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mercoledì 10 maggio 2023

Tempo perso - chiedoaisassichenomevogliono

 

Sempre più affaccendato, con ancora tirata da leggero e persistente malessere per stanchezza, strascico di fatto che fu morbo d’infesto, ci si ritrova schiavi di tempo, che mai, pare, ve n’è abbastanza. Pure mi decido che non indugerò su ciò che non mi viene adesso, che ne guadagno a sufficienza per impiegarlo al meglio nel non far niente, che è cosa in cui ho talento autentico. E se mi viene di scrivere, ma non abbastanza, vi riciclo il già scritto che scriverei pure io così, ma senza meglio di certo. Nè vi manco di musica, spero buona, che aggradi ai più, che vi leggete il seguito con quella di fondo.

“Quante persone, lungo questo viaggio, stivano la barca fino a rischiare di farla affondare di cose sciocche che pensano essenziali al piacere e al comfort, ma che in realtà sono soltanto inutile zavorra? Come riempiono la povera piccola imbarcazione fino all’albero di bei vestiti e grandi case, di domestici inutili e di una miriade di amici alla moda ai quali non importa un fico secco di loro, e dei quali a loro importa ancora meno, di costosi divertimenti che non divertono nessuno, di formalità e mode, di finzioni e ostentazioni, e di – oh, la più pesante, la più folle delle zavorre! – della paura di che cosa penserà il vicino, di lussi che possono soltanto nauseare, di piaceri che annoiano, di vuote mostre di sé che, come la corona ferrea del criminale di un tempo, fanno sanguinare e tramortiscono il capo dolorante che la porta! È zavorra uomini… tutta zavorra! Gettatela fuoribordo.

Rende la barca così pesante che remare vi sfinisce. La rende così lenta e pericolosa da manovrare che l’ansia e la preoccupazione non vi concendono mai un attimo libero; e non avete mai un momento di riposo per sognare pigramente, mai un momento per osservare le nuvole che sfiorano le onde spinte dal vento, o i scintillanti raggi di sole che giocano con le increspature, o i grandi alberi sull’argine che si curvano per fissare la loro immagine riflessa, o il bosco tutto verde e oro, o i gigli bianchi e gialli, o i giunchi che ondeggiano oscuri o i falaschi, o le orchidee o gli azzurri non-ti-scordar-di-me. Liberatevi della zavorra, uomini!

Lasciate che l’imbarcazione della vostra vita sia leggera, carica soltanto di quello di cui avete bisogno: una casa accogliente e qualche semplice piacere, un paio di amici degni di questo nome, qualcuno da amare e che vi ami, un gatto, un cane, e una o due pipe, cibo e indumenti a sufficienza e da bere in abbondanza, perché la sete è una compagna pericolosa. La barca sarà più facile da governare, e non sarà tanto soggetta a capovolgimenti, e se si capovolgerà non sarà così grave; la merce semplice e di buona qualità sopporta un bagno. Avrete tempo per pensare oltre che per lavorare. Tempo per scaldarvi al sole della vita… tempo per ascoltare le melodie eoliche che il vento divino trae dalle corde del cuore umano tutt’intorno a noi… tempo per… Scusate tanto. Divagavo.” (Tre uomini in barca, per non tacer del cane, Jerome K. Jerome)

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martedì 14 marzo 2023

Noi siamo contro il Patto Atlantico

 …prima di tutto perché questo Patto è uno strumento di guerra, diceva Sandro Pertini

articoli e video di Raniero La Valle, Giulio Chinappi, Nicoletta Dosio, Sandro Pertini, Stefano Orsi, Tony Robinson, Francesco Vignarca, Vincenzo Brandi, Enrico Tomaselli, Domenico Moro, Papa Francesco, Pino Arlacchi, Nicola Licciardello, Mario Agostinelli, National Review, Alberto Capece, Aurelien, Enrico Euli, EuropeForPeace, Francesco Dall’Aglio, Qin Gang, Giancarlo Marcotti, chiedoaisassichenomevogliono

“AUCTORITAS, NON VERITAS FACIT LEGEM” – Raniero La Valle

C’è la guerra e nessuno in Occidente ha mai fatto un’autocritica. Noi, che tre anni fa abbiamo dato vita all’iniziativa di “Costituente Terra”, amiamo tanto l’unità del mondo e la sua pace da aver compiuto l’azzardo di pensare che la Terra potesse darsi un’unica Costituzione e conformarsi a un unico diritto, quando per contro va riconosciuta la mirabile varietà delle culture e delle storie, fatti salvi i diritti e le garanzie universali umane. È stato questo il peccato dell’Occidente di pensare il mondo a sua misura. E ci troviamo ora con un mondo dilaniato tra Leviatani in lotta tra loro.

Oggi, dopo un anno di guerra, a 9 anni dal tranello degli accordi di Minsk (secondo la Merkel), a 5 mesi dal sabotaggio americano del gasdotto russo-europeo del Baltico (secondo il Premio Pulitzer Seymour Hersh), “Costituente Terra” prende e mantiene il lutto per la “fine della pace”, come subito la chiamò “Limes”, anche se le pace dagli albori della civiltà fino a ora non c’è mai stata e ha sempre ceduto il posto alla guerra, mentre la guerra torna ora in gran forma a farsi accreditare in nome della ragione e del diritto, da cui dopo la “Pacem in Terris” di Giovanni XXIII era stata espulsa per sempre. Prendiamo il lutto per una guerra tornata a essere mondiale, ma anche per un’informazione che la mistifica, dopo che l’ultima guerra era finita con decine di milioni di morti, a cominciare dai sovietici, centinaia di migliaia di giapponesi arsi vivi dalle atomiche, e una fanciulla ebrea, Liliana Segre, rimasta in vita per poterci ancora dire che dopo la guerra resta l’amore. Prendiamo il lutto per l’umanità dismessa, l’informazione omologata, e la pietà perduta, fino al punto che al terremoto in Siria non si può dare soccorso per le sanzioni atlantiche ed europee che le sono inflitte. Occorre peraltro ricordare che pur nella varietà dei giudizi è stata unanime la condanna della sciagurata risposta aggressiva di Putin a una minaccia sia pure percepita come mortale e finale; ma inaccettabile è stata altresì l’intenzione, fin dall’inizio dichiarata da Biden, di bandire la Russia dalla comunità delle nazioni, infliggendole una sconfitta senza precedenti e sanzioni genocide, convogliando da tutto il mondo dollari e armi contro di essa, per ridurla a “paria”. E ora ci viene annunciata in documenti ufficiali del 12 e del 27 ottobre scorsi di Biden e del capo del Pentagono Lloyd Austin sulle strategie di “sicurezza” e “difesa” degli Stati Uniti, una “sfida culminante” con la Cina per decidere nel prossimo decennio il futuro del mondo; e ciò attraverso una “competizione strategica” con o senza conflitti armati in cui l’America peraltro è sicura di “prevalere”, la cui posta in gioco è lo stabilimento di un unico imperio e di una stessa società per tutto il mondo. Ma noi pensiamo che nemmeno la Cina si possa gettare fuori della storia, e che anzi le Nazioni della Terra dovrebbero accorrere al suo capezzale dopo che essa è stata stremata da un’epidemia devastante che si è abbattuta su di lei dopo essere uscita da una povertà che nel 1978 ancora gravava su 770 milioni di contadini, con un tasso di povertà del 97.5 per cento sulla popolazione totale (notizie ufficiali date in un libro di Zhang Yonge, La Cina e lo sforzo propositivo per un XXI secolo dei diritti, fatto distribuire dall’ambasciatore cinese in Italia). La Cina era tuttavia giunta oggi a assicurare cibo e sussistenza a una popolazione di oltre 1,3 miliardi di persone, e non merita che il mondo invece di contribuire a soccorrerla, ne aspetti l’annichilimento allo scopo di non averla più come concorrente.

Dunque tutt’altro che una guerra e un Impero ci sono da fare, né questa è una guerra dell’Italia; essa non ha più guerre né nemici da vincere. E nemmeno se ne può uscire dicendo “negoziato, negoziato”, quando l’Ucraina, che ne ha bisogno più della vita, è l’unico Paese al mondo che ha proibito il negoziato per legge. Non è la nostra guerra, e nemmeno dovrebbe essere la guerra personale di Giorgia Meloni e dei suoi alleati riluttanti. Proprio perché sovrani non si ha licenza di uccidere, non di aggredire grandi e piccini, non di espellere dal mondo la Russia e di sgominare la Cina. Il bene di esistere è per tutti, se Giorgia Meloni fosse russa oggi starebbe sotto il castello di Varsavia a manifestare contro Biden per la sua patria e contro l’idea di ridurre il mondo a un’unica misura. In una guerra come ci sono due nemici, ci sono sempre due verità. Chi è sicuro della sua? Abbiamo giudici che giudicano dei diritti, non abbiamo quaggiù giudici della verità. O vogliamo dire, come Hobbes, come fece Bush per legittimare dopo la guerra fredda il ripristino della guerra nel Golfo: “auctoritas, non veritas facit legem”? E la democrazia? In cosa differirebbe dalle “autocrazie”?

Il pensiero d’ordinanza non mi persuade. Io insisto a metterci il naso.

Presidente di “Costituente Terra”

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Il ministro Qin Gang spiega ai media la politica estera cinese – Giulio Chinappi

Il 7 marzo 2023 si è tenuta una conferenza stampa a margine della prima sessione della 14ma Assemblea Nazionale del Popolo presso il Media Center, durante la quale il ministro degli Esteri Qin Gang ha risposto alle domande dei media cinesi e stranieri sulla politica estera e le relazioni esterne della Cina. Di seguito la traduzione integrale della conferenza stampa.

Qin Gang: Amici dei media, buongiorno. Sono molto lieto di incontrarvi. Mentre il mondo sta attraversando grandi cambiamenti mai visti in un secolo, la Cina continuerà a perseguire una politica estera indipendente di pace e continuerà ad attuare la strategia reciprocamente vantaggiosa dell’apertura. La Cina sarà sempre un costruttore di pace mondiale, un contributore allo sviluppo globale e un difensore dell’ordine internazionale. Sono ora pronto a rispondere alle vostre domande.

China Central Television: le persone in patria e all’estero hanno grandi aspettative per la diplomazia cinese nel 2023. Quali saranno le priorità e i punti salienti della diplomazia cinese, in particolare nella diplomazia dei capi di Stato? Come nuovo ministro degli Esteri, come immagina la diplomazia cinese negli anni a venire?

Qin Gang: Siamo nel primo anno di piena attuazione dei principi guida stabiliti dal 20° Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese. Il Congresso ha delineato piani di alto livello per la diplomazia cinese, identificato le nostre missioni e compiti e preso accordi strategici a tal fine. Con la situazione COVID che sta migliorando in Cina, stiamo riprendendo costantemente gli scambi con il mondo. Abbiamo premuto il “pulsante di accelerazione” e fatto squillare le trombe della nostra diplomazia.

Seguiremo la guida della diplomazia dei capo di Stato. In particolare, garantiremo il successo dei due grandi eventi diplomatici che ospiteremo: il primo vertice Cina-Asia centrale e il terzo Belt and Road Forum for International Cooperation, che saranno la vetrina del carattere distintivo della diplomazia cinese.

Assumeremo come nostra missione la difesa degli interessi fondamentali della Cina. Ci opponiamo fermamente a qualsiasi forma di egemonismo e politica di potere. Ci opponiamo fermamente alla mentalità della guerra fredda, al confronto tra blocchi e agli atti per contenere e frenare lo sviluppo di altri Paesi. Salvaguarderemo risolutamente la sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo della Cina.

Costruiremo le nostre estese partnership. Perseguiremo il coordinamento e solide interazioni tra i principali Paesi, cercheremo l’amicizia e la cooperazione con altri Paesi e promuoveremo un nuovo tipo di relazioni internazionali. La Cina ha una crescente rete di amici, ha stretto sempre più nuove amicizie e ha rafforzato i legami con i vecchi amici.

Assumeremo l’apertura e lo sviluppo come il nostro obiettivo. Faciliteremo uno sviluppo di alta qualità e un’apertura di alto livello. Respingeremo il “disaccoppiamento” e ci opporremo alla rottura delle catene industriali e di approvvigionamento e all’imposizione di sanzioni unilaterali. Sosterremo un’economia mondiale aperta e inclusiva e genereremo nuove opportunità per il mondo con il nostro nuovo sviluppo.

Prenderemo il multilateralismo come via da seguire. Promuoveremo la costruzione di una comunità con un futuro condiviso per l’umanità, promuoveremo una maggiore democrazia nelle relazioni internazionali e renderemo la governance globale più giusta ed equa. Offriremo maggiori e migliori intuizioni e soluzioni cinesi per aiutare ad affrontare le sfide comuni dell’umanità…

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Banditismo americano – G. P.

Lo spirito americano è quello del bandito. Sotto sotto gli statunitensi non sono mai cambiati nonostante si presentino al mondo quali paladini della democrazia. Questi pistoleri che terrorizzano il pianeta con le loro scorribande, a cui noi sciocchi europei siamo piegati ormai da decenni, non conoscono altro linguaggio che quello della violenza e della forza. Con la violenza e con la forza impongono la loro visione sociale e si ingeriscono negli affari internazionali.

Dopo aver costretto l’Italia ad abbandonare il gasdotto South stream che ci avrebbe evitato la crisi energetica in corso hanno distrutto anche il tubo sottomarino del North Stream che era già sbucato in Germania.

Di fronte a quest’attacco, che è un atto di terrorismo, l’Ue ha chinato il capo e anziché sciogliere qualsiasi legame con Washington ha dichiarato guerra a Mosca.

Inoltre, tutta la comunicazione europea, invece di denunciare questa gravissima situazione, continua imperterrita con la sua campagna d’odio contro i russi. Fino a che i media non verranno azzerati e ripuliti, con metodi coercitivi, resteranno infiltrati dagli scagnozzi della Casa Bianca il cui compito è capovolgere la realtà dei fatti.

Lo stato servile dei nostri media è tale che non possono permettersi nemmeno uno scatto di orgoglio. Al contrario, la stampa americana può consentirsi qualche sparuta verità anche se sommersa da un mare di propaganda.

Accade così che da oltre atlantico ci arrivi una notizia di questo genere: “America e Norvegia hanno fatto saltare in aria il Nord Stream”

Si tratta dell’inchiesta di Seymour Hersh, giornalista di lungo corso il quale scrive che la decisione di sabotare i gasdotti sotto il baltico è stata presa da Biden dopo più di nove mesi di discussioni segrete con l’intelligence americana. La questione non era se eseguire o meno l’operazione ma come e quando attuarla. La Norvegia si è rivelata il luogo ideale dal quale far partire la missione. Servizi americani e norvegesi hanno lavorato gomito a gomito per realizzarla.

Ogni anno, a partire da giugno, la Sesta Flotta della Marina degli Stati Uniti organizza esercitazioni NATO nel Mar Baltico. I norvegesi hanno suggerito che questa potesse essere la copertura perfetta per piazzare gli esplosivi.

Il 26 settembre 2022, un aereo da ricognizione P8 della Marina norvegese ha effettuato un volo apparentemente normale e ha sganciato una boa sonar. Il segnale si è diffuso sott’acqua, prima al Nord Stream 2 e poi al Nord Stream 1. Poche ore dopo, un potente esplosivo C4 è stato fatto deflagrare e tre dei quattro gasdotti sono stati danneggiati.

Questo sabotaggio di una decisiva infrastruttura europea da parte di due paesi che non fanno parte dell’Ue ma sono membri della NATO richiederebbe una risposta immediata e congiunta degli organi centrali europei e di quelli nazionali. L’uscita immediata dalla NATO, dopo questa aggressione, avrebbe dovuto rappresentare la risposta minima collettiva degli Stati europei.

Ma nulla, tutto tace e viene messo a tacere per servilismo e codardia. Anzi, si alza ancora di più il livello di scontro con la Russia. Se non ci sbarazziamo di questa classe politica emanazione degli USA l’Europa è destinata a morire.

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martedì 10 gennaio 2023

Isole insulari - chiedoaisassichenomevogliono

 

Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria dell’isola è segnata da questa certezza. Un’isola può sempre sparire. Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull’instabile. Per ogni isola vale la metafora della nave: vi incombe il naufragio”. (Manlio Sgalambro)

 

Mi capita tutte le volte che me ne vado da qui, a valigie non ancora pronte che strugge d’essere isola forse pure io.

Aveva voglia Nisticò a classificare i siciliani in siciliani di scoglio e di mare, gli uni abbarbicati al substrato come una cozza, un dattero, un riccio spinoso, incuranti della natura claustrofobica dell’appartenenza. Gli altri, con la valigia in mano, fermi non ci stanno, e appena la prima brezza lo consente, prendono il largo a vele gonfie. Ma tutti si portano dentro la stessa insularità, che è condanna del viaggio e nostalgia struggente per il porto di partenza. Solo che ai primi arriva subito, ci soffrono di più, basta che si mettano poco fuori l’uscio di casa, si vadano a sbrigare un documento nel capoluogo. I secondi, al più, con la lacerazione del distacco ci si sono abituati a convivere. Ma tanto tornano, prima o poi vedi se tornano e non passa minuto che con la testa non si organizzano per farlo. Mi pare che questo desiderio di ritorno sia proprio il risultato della paura atavica che l’isola non la ritrovi più, che qualcuno, mentre ti allontani giusto un attimo, se la possa portare via. Forse lo tsunami o li turchi, anche se – ed è evento inconfutabile -, qualunque cosa arriva, dopo un primo attimo di sgomento, gli si apre la porta di casa e, passati al più cinque minuti, ti scordi che è arrivata allora allora, e ti pare che sia lì da sempre, ci fai l’abitudine. Tuttavia, poiché non si sa mai ed a scanso di equivoci, metti in giro strane voci, che lì ci sono i Lestrigoni, i Lotofagi, forse Circe, che giù per lì Scilla e Cariddi hanno un brutto carattere, che quei sassi, isole essi stessi, ce li lanciano Ciclopi a basso tasso di socievolezza, e che le figlie di Kokalos avvelenano gli ospiti. Di più, se per ragioni di modernità te ne devi andare per qualche giorno, che ne so, a Poggibonsi, San Giovanni in Persiceto o a Cormano, saluti parenti e amici, fazzoletto in mano, come se stessi andando a sfidare i cannibali del Borneo.

 

Ad ogni buon conto, mettetela come vi pare, uno che nasce su un’isola sta già viaggiando. Perché il mare, tutto intorno, fermo non ci sta, e si muove di correnti e flutti, in definitiva, viaggia conto terzi. Non merita citare chissà chi per comprendere che il viaggio è una precisa connotazione antropologica, e pure se ha talune accezioni di ingegneria nautica, non è solo uno spostamento da e per. Alla fine “basta aprire la finestra e si ha tutto il mare per sé. Gratis. Quando non si ha niente, avere il mare – il mediterraneo – è molto. Come un tozzo di pane per chi ha fame”. (Jean Claude Izzo)

Nell’insularità è connaturata la pigrizia più atavica, quella persino trascendente, che si fa connotazione definitiva ed archetipo illustrativo di genti. E del resto che ti agiti a fare se sei proprio dentro il gorgo più gorgo, il tutto che si muove permanentemente? Fatica sprecata. Per altri quella è ignavia, accidia, in realtà è saggia contemplazione del mondo che non sta fermo, dunque perché inseguirlo nell’apoteosi dell’operatività? Il mare vortica così tanto che ti fa dono ora del primato di paradiso terrestre, ora d’inferno in terra, né fu creato per compiacere chi vi si trova circondato senza scampo; inutile cercare di opporvisi. Se serve qualcosa, servissero tre secoli e più, prima o poi un’onda bislacca te la schiaffa davanti, spiaggiata a pancia rivolta al sole. Né si tratta d’un fiume che scorre in un unico verso, cosicché sai già cosa t’arriva a valle se conosci il monte. Il turbinio è pluridirezionale, dipende dalle stagioni, talora dall’umore nero della burrasca o talaltra accondiscendente d’un venticello virato a bonaccia. Sfidare quel tutto che si muove per provare a spostarsi in altra direzione è atto temerario. Ed in tutto quel bailamme agitato meglio star fermi giacché, prima o poi, da qualche parte arrivi, e se non arrivi – quella data parte, intendo – presto o tardi, t’arriva lei. Ma l’isola, quella, da dentro non te la togli nemmeno se ti metti a pizzo di montagna. Non c’è niente da fare, t’entra in valigia, col sale e tutto il resto.

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giovedì 29 dicembre 2022

La città perduta - chiedoaisassichenomevogliono


V’è qualcosa d’ideologico, di ancestrale e fatto di paure nella voglia d’armarsi a difesa delle cittadelle fortificate del proprio quotidiano. L’appello a sparar cinghiali, abbattere il lupo, scannare lorso, non è dissimile dall’affondare la nave che fugge da disperazione, che è a preferenza morto per annego che accoglienza. Tutto pare ricondursi a terrore puro d’invasione, invasione d’orrenda fiera a saccheggio di rifiuto, d’orrendo altro e reietto a rimetto in discussione stile di vita. Eppure l’uno venne a bussar alle porte della città che non ebbe più bosco per fare spazio a cemento, l’altro fu a condizione di schiavo e carne da macello per benessere di cittadino di posto civile, che casa sua fu messa ferro e fuoco da monocoltura e scavo di miniera per diletto d’altri che n’ebbero – a mistero fitto – paura. Or dunque quelli è ad invito ad imbracciar arma, a difesa di magione, presa d’assalto dal proprio agire d’inconsapevole parassita. E la città da difendere diventa il simbolo più elevato del vero assedio che fu di paura e null’altro. E della città parlai, ed ora riparlo par pari, che a tentacolo s’estende a spazzar via residuo di civiltà umana e di natura.

“Più per angoscia che per celia, m’appartiene la vista lontana della città presa d’assalto, dalle torme dei resilienti – non resistenti – in griffe gratta e vinci. Lo spazio urbano assembrato diventa fantasma della sua crescita indiscriminata, sempre più privato, sempre meno pubblico, sociale, definitivamente distanziato, come nei giochi d’ossimori si compete, tanto più è affollato. Il reale, trasformato in immagine spettacolare, è quinta scenografica d’una rappresentazione farsa, in cui le mura cingono d’assedio gli assedianti, non più le mura di Campanella dov’è la storia della scienza, il progetto educativo condiviso dei destini magici e progressivi dell’uomo. Le mura s’attrezzano a prigioni da cui non s’evade, ma dentro cui ci si rinchiude spontaneamente, sovvertendo l’ordine mentale costituito, quello che cerca l’orizzonte libero e di vertigine dello sguardo dell’animale in gabbia.

Dunque, l’animale in gabbia, alla catena, ha qualcosa di più umano dell’umanità stessa, poiché invoca per sé lo spazio aperto, rifugge dal pericolo mortale dell’assalto all’unisono alla stessa preda. Le immagini degli eloquenti muri della città ideale di Platone, sono ora grate elettrificate e luminescenti, gli orrori della merce che trabocca dalla caricatura d’una cornucopia di svendite morali e materiali. Pure l’effimero, in quanto concetto, sparisce nelle celle delle fiumane umane, diventa superfluo necessario, vocazione definitiva alla barbarie annichilente. Le architetture/prigioni delle periferie commerciali, e di dormitori, pure quelle di centri storici mercatizzati, non sono innocenti oggetti devitalizzati, ma espressione urlante del potere sociale che reclama le sue vittime. E se l’agnello o l’orrendo porco, s’avvedono del loro imminente sacrificio all’altare della tavola imbandita, con lacrima ed urlo straziante, il residuo umano vi s’immola con fanciullesca indifferenza. La progressione verso la forma estrema del mercato, il narcisismo individualista, ha soppiantato persino le oscene gerarchie dei rapporti di produzione convenzionali. Ed il consumo diventa religione di stato, di sovrastato, religione della religione. Solo il lavoro rende liberi in quanto apre la via alla speranza redentiva del consumo, del consumo d’una merce, purché sia, pure solo nella sua percezione virtuale e fuggente. Le città assaltate hanno perso ormai persino quel flebile richiamo al modernismo, financo superato le creazioni monolitiche della dittatura ceauseschiana, le volontà di Marinetti di deviare canali per affogare la vetusta Venezia, o Le Corbusier che anelava l’autostrada che spaccasse in due Parigi. Gli spazi vitali non esistono se non nel sentire, ormai folle, di chi deraglia dalla “normalità” di chi è persona e non gente. La follia è solo di quei pochi che s’avvedono della malattia come dolorosa e furente.

La normalità – contrappeso di massa alla pazzia -, che osannava un tempo Davide e la sua povera pietra per millenni, ora è di giganteschi Golia splendenti d’armature invincibili, il cui unico desiderio è cancellare la memoria della fionda sotto il pesante tallone della propria poderosa ed indiscutibile stazza. Guai ai vinti, soprattutto se s’atteggiano a ultimi, tanto più se proclamano la propria deviazione standard dal numero medio, se s’appigliano, resistenti, alla propria follia premeditata.

Dopo quello per Cola Pesce, non resta che recitare il de profundis pure per Giufà, che s’aggirava per le campagne, e negli occhi aveva la meraviglia per il tutto d’intorno, financo per un piatto di fagioli, con la pentola in testa, che non gli scappasse da quella l’innata sua passione per la follia che l’accomunava agli infiniti colori d’una umanità perduta.”