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sabato 18 aprile 2026

Scusate, ma è troppo facile difendere il Papa e poi fare quel che dice Trump - Francesco Cancellato

Non basta definire inaccettabile quel che ha detto il presidente Usa del Papa. Occorre ascoltare quelle parole, prenderne atto e prendere davvero le distanze con “signori della guerra” come Trump e Netanyahu.

Quel che ha detto Trump di Papa Leone sarà pure inaccettabile, ok. Ma ora, per cortesia, ascoltiamo davvero quel che sta dicendo il Papa sulle guerre in atto.

Ad esempio, ascoltiamo bene quel che il Pontefice ha detto ieri a Bamenda, in Camerun, in un territorio devastato da una delle tante guerre civili africane, finanziate molto spesso da grandi potenze non africane, e da cui scappano le persone che noi poi lasciamo morire sui barconi, o che rispediamo a morire nelle prigioni libiche.

Ha detto, il Papa, che “Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni”, e che questi “signori della guerra (…) fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare”:

Ogni riferimento agli Stati Uniti d’America non è casuale, viste le recentissime scelte di Trump in materia di budget – 1500 miliardi per la difesa, niente per tutto il resto. Ma perché no anche per l’Italia, che ha promesso a Trump, nel giro di qualche anno, che il budget per la difesa arriverà a superare quelle per l’istruzione – 5% contro 3% del PIL – arrivando a lambire la spesa sanitaria (6,3% del PIL).

Perché no, non bastano un paio di atti simbolici di presa di distanze contro un paio di quella “manciata di tiranni” come Trump e Netanyahu – a proposito: il Papa li ha chiamati proprio così, “tiranni” – per marcare una svolta.

Occorre essere consequenziali fino in fondo, per una volta. Se davvero quel che ha detto Trump sul Papa è inaccettabile, allora cominciamo davvero a rimettere i soldi su suola e sanità, a ricostruire istituzioni di pace e cooperazione anziché distruggerle, e a chiamare pure noi i tiranni col loro nome.

Altrimenti, scusate, ma di inaccettabile c’è solo la nostra ipocrisia.

da qui

martedì 20 maggio 2025

Quanti italiani sanno che c’è un referendum l’8 e 9 giugno e quanti voteranno - Luca Pons

 

Circa un italiano su dieci non sa che tra poche settimane, l’8 e 9 giugno, si svolgerà un referendum su lavoro e cittadinanza. Altri quattro su dieci sanno che si voterà, ma non sanno bene su cosa. Solo la metà della popolazione si ritiene informata. È quello che emerge da un sondaggio Demos, che dimostra la difficoltà di raggiungere il quorum.

 

Mancano tre settimane al voto per i referendum su cittadinanza e lavoro. I cinque quesiti sono al centro della polemica politica da tempo, non tanto per il merito dei quesiti (quello sulla cittadinanza accorcerebbe i tempi per diventare italiani da dieci a cinque anni, quelli sul lavoro porterebbero diversi interventi su precariato, subappalti e altri temi), ma soprattutto perché il centrodestra ha cercato di oscurare l’iniziativa.

Non è un mistero che la maggioranza di governo e persino il presidente del Senato La Russa si siano schierati per il non voto, al punto da suscitare la reazione delle opposizioni e della Cgil, che manifesteranno lunedì 19 maggio a Roma. In più, c’è la questione della scarsa copertura dei referendum da parte della Rai. Ma cosa dicono i numeri sulla possibile affluenza al referendum?

Quante persone sanno che ci sarà un referendum su cittadinanza e lavoro
Un nuovo sondaggio realizzato da Demos per Repubblica riporta quanti cittadini sanno che esiste un referendum, e quanti si sentono informati a riguardo. È emerso che quasi un italiano su dieci, il 9% di chi ha risposto alla rilevazione, non sapeva che si voterà a giugno.

Referendum, la Cgil lancia la manifestazione contro l’astensionismo: in piazza il 19 maggio
Questo potrebbe essere un dato positivo: significa che il 91% degli elettori, invece, sa del referendum. Ma c’è un’altra distinzione da fare. Quella tra chi dice di sentirsi informato su cosa si voterà, e chi invece no: magari ha sentito parlare del referendum, ha visto un accenno sui social o in tv per esempio, ma non sa davvero di cosa si tratta.

Solo il 52% dei rispondenti dice di sentirsi informato sul referendum. Un altro 39% invece (quasi quattro su dieci) dice di sapere che esiste e poco più. Non esattamente un dato incoraggiante per i promotori del voto, che per ottenere il quorum dovranno convincere il 50% più uno degli elettori ad andare alle urne. Solo a quel punto partirebbe la conta dei voti, e potrebbe vincere il Sì oppure il No. In caso contrario, l’intera votazione sarà semplicemente dichiarata non valida.

Le previsioni sull’affluenza: quanti andranno a votare

Dunque solo il 52% degli elettori si sente informato sul referendum. Certo, questo significa che se tutti quanti andassero a votare il quorum sarebbe raggiunto. Ma non è così semplice: essere informati sul voto non significa essere disposti ad andare alle urne. O perché si vogliono seguire le indicazioni del centrodestra, che ha chiesto di non votare, o perché non si ritiene importante la questione, o perché per altri motivi non si è interessati a esercitare il diritto di voto.

Finora sull’effettiva intenzione di recarsi ai seggi sono stati fatti due sondaggi nazionali. A distanza di pochi giorni, entrambi hanno dato sostanzialmente lo stesso risultato. Ipsos il 10 maggio ha stimato una percentuale tra il 32% e il 38%, anche se in quella rilevazione la percentuale di italiani che diceva di non sapere che ci fosse un referendum era addirittura al 38%. Il 13 maggio, Swg ha invece calcolato che il 32-36% dei cittadini era disposto al voto.

Mancano tre settimane e l’obiettivo per i promotori del referendum è complesso: guadagnare almeno un 10-15%, ma forse anche un 20%, di affluenza. Sicuramente da qui al momento del voto gli impegni si moltiplicheranno, mentre continuerà la pressione politica per fare sì che anche la televisione pubblica dia il giusto livello di informazione a riguardo.

Su cosa si vota nei referendum, in breve

Come detto, il quesito sulla cittadinanza interviene per rendere un po’ più breve l’iter per diventare italiani. Invece di dieci anni di residenza nel Paese, i cittadini stranieri dovrebbero aspettarne ‘solo’ cinque. Sul lavoro invece il primo quesito cancella una parte del Jobs Act per tornare in parte all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quindi al reintegro dei lavoratori licenziati senza giustificato motivo (nei casi più gravi).

Il secondo aumenta il risarcimento per i dipendenti licenziati ingiustamente dalle piccole imprese. Il terzo quesito renderebbe obbligatorio motivare sempre i contratti a tempo determinato, fin dall’inizio, senza la possibilità di usarli semplicemente come alternativa più economica ai posti fissi. E infine il quarto quesito aumenterebbe le responsabilità delle aziende committenti nei cantieri, che non potrebbero scaricare tutto sui subappalti, e così darebbe maggiori tutele ai lavoratori.

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sabato 2 ottobre 2021

fascisti d'Italia

 



"Abbiamo le lavatrici per fare il black": così il big di Fdi vuole finanziare la campagna elettorale di Milano - Fanpage

Quasi tre anni fa, nel 2019, un nostro giornalista è entrato in un gruppo di nostalgici del fascismo, massoni ed ex militari, fingendo di essere un uomo d'affari. Il gruppo è coordinato da Roberto Jonghi Lavarini, il "Barone nero" che da anni influenza le nomine e le politiche dei partiti istituzionali di destra e che adesso ha deciso di mettere le mani anche sulle comunali di Milano.

Quello che abbiamo scoperto, è raccolto nella nuova inchiesta del team Backstair di Fanpage.it, intitolata "Lobby nera". Nella prima puntata dell’inchiesta, vi mostriamo come Carlo Fidanza, europarlamentare e capo delegazione di Fratelli d’Italia, parli del candidato sindaco della sua coalizione Luca Bernardo, e prenda in giro Paolo Berizzi, giornalista sotto scorta perché minacciato dai neonazisti. Nella stessa serata, Fidanza e l’estremista di destra Roberto Jonghi Lavarini, circondati da camerati e candidati, spiegano a un nostro giornalista sotto copertura un modo per dare al partito dei soldi in nero per la campagna elettorale, utilizzando delle "lavatrici"

da qui

 

 

Black Money Matter manifesto del nuovo movimento dei Fratelli Neri d’Italia - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Dopo la pubblicazione dell’inchiesta di Fanpage sui finanziamenti in nero alla campagna a Milano di Fratelli d’Italia mi sono preso l’impegno di scrivere...


Il manifesto del movimento Black Money Matter

Fratelli (Camerati) d’Italia,

quale veemente risposta alle calunnie ai nostri danni da parte di quegli spioni di Fanpage, siamo qui a lanciare il nostro nuovo movimento Black Money Matter. Tradotto nel nostro italianissimo italiano, farlo non guasta mai, anzi, i soldi in nero contano come gli altri, cribbio. Siamo stanchi di essere discriminati in quanto NeriNeri dentro, sia ben chiaro, mica fuori, non confondiamo. Al netto ovviamente di magliettegiubbotti e quant’altro, che potrete acquistare sullo shop online del nostro sito. Non in nero, in questo caso, perché ancora non si può su internet per ovvie ragioni. E perché non si può? Basta, è ora di finirla con questo razzismo verso chi non vuol pagare le tasse, che abbiamo nell’occasione abbreviato in tassismo. Senza alcuna allusione ai tassisti, ovvero i conducenti, non sia mai che ci mettiamo contro una categoria così numerosa, compatta e agguerrita. Dicevo, siamo stanchi di questa violenza solo nei nostri confronti da parte delle forze dell’ordine. A quelli che fatturano ogni virgola va tutto liscio e invece – quando ci beccate in video, eh? Altrimenti, col cavolo che ci fermate – a noi altri accuseinsulti gogna mediatica, nonché epurazioniauto sospensioni e il solito giochino di voltare le spalle agli amici quando diventano imbarazzanti.

Ebbene, dopo un secolo di ingiustizie soprusi, vi chiediamo di scendere in piazza per il diritto dei Neri (dentro, solo dentro, non vi sbagliate) di pagare e soprattutto prendere denaro in Nero dagli amici dei Neri (sempre dentro, non dimenticate) che se anche non sono Neri so’ sempre soldi che ti entrano in tasca, cazzo.

Senza queste care mazzette I can’t breath! Io, loro, tutti quanti noi, insomma, non possiamo respirare, lo capite o no?

Respirare? Non possiamo fare nulla e ci tocca andare a lavorare per davvero, altro che parlamenti e consigli comunali. E lavorare come? In nero, è chiaro, ma sono quei lavori della minchia che fanno i Neri fuori, e non è giusto. Perché noi siamo i tuoi fratellini d’Italia e ai fratellini questo non si fa. Tra fratellini ci si vuole bene, ci si aiuta, e quando il marcio salta fuori si chiude un occhio e ci si gira dall’altra parte.

No… non nel senso di lasciarti affogare ora che sei un peso, è chiaro. Intendo di accettare che le cose vadano come sono sempre andate: io faccio, cioè io fascio, un favore a te e tu dai una busta a me, e poi ce ne andiamo tutti al mare a prendere per il culo i venditori ambulanti.

Che dite, vi unite a noi? A noi! 

Mi raccomando, fate girare l’hashtag #BlackMoneyMatter, facciamolo diventare virale ovunque. Contiamoci, siamo in tanti in questo paese a prendere soldi a buffo, mica solo i Neri dentro, a dirla tutta.

Libertà, libertà, libertà!

Vogliamo solo giustizia ed essere trattati come gli altri. I nostri soldi sono uguali a quelli loro e, soprattutto, quelli che becchiamo sono molti di più di quelli che prenderemmo altrimenti.

Perciò, se anche tu ti senti Nero dentro unisciti al Movimento e se vuoi fare una donazione non tassata ci vediamo al bar sotto casa tua, dimmi dove e quando e mi fiondo.

Viva i soldi in neroabbasso le tasse, gli scontrini e le telecamere nascoste.

Prima gli evasori!

Movimento Black Money Matter

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martedì 9 marzo 2021

Giannini nuovo capo della polizia : il suo ruolo nell'”ampio depistaggio” sulla morte di Ilaria Alpi - Antonio Musella


 

Nel 1998 il neo capo della Polizia Lamberto Giannini ebbe un ruolo centrale nell’arresto e nell’incriminazione di Hashi Omar Hassan, il cittadino somalo accusato ingiustamente dell’omicidio dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Fu tenuto in carcere per 17 anni sulla base di alcune testimonianze anomale raccolte proprio da Giannini. Per il Tribunale di Perugia, che assolse il somalo nel 2016, si trattò di “un depistaggio di ampia portata”.

 

C'è un buco nero nell'illustre curriculum del nuovo capo della polizia Lamberto Giannini, nominato dal consiglio dei ministri. Già capo della Digos di Roma negli anni più caldi delle contestazioni ai governi di Silvio Berlusconi, Giannini è stato per diversi anni direttore generale della pubblica sicurezza. Ma il nome del nuovo capo della polizia appare nelle trame di uno dei misteri più tristi e terribili del nostro paese, il caso dell'omicidio dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, avvenuto  Mogadiscio il 20 marzo del 1994. Per quel delitto, ingiustamente ha scontato 17 anni di carcere il cittadino somalo Hashi Omar Hassan, la cui innocenza, sin da subito, venne sostenuta anche dalla famiglia di Ilaria Alpi. Dopo una lunga detenzione Hassan fu assolto, rimesso in libertà e indennizzato per il lungo periodo di detenzione ingiusta nell'ottobre del 2016. I giudici del tribunale di Perugia nelle motivazioni della sentenza scrissero che si trattava di "un depistaggio di ampia portata".

 

Ma cosa c'entra Lamberto Giannini con l'arresto e la detenzione ingiusta di Hassan e con il caso Ilaria Alpi? Lo stesso somalo, pochi giorni prima della sentenza di assoluzione raccontò a Fanpage.it come fosse stato incastrato dall'ex ambasciatore italiano in Somalia, Giuseppe Cassini, dall'intermediario somalo Ahmed Washington e da Ali Ahmed Rage detto Gelle che fu pagato, come lui stesso ammise molti anni dopo, per accusare Hassan di essere un membro del commando che uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. La trappola nei confronti di Hassan scattò nel 1998 ed è qui che ritroviamo il ruolo di Lamberto Giannini. "Fui chiamato a testimoniare alla commissione parlamentare sui crimini dei soldati italiani in Somalia, era il 1998 e venni a Roma – raccontò Hassan nella sua intervista a Fanpage.it – subito dopo la mia audizione fui fermato dalla Digos di Roma" che all'epoca era diretta proprio da Lamberto Giannini. "La Digos mi portò in un ufficio insieme a quello che era stato l'autista di Ilaria Alpi in Somalia, subito dopo mi dissero che ero accusato dell'omicidio dei giornalisti – ricorda Hassan – a condurre l'interrogatorio fu Giannini". Sempre il neo capo della polizia aveva raccolto anche la testimonianza Sid Abdi, l'autista di Alpi e Hrovatin. Come si legge anche nella sentenza del Tribunale di Perugia, Abdi in un primo momento disse di non riconoscere in Hashi Omar Hassan uno degli uomini del commando che uccise i giornalisti, ma dopo una pausa di due ore e mezzo messa a gli atti come necessaria per la cena del teste, Abdi cambiò completamente versione accusando Hassan di essere autore dell'omicidio. Fu Giannini a raccogliere la "grande" quanto anomala accusa ad Hassan. Come raccontò lo stesso Hassan a Fanpage.it nel 2016: "L'autista restò in Italia fino a quando il mio processo non divenne definitivo, poi è tornato in Somalia e misteriosamente dopo 8 giorni è morto". Prima però riuscì a parlare con dei giornalisti locali: "Disse che avevano pagato anche lui per accusarmi, per questo lo avevano portato in Italia". L'altro grande accusatore, Gelle, subito dopo la deposizione alla Digos di Roma diretta da Giannini, fuggì all'estero, in Inghilterra, dove poi fu trovato nel 2016 dai giornalisti di "Chi l'ha visto?" ed ammise di essere stato pagato per accusare Hassan. I processi che portarono alle condanne in primo e secondo grado di Hashi furono viziati secondo i giudici di Perugia, che assolsero Hassan, dal fatto che "né la polizia somala, né il SISDE, né i Carabinieri italiani presenti a Mogadiscio avevano svolto effettive indagini e i loro rapporti relativi ai moventi del duplice omicidio sono definiti fantasiosi e senza alcuna indicazione nelle fonti"…

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domenica 13 dicembre 2020

Franco Arminio: “Il rispetto per il malato è più importante della crisi economica”

 

(Intervista di Massimiliano Virgilio, su Fanpage)

 

"Non mi considero un negazionista, ma è arrivato il momento di denunciare le mancanze della gestione del Covid-19. Non è possibile che le persone in fin di vita per questa terribile malattia non abbiano diritto all'ultimo saluto dei loro cari. Ad aprile gli abbiano negato i funerali, oggi non gli stiamo risparmiando l'onta della totale mancanza di umanità nelle cure". Sin dai primi mesi di quest'anno Franco Arminio è stata una delle voci più critiche rispetto alla gestione della pandemia, oltre ad essere tra i più preoccupati su ciò che il Coronavirus lascerà nel nostro DNA di umanità quando sarà finita. Adesso si dichiara amareggiato per il modo in cui le disquisizioni di natura filosofica e ideale della prima fase si sono trasformate in rabberciate valutazioni sull'oggi, senza respiro, né condivisione di battaglie culturali. "È sotto gli occhi di tutti il fatto che il Covid-19 possa avere esiti gravissimi e mortali – dichiara lo scrittore e poeta irpino, autore dell'ultimo ‘La cura dello sguardo, piccola farmacia poetica' (Bompiani) – Tuttavia cerco di sollecitare, come cittadino e scrittore, alcune riflessioni. Nel nostro Paese si parla continuamente di virus, ma quasi mai delle vittime. Ai morti, che definisco di Stato, è stato dedicato un minuto di silenzio in una manifestazione dell'ANCI passata completamente sotto silenzio. Invece andrebbero ricordati sempre, ogni giorno."

Eppure consentire le visite ai parenti dei malati potrebbe essere pericoloso in una situazione come quella attuale.

Tuttavia in un ospedale a Pisa si è riuscito a permetterlo. Credo che, debitamente preparati, siamo in grado di affrontare tutto. Non possiamo rinunciare alla nostra umanità in ragione del fatto di non essere organizzati bene. E poi la mia richiesta riguarda un altro aspetto in particolare.

Quale?

Garantire l'ultimo saluto alle vittime del Covid-19. Dobbiamo fare uno sforzo per organizzare gli ospedali in modo da consentire alle persone di non morire da soli. Quando parliamo di cura discutiamo di tutte le strumentazioni mediche e tecnologiche necessarie a salvare la vita fisica delle persone, ma è necessario affrontare il tema di come risparmiare a persone – quasi sempre anziane – una solitudine devastante, che può fare gravi danni e accelerare il decorso della malattia verso la morte.

Secondo lei il sistema sanitario è in grado di occuparsi di qualcosa che vada oltre le cure strettamente necessarie?

Non mi pare che ci stia riuscendo granché. Nonostante le tante misure di prudenza che come cittadini stiamo attuando, il numero di morti nel nostro Paese continua ad essere molto alto. È evidente che nella nostra organizzazione sanitaria qualcosa non funzioni. Siamo organizzati male. Lo eravamo prima e lo siamo adesso. Ciò che mi insospettisce è vedere come gran parte della classe politica continui a puntare l'attenzione sui comportamenti dei cittadini.

Ci spieghi.

Mi pare evidente che spostare di continuo l'attenzione sui doveri dei cittadini è una strategia per evitare di affrontare un'analisi seria su ciò di cui la politica dovrebbe occuparsi. O di cui non si è occupata adeguatamente.

Invece di cosa dovrebbe occuparsi?

Innanzitutto, affrontando il tema della salute in maniera globale. Per difendere le persone dal virus – ormai è chiaro – hai bisogno di due dighe: medicina del territorio e ospedali. La prima linea, rappresentata dai medici di famiglia, è invece rimasta criminalmente sguarnita. Dopo la prima ondata in cui in molti si sono ammalati, e purtroppo in tanti sono morti, abbiamo assistito al moltiplicarsi di episodi in cui il paziente è rimasto solo, senza assistenza alcuna. E i medici di famiglia spesso sono ridotti a passacarte, privi di quelle strumentazioni tecnologiche che accompagnate da una necessaria carica affettiva possono evitare molte ospedalizzazioni.

Qualcuno sostiene che nella seconda ondata molti medici di famiglia hanno "disertato il fronte".

Invece di dare forza all’assistenza, mi pare ci sia più premura di creare una saldatura tra medicina e potere. Un saldatura fondata sull'arroganza di entrambe. Medicina e politica vanno costantemente monitorate dal punto di vista democratico, perché il rapporto tra dottore e paziente è unilaterale, un rapporto dove quest'ultimo è totalmente dipendente dal primo, come lo è il cittadino povero di fronte alla politica.

C'è l'ha col ministro Speranza?

Rappresenta una visione della politica a me lontana, oltre ad avere un’efficienza più rappresentata che reale. Penso, per esempio, all'assenza di un piano contro le pandemia. E comunque non è che prima di lui abbiamo avuto ministri eccellenti. Lui però è un l'architetto di questa saldatura tra potere e medicina di cui segnalavo i pericoli. E poi ci sono cose piccole ma significative. Faccio un esempio: perché gli OSS, gli operatori socio-sanitari interinali, che fanno un lavoro enorme e sono ogni giorno a rischio, vengono pagati mille euro al mese e lavorano in costante precarietà? Da un politico che si dichiara di sinistra mi sarei aspettato che si occupasse di affrontare certe situazioni.

In generale ritiene che non stia facendo abbastanza sull'umanizzazione delle cure?

Una nazione che ha dato al mondo Leopardi e Foscolo, oggi non si può permettere un'immagine come quella che abbiamo visto la settimana scorsa di una bara all'interno di un deposito di immondizia. È inaccettabile.

È inaccettabile, ma si è trattato di un episodio isolato.

Certo, è un fatto isolato, ma il contesto generale è di degrado. Se il ministro Boccia arriva a dire che non è un problema far nascere Gesù Cristo due ore prima della mezzanotte, con tale cinismo e sprezzo di questioni che afferiscono a una sfera che tocca da vicino milioni di persone, vuol dire che il contesto culturale è degradato.

È credente?

No, ma mi ritengo una creatura intensamente religiosa.

A proposito di cultura: cosa pensa della chiusura di musei, teatri e cinema?

Ci può stare, perché stiamo attraversando una pandemia e dobbiamo fare di tutto per contrastarla, ma ci volevano delle compensazioni, per esempio portare più cultura in tv. Ciò che non mi va è il silenzio attorno a questo tema. Trovo ingiusto che, da un lato, si nega la vita culturale e ogni forma di partecipazione allo spazio pubblico, mentre dall'altro si fa pagare il costo di questa crisi ad alcune categorie di persone, mentre altre ci stanno persino guadagnando.

I colossi dell'e-commerce?

Non solo le aziende. Anche gli imprenditori della politica. Prenda Vincenzo De Luca in Campania. Ha ottenuto una rielezione insperata a causa dello scompiglio portato dal virus. Eppure la Campania non brilla di certo in termini di capacità di cura.

De Luca è anche uno strenuo difensore della chiusura delle scuole, almeno della didattica in presenza.

 

Un tema serissimo derubricato a macchietta. Ci sono ragazzi che a scuola non ci vanno da marzo scorso e non ci andranno probabilmente fino a Pasqua 2021. Non mi sembra giusto. Invoco una dibattito pubblico su questi temi che invece non c'è, partendo però da alcuni punti fermi.

Mi dica il più importante.

Il malato è sacro. Tutta l'organizzazione sanitaria deve ruotare attorno alla battaglia contro il dolore e al rispetto della persona umana. Rispetto a questo principio universale, ogni cosa diventa secondaria. Anche la crisi economica. Anche il PIL.

Se cala il PIL e la crisi economica morde, ci saranno sempre meno risorse per curare i malati di cui parla.

Intanto, nonostante il rallentamento delle attività economiche. il mondo non sembra al collasso, le borse tengono, segno che forse, come sempre, è il Pil dei poveri a cadere. In ogni caso, una comunità civile non può non trascurare il tema dell'umanizzazione delle cure. Non c'è dimensione economica che tenga. Il fatto è che siamo sempre in meno a parlarne.

Ritiene che gli scrittori stiano mancando di senso critico in questa fase?

Sicuramente sulla mia bacheca non è mai venuto nessuno a darmi man forte quando più volte l’esercizio del pensiero critico si è scontrato col fanatismo di chi invoca il rispetto delle regole senza nessun spazio per il buon senso e per il dubbio. La questione è che, se ci sono, sono militanze sconnesse, come se ogni scrittore parlasse in un vicoletto che non sfocia mai nella piazza di tutti. Comunque è bene ricordare che da sempre la poesia e i poeti hanno avuto grande attenzione al tema della morte, della fragilità, del culto degli assenti. La tragedia in atto è lontana dalla fine, facciamo sempre in tempo a federare i fervori che ci sono.

da qui

mercoledì 2 settembre 2020

Palazzuolo sul Senio, libri al posto delle slot nel bar: “Ho visto troppa gente perdere tutto” - Biagio Chiariello


La prima cosa che ha fatto quando un anno fa ha rilevato dallo zio il bar-gelateria Gentilini di Palazzuolo sul Senio, in provincia di Firenze, è stato staccare la spina dell’ultima slot machine e disdire il contratto con il fornitore. E al suo posto ha messo un po’ di libri. Come spiega oggi Repubblica, la decisione di Lorenzo è maturata dopo aver visto i suoi concittadini — molti padri di famiglia — passare interi pomeriggi a giocare e perdere lo stipendio. E investire grosse somme di denaro nell’illusione, vana, di una vincita facile. “Non volevo essere complice di tutto questo. Non volevo rovinare la vita a nessuno. La ludopatia è una malattia seria, che fa male non solo a chi gioca, ma anche alle loro famiglie”, spiega.

Pazienza se qualche affezionato cliente, assiduo frequentatore delle slot, ha scelto di non entrare più: “Ho visto troppa gente rovinarsi. C’è chi ha perso 500 euro in poche ore — racconta Lorenzo Naldoni, 31 anni, una compagna e una figlia in arrivo a ottobre,— o anche chi, una volta finiti i soldi, si faceva tenere il posto da un amico per non perdere il turno e nel frattempo andava a prelevare altre banconote al bancomat per continuare a giocare”. “Certo — aggiunge lui — ho rinunciato a una fetta significativa di introiti derivanti dalla presenza delle slot machine che avrebbe potuto farmi comodo, soprattutto per un’attività agli inizi come la mia. Ma non mi importa perché la sera vado a dormire con la coscienza pulita”.

 

Una scelta che tanti altri negozianti hanno fatto in questi anni prima di lui. Ma il giovane barista è andato oltre. E dopo aver eliminato le slot machine, lo scorso dicembre, a pochi mesi dall’apertura, ha deciso di affittare una stanza vicina e comunicante al bar e di trasformarla in una piccola libreria aperta al pubblico. “Abbiamo installato un po’ di scaffali, tavoli e sedie per poter leggere in tranquillità magari bevendo un caffè. I primi libri li ho portati da casa. Altri poi ce li hanno regalati via via persone del posto”, racconta soddisfatto Lorenzo. In questi primi mesi l’esperimento del bar-libreria sembra essere piaciuto ai residenti e alla clientela: in tanti (lockdown permettendo) hanno cominciato a frequentarlo non solo per fare colazione o per pranzare al volo ma soprattutto per leggere.

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giovedì 16 luglio 2020

“L’umanità è più importante dei soldi, tassateci”, l’appello degli eredi Disney e altri milionari - Susanna Picone



“L’umanità è più importante dei nostri soldi. Tassateci, tassateci, tassateci”: a chiederlo è un gruppo di 83 milionari – soprattutto americani, ma anche tedeschi, olandesi e britannici – che hanno firmato una petizione ai governi mondiali affinché varino un "aumento fiscale permanente" sulle grandi fortune "immediatamente, in maniera sostanziosa e per sempre”. Aumentare le imposte sui super-ricchi per fornire più risorse a chi deve combattere la battaglia contro le conseguenze della pandemia di Coronavirus. Tra i "Millionaires for Humanity” ci sono tra gli altri Abigail Disney, pronipote di Walt Disney ed erede dell'impero, Jerry Greenfield, co-fondatore di Ben & Jerry, Richard Curtis, sceneggiatore di Quattro matrimoni e un funerale.
"Non siamo noi a guidare le ambulanze" – I Paperon de Paperoni invocano un aumento delle aliquote per affrontare le conseguenze economiche del Covid-19: "Non siamo noi a prenderci cura dei malati nei reparti di terapia intensiva. Non guidiamo le ambulanze che porteranno i malati negli ospedali. Non stiamo rifornendo gli scaffali dei negozi o consegnando cibo porta a porta". E ancora: ”Abbiamo un enorme debito nei confronti delle persone che lavorano in prima linea in questa battaglia globale", scrivono ricordando che la maggior parte dei lavoratori essenziali sono sottopagati, nonostante i rischi che devono affrontare ogni giorno. "Abbiamo molti soldi. Soldi che ora sono disperatamente necessari e continueranno a essere necessari per gli anni a venire, mentre il nostro mondo si riprende da questa crisi", aggiungono.

"Non dobbiamo preoccuparci di perdere il nostro lavoro" – Secondo questo gruppo di 83 milionari i problemi causati dalla pandemia non possono essere risolti attraverso la beneficenza, quindi devono essere i leader politici ad assumersi la responsabilità di raccogliere i fondi necessari e spenderli equamente. In quest'ottica propongono di contribuire a finanziare i sistemi sanitari, scolastici e di sicurezza "attraverso un aumento permanente delle tasse sulle persone più ricche del pianeta". "A differenza di decine di milioni di persone in tutto il mondo, non dobbiamo preoccuparci di perdere il nostro lavoro, le nostre case o la nostra capacità di sostenere le nostre famiglie. Quindi, per favore, fateci pagare le tasse, è la scelta giusta e l'unica opzione”, è il loro appello.

martedì 31 marzo 2020

Coronavirus, Annie Ernaux contro Macron: “Hai tagliato la sanità e adesso parli di guerra”



L'autrice de "Gli anni" e "Il posto", Annie Ernaux, una delle voci letterarie più profonde e amate del nostro presente, scrive una lettera al presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron per rilanciare nel campo presidenziale tutta la retorica, l'uso improprio del linguaggio bellico e persino la fallacia logica delle contraddizioni politiche dei suoi recenti discorsi alla nazione, nonché per le politiche messe in campo durante l'emergenza sanitaria da coronavirus. Cita la censura di cui fu vittima il grande Boris Vian non per farsi schermo ma per scegliere la parte di campo in cui stare, e lo fa a modo suo. Non è un caso che la scrittrice francese sia così amata dai lettori di tutto il mondo.

Innanzitutto, la citazione di Vian: "Ti scrivo una lettera / Che potresti leggere / Se hai tempo. Per te che sei appassionato di letteratura, questa introduzione probabilmente significa qualcosa. È l'inizio della canzone The Deserter di Boris Vian, scritta nel 1954, tra la guerra dell'Indocina e la guerra algerina. Oggi, qualunque cosa tu dica, non siamo in guerra, il nemico qui non è umano, non è il nostro prossimo, non ha né pensato né voglia di fare del male, ignora i confini e le differenze sociali, si riproduce alla cieca saltando da un individuo all'altro. Le armi, poiché tieni a questo lessico bellico, sono i letti degli ospedali, i respiratori, le maschere e i test, ovvero il numero di medici, scienziati, operatori sanitari. Tuttavia, da quando guidi la Francia, sei rimasto sordo alle grida di allarme del mondo della salute".

Un atto di accusa potente contro quelle politica, come nel caso delle politiche messe in campo dai governi voluti dal presidente Emmanuel Macron, che non si ferma ai tagli, ma alla concezione del potere, della visione di società del presidente francese: "Hai preferito ascoltare coloro che sostengono il disimpegno dello Stato, sostenendo l'ottimizzazione delle risorse, la regolazione dei flussi, tutto questo gergo tecnocratico privo di carne".

Perché a sostenere lo stato francese, in questo momento, ci sono "i servizi pubblici che, per la maggior parte, assicurano il funzionamento del Paese: ospedali, istruzione nazionale e le sue migliaia di insegnanti, insegnanti che sono così mal pagati, EDF, l'ufficio postale, la metropolitana e il SNCF. E quelli che, una volta, hai detto che non erano niente, ora sono tutto, quelli che continuano a svuotare la spazzatura, a digitare i prodotti nelle casse, a consegnare le pizze, a garantire questa vita essenziale come la vita intellettuale e materiale."

Una lunga disamina di quelli che sono gli invisibili dei nostri tempi, in epoca da coronavirus: "Sappi, signor Presidente, che non lasceremo più rubare la nostra vita". Ecco il testo integrale, in (francese), della lettera di Ernaux…


lunedì 26 agosto 2019

"La Bestia" di Salvini, ecco come la Lega e le destre controllano internet - Sandro Ruotolo




Chi è Sandro Ruotolo e che cos’è «La Bestia» di Matteo Salvini - Charlotte Matteini

Non accenna a placarsi la polemica scaturita dall’annuncio della revocadella scorta al giornalista d’inchiesta Sandro Ruotolo. Con un post su Facebook, il cronista anti-mafia, ringraziando le persone che nel corso della giornata hanno solidarizzato con lui e contestato le istituzioni che hanno permesso di arrivare alla revoca della protezione personale, ha ribadito di non essere intenzionato, per ora, a commentare la decisione.
Numerosi sono i politici, i giornalisti e gli scrittori che hanno invece immediatamente chiesto conto della decisione dell’Ucis al presidente Giuseppe Conte nonché al ministro dell’Interno Matteo Salvini. Al momento, però, a distanza di ventiquattro ore, ancora non sono pervenuti commenti ufficiali sulla vicenda da parte degli alti rappresentanti istituzionali.
Lo scrittore Roberto Saviano ha pubblicamente criticato la decisione del dipartimento del Viminale, chiedendo alle istituzioni di rispondere a due semplici domande: «Chi ha deciso, ha tenuto conto della “lunga memoria” del clan dei casalesi? Sa che Michele Zagaria, che ha considerato Ruotolo suo nemico, non intende collaborare con lo Stato e cova rancore?». 
Ma perché Sandro Ruotoloera sotto scortae per quale motivo la sua vita sarebbe in pericolo? E soprattutto, che cos’è la famigerata«Bestia» di Matteo Salvini, tirata ieri in ballo dall’ex Guardasigilli Andrea Orlando? Per capire meglio i contorni della questione, proviamo a tracciare un ritratto personale e professionale del giornalista anti-mafia.
Classe 1955, Sandro Ruotolo è un giornalista televisivo e d’inchiesta che per moltissimi anni ha lavorato nella squadra di Michele Santoro. Da cronista anti-mafia ha condotto numerose inchieste sulla Terra dei Fuochie sul traffico illecito di rifiuti in Campania. Nel 1997 un lutto sconvolse la vita della famiglia Ruotolo: la cugina Silvia, 39 anni, vittima inconsapevole diCamorra, venne assassinata in strada, sotto gli occhi dei figli di 5 e 10 anni, mentre tornava nella sua casa all’Arenella, a Napoli.Stando alle risultanze delle indagini, i proiettili sparati all’impazzata all’Arenella avevano in realtà come obiettivo un affiliato al clan Cimmino, Salvatore Raimondi, e colpirono per sbaglio Silvia, uccidendola sul colpo.
Nel 2009, nell’ambito di un’inchiesta sulla Trattativa Stato-Mafia, intervistò il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino e per questo motivo ricevette una lettera minatoria con minacce di morte. Non è però a causa di Ciancimino che Ruotolo venne messo sotto scorta: a originare l’assegnazione della protezione personale, nel maggio 2015, furono le gravi minacce del boss dei Casalesi Michele Zagaria. 
Zagaria,intercettato in carcere, commentando il reportage di Ruotolo sulla Terra dei Fuochi appena andato in onda su La7, disse: «O voglio squarta’ vivo». La decisione di porre sotto scorta il giornalista , all’epoca nella squadra di«Servizio pubblico», venne presa dall’alloraprefetto di Roma, Franco Gabrielli, in attesa della riunione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza.
Nell’ottobre del 2018, Sandro Ruotoloha realizzato per Fanpage.it l’inchiesta sulla cosiddetta«Bestia» di Matteo Salvini, ovvero sul software utilizzato dallo spin doctordel ministro dell’Interno, Luca Morisi, per la comunicazione social della Lega. Questo software, in sostanza, è in gradodi analizzare in tempo reale l’orientamento dei commenti e delle reazioni ad un post e di suggerirea chi gestisce la comunicazione digital i temi su cui puntare nei post successivi, cavalcando gli umori e le paure delle persone.
Con la collaborazione di Alex Orlowski, uno dei primi hacker italiani e fondatore della società Water on Mars, l’inchiesta di Ruotolo ha mostrato come grazie a questo sistema, Salvini riesca sempre a essere in Trending topic grazie, ad esempio,al sostegno esterno di gruppi americani che fanno capo a Alana Mastrangelo, una italo-americana membro della National Rifle Association, la lobby americana della armi.

giovedì 22 agosto 2019

Vescovi e preti dicano ai fedeli di non votare la Lega di Salvini - Alex Zanotelli




È ancora una volta durissimo l’affondo nei confronti della Lega e delle politiche del ministro Matteo Salvini di padre Alex Zanotelli, missionario comboniano da sempre impegnato in prima linea con movimenti pacifisti e progressisti in tema di diritti civili. Solo qualche giorno fa aveva ribadito come, nella sua lettura, chi vota Lega non possa dirsi fino in fondo cristiano, e ora va giù ancora più duro, con un appello a vescovi e parroci. Secondo il sacerdote, infatti, di fronte alla gestione di casi come quello della Open Arms o della Sea Watch da parte della Lega e del ministro Salvini, la comunità ecclesiastica dovrebbe ribellarsi in maniera decisa: “I vescovi italiani non possono tenere un profilo così basso, devono schierarsi in prima linea”. Il suo è un vero e proprio appello alla comunità cattolica, affinché difenda "la nostra Costituzione" e anche "i valori cristiani, messi in pericolo da questa grave situazione".
Poi aggiunge: “Anche i preti devono cominciare a comunicare coi fedeli, esortandoli a venire a messa per cominciare a riflettere su quali sono le conseguenze del votare Lega. Non si può essere cristiani e votare per il partito di Matteo Salvini”. Nello specifico del caso Open Arms, la nave cui da 18 giorni Salvini vieta lo sbarco a Lampedusa, Zanotelli afferma: “È uno spettacolo indecente e criminale, sono esterrefatto. Spero che qualche magistrato riesca a trovare violazioni serie sulle basi delle quali condannare il ministro Salvini. Non c’è altra via, deve capire che sta sbagliando […] Ho la netta impressione che tra non molto chi sta governando sarà portato di fronte ai tribunali internazionali, perché questi sono crimini contro l’umanità”. E sempre ai giudici fa appello affinché smontino il decreto sicurezza, una sorta di "dovere morale" di fronte a un provvedimento che "dichiara reato il salvare vite umane e mira al sovvertimento dell'ordine costituzionale e del sistema internazionale dei diritti umani".

domenica 19 agosto 2018

La vita di Mehret e la straordinaria lezione anti-razzista di Eduardo De Filippo - Ciro Pellegrino


«Agliatello, la vedi questa donna? La vedi? È stata la mia disgrazia. Spose e buoi dei paesi tuoi… ma se dovessi fidanzarmi un’altra volta me la prenderei africana. Razza inferiore!».

Ferdinando Quagliuolo è fuoribondo. Il protagonista della commedia "Non ti pago" di Eduardo De Filippo urla al suo faccendiere queste parole contro la moglie.  «La prossima me la prendo africana, razza inferiore!». Il proprietario del Banco Lotto è roso dal demone della scommessa: spende tutti i suoi soldi nel giuoco senza cavarne una lira. E siccome la moglie, la tagliente donna Concetta, non manca occasione di biasimarlo per questa sua costosa ossessione, egli esplode nell'ira e tira in ballo razza e la presunta inferiorità.
La rabbia incontrollata che nasconde altri demoni e genera mostri. Quale miglior modo per far capire quanto il razzismo quotidiano celi in realtà malesseri, paure e disagi di ben altro genere, trasformati nella cosa più facile, ovvero nell'odio di ciò che appare o che si ritiene di dover bollare come diverso?

Questo breve antefatto era d'obbligo, introducendo la bellissima testimonianza di Mehret Tewolde, eritrea di Asmara, raccolta in video da Saverio Tommasi.



Mehret è oggi una donna adulta, vive da quarant'anni in Italia e qui ha fatto carriera; custodisce questa bella storia, quello che lei stessa descrive come un grande regalo avuto dalla vita: passare l'adolescenza, circa cinque anni, dal 1979 in poi, all'ombra di una delle figure più rappresentative del Novecento italiano, il drammaturgo napoletano per introdurre il quale basta solo il nome: Eduardo. Questo racconto è una storia di casa De Filippo, per decenni avvolta nel riserbo, una di quelle storie minime che nemmeno nelle biografie più note, come quella storica di Paolo Frascani o quella più moderna e meravigliosamente scritta, di Maurizio Giammusso si ritrova. C'è il sapore dell'epigrafico addio dell' '84 di Taormina, quando il maestro parlò della sua vita come di «sacrifici e gelo» immersi in un cuore che batte e «continuerà a battere anche quando si sarà fermato»: rigore e anche rigidità, coerenza estrema ma tutto avvolto in una grande umanità. Hiwet, mamma della piccola Mehret, era giunta in Italia con l'obiettivo di affidare la figlia ad una situazione più stabile e assicurarle un futuro migliore di quello che avrebbe potuto avere in Eritrea. Dopo pochi mesi dalla partenza di Hiwet dall'Eritrea scoppiò la guerra, e questo probabilmente ritardò il ricongiungimento familiare che però poi fortunatamente avvenne.
Mehret, dunque, racconta: «Incrociai Eduardo De Filippo, per la prima volta, nel camerino del teatro Quirino di Roma, per un colloquio di lavoro della madre, come collaboratrice domestica». Da quel momento il suo percorso fu segnato, come in un romanzo di formazione, il romanzo di una vita all'ombra di un gigante della drammaturgia italiana, dinanzi ad una maschera irripetibile.  «Mi ha permesso di diventare me stessa» dice Mehret a Fanpage.it, parlando di Eduardo.  «Fu l'uomo della svolta. Ho ricordi di un ‘uomo umano', coerente, di profondità unica, che aveva lo stesso atteggiamento con tutti senza distinzione, a lui interessava la persona». Al primo incontro, presente anche Isabella Quarantotti De Filippo, ultima compagna del drammaturgo, disse: «Isabe' tu parla con questi signori, io tengo che ffa' cu sta criatura». All'epoca Mehret aveva 14 anni e Eduardo che ne aveva 79, si trasformò subito in una specie di ‘nonno'. Un signore serio, scavato, magrissimo che poco meno di vent'anni prima aveva subìto un dolore immenso perdendo improvvisamente una figlioletta che aveva appena 10 anni, la piccola Luisella.
«Non mi ha mai trattato da estranea, non fece cenno alla mia provenienza. Mi faceva domande: come ti chiami e quanti anni hai? Cosa ti piace?», racconta Mehret che svela anche un piccolo provino musicale, quando scoprì che la bambina pensava di poter cantare perché dalle suore le avevano fatto i complimenti per la bella voce. Il provino non andò bene, Eduardo non ne fece un dramma ma non forzò la 14enne a fare qualcosa per la quale non era portata.
Dal pozzo dei ricordi  Mehret trae perle che si aggiungono alla già pur vasta aneddotica eduardiana. Stavolta però non è il solito quadretto, in parte smentito dai biografi, del burbero duro e geniale: Eduardo fu uomo affettuoso e formativo, la donna racconta quando egli tentò di far lavorare in teatro Mereth e Hiwet come comparse e dopo tre repliche di uno spettacolo la polizia intervenne per impedirlo: «Tornando a casa mi disse: ‘Merhet, ti chiedo scusa per il mio popolo». Una frase che nella giovane mente della adolescente eritrea fu un riferimento anche per gli anni a venire: «I suoi atteggiamenti – racconta – mi hanno tolto l'alibi che gli italiani siano razzisti, il suo fu un messaggio di possibilità, vale a dire che ci sono ostacoli ma tu vai comunque avanti».
Il razzismo spesso striscia dove meno te lo aspetti. «Una volta gli dissero, ‘Ma come, ti sei messo una negra in casa?'. Eduardo si alzò e si fece gigante, racconta Mehret. Rispose al suo interlocutore col piglio severo, indicando indicando l'uscio col dito: «Se hai di questi problemi, quella è la porta».

lunedì 30 luglio 2018

Ministro Salvini, ecco la tua Guardia Costiera libica, il tuo porto “sicuro” - Giulio Cavalli




Se volete guardare negli occhi la Libia, il suo essere porto sicuro come da qualche giorno vorrebbe convincerci il Ministro dell'Inferno Matteo Salvini, se volete sforzarvi di capire perché la Libia non può essere considerata un alleato nella risoluzione dei flussi migratori e ancora meno nella battaglia per il rispetto dei diritti umani e contro la povertà allora potete osservare con attenzione le immagini che arrivano dal ONG Open Arms e fissare gli occhi spenti della donna e di quel bambino (presumibilmente suo figlio) che sono stati fatti morire di freddo sui resti di un barcone distrutto. Cadaveri che qualcuno si ostina a chiamare affogati ma che in realtà, ancora una volta, sono stati ammazzati. 

Assassinati perché proprio quel barcone è stato oggetto di quello che i libi si ostinano a chiamare salvataggio pensando che basti disinfettare un po' il linguaggio per risultare affidabili e credibili. Ci dovrebbe spiegare la Guardia Costiera libica perché nel loro presunto soccorso sono avanzate due donne e un bambino, due cadaveri e una donna del Camerun salvata in find di vita. Ci dovrebbero spiegare in quale canone di umanità e di convenzioni internazionali per i diritti dell'uomo rientri la pratica di sfasciare un barcone lasciandoci centro tre disperati di resto.

Se si avesse voglia di approfondire, o se si avesse il coraggio di abbandonare la propaganda utile a spremere la bile, si potrebbe rileggere i casi di questi ultimi anni che descrivono perfettamente la Guardia Costiera libica come un'accolita di criminali (spesso anche fiancheggiatori degli schiavisti e degli scafisti) che utilizzano i rubinetti dell'emigrazione come arma di ricatto nei confronti dell'Europa. Caro Salvini, sono loro i vicescafisti di cui vai blaterando da mesi. E la reazione alle immagini rese pubbliche da Open Arms ci dice anche altro: sperare che rimanga sguarnita quella zona del Mediterraneo significa anche non dovere fare i conti con i testimoni oculari che sbriciolano l'ipocrisia internazionale. Per questi due cadaveri recuperati oggi ce ne sono altri, centinaia, che sfuggono all'attenzione dei media e della politica e che non rovinano i piani di chi davvero crede che un'ordinanza possa servire a fermare chi scappa dalla fame e dal piombo.

Caro Salvini, tu che da settimane ci ammorbi con le tue dichiarazioni accompagnate dall'espressione "lo dico da padre" dicci "da padre" se affideresti i tuoi figli a questa Libia, spiega ai tuoi figli che nello scorso giugno sono morti in mare il 20% delle persone che hanno tentato la traversata rispetto al 2,4% dello scorso anno. Se viene troppo difficile con i numeri racconta ai tuoi figli, "da padre" che a giugno sono morte (accertate, di quelli di cui ci siamo accorti) 564 persone rispetto alle 8 del mese precedente. Spiegaci il "buon senso" di tutto questo. Siamo curiosi.


martedì 6 marzo 2018

Paura di chi? - Adriano Biondi (*)


È il febbraio del 2017 quando Frontex pubblica il documento “Annual Risk Analysis 2017”, già anticipato in modo molto parziale dal Financial Times.
È il via ufficiale alla campagna di criminalizzazione delle ONG, che occuperà l’intero 2017 e culminerà con la loro sostanziale espulsione dalle operazioni di search and rescue nel Mediterraneo.
Poco importa che il report dica praticamente il contrario, ormai il treno dell’indignazione e della colpevolizzazione delle ONG è partito e non si fermerà più.
Nel marzo 2017 in Italia spopola un video, “La verità sui migranti”, zeppo di errori, approssimazioni e semplificazioni.
Milioni di views e di commenti entusiasti, che fanno dell’autore Luca Donadel un riferimento per la destra italiana e convincono la popolare trasmissione di Canale 5 Striscia La Notizia a sposare in pieno la campagna contro le ONG, fino a parlare di “profughi take away”.
Il 22 marzo la cosa comincia a farsi più preoccupante.
Il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro viene audito al Comitato Schengen, sul ruolo delle ONG e sugli sbarchi nel canale di Sicilia.
Il magistrato pur premettendo che “non ci sono elementi per aprire un fascicolo”, spiega di aver notato “un aumento di piccole ONG che sono impegnate nel salvataggio di migranti con alle spalle ingenti capitali”, ruolo che rappresentava “uno scacco all’attività di contrasto degli organizzatori del traffico di migranti”, perché durante il primo soccorso effettuato dalle ONG, eventuali scafisti o facilitatori, avrebbero il tempo di “confondersi” fra gli altri migranti.
Poi, aggiunge di ritenere preoccupante il fatto che gli attivisti delle ONG procedono a istruire i migranti circa le procedure di identificazione / richiesta di protezione internazionale, e, infine, agita dubbi sulla ragione che spingerebbe le ONG a dirigere sempre e comunque verso l’Italia le persone tratte in salvo.
Finché a dirlo è un blogger o una trasmissione di intrattenimento è un conto, ma se lo fa un procuratore della Repubblica sarà vero, no?
È questo più o meno il frame comunicativo in cui si muove il dibattito nelle settimane successive.
Anche perché Zuccaro non si ferma e continua a esternare.
Ad aprile, sempre senza che risulti aperta alcuna indagine, il procuratore di Catania rilascia una breve intervista alla trasmissione di RaiTre Agorà, in cui regala alcune perle.
A mio avviso alcune Ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti e so di contatti; è un traffico che oggi sta fruttando quanto quello della droga”, dice, senza un dato o una cifra a supporto, aggiungendo poi alcune considerazioni criptiche, che ricordano una delle bufale per eccellenza, il piano Kalergi: “Forse la cosa potrebbe essere ancora più inquietante, poiché si perseguono da parte di alcune ONG finalità diverse: destabilizzare l’economia italiana per trarne dei vantaggi”.
Nel frattempo, la politica decide di fare chiarezza, con una indagine conoscitiva “sul contributo dei militari italiani al controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo e sull’impatto della attività delle organizzazioni non governative”, che porta a una serie di audizioni.
Quella di Zuccaro è a suo modo clamorosa, perché il procuratore “continua a confondere atti d’inchiesta, indagini, ipotesi di reato, lavoro degli uffici con le proprie opinioni personali, le proprie deduzioni, la propria visione dei rapporti sociali e del sistema dell’accoglienza”.
Ad esempio, il procuratore di Catania spiega, forse dall’alto delle sue competenze in materia di politica economica di uno Stato, che “Mare Nostrum non poteva continuare a essere alimentata, anche da un punto di vista finanziario”.
Oppure si lancia in considerazioni di politica interna, dicendosi certo che non si può “ospitare la migrazione di tipo economico”.
Quanto al suo lavoro, però, Zuccaro è costretto ad ammettere che “siamo in una fase in cui non riusciamo a svolgere attività investigativa”, che non esiste alcun dossier dei servizi segreti sulle ONG e che comunque lui nemmeno lo ha chiesto, e che il suo teorema sui contatti fra ONG e scafisti “ci risulta anche da Internet, perché su Internet vengono messi in Rete i dati sulla posizione in cui si trovano le ONG” e chiunque “vi possa attingere lo fa”.
A questo punto, il sospetto che Zuccaro sia rimasto impressionato dal video di Donadel, dalla campagna di Striscia e da una lettura errata dei report di Frontex e della Marina Militare comincia davvero a essere concreto.
Anche perché, nel frattempo, le audizioni in Senato sono delle mazzate tremende per il teorema Zuccaro.
Il comandante delle Capitanerie di porto, l’Ammiraglio Vincenzo Melone, ad esempio, smonta una a una le fondamenta del teorema zuccariano:
A noi sinceramente non risulta che ONG spengano transponder”; “la scelta del porto di sbarco compete al MRCC, ma è fatta d’intesa col ministero dell’Interno, anche in relazione alle necessità del luogo e delle forze di polizia, della magistratura eccetera”; “nei confronti della Libia vige il principio del non respingimento (no refoulement), perché la Libia non è posto sicuro e non ha recepito la Convenzione di Ginevra, dunque non si possono riportare le persone soccorse in Libia”.
Prima ancora aveva parlato Enrico Credendino, Ammiraglio di Divisione e Comandante della missione EUNAVFOR MED – Operazione SOPHIA, praticamente la massima autorità in materia, ridicolizzando le fantasie kalergiane di Zuccaro:
I migranti non partono certamente perché ci sono le navi in mare, ma partono perché ci sono i push factor, i fattori che li spingono a partire (le guerre, il terrorismo, la mancanza di acqua e cibo). Anche senza SOPHIA i migranti partirebbero comunque, la prova è che quando c’è stata l’interruzione di Mare Nostrum, che era accusata di essere un fattore di attrazione, prima che si attivasse Mare Sicuro sono passati alcuni mesi, durante i quali il numero di migranti in mare è aumentato, non diminuito, mentre se Mare Nostrum se fosse stato un pull factor sarebbero diminuiti”.
Zuccaro, che dice di aver aperto un fascicolo “informativo”, diventa comunque una specie di eroe del popolo, il simbolo dell’Italia che apre gli occhi sui veri responsabili dell’invasione, una specie di martire di buonisti e benpensanti di sinistra.
La destra gongola, il MoVimento 5 Stelle lo incensa, il PD apprezza senza entusiasmo, solo a sinistra si leva qualche voce critica. Per tutta la primavera e fino alla fine di luglio, senza un minimo riscontro concreto, va in scena la campagna di criminalizzazione delle ONG.
Poi arriviamo al 2 agosto, il giorno che cambia tutto.
O meglio, che avrebbe dovuto cambiare tutto.
È la procura di Trapani a muoversi, con il sequestro preventivo della nave Iuventa della Jugend Rettet, una delle ONG impegnate nel Mediterraneo.
Come racconta con precisione Andrea Zitelli su ValigiaBlu, per il procuratore Cartosio “nel corso delle indagini sono emersi quelli che il giudice delle indagini preliminari definisce ‘gravi indizi di colpevolezza’ in ordine alla sussistenza del reato di immigrazione clandestina”, in particolare relativamente a tre episodi, avvenuti “il 10 settembre 2016, il 18 giugno 2017 e il 26 giugno 2017, anche se ve ne sono altri che ai pm fanno ritenere “abituale” una certa condotta dell’equipaggio”.
Cartosio era stato audito anche al Senato anche se, come nota Annalisa Camilli su Internazionale, “aveva escluso in maniera categorica che ci fossero stati contatti diretti tra i trafficanti di esseri umani in Libia e le organizzazioni umanitarie attive nel Mediterraneo centrale, così come aveva negato che il reato contestato fosse di associazione a delinquere di stampo mafioso”.
Nei giorni successivi saranno poi diffusi anche dei filmati che rafforzerebbero la fondatezza della tesi. A mesi di distanza, l’inchiesta si è praticamente arenata, ma ormai il più è fatto.
I taxi del mare non sono mai esistiti, lo conferma l’ISPI. E cosa resterà della polemica lo spiega bene Roberto Saviano.
È il momento più duro per chi si oppone al “teorema Zuccaro”, è la tempesta perfetta sulle ONG.
E pazienza se lo stesso procuratore di Trapani faccia capire che la sua inchiesta non c’entra niente con le parole del procuratore di Catania, coi dossier dei servizi segreti, con il piano Kalergi e amenità simili, fino a definire “fantascienza” l’ipotesi di un collegamento stabile di tipo economico tra la ONG e i trafficanti libici.
E pazienza se lo stesso Cartosio ribadisca più volte che la ONG fosse sempre mossa da intenti umanitari.
Nei giorni successivi la pressione sulle ONG sarà enorme, con inchieste, ricostruzioni e indagini che riguarderanno altre organizzazioni.
È l’apice della campagna politico – giudiziario – mediatica contro le ONG, che viene toccato proprio mentre è in discussione il famoso codice di comportamento, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Marco Minniti.
Il codice, che verrà firmato solo da alcune ONG, è uno dei pilastri del “nuovo corso” nella gestione della crisi migratoria impresso dal ministro Minniti (che nei mesi successivi, scavalcando senza remore il suo collega agli Esteri Angelino Alfano, firmerà accordi con la Libia, amplierà il supporto alla Guardia Costiera libica e caldeggerà la missione militare in Niger).
Le norme, che sostanzialmente non hanno e non possono avere alcuna valenza giuridica, rappresenteranno lo stop quasi completo all’attività delle ONG.
Parallelamente, il ministro Minniti interviene a gamba tesa nel “governo dei flussi”, facendo accordi con la Libia (per la verità non è mai stato chiarissimo con chi) e avviando un processo che lo porterà, in piena campagna elettorale, a presentarsi come l’uomo che ha risolto l’emergenza, riportato l’UNHCR in Libia e salvato centinaia di vite umane. La realtà, ovviamente, è un po’ più complessa e la decisione di dare un enorme potere alla Guardia Costiera libica ha avuto e avrà conseguenze tremende.
Nel frattempo, però, l’emergenza sbarchi dei migranti è diventata “l’emergenza criminalità” dei migranti.
Quanto accade a Macerata, un episodio di cronaca i cui contorni non sono chiariti, viene legato in chiave giustificazionista al più grave attentato terroristico compiuto nel 2018 in territorio europeo, con il neofascista Traini che spara all’impazzata verso alcuni “migranti”.
Ecco:
L’aumento dell’insicurezza è dovuto al fatto che si è aggiunta la criminalità di 476mila immigrati che per mangiare devono delinquere. La prima cosa che svaligiano in una casa è il frigorifero e ciò è causato dal modo con cui il nostro Paese non ha saputo rispondere all’immigrazione” (Silvio Berlusconi a Domenica Live, 13 gennaio 2018).
In un anno i reati compiuti da cittadini stranieri sono stati 250 mila: il 55% dei furti, il 51% dello sfruttamento della prostituzione, il 45% delle estorsioni, il 40% degli stupri, 1.500 stupri in un anno e l’Europa che fa?” (Matteo Salvini al Parlamento Europeo, 6 febbraio 2018).
Penso che sia legittimo dire che l’immigrazione incontrollata va regolata e c’è un problema tra l’immigrazione incontrollata e il problema sicurezza. Ma le istituzioni non possono fare le omertose sui reati degli immigrati” (Giorgia Meloni, Tagadà, 5 febbraio 2018).
In realtà, non solo i reati sono in calo, ma l’attribuzione di una responsabilità decisiva sui reati commessi alla componente straniera è molto discutibile, per non dire sbagliata.
E, nei giorni successivi, tornerà lo spauracchio dei terroristi che arrivano coi barconi (lo dice il Guardian, smentito poco dopo dal Governo, ma tant’è…).
Lo spostamento su questo piano del dibattito successivo ai fatti di Macerata è ormai completato e non si tornerà più indietro.
Anche perché la questione migranti è considerata “spinosa” dalla quasi totalità delle forze politiche (pare che costi voti, così almeno consigliano i sondaggisti).
E finisce inesorabilmente col saldarsi con la propaganda estremista di destra.
In altre parole, nelle ultime settimane di campagna elettorale l’estrema destra utilizza la questione migranti per darsi una ripulita, presentandosi come “espressione del buonsenso” e della reazione “ai buonisti radical chic”, in una Italia dove “la gente è esasperata” dal caos e dalle violenze dei migranti.
Cavalcando lo spauracchio dei migranti, formazioni di estrema destra provano a legittimare una propaganda politica non solo cinica e aggressiva, ma anche improbabile e a tratti ridicoli (c’è chi vuole annettersi una parte di Libia e usare i migranti come manodopera per non si capisce bene cosa…).
Una narrazione che penetra in profondità, stante anche l’assenza quasi totale di reazioni.
Renzi, che aveva ripescato lo slogan “aiutiamoli a casa loro” tanto caro alla destra italiana e non riesce a condannare la violenza fascista neanche quando sparano a una sezione del PD, preferisce affidarsi a Minniti, aggiungendo sottovoce di aver “salvato più vite umane possibile” quando era Presidente del Consiglio.
Le formazioni centriste di ispirazione cattolica tacciono.
La destra cosiddetta moderata strizza l’occhio alla pancia dell’elettorato, tanto che Berlusconi può parlare di 600mila rimpatri senza che nessuno gli rida in faccia. Salvini, invece, si dice pronto a incontrare tutti dopo le elezioni e martella senza sosta sulla questione immigrazione.
Laura Boldrini fa quello che può, seguita con poca convinzione da Pietro Grasso.
Gli “antagonisti” negli ultimi giorni provano a organizzare una risposta nelle piazze, impostando una sistematica contestazione prima e durante le manifestazioni delle formazioni di estrema destra.
La politica tradizionale, stavolta, è pronta e compatta nel condannare “la violenza degli antifascisti”.
Il punto è che la propaganda elettorale sulla pelle dei migranti trova terreno fertile dopo mesi di bufale, polemiche e notizie distorte, che hanno finito per determinare un contesto, un frame narrativo nel quale innestare singoli episodi di cronaca o, alla peggio, altre bufale e altre ricostruzioni. È un cortocircuito vizioso dal quale non si esce, una narrazione tossica che ha finito con l’avvolgere tutto.
(*) Tratto da Fanpage 

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