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lunedì 27 aprile 2026

I fatti e le manipolazioni del 25 aprile a Milano

 

«Brigata Ebraica» e corteo 25 aprile: i fatti e le manipolazioni

Alessandro Lanzani (fotoreporter) – testimonianza ripresa dai social.

Io, al corteo del 25 aprile a Milano, c’ero: dall’inizio fino all’uscita della Brigata Ebraica.
Ci sono 4 video qui puntuali; vedi sotto Credo che di fronte alle distorsioni propagandistiche e manipolazioni che stanno emergendo in queste ore valga la pena di riferire alcuni fatti

 A questo punto in pochi minuti prima centinaia poi qualche migliaio di persone che arrivavano da San Babila per andare al corteo hanno visto la scena e si sono fermati costruendo spontaneamente un muro di persone.
Il 99% di queste persone si è fermato spontaneamente quando ha capito cosa stava succedendo e ha visto
– Bandiere di Israele
– Bandiere statunitensi

– Bandiere iraniane dello Scià
– Bandiere georgiane
– Cartelli favorevoli a Trump che ringraziavano per il bombardamento dell’Iran.

 I militanti organizzati di movimenti associazioni o partiti erano avanti come nel caso dell’Anpi o erano indietro come nel caso della Cgil, di altri sindacati e movimenti.

 La marea umana è cresciuta spontaneamente in pochi minuti: una marea popolare e non gestita da nessuno .

 Nonostante tre accordi di strada con le forze dell’ordine per l’uscita della Brigata Ebraica (e aggregati) i soggetti in questione non uscivano. Che si fosse raggiunto un accordo lo si desume dai video e dal fatto che la Digos ordinava alla Mobile di aprire un varco verso via Senato

 Questi tentennamenti della B.E. hanno messo in difficoltà le forze dell’ordine e ha rischiato di far salire ulteriormente la tensione .

 Nessun coro  ha mai cantato oscenità  sulle “saponette mancate ”  o simili; se a Fiano uno glielo ha detto era uno e vale per uno; le altre migliaia possono dire no .

 Le forze dell’ordine, nonostante le critiche degli strateghi da tastiera, sono riusciti a gestire una situazione estremamente complicata: non è volato un manganello, nonostante ci fossero continui tentennamenti e false partenze da parte della B.E.

 La volontà  popolare non eterodiretta da partiti o movimenti  è riuscita in modo sostanzialmente pacifico ad evitare la solita sceneggiatura che abbiamo visto in questi anni e a segnare una pagina storica nella storia di Milano.

Uno spunto di riflessione per tutti dirigenti militanti e semplici cittadini

Alessandro Lanzani
Fotoreporter

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Antisemitismo (con polemica) al 25 aprile di Milano? La versione diversa del Laboratorio Ebraico Antirazzista: “Noi accolti con applausi e affetto”

Da Delrio a Crosetto. Fioccano da ore sulle agenzie di stampa accuse di antisemitismo per la pesante contestazione alla Brigata Ebraica avvenuta al corteo del 25 aprile a Milano. Un fuoco incrociato proveniente da diversi schieramenti. Si parla di razzismo, estremismo e odio verso la stella di David. La versione però traballa di fronte a un altro racconto, quello degli esponenti del Laboratorio Ebraico Antirazzista e della rete Mai indifferenti-Voci ebraiche per la pace. Il loro cordone, che non ha fatto certo mistero dell’identità ebraica, non solo non ha ricevuto critiche ma è stato accolto con entusiasmo e serenità da chi era in piazza.

I due gruppi erano presenti alla manifestazione con due striscioni. “Ebree ed ebrei contro il fascismo in ogni tempo e in ogni luogo”, e “Cessate il fuoco, voci ebraiche per la pace”. Nessuna bandiera nazionale. I partecipanti assicurano di non essersi mai sentiti minacciati o a rischio. Ieri come gli anni precedenti. “Questa è stata la nostra terza partecipazione al corteo del 25 aprile” racconta al Fattoquotidiano.it Eva Schwarzwald della rete Mai indifferenti-Voci ebraiche per la pace. “Abbiamo sfilato con i nostri striscioni con assoluta tranquillità, ricevendo un sacco di applausi dai cittadini che stavano sui marciapiedi, anche più degli anni scorsi. Dissentiamo fortemente da quanto continua a dire il presidente della Comunità ebraica Walker Meghnagi che sappiamo essere di destra e vicino al presidente La Russa. Se tu non provochi, come ha fatto la Brigata ebraica con le bandiere israeliane, la gente capisce. Io sono ebrea al 100% ma non voglio che lui parli a mio nome” aggiunge, spiegando di aver abbandonato la Comunità ebraica di Milano. “Mio nonno era un socialista picchiato dai fascisti, mia madre non ha potuto insegnare per colpa delle leggi razziali e mio padre è scappato da Dachau. La mia storia è questa, non è che ci siano tanti dubbi. Eppure non sento il bisogno di appellarmi a Mattarella per l’antisemitismo. Semmai sento il bisogno di chiedere un mondo diverso, più umano. L’antisemitismo esiste, è sempre esistito e continuerà a esistere. Ma non si blocca così, si blocca seguendo la linea del dialogo come abbiamo fatto con i palestinesi. Il problema è che oggi viene considerato antisemita qualsiasi attacco al governo israeliano e a Netanyahu”.

La rete Mai indifferenti-Voci ebraiche per la pacenata nel 2024, lavora spesso accanto al Laboratorio Ebraico Antirazzista, una realtà che riunisce giovani ebrei italiani fortemente critici verso le politiche del governo israeliano nei confronti della popolazione palestinese in Cisgiordania e a Gaza. Non negano la presenza nella società dell’antisemitismo ma rifiutano la strumentalizzazione politica fatta per silenziare e squalificare le proteste contro Netanyahu e dei suoi alleati. Negli ultimi due anni, come altri gruppi di ebrei per la pace sorti soprattutto negli Stati Uniti, hanno promosso eventi e manifestazioni per chiedere il cessate il fuoco nella Striscia e denunciare i crimini di guerra dell’esercito di Tel Aviv. Una delle ultime campagne vuole denunciare la “complicità e l’indifferenza del governo italiano e dell’Unione Europea nei confronti del genocidio del popolo palestinese di Gaza”.

Entrambe le realtà, che si ispirano ai valori dell’antirazzismo e dell’uguaglianza, si sono trovate più volte in contrasto con le dichiarazioni delle Comunità ebraiche, in particolare quella di Roma e Milano. Le posizioni sono molto distanti. Dopo la manifestazione di ieri il presidente della Comunità milanese, Meghnagi, ha accusato l’Associazione di partigiani di aver “organizzato l’allontanamento della Brigata perché sin dall’inizio aveva detto no agli ebrei al corteo”. E ha aggiunto: “Le bandiere di Israele? Nessuno aveva detto di non portarle”. Erano accompagnate da una gigantografia di Trump e i vessilli del principe iraniano Reza Pahlavi. Nel gruppo della Brigata ebraica c’era anche Eyal Mizrahi, il presidente dell’associazione Amici di Israele, finito al centro delle polemiche per la famigerata frase “definisci bambino” rivolta a Enzo Iacchetti in diretta tv.

da qui


sabato 25 aprile 2026

Disse Pertini: “Non c’è libertà senza giustizia sociale”. Ma noi abbiamo fatto il contrario - Tomaso Montanari


Dall’orazione ufficiale tenuta da Tomaso Montanari a Pavia, oggi 25 aprile 2026

Il 25 aprile del 1945 fu la voce di Sandro Pertini a chiamare, dalla radio, i milanesi allo sciopero generale e all’insurrezione. Venticinque anni dopo, nel 1970, un Pertini presidente della Camera così celebrava la grande di aprile: «Noi non vogliamo abbandonarci ad un vano reducismo. No. … Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che costituirono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro; non può esservi vera libertà senza giustizia sociale, e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà. E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice. La libertà solo così riposerà su una base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso inalienabile dal popolo lavoratore italiano». «Solo così»: cioè costruendo giustizia sociale. Ma abbiamo fatto il contrario: e oggi ci chiediamo se l’indifferenza, o meglio la diffidenza, verso quei valori di libertà non si debba proprio spiegare così.

La distruzione di ogni giustizia sociale ha lentamente distrutto anche la «base solida» per l’idea stessa di libertà. Ed è così, per questa via, che gli italiani hanno smesso in massa di andare a votare, aprendo la via al governo di chi si riconosce a viso aperto nelle idee e nei miti aberranti del fascismo. Oggi, in un deserto ideologico, il razzismo, l’odio per la diversità, la pretesa della superiorità della propria cultura, un disperato egoismo sociale crescono velocemente, e si moltiplicano: perché sono ‘idee senza parole’ che abitano perfettamente il vuoto lasciato dalla mancanza di idee argomentate, confrontate con la realtà, passate al vaglio di una critica collettiva. La maggior parte di coloro che votano, o provano simpatia, per i partiti che continuano a credere nei miti del fascismo (e che rivendicano proprio questa «continuità») non ha probabilmente mai letto Mussolini e, quasi sempre ha un sincero orrore per la figura di Hitler: non sa quali siano le origini delle idee che pensa di condividere, e non immagina quali possano esserne le conseguenze sulla sopravvivenza della democrazia, e dell’umanità stessa. Non lo sa, e non se ne cura: nella convinzione che quelle idee siano ‘naturali’, e dunque più forti del diritto, o del senso morale.

 

A questo si aggiunge che il più potente mezzo di comunicazione orizzontale della storia umana – internet, con i social media – è oggi dominato da un «algoritmo [che] per massimizzare il tempo trascorso sulle piattaforme ha imparato a premiare non la verità, la gentilezza o l’empatia, ma le emozioni più forti e contagiose: la paura negli anziani, la rabbia nel ceto medio impoverito, l’insicurezza e l’ansia nei giovani».

Un vento potente soffia dunque nelle vele, in sé così poco attraenti, del fascismo. «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo»: queste celebri, quanto inascoltate, parole scritte da Primo Levi nel 1986, seguono immediatamente la terribile constatazione per cui, «incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe». Parole che acquistano una risonanza terribilmente attuale nel momento in cui la massima potenza economica e militare del mondo è guidata da Donald Trump, anche lui un istrione grottesco: obbedito e osannato, non sappiamo ancora fino a quale traguardo. Non si tratta ogni volta di misurare le differenze con Hitler e il nazismo, ma di andare al nocciolo morale della questione: la sostituzione del diritto con l’arbitrio, l’odio razziale, un uso ideologico della violenza contro gruppi di umani ritenuti meno degni di altri, il terrore come strumento politico.

La via per uscire da questo pericoloso vicolo cieco la indicano ancora una volta le parole di Carlo Rosselli: rimettere al centro la persona umana. Considerarla un fine, mai un mezzo. Ciò che è davvero decisivo è allora ricominciare ad attuare il progetto della Costituzione della Repubblica, assumendo come bussola suprema proprio la persona umana. I nemici della Costituzione hanno tutti in comune una cosa: la riduzione a mezzo, a strumento, della persona umana: al servizio del profitto di pochi, o al servizio del mito del sangue. Per contrastarli davvero è necessario – diceva Piero Calamandrei – «dare ad ogni uomo la dignità di uomo»: a cominciare dalla donna, ancora schiacciata da un secolare dominio maschile. Sottomissione, mercificazione del corpo e negazione del valore della diversità: il processo dell’esclusione delle donne rappresenta e simbolizza ogni altra espropriazione di umanità. È lo stesso che viene usato per trasformare in inferiorità ogni diversità, a partire da quelle legate al rifiuto del modello binario. Il dominio maschile è premessa al dominio dei bianchi, degli occidentali, dei ricchi: come la presidenza Trump rende evidente nel suo progetto di gerarchizzazione socio-razziale degli Stati Uniti e del mondo.

La risposta più carica di futuro a tutto questo è l’attuazione di un progetto di giustizia sociale che redistribuisca la dignità e la ricchezza, garantisca un lavoro non umiliante e sicuro che liberi le persone dal bisogno e dall’ignoranza. E, nella vita di ogni giorno, la ricostruzione di una rete di rapporti personali non basati sulla competizione, ma sull’ascolto, l’aiuto, l’empatia.

da qui