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mercoledì 17 luglio 2024

“Aree idonee” per pannelli solari e pale eoliche: sicuri di voler festeggiare? - Paolo Pileri

 

È stato pubblicato il decreto governativo che disciplina chi e come debba definire le aree idonee a posizionare pannelli e pale eoliche. Il rischio di iniquità, impatti sociali, ecologici e ambientali e di nuovi consumi di suolo è concreto, osserva il prof. Pileri. Sacrificando le uniche due procedure per arginare il degrado ambientale, a vantaggio di pochi

In diversi festeggiano per il decreto aree idonee del 21 giugno scorso, ovvero il decreto che fissa chi e come deve definire le aree idonee a posizionare pannelli solari e pale eoliche (entrato in vigore lo scorso 4 luglio dopo pubblicazione su gazzetta ufficiale n. 153). Inviterei a valutare bene che cosa sta succedendo perché non mi pare sia tutto oro quel che esce dal cilindro. Ovvio che piace al fronte degli energetici e degli investitori in rinnovabili, ma questo non basta per dire che sia immune dalla produzione di iniquità, di impatti sociali, ecologici e ambientali e che non avvii nuovi consumi di suolo. Spieghiamo il perché, con calma e sempre ricordando a tutte e tutti che le prime e uniche aree idonee sono quelle già asfaltate o costruite, sempre che non siano vincolate paesaggisticamente.

Partiamo dalla definizione di aree idonee che rimane un compito delegato alle Regioni (art. 1, c. 2, pt. a): “le aree in cui è previsto un iter accelerato e agevolato per la costruzione ed esercizio degli impianti a fonti rinnovabili e delle infrastrutture connesse secondo le disposizioni vigenti di cui all’art. 22 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199;”. A parte il fatto che a descrivere le aree è un iter e non la sostanza di cui sono fatte le aree (e questo è già una bizzarria che, peraltro, senza dirlo lascia spazio ad altra bizzarria: le 20 Regioni definiranno 20 idoneità diverse), iniziamo con il dire quanto è ancora doloroso quel rimando ad altra legge (titolo: “Procedure autorizzative specifiche per le aree idonee”), con tanto di imbarazzante problema (che denunciamo da tempo).

“1. La costruzione e l’esercizio di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili nelle aree idonee sono disciplinati secondo le seguenti disposizioni: a) nei procedimenti di autorizzazione di impianti di produzione di energia elettrica alimentati da fonti rinnovabili su aree idonee, ivi inclusi quelli per l’adozione del provvedimento di Valutazione di impatto ambientale (Via), l’autorità competente in materia paesaggistica si esprime con parere obbligatorio non vincolante. Decorso inutilmente il termine per l’espressione del parere non vincolante, l’amministrazione competente provvede comunque sulla domanda di autorizzazione; b) i termini delle procedure di autorizzazione per impianti in aree idonee sono ridotti di un terzo. 1-bis. La disciplina di cui al comma 1 si applica anche, ove ricadenti su aree idonee, alle infrastrutture elettriche di connessione degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili e a quelle necessarie per lo sviluppo della rete elettrica di trasmissione nazionale, qualora strettamente funzionale all’incremento dell’energia producibile da fonti rinnovabili. 1-ter. La disciplina di cui al comma 1 si applica altresì, indipendentemente dalla loro ubicazione, alle infrastrutture elettriche interrate di connessione degli impianti di cui medesimo comma 1”.

 

In sostanza che si dice? Appena le Regioni avranno deliberato le aree idonee (tra sei mesi, se va bene), per gli impianti fotovoltaici, agrivoltaici ed eolici la Valutazione di impatto ambientale, laddove prevista, varrà come il due di picche visto che, per decreto, chi dovrà esprimersi parlerà al nulla: il suo parere non sarà vincolante e pure affrettato. Insomma, l’autorità competente lavorerà a vuoto: e allora perché mai dovrà lavorare? A beneficio di chi e di che cosa? Saranno risparmiate dalla Via anche le opere di movimentazione terra per realizzare i tunnel chilometrici per portare i cavi per l’elettricità alle cabine “infrastrutture elettriche interrate di connessione” e/o quelle per raggiungere le cabine di raccolta nazionale. C’è da fare festa? No. Con due decreti sono riusciti ancora a imbavagliare la Valutazione di impatto ambientale e questo non va bene affatto. Le compagini politiche ambientaliste non hanno nulla di cui festeggiare perché accettare che la corsa alle rinnovabili renda legittimo l’azzeramento della Via è semplicemente grave e apre a successive richieste pericolose davanti alle quali sarà ora più difficile dire che non si è d’accordo. Perché non scontare la Via anche ad altre opere “ambientali” come ponti ferroviari sul mare, ecogasdotti, centrali a biomassa, caserme dei carabinieri forestali o, magari pure depositi di rifiuti? 

Via e Valutazione ambientale strategica (Vas) sono sacre e rimangono le uniche due procedure per arginare il degrado ambientale ed è grave decidere di eliminarle/scontarle/zittirle. Sono già oggetto di continuo attacco e molte fatte giusto per farle (specie le Vas). Se addirittura le inertizziamo per decreto, non rimane più nulla per arginare il declino. Semmai il governo attuale avrebbero dovuto moltiplicare gli investimenti così da qualificare meglio e ampliare la rosa dei tecnici nei ministeri preposti a verificare queste Via e Vas. Questo andava fatto, apprViaofittando della grande palestra offerta dalla transizione energetica e dagli extraprofitti che questo mondo incasserà e da cui si sarebbe potuto generare un fondo pubblico per una task force dedicata a Via e Vas. Invece hanno fatto l’esatto contrario: depotenziato lo strumento e non irrobustito i suoi tecnici. C’è poco da essere contenti. Lo saranno forse gli energetici della transizione veloce a qualunque costo (sempre che non facciano pannelli e pali in fianco alle loro case al mare o ai monti). Lo sarà la generazione degli speculatori eco green. Lo saranno quelli del “meglio così che le energie fossili”. Ma chiedete a quanti dovranno cedere le loro terre per ospitare le rinnovabili, se sono contenti come voi. Chiedete a chi si vedrà una pala eolica a due passi da casa.

Ma c’è dell’altro per cui non stare allegri per nulla. Il decreto governativo suggerisce alle Regioni di considerare idonee le “aree a destinazione industriale, artigianale, per servizi e logistica” (art. 7, c. 2, pt. b). Qui ci sono due gravi problemi. Il primo: un’area a cui è assegnata una destinazione urbanistica è, a oggi e al 90%, un suolo completamente libero e spesso in buona salute. Non ha nulla di compromesso solo perché il piano urbanistico ne prevede la trasformazione ad altro uso. Potenzialmente potrebbe addirittura diventare prato o bosco e concorrere ad accrescere la quota di aree da riportare a livello di buona naturalità per il regolamento Ue della “Nature restoration law”. Invece qui, con il solito fare all’italiana, il decreto fa passare la “previsione” di trasformazione per qualcosa che ha già degradato quell’area e quindi, ope legis, decide di salvarla rendendola idonea per impianti fotovoltaici. Scientificamente inaccettabile. Anzi apre a un pericoloso e perverso giochino: si fa una variante di piano trasformando un’area agricola in area logistica e poi si chiede alla Regione di aggiornare la carta delle aree idonee e così si ottiene la possibilità di installare i lucrosi pannelli.

In tutto questo, vi è anche sotto traccia la gravità che a prevalere nelle decisioni di idoneità delle aree sia sempre e solo un criterio amministrativo e non uno ambientale né ecologico. Nel decreto l’idoneità non passa dall’analisi eco-pedologica di suoli: non vedo che cosa ci sia da festeggiare. La seconda cosa tocca il tema dell’equità. Favorendo l’idoneità alle aree previste per logistica o produzione, etc., il decreto sta servendo a un determinato target di investitori privati (peraltro spesso posseduti a loro volta da fondi di investimento e capitali stranieri) una grande possibilità di fare speculazione energetica sui loro terreni che potranno consumare liberamente, pure evitando di mettere i pannelli sui loro tetti. Ci va bene? C’è da festeggiare?

E, per finire, questo decreto non ha fermato ancora il problematico decreto legislativo n. 199 del 2021 (promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili) dove con un colpo di spugna si è deciso che sono aree idonee tutte quelle aree agricole che si trovano entro 500 metri attorno a stabilimenti produttivi (anche capannoni logistici) o impianti industriali o centri commerciali: le hanno chiamate “solar belt” (art. 20). Queste aree continuano a essere idonee fin quando le Regioni non approveranno le loro. Ma a quel punto si troveranno costrette a includerle, pena una pioggia di ricorsi. Non a caso il decreto del governo invita le Regioni proprio a includerle (come infatti dice l’art. 7 c.2 pt. c). E poi, non sottovalutiamo il fatto che, nonostante della necessità di definire le aree idonee si sapesse da un anno, il decreto ha deciso di dare alle Regioni sei mesi per approvare le loro aree idonee (art. 3), pertanto in questo transitorio fioccheranno richieste di solar belt e altre richieste nelle more delle aree idonee.

Stiamo parlando di una quantità enorme di aree agricole che sfuggirà ai criteri di idoneità delle Regioni: quasi quasi in certi casi potrà convenire rilevare un piccolo capannone dismesso per ottenere di diritto una grande area pannellizzabile attorno. Già, perché, se hai un ettaro a magazzino (magari per un solo pacchetto) in mezzo alla campagna arrivi ad “autoidoneizzarti” due ettari attorno e in più potrai usarti i tuoi ettari interni al sedime: bingo. Ovvio che tutto questo è configurabile come una deroga bella e buona ai criteri di idoneità ed è altrettanto ovvio che tutto ciò accelera le speculazioni, con buona pace degli energetici e della loro fretta a passare alle rinnovabili. Prova ne è che in un battibaleno società energetiche italiane e straniere, fondi di investimento e altri soggetti non ben definiti si sono attaccati alle mail di geometri e architetti di campagna promettendo loro lauti guadagni: dai cinquemila ai 60mila euro di compenso solo per fare scouting ovvero per trovare proprietari disponibili a cedere aree papabili per le solar belt e non solo, da presentare a investitori energetici. Visto? Questa è la prova provata di come fare una legge che anziché orientare verso una transizione giusta ed ecologica, ne disegna una facile per le finanziarie che usano le rinnovabili per speculare. 

In ultimo ricordiamo ancora che nessuno sta sollevando il dubbio che, per come è stata congegnata, l’attuale transizione è di fatto una privatizzazione ante litteram. Quando si raggiungerà la soglia di produzione energetica rinnovabile desiderata, saranno le centinaia di operatori privati (oppure le poche unità, se scopriremo un giorno che si saranno fusi tra loro) ad avere il pieno controllo della produzione di energia per il Paese e potranno spegnere l’interruttore se vorranno. A quel punto lo Stato e gli interessi collettivi usciranno di scena o si troveranno in una posizione assai complessa e certamente più ricattabile. Chi oggi ci sta garantendo che un domani ciò non accadrà? Altro motivo per non festeggiare ma per concentrarsi sul da farsi. 

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)


Su questi temi il dibattito su Altreconomia è aperto. Segnaliamo a proposito l’intervento, dall’orientamento diverso, del prof. Stefano Caserini dal nuovo numero della rivista. La redazione.

Il 10 luglio è intervenuto il prof. Nicola Armaroli, dirigente di ricerca al Cnr dal 2007, membro dell’Accademia nazionale delle Scienze e direttore della rivista italiana di divulgazione scientifica “Sapere”

da qui

venerdì 5 luglio 2024

L’assalto dell’eolico in Sardegna - Antonio Lupo e Maurizio Fadda

È davvero impressionante la mappa delle nuove concessioni per l’eolico in Sardegna, dove viene prodotta già più energia di quanto ne viene consumata. Come altre regioni del Sud ha una produzione eolica alta. Che buffo: le regioni che consumano energia importata e non vogliono torri eoliche in casa loro, sono quelle che hanno sostenuto il governo Meloni per l’approvazione della legge sull’autonomia differenziata. I signori del business dell’eolico non avevano però considerato la determinazione dei Comitati sardi contro la speculazione energetica, secondo i quali le priorità sono tre: la riduzione dei consumi; il fotovoltaico ma solo sui tetti degli edifici pubblici e delle zone industriali; la costituzione di comunità energetiche.


Foto di Comitato contro la speculazione energetica Mamoiada

 

Il 15 giugno, giornata Mondiale del Vento, abbiamo partecipato, presso la splendida basilica medievale romanico-pisana di Saccargia (Sassari), alla bella e partecipata manifestazione, promossa dal Coordinamento Comitati sardi contro la speculazione energetica, un insieme di realtà di tutte le provincie sarde, sempre più numerosi e combattivi.

È poco nota e studiata nelle scuole italiane la storia della Sardegna: ad esempio la fantastica cultura nuragica, cominciata nell’età del bronzo, e la realtà sociale medievale di Eleonora d’Arborea, una società di avanguardia che unificò le popolazioni sarde liberandole dagli Aragonesi. La Sardegna è una terra meravigliosa e antichissima, l’unica in Italia con rischio quasi nullo di terremoti, e anche per questo è stata invasa e violentata da sempre, ad esempio dai Savoia che dal 1800, prima e dopo l’Unità di Italia, l’hanno disboscata per un terzo, utilizzando il duro leccio locale per le traversine delle ferrovie italiane, in primis per la linea Torino-Genova (ne parla Fiorenzo Caterini, antropologo, nel libro Colpi di scure e sensi di colpa). E fino ad oggi continuano in Sardegna le occupazioni militari, italiane e della Nato, e persistono gli estrattivismi di ogni tipo, minerario, agricolo, turistico ecc..

Da moltissimi mesi molti sardi si sono mobilitati contro i progetti di invasione di pale eoliche, a terra e in mare, questo ancor prima delle elezioni regionali del 25 febbraio, vinte da un’alleanza di partiti che ha portato alla presidenza della Regione Sardegna Alessandra Todde, già sottosegretaria al ministero dello Sviluppo economico nel governo Conte II (2019-2021) e viceministra allo Sviluppo economico nel governo Draghi (2021-2022). La loro mobilitazione e opposizione non è di certo corporativa e di stampo “leghista”: si basa su analisi approfondite della situazione attuale e delle prospettive future.

Per conoscere le analisi dei Comitati sardi contro la speculazione energetica, che si nasconde dietro ai progetti dei parchi eolici, si può consultare, tra gli altri, il sito orthobenessere.com: l’analisi, precisa e indiscutibile, ribadisce che i comitati dicono sì alle fonti rinnovabili e no alla speculazione energetica, dicono sì anche alla chiusura delle due centrali a carbone della regione e ricordano che è possibile produrre energia dal vento senza deturpare l’ambiente e il paesaggio.

Qualche dato

Proviamo a capire meglio la situazione attuale. La Sardegna produce più di quanto consuma, circa 12.335 Gwh di energia elettrica a fronte dei consumi netti pari a 8.426 GWh annui, quindi la produzione generata sul territorio regionale è maggiore del 40,8% del fabbisogno netto isolano. Questo surplus di energia in gran parte dei casi viene esportato (fonte: Regione Autonoma della Sardegna).

In tutto il territorio italiano sono attive sette centrali a carbone, di cui due si trovano proprio in Sardegna, una a Fiume Santo e l’altra a Portoscuso.

In percentuale, la Sardegna produce circa il 33% dell’energia da fonti rinnovabili e ben il restante 67% da fonti fossili, ma eliminando il 40% di surplus prodotto solo dalle fonti fossili, la regione raggiungerebbe immediatamente gli obiettivi fissati dall’UE per il 2030.

Per conoscere i dati sulla produzione, sui consumi e sui costi dell’energia elettrica in Italia e in Sardegna si può partire dai numeri raccolti su openpolis.it. La domanda di energia elettrica italiana nel 2023 è stata soddisfatta per l’83,3% con produzione nazionale e per il 16,7% dal saldo dell’energia scambiata con l’estero. La produzione nazionale netta (257 miliardi di kWh), minore del 6,4% rispetto al 2022, ha le seguenti fonti: in crescita l’idrico (+36,1), l’eolico (+15,1%) e il fotovoltaico (+10,6%); in flessione il termico (-17,4%) e geotermico (-1,9%). Nel 2023 (dati Terna) i consumi elettrici italiani sono diminuiti del 2,8% rispetto al 2022, attestandosi a 306,1 miliardi di kWh. con aumento delle fonti rinnovabili, il 36,8% della domanda, rispetto al 31% del 2022 (terna.it). Il consumo medio di elettricità pro capite/anno/Kwh in Italia è circa 5.000. I consumi risultano ben più elevati al Nord (Friuli Venezia Giulia 8556, Lombardia 6651, Emilia R. 6440, Veneto 6.439, Piemonte 5581) mentre sono più bassi nel Centro e soprattutto nel Sud, ultima la Calabria con 2.792 Kwh. La Sardegna ha consumato 5134 Kwh nel 2022 (1475 kwh per uso domestico, il dato più alto in Italia, perché viene usata anche per il riscaldamento).

Infine soffermiamoci sulla produzione dell’eolico in Italia (dati Terna). Attualmente in Italia ci sono 5.985 impianti eolici (vedi mappa dati Terna su potenza eolico installata per Regione a fine 2022, qualenergia.it). Il documento dei Comitati sardi evidenzia che le regioni del Nord Italia, con più alto consumo di elettricità e forte deficit di produzione, assoluto e in percentuale, rispetto ai consumi (Lombardia -28,3%, Veneto -53,5% e Emilia R. -14,7%), hanno un numero di impianti eolici e una produzione irrisoria, sia le regioni continentali come Lombardia (12 impianti) e Piemonte (18 impianti con produzione annua di 25,7 Gwh), sia quelle con anche territorio marino Veneto (14 impianti con produzione 22 Gwh) e Emilia Romagna (76 Gwh prodotti). Che buffo: queste Regioni, che consumano energia importata e non vogliono torri eoliche in casa loro, sono quelle che hanno sostenuto il governo Meloni per l’approvazione della legge sull’autonomia differenziata.

L’assalto dell’eolico in Sardegna

Le regioni del Sud hanno invece una produzione eolica altissima, prima la Puglia con 5,361 Gwh, poi Campania 3404 Gwh e Sicilia 3228 Gwh. La Sardegna 1660 Gwh con 612 parchi eolici a fine 2022.

In questo scenario ha preso forma un assalto dell’eolico in Sardegna. Le richieste di nuove concessioni per impianti e parchi eolici appare infatti eccessivo e spropositato: i dati ufficiali forniti dalla Regione Sardegna indicano la presentazione di 809 nuove richieste di connessioni per un totale di 57,67 GW (invece dei 6 GW previsti dalla bozza del decreto nazionale per la Sardegna). Un grande pericolo è rappresentato anche dal fatto che molte delle società installatrici sono straniere, con capitale sociale di 10.000 euro…

È davvero impressionante la mappa delle nuove concessioni fornita online direttamente da Terna – Rete Elettrica Nazionale:




Mappa delle concessioni rinnovabili da fonte Eolica


Ci si trova di fronte a una vera e propria speculazione energetica di stampo coloniale e centralistico, con progetti presentati per la realizzazione di parchi eolici onshore e offshore, con centinaia e centinaia di aerogeneratori (in mare alti più di 270 metri l’uno, a terra di 240 metri), che presentano problemi enormi in vari ambiti tra consumo di suolo, consumo di materie prime per la costruzione, impatto paesaggistico e sulla biodiversità.

Ci sono varie alternative

I Comitati sardi restano favorevoli alle energie rinnovabili, ma ricordano che ci sono varie alternative: non esistono solo le “pale eoliche”, le cosiddette HAWT (Horizontal Axis Wind Turbines) – Generatori eolici ad asse orizzontale. Ci sono anche i VAWT (Vertical Axis Wind Turbines) – Generatori eolici ad asse verticale, alti dieci metri e larghi 1,2 metri, con maggior resistenza alle raffiche (orthobenessere.com). I Comitati ribadiscono che le priorità sono: uno, la riduzione dei consumi; due, il fotovoltaico sui tetti degli edifici pubblici e delle zone industriali; tre, l’uso dell’eolico verticale e la costituzione di comunità energetiche.

E ora? Dopo la protesta di Saccargia, consapevoli di essere in ritardo, i comitati continuano la mobilitazione: mentre nascono nuovi comitati si spinge per un nuovo confronto con le istituzioni. La presidente della Regione Todde ha proposto da tempo una moratoria sui nuovi impianti, ma fino ad oggi questa non è stata approvata in Consiglio Regionale e si prevede che venga bocciata dal governo Meloni (che confermerà lo sciagurato Decreto Draghi, che ha originato la speculazione).

I Comitati chiedono alla Regione di avvalersi dello «Statuto Autonomo» che assegna alla Sardegna competenze più ampie rispetto a quelle a Statuto ordinario per emanare una legge regionale (sotto la spinta anche dai 377 sindaci dei Comuni sardi, finora latitanti), che recepisca le direttive UE 2018/2001, che tra l’altro istituiscono e regolamentano le comunità energetiche.

Di certo, la lotta sarà difficile e dura, dicono i comitati, ma è importante che in tutta Italia si capisca come non siamo di fronte a lotta corporativa, ma di difesa della natura e delle sue comunità, in nome della sovranità energetica dei territori, che nulla ha a che fare con l’autonomia differenziata e il “leghismo”. In questo senso è evidente che in Sardegna, dove solo il 20% del cibo consumato è prodotto localmente, bisogna rimettere al centro la sovranità alimentare, proposta da decenni dagli oltre duecento milioni di contadini del movimento internazionale Via Campesina e da diverse associazioni sarde, massacrati ogni giorno dall’agrobusiness e dalla grande distribuzione.

Infine molti cittadini e comitati sono dispiaciuti dalle posizioni assunte dalle grandi associazioni ambientaliste nazionali come Legambiente, Greenpeace e WWF: su sardegnarinnovabile.org parlano di sviluppare l’infrastruttura energetica in Sardegna, “passaggio cruciale per il futuro dell’isola e anche per le politiche energetiche nazionali…”. Il 9 maggio, inoltre, Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace ha scritto un articolo su Extraterrestre, l’inserto settimanale del manifesto (La moratoria sulle rinnovabili significa continuare col gas), in cui tra l’altro si legge: “La moratoria sulle rinnovabili della Sardegna, proposta dalla giunta di centrosinistra della Sardegna guidata dalla pentastellata Alessandra Todde, è tra gli ultimi atti di una campagna ostile, che rischia di rallentare o bloccare la transizione dopo la ripresa, tuttora insufficiente, di questi ultimissimi due anni. In Italia c’è un partito, trasversale, del gas e del petrolio…”. In realtà un emendamento di Alessandra Todde e della giunta regionale del 15 giugno ha svuotato la precedente proposta di moratoria (unionesarda.it). Queste grandi associazioni ambientaliste dovrebbero leggere, riflettere, dialogare e rispondere alle analisi e alle proposte dei Comitati sardi contro la Speculazione energetica, che stanno già collaborando con comitati di altre regioni italiane.

Il caso dell’assalto eolico in Sardegna, intanto, è arrivato anche all’università di Cambridge, nel Regno Unito. Una conferenza online organizzata dall’ateneo ha analizzato il fenomeno, mettendolo in correlazione con altri casi simili. La speculazione nell’Isola sulle rinnovabili, infatti, non è un unicum nel mondo: anche le comunità degli zapotechi in Messico e dei sami nel Nord Europa sono interessate dallo stesso fenomeno. Secondo gli studiosi sono le comunità ritenute più deboli ad essere prese di mira dalle imprese multinazionali… (link).

 

[Antonio Lupo (medico per l’ambiente) e Maurizio Fadda (agronomo)]

 

da qui

giovedì 25 maggio 2023

I vampiri delle pale eoliche

  

Scrive Maurizio Onnis, sindaco di Villanovaforru (Sardegna):

Questa mattina ho ricevuto tre emissari di una multinazionale. Due venivano da Milano, uno da Roma, apposta per parlarmi. Molto cortesi. Mi hanno indicato la collina del territorio di Villanovaforru sulla quale si ergerà una pala da duecento metri. Progetto già depositato al Ministero dell’ambiente. Non avevano alcun obbligo di rendermi visita, ma hanno tenuto a dire che vogliono conoscere le comunità locali. Non hanno offerto compensazioni materiali: per me non sarebbe cambiato niente, ma è opportuno aggiungerlo. Siamo alla predazione pura e il padrone bianco fa quel che vuole. Tempo della permanenza in municipio: venti minuti. Naturalmente, sapendo del progetto (peraltro non l’unico riguardante Villanovaforru), ho sentito già nei giorni scorsi il nostro avvocato e il Gruppo d’intervento giuridico. Visto l’andazzo, direi che in questa ordalia siamo soli. Soli, ma non rassegnati. Come sempre da anni.

da qui

 

Spiego, in maniera semplice, i meccanismi attraverso cui la Sardegna si arrende.

Autunno 2021. Il governo italiano annuncia che stilerà una mappa delle aree idonee all’installazione di pale eoliche e fotovoltaico. Ovviamente, si guarda bene dal farla.

La RAS non fa una sua mappa delle aree idonee, affermando che non può: prima deve farla il governo. I politici sardi si scaricano la coscienza. Nessuno, in viale Trento, pensa alle alternative. Ad esempio una moratoria, che verrebbe impugnata dal governo ma servirebbe a guadagnare tempo (la famosa mappa…).

Le grandi aziende raccattano soldi. Asja, che metterà le pale a Villanovaforru, ottiene dalla Banca europea degli investimenti 50 milioni di euro, garantiti dall’Unione europea. Servono a tirare su impianti in Campania, Basilicata, Sicilia e, appunto, Sardegna.

E si arriva qua. Lo studio d’ingegneria che ha curato la progettazione per Asja è cagliaritano e i collaboratori del progetto hanno cognomi sardissimi. Dagli ingeneri ai pianificatori territoriali, dagli strutturalisti ai geologi, dai naturalisti agli archeologi: sardi ed evidentemente convinti che il destino della Sardegna sia già scritto.

Così, passato un anno e mezzo dall’inutile promessa del governo, gli agricoltori di Villanovaforru si vedono espropriare i terreni. Ciò che pensa la comunità locale non interessa a nessuno.

Tirate voi le conclusioni di questa deprimente sequela.

da qui

 

 

No parco eolico a Villanovaforru: assemblea partecipata alla biblioteca comunale

 

Si è svolta questa sera a Villanovaforru presso la biblioteca,  l’incontro promosso dal Sindaco del paese, Maurizio Onnis, contro i  due progetti delle multinazionali che vorrebbero costruire un Parco Eolico nel territorio comunale.

L’iniziativa molto partecipata ha visto la presenza di tante realtà, tra cui la Confederazione Sindacale Sarda e il Sindaco di Siddi.

Assente la Regione Sardegna, che sembra non essere interessata al tentativo in atto da parte delle multinazionali di occupare il territorio sardi con mega impianti,

Al fine di coordinare e organizzare una mobilitazione regionale contro la speculazione energetica, l’assemblea ha deciso una linea incisiva e forte contro il progetto delle pale eoliche nel territorio di Villanovaforru.

da qui

 

 

L’energia eolica e il paesaggio massacrato – Carlo Alberto Pinelli

Con questo mio testo intendo affrontare l’argomento delle energie rinnovabili prodotte dal vento, prendendo come punto di partenza – e anche come stella polare – la mia esperienza personale; una esperienza in cui credo si riflettano – al dilà delle diversissime articolazioni individuali – le esperienze e i vissuti di tutti coloro per i quali il paesaggio non è soltanto qualcosa che si può ammirare affacciandosi da un belvedere ben protetto, magari raggiunto con una funivia, o fermando per qualche frettoloso minuto la propria auto ai margini del guard-rail di una strada carrozzabile.

Ho la pretesa di interpretare i sentimenti e le convinzioni di quella non marginale minoranza di abitanti del Pianeta che non si riconosce nella mentalità di chi riduce il paesaggio ad una gigantesca diapositiva a colori, collocata prudentemente sullo sfondo e destinata a suscitare di conseguenza solo effimere fibrillazioni estetiche. Il senso del paesaggio, per me e per tanti nostri simili, non si esaurisce nella scenografia del panorama, per quanto suggestiva essa possa apparire. Io appartengo alla schiera di quelli che i guard-rail li scavalcano, non soltanto metaforicamente e che la sera, quando si voltano a osservare un panorama, ripercorrono con lo sguardo e col cuore un paesaggio nel quale sono stati immersi per tutta la giornata e di cui conoscono ogni piega e ogni sfumatura, per averle interiorizzate, passo dopo passo, quinta dopo quinta, dislivello dopo dislivello.

Insomma uno sguardo partecipe, familiare, affettuoso come quello che si riserva a un amico, o al focolare della propria dimora materna.

Chi mi conosce immagina che i paesaggi ai quali istintivamente sto facendo riferimento siano principalmente quelli – immensi e selvaggi – che si possono ammirare dalla vetta di una montagna raggiunta dopo ore o settimane di sforzi, anche affrontando seri pericoli; paesaggi che rientrano nella categoria estetica ed etica del sublime di matrice romantica; e questo è in parte vero, non posso né voglio negarlo.

Però le immagini che si affacciano in questo momento alla mia mente appartengono a paesaggi diversi: dolci profili di colline coltivate, boschi, vigneti, pascoli, campi di grano: una natura profondamente intrisa di vicende umane e da queste minuziosamente rimodellata attraverso il paziente e saggio lavoro dei secoli. Paesaggi “non-eroici” che hanno accompagnato e sorretto emotivamente il cammino della vita di tanti di noi, dall’infanzia ad oggi e che vorremmo vedere ancora in grado di illuminare con la loro serena, sfaccettata (e mai totalmente prevedibile) armonia le esistenze dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Ho ceduto alla tentazione di questa premessa semi-autobiografica solo per introdurre in maniera non arida e non freddamente scolastica la prima parte del mio intervento; quella che tratta del significato – o meglio, dei significati – che il termine “Paesaggio” è chiamato a coprire. In coda il lettore potrà trovare una scheda esauriente relativa alla attuale situazione degli aerogeneratori in Italia. Meno drammatica, tutto sommato, di quella che si sarebbe potuto prevedere.

Già gli antichi romani dividevano il territorio fisico in due ambiti distinti: l’Ager, ordinato, organizzato e tranquillizzante regno dell’agricoltura da un lato; e dall’altro, in netta contrapposizione, il Saltus, ossia il mondo dei pascoli alpestri, dei boschi primigeni, degli incolti, delle forre, dei ghiaioni rocciosi che salgono verso le creste delle montagne, dei ghiacciai: luoghi impervi, non ancora del tutto assoggettati (pascoli e boschi) o non assoggettabili in alcun modo (loci horridi) alle esigenze materiali dell’uomo. Questi ultimi erano visti con sospetto e inquietudine, a volte addirittura con repulsione, a volte con quel timore reverenziale che si accompagna alle ierofanie del sacro. Ma in ogni caso erano luoghi collocati all’esterno, o ai margini estremi dell’oikos rasserenante, addomesticato dalle attività umane. Bisognerà attendere l’illuminismo e poi il romanticismo per assistere all’ingresso del Saltus entro l’orizzonte praticabile della cultura occidentale, anche nei suoi aspetti estremi, i più disarmonici e pittoreschi.

L’argomento odierno, legato come è al problema dell’invasione degli aerogeneratori per la produzione di energia dal vento, mi suggerisce di non affrontare il tema, di per sé affascinante (e a me particolarmente caro) del paesaggio “sublime”: quel radicale rovesciamento di prospettiva culturale che porterà, tra l’altro, alla invenzione dell’alta montagna e all’alpinismo. Gli impianti eolici minacciano le dorsali appenniniche e le colline dell’Italia centro-meridionale e insulare. Luoghi naturali tutt’altro che selvaggi. Perciò il perno del mio intervento riguarderà l’Ager: i luoghi della vita.

Cominciamo allora col collocare nella giusta prospettiva e nei giusti rapporti reciproci i termini “panorama” e “paesaggio”; termini che spesso nell’uso corrente vengono intesi a torto come sinonimi. Entrambi sono i precipitati di una evoluzione storica dello sguardo; perché, senza dubbio alcuno, negli spazi naturali ciascuno di noi vede solo cosa ha imparato a vedere; vale a dire cosa la sua cultura di appartenenza gli suggerisce di vedere. Però poi il primo – il panorama – fa riferimento esclusivamente alla dimensione estetico/scenografica della percezione e possiede una preminente ambizione spettacolare. Potremmo anche dire che rappresenta la cornice esteriore in cui si iscrive la forma del paesaggio.

Il paesaggio invece è molto di più. Anche nei suoi riguardi sarebbe futile negare l’importanza cruciale della qualità estetica. Tuttavia tale qualità non può essere scissa, “come una efflorescenza senza radici”, dall’identità culturale dei luoghi. Una identità che si è venuta formando nel tempo, attraverso la lenta sedimentazione di memorie, saperi, attività pratiche e simboliche. Il paesaggio è, in una parola, natura che si è fatta storia. Occorre insomma una mediazione simbolica, non priva di sottili connotazioni etiche, per far sì che un contesto naturale assurga al valore di paesaggio.

Il filosofo Joachim Ritter, una ventina di anni fa, scriveva a questo proposito che “il paesaggio è natura che si rivela esteticamente a chi la contempla con sentimento”. Questa ultima annotazione – con sentimento – è insieme particolarmente significativa e incompleta. Significativa: perché suggerisce che l’ordito etico su cui si radica il valore estetico del paesaggio è direttamente proporzionale alla intensità dell’investimento affettivo compiuto dal soggetto osservante. Incompleta perché sembra suggerire che sia sufficiente la contemplazione passiva a propiziare quel necessario investimento affettivo. Invece non è così. Il paesaggio non si può metabolizzare fino in fondo, cioè non può divenire carne della nostra carne, solo “sedendo e mirando”. Esso deve rappresentare il momento di sistemazione e di sintesi di un percorso concreto, fatto di mille diverse sollecitazioni emotive, intellettuali, fisiche. Un percorso che coinvolge e mette alla prova l’intero individuo, dagli occhi alle piante dei piedi.

Ma a chi appartengono i paesaggi? Dal momento che la loro forma, così come è giunta fino a noi, è il risultato di una millenaria interazione tra gli antichi abitanti e l’aspetto naturale del luogo, da molte parti si è sostenuto che il diritto – per lo meno morale – di deciderne le trasformazioni appartenga esclusivamente agli eredi diretti: cioè a coloro che vi sono nati o attualmente vi vivono e lavorano. Però questa conclusione è solo in parte condivisibile. Si è spesso sentito parlare dei montanari o dei contadini come “gelosi custodi del loro patrimonio naturale”. Sono frasi che possiedono un suono accattivante, ma che troppo spesso, purtroppo, trovano scarse corrispondenze nella realtà.

La svendita delle proprie radici culturali – e del paesaggio in cui quelle radici affondano e trovano alimento – compiuta da tante comunità rurali, ha naturalmente molte giustificazioni sui versanti delle convenienze economiche, degli stili di vita, dell’aspirazione al benessere, della psicologia; e, ancora prima, di una storia pesantemente segnata da un lungo destino di subalternità nei confronti dei modelli provenienti dai ceti dominanti. Si tratta di giustificazioni serie che ci vietano di pronunciare alla leggera giudizi supponenti.

Tuttavia resta vero che spesso l’apprezzamento per il valore culturale ed estetico del paesaggio fa difetto in chi ha con quel particolare paesaggio una quotidiana dimestichezza. Abbiamo a che fare qui con quella che è stata descritta come “ la sindrome del sagrestano”. La costante, ripetitiva contiguità di questo personaggio con gli aspetti più prosaici della gestione della chiesa in cui lavora, in molti casi finisce col renderlo insensibile alle suggestioni mistiche che il luogo sacro continua a suscitare invece negli altri fedeli. Sembra dunque che non abbiano poi tutti i torti coloro i quali sostengono che il paesaggio è opera dello sguardo di chi va verso di esso e vi si inoltra provenendo da altrove.

Sia quel che sia, ogni posizione esasperatamente localistica ci riporta molto indietro nel tempo. Nel Medioevo e nel Rinascimento gli abitanti del quartiere Labicano, contiguo al Colosseo, avevano il diritto esclusivo di utilizzare l’antico anfiteatro come una cava di pietra. Oggi se gli abitanti di quello stesso quartiere invocassero un analogo diritto per trasformare – faccio un esempio – il Colosseo in un grande silos multipiano per parcheggiare le loro ingombranti automobili, tutti i cittadini del pianeta avrebbero il diritto di ribellarsi e di intervenire per bloccare lo scempio. Il Colosseo è un bene universale, sottratto alle immediate convenienze di chi è nato nei suoi dintorni.

E allora? Allora è ormai tempo di concedere anche ai paesaggi naturali la stessa dignità “universale” che la società moderna ha finalmente imparato a concedere alle opere d’arte. Se queste rappresentano la testimonianza preziosa della creatività umana, quelli – i paesaggi – della nostra creatività sono i necessari presupposti. Ciò non equivale naturalmente a privare le popolazioni locali di ogni diritto decisionale. Significa semplicemente armonizzare quel diritto con gli eguali diritti e con gli interessi diffusi di una più vasta comunità.

Speculare alla “sindrome del sagrestano” è poi la cosiddetta “sindrome di Bali”. Ne sono contagiate quelle comunità che per catturare l’interesse dei turisti in cerca di sensazioni “esotiche”, mantengono artificialmente in vita abitudini, rituali e paesaggi, che non rispondono più alle loro reali esigenze, non derivano da un sincero bisogno identitario, ma sono solo vuote crisalidi folkloristiche. Non ci sarebbe neppure bisogno di dirlo: noi non siamo favorevoli a un simile tipo di museificazione superficiale delle tradizioni culturali e del paesaggio in cui esse si collocano. Diffidiamo di queste mummificazioni di basso conio che si avvicinano pericolosamente ai parchi tematici in stile disneyano. Il paesaggio è e deve restare una realtà viva e in divenire.

Ma attenzione: questa consapevolezza non può giustificare la supina accettazione di manomissioni e abusi, anche se a compierli sono le comunità del posto, accecate dal fascino mistificatorio di modelli urbani. Al contrario, quella medesima consapevolezza deve assumere per noi il ruolo di una arma efficace, da utilizzare contro ogni tentativo di designificazione e appiattimento delle specificità paesaggistiche. I luoghi possono certamente evolvere lentamente, lungo archi temporali molto lunghi; ma non debbono trasformarsi, da un giorno all’altro, in non-luoghi privi di anima e orfani di senso.

Questo è esattamente il rischio che sta correndo la campagna italiana a causa dell’invasione delle gigantesche pale eoliche.

Non mancano, anche nel mondo degli ambientalisti, coloro che sostengono che gli aerogeneratori sono oggetti belli, dai quali il paesaggio verrebbe “arricchito”. Ho il sospetto che dietro a una simile avventata affermazione – anche qualora venisse fatta in perfetta buona fede – si celi un equivoco psicologico. Siccome le pale eoliche dovrebbero produrre energia pulita e rinnovabile, vengono sentite dai loro sostenitori come un qualcosa di totalmente e apoditticamente positivo; e quel loro giudizio (o pregiudizio?) finisce col travalicare i propri confini per invadere anche, indebitamente, la dimensione estetica. A incrinare la credibilità di tali affermazioni basterebbe però la constatazione che i loro stessi autori raccomandano poi di non invadere con gli impianti eolici i paesaggi di maggior pregio. Alla faccia del preteso arricchimento.

Rende sgomenti constatare come intere associazioni che si erano battute al nostro fianco contro nuovi tracciati autostradali, linee ferroviarie superflue, elettrodotti trasfrontalieri, porti turistici, cementificazioni edilizie; e lo avevano fatto motivate da inequivoche considerazioni di tutela della qualità dell’ambiente naturale, ora assistano plaudenti a un massacro del paesaggio italiano certamente assai più barbarico per estensione e gravità di tutto quanto si era visto fin’ora. Per poter far digerire ai loro associati un simile voltafaccia sono costretti a sostenere che gli aerogeneratori sono belli. Francamente il tentativo fa un po’ pena.

Comunque il punto è un altro. Non importa se gli impianti eolici sono belli od orrendi. Ciascuno può pensare (o fingere di pensare) quello che vuole. Il problema è che gli aerogeneratori industriali sono troppi e troppo ingombranti. Invadere la maggior parte dei profili collinari italiani, così ricchi di echi e di storia, con migliaia di manufatti rotanti, alti più o meno come la Mole Antonelliana di Torino, equivale a una radicale e brutale omogeneizzazione dei paesaggi. Le selve delle torri eoliche, a causa del loro numero e delle loro spropositate dimensioni, diventeranno l’elemento dominante – schiacciante – dei paesaggi in cui verranno innalzate. La loro presenza cannibalizzerà, sottometterà e umilierà tutte le altre forme, spesso sottili e delicate, dei tessuti territoriali locali, danneggiandone l’armonica percezione.

Ciò equivale a una irreversibile semplificazione a senso unico dei paesaggi tradizionali; a una definiva obliterazione di quanto resta ancora delle loro così diverse sedimentazioni storiche e delle loro valenze simboliche e emotive. Una drammatica perdita di identità, passaggio obbligato verso la loro degradazione in avamposti delle periferie urbane: non-luoghi indistinguibili gli uni dagli altri.

Stiamo assistendo, insomma, all’ultimo atto della conquista “coloniale” del mondo rurale da parte delle logiche e degli interessi nati nelle metropoli. Del resto una configurazione unitaria dello spazio fisico fa parte dei segni distintivi di ogni regime autoritario e di ogni ambizione imperiale. Il “leccamano contento” delle genti locali, anche dove ciò si sta verificando, nulla toglie a questa triste verità e non ci porta davvero verso orizzonti più democratici e partecipativi.

Gli aerogeneratori, almeno qui da noi (ma credo anche in altri paesi), rappresentano gli stendardi di una avida e strisciante dittatura globalizzatrice, ammantata di pseudo-giustificazioni ecologiche. Il professor James Lovelock, famoso maître à penser dell’ambientalismo britannico, in un articolo comparso sul Guardian di qualche anno fa ha parlato di “fascismo eolico”. La definizione, anche se volutamente provocatoria e paradossale, coglie un aspetto non secondario del problema con cui oggi dobbiamo confrontarci.

Spero che questo mio intervento, per quanto necessariamente sintetico, sia stato sufficiente a dimostrare che la nostra ferma opposizione all’invasione sregolata degli impianti eolici non rappresenta l’ossessione di un gruppo di irresponsabili poeti, patetici cultori di un estetismo di retroguardia, come i nostri detrattori amano dipingerci. Noi lottiamo per la sopravvivenza delle mille e mille forme visibili di un patrimonio culturale in cui vive la nostra identità di italiani.

Va aggiunto che la manomissione del paesaggio collinare italiano ha portato e può portare solo irrisori vantaggi in termini di produzione energetica. L’Italia non è un paese sufficientemente ventoso. La scandalosa sproporzione tra costi (paesaggistici, ambientali, ecologici) e benefici è francamente inaccettabile. Gli interessi in gioco sono ben altri e in essi si è infiltrata alla grande la criminalità organizzata.

da qui

 

 

In Sardegna esiste l’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) che combatte da anni, non solo a parole, speculatori e ladri di futuro, ecco qualche loro articolo:

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2023/02/26/la-speculazione-energetica-nei-mari-della-sardegna-diciotto-istanze-per-centrali-eoliche-offshore-e-diciotto-atti-di-opposizione-del-grig-no-al-far-west/

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2023/04/08/unoverdose-di-pale-eoliche-incombente-sulla-reggia-nuragica-di-barumini/

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2016/01/07/il-paradiso-delle-pale-eoliche-del-medio-campidano-va-a-processo/

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2016/03/07/il-santuario-nuragico-di-santa-vittoria-di-serri-assediato-dalle-pale-eoliche/

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2023/01/30/non-trasformiamo-montiferru-e-monte-s-antonio-in-una-selva-di-pale-eoliche/

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2023/04/03/un-muro-di-pale-eoliche-fra-il-mare-e-i-boschi-dei-sette-fratelli/

 

 

La servitù energetica in Sardegna – Stefano Deliperi

Una centrale eolica sui monti di Siurgus Donigala e un’Isola destinata alla servitù energetica? 14 aereogeneratori da 6,6 MW ciascuno, alti 220 metri, con una potenza complessiva 92,4 MW. Poi fondazioni, strade di accesso e opere di connessione alla rete elettrica nazionale, estensione interessata pari a 720 ettari.

E’ sui monti fra Siurgus Donigala e Selegas, proposto dalla milanese Siurgus s.r.l., l’ennesimo progetto di centrale eolica previsto in Sardegna.

In Sardegna, al 20 maggio 2021, risultavano presentate ben 21 istanze di pronuncia di compatibilità ambientale di competenza nazionale o regionale per altrettante centrali eoliche, per una potenza complessiva superiore a 1.600 MW, corrispondente a un assurdo incremento del 150% del già ingente comparto eolico isolano.

A queste si somma un’ottantina di richieste di autorizzazioni per nuovi impianti fotovoltaici.

Complessivamente sarebbero interessati più di 10 mila ettari di boschi e terreni agricoli.

Ormai il quadro è chiaro, a mare e in terra la Sardegna sembra proprio destinata a diventare una piattaforma di produzione energetica, un’Isola destinata all’ennesima servitù.

Sono questi, infatti, sono i “numeri” dell’energia in Sardegna, come emergono dai dati TERNA 2019:

* 18 impianti idroelettrici (potenza efficiente lorda MW 466,4; producibilità media annua GWh 607,6);

* 52 impianti termoelettrici (potenza efficiente lorda MW 2.386,1; potenza efficiente netta MW 2.168,8);

* 593 impianti eolici (potenza efficiente lorda MW 1.054,9);

* 38.014 impianti fotovoltaici (potenza efficiente lorda MW 872,6);

* energia richiesta in Sardegna: GWh 9.171,5 energia prodotta in più rispetto alla richiesta: GWh +3.491,5 (+38,1%).

* produzione energia: GWh 13.630,6 (lorda); produzione netta per il consumo: GWh 12.809,9.

Il dato fondamentale della “fotografia” del sistema di produzione energetica sardo è che oltre il 38% dell’energia prodotta “non serve” all’Isola e viene esportato verso la Penisola (SaPeI, capacità 1.000 MW) e verso l’Estero (SaCoI, SarCo, Corsica, capacità 300 MW + 100 MW): Qualsiasi nuova produzione energetica non sostitutiva di fonte già esistente (p. es. termoelettrica) può esser solo destinata all’esportazione verso la Penisola e verso la Corsica.

E’ del tutto evidente che, in base alla contenuta capacità di esportazione dell’energia fuori dall’Isola e all’impossibilità concreta di “immagazzinare” l’energia rinnovabile prodotta (i sistemi sono ancora in fase di studio o sperimentale), l’energia così prodotta dall’impianto in progetto sarebbe, di fatto, utilizzata solo a vantaggio del Soggetto produttore (insieme a incentivi e benefici vari) e non dalla Collettività nazionale, pur obbligata per legge ad acquistarla, non esistendo alcun  meccanismo legale di chiusura coercitiva di impianti produttivi di energia da fonti fossili[1].

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) ha inoltrato (29 giugno 2021) un atto di intervento nel procedimento di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) relativo al progetto di centrale eolica sui monti di Siurgus Donigala e Selegas: boschi, pascoli, aree d’interesse archeologico, produzione di prodotti agricoli di eccellenza.

La richiesta, formulata al Ministero della Transizione Ecologica, è quella della dichiarazione di non compatibilità ambientale.

Stefano Deliperi è il portavoce del Gruppo d’Intervento Giuridico odv

[1] Gli impianti di produzione di energia elettrica essenziali per la sicurezza del sistema elettrico (art. 63, comma 63.1, dell’Allegato A alla delibera dell’AEEGSI n. 111/06) sono tutti “programmabili”, con combustibile fossile o biomasse (vds. https://download.terna.it/terna/A27%20-%20anno%202020_8d769b522431880.pdf).

da qui

 

in uno dei più bei film degli ultimi anni (qui), As Bestas, di Rodrigo Sorogoyen, la sirena e l’incubo delle pale eoliche, in Spagna, non mancano.


da qui