche o di schieramento. Trump-Netanyahu: uno dei due un criminale ricercato per crimini di guerra, e l’altro un caricaturale mancato Nobel per la pace che s’è fatto trascinare in una guerra catastrofica da cui la sua personalità disturbata non sa come uscirne. Ma siamo sicuri di aver misurato sino in fondo i tempi e la portata della minaccia sul futuro nostro e del mondo?
Tutti
sull’orlo del baratro
Sabato il
nostro Piero Orteca ci ha dato i numeri della catastrofe economica della
presidenza Trump che batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e
gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale.
90 miliardi al mese di interessi». Provate a compitare questa cifre in numeri.
Scrivete 4 e aggiungete 13 zero! In dollari. Per un assaggio più moderato, solo
per gli ‘interessi annui’, 90.000.000.000, gli zeri si riducono a dieci. Da
fatto, la superpotenza planetaria è a rischio fallimento. Ma la politica (e la
Casa Bianca) giocano sporco. All’inizio degli anni 2000, il debito pubblico
statunitense era del 34% del Pil e il governo federale aveva un surplus in
cassa. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era al
35% del Pil. Quando arrivò il Covid-19, al 79% del Pil. Il 2026, dalle guerre
Israeliane in Medio Oriente, dall’Ucraina e ora in Iran, si viaggia verso il
120%. Grave il fatto che il rapporto con questi numeri allarmanti era noto ma
fu nascosto prima che Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran bloccando il
traffico attraverso lo Stretto di Hormuz facendo schizzare i prezzi del
petrolio oltre i 100 dollari al barile.
Rischio
reale di crack dell’economia della superpotenza Stati Uniti. Qualcuno di noi
gente comune, riesce ad immaginare cosa significherebbe una crisi di questa
portata sull’economia di tutto il pianeta, la nostra piccola e povera Italia
per prima? Una storia dell’orrore che lasciamo a dei fanta economisti
dell’orrore.
Una guerra
da 10.300 dollari al secondo
Il
Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva riferito al Congresso che i
primi sei giorni di guerra sarebbero costati 11,3 miliardi di dollari. Secondo
il Congressional Budget Office, per le prime 100 ore di campagna, sono stati
spesi circa 3,7 miliardi di dollari. Dettagli: munizioni per circa 1,5 miliardi
di dollari; operazioni aeree 125 milioni; operazioni navali 64 milioni e
operazioni terrestri 7 milioni; difesa aerea attorno a 1,7 miliardi. Secondo
Marine Insight, gli Stati Uniti starebbero spendendo circa 10.300 dollari al
secondo per questa guerra, con una quota principale al consumo di munizioni per
320 milioni di dollari al giorno. Seguono le missioni aeree, 245 milioni di
dollari al giorno, e le operazioni navali, che aggiungono ulteriori 155 milioni
di dollari ogni 24 ore. Più recentemente l’American Enterprise Institute
organizzazione di ricerca e analisi politica di Washington, con una stima molto
più ampia e aggiornata, il costo finora sostenuto sarebbe tra i 25 e i 35
miliardi di dollari.
Citazioni di
passaggio
Ieri, il
calendario delle disgrazie del mondo di Antonio Cipriani su Polemos. «Prima del
Covid, prima di Putin in Ucraina, prima del 7 ottobre 2023, prima della ferocia
genocida israeliana, della pavida indifferenza europea; prima del ritorno di
Trump alla Casa Bianca, del suo Nobel per la Pace a colpi di guerra, del suo
essere ostaggio del governo Netanyahu, prima delle bombe israeliane su tutti i
paesi sovrani del vicino Oriente. Prima della Meloni e dei suoi sciagurati».
Oppure, a scelta: «Quando il settore della difesa diventa centrale
per favorire l’accumulazione di capitale, l’economia diventa dipendente dalla
guerra», denuncia Romaric Godin. O Michele Serra sulla stretta attualità. «Nel
frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la
soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani
classificati ‘Hezbollah’, e per essere sicuro di colpire il mio nemico,
distrugge tutto ciò che gli sta attorno. È già accaduto a Gaza. Intanto il
governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale
solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Ci sono uomini di
serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì
la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo».
L’Entità
militare israeliana
Lo Stato
ebraico è una delle principali potenze militari al mondo per spesa in rapporto
al PIL, con un bilancio della difesa che ha raggiunto i 34,63 miliardi di
dollari per il prossimo anno. L’apparato militare è sostenuto da una forte
industria interna e da alleanze strategiche. Industria Militare Interna:
Israele possiede un complesso militare-industriale avanzato, con entità statali
come Israel Aerospace Industries (IAI) e Israel Military Industries (IMI),
affiancate da attori privati come Elbit Systems Ltd. Il settore è
all’avanguardia in guerra elettronica, tecnologie di intelligence e produzione
di sistemi come il carro armato Merkava. Le recenti operazioni militari hanno
avuto un impatto pesante sull’economia, sollevando preoccupazioni sulla
sostenibilità a lungo termine. L’economia israeliana si basa su un terziario
forte (quasi l’80% del PIL), trainato da settori ad alta tecnologia. Fattori
Esterni: Israele è dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per
semiconduttori e sistemi avanzati, e beneficia di investimenti da parte di
grandi istituzioni finanziarie internazionali.
Israele
potenza regionale
L’economia
israeliana è una delle più militarizzate al mondo. Secondo i dati della Banca
mondiale, Israele destinava l’equivalente del 4,5% del suo PIL del 2022 alle
spese militari. Una cifra più che doppia rispetto a quella della Francia, ma
eccezionalmente bassa per Israele: tra il 2010 e il 2021, la percentuale
oscillava infatti tra il 5 e il 6% del PIL. Nel 2022, l’Iran ha speso il 2,1%
del suo PIL per l’esercito e gli Stati Uniti il 3,4%. Lo Stato ebraico era
allora il dodicesimo paese al mondo in termini di spesa militare rapportata al
suo reddito nazionale. Il problema principale delle spese militari in senso
stretto è la loro natura profondamente improduttiva. L’esercito costa molto e
rende poco, La priorità della difesa dello Stato è quindi fondamentale.
Naturalmente, tale specializzazione non avrebbe potuto svilupparsi senza lo
stretto legame che Israele intrattiene con gli Stati Uniti. Gli aiuti diretti
degli Stati Uniti a Israele, che non sono subordinati all’acquisto di materiale
statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte
dell’esercito, in particolare nel campo delle tecnologie avanzate.
«Neoliberismo
falco»
L’esercito
fornisce tecnologia e manodopera a un settore che finanzia la difesa e i suoi
veterani. Con questo modello, l’economia israeliana è diventata, in apparenza,
una delle più dinamiche del mondo occidentale. Ma oltre un settore tecnologico
molto produttivo e legato all’esercito, il resto dell’economia è segnato da una
produttività molto bassa, inferiore del 6,7% alla media dei Paesi dell’OCSE.
Troppi militari sotto le armi. E la priorità della difesa dello Stato diventa
quindi fondamentale. Naturalmente, gli aiuti diretti degli Stati Uniti a
Israele, non solo subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno
permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito.
Ed ecco
l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania ad alimentare il
nazionalismo e mantenere l’esercito in stato di allerta. Una soluzione di pace
comporterebbe infatti gravi problemi per l’economia politica israeliana così
come si è sviluppata dalla metà degli anni ’90. Senza un esercito in attività,
la dinamica tecnologica faticherebbe a mantenersi, mentre il resto
dell’economia israeliana è troppo poco produttivo e quindi troppo poco
competitivo. Oltre a consentire un pericoloso processo per corruzione e rischio
carcere per Netanyahu.
domenica 19 aprile 2026
A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio
Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero...
Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.
A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa
si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso,
la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un
principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia
che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali
da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di
tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una
misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi
tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la
più classica delle armi: la guerra.
Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima
guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che
distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione
dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si
parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno
osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento
del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria
britannica.
Venti anni più tardi, la storia si
ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda
volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e
Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò
con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie
architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione
metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati,
concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la
catastrofe “apertura della Cina al mondo”.
Dietro la parola “apertura” c’era un
programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo
braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e
che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli
dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di
polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma
resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.
Nel 1900, quando i cinesi provarono a
ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di
otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone,
Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta
nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da
punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile
trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.
A Londra, i giornali dell’epoca
celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del
progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano
cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo
nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per
garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul
palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite,
invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.
Eppure furono quelle guerre a definire
per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si
proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un
prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico
occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che
nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici
sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.
Il paradosso è che quella violenza,
anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio
insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in
principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire
“progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza:
basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran
Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC:
inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.
Chi studia quelle guerre trova
l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza
mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno;
la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che
organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo
in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la
sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina
non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è
legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un
discorso sui diritti.
Oggi Londra continua a impartire lezioni
di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per
sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito
difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo
orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni
volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si
ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.
Il suprematismo europeo si nutre della
rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di
civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante
della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è
stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che
i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.
Il regno che oggi si presenta come
modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro
sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato.
E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina,
che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale.
In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si
trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale
dell’Occidente.
Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire
quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha
costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di
vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale.
L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un
mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta
che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare
Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva
la bandiera della civiltà.
domenica 12 aprile 2026
Non vedono la tempesta arrivare - Giovanni Tonlorenzi
Nel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.
Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei
dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.
Sia chiaro,
nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello
politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che
attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi
quarant’anni.
Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza
sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi
dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è
comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un
disastro.
Il
referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo
del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto
contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a
suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è
meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.
Così, mentre
nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano
i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di
Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco
Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo
alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che
non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e
astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.
Sigonella,
ovvero i confini della sovranità consentita
Si
accavallano in maniera tale che persino il ministro della Difesa Crosetto,
membro autorevole di un governo iper-atlantista e in piena sintonia con
l’amministrazione Trump, si è trovato costretto a rendere pubblica una nota
misurata ma in sostanza inequivocabile: rispetto dei trattati, incrollabile
alleanza con gli USA, ma indisponibilità all’utilizzo delle basi militari come
quella di Sigonella, per gli aerei militari statunitensi impegnati in
operazioni di guerra contro l’Iran¹.
Il governo
ha presentato il gesto come puramente procedurale. L’opposizione ha risposto
con un “serve di più”, prontamente sopito, anche perché sapendo da che pulpito
arrivava l’invito, la cosa diventava addirittura grottesca.
Ciò che è
rimasto di questo episodio è la solita, sostanziale convergenza tra governo e
cosiddetta opposizione sulle grandi questioni della geopolitica, che ha
chiarito una volta di più il perimetro del pensiero politico e della sovranità
consentita.
Una convergenza che non è tattica né contingente, ma strutturale. Ed è
precisamente lì, in quella convergenza di fatto e che molte volte si è
esplicitata, che si misura la distanza minima tra chi governa e chi si dichiara
opposizione.
Il
riferimento a Sigonella ha evocato naturalmente l’altro caso, quello del 1985,
quando Bettino Craxi riaffermò con nettezza la sovranità italiana di fronte
all’amministrazione di Ronald Reagan. Un accostamento che, al di là del nome
della base, non ha in comune con la situazione attuale assolutamente nulla,
anzi dimostra la plastica evidenza dell’abisso che separa l’attuale classe
politica italiana da quella di quegli anni, qualunque cosa se ne voglia
pensare. Allora, con mille difetti, c’era una classe dirigente capace di porre
un limite al potente alleato, oggi ci si affretta a chiarire che quel limite è
solo procedurale, mancava la consultazione preventiva.
Ma il caso
Sigonella è importante perché, come un filo d’Arianna, ci guida nella
comprensione di quanto la guerra e la crisi energetica stiano già entrando in
casa nostra e quanto, invece, il dibattito nell’opposizione sia, appunto,
lunare.
La
coalizione Epstein e la guerra che non va come previsto
Alla data
del 24 febbraio 2022, l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, se ne
è aggiunta un’altra che è destinata anch’essa a lasciare il segno, ed è il 28
febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.
L’obiettivo
dichiarato della ormai nota coalizione Epstein era la neutralizzazione
dell’inesistente programma nucleare militare iraniano, la decapitazione della
sua leadership e il conseguente cambio di regime.
Ma le cose
non sono andate come previsto².
Nonostante
settimane di bombardamenti intensivi, la capacità militare iraniana non risulta
neutralizzata, e le infrastrutture strategiche, in particolare le basi
missilistiche, per lo più sotterranee e disperse sul vasto territorio della
Repubblica islamica, continuano a garantire operatività e resilienza al paese.
Teheran
mantiene una pressione costante attraverso attacchi missilistici e con droni
sulle strutture energetiche dei paesi del Golfo Persico e su Israele,
aumentando progressivamente il livello tecnologico delle proprie offensive.
La
leadership politica e militare iraniana, di cui fu predisposta una cospicua
decentralizzazione, ha continuato a funzionare nonostante i raid sui centri di
governo, e la governance della Repubblica islamica prosegue secondo il proprio
quadro costituzionale².
La
situazione in cui si è impantanata la coalizione Epstein si sta incancrenendo
al punto che tra molti analisti comincia a circolare l’ipotesi che Israele, in
caso di sconfitta, potrebbe mettere in atto la cosiddetta “Opzione Sansone” e
cioè il ricorso alle armi nucleari³.
Una
prospettiva che non appartiene alla fantascienza geopolitica, ma al calcolo
strategico di chi si potrebbe trovare presto con le spalle al muro.
Sul fronte
della superiorità aerea, poi, la realtà operativa è ben più complicata di
quanto la narrazione ufficiale voglia dare ad intendere.
Diversi episodi, velivoli abbattuti, emergenze in volo, difficoltà nelle
missioni di recupero dei piloti, indicano un contesto sempre più ostile per gli
Stati Uniti e per il piccolo ma potente e aggressivo alleato⁴.
Come osserva
con consueta lucidità Simplicius the Thinker – nome de plume di uno dei più
seguiti analisti geopolitici e militari a livello globale – la riduzione delle
capacità di attacco a distanza obbliga statunitensi e israeliani a missioni
sempre più rischiose, con un’esposizione crescente e un tasso di perdite in
aumento.
In questa
prospettiva, le ripetute minacce di intervento terrestre, non solo a parole, ma
accompagnate dall’invio nell’area di consistenti reparti militari – rischiano
di trascinare l’intero quadrante, ed oltre, verso esiti ancora più gravi e
distruttivi.
Nel
frattempo, tre generali sono stati rimossi dai vertici del Pentagono nel pieno
della conduzione del conflitto, segnale questo inequivocabile di forti
divergenze tra le alte sfere militari e la Casa Bianca sulla gestione
dell’operazione Epic Fury⁵.
Che la
situazione presenti chiari elementi di caos, e dunque di enorme pericolosità,
lo dimostra anche la linea comunicativa di Trump, sempre più aggressiva e
sempre più contraddittoria, con elementi di imbarazzante grossolanità. Il
presidente ha dichiarato pubblicamente che Mohammed bin Salman deve “baciargli
il culo”, una frase che, al di là del registro, misura plasticamente il livello
raggiunto da questa amministrazione⁶.
Di fronte a
tutto questo, l’opposizione italiana tace, o commenta a margine, con vuote
frasi di circostanza, spesso con la stessa superficialità con cui commenterebbe
un risultato elettorale locale. Non una proposta, tantomeno una visione, non un
pensiero che sia all’altezza della posta in gioco.
Kallas e gli
altri: il pensiero unico europeo di fronte alla guerra
Quattro anni
fa, con l’inizio l’operazione speciale militare della Federazione Russa in
Ucraina, finalizzata a porre uno stop all’espansione della NATO verso est, si è
messo in moto un processo destinato a cambiare, probabilmente in maniera
definitiva, le linee storiche che sembravano fatali dalla fine della Guerra
Fredda. Eppure l’attuale leadership europea, totalmente agita da volontà
d’oltreoceano, non ha nemmeno tentato di difendere gli interessi dei popoli
europei.
Si è chiusa
in una ostinata propaganda spesso imbarazzante, incapace di elaborare un punto
di vista autonomo ancorato alla realtà dei fatti, e rifugiandosi nella
ripetizione di un unico mantra: lotta senza quartiere contro il pericolo russo
in procinto di espansionismo su grande scala.
A
sottolineare e rendere ancora più evidente questo asservimento, un asservimento
che è addirittura metapolitico, che precede e condiziona qualsiasi scelta
politica concreta – sono intervenute la macelleria genocida perpetrata ai danni
del popolo palestinese dallo Stato di Israele con il sostegno
dell’amministrazione del democratico Joe Biden, la guerra dei dodici giorni
contro l’Iran del giugno 2025, e la vicenda venezuelana di inizio 2026.
Con la
guerra scatenata contro la Repubblica islamica, la nullità dell’establishment
europeo si è confermata definitivamente lampante. Al di là del non riuscire a
svolgere alcun ruolo di mediazione reale, la leadership europea è addirittura
arrivata a invitare, sostanzialmente, l’Iran a non difendersi⁷. Il culmine lo
ha raggiunto Kaja Kallas, che nel suo quotidiano delirio anti russo non ha
trovato di meglio da dichiarare che “la Russia sta aiutando l’Iran con
informazioni di intelligence per uccidere americani, e ora fornisce anche droni
perché possa attaccare i paesi vicini e le basi militari statunitensi”⁸.
Una
dichiarazione che dice tutto sulla qualità del pensiero strategico europeo,
ossessionato dalla Russia al punto da perdere di vista qualsiasi lettura
autonoma della realtà.
E la classe
dirigente italiana che fa? Assente, silente, e l’opposizione discute di
federatori mentre il continente brucia.
Lo Stretto
di Hormuz e il crollo dell’ordine unipolare
La
situazione attuale racconta in modo incontrovertibile che l’unipolarismo
occidentale a guida statunitense è sempre meno tollerato. La posizione
iraniana, rigida nel non aprire ad alcun compromesso finché non saranno
raggiunti gli obiettivi strategici di lungo periodo, a cominciare dalla propria
sicurezza nell’area mediorientale, fa evidentemente il paio con le posizioni
portate avanti dalla Federazione Russa fin dal 2007. Posizioni queste che non
sono più liquidabili con la propaganda, come l’establishment occidentale ha
tentato di fare per quasi vent’anni.
Oggi emerge
che la vera forza iraniana non è solo militare, ma soprattutto geografica,
economica e monetaria.
Lo Stretto
di Hormuz — principale nodo marittimo per il commercio energetico globale — è
diventato il teatro dello smottamento del vecchio ordine geopolitico ed
economico. Da quello stretto transita circa il 20% del petrolio mondiale, il
22% del gas naturale liquefatto globale, e una quota rilevante di
fertilizzanti, prodotti chimici ed elio⁹. La sua inagibilità produrrebbe una
crisi di approvvigionamento energetico su scala planetaria di proporzioni del
tutto inedite, con prezzi del petrolio che potrebbero raggiungere i duecento
dollari al barile in brevissimo tempo. Questo significa pesanti rincari per
riscaldamento, trasporti, produzione industriale, filiere alimentari, significa
la vita quotidiana di decine di milioni di italiani ed europei.
Come segnala
efficacemente Pepe Escobar, c’è una dimensione ulteriore evidente ma le cui
conseguenze non sono ancora del tutto analizzate: la strategia iraniana,
imponendo pagamenti in yuan per il transito delle merci attraverso Hormuz,
incide sulla centralità del dollaro come valuta di riferimento globale, il che
determina che al conflitto militare si aggiunge sempre più sensibilmente un
conflitto sistemico¹⁰.
Con il
sostegno di Russia e Cina, il conflitto regionale si colloca irrimediabilmente
in uno scontro di dimensione globale, con tutte le conseguenze del caso.
Anche
l’attuale formato dei BRICS ne risentirà in modo sostanziale, visto che alla
prova dei fatti si rivela ben poco strategicamente coeso e quindi inadeguato
come attore in una situazione così complicata. Ma al suo posto si va delineando
un asse più ristretto ma decisamente più coerente, fondato sull’integrazione
tra Russia, Iran e Cina.
Questo
triangolo strategico unisce risorse energetiche, capacità industriali e
controllo dei principali corridoi logistici eurasiatici, configurandosi come il
nucleo operativo di un possibile ordine multipolare. E l’Iran non è un attore periferico,
in quanto controlla uno dei principali snodi energetici del pianeta e
rappresenta il crocevia geografico tra Asia e Medio Oriente, collegamento
essenziale tra i sistemi economici e infrastrutturali russo e cinese¹⁰.
Qualcuno
nell’opposizione italiana ha ritenuto opportuno aprire un dibattito su tutto
questo? Ha proposto una posizione, una lettura, una prospettiva che non fosse
quella dell’atlantismo come riflesso condizionato? La risposta, come sappiamo,
è no. E questo elemento non è solo una lacuna, suona quasi come condanna
politica.
Anche Kagan
lo ammette. L’opposizione italiana no. Trent’anni di Washington Consensus non
si cancellano con le primarie
Il livello
di consapevolezza della situazione internazionale da parte della classe
dirigente italiana sembra essere impermeabile a tutto.
In nessuno
dei poli della geografia politica italiana si riesce a scorgere uno straccio di
volontà di uscire da quel perimetro che è storicamente consentito dai signori
ai vassalli.
Impermeabile
anche alle domande di cambiamento provenienti dalle persone in carne e ossa,
sempre più strette in una crisi che diventerà ingestibile. Il voto No al
referendum contiene molto probabilmente anche, e soprattutto, questo elemento.
Là fuori qualcosa forse si sta muovendo, qualcosa di profondo, ancora
embrionale e difficilmente descrivibile, ma la politica ufficiale non se ne
accorge o, peggio, finge di non accorgersene.
Il vecchio
mondo sta crollando rapidamente e lo riconosce persino Robert Kagan, un
neoconservatore, intellettuale organico dell’interventismo americano,
sostenitore storico della NATO e di Israele, tutt’altro che un pensatore
critico dell’ordine liberale.
Su The Atlantic ha scritto che la guerra con l’Iran ha esposto e aggravato le
divisioni tra gli Stati Uniti e i propri alleati, ha rafforzato le potenze che
lui chiama – e qui si intende la sua natura – revisioniste cioè Russia e Cina,
ed ha accelerato il caos politico ed economico globale, lasciando gli USA in
una posizione di isolamento che non si vedeva dagli anni Trenta del XX
secolo¹¹.
Il fatto che
sia Kagan a scriverlo non è un dettaglio, ma la misura di quanto la realtà
abbia superato anche i suoi più convinti e aggressivi architetti.
Negli States
persino falchi neoconservatori si interrogano se Israele possa ancora
considerarsi un alleato affidabile, cercando forse di mettersi al riparo da
quella che potrebbe svilupparsi come una sconfitta epocale.
Ma qui,
coloro che dovrebbero convocare, chissà, una sorta di Stati Generali non sanno
nemmeno suonare nell’orchestra del Titanic che sta colando a picco, e perché si
rendono conto che affrontare certi temi, seriamente, significherebbe la
dissoluzione istantanea di troppe carriere politiche fini a sé stesse.
Il Partito
Democratico, come quasi tutto ciò che popola la geografia politica italiana, ha
formato la propria identità, il proprio ceto dirigente, la propria rete di
relazioni dentro il Washington Consensus, il Fiscal Compact, la privatizzazione
forsennata dei servizi pubblici, la conseguente continua cessione di sovranità
alla burocrazia irresponsabile dell’Unione Europea e al postulato atlantista.
Tuttavia, per onestà bisogna ammettere che non è solo il PD il problema, ma è
la stragrande maggioranza del mondo politico, culturale, intellettuale e
dell’informazione nella sua quasi totalità, per un motivo o per l’altro, che ha
portato il cervello all’ammasso.
Eppure il PD
rimane l’equivoco che fa da tappo a quella grande mobilitazione che sarebbe
necessaria e che prima o poi avverrà autonomamente.
E per dirlo
con chiarezza, non siamo davanti soltanto a scelte sbagliate, fautrici di
politiche sempre più impopolari, ma ad un problema strutturale. Come quando si
sente dire, ad esempio, che Renzi fu un incidente di percorso per il Partito
Democratico, senza capire che Renzi era il figlio legittimo del PD e sua
discendenza naturale. Non è nemmeno questione di mancanza o di cattiva volontà,
è questione di quello che si è diventati, e di cosa si è scelto di essere nel
corso di trent’anni.
Chi non avrà
il coraggio di uscire da quel perimetro sarà spazzato via, con tutta
probabilità, dall’impetuosità degli eventi.
No Kings: il
marchio americano che i progressisti hanno comprato, senza leggere l’etichetta
La cartina
di tornasole più recente di questa cecità strutturale è stata la manifestazione
“No Kings” del 29 marzo. In Italia come in Europa se ne è fatto un uso
entusiastico e del tutto acritico, esattamente l’uso che ci si aspetterebbe da
chi non sa leggere i movimenti sociali che non ha prodotto e non capisce quelli
prodotti altrove.
Perché No
Kings è, nella sostanza, uno strumento dei Democratici americani, il cui
obiettivo non è altro che lo status quo ante, quello dei Biden, di Kamala
Harris, delle famiglie Clinton e Obama, delle politiche neocon già viste
all’opera.
Un movimento
che pone come ideale il repubblicanesimo americano del XVIII secolo,senza fare
menzione del fatto che da quel momento quei padri fondatori costruirono una
nazione sul genocidio dei nativi, sullo schiavismo, su un calvinismo che ha
fatto dell’arricchimento individuale uno dei perni dello sviluppo, dando
progressivamente vita al mito del destino manifesto.
No Kings è
contro le politiche di Trump che mettono a repentaglio quell’America che c’era
prima, appunto quella di Biden, primo sostenitore concreto del genocidio
palestinese.
Quell’America
non è poi così diversa da quella di Trump. E chi in Europa ha sfilato sotto
quel marchio senza porsi una sola di queste domande ha dimostrato esattamente
il livello di analisi politica di cui è capace.
Il
meccanismo è stato quello di un franchising acritico, si è preso un marchio, lo
si è un po’ adattato, senza chiedersi nulla sul contesto locale, sugli
obiettivi reali, sulle forze che lo animano, sugli interessi, grandi, che lo
finanziano.
Contro chi
si stava manifestando, la piazza esattamente? Per quale alternativa? Con quale
orizzonte? Scrive tale Tom Joad in un articolo su Substack: “così la piazza
protesta dentro le coordinate del mondo che contesta, con gli strumenti di quel
mondo, nel linguaggio di quel mondo, e il risultato più ottimistico è una
versione leggermente più umana del medesimo ordine, ciò che la retorica
progressista chiama ‘un mondo più giusto’, intendendo esattamente lo stesso
mondo governato dalle medesime strutture con un personale politico più
gradevole e una distribuzione della ricchezza lievemente meno oscena”¹².
È, in fondo,
la stessa logica che governa tutta l’opposizione italiana, rimanere dentro le
coordinate del sistema che certo non si vuole cambiare ma sperare che sia meno
violento ed aggressivo, sperando che cambino gli attori senza che cambi la
commedia.
Quando
arriverà lo shock, non ci salveremo con le primarie
Come annota
con amara lucidità Ugo Boghetta su La Fionda¹³, analizzando i dati del
referendum, risulta chiaro che il campo largo non può affermare di essere in
ripresa; i voti referendari non sono sommabili a posizioni unioniste, riarmiste
e liberiste. Forse cambieranno gli attori senza che cambi la commedia ma
rimangono milioni di cittadini orfani di proposte convincenti, milioni di
persone che hanno votato No senza che nessuno sia capace di dare un
orientamento a quella domanda di cambiamento in qualcosa di politicamente
credibile, sia per politiche che per interpreti.
Esisterebbe,
teoricamente, la possibilità di costruire qualcosa di diverso, una posizione
antiliberista che combini l’attuazione piena della Costituzione con lo sgancio
progressivo dell’Italia dagli organismi internazionali che ne comprimono la
sovranità, cogliendo le opportunità che la contingenza storica offre per
avvicinarsi a obiettivi concreti di neutralità e indipendenza reale.
Potrebbe non
essere solo utopia, ma la è la condizione necessaria per perseguire un
interesse nazionale popolare e rilanciare qualcosa che assomigli alla
democrazia.
Ma richiede
coraggio intellettuale e politico che oggi, nell’opposizione italiana, non si
vede all’orizzonte.
Purtroppo,
la storia insegna che le grandi inversioni di rotta nelle opinioni pubbliche
non avvengono per sola persuasione, ma assai spesso per uno shock. Non ce lo
auguriamo, ovviamente anche perché non si sa mai che piega possono prendere
quelle inversioni di rotta. Ma sarebbe disonesto ignorarlo e sarebbe sbagliato
non tenere conto che, quando quello shock arriverà, chi avrà scelto di
trastullarsi con federatori, primarie e altre cosette, non avrà nessuna
credibilità per essere ascoltato.
Note
- https://www.lastampa.it/politica/2026/03/31/news/italia_nega_base_sigonella_usa_crosetto-15566208/
- Crooke,
A., Iran’s Audacious Strategic Moves, Unz Review, 27 marzo 2026, https://www.unz.com/acrooke/irans-audacious-strategic-moves-declared-missile-dominance-over-the-occupied-territories-a-warning-of-nuclear-deterrence/
- https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/22/why-the-world-should-worry-about-israels-nuclear-doctrine; https://jacobin.com/2026/03/israel-iran-war-nuclear-weapons
- Simplicius, https://simplicius76.substack.com/p/disaster-operation-stone-age-begins
- https://edition.cnn.com/2026/04/02/politics/hegseth-removes-randy-george-army-chief-of-staff
- https://thewire.in/world/trump-claims-saudi-crown-prince-kissing-my-ass
- https://www.theguardian.com/world/2026/mar/24/ursula-von-der-leyen-iran-us-hormuz-crisis-australia; https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/eus-costa-urges-iranian-president-to-ensure-freedom-of-navigation-in-strait-of-hormuz/
- https://ejpress.org/kallas-russia-is-providing-intelligence-support-to-iran-in-the-middle-east-war-to-kill-americans/
- https://www.iea.org/about/oil-security-and-emergency-response/strait-of-hormuz
- Escobar,
P., https://www.unz.com/pescobar/the-china-pakistan-gcc-riddle/
- Kagan,
R., https://www.theatlantic.com/international/2026/03/trump-us-power-iran/686567/
- Joad,
T., https://revolvepl.substack.com/p/la-piazza-incorporata
- Boghetta,
U., https://www.lafionda.org/2026/04/04/post-referendum-quo-vadis/
https://www.lafionda.org/2026/04/07/non-vedono-la-tempesta-arrivare/