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mercoledì 29 aprile 2026

Grazia o non grazia - Thomas Mackinson

Nicole Minetti graziata da Nordio e Mattarella. Condannata a 3 anni e 11 mesi: non sconterà nemmeno un giorno - Thomas Mackinson

Doveva scontare 3 anni e 11 mesi di reclusione ma non sconterà neppure un giorno. Nicole Minetti, condannata in via definitiva per Ruby-bis e per peculato nella “rimborsopoli” lombarda, a febbraio è stata graziata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dato parere favorevole dopo quello della Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano. Mattarella ha firmato. La pena viene così cancellata prima ancora di essere eseguita. Le due condanne – 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione per il caso Ruby-bis e 1 anno e 1 mese per peculato sui rimborsi regionali – erano state unificate in un cumulo per un totale di 3 anni e 11 mesi. Nel 2022 si era aperta la fase esecutiva, con fascicolo attivo presso la Procura generale. Ma l’esecuzione era stata sospesa: Minetti aveva chiesto l’affidamento ai servizi sociali e l’udienza davanti al Tribunale di Sorveglianza era fissata nel dicembre 2025. Prima ancora di arrivarci, però, è giunta la richiesta di grazia. Il perno fondamentale è la necessità di provvedere a esigenze familiari che devono restare riservate per motivi di privacy. Esigenze ritenute valide dalle autorità e dalle istituzioni competenti che hanno deciso di concederle questo raro atto di clemenza senza dare alcuna pubblicità al provvedimento.

A scoprirlo è stato il programma d’inchiesta Mi Manda Rai3 condotto da Federico Ruffo che domenica dedica un’ampia ricostruzione sulle “rimborsopoli” regionali a cura di Floriana Bulfon. La notizia della grazia concessa a Minetti salta fuori dalla curiosità di capire che fine abbiano fatto quei consiglieri terremotati dalle inchieste.

Contattata ieri dal Fatto Nicole Minetti ha preferito non commentare né rilasciare dichiarazioni in proposito. L’argomentazione è lineare: l’esecuzione della pena – anche in forma alternativa – avrebbe inciso in modo rilevante proprio sulle esigenze familiari che Minetti ha posto alla base della sua richiesta di grazia. Tali per cui la pena non poteva essere eseguita. La riservatezza è dovuta anche all’alto rischio di esposizione mediatica della richiedente dal passato a dir poco “controverso”.

Igienista dentale di Silvio Berlusconi (“Love of my life”), poi consigliera regionale in Lombardia, per un decennio Nicole Minetti è stata una delle figure più riconoscibili – e discusse – di una intera stagione politica e ha segnato a suo modo un’epoca. Dalle “cene eleganti” di Arcore all’esposizione continua, è diventata nel tempo un simbolo di quel sistema: visibilità, fedeltà personale, potere e leggerezza nell’uso dei fondi pubblici. Negli anni in Regione il suo nome finisce infatti anche nell’inchiesta sulla “rimborsopoli” lombarda. La condanna per peculato riguarda l’utilizzo di circa 19 mila euro di fondi pubblici per spese ritenute estranee all’attività istituzionale: pasti, taxi, acquisti personali e altre spese di carattere privato, lontane dall’esercizio del mandato consiliare. Somme che successivamente sono state risarcite.

A distanza di 15 anni il racconto è completamente diverso: la Minetti col gloss che impartiva istruzioni alle Olgettine ha cambiato vita. Nell’istanza di grazia preparata dall’avvocata milanese Antonella Calcaterra, emerge il profilo di una vita ricostruita lontano dalla politica, inserita in un contesto economico internazionale. Accanto a lei, il compagno imprenditore Giuseppe Cipriani, attivo da decenni tra Europa e Uruguay, dove nel 2018 ha avviato quello che nell’istanza viene descritto come il più grande investimento nella storia del Paese, il progetto dell’Hotel San Rafael.

È in questo contesto che si collocano e maturano le esigenze familiari che hanno consentito a Nicole Minetti di modificare anche la sua posizione giuridica fino all’istanza di grazia accolta lo scorso febbraio.

Nel 2024 la famiglia si è trasferita a Milano, dove lei svolge attività di volontariato certificate. “La signora Cipriani ha svolto volontariato nel periodo aprile 2024 – giugno 2025, in ambito ambulatoriale”, conferma al Fatto la Lega Italiana per la lotta contro i tumori. Ha poi fatto domanda alla Casa della Carità, collabora con la Caritas per il doposcuola nella parrocchia di San Marco, in centro. La prova di un percorso rieducativo – che la stessa istanza assume come già compiuto – non è mai passata attraverso l’esecuzione della pena. La grazia interviene prima di tutto questo. Il decreto è legittimo. La Costituzione lo prevede. Ma resta una scelta discrezionale che farà discutere. Sulla bilancia della giustizia hanno pesato le esigenze familiari della nuova Minetti che chiudono una parabola tutta italiana: da via Olgettina al Palazzo di Giustizia, al decreto di grazia. In mezzo, un Paese che s’indigna ma poi perdona.

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Minetti ha fatto causa per avere il bambino che le è valso la grazia – Thomas Mackinson

Il bambino grazie al quale Nicole Minetti ha ottenuto la grazia ha una madre biologica in Uruguay. Ma ora è scomparsa: il 14 aprile, quattro giorni dopo il primo articolo del Fatto, le autorità hanno diramato un ordine di rintraccio a suo nome. Anche l’avvocata che difendeva quella madre non c’è più: è morta carbonizzata insieme al marito, anche lui avvocato, in circostanze sospette. Nulla, ufficialmente, collega questi fatti alla grazia che a febbraio ha cancellato le condanne a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato che Minetti avrebbe dovuto scontare ai servizi sociali. Ma più si scava, più le ragioni della grazia traballano. A partire da un presupposto: quel bambino che nell’istanza viene presentato come “abbandonato alla nascita” senza legami familiari non lo era. Gli atti del Tribunale di Maldonado consultati dal Fatto raccontano invece che ancora oggi ha entrambi i genitori viventi e identificati, tanto che Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani hanno intentato una vera e propria causa contro di loro per ottenere la “Separación Definitiva y Pérdida de Patria Potestad”. Il procedimento si chiuderà in loro favore soltanto il 15 febbraio 2023.

Il bambino è nato a fine 2017. Nel gennaio 2018 il Tribunale lo affida all’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay (INAU) per un massimo di 45 giorni come “estrema ratio”, vista la situazione della famiglia: madre indigente, padre detenuto. Il giudice González Camejo dispone di “creare un legame tra madre e figlio e verificarne il ricongiungimento”. Non un abbandono, dunque, ma una famiglia povera che lo Stato avrebbe dovuto aiutare. Maldonado è un contesto spaccato: turismo e denaro da una parte, povertà estrema dall’altra. Il 17% della popolazione vive nell’indigenza. I minori dell’INAU finiscono in hogares anonimi: maltrattamenti, adozioni forzate e corruzione — una vera “fabbrica di orfani”. Negli ultimi mesi è esploso uno scandalo nazionale alla notizia di 114 bambini morti in cinque anni.

È in questo contesto che entrano in scena Minetti e il suo compagno, l’imprenditore milionario Giuseppe Cipriani, in rapporti di affari e di piaceri con Jeffrey Epstein, come ha rivelato il Fatto tre giorni fa. La coppia trasferitasi in Uruguay costruisce un rapporto stretto con l’ente pubblico: dona soldi e beni, nei weekend apre il ranch ai bambini. Fra questi c’è anche il piccolo, con genitori così poveri da non potersi permettere neppure un avvocato, tanto da ottenere l’ausiliatoria de pobreza. Ma in che modo entra nell’orbita della ricca coppia italiana? L’Inau, secondo una testimonianza raccolta dal Fatto, portava i minori a pranzo nella tenuta di Cipriani. “Giuseppe li faceva arrivare al chakra, li serviva lui, ma era solo per coprire altri traffici”. Il piccolo dopo l’operazione negli Stati Uniti “stava benissimo, correva felice”. Eppure, “Minetti non ci stava mai, stava sempre e solo con la tata Fatima”. Su come sia arrivato lì, la risposta è piesos, poder e miedo. Soldi, potere e paura.

Ed è qui che emergono altre crepe. Nell’istanza di grazia si sostiene che già nel 2021 Minetti e Cipriani abbiano portato il bambino negli Usa per un delicato intervento chirurgico. Ma all’epoca non avevano ancora alcun diritto a farlo. Come ha potuto espatriare? Forse con lo stesso jet privato con cui– secondo la testimonianza resa al Fatto – arrivavano e partivano anche le “ragazze” dal ranch di Punta del Este, aggirando i controlli dell’immigrazione?

L’avvocata dei genitori biologici non può più rispondere: Mercedes Nieto, 49 anni, è morta il 15 giugno 2024 insieme al marito, anche lui avvocato, carbonizzati nella loro casa di vacanza a Garzón. Si indaga per duplice omicidio. “Non posso fornire informazioni — dice al Fatto il procuratore Sebastián Robles — tutte le piste sono aperte, compresa quella delle cause che patrocinavano”.

Un’altra crepa incrina il pilastro “clinico” della grazia, dopo quello sulla presunta “nuova vita” di Minetti. I legali sostengono che nell’ottobre 2021, grazie a Cipriani e Minetti, il bambino sia stato operato al Boston Children’s Hospital dopo due pareri contrari all’operazione del San Raffaele di Milano e dell’Ospedale di Padova. Per tale ragione, scrive l’avvocato, il bambino sarebbe stato operato negli Stati Uniti. Quei pareri contrari, citati nella copia visionata dal Fatto, tuttavia, non sono stati numerati e allegati all’istanza. Il professor Pietro Mortini del San Raffaele, i professori Luca Denaro e Maurizio Iacoangeli a Padova non lo hanno mai visto. Il minore non risulta tra i pazienti dell’ospedale.

L’istanza firmata dall’avvocato Antonia Calcaterra evidenzia che l’intervento a Boston non è stato risolutivo, tanto che all’ultimo controllo del 16 aprile 2025 sono emersi rischi di recidiva e complicazioni. Allega una dichiarazione dell’équipe che indica come “necessaria la costante presenza della madre, anche per consentire una discussione esaustiva e un processo decisionale condiviso sul suo piano di trattamento”. Calcaterra, contattata dal Fatto, spiega di aver depositato l’istanza “prima dell’estate”. Il 3 dicembre era fissata l’udienza per l’esecuzione dell’affidamento in prova ma salta proprio perché interviene quella richiesta al Capo dello Stato.

Ma sono stati svolti accertamenti o ci si è limitati a recepire quanto dichiarato nell’istanza? Cinque minuti d’auto separano la Procura da via Fatebenefratelli dove, 15 anni fa, Minetti disse ai poliziotti che Ruby era nipote di Mubarak. Insieme alla pena, il “perdono di Stato” cancella pure la memoria?

La procuratrice Francesca Nanni ha detto al Fatto di non aver mai letto quella pratica: “Se non presenta aspetti specifici di particolare delicatezza, viene gestita in automatico e io non ne vengo informata”. Dunque per Milano non era un caso delicato. Per il Quirinale sì, al punto da tenere segreta la grazia fino al nostro articolo 10 aprile scorso.

Nel 2024 Minetti, Cipriani e il bambino si trasferiscono in Italia. Il 18 settembre, tre mesi dopo la morte degli avvocati di Garzón, il settimanale “Chi” dedica quattro pagine alla nuova vita di Nicole Minetti. Lei elegante, il bambino che corre e gioca ai giardini Montanelli, davanti all’hotel-boutique Casa Cipriani. Lei e lui in tenuta sportiva che fanno la spesa. “Chi” è Mondadori, che è Fininvest, che è la famiglia Berlusconi, per il cui fondatore Minetti “favoreggiava” la prostituzione. Il cerchio, almeno editorialmente, si chiude. La storia invece no. Quattro giorni dopo la nostra inchiesta, il Ministero dell’Interno uruguaiano diffonde un avviso nazionale con la foto: María de los Ángeles González Colinet, di anni 29, è scomparsa. E’ la madre biologica del bimbo al centro della grazia a Nicole Minetti. L’ultima traccia di lei risale a metà febbraio. Negli stessi giorni, Nordio e Mattarella – nel silenzio dei palazzi romani – firmano. A settembre 2024 quel bimbo molto malato corre e gioca ai giardini Montanelli, a due passi da Casa Cipriani.

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Grazia a Nicole Minetti, Mattarella chiede chiarimenti a Nordio dopo gli scoop del Fatto: “Acquisire con urgenza informazioni” - Thomas Mackinson


 “In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal Presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del Signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa”.

Con questa nota il Quirinale prende una posizione netta sulla vicenda rivelata dal Fatto Quotidiano della grazia concessa a febbraio a Nicole Minetti. Il Colle, di fatto, ripassa la palla al dicastero di via Arenula. La legge prevede che il giudizio del Capo dello Stato si debba basare sull’istruttoria trasmessa dal Guardasigilli Carlo Nordio, a cui spetta lo specifico onere di verificare la veridicità delle pratiche e chiedere ulteriore documentazione. Controlli che, evidentemente, si sono rivelati quantomeno carenti, compresi quelli della Procura Generale di Milano che aveva dato il primo via libera (non vincolante) alla richiesta.

Il presidente della Repubblica non dispone di autonomi strumenti di indagine per accertare i fatti che vengono prospettati e fonda la propria decisione sui documenti che gli vengono sottoposti nonché sulle valutazioni formulate a tal proposito dall’autorità giudiziaria e dal ministro della Giustizia, ricordano fonti del Quirinale. Nel caso in questione – si rileva – il Procuratore generale di Milano e il ministro Nordio hanno motivato il loro parere favorevole alla grazia in quanto l’affidamento in prova della Minetti le avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore, sottoposto, per una grave patologia, a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero. Fonti del Quirinale, a questo proposito, fanno notare che la richiesta è stata rivolta al ministero della Giustizia, competente in via esclusiva a svolgere l’attività istruttoria in merito alle domande di grazia, come affermato dalla Corte Costituzionale con una sentenza del 2006.

L’istanza depositata prima dell’estate 2025 dai legali di Nicole Minetti, stando all’inchiesta del Fatto, era carente sotto vari profili. Indicavano il minore adottato in Uruguay come “abbandonato alla nascita” e privo di legami, quando gli atti del Tribunale di Maldonado acquisiti dal Fatto dimostrano che il bambino aveva in realtà due genitori biologici. Minetti e il compagno milionario Giuseppe Cipriani non hanno accolto un orfano, ma hanno intentato una causa civile per togliere la patria potestà ai genitori naturali, approfittando della loro estrema miseria.

Per giustificare la necessità per la Minetti di viaggiare all’estero (aggirando l’affidamento ai servizi sociali in Italia), l’istanza sostiene che due centri d’eccellenza, il San Raffaele di Milano e l’Ospedale di Padova, avessero sconsigliato di operare il minore, rendendo “imprescindibili” le cure al Boston Children’s Hospital. Contattati dal Fatto, i primari di quelle strutture hanno smentito categoricamente: non hanno mai visitato il bambino, il suo nome non è a terminale, e hanno confermato che quegli interventi si fanno comunemente e con successo anche in Italia.

Il contesto dell’adozione gronda misteri. Negli stessi giorni di metà febbraio 2026 in cui a Roma si firmava la grazia, in Uruguay la vera madre biologica del bambino (la 29enne María de los Ángeles González Colinet) scompariva nel nulla, costringendo la polizia locale a diramare un avviso di rintraccio. Un mistero che si incrocia con la morte dell’avvocata d’ufficio che aveva difeso la famiglia biologica, Mercedes Nieto, trovata carbonizzata in casa col marito nel 2024: un caso oggi indagato per duplice omicidio.

Per dimostrare il totale ravvedimento dell’ex consigliera, i legali hanno garantito sulla rettitudine del suo compagno Giuseppe Cipriani, definito un mecenate “lontano da contesti di devianza”. I documenti americani (Epstein Files) consultati dal Fatto svelano invece che l’imprenditore era finanziato “a strozzo” dal pedofilo Jeffrey Epstein. Testimonianze dirette dall’Uruguay confermano inoltre che, proprio nella tenuta in cui la coppia ospitava a favore di telecamera i bambini dell’orfanotrofio, si consumava in realtà un incessante giro di squillo d’alto bordo e minorenni gestito dalla stessa Nicole Minetti, che dunque non avrebbe “cambiato vita”.

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mercoledì 24 dicembre 2025

Natale al tempo del genocidio di Gaza: meditazione in forma di responsorio - Tomaso Montanari

 

«Verbo di Dio, che ti sei fatto carne»: nei sacchi di plastica in cui sono stati raccolti i corpi di Gaza, fatti a pezzi.

«Verbo di Dio, che hai piantato la tua tenda in mezzo a noi»: nei liquami di Gaza, che scorrono come fiumi in ogni tenda.

«Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme»: e i coloni israeliani lo picchiarono, e bruciarono la casa e l’uliveto in cui si era fermato.

«Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia»: affrettatevi, fate presto, accorrete: prima che un drone lo centri, e tramuti un altro Bambino in cadavere, la gioia in disperazione.

«Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando, ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco»: ma a Gaza non c’è più legna per accendere il fuoco.

«E la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre»: come potrà non avere fine una pace che non ha avuto inizio?

«Il Re della pace viene nella gloria: tutta la terra desidera il suo volto»: Gaza lo ricorda il tuo volto, quando passasti nelle sue strade, bambino in fuga verso l’Egitto. Oggi sei invidiato, per quella fuga, che a loro non è concessa.

«Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini»: ma quelli che prendono il nome da Te, i cristiani dell’Occidente, invece, loro considerano un tesoro geloso il valore della loro vita superiore e di pregio. Non si spogliano: spogliano gli altri – i diversi, i non cristiani, i non bianchi –, della dignità, e della vita. I primi non sono simili agli uomini nel cuore, di pietra: gli altri non lo sono nel corpo, devastato.

«Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude; sia in festa la campagna e quanto contiene, acclamino tutti gli alberi della foresta, davanti al Signore che viene: sì, egli viene a giudicare la terra, giudicherà il mondo con giustizia»: i cieli di Gaza sono solcati da droni omicidi, la terra carica di macerie, il mare chiuso, proibito. Gli alberi tagliati, bruciati. Davvero verrà la giustizia? Gli autori e i complici saranno puniti, anche se sono i signori del mondo? Quando sarà, questo Natale di giustizia?

«E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”»: e da Gaza rispose una voce: ‘E noi, non ci ama, noi? Sangue del suo sangue, terra della sua terra, noi non conosciamo pace. La moltitudine dell’esercito che appare su di noi è uscita dalla porta dell’inferno, ci uccide. Nessuna luce splende per noi’.

«Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme. Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio»: le macerie di Gaza prorompono in pianto, nessuno consola il suo popolo, nessun riscatto appare all’orizzonte. Ma le nazioni hanno visto il suo massacro: i senza potere, lo hanno visto e lo hanno testimoniato in piazza, fino ai confini della terra.

«Il Signore ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni»: quando saranno rovesciati i troni dei capi dello Stato di Israele, e quelli dei loro complici in tutto l’Occidente? Quando li vedremo annegare nel mare delle loro colpe, o Signore?

«Ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati»: è a Gaza, che devi nascere, o Signore, da nessun’altra parte. Perché lì gli umili sono più in basso della terra stessa. Perché lì sono stati affamati per calcolo e per odio. Perché solo a Gaza c’è una possibilità di Dio: perché c’è una possibilità di umanità. Malgrado tutto.

«Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse»: oggi sono coloro che sopravvivono nella Gaza tenebrosa che rifulgono di luce, là dove Natale e Strage degli Innocenti coincidono. Là dove la disperazione è impastata con la speranza. Là dove si guarda al futuro con disperata speranza nel mondo.

Ricordaci, Signore, che «questa fede e speranza nel mondo trova forse la sua più gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la ‘lieta novella’ dell’avvento: “un bambino è nato per noi”»; che «anche se gli uomini devono morire, non sono nati per morire, ma per incominciare» (Hannah Arendt). Per incominciare la pace, e la giustizia. Amen

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mercoledì 26 novembre 2025

i bambini nel bosco

Io, al momento, mi schiero col bosco - Marco Sommariva

Non è che siamo più portati per il giardinaggio, ossia per la fede nel futuro, per la certezza che le cose accadranno secondo i piani?

In questi giorni si sta parlando molto della vicenda dei tre figli dei coniugi anglo-australiani Catherine Birmingham e Nathan Trevallion sottratti ai genitori su ordinanza del Tribunale dei Minori di Chieti.

Sul sito di RaiPlay leggo che i cinque vivevano in un bosco a Palmoli (CH) una “vita primordiale, con una filosofia improntata al massimo rispetto della natura […]. Nella casa non c’è acqua e non ci sono servizi igienici, manca la luce e i bambini non vanno a scuola”.

Come sempre più spesso succede di fronte ad avvenimenti complessi dove media e persone comuni si guardano bene dall’analizzare le informazioni nella loro specificità, anche questa storia della famiglia Birmingham/Trevaillon è diventata il pretesto per una battaglia politica che vede, a grandi linee, schierati da una parte coloro che difendono a prescindere la famiglia come istituzione-totem e dall’altra chi concepisce l’azione della magistratura come un intervento sempre e comunque giustificato.

Potrei iniziare un’arringa difensiva scrivendo che, da quanto risulta da più fonti, i piccoli Trevaillon/Birmingham non hanno subito alcuna violenza fisica o psicologica e che non soffrono di denutrizione oppure, al contrario, redigere un j’accuse verso i due adulti partendo magari dal fatto che la loro abitazione è priva di “collaudo statico” e quindi di agibilità, ma commetterei lo stesso errore di chi, oggi, s’avventura in conclusioni senza conoscere approfonditamente l’intera situazione o, ancora peggio, finirei con lo schierarmi da una parte o dall’altra magari sulla base di pregiudizi, quindi, sul niente. Ma non sto sfuggendo: alla fine, anche il mio sarà in qualche modo uno schierarsi, visto che ho deciso d’essere qui a scriverne.

La prima cosa che mi auguro è che a condannare momentaneamente questo nucleo famigliare non sia stata la scelta di vivere nel bosco come fosse la decisione di un gruppo di fannulloni, di chi fugge da responsabilità varie, fosse anche quella di combattere il sistema, perché nel caso vorrei ricordare cosa scrisse in Vita senza princìpi, Henry David Thoreau: “Se un uomo cammina nei boschi, per il piacere di farlo, metà di ogni giornata, egli corre il rischio di essere considerato un fannullone, ma se egli spende la sua intera giornata come uno speculatore, tagliando quegli stessi alberi e rendendo spoglia la terra prima del tempo, egli è stimato un cittadino industrioso e intraprendente. Come se una città non avesse interesse a conservare le proprie foreste ma a tagliarle!”. Non solo, sulle stesse pagine, Thoreau scrive che “vedere il sole sorgere o tramontare ogni giorno, così da poter raccontare a noi stessi un fatto universale, ci manterrà per sempre assennati”, e benché vivano nei boschi e non vedano benissimo il sorgere e il tramontare del sole, credo che fatti universali che li mantengano assennati ne vedano molti più di noi che di senno ne abbiamo sempre meno, quotidianamente chiusi dentro scatole d’acciaio in movimento che ci portano su posti di lavoro quasi mai gratificanti, a consumare la quasi totale nostra esistenza.

La seconda cosa che mi auguro è che la famiglia Birmingham/Trevaillon non sia stata confusa con gli assaltatori di quest’epoca industriale che divora boschi e montagne che, molto tardivamente, un giorno s’è resa conto di quante piante e animali aveva estinto o portato sull’orlo dell’estinzione. Forse, nella penombra dei boschi, gli anglo-australiani sono semplicemente giunti alla conclusione che la fase coloniale nella relazione tra uomo e natura era finita. Il che, naturalmente, è più facile da dire che da fare, ma, come tutte le utopie, allettante. Qualcosa di simile l’ha scritta anche Erri De Luca in Il contrario di uno: “Chi veniva con il mulo e l’ascia, sapeva togliere al bosco. Chi viene con il camion e con la motosega, lo lascia spoglio”.

La terza cosa che mi auguro è che i figli sottratti a questi signori non siano stati allontanati da mamma e papà perché ritenuti, i due adulti, resistenti. Resistenti a un sistema che, se vivi nel bosco, non riesce a controllarti come vorrebbe, un sistema che teme lo spirito di emulazione di altri. Spero non sia così anche perché sarebbe tempo perso: “[…] la Resistenza non è nei boschi che la trovi, ma dentro di te” – da Il terrorista nero di Tierno Monénembo.

La quarta cosa che mi auguro è che non siano state questioni religiose ad aver messo in movimento la sottrazione dei minori perché, per onorare un Creatore, come scriveva Gustave Flaubert in Madame Bovary, non si ha bisogno di una chiesa o di ingrassare buffoni che mangiano meglio di noi, potrebbe bastare contemplare la volta celeste in un bosco: “Credo nell’Essere supremo, in un Creatore, sia chi sia, che m’importa?, che ci ha mandato quaggiù perché facciamo il nostro dovere di cittadini e di padri di famiglia. Ma non ho bisogno, io, di andare in una chiesa a baciare piatti d’argento e a fare ingrassare di tasca mia un mucchio di buffoni che mangiano meglio di noi! Perché si può onorarlo lo stesso: in un bosco, in un campo, magari contemplando la volta celeste, come gli antichi. […] non concepisco un povero diavolo di buon Dio che passeggia nel suo giardino con il bastone in mano, che dà alloggio ai suoi amici nel ventre delle balene, che muore mandando un grido e resuscita dopo tre giorni. Cose assurde in sé e completamente in contrasto, d’altra parte, con tutte le leggi della fisica. E ciò dimostra, sia detto tra parentesi, che i preti sono rimasti sempre a imputridire in una torpida ignoranza, nella quale tentano di trascinare anche i popoli”.

La quinta cosa che mi auguro è che nessuno si sia fatto spaventare da questa nuova minoranza, che nessuno abbia avuto l’ennesimo rigurgito discriminante verso il diverso, in quanto è forse proprio dalla famiglia Trevaillon/Birmingham che dovremmo imparare qualcosa, perché “se le nostre vite fossero più conformi alla natura non avremmo bisogno di difenderci dal caldo e dal freddo, ma troveremmo in lei una leale nutrice ed amica, come già fanno le piante e i quadrupedi. Se i nostri corpi si nutrissero di elementi puri e semplici non avrebbero bisogno di più nutrimento di quanto ne necessita un ramoscello senza foglie, e prospererebbero come gli alberi, che trovano persino l’inverno favorevole per la loro crescita” – ancora Henry David Thoreau, da Il mattino interiore.

Conoscenti abruzzesi mi dicono che, dalle loro parti, s’è sentito dire che la casa della “famiglia nel bosco”, così com’è stata ribattezzata dai media, sorgerebbe in un’area coinvolta da un progetto eolico e che i genitori si sarebbero rifiutati di venderla ma, come scritto a inizio pezzo, preferirei non avventurarmi in questi dettagli che potrebbero essere smentiti il giorno dopo.

Piuttosto, oltre a tutto quel che mi auguro, mi domando se per caso questa allergia verso chi vive nel bosco non sia un segnale. Mi spiego meglio. Non è che ci infastidisce l’armonia tra un gruppo di esseri umani e il bosco, questo sconosciuto groviglio squilibrato, asimmetrico, questo disordine naturale dove non sai cosa accadrà l’indomani ma dove tutto funziona, in cui piante e arbusti crescono e si muovono indipendentemente dall’Uomo favorendo insetti e fauna selvatica? Non è che siamo più portati per il giardinaggio ossia, come dice Joel Edgerton nel film Il maestro giardiniere di Paul Schrader, “per una manipolazione del mondo naturale [creando] ordine dove l’ordine sarebbe appropriato, [una] capillare correzione del disordine là dov’è necessario”? Perché, in fondo, al contrario del bosco, il giardinaggio rasserena, “è fede nel futuro, è convinzione che le cose accadranno secondo i piani, che il cambiamento arriverà a tempo debito” – sempre Joel Edgerton nel film di prima.

C’è chi si schiera dalla parte di coloro che difendono a prescindere la famiglia come istituzione-totem e c’è chi si schiera con chi concepisce l’azione della magistratura come un intervento sempre e comunque giustificato.

Io, al momento, mi schiero col bosco. Voi?

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Ora anche esperti in assistenza sociale! Basta leoni da tastiera sui bimbi nel bosco – Luciano Casolari (Medico psicoanalista)

Io che lavoro da quarant’anni nel campo non riesco a proporre un giudizio. Confesso di essere meno capace di tanti nostri concittadini che sdottorano sui social

 Finalmente molti italiani sono divenuti esperti in assistenza sociale e possono decidere rispetto a come aiutare i genitori dei “tre bambini nel bosco” a Chieti. Sono validamente coadiuvati da stuoli di politici che per avere un voto in più venderebbero anche la loro mamma. Questa competenza mancava ai nostri concittadini. Erano già esperti, come i medici, nel definire quali vaccini o medicine sia giusto somministrare poi, come i giudici, nell’affibbiare la colpevolezza o l’innocenza a dei ragazzi; ora finalmente tutti hanno, in quattro e quattr’otto, acquisito un dottorato in assistenza sociale.

Io che lavoro da quarant’anni nel campo affine della psicologia e psichiatria non riesco a proporre un giudizio. Confesso di essere meno capace di tanti nostri concittadini che sdottorano sui social.

Le notizie che sui giornali si possono trovare mostrano lati positivi rispetto a questa famiglia che pare serena con un legame affettivo valido fra genitori e figli. Accanto emergono lati oscuri come la mancata frequentazione scolastica con trascuratezza rispetto alla eventuale educazione parentale, assente socializzazione dei ragazzi e condizioni igieniche molto precarie.

Ognuno di noi dentro di sé ha delle suggestioni che derivano dalle proprie esperienze. Per quanto mi riguarda ricordo un caso occorso quando ero giovane psichiatra. Il sindaco del paese mi chiamò per segnalarmi la situazione di un anziano che viveva in condizioni estremamente precarie. Andai a visitarlo con un infermiere e vidi che viveva in un bosco in un rudere senza riscaldamento, senza acqua e servizi igienici. Gli parlai e dopo alcune riluttanze lui accettò di andare a vivere in una casa di riposo per anziani del Comune ove lo avrebbero accudito meglio. Dopo due mesi chiesi al sindaco come andava la sistemazione di quel vecchietto. Mi rispose che purtroppo era scivolato sul pavimento bagnato dalla signora delle pulizie, si era rotto il femore ed era deceduto. Negli anni successivi ho sempre pensato che “chissà se sarebbe stato ancora vivo?” se lo avessi lasciato nel suo rudere senza convincerlo ad andare in una casa di riposo “troppo pulita”.

Coi miei nipotini recentemente ho rivisto il film Il libro della jungla. Si tratta di un’opera molto bella tratta da un romanzo di grandissimo successo. E’ bello vedere il bambino allevato dai lupi, che gioca con un orso e viene protetto da una pantera. Nella realtà però io non lascerei certo i miei nipotini in balia di un branco di lupi. Dubito molto dell’accudimento che potrebbero offrire un orso. Sfido i leoni da tastiera, che imperversano sul web, ad andare a fare le moine a una pantera.

Insomma la vita agreste, bucolica, va bene per una foto durante la bella stagione ma risulta difficile senza medicine e presidi sanitari. Una volta espresse le mie “suggestioni” per venire alla situazione dei bambini nel bosco mi pare sia giusto sottolineare che il provvedimento emesso dal giudice minorile, su indicazione dei carabinieri e degli assistenti sociali, non prevede l’allontanamento dei genitori dai figli e men che meno la decadenza della loro potestà genitoriale (al momento sospesa). Si prefigge, da quel poco che ho capito dai giornali, di mettere i bambini e la mamma in condizioni igieniche migliori per valutare se vi sia o meno in atto un isolamento sociale patologico e una mancata educazione scolastica.

Tutelare i bimbi che possono avere genitori stravaganti è un mestiere difficile. Dirimere fra una ideologia legittima e un delirio in cui il malato ha delle fissazioni incrollabili che cozzano con la realtà e mettono a rischio lui e i minori è complesso. Occorre affidarsi a degli esperti che potrebbero sbagliare ma che, in linea di massima, hanno minori probabilità di compiere errori grossolani rispetto a utenti del web che si alzano la mattine per urlare al mondo le loro idee maturate senza avere tutte le notizie e gli strumenti di conoscenza per interpretarle.

Se entriamo come comunità in un mondo paranoico per cui c’è sempre un complotto dietro o degli interessi oscuri e aboliamo ogni principio di autorità e autorevolezza sarà dura mantenere la convivenza fra le persone. Quando viene l’ingegnere a decidere quanto devono essere grandi le travi della mia casa, quando chiamo l’elettricista e mi propone un filo elettrico di un certo spessore, quando mando il figlio in pullman e il guidatore segue un itinerario e in innumerevoli altri momenti della mia vita devo affidarmi e fidarmi. Non posso pretendere tutte le volte di decidere io quale cosa sia giusta altrimenti la nostra possibilità di vivere in una civiltà deflagra.

Già si notano le avvisaglie di questo “mondo paranoico” in cui molti individui si sentono soli, vessati dalla società cattiva che li vuole controllare e soggiogare negando le loro libertà. Speriamo che la deriva in atto negli Usa ove tanti cittadini riempiono la loro casa di armi contro nemici, spesso immaginari, che vogliono invaderli non si propaghi anche nel nostro paese.

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sabato 23 agosto 2025

Quando domina il profitto: gli incentivi vaccinali e la deriva della medicina pubblica - Eugenio Serravalle

 

Negli Stati Uniti, una recente inchiesta di Children’s Health Defense ha portato all’attenzione del pubblico un aspetto poco noto della pratica vaccinale pediatrica: l’attribuzione di incentivi economici ai medici per ogni bambino completamente vaccinato entro una certa età. Un pediatra può ricevere fino a 400 dollari per ogni paziente se raggiunge, ad esempio, l’80% di copertura vaccinale nel proprio studio per l’intero panel di vaccini raccomandati.

Questa dinamica può apparire estrema o lontana, la domanda da porci oggi è: in Italia esiste forse un modello simile?

Il modello americano è già realtà anche in Italia

In Italia, il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV), attualmente in vigore nella versione 2023-2025, stabilisce obiettivi numerici di copertura vaccinale, imponendo alle Regioni di garantire almeno il 95% di adesione per i vaccini obbligatori e percentuali crescenti per i raccomandati.

livelli essenziali di assistenza (LEA) – stabiliti con DPCM 12 gennaio 2017 – legano strettamente le prestazioni vaccinali agli standard da rispettare per l’erogazione di fondi statali. Inoltre, il Sistema Nazionale di Verifica e Controllo sull’Assistenza Sanitaria (SiVeAS) valuta le performance regionali anche sulla base dei tassi vaccinali.

Di conseguenza:

·         le ASL ricevono finanziamenti legati ai risultati raggiunti;

·         dipartimenti di prevenzione sono incentivati economicamente per le coperture ottenute;

·         in alcune Regioni e aziende sanitarie, sono previsti premi di risultato anche per singoli operatori coinvolti nella campagna vaccinale.

Anche se in forma indiretta e distribuita, l’incentivo economico esiste ed è attivo, ed è difficile non notare le analogie con quanto avviene negli Stati Uniti.

Nel caso della Regione Toscana, un esempio emblematico, si stabilisce al punto 4.3 dell’AIR (Accordo Integrativo Regionale) del 2001, ancora vigente, che stabilisce che, per le attività connesse alle vaccinazioni – informazione, promozione, acquisizione del consenso informato, somministrazione, registrazione, segnalazione degli inadempienti e recupero – il pediatra ha diritto a due livelli di retribuzione:

 Compenso per prestazione:

·         15,00 € per ogni atto vaccinale, sia mono che pluri-somministrazione.

Premi per obiettivi di copertura (valutati annualmente):

·         1.000 € per copertura >95% della terza dose di esavalente

·         1.000 € per copertura >95% del morbillo

·         1.000 € per copertura >80% del papilloma virus nelle femmine

I premi vengono dimezzati in caso di coperture inferiori, e annullati del tutto sotto una certa soglia (es. <92% per esavalente e morbillo). Sono esclusi dal conteggio solo i soggetti irreperibili o con dissenso formale firmato.

Tutto regolare, tutto lecito, tutto “in nome della salute pubblica”… ma è davvero etico?

Il conflitto di interessi è sistemico

Questi incentivi economici trasformano di fatto il pediatra da consulente sanitario a promotore retribuito della campagna vaccinale, creando una situazione in cui:

·         l’obiettivo clinico (il benessere del singolo) viene subordinato all’obiettivo statistico (la copertura di massa);

·         la firma del consenso informato diventa un passaggio obbligato per il pagamento della prestazione;

·         il recupero degli “inadempienti” – cioè delle famiglie che scelgono legittimamente di non aderire – viene incentivato come parte dell’attività professionale.

In tale contesto, il consenso informato perde ogni autenticità: non è più un atto libero e consapevole, ma una condizione necessaria perché il sistema remuneri il medico.

E se da un lato l’art. 32 della Costituzione afferma che nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario, dall’altro l’intero impianto normativo e organizzativo lo spinge a farlo “spontaneamente”, ma sotto pressione economica, burocratica, sociale. Questa asimmetria di potere mette le famiglie in una posizione vulnerabile e snatura il rapporto fiduciario con il pediatra, che non può più essere percepito come neutrale, ma come portatore di un interesse economico nel convincere (o forzare) l’adesione.

Vaccini separati: perché non si possono fare? E soprattutto… chi ci guadagna?

Sempre più genitori chiedono di poter separare i vaccini: un’esigenza legittima, dettata da buon senso e attenzione al benessere del bambino. Eppure, la risposta del sistema è quasi sempre la stessa: “Non si può”. Ma è proprio vero? La legge Lorenzin non ha stabilito obbligo per l’esavalente o per il quadrivalente (MPRV), ma per quelle 10 vaccinazioni.  La circolare 0001174 del 15/01/2018 del Ministero della Salute prevede questa possibilità con lo schema per il recupero dei minori inadempienti agli obblighi vaccinali, introdotto dal Decreto Legge 73/2017.

In Italia non sono disponibili vaccini monocomponenti per morbillo, parotite, rosolia, difterite e pertosse. Una scelta strategica, non scientifica. Per epatite B e Haemophilus influenzae B i monovalenti esistono, per cui l’esavalente si potrebbe tecnicamente scomporre in:

·         un quadrivalente (DTPa + polio)

·         due monovalenti (epatite B e Hib)

per assolvere all’obbligo vaccinale.

(i monovalenti contro tetano, poliomielite e varicella sono disponibili)

Questa possibilità non viene mai offerta ai genitori, anzi spesso si sostiene che tali vaccini NON ESISTONO!

Nel 2011, lo stesso Working Group pediatrico dell’AIFA raccomandava di evitare il vaccino MPRV (morbillo-parotite-rosolia-varicella) per la prima dose perché il rischio di convulsioni febbrili è più che doppio rispetto a MPR + varicella somministrati separatamente.

Eppure… la somministrazione separata non è mai la prassi. Nemmeno oggi.

Una scelta clinica saggia e prudente è stata trasformata in un’opzione scomoda e raramente praticata.

In pratica, il pediatra ha un interesse economico diretto nel non separare, nel non dilazionare, nel non offrire alternative. Ogni genitore che chiede una personalizzazione rischia di abbassare le performance, far saltare gli obiettivi e tagliare i bonus.

Questa è una medicina che ha perso la sua anima.
Una medicina che premia chi si adegua, non chi riflette.
Una sanità che non ascolta le famiglie, ma impone protocolli pensati per fare statistica, non per proteggere la persona. Il consenso informato è stato svuotato. La personalizzazione delle scelte cliniche è scoraggiata.
Il dialogo con le famiglie è sostituito da automatismi retribuiti.

I vaccini separati “non si possono fare” non per ragioni scientifiche, ma per logiche economiche e organizzative. La salute non è un target e il bambino non è un dato statistico. Il medico non è un esecutore premiato per l’adesione cieca ai piani. Essere medici significa custodire l’integrità della cura, difendere l’autonomia professionale, agire per coscienza, anche quando è scomodo.
Tutto il resto è burocrazia che si disinteressa del paziente, è gestione amministrativa mascherata da atto medico, è un’illusione di scientificità piegata alla logica dell’obbedienza.

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giovedì 14 agosto 2025

Incidenti mortali: italiani e rom fra colpa, identità, linciaggi - Gianluca Cicinelli

 

A Livorno, nell’area portuale, un pullman in manovra ha travolto una coppia di turisti: la donna è morta, il marito è in condizioni gravissime. A Milano, un’anziana è morta dopo essere stata investita sulle strisce da un’auto condotta da quattro minorenni che poi sono fuggiti; il veicolo risultava rubato. In entrambi i casi, al centro c’è un guidatore e un pedone: due investimenti mortali, due scenari urbani diversi ma stessa tipologia di evento.

Davanti al bus che uccide, il dibattito pubblico imbocca subito la corsia delle procedure: angoli ciechi, segnaletica, corridoi pedonali, protocolli di manovra. Davanti ai quattro minorenni rom, invece, scatta la miccia dell’identità: ondate di messaggi forcaioli, inviti alla punizione collettiva, fino a minacce contro gli accampamenti. Lo stesso fatto, un investimento, produce cornici opposte: tecnica e prevenzione da un lato, linciaggio che qualcuno vorrebbe non simbolico dall’altro. È un doppio standard che non riguarda la gravità,  identica, ma chi riconosciamo al volante.

Chissà come saranno sollevati i parenti e gli amici della coppia di Livorno investita da un pullman, che i loro cari siano stati investiti da un italiano vero anzichè da un Rom.

Incidente” non è un alibi semantico: è la descrizione di un esito (un evento non intenzionale) che giuridicamente si traduce in responsabilità per colpa, dalla violazione di norme alla negligenza all’imprudenza e all’imperizia. Non significa “fatalità” né “assenza di colpa”. Vale per tutti: per l’autista professionista che manovra un mezzo pesante e per chi guida senza titolo, minorenne o adulto. La differenza si gioca nelle condotte concrete e nel quadro normativo, non nell’etichetta etnica o sociale. Chiamarlo “incidente” non attenua la responsabilità; la qualifica, distinguendo tra dolo e colpa e stabilendo le conseguenze previste dalla legge.

Quando l’attenzione scivola dall’atto alla provenienza dei responsabili, la società smette di ragionare di sicurezza e inizia a distribuire colpe collettive. È qui che affiorano i rigurgiti più abietti: lo stigma sui rom, i richiami a “radere al suolo i campi”, la richiesta di punizioni etniche. È una scorciatoia tossica: non rende giustizia alle vittime, non migliora le strade e non educa nessuno. Alimenta solo xenofobia e disuguaglianza.

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giovedì 26 settembre 2024

Bombe nei giocattoli: Breve storia delle trappole esplosive israeliane in Libano - Alex MacDonald

 

 

Il Libano è ancora scosso da due ondate di esplosioni di cercapersone e walkie-talkie, attribuite a Israele, che hanno ucciso 32 persone e ne hanno ferite altre migliaia.

Sebbene Israele non abbia rivendicato la responsabilità degli attacchi, le voci pro-Israele si sono affrettate a lodare l'attacco come un ottimo esempio dell'abilità del Paese nel condurre attacchi chirurgici che colpiscono i suoi nemici senza infliggere danni collaterali.

Questo nonostante il fatto che negli attacchi siano stati uccisi due bambini e feriti numerosi civili, con conseguente condanna da parte dei gruppi per i diritti che sostengono che la natura indiscriminata delle armi potrebbe violare le leggi di guerra.

Una fonte vicina a Hezbollah ha dichiarato a Middle East Eye che i cercapersone sono stati utilizzati da una “vasta rete di persone, tra cui amministratori, operatori medici, paramedici, operatori dei media e altri membri civili”.

“Di solito vengono utilizzati per impartire direttive, convocare riunioni, per le emergenze o per lo stato di allerta”, ha spiegato la fonte. 

Ma questa non è certo la prima volta che Israele usa metodi poco ortodossi in stile trappola esplosiva per colpire il Libano, né è il primo esempio di civili e bambini mutilati e uccisi con tali armi.

MEE analizza questa storia controversa. 

Bombe a grappolo e mine terrestri

Più di un milione di bombe a grappolo sono state disseminate nel Libano meridionale a seguito degli assalti israeliani al territorio nel corso degli anni.

Dal conflitto del 2006 tra Israele e Hezbollah, che ha visto un uso senza precedenti di queste armi ampiamente vietate, molte persone sono state uccise in Libano dopo averle ritrovate.

Molti bambini che giocano nella regione hanno trovato queste munizioni inesplose.

“Sembrano innocue, soprattutto per la mente curiosa di un bambino”, spiegò nel 2006 Chris Clark del Centro di coordinamento dell'azione antimine delle Nazioni Unite (UNMACC) in Libano.

“Sono piccoli, si nascondono facilmente tra le macerie o i detriti dei bombardamenti. Ci accorgiamo che i bambini le raccolgono inconsapevolmente e poi, purtroppo, ne subiscono le ferite”. 

Sia il Libano che Israele sono tra i 33 Paesi che non hanno firmato la Convenzione per la messa al bando delle mine antiuomo (APMBC).

Israele ha occupato il Libano meridionale tra il 1982 e il 2000 e in quel periodo ha piazzato centinaia di migliaia di mine.

Quando se ne andò, si ritiene che circa 37.000 acri del Libano fossero contaminati da mine inesplose ed esplosivi improvvisati piantati dalle diverse parti coinvolte nella guerra civile libanese.

Nel 2023, le attività di sminamento avevano liberato circa l'80% di quest'area dagli esplosivi.

La necessità di proteggere i bambini del Libano meridionale dalle mine e dalle bombe a grappolo ha portato ad alcune soluzioni innovative, tra cui il coinvolgimento di gruppi di clown per educarli ai pericoli degli ordigni inesplosi.

Tuttavia, secondo Mine Action Review, il lavoro di rimozione delle mine è stato sospeso a causa dello scoppio delle ostilità tra Israele e Libano da ottobre.

“Di conseguenza, il Libano non è in grado di rispettare la scadenza per la bonifica dell'articolo 4 della Convenzione sulle munizioni a grappolo (CCM), prevista per il 1° maggio 2026, e alla capacità attuale prevede che non rispetterà i suoi obblighi fino al 2030”, si legge nel sito.

Bombe nei giocattoli 

Ma dagli anni '90 circola anche un'accusa molto più sinistra: quella di bombe sganciate dagli aerei israeliani nel Libano meridionale intenzionalmente nascoste nei giocattoli dei bambini.

Il quotidiano libanese L'Orient-Le Jour ha parlato del fenomeno nel 1997, citando una serie di esempi, tra cui quello di una bambina di nove anni che si è ritrovata con la mano destra distrutta dopo aver trovato una “grande jeep di plastica verde mela, con sei grandi ruote nere” che le è esplosa in mano dopo averla trovata vicino al suo villaggio.

Hanno anche citato l'esempio di un bambino che riportò gravi ustioni dopo aver trovato una torcia esplosiva e di un'altra bambina che rimase uccisa dopo aver esclamato “Ho trovato una bambola!” prima di saltare in aria.

Un ufficiale della Forza interinale delle Nazioni Unite in Libano (Unifil) ha confermato all'AFP che gli oggetti sono stati lanciati principalmente da elicotteri.

“Può essere un giocattolo o avere la forma di una normale pietra”, ha precisato a condizione di anonimato.

Nel 1998, una lettera della Missione permanente del Libano presso le Nazioni Unite indirizzata al Segretario generale ha ripetuto l'affermazione che gli aerei da combattimento israeliani avevano “tentato di uccidere i bambini lanciando migliaia di giocattoli con trappole esplosive su villaggi e città libanesi”.

“Le forze di occupazione israeliane hanno utilizzato questo metodo nel corso degli anni e continuano a farlo, l'esempio più recente è stato quello del lancio di giocattoli con trappole esplosive sulla città di Nabatiyah, uccidendo e ferendo bambini e sfigurandone altri in modo permanente”, si aggiunse nella missiva.

Da parte loro, gli Hezbollah raccontarono che tra gli oggetti trovati c'erano un uovo d'oro, coni gialli fluorescenti, un cane Snoopy e una bambola parlante che, secondo loro, era destinata a esplodere quando veniva tirata la corda.

All'epoca Israele negò le accuse, definendole “spregevoli”.

Tuttavia, nel 2000, un rapporto del Comitato per gli Affari Esteri del Regno Unito ha messo in guardia dai pericoli delle bombe inesplose nel Libano meridionale, menzionando l'uso di “giocattoli con trappole esplosive, presumibilmente sganciati dall'aviazione israeliana nei pressi dei villaggi libanesi adiacenti alla cosiddetta zona di sicurezza”.

Parlando alle Nazioni Unite lo scorso mercoledì, il Segretario generale dell'ONU Antonio Guterres ha ribadito che “gli oggetti civili” non dovrebbero far parte della guerra.

“Penso che sia molto importante che ci sia un controllo effettivo degli oggetti civili, che non vengano armati - questa dovrebbe essere una regola che... i governi dovrebbero essere in grado di attuare”, ha ribadito.

“Quello che è successo è particolarmente grave, non solo per il numero di vittime che ha causato, ma per le indicazioni che esistono sul fatto che è stato innescato, direi, in anticipo rispetto a un modo normale di innescare queste cose, perché c'era il rischio che venisse scoperto”.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

*Alex MacDonald è un reporter di Middle East Eye e ha lavorato in Iraq, Turchia, Qatar e Bosnia, esaminando le lotte sociali e ideologiche della regione.

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