La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
mercoledì 20 maggio 2026
giovedì 29 gennaio 2026
sabato 3 gennaio 2026
domenica 21 dicembre 2025
martedì 10 giugno 2025
Il nuovo album di Anouar Brahem: la poesia del dolore - Raffaello Carabini
Un quartetto di musicisti stupendi, guidato dal virtuoso africano dell’oud, ci propone un disco che è un’autentica meraviglia poetica. Da centellinare con gli occhi chiusi e il cuore spalancato.
Virtuoso del liuto arabo oud, il tunisino Anouar Brahem è uno dei più sensibili e originali musicisti dell’area mediterranea. Propone un’equilibrata sintesi fra la tradizione, cui è saldamente legato, e il senso della contemporaneità, vivificato dalla naturale curiosità verso diverse culture, non solo musicali. Curiosità che lo porta a collaborare con artisti di varie aree geografiche, fra i quali Manu Dibango e Teresa De Sio (per l’album Ombre Rosse), ma anche con l’ensemble multinazionale Astacus Project, ideato dal percussionista Tony Rusconi e comprendente, fra gli altri, il cantante basco Benat Atchary e il violinista portoghese Carlos Zingaro oppure con l’Orchestre National de Jazz, diretta da Paolo Damiani e con jazzisti come John Surman, Palle Danielsson, Jack De Johnette, Richard Galliano. Inoltre Brahem vanta una formazione classica, che lo ha portato a diventare anche il direttore dell’orchestra sinfonica di Tunisi.
Tra i suoi numerosi album ci piace ricordare Madar, del 1994, in cui il suo incantevole oud si unisce ai lirici sassofoni del norvegese Jan Garbarek e alle evocative tabla del pakistano Shaukat Hussain: un incontro all’insegna di una musica aperta all’improvvisazione più feconda e ispirata da un dialogo intenso e sincero, dimentico degli “omaggi orientalisti” per evocare un personalissimo scenario interiore.
«Non ho la sensazione, quando lavoro, di prendere dalla tradizione», diceva Brahem, esponendo la sua concezione espressiva, in una vecchia intervista al collega Michele Coralli. «Lavoro secondo le mie concezioni su una musica che sento mia. Naturalmente non si può negare del tutto la tradizione, che ci si porta sempre dentro. Nella musica araba ci sono espressioni diverse, scuole differenti, a seconda della zona geografica: la musica cambia moltissimo dal Medio Oriente all’Andalusia, eppure normalmente viene considerata come appartenente a un unico ceppo, a un unico genere. Ci sono in realtà stili assai diversi, anche a seconda delle sue funzioni, basti pensare alla musica sacra e religiosa. Io ho iniziato un viaggio particolare in mezzo a queste realtà, a partire dalla scuola arabo-andalusa e mediorientale di musica classica. Successivamente ho scoperto altre espressioni e questo è stato un modo per arricchirmi.»
Il viaggio di Brahem era fermo da otto anni, da quando aveva pubblicato Blue Maqams, e ora riprende il suo volo altamente sofisticato e lirico, in cui i legami ancestrali diventano quelli della contemporaneità e della globalità, dove la poesia si coniuga con la sofferenza dell’oggi, dove la classicità colta araba e occidentale, i suoni mediterranei, il jazz più moderno, la tradizione e soprattutto la genialità del compositore si uniscono per proporci a ogni brano una nuova scoperta sonora ed emozionale, un nuovo brivido lungo le vie del cuore e della consapevolezza. Il nuovo album After The Last Sky è un capolavoro senza se e senza ma, intitolato come un verso del poeta palestinese Mahmoud Darwish, che chiede: «Dove dovrebbero volare gli uccelli, dopo l’ultimo cielo?»
La musica di Brahem è sensibile e insieme rigorosa, grazie anche stavolta al contributo di musicisti di altissimo livello mondiale. Sono il contrabbassista Dave Holland, già al suo fianco in Thimar del 1998 (il tunisino cita un celebre claim pubblicitario per definire la loro collaborazione: «il modo in cui suona Dave mi mette le ali»), il pianista Django Bates, anche lui, come Holland, tra i jazzisti inglesi che hanno elaborato un suono dalla flessuosa identità, confrontandosi con la declinazione scandinava, con i suggerimenti francesi e italiani e con la modernità americana, e la splendida violoncellista Anja Lechner, il cui “canto” in bilico tra mille arcobaleni sonori è quasi leggenda.
L’“ultimo cielo” del musicista e compositore nordafricano è quello dove, invece delle migrazioni felici di uccelli multicolori, si muovono troppo rapidi missili, bombardieri e droni portatori di morte e di orrore, di superbia e sopraffazione, il cielo di Gaza, il cielo dell’Ucraina. E l’“ispirazione collettiva” (come ama definire la musica del suo quartetto internazionale) diventa una toccante poesia della sofferenza, un lamento che ha le sfumature del vecchio blues degli schiavi scandito da bassi profondi in Never Forget, dipinge la malinconia di paradisi perduti perché soltanto immaginati nelle lunghe improvvisazioni di The Sweet Oranges Of Jaffa e in Edward Said’s Reverie è dedica allo scrittore americano-palestinese Edward Wadie Sa’id scomparso nel 2003, co-fondatore (con il direttore d’orchestra Daniel Barenboim) della West Eastern Divan Orchestra e teorico dell’“orientalismo”, sorta di esame di coscienza della maniera eurocentrica di affrontare la realtà orientale da parte degli studiosi occidentali.
Ancora l’affannoso Endlessly Wandering ci porta al vociare inascoltato e confuso della ragione e all’urlo muto e irrazionale della folla sofferente, il duetto tra Brahem e Holland di The Eternal Olive Tree sfiora il sublime nel disegnare l’incrociarsi struggente degli archi di tutto il cd, suonati con l’archetto oppure pizzicati oppure quasi strappati, Dancing Under The Meteorite unisce i quattro come un fascio di fiori di campo depositato all’inizio di un sentiero che conduce all’unione tra mente e cuore, seguendo coraggio della buona volontà e la malinconica title track è aperta da un assolo di oud che ci rammenta come i grandi sappiano rendere il virtuosismo funzionale alla narrazione.
Il magnifico, a volte introspettivo altre nostalgico, a volte contemplativo altre vitalistico, universo sapientemente composito di poesia e cultura di Brahem vive un perenne equilibrio di spunti e languori, di discrezione e intensità, in un mondo cameristico eppure senza confini di una bellezza inquieta e totale, compreso tra due brani dove il violoncello è protagonista. A partire dal processionale, vibrante, essenziale inizio di Remembering Hind fino all’assoluto lirismo del conclusivo Vague, in cui Brahem lascia tutto il racconto ai suoi compagni, defilandosi come chi è rimasto senza parole, senza voce di fronte al dramma.
lunedì 25 marzo 2024
Le canzoni come letteratura - Massimo Onofri
Uno dei motivi per cui considero il Novelliere gaìnico di Gavino Ledda, ovvero I cimenti dell’agnello (1995), uno dei capolavori della letteratura dell’ultimo Novecento, sta nel fatto che lo scrittore di Siligo sia riuscito a dar voce allo strazio di una creatura non umana, che però è al centro esatto dell’antica cultura agro-pastorale dell’isola. Proprio al modo dei Tenores di Bitti, che venerdì sera a Sanremo hanno magnificamente duettato col giovane Mahmood, di padre egiziano ma figlio di Anna Frau, sarda di Orosei: un affascinante cortocircuito tra atavica tradizione e postrema modernità. Così il cantante in Tuta Gold «Se partirò/A Budapest ti ricorderai/Dei giorni in tenda quella moonlight/Fumando fino all’alba/Non cambierai/E non cambierò».
I testi, si
sa, non determinano mai la bellezza e il successo d’una canzone. E letti per sé
stessi risultano quasi sempre imbarazzanti. Se giudicati dalle sole parole,
anche i cantautori più rinomati per la loro sensibilità poetica franerebbero
malamente. Qualora però volessimo ricostruire la storia ideologica di questo
Paese, il suo sistema di valori, lo stato di salute della sua lingua, proprio
dalle forche caudine delle canzoni noi saremmo costretti a passare: le canzoni
hanno unificato la nazione non meno della televisione. Se una letteratura
nazional-popolare è mai esistita in Italia, non la troveremo certo nei romanzi
di Susanna Tamaro o di Elena Ferrante, ma nelle
canzoni dei Pooh -lo dico senza ironia-, di Toto
Cutugno o magari di Claudio Baglioni. I Pooh:
«Mi dispiace devo andare/Il mio posto è là/ Il mio amore si potrebbe
svegliare/Chi la scalderà». Se poi quei testi proviamo a leggerli col filtro
della Letteratura, non mancheranno le sorprese. Così Pupo in
Ciao qualche anno fa: «Io da casa subito ti chiamo/Rispondimi presto, rispondi
ti amo». Dove sorprende una certa cantabilità che è stata propria -la dico
grossa- di certa poesia del secolo scorso, da Saba a Penna, da Bertolucci a
Giudici. E oggi? Difficile non cominciare dalla figlia d’un ipnotico cantante
morto drammaticamente a 60 anni durante un concerto, la commovente e
brava Angelina Mango, anche perché il titolo della sua canzone è
quello d’un romanzo famoso di Moravia, La noia.
Sentite qua:
«La mia collana non ha perle di saggezza/A me hanno dato le perline
colorate/Per le bimbe incasinate con i traumi». E poi: «A me mi viene/La
noia/La noia/La noia/La noia/Muoio senza morire». A me mi: ma anche fa sol la.
Se Moravia è ridotto a gesto (a urlo), il verso è di sicuro libero, anche se
Ungaretti non c’entra nulla. Per restare ai giovanissimi, che dire di Alfa in
Vai? Ecco: «Mi han detto che il destino te lo crei soltanto tu/Vai a tempo col
respiro e se corri ne avrai di più/Ma se morirò da giovane/Spero che sia dal
ridere/Mi han detto se ti senti così vivo/Non guardare indietro mai e vai uh
uh». Hanno scritto che si tratta di un inno a proseguire sulla propria strada
anche nei momenti di difficoltà: ma Goffredo Mameli, che di inni se
ne intendeva, alla sua età moriva per la patria. Così Diodato, che
vinse nel 2020: «Tu ancora ti muovi/Qui dentro ti muovi/Cerchi l’ultima parte
di me». La domanda sorge spontanea: avrà trovato quello che cercava?
Ma le star
di lunga data come se la sono cavata? L’elegante Fiorella Mannoia in
Mariposa: «Sono la strega in cima al rogo/Una farfalla che imbraccia il
fucile/Una regina senza trono/Una corona di arancio e di spine». Quello che le
donne non dicono? Infine Loredana Bertè in Pazza: «Con gli
stivaletti a punta/E ballo sulle vipere/Non mi fa male la coscienza/E mi faccio
una carezza perché non riesco a chiederle/Col cuore ti ho spremuto come un
dentifricio/E nella testa fuochi d’artificio». Una Tristan Corbière che
guarda al surrealismo di André Breton: il maledettismo non passa
mai di moda e oggi fa rima con consumismo. È vero: una serata «pazzesca», come
ripeteva Amadeus, il presentatore più amato d’Italia. Simple man,
cantavano i Lynyrd Skynyrd nel 1987. E lui giustamente resta
umile.
https://www.lanuovasardegna.it/opinioni/2024/02/12/news/le-canzoni-come-letteratura-1.100472224
venerdì 19 gennaio 2024
venerdì 12 gennaio 2024
domenica 13 agosto 2023
mercoledì 26 aprile 2023
giovedì 29 dicembre 2022
La città perduta - chiedoaisassichenomevogliono
V’è qualcosa d’ideologico, di ancestrale e fatto di paure nella voglia d’armarsi a difesa delle cittadelle fortificate del proprio quotidiano. L’appello a sparar cinghiali, abbattere il lupo, scannare lorso, non è dissimile dall’affondare la nave che fugge da disperazione, che è a preferenza morto per annego che accoglienza. Tutto pare ricondursi a terrore puro d’invasione, invasione d’orrenda fiera a saccheggio di rifiuto, d’orrendo altro e reietto a rimetto in discussione stile di vita. Eppure l’uno venne a bussar alle porte della città che non ebbe più bosco per fare spazio a cemento, l’altro fu a condizione di schiavo e carne da macello per benessere di cittadino di posto civile, che casa sua fu messa ferro e fuoco da monocoltura e scavo di miniera per diletto d’altri che n’ebbero – a mistero fitto – paura. Or dunque quelli è ad invito ad imbracciar arma, a difesa di magione, presa d’assalto dal proprio agire d’inconsapevole parassita. E la città da difendere diventa il simbolo più elevato del vero assedio che fu di paura e null’altro. E della città parlai, ed ora riparlo par pari, che a tentacolo s’estende a spazzar via residuo di civiltà umana e di natura.
“Più per angoscia che per celia, m’appartiene la vista lontana della città presa d’assalto, dalle torme dei resilienti – non resistenti – in griffe gratta e vinci. Lo spazio urbano assembrato diventa fantasma della sua crescita indiscriminata, sempre più privato, sempre meno pubblico, sociale, definitivamente distanziato, come nei giochi d’ossimori si compete, tanto più è affollato. Il reale, trasformato in immagine spettacolare, è quinta scenografica d’una rappresentazione farsa, in cui le mura cingono d’assedio gli assedianti, non più le mura di Campanella dov’è la storia della scienza, il progetto educativo condiviso dei destini magici e progressivi dell’uomo. Le mura s’attrezzano a prigioni da cui non s’evade, ma dentro cui ci si rinchiude spontaneamente, sovvertendo l’ordine mentale costituito, quello che cerca l’orizzonte libero e di vertigine dello sguardo dell’animale in gabbia.

Dunque, l’animale in gabbia, alla catena, ha qualcosa di più umano dell’umanità stessa, poiché invoca per sé lo spazio aperto, rifugge dal pericolo mortale dell’assalto all’unisono alla stessa preda. Le immagini degli eloquenti muri della città ideale di Platone, sono ora grate elettrificate e luminescenti, gli orrori della merce che trabocca dalla caricatura d’una cornucopia di svendite morali e materiali. Pure l’effimero, in quanto concetto, sparisce nelle celle delle fiumane umane, diventa superfluo necessario, vocazione definitiva alla barbarie annichilente. Le architetture/prigioni delle periferie commerciali, e di dormitori, pure quelle di centri storici mercatizzati, non sono innocenti oggetti devitalizzati, ma espressione urlante del potere sociale che reclama le sue vittime. E se l’agnello o l’orrendo porco, s’avvedono del loro imminente sacrificio all’altare della tavola imbandita, con lacrima ed urlo straziante, il residuo umano vi s’immola con fanciullesca indifferenza. La progressione verso la forma estrema del mercato, il narcisismo individualista, ha soppiantato persino le oscene gerarchie dei rapporti di produzione convenzionali. Ed il consumo diventa religione di stato, di sovrastato, religione della religione. Solo il lavoro rende liberi in quanto apre la via alla speranza redentiva del consumo, del consumo d’una merce, purché sia, pure solo nella sua percezione virtuale e fuggente. Le città assaltate hanno perso ormai persino quel flebile richiamo al modernismo, financo superato le creazioni monolitiche della dittatura ceauseschiana, le volontà di Marinetti di deviare canali per affogare la vetusta Venezia, o Le Corbusier che anelava l’autostrada che spaccasse in due Parigi. Gli spazi vitali non esistono se non nel sentire, ormai folle, di chi deraglia dalla “normalità” di chi è persona e non gente. La follia è solo di quei pochi che s’avvedono della malattia come dolorosa e furente.

















La normalità – contrappeso di massa alla pazzia -, che osannava un tempo Davide e la sua povera pietra per millenni, ora è di giganteschi Golia splendenti d’armature invincibili, il cui unico desiderio è cancellare la memoria della fionda sotto il pesante tallone della propria poderosa ed indiscutibile stazza. Guai ai vinti, soprattutto se s’atteggiano a ultimi, tanto più se proclamano la propria deviazione standard dal numero medio, se s’appigliano, resistenti, alla propria follia premeditata.
Dopo quello per Cola Pesce, non resta che recitare il de profundis pure per Giufà, che s’aggirava per le campagne, e negli occhi aveva la meraviglia per il tutto d’intorno, financo per un piatto di fagioli, con la pentola in testa, che non gli scappasse da quella l’innata sua passione per la follia che l’accomunava agli infiniti colori d’una umanità perduta.”
lunedì 15 agosto 2022
lunedì 25 aprile 2022
sabato 16 aprile 2022
Variazioni Goldberg - JS Bach
Glenn Gould - Bach Goldberg
Variations 1981
Goldberg Variations - József Eötvös, guitar
Ivan Sverko
lunedì 21 marzo 2022
martedì 15 marzo 2022
venerdì 25 febbraio 2022
La battaglia di Roger Waters per liberare la musicista curda Nûdem Durak – Kory Grow
Nûdem Durak era in prigione da due anni quando uno dei pochi fili che ancora la collegavano alla libertà è stato tagliato. Prima di finire in galera nel 2015 per scontare una condanna a 19 anni, la cantautrice viveva a Cizre, in Turchia. Cantava canzoni in turco e nella sua lingua nativa, il curdo. È stata accusata di essere in contatto con i membri del PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan), che la Turchia e gli Stati Uniti considerano un’organizzazione terroristica. Secondo il suo avvocato, è stata condannata perché «membro di un’organizzazione illegale» e non ha avuto la possibilità di presentare prove per difendersi. Quando è entrata in prigione per scontare la pena, le è stato permesso di portare una chitarra acustica, che è stata distrutta durante un controllo del 2017, quando le guardie carcerarie hanno divelto il manico dal corpo.
«Ho sempre sognato di avere una chitarra, ma non avevo
abbastanza soldi», ha detto Durak in un’intervista concessa ad Al
Jazeera poco prima di entrare in carcere. «L’ho comprata impegnando
l’anello di matrimonio di mia madre, è stata lei a chiedermi di farlo. Era
tutto per me».
Negli ultimi anni la sua storia si è diffusa in tutto
il mondo e la distruzione dello strumento ha colpito moltissimi musicisti. Come
l’ex Pink Floyd Roger Waters, che si è infuriato quando ha saputo della
chitarra e della sentenza. «Immagino che una chitarra sia motivo di conforto
per un musicista in prigione», dice a Rolling Stone. Dopo aver
fatto delle ricerche, si è dato da fare per aiutare Durak, coinvolgendo altri
rocker come Pete Townshend, Robert Plant, Peter Gabriel e Brian May per
amplificare il messaggio e ottenere un nuovo processo.
«Nûdem Durak è nostra sorella», dice Waters, «abbiamo
la responsabilità di darle una mano, a lei e alle centinaia di migliaia di
persone che soffrono come lei, ingiustamente incarcerate in tutto il mondo,
anche negli Stati Uniti e nel Regno Unito».
«L’arte è il luogo dove i cuori si liberano, dove lo
spirito umano si eleva o dove esprimiamo il nostro bisogno di giustizia»,
scrive Townshend in un comunicato. «Nûdem è curda. La sua voce è collegata alla
sua anima e canterà sempre per la sua famiglia, il suo popolo e la sua nazione.
Noi siamo musicisti e non possiamo fermarci. Facciamo quello che dobbiamo e per
cui siamo nati. La musica di Nûdem è grandiosa ed è triste che un Paese con
l’immensa storia artistica della Turchia tratti in questa maniera una buona
musicista, qualunque cosa pensino del desiderio di autonomia dei curdi».
Waters ha avuto un’idea per fare rumore attorno al caso di Nûdem: le ha mandato la chitarra
acustica che ha suonato nel tour 2017-18 di Us + Them, una Martin
nera, ma con un extra. La chitarra è stata spedita dalla casa di Waters a Long
Island, New York, un anno fa, ma prima di arrivare nella prigione turca ha
fatto diverse fermate in giro per l’Europa, così che alcuni grandi nomi del
rock potessero scriverci sopra qualche parola di supporto. «Sarebbe bello se
riuscissimo a smuovere le autorità turche», spiega Waters. «Il suo avvocato mi
ha detto che per la prima volta in sei anni si è sentita libera. Ma non lo è».
Oltre alla firma di Waters, sulla chitarra ci sono
quelle di Townshend, Gabriel, Plant, May, Marianne Faithfull, Mark Knopfler,
Noel Gallagher e di un altro membro dei Pink Floyd, Nick Mason.
«So della persecuzione dei musicisti curdi fin dagli
anni ’80 e di recente ho scoperto la storia di Nûdem grazie a mia figlia che
lavora al Voice Project», dice Peter Gabriel riferendosi alla campagna “Imprisoned for Art” organizzata nel
2016. «Qualunque musicista può identificarsi con la storia della sua chitarra
distrutta, sono contento di poterla aiutare».
Le idee politiche di Waters sul Medio Oriente hanno
fatto incazzare un sacco di gente in tutto il mondo. È stato accusato di
antisemitismo per via del suo supporto alla Palestina e alla campagna di
boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele per quel che accade in
Cisgiordania e per la richiesta di non suonare in Israele finché non verranno
garantiti i diritti dei palestinesi. «Non sono antisemita o contro il popolo
israeliano», ha detto rispondendo alle accuse del gruppo Community Security
Trust. «Critico le politiche del governo di Israele».
Prima dell’arresto, Durak suonava nel gruppo Koma Sorxwîn e come solista faceva musica nel
centro culturale di Mem û Zîn, a Cizre, un posto che prima della recente
demolizione raccoglieva i curdi del sudest della Turchia. Quella parte del
Paese, insieme alle zone vicine di Iraq, Iran e Siria, comprendono l’area
geo-culturale che conosciamo come Kurdistan. I curdi vivono lì da secoli, ma
negli ultimi anni sono stati perseguitati: dal 1983 al 1991 in Turchia era
vietato parlare curdo, cantare in quella lingua poteva farti finire in
prigione.
Quando Durak è stata accusata, nel 2015, la Turchia
aveva allentato le restrizioni, preoccupata per gli attacchi del PKK. Alla fine
degli anni Zero, il governo ha reagito a quegli attacchi con un’operazione di
polizia che ha portato all’arresto di 150 persone che le autorità consideravano
terroristi. La sorveglianza nella regione è aumentata e Durak è stata accusata
di aver telefonato a vari membri del PKK e di aver visitato una cellula del
partito (il ministro della giustizia turco non ha risposto alle numerose
richieste di chiarimento sulla sentenza). «È stata incarcerata perché
ingiustamente accusata di essere un pericolo per la società turca, dicono che è
una terrorista o una simpatizzante», spiega Waters, che ha scoperto la sua
storia grazie a un amico che gli ha inviato il servizio di Al-Jazeera del
2015.
«Il mio avvocato mi ha chiamato e mi ha detto che sono
stata condannata», diceva lei nel video, «c’era un mandato di cattura contro di
me. Pensavo scherzasse. Gli ho riso in faccia. Purtroppo era tutto vero. E non
sono pochi anni di prigione, sono dieci anni e mezzo» (il servizio dice
erroneamente che è stata condannata per aver cantato in prigione, ma il suo
avvocato ha smentito; la sentenza è stata poi aumentata a 19 anni).
Ali Çimen, l’avvocato di Durak, ha spiegato a Waters
che la donna non è stata messa nelle condizioni di difendersi adeguatamente. La
condanna si basa in parte su un’intercettazione in cui è «molto probabile» che
si senta la voce della donna. Sempre secondo Çimen, Durak non sapeva che
quell’indirizzo fosse legato al PKK. Le autorità le hanno detto che le indagini
sono iniziate dopo che ha ricevuto un messaggio da un membro del PKK nel
periodo in cui si è esibita per il Mezopotamya Cultural Center. In seguito,
secondo l’avvocato di Durak, il membro del PKK ha detto di essere stato
costretto a dichiarare il falso.
«È chiaro che non c’è alcuna prova che dimostri che
lei è una criminale violenta», dice Waters. «Non c’è alcunché che lo confermi.
Non ha fatto nulla, ha insegnato ai bambini a suonare la chitarra e scritto
canzoni sulla sua terra. È una curda».
Dopo due processi in cui sono state coinvolte decine
di altre persone, Durak è stata condannata rispettivamente a nove e dieci anni
di carcere perché collegata a un attacco terroristico che ha portato alla morte
di 18 persone. Il suo avvocato ha detto a Waters che nessuno l’ha accusata
direttamente, ma che è stata condannata perché era nel posto sbagliato nel
momento sbagliato.
«È incredibile pensare che ci sono Paesi in cui i
musicisti che fanno le stesse cose che facciamo noi finiscono in carcere e
rischiano la vita», dice Peter Gabriel. «Ci ricorda che diamo per scontate le
nostre libertà e che abbiamo la responsabilità di far conoscere al mondo queste
storie».
Che cosa cosa si può fare per aiutare Durak? «Bella
domanda», risponde Waters. «C’è un coro là fuori, un coro di persone
preoccupate dalla situazione di questa giovane, preoccupate per chi è
ingiustamente imprigionato in tutto il mondo, per ragioni politiche o meno. A
volte, però, quel coro alza la voce in perfetta armonia».