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giovedì 1 marzo 2018

Ika - Daniela Pia



Pioveva a dirotto dentro i pantaloni che non aveva mai indossato. Li guardava grondare, grasse gocce d’acqua leggera, dai vetri appannati della sua cucina. Domani asciugheranno pensava.
Salvatorica, nome pesante, li aveva acquistati una mattina, d’istinto, la invitavano da una vetrina: snelli, vita bassa, delavè.
- Che taglia? – le aveva chiesto la commessa
- Quarantadue.
Aveva risposto pronta, senza soffermarsi sull’espressione dubbiosa e irridente che si era dipinta sul volto di quella fanciulla supponente, agghindata come un manichino, senza un filo di grasso e con nulla fuori posto.
Non importava che la sua taglia fosse la 46, si consolava pensando di essersi regalata dei jeans small. Consolazione precaria.
Ika, diminutivo snello, aveva trovato il modo di far coincidere la silfide che le albergava dentro, con l’ingombrante mole che si trascinava addosso: la ignorava, non era lei. Rifuggiva gli specchi, che erano pian piano scomparsi dalla sua abitazione.
Non si faceva fotografare né riprendere. Si truccava tenendo in mano uno specchietto rettangolare col quale inquadrava, di volta in volta, occhi guance e labbra. Valorizzava gli occhi profondi, neri come pozze di pece sottolineandoli col Kajal e spazzolava le sue lunghe ciglia col mascara.
Occhi liquidi i suoi, che sapevano guardare dentro, scrutando gli anfratti più nascosti di chi ne incrociava lo sguardo. Occhi incapaci di guardarsi dentro: vista selettiva in vita precaria.
Grottesco compromesso, teso a valorizzare pezzi di Ika ignorandone l’interezza scomoda e accusatrice.
Eppure predicava bene lei quando, nelle conversazioni pontificava di mangiar sano, di equilibrio alimentare e altre favole. Quando poi chiudeva la porta di casa ingurgitava, di nascosto, anche se era sola, cibi di ogni tipo, spesso senza neanche sentirne il sapore, in un agire compulsivo che la teneva prigioniera e a cui non sapeva e non poteva sottrarsi.
Come trovo lavoro mi metto a dieta; come trovo un uomo mi metto a dieta.
Quando?
Così le chiedeva il grillo parlante che le si agitava dentro e che sopprimeva senza rimorso.
Già il lavoro, bello sognare. E la realtà?
Call center amministrati da servi volontari che avevano dentro il germe del sadismo: chiedere permesso prima di andare in bagno, la sosta al cesso cronometrata.
Sollevare la mano prima di estrarre la bottiglietta d’acqua dalla borsa per poter bere.
Infinocchiare vecchietti, che non capivano di cosa stavi parlando, per far credere loro che avrebbero fatto l’affare del secolo. Vedersi decurtare una fetta dei 600 euro mensili promessi, perché non avevi rispettato una specie di cottimo di cui eri all’oscuro.
E lo chiamavano pure lavoro…
Trent’anni. Senza sogni. Troppo lusso sognare. Laurea in lingue, meglio sarebbe stato ”in lingua “ che, lo aveva scoperto, bisogna saperla usare con dovizia per sopravvivere. Usare la lingua per riverire chiunque avesse nelle sue mani il potere di elargire la modica cifra che consentiva di arrivare a metà mese. Troppo.
Aveva anche provato a fare l’istruttrice di arti marziali, lei che era cintura nera.
In quella palestra si era slogata la caviglia e aveva dovuto stare a riposo forzato.
A un certo punto aveva ricevuto una telefonata:
- pronto Ika? Senti stavamo riflettendo sul fatto che sei un po’ troppo vulnerabile, qualche mese fa hai avuto un’assenza di tre giorni per un virus, adesso questa cosa, la tua è una situazione molto precaria, ne parleremo appena torni.
Ne avevano parlato fra di loro in cooperativa, gente di sinistra. Gente sinistra.
- Ci dispiace Ika ma non possiamo permetterci il lusso di continuare la collaborazione. Guarda, tu sei molto brava ma...
E bla e bla...

Così era finita la “collaborazione”. Tornata a casa si era catapultata su un solido barattolo di Nutella e lo aveva contemplato a lungo senza aprirlo, assaporando la carezza vellutata nelle papille. Consolazione reale dei sensi.
I jeans stavano lì, mai indossati e colmi del suo desiderio. Domani comincio a dimagrire, pensava. Domani.
Un domani che era come la fatica di Sisifo e che non bisognasse attendere lo sapeva, tanto da avere affissa nel frigo, in bella mostra una poesia di Madre Teresa:
Non aspettare di finire l’università, di innamorarti, di trovare lavoro, di sposarti, […]
di perdere quei dieci chili […].
Dunque, l’università l’aveva finita, non aveva aspettato il domani.
Innamorarsi, almeno fosse, non le apparteneva quel lusso. Lei era quella simpatica, nessun uomo la guardava mai con quella punta di desiderio, sottolineata da alchimia chimica, che percepiva per le altre.
Trovare lavoro.. bah ! Ripose la cioccolata nel frigo.
Corse a disfarsi dei jeans per acquistare un biglietto aereo, di quelli che costavano meno di un pantalone. Partire doveva. Per iniziare davvero a vivere, costruire un qualche presente e provare a ritrovarsi. Oggi. Aveva deciso.

lunedì 18 gennaio 2016

Piedi e scarpe - Daniela Pia

Le scarpe di Saddam Absalah,
Son quelle indossate da mio nonno sulla Marmolada,
Non lo hanno protetto
I sandali di Jasmine Gasim li aveva mia nonna nei campi del padrone,
Non l’hanno sfamata.
Ai piedi di Nadia Baryul un pezzo di copertone di auto: zoccoli da strada,
Non le hanno reso leggero il cammino.
I mocassini di Som Shep non sono suoi,
qualcuno li ha indossati a lungo prima di lui
Non sono stati gentili
Arcadia Hamid aveva zoccoli dispari,
Come i suoi occhi divergevano le strade e gli orizzonti.
Hamusa Abdullai era fiera e speranzosa sulle sue suole, davanti il mare,
Non l’hanno tenuta a galla.
Idriss Boussaid aveva scarpe da tennis con la virgola stampata
Ora è Punto e a capo.
Zaida Haj stava in braccio a sua madre,
Aveva solo calze e piedi minuscoli: non erano pinne.
Amal sheikh era laureata, conosceva 5 lingue
Nessuno l’ha sentita gridare.
Fatima Kwajale non era ancora nata
Dall’acqua dolce è passata a quella salata
Nemmeno calze ha mai indossato.
Piedi e scarpe: i primi a fondo
Le seconde a galla
Su onde dove l’umanità s’è persa.

Settecento sono i bimbi scomparsi negli ultimi dodici mesi nelle acque del Mediterraneo nel tentativo di fuggire dalla guerra dalla fame e dalla disperazione.
Due gli anni del bimbo inghiottito, il tre gennaio, dalle onde.
È lacerante solo provare ad immaginare il dolore dei genitori, quelli sopravvissuti, che li hanno accompagnati nel viaggio, costoso in tutti i sensi. Le illusioni, le istantanee di un futuro possibile per questo e altri figli, che sono anche nostri, non dovremo mai dimenticarlo. Figli dei mostri che stiamo diventando, abituati a tutto: ai numeri degli annegati come ai numeri “incisi” con il pennarello sul corpo dei sopravvissuti.
I numeri, spaventosi per l’ecatombe che significano, rischiano però di cancellare l’umanità dolente che racchiudono se non sapremo collegarli agli esseri umani che rappresentano. Secondo i dati Amnesty dal 1988 al 2015 i morti annegati conosciuti – in quello che ormai è il diventato mare Monstrum – sono 23344, ventitremilatrecentoquarantaquattro, uomini donne e bambini spesso senza nome, che il nome è quello capace di evocare il volto e la storia che custodisce, nomi che dovremo scrivere, storie che dovremo imparare a far rivivere e raccontare. Ventitremilatrecentoquarantaquattro vite interrotte, molte delle quali si sono concluse a Lampedusa, piccola isola ancorata nel Mediterraneo dove hanno provato a ricordarle, i generosi abitanti che convivono quotidianamente con il dramma dei naufragi, nel piccolo cimitero che ha accolto tante spoglie di migranti.

Non si fregia di nomi certi questo cimitero come avviene, per esempio nell’ordinato cimitero di guerra di Colleville sur mer, quello che ricorda i 9387 caduti durante lo sbarco in Normandia. Tuttavia è proprio nell’imperfezione del suo "disordine" che a Cala Pisana, si avverte la tragedia: una sola è la croce – fatta, come tutte le altre con il legno delle barche dei migranti – che si fregia di un nome, eppure quel nome è capace di raccontare la Pietas che potrebbe ancora unire gli esseri umani.
Di questa Pietas avverto sempre più il bisogno, per incidere nella memoria il volto del bimbo del tre gennaio, quelli che lo hanno preceduto e gli uomini e le donne che lo hanno accompagnato nel cimitero che rischia di diventare la nostra civiltà, se non sapremo collegare i Ventitremilatrecentoquarantaquattro esseri umani inghiottiti dalle onde, alla vita che hanno vissuto e a quella che hanno sognato. Solo calzando, anche per poco, le scarpe di questi nostri simili, nella rappresentazione delle paure, nei progetti, nel viaggio in mare che li ha segnati, potremo essere capaci di sentirli, vederli, onorarli.

venerdì 8 gennaio 2016

Un sogno senza armi - Maria Giacobbe

Il mio sogno è così semplice che basterebbero pochissime parole per raccontarlo, ed è così logico e chiaro che è strano sia solo un sogno e non una normale realtà, accettata e irremovibile. Una realtà nella quale la maggior parte dei problemi globali che oggi sembrano quasi insolubili – inquinamento, riscaldamento del pianeta, diminuzione delle risorse non rinnovabili, etc. – avrebbero già trovato la loro naturale e indolore soluzione.

In breve, io sogno un mondo che somiglia al nostro ma nel quale le fabbriche d’armi sono messe fuori legge, e tutti i paesi - piccoli e grandi - che attualmente le ospitano s’impegnano a trasformarle in “industrie di pace” e a combattere ogni tentativo di riaprirle sotto qualsiasi pretesto. S’impegnano a combattere le fabbriche d’armi come sono obbligati a combattere tutte le altre imprese nocive e illegali, come per esempio la fabbricazione e la vendita di droghe e il mercato di carne umana.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale (l’ultima guerra al mondo che iniziò con una dichiarazione di guerra e si concluse con un patto di pace) abbiamo avuto una serie infinita di guerre infinite e non dichiarate, che vengono condotte senza grandi movimenti di truppe, senza battaglie memorabili e con relativamente piccole perdite di militari combattenti. Ma con moltissimi morti fra le popolazioni civili e, particolare non trascurabile, enorme consumo e distruzione di costosissime “apparecchiature belliche”. Apparecchiature uscite dalle redditizie fabbriche d’armi che spesso hanno anche te e me e altre persone per bene come piccoli azionisti.
Perché un’industria sia redditizia occorre che la vendita dei suoi prodotti sia ininterrotta e possibilmente in crescita. Ragion per cui, se le merci prodotte sono armi, la conclusione delle guerre in corso non è proprio una buona idea.

Mentre scrivo queste righe, in molti paesi del mondo si stanno usando armi di produzione italiana, francese, inglese, tedesca, russa, cecoslovacca, americana, belga, israeliana, svedese e danese per combattere e uccidere uomini che allo stesso fine usano armi che, come quelle dei loro antagonisti, provengono esattamente dalle stesse fabbriche in Italia, Francia, Inghilterra, Germania, Russia, Cecoslovacchia, Belgio, Israele, USA, Svezia, Norvegia, Danimarca. E a questi si potrebbero aggiungere tutti gli altri paesi cosiddetti “emergenti” e già presenti con i loro prodotti nel mercato mondiale della morte.

E mentre io scrivo e tu leggi, con i raffinatissimi prodotti di questi paesi che continuiamo a considerare rispettabili, civili e umani vengono uccisi e torturati nel corpo e nell’anima degli uomini delle donne e dei bambini, le loro città e la natura che le circonda vengono ferite a morte, materiali già scarsi e insostituibili vengono sprecati e si contribuisce a infittire la cappa d’ozono attorno al pianeta. E con questi ordigni che vengono chiamati “di difesa” ma la cui funzione essenziale è quella di seminare morte, distruzione e terrore, si fa aumentare l’odio fra i popoli, si riducono le risorse destinate ad aiutare i disabili, i malati, i vecchi, i bambini e i giovani e a incrementare le scuole, i teatri, i musei e tutte le altre istituzioni che possono abbellire e ingentilire la vita.

Nel civile mondo del mio sogno, gli eccellenti ricercatori, i bravi operai, i coscienziosi impiegati occupati oggi nelle fabbriche d’armi che portano morte, fame e disperazione a tanta gente, userebbero la loro intelligenza, capacità e forza per inventare e produrre strumenti e condizioni per migliorare la vita di tutti sulla terra. 
Forse, anzi probabilmente, anche in questo mondo del mio sogno ci sarebbe qualche Caino tentato di uccidere Abele, e qualche Otello convinto di dover uccidere la sua amata Desdemona, e i lupi non diventerebbero automaticamente agnelli. Ma nessuno più avrebbe il permesso di arricchirsi sulla loro follia vendendo le armi che la rendono più efficace e che ne prolungano l’effetto, e gli Stati non continuerebbero a macchiarsi dell’orribile colpa di tollerare e lucrare con le fabbriche di odio e di morte finalmente equiparate alle fabbriche di droghe e ai mercati di carne umana.
A me pare che in questo mio mondo sognato i soli perdenti sarebbero i commercianti d’armi e alcuni banchieri. Ma, per dire le cose come stanno, non mi sentirei particolarmente obbligata ad avere rimorso nei loro riguardi.

giovedì 5 novembre 2015

Ritals

RITALS è una parola che riprende un termine dispregiativo usato comunemente in Francia nel passato per definire gli italiani immigrati, e con esso le varie connotazioni negative legate ad un’italianità stereotipata ben poco raffinata agli occhi disattenti d’oltralpe.
Oggi invece dicendo RITALS riusciamo a colorare questa parola con sfumature totalmente diverse, che richiamano autoironia e uno spirito di rivendicazione di una dignità tutta italiana. Dobbiamo per questo ringraziare Svevo Moltrasio e Federico Iarlori, due ragazzi italiani che si sono trasferiti in Francia in cerca di un successo che in Italia tardava ad arrivare.
Chi abbia seguito lo stesso percorso, e siamo davvero in molti, conosce bene le difficoltà d’inserimento che s’ incontrano durante quella fase di adattamento … che non finisce mai. Si scopre una cultura, un modo di pensare e di fare totalmente diversi; si cerca di capire come labbra umane possano pronunciare cosi tante volte la parola “merci” nell’arco di una giornata senza mai dimenticarsi di dirlo col sorriso e soprattutto.. guai a dimenticare una nota spiccatamente briosa nel dirlo. Sentiamo chiedere un panini al posto di un panino, le paste invece di un piatto di pasta, non parliamo poi della piza con una z. Sono piccoli dettagli che se sei italiano ti fanno rabbrividire. Ci aggrappiamo alle nostre abitudini ovunque andiamo, ciò può farci sembrare provinciali e poco razionali…
da qui


ecco il primo episodio: