Visualizzazione post con etichetta colonialismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta colonialismo. Mostra tutti i post

martedì 28 aprile 2026

Blocchi navali

 


(a cura di Francesco Masala)

La globalizzazione non è nient’altro che il controllo dei mari e degli oceani, ma anche degli stretti.

In un interessante video ne parla nel 2019 Diego Fabbri:

I Romani dopo la sconfitta dei cartaginesi controllarono il Mar Mediterraneo (pax romana)

Nel XVIII e XIX secolo furono i britannici a controllare i mari del mondo (pax britannica)

Nel XX secolo fino a qualche tempo fa sono stati gli USA a controllare i mari del mondo (pax americana)

Adesso il dominio dei mari e degli stretti da parte degli Usa è minacciato dall’Iran (che controlla lo stretto di Hormuz).

Quasi silenzio sulle minacce di Trump per prendersi il canale di Panama (qui).

Negli ultimi tre secoli due paesi imperialisti (di lingua inglesa) si credono i padroni del mondo, prima la Gran Bretagna adesso gli Usa.

L’atto di insubordinazione alla pax americana da parte dell’Iran fa uscire fuori di testa il paese più potente del mondo (per ora).

 

Come potrebbero Russia e Cina, e tutti i paesi che non si fidano più degli Usa, per aver provato il loro tallone, essere a favore del blocco navale degli Usa contro l’Iran?

 

Provate a leggere queste righe:

A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero…

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.

A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.

Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.

Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.

Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.

Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.

A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.

Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.

Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.

Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.

Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.

Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.

Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.

Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.

da qui

 

Anche il Giappone, come la Cina, fu costretto a lasciar entrare le merci degli Usa e dei paesi europei colonialisti (leggi qui).

 

Chi si oppone agli imperi di lingua inglese, ma non solo, subisce guerre e blocchi navali, ma, come canta Bob Dylan, The Times They Are a-Changin’:


da qui

domenica 19 aprile 2026

A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero...

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.

A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.

Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.

Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.

Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.

Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.

A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.

Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.

Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.

Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.

Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.

Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.

Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.

Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.

https://www.vocedellasera.com/storia/guerre-oppio/

giovedì 16 aprile 2026

La nuova mappa coloniale del mondo - Iain Chambers

 

«La punizione dell’Iran o di Gaza non riguarda le libertà delle persone. È la negazione dei diritti altrui e comporta anche la riduzione del nostro diritto di dissentire», denuncia Iain Chambers, antropologo inglese, docente all’Università Federico II di Napoli.

Dopo Gaza l’Iran

«Mentre scrivo, Israele e gli Stati Uniti stanno bombardando intensamente l’Iran, nel tentativo di distruggere le infrastrutture e spezzarne la volontà. Gaza è il modello, ma l’Iran è vastissimo in confronto. Mentre l’Europa si sta perdendo nelle steppe ucraine, più a sud, sulle alte pianure dell’Iran, la narrazione potrebbe anche prendere pieghe inaspettate».

La mappa e le sorprese possibili

«La mappa si dispiega verso est dal Mediterraneo: Palestina, Mesopotamia, Persia, Afghanistan…Tratta da mappe e nomi antichi, questa potrebbe essere un invito a viaggiare con Bruce Chatwin nell’esotismo dell’Oriente, seguendo il suo eroe Robert Byron sulla strada per Oxiana. Potrebbe anche seguire il percorso fervente del cristianesimo vittoriano, desideroso di ristabilire legami vitali con la bussola morale della Terra Santa, o il romanticismo moribondo della cavalleria europea, alla ricerca dello spirito delle Crociate». Apparenza neutrale del mondo accademico, chiamato anche Orientalismo. Vaga eredità culturale che oggi in Occidente passa per comprensione politica, l’ammonimento del Manifesto.

«Se le dichiarazioni dell’amministrazione Trump potrebbero essere semplicemente liquidate come le farneticazioni di un egemone ormai in declino, ciò che esce dalla bocca di Starmer, Macron, Merz e Meloni condivide la stessa banale semantica».

Iain Chambers testualmente

In sostanza, il mondo dell’Asia occidentale e centrale è inferiore. La loro religione è fonte di dogmi fanatici (anche se un viaggio nel sud degli Stati Uniti, o l’ascolto di Pamela White-Cain, la consigliera spirituale di Trump, dovrebbero immediatamente correggere tale presupposto). Se la cultura orientale può essere considerata attraente nel suo esotismo, essa è sostanzialmente superata dalla nostra magia tecnologica. L’Occidente ha vinto, ed è così che ci si aspetta che la narrazione continui.

Oriente, una costruzione immaginaria

Quindi, l’Oriente è una costruzione, una proiezione immaginaria che riproduce la nostra supremazia. Non si tratta solo di una proposta culturale. È fondamentalmente una proposta politica. Oggi, con l’attacco israelo-americano all’Iran e la resistenza che sta incontrando, alcuni commentatori attenti hanno iniziato a parlare della fine dell’era Sykes-Picot. Si riferiscono all’accordo segreto stipulato nel 1916 tra britannici e francesi per dividere i territori dell’Impero Ottomano in Asia occidentale, che portò alla creazione degli stati artificiali di Iraq, Siria, Libano e Giordania. Mentre il territorio della Palestina storica, posto sotto mandato britannico, era destinato, trent’anni dopo, ad essere consegnato a un gruppo di migranti europei – colonizzatori ebrei – come risarcimento per l’Olocausto.

In questa logica coloniale, gli ‘indigeni’ non furono mai consultati. Oggi, proprio come nelle precedenti pratiche coloniali, la Knesset ha appena deciso che la resistenza indigena può essere punita legalmente con l’impiccagione.

Le mappe-prigione e l’Iran persiano

I confini tracciati sulle mappe a Londra e a Parigi sono diventati realtà sul campo, destinati a rispecchiare le premesse politiche e culturali dell’Occidente. I disordini locali, il rifiuto e la rivolta sono stati in seguito considerati semplicemente come atti di insubordinazione nei confronti di un ordine superiore. I diritti degli altri sono stati messi a tacere, e corpi anonimi disumanizzati e spesso eliminati. L’Iran non è mai entrato pienamente in quell’equazione. Non aveva mai fatto parte dell’Impero ottomano, non era arabo e seguiva una forma distinta di islam. È stato comunque inserito in quella logica rozza.

L’Iran democratico

Nel 1953, il suo governo democratico fu rovesciato dall’MI6 e dalla Cia per soddisfare gli interessi petroliferi anglo-americani e fu insediato un regime autoritario filo-occidentale. Oggi vive sotto un altro regime autoritario che insiste sulla propria autonomia dall’Occidente. Ed è proprio questo il punto. Il problema non è l’autoritarismo. I governi occidentali non si tirano indietro di fronte a tali assetti politici. Si pensi al sollievo provato a Washington e a Londra dopo la repressione delle rivolte popolari della ‘Primavera araba’, per non parlare del sostegno di lunga data alle monarchie micidiali dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo.

Colonialismo e repressione

Mentre il mondo coloniale di ieri e oggi si ripiega su se stesso, con i migranti contemporanei come precursori, un clima politico sempre più teso in patria ricorre alla repressione. Anziché fare i conti con la storia e le responsabilità politiche di ciò che ha portato alle oscenità del presente, si cerca una soluzione rapida in slogan triti e in manifestazioni pubbliche di stupidità nazionalista. Questa pericolosa accelerazione si riduce all’identificazione retorica e all’eliminazione dei nemici: palestinesi, Iran, Russia, Islam e migranti. Ciò è accompagnato da una crescente sorveglianza e punizione del dissenso pubblico in patria.

Netanyahu genocida

Osare criticare la politica genocida di uno stato suprematista nel Mediterraneo orientale, che ha esaurito il proprio credito morale, può portare a un procedimento penale in casa. Non è l’unico caso di bancarotta. Questo fa parte di una riduzione generalizzata della sfera pubblica a una semplice approvazione dello status quo. Questa non è democrazia.

Le diverse democrazie per Gaza, Iran o Ucraina

Cercare di piantare la bandiera della democrazia altrove, ad esempio in Iran (ma allora che dire dello stato di apartheid di Israele?), si ritorce contro, rivelando la sua crescente assenza nel mondo censurato dell’Occidente. Perché pone la questione della democrazia anche, e in modo più eloquente, per noi. La narrativa che sostiene il genocidio a Gaza, l’appoggio senza discussione all’Ucraina e l’attuale bombardamento a tappeto di Teheran è essenzialmente antidemocratica. Restringe la discussione alle distinzioni tra loro e noi. La punizione dell’Iran, o di Gaza e della Cisgiordania, o della Russia, non riguarda i diritti e le libertà delle persone.

Una geografia coloniale

È fondamentalmente l’imposizione di una mappa coloniale – e qui sionismo e imperialismo occidentale si incastrano perfettamente – sul mondo non occidentale. E se questo significa la negazione dei diritti altrui, sta diventando sempre più chiaro che comporta anche l’arretramento e la riduzione dei nostri diritti di parlare, contestare e dissentire da ciò che apparentemente viene fatto in nostro nome. In questo senso più profondo, la richiesta di pace, proprio come quella dei diritti palestinesi o il rifiuto di avallare l’omicidio di massa degli iraniani, è una richiesta di democrazia.

da qui

domenica 12 aprile 2026

Iran, cent’anni di aggressione – Alberto Capece

 

Se qualcuno pensa che davvero l’aggressione armata contro l’Iran sia una novità, bè sta sbagliando di grosso perché essa è cominciata davvero molto tempo fa e precisamente dal 1914. Fu in quell’anno che Winston Churchill decise di acquisire il 51% di una società fondata da tale William Knox D’Arcy, che si era assicurato una concessione sessantennale per i diritti esclusivi di produzione petrolifera in Persia grazie a Mozaffar al-Din Shah Qajar, che regnò come Scià dal 1896 al 1907. L’acquisizione di questa società, denominata Anglo-Persian Oil Company e successivamente Anglo-Iranian Oil, venne concepita ufficialmente per garantire l’approvvigionamento di carburante della Royal Navy. Poco dopo nel 1916 arrivarono anche gli americani con la Sinclair Oil Company legata ai Rockfeller. Chi ha un po’ di anni sulle spalle ricorderà il simbolo di questa compagnia, il dinosauro che campeggiava in molte autofficine e questo ha un senso perché furono proprio i Rockfeller, pagando a destra e a manca, a far prevalere la tesi di un’ origine esclusivamente biologica degli idrocarburi, perché in questo modo si dava l’idea di una risorsa limitata che contribuiva ad alzare i prezzi. Scusate l’inciso. Il fatto è che queste società realizzavano enormi profitti, versando all’Iran meno del 10 per cento del valore delle estrazioni, il che in un certo senso può essere visto come aggressione, non militare, ma economica. E questo ha a che vedere anche con la nostra storia: nel 1924 scoppiò infatti lo scandalo Sinclair, che riguardava tangenti che sarebbero state pagate a politici italiani per concedere ai Rockfeller un diritto cinquantennale sullo sfruttamento di idrocarburi presenti in Emilia e in Sicilia, senza pagare una lira di tasse allo stato italiano. Una nota tesi storica fa risalire il delitto Matteotti proprio alla denuncia che il parlamentare socialista intendeva fare alla Camera indicando i percettori delle tangenti, tra cui il fratello di Mussolini, Arnaldo, e la stessa casa reale.

Vabbè torniamo a noi, dopo trent’anni di sfruttamento intensivo dell’Iran, nel 1941, la Gran Bretagna, coadiuvata dall’Unione Sovietica, invase l’Iran con il comodo pretesto di aver bisogno del petrolio per finanziare la guerra contro la Germania. Ma anche dopo la fine del conflitto, l’occupazione di fatto continuò, fino a quando, nel 1951, il primo ministro iraniano democraticamente eletto, Muhammad Mossadeq, nazionalizzò la produzione petrolifera, scatenando una grave crisi fra gli azionisti imperiali da una parte all’altra dell’Atlantico. Così il MI6, ma soprattutto la Cia che disponeva di maggiori risorse, scatenarono un colpo di stato che rovesciò Mossadeq e instaurò un regime dittatoriale con a capo lo Scià: secondo Amnesty International fu un periodo caratterizzato dal “più alto numero di condanne a morte al mondo, dall’assenza di tribunali civili funzionanti e da una storia di torture inimmaginabili”. Questo dominio incontrastato durò 26 anni in cui di fatto l’Iran non fu altro che una colonia statunitense. E quando ci fu la rivoluzione di Khomeini, Washington pensò bene di fare la guerra al nuovo regime, scatenandogli contro l’Iraq, promettendo a Saddam una parte della produzione petrolifera iraniana se fosse riuscito a sconfiggere gli iraniani. A Bagdad arrivarono miliardi di dollari (di allora, 1980), tecnologia, armi e informazioni di intelligence per garantire all’Iraq il mantenimento delle proprie capacità militari e la possibilità di arrivare all’obiettivo. Furono usati anche i gas, ma l’Iran riuscì a resistere e dopo 8 anni di guerra un Iraq completamente rovinato finanziariamente, fu costretto alla ritirata. Saddam si lamentò con Bush padre della situazione e incolpò pure i Paesi limitrofi produttori di petrolio, tra cui il Kuwait, facendo capire che avrebbe voluto impadronirsi di quest’ultimo come risarcimento. Washington non si oppose esplicitamente, anzi in qualche modo incoraggiò Saddam a buttarsi nella trappola: il leader iracheno non serviva più a niente agli Usa, che invece volevano acquisire una posizione di incontrastato dominio in Medio Oriente,6 e così colsero l’occasione per disfarsi del loro complice, con due guerre consecutive. Il resto è cronaca, anzi storia.

Naturalmente Israele, nel suo ruolo di tutore degli interessi occidentali nell’Asia occidentale, ha svolto un ruolo decisivo in tali vicende ed anzi la creazione stessa di questo Stato è stata pensata in funzione di tale scopo. Già nel 1915 Alfred Milner, uno dei protagonisti della lotta contro i Boeri in Sudafrica, nonché amico dei Rothschild, era convinto che “l’intero futuro dell’Impero britannico come impero marittimo, dipendeva dalla trasformazione della Palestina in uno stato cuscinetto abitato.” E già si sapeva chi lo avrebbe abitato, visto che i palestinesi non erano ritenuti degni dell’onore di essere abitanti. Del resto l'Asia è un’ossessione per gli anglosassoni da quando un bizzarro personaggio che risponde al nome di Halford Mackinder, diffuse nell’impero britannico e in America, l’idea che la talassocrazia anglosassone non avrebbe potuto dominare il mondo se non avesse anche controllato il centro dell’Asia, l’Heartland. Si tratta di un’idea allo stesso tempo banale e assurda perché la padronanza costiera non basta, questo è evidente, ma allo stesso tempo far dipendere tutto da un’area interna ha ben poco senso. E le risorse per farlo possono ben presto esaurire le risorse necessarie per mantenere il controllo altrove. È appunto quello a cui stiamo assistendo.

da qui

martedì 31 marzo 2026

A Gaza. il colonialismo occidentale è stato smascherato - Jonathan Cook

Attraverso Israele e l’ideologia del Sionismo, le élite occidentali hanno reinventato il loro orribile Sistema di Controllo Razzista e lo hanno spacciato per una causa “morale”. Ora la partita è finita.


La Campagna israeliana per sradicare Gaza sta per entrare nel suo terzo anno.

Questo non è solo un momento simbolico. È un momento cruciale, sia per coloro che stanno portando avanti la distruzione dell’enclave, sia per coloro che vi si oppongono.

A due anni di distanza, le capitali occidentali si rifiutano ancora di definire Genocidio il Massacro compiuto da Israele e la Carestia da esso provocata. Sono ancora cieche di fronte alla valanga di Crimini Contro l’Umanità commessi da Israele negli ultimi 23 mesi. Persino identificare queste atrocità come violazioni del Diritto Internazionale si è rivelato un passo troppo lungo per la maggior parte delle persone.

I capi di Stato occidentali non hanno intenzione di invertire la rotta.

Come il Macbeth di Shakespeare, sono “coinvolti nel Massacro a tal punto” da non osare tornare indietro. Farlo significherebbe ammettere la propria colpa come cospiratori del Genocidio israeliano, per aver fornito le armi, lo spionaggio e la copertura diplomatica che lo hanno reso possibile.

Ma le difficoltà che incontrano nel negare una realtà trasmessa in diretta internet alle loro popolazioni nazionali si fanno ogni giorno più acute, e non solo perché i bambini deperiti di Gaza stanno morendo in numero sempre maggiore.

La scorsa settimana, l’associazione internazionale che rappresenta gli studiosi del Genocidio ha votato a stragrande maggioranza che le azioni di Israele a Gaza rientrano nella definizione legale di Genocidio.

Il consenso formale e accademico ha ormai raggiunto pienamente quello popolare, anche se i capi di Stato occidentali e i loro media compiacenti preferiscono ignorare entrambi.

Questo è senza dubbio un Genocidio.

L’unico verdetto ancora atteso è quello della Corte Internazionale di Giustizia. I suoi meccanismi girano così lentamente che la sua sentenza definitiva, che sembra certa di confermare i primi sospetti di Genocidio dei suoi giudici, sarà di importanza fondamentale soprattutto per gli storici.

Complici del Genocidio

Le conseguenze del Genocidio non possono, ovviamente, essere contenute a Gaza. La grande menzogna secondo cui Israele sta conducendo una “guerra di autodifesa” deve essere attivamente e costantemente applicata dalle élite occidentali.

William Schabas, un’autorità preminente in materia di Genocidio e Diritto Penale Internazionale, ha osservato la scorsa settimana che il caso legale presentato contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia nel gennaio 2024 è “probabilmente il caso di Genocidio più solido mai portato davanti alla Corte”.

Gli Stati occidentali, in particolare Stati Uniti e Germania, aggiunge, non hanno nascosto il loro ruolo di “Complici del Genocidio”. Il che significa che l’ordine liberale occidentale si trova in un momento di profonda crisi. Schabas sostiene che il sistema giudiziario internazionale si trova ora di fronte a una “prova del nove”: riuscirà a fermare il Genocidio e a mettere sul banco degli imputati questi Stati Canaglia?

Un fallimento non significa solo la rovina per la popolazione di Gaza. Segna anche il crollo dell’ordine liberale in Patria.

I capi di Stato occidentali non sono stati in grado di creare il consenso popolare né per il Genocidio né per la Complicità dell’Occidente. Così, invece, si sono rivoltati contro coloro che hanno reso pubblico il loro dissenso. Vengono denigrati, perseguitati e arrestati.

Negli Stati Uniti, la polizia ha picchiato gli studenti che avevano allestito accampamenti di protesta nei plessi scolastici, mentre le loro università hanno revocato a molti di loro i titoli di studio. I funzionari federali dell’immigrazione hanno iniziato a dare la caccia agli attivisti anti-Genocidio per deportarli.

Agli stessi palestinesi, persino ai bambini di Gaza che necessitano urgentemente di cure mediche per le ferite riportate dalle esplosioni delle bombe fornite dagli americani, viene ora negato il visto per gli Stati Uniti.

La situazione è simile nel Regno Unito. Le proteste di massa contro il Genocidio sono etichettate come “marce dell’odio”. Gli attivisti che prendono di mira le fabbriche di armi che riforniscono la Macchina Genocida israeliana, e quindi minacciano la vendita di armi dal Regno Unito a Israele, vengono incarcerati come terroristi.

E coloro che prendono la parola per difendere questi attivisti vengono braccati e arrestati in base alla stessa draconiana legislazione antiterrorismo.

Questo fine settimana si è tenuta la seconda protesta di massa davanti al Parlamento britannico contro la messa al bando di Palestine Action. Quasi 900 dimostranti sono stati arrestati perché tenevano in mano un cartello in cui esprimevano sostegno al gruppo di azione diretta.

Nel periodo precedente l’evento, la polizia “antiterrorismo” ha effettuato una serie di irruzioni nelle abitazioni degli organizzatori di Defend Our Juries (Difendi le Nostre Giurie), un gruppo legale dietro le proteste di massa.

Sei persone sono state accusate di reati di terrorismo che potrebbero comportare pene detentive fino a 14 anni, tra cui Tim Crosland, avvocato ed ex alto funzionario dell’Agenzia per Lotta alla Grande Criminalità Organizzata e dell’Agenzia Nazionale Anticrimine.

Logica circolare

Si percepisce l’eco del clima repressivo dell’America degli anni ’50, quando il Senatore Joseph McCarthy guidò una caccia alle streghe contro l’attivismo di sinistra, etichettandolo come “antiamericano”, “comunista” e una minaccia alla sicurezza nazionale.

Trovò un pronto sostegno bipartisan da parte del Congresso, di Hollywood, dei media, delle università, delle aziende e dei tribunali. Carriere furono interrotte e vite distrutte. Il socialismo negli Stati Uniti, etichettato come un’ideologia pericolosa e sovversiva, non si è mai ripreso.

Oggi, con l’Unione Sovietica scomparsa da tempo, il pretesto per l’autoritarismo e la repressione politica non è il “comunismo”.

Al contrario, la politica progressista che si ritrae dal Genocidio viene etichettata come “antisemitismo”, di per sé un’offesa contro gli ebrei, che implica che il Massacro dei palestinesi sia intrinsecamente in linea con una qualche visione del mondo “ebraica”.

Il vero scopo è stato quello di schiacciare l’opposizione all’ideologia politica del Sionismo.

Sono state le istituzioni occidentali, attingendo a un Sionismo Cristiano Occidentale secolare, a sponsorizzare la creazione di Israele come Stato di Apartheid, uno Stato che privilegiava i recenti immigrati ebrei rispetto ai palestinesi nativi e decretava la Pulizia Etnica dei palestinesi dalle loro terre.

Il Sionismo, sia nella sua forma cristiana che in quella ebraica, è l’ideologia che ora guida il Genocidio. Ma il Sionismo rappresenta molto più di questa ristretta forma di Supremazia ebraica. Ecco perché le capitali occidentali sono determinate a tutti i costi a sostenere Israele e l’ideologia che incarna, anche se ciò richiede di lacerare le proprie società.

Il Sionismo moderno è una continuazione del Colonialismo Occidentale, l’uso della violenza per sottomettere e dominare altre popolazioni, principalmente per controllarne le risorse, ma con il vantaggio di una copertura “morale”.

Il Colonialismo tradizionale cadde in disgrazia dopo la Seconda Guerra Mondiale, proprio nel momento, sulla scia dell’Olocausto, in cui la sua reincarnazione come Sionismo poteva essere spacciata per la giusta causa dei nostri tempi.

Il sostegno dell’Occidente a uno Stato israeliano altamente militarizzato nel Medio Oriente ricco di petrolio avrebbe presumibilmente liberato il popolo ebraico, liberandolo, ricordiamolo, da un’Europa Genocida, ma a un prezzo.

Ciò avrebbe richiesto la distruzione del popolo palestinese, la cui Patria era necessaria per un cosiddetto “Stato Ebraico”. E avrebbe creato un avamposto armato dall’Occidente, la cui logica era quella di intimidire e attaccare i suoi vicini arabi, una politica estera di “dividi e domina” che, guarda caso, coincideva con gli interessi occidentali.

Se l’Occidente avesse fatto tutto questo direttamente, piuttosto che per interposta persona, sarebbe stato ovvio che un brutale Colonialismo Occidentale non aveva mai abbandonato il Medio Oriente. Invece Israele, e l’ideologia del Sionismo su cui era fondato, offrivano un travestimento.

E, cosa ancora migliore, la storia di copertura aveva una meravigliosa logica circolare che si è sviluppata nel corso di decenni.

Quanto più l’Occidente armava Israele per abusare violentemente del popolo palestinese sotto il suo dominio e invadere e bombardare i suoi vicini arabi, tanto più generava Resistenza regionale. E quanto più Resistenza Israele incontrava, tanto più l’Occidente poteva armare Israele, sostenendo che doveva essere protetto da arabi irrazionali, selvaggi e odiatori degli ebrei.

L’irruzione dell’Islam politico, il principale sintomo reattivo del Dominio e della Colonizzazione della Regione da parte del Sionismo, potrebbe essere citata come la causa dei problemi del Medio Oriente. Israele ha provocato proprio i problemi del “terrorismo” che avrebbe dovuto risolvere.

Polizza assicurativa

Ma il Sionismo era più di una copertura per le istituzioni occidentali. Era anche una polizza assicurativa.

Il ruolo del Sionismo era quello di normalizzare le atrocità contro la popolazione di colore, persino di attribuire a quei Crimini uno scopo morale, dando vita alla narrativa preferita dal  Colonialismo: uno “scontro di civiltà” tra il progresso occidentale e la barbarie orientale.

La misura del successo del Sionismo stava nel generare una politica della paura, la “guerra al terrorismo”, che poteva essere utilizzata per manipolare l’opinione pubblica a vantaggio della classe dirigente occidentale.

Per decenni, le istituzioni occidentali hanno represso ai margini della politica l’opposizione interna alla distruzione del popolo palestinese da parte di Israele e al suo continuo dominio del Medio Oriente, bollandola come “antisemitismo”.

La cosiddetta corrente principale, sia nella politica ufficiale che nei media istituzionali, non ha mai prestato più di un’attenzione formale alla questione della giustizia per il popolo palestinese.

Qualsiasi cosa in più, qualsiasi azione che esercitasse una reale pressione su Israele affinché facesse concessioni, come il popolare movimento popolare BDS per boicottare Israele, veniva automaticamente demonizzata come odio verso gli ebrei.

Il ruolo del Sionismo come polizza assicurativa è stato costretto a venire alla luce nel Regno Unito dopo l’elezione a sorpresa di Jeremy Corbyn, un socialista democratico, alla guida del Partito Laburista.

Corbyn ha sfruttato un’ondata di sostegno alle politiche di sinistra, abbracciando non solo una politica estera più equa, meno militarista e meno coloniale, che rischiava di smascherare Israele come un anacronismo, ma anche la fine delle politiche di austerità interne che avevano svuotato i servizi pubblici e lasciato gli elettori con un senso di impotenza e povertà.

L’istitutivo britannico, inclusa la fazione di destra del Partito Laburista ora guidata dal Primo Ministro Keir Starmer, ha rapidamente deciso di usare l’antisemitismo come arma contro Corbyn e la sua base politica.

Durante gli anni di Corbyn, la sinistra veniva dipinta come intrinsecamente antisemita. Starmer si è posto come priorità assoluta l’espulsione della sinistra dal partito non appena ne ha assunto la guida.

In particolare, le diffamazioni antisemite si sono concentrate non solo sull’attivismo filo-palestinese di Corbyn, ma anche sulle sue politiche redistributive. I critici hanno maliziosamente insinuato che le sue critiche alle élite finanziarie, che avevano saccheggiato la ricchezza del Paese e l’avevano nascosta in paradisi fiscali all’estero, fossero in realtà riferimenti in codice ai “banchieri ebrei”.

Proprio come il Maccartismo in precedenza, la caccia alle streghe antisemita contro Corbyn mirava a sabotare la sinistra e le sue idee di una società più giusta. Si trattava di preservare il Colonialismo Militarizzato all’estero e proteggere le élite neoliberiste in Patria.

Minaccia immaginaria

Ma il Genocidio israeliano a Gaza è un test di stress per rovinare questo modo di fare politica.

Proprio come sotto il Maccartismo, ai cittadini occidentali viene detto che l’ordine liberale può essere protetto solo con mezzi palesemente illiberali.

Negli anni ’50, l’istitutivo impose test di conformità ideologica, supportati dalla forza legale e dall’esclusione sociale, per mettere a tacere gli oppositori, il tutto razionalizzato come una guerra contro la minaccia di una presa del potere da parte dei comunisti.

Ora, 70 anni dopo, il Sionismo è visto come così centrale nell'”ordine liberale” occidentale che i suoi oppositori, coloro che si oppongono alla morte per fame dei bambini, devono essere demonizzati e messi fuori legge.

Come nel caso del Maccartismo, si tratta dei nostri governanti che affermano di sostenere valori liberali e umanitari, mentre in realtà fanno l’esatto opposto, in questa occasione sostenendo il Genocidio di Massa a Gaza e allontanando il dissenso dalle strade criminalizzandolo come “terrorismo”.

La storia di copertura è a pezzi. Ecco perché le capitali occidentali, sebbene non la Washington di Donald Trump, stanno disperatamente cercando di rilanciarla con la discussione sul riconoscimento di uno Stato Palestinese questo mese alle Nazioni Unite.

Il Belgio, l’ultima recluta, illustra le contorsioni che i capi di Stato occidentali stanno affrontando per impedire un cambiamento significativo.

Bruxelles sta subordinando il suo riconoscimento al rilascio dell’ultimo prigioniero israeliano da parte di Hamas e alla cessazione del ruolo futuro del gruppo a Gaza. In altre parole, ha concesso al Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che non mostra segni di voler chiedere un cessate il fuoco, il diritto di veto sullo Stato Palestinese.

Nessuno degli altri Stati che si schierano per riconoscere la Palestina, tra cui Francia, Regno Unito, Australia e Canada, intende che tale Stato abbia sovranità materiale. Sarà “smilitarizzato”, ovvero non avrà esercito o aviazione a proteggere i suoi confini, e continuerà a dipendere interamente dalla buona volontà israeliana per quanto riguarda il commercio e la libertà di movimento.

Il simbolismo di questo tipo di riconoscimento è a loro vantaggio, non a quello dei palestinesi.

Alla fine del mese scorso, il francese Emmanuel Macron si è lasciato sfuggire un momento di silenzio in una lettera servile a Netanyahu. Si è vantato di indebolire l’antisionismo, l’opposizione all’Apartheid israeliano, al Regime Genocida sui palestinesi, confondendolo con l’antisemitismo.

E ha spiegato che l’obiettivo del riconoscimento di uno Stato Palestinese “smilitarizzato”, fittizio, era “trasformare le conquiste militari di Israele a livello regionale i suoi attacchi e i bombardamenti a tappeto contro i suoi vicini in una vittoria politica sostenibile, a vantaggio della sua sicurezza e prosperità”.

Altri presunti benefici sarebbero la “normalizzazione” di Israele, dopo aver terrorizzato i suoi vicini fino alla sottomissione, costringendoli a firmare gli Accordi di Abramo di Trump, progettati per integrare ulteriormente Israele economicamente nella Regione.

Per l’Occidente, riconoscere la Palestina non significa promuovere la sovranità palestinese, o addirittura porre fine al Genocidio. Si tratta di preservare il Colonialismo Occidentale in Medio Oriente in veste Sionista.

Forza di protezione delle Nazioni Unite?

L’ipocrisia è lampante.

David Lammy, ex Ministro degli Esteri britannico, ha continuato, da un lato, a twittare la sua indignazione per la “crisi umanitaria” causata da Israele che ha architettato una Carestia a Gaza, mentre, dall’altro, non ha fatto assolutamente nulla per porvi fine. La sua succeditrice, Yvette Cooper, sembra destinata a mantenere lo stesso approccio bifronte.

I capi di Stato europei si tormentano su come rispondere al doppio colpo di un Israele pronto sia a invadere Gaza, espellendone o eliminandone la popolazione affamata, sia ad annettere la Cisgiordania. Persino i vertici militari israeliani ammettono che il pretesto ufficiale per invadere Gaza, “sconfiggere” Hamas, è una utopia.

Il governo britannico potrebbe inviare navi militari, cariche di cibo e medicine, per rompere l’assedio israeliano di Gaza e aiutare le agenzie delle Nazioni Unite a sfamare la popolazione.

Nel frattempo, l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele eliminerà ogni pretesa di uno Stato Palestinese “smilitarizzato”.

La scorsa settimana Lammy ha dissimulato ancora una volta, affermando: “Il Regno Unito sta facendo tutto il possibile per migliorare la situazione”.

Ma ci sono molte azioni concrete che lui e altri governanti occidentali potrebbero intraprendere se le vite dei palestinesi contassero di più per loro del mantenimento del Colonialismo Occidentale mascherato da Sionismo.

La Gran Bretagna potrebbe smettere di vendere armi alla Macchina da Guerra Genocida di Israele. E potrebbe smettere di effettuare voli spia dalla base dell’Aviazione britannica di Akrotiri a Cipro, fornendo informazioni a un esercito israeliano che bombarda ospedali, assassina giornalisti e fa morire di fame i bambini.

Anche l’Occidente può fare delle mosse positive per intervenire. Il governo britannico potrebbe inviare navi militari, cariche di cibo e medicine, per rompere l’assedio israeliano di Gaza e aiutare le agenzie delle Nazioni Unite a sfamare la popolazione.

Il Regno Unito potrebbe sfidare Israele a fermarlo.

O meglio ancora, la Gran Bretagna e altri Stati europei potrebbero sostenere un meccanismo di “Unità per la Pace” presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per annullare l’inevitabile veto degli Stati Uniti e inviare una Forza di Protezione delle Nazioni Unite a Gaza.

Una forza di mantenimento della pace di questo tipo potrebbe garantire aiuti umanitari di emergenza a Gaza e rispondere militarmente a qualsiasi tentativo israeliano di interferire. Se questo sembra ridicolmente inverosimile, è solo perché accettiamo implicitamente l’idea che l’Occidente non chiederà mai conto al suo Stato cliente più viziato, applicando il Diritto Internazionale.

La questione che non vogliamo riconoscere è il perché.

Precedente britannico

Ancora una volta, spetta ai cittadini occidentali prendere il posto dei loro governi in difficoltà.

La scorsa settimana una flottiglia di decine di navi umanitarie ha lasciato la Spagna per Gaza. Tra i passeggeri figurano l’attivista ambientalista Greta Thunberg, l’attore di Game of Thrones Liam Cunningham e il nipote di Nelson Mandela, Mandla Mandela.

Israele ha attaccato precedenti flottiglie in acque internazionali e ne ha rapito passeggeri ed equipaggio, portandoli in Israele e deportandoli. La nave capofila sembra essere stata colpita da un drone mentre si trovava in un porto tunisino lunedì sera.

Nel frattempo, il Ministro della Sicurezza israeliano, di estrema destra, Itamar Ben Gvir, ha minacciato di rinchiudere i partecipanti in prigioni che definisce riservate ai “terroristi”, negando loro i diritti fondamentali. Queste prigioni sono dove i palestinesi, spesso detenuti senza accusa, sono stati sistematicamente picchiati, torturati e abusati sessualmente.

“Dopo diverse settimane trascorse in prigione da questi sostenitori del terrorismo”, ha affermato, “non avranno più voglia di organizzare un’altra flottiglia”.

Ben Gvir potrebbe essersi ispirato al precedente creato dal governo di Starmer, definendo l’azione diretta per fermare il Genocidio un reato di terrorismo.

Quello che è certo è che la Gran Bretagna e altri Stati europei non faranno nulla per proteggere i propri cittadini quando vengono catturati illegalmente in acque internazionali, o quando vengono trascinati nelle prigioni israeliane come terroristi per aver cercato di sfamare bambini affamati dallo stesso Stato che li sta denutrendo.

Quando, durante le interrogazioni parlamentari del Primo Ministro, gli è stato chiesto quali protezioni il Regno Unito avrebbe offerto ai suoi cittadini a bordo della flottiglia, Starmer si è rifiutato categoricamente di rispondere.

Il momento della verità

Il momento cruciale è arrivato. A due anni dall’inizio del Genocidio, mentre Israele si prepara a un’offensiva finale a Gaza per liberare i palestinesi affamati dal loro ultimo baluardo, l’opinione pubblica occidentale sta iniziando a riconoscere una verità orribile: i loro governanti non stanno correndo in soccorso.

Questo è un momento di verità sconvolgente. Non sono solo Israele e la sua “Guerra” Genocida a dover essere sconfitti. È il brutto Sistema Coloniale che si è a lungo nascosto dietro la facciata “morale” del Sionismo.

I segni del crollo sono ovunque.

Sono visibili nelle oltre 1.600 persone arrestate finora nel Regno Unito con false accuse di terrorismo.

Sono visibili nelle espressioni di vergogna degli agenti di polizia inviati ad arrestarli e degli avvocati del governo che devono incriminarli.

Sono visibili nel popolare attore Hugh Bonneville, stella dei film di Paddington, che interrompe un’intervista televisiva in diretta sul suo ultimo film per chiedere al governo di fermare l’attacco a Gaza.

Sono visibili nelle persone che costeggiano il percorso del Giro di Spagna per mostrare finti bambini morti ai ciclisti, tra cui una squadra israeliana.

Sono visibili in una protesta durante un concerto dei Proms, trasmesso in diretta dalla BBC, in cui i manifestanti ebrei hanno accusato l’Orchestra Sinfonica dì Melbourne di avere “le mani sporche di sangue”.

Sono visibili nella Royal Opera House (Teatro dell’Opera Reale) costretta sulla difensiva dai suoi stessi membri dopo che il suo direttore si è azzuffato sul palco con un artista che reggeva una bandiera palestinese durante un sipario.

Sono visibili nei portuali italiani che minacciano di “bloccare” tutti i commerci europei se la flottiglia di aiuti per Gaza verrà fermata.

Sono visibili nell’ovazione di 23 minuti, la più lunga di sempre, dopo la proiezione stampa alla Mostra del Cinema di Venezia di un film sul lento assassinio di Hind Rajab, una bambina di cinque anni, da parte di Israele a Gaza, e sull’equipaggio dell’ambulanza che ha cercato di salvarla.

Sono visibili in due veterani dell’esercito statunitense che interrompono un’udienza al Senato per gli affari esteri e vengono trascinati via mentre gridano: “Siete Complici di un Genocidio!”.

Sono visibili nel tribunale indipendente per Gaza della scorsa settimana a Londra, presieduto da Corbyn, che ha raccolto testimonianze scioccanti di esperti sul Genocidio israeliano a Gaza e sulla Complicità britannica.

Questi atti di sfida, piccoli e grandi, sono segnali che il centro non può resistere ancora a lungo. Sono segnali che l’autorità dei sistemi politici e legali occidentali si sta rapidamente degradando, per essere sostituita dall’autoritarismo.

Siamo al momento della verità. E Gaza è il fulgido appello.

Jonathan Cook è il vincitore del Premio Speciale Martha Gellhorn per il giornalismo. I suoi libri includono “Israele e lo Scontro di Civiltà: Iraq, Iran e il Piano per Ricostruire il Medio Oriente” (Pluto Press) e “Palestina Scomparsa: Gli Esperimenti di Israele Nella Disperazione Umana” (Zed Books).

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto

da qui