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martedì 18 maggio 2021

Sardegna, Alabama - Vito Biolchini

 Non so perché, ma il tentativo di linciaggio del giovane pakistano accusato di avere accoltellato a Tortolì la sua ex compagna e ucciso il figlio che provava a difendere la madre, mi ha turbato quanto l’omicidio stesso. 

In realtà, il perché lo so benissimo: perché quella furia omicida l’ho vista moltiplicata per un numero indefinito di persone che pensavano in quel modo di fare perfino giustizia. Credevano cioè che se pure avessero ucciso il pakistano non sarebbero stati passibili di alcuna sanzione penale.

Lo sgomento è poi proseguito su Facebook, dove in queste ore vengono innalzate a migliaia le forche virtuali che neanche nell’Alabama negli anni dello schiavismo. E a manifestare una maggiore violenza verbale spesso sono le donne.

“Basta con questa violenza sulle donne e ne piangono i figli come al solito sia bianco o nero a galera e un lusso voleva bruciato vivo: lo scrive (l’errore di grammatica è suo) una signora di un paese del centro Sardegna, nella sua immagine profilo la vedo sorridente in viaggio a Disneyland abbracciata a Minnie e Topolino.

Le rispondo: “Bruciato vivo? Neanche fucilato, sedia elettrica, impiccato? Proprio bruciato vivo? Ma prima o dopo un processo?”. E lei: “Certo tagliato a pezzi tolti gli occhi le palle e la lingua in dietro bastardo”.

“Dovevano far finta di proteggerlo. Tanto sappiamo tutti come andrà a finire”, scrive una ragazza, nella sua pagina fb vedo quattro neonati dormienti, segno di amore materno e dolcezza.

“Vorrei sapere perché da noi nella nostra Ogliastra i parenti e gli amici non hanno risolto prima la questione… come sappiamo fare noi” scrive un ragazzo. E subito, la risposta di un amico: “Me lo chiedo anch’io. Deluso proprio. Tagazzu”.

La bella signora di Cagliari che si ritrae col suo giovane figlio scrive: “Pienamente d’accordo, la legge non ci tutela”.

“E stato pure protetto… voi siete pazzi… dovevate lasciarlo alla gente… lui va tranquillo in carcere… ogni tanto carabinieri, poliziotti vi prego lasciateli nella mani della gente solo all’ora ci sarà una vera giustizia”: nelle foto di questa giovane donna ci sono immagini riguardanti la prima comunione della figlia.

“Il mio parere sarebbe più corretto averlo lasciato alla gente, poi come andava andava se era destino sarebbe rimasto vivo ma ho i miei dubbi…. una persona così in carcere non serve a niente, e noi paghiamo…” scrive un’altra giovane donna.

Questi giudizi fino a qualche tempo fa non avrebbero avuto alcuna cittadinanza politica.

Noi invece abbiamo un ex presidente della Regione Sardegna e ora deputato della Repubblica che nella sua pagina Facebook ha scritto queste parole: 

“Cerco sempre di evitare di cavalcare la rabbia perché non credo sia una buona pratica ma in questo caso però faccio una eccezione, anche a costo di diventare politicamente scorretto e non fare onore alla istituzione che rappresento. Però lo dico prima di tutto da padre e poi da comune cittadino: se fosse possibile mi offrirei come volontario per ucciderlo con le mie mani e solo dopo avergli inferto sofferenze atroci. BASTARDO!”.

Quando può, la destra italiana mostra sempre il suo volto più incivile. Che oggi è quello di Ugo Cappellacci, deputato della Repubblica italiana che ripudia la pena di morte, patetico rappresentante di un degrado civile e morale che la destra italiana (e non i social media) da tempo ha innalzato a valore e progetto politico. Una destra vomitevole, che eccita gli animi, che istiga alla violenza verbale e che giustifica la giustizia di piazza, i linciaggi, le forche.

Un degrado assoluto che non può essere in alcun modo giustificato. Oggi è morto un ragazzo e c’è chi pensa di onorarlo seminando parole d’odio. Vergognatevi.

da qui

giovedì 28 maggio 2020

Sardegna e turismo



Passaporto sanitario, il nuovo disastro politico e comunicativo del presidente Solinas - Vito Biolchini
Ieri a Rai Tre il presidente regionale di Federalberghi Paolo Manca lo ha detto con grande imbarazzo: “Il problema sono le regole d’ingresso: c’è troppo, troppo, troppo caos. E tutta questa eccessiva comunicazione che c’è stata in questi ultimi due giorni ha causato più danni e più cancellazioni. Da lunedì a martedì ci sono state più cancellazioni che da 21 febbraio a domenica”. 
Oggi dalle colonne dell’Unione Sarda Gian Mario Pileri, presidente regionale e vice presidente nazionale della Fiavet (l’associazione di categoria degli agenti di viaggio) e titolare dell’International travel di Olbia e Arzachena, è ancora più diretto, quasi brutale: “Dopo le esternazioni del presidente Solinas abbiamo registrato un numero record di cancellazioni: sono sparite ventimila room night in due giorni”.
Quello del passaporto sanitario è solo l’ultimo disastro politico del presidente della Regione Christian Solinas in questi tempi di Coronavirus. Poteva continuare a starsene zitto e buono, ultimo dei presidenti di regione intervistati dai media nazionali, e invece ha avuto la presunzione di uscire allo scoperto per giocarsi quello che per lui era l’asso nella manica, sottoponendosi così ad una sfilza di interviste che ora lo mettono in un angolo.
Perché la stampa italiana sarà pure malmessa, ma non certo come quella sarda. A Roma e Milano un giornalista che lavora per una testata che non ha nulla da temere e che ti fa una domanda secca e diretta rischi di trovarlo (e infatti ad Agorà due giorni fa il nostro presidente ha vissuto un brutto quarto d’ora).
E quindi è inutile che ora Solinas sbraiti contro i giornali che, a suo avviso, hanno mistificato le sue dichiarazioni, e chieda da parte dei giornali “più responsabilità”. Questo ha detto ieri in conferenza stampa il presidente e forse ora, davanti ad un atteggiamento così offensivo e di infantile arroganza, un intervento dell’Ordine dei Giornalisti e dell’Associazione della Stampa Sarda sarebbe più che doveroso.
Ma da dove nasce questo disastro del passaporto sanitario, che è assieme politico e comunicativo?
Come tutti i vecchi politici, Solinas pensa che la politica sia essenzialmente un esercizio retorico che trova il suo apice nell’arte dell’annuncio. Anche per il presidente della Regione Sardegna le cose, banalmente, non si fanno: in prima battuta, semplicemente, si dicono. Una dichiarazione, due titoli nei giornali, e tutto è risolto.
Il passaporto sanitario il presidente lo annunciò nientemeno che lo scorso 15 aprile: oltre un mese fa. E allora perché ancora questo caos?
Il sistema degli annunci spesso funziona, ma non evidentemente in questo periodo di vera crisi economica All’annuncio di Solinas infatti non è seguito nulla di concreto, e questo per una idea sorpassata di comunicazione politica basata sull’obsoleto concetto di ufficio stampa (ovvero il politico dice al suo ufficio stampa cosa comunicare ai giornali e tutto finisce lì).
La comunicazione istituzionale ora assume invece sempre di più i contorni della comunicazione corporate, cioè di quella delle imprese, dove il prodotto si comunica da sé.
Ve lo immaginate il presidente della Volkswagen che annuncia in pompa magna un nuovo modello di auto, parte con gli spot promozionali a tappeto, e quella macchina in realtà non è in vendita? E la Apple che fa la pubblicità dell’Iphone 16? Il cliente lo chiede, non lo trova, e pensa che lo stiano prendendo per i fondelli. Quali gravi danni per la reputazione aziendale avrebbero la Volkswagen e la Apple se annunciassero la vendita di un prodotto che in realtà non esiste?
È esattamente quello che sta avvenendo con il passaporto sanitario. L’idea, prima di essere giusta o sbagliata, è semplicemente fuorviante. Perché il presidente Solinas il passaporto sanitario lo avrebbe dovuto semplicemente presentarlo, non solo immaginarlo. 
E infatti i turisti che chiedono informazioni, di fatto non hanno nessuna risposta certa. Perché il passaporto sanitario oggi al momento è solo una suggestione e nulla più. 
Non è un caso che il presidente abbia cambiato versione almeno quattro volte, identificando questo mitico passaporto sanitario inizialmente con un tampone che sarebbe stato fatto ai turisti all’arrivo nell’isola, poi un tampone che i turisti avrebbero dovuto fare prima nell’arrivo nell’isola, trasformatosi quindi in test salivare da fare all’arrivo che poi, davanti alle rimostranze delle società di gestione degli scali sardi, è diventato test salivare da fare tre giorni prima di partire. 
Ma i test salivari che Solinas vorrebbe far utilizzare ai turisti, come spiega bene Sardina Post, non sono neanche in commercio.
Quindi, di cosa stiamo parlando?
Il presidente si arrampica sugli specchi, annunciando che il costo dei test verrà trasformato in servizi alberghieri o con ingressi gratuiti in aree archeologiche. Sì, ma quali? Dov’è elenco dei siti? Chiaramente non c’è nulla di concreto. Niente di niente. Sempre e solo parole in libertà.
Morale della favola: Solinas fa dichiarazioni a vuoto, la Sardegna vede crollare la sua reputazione, in pochi giorni arrivano migliaia disdette. Ed ecco che il disastro, comunicativo e politico allo stesso tempo, si compie.
Perché la cattiva politica fa danni quanto la pandemia.


Il sindaco Sala e quel suo sguardo coloniale su un’Italia irrimediabilmente ridisegnata dal Covid - Vito Biolchini

Chissà se il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha già realizzato quanto sia stata infelice la sua dichiarazione di oggi “Per le vacanze mi ricorderò di chi chiede patenti di immunità”.
Frase minacciosa, che prefigura ritorsioni di carattere economico nei confronti di quelle regioni che, più in maniera propagandistica che altro, provano a difendersi dal contagio chiedendo che tutti i viaggiatori in arrivo esibiscano un certificato di non malattia.
In realtà, Sala ha detto male una cosa che in tanti a Milano pensano, cioè che, per usare le parole di una ragazza intervistata oggi dal Tg3, “L’Italia senza la Lombardia non fa niente”.
Vero? Falso? Dipende dai punti di vista. Nemmeno i milanesi senza gli studenti universitari del sud che spendono 500 euro al mese (magari in nero) per una stanza di pochi metri quadri, non fanno niente.
Ciò che la frase di Sala tradisce è dunque la natura egoistica della Milano di oggi, abituata a prendere molto e a restituire poco (oppure con cospicui interessi) al resto del Paese. “Milano attrae ma non restituisce quasi più nulla di quello che attrae”, affermò non a caso sei mesi fa il ministro per il sud Giuseppe Provenzano, anche lui del Pd come il primo cittadino.
Un’analisi spietata, che colse nel segno e che oggi non può che tornarci alla mente, nel momento in cui Milano si trova per la prima volta sul banco degli imputati per come ha gestito l’emergenza Covid.
La città appare come smarrita, perché si deve giustificare davanti al mondo. Aver fallito tragicamente la sfida in un campo in cui si vantava di essere eccellenza, cioè la sanità, ha minato la sua autostima.
Nella sua reazione scomposta, Sala tradisce quindi inconsciamente una visione coloniale dell’Italia secondo cui il nord mantiene il sud. E per chi osa mettere in discussione i rapporti di forza, è pronta la ritorsione economica. Eppure a me sembra che è proprio sulla debolezza del sud che il nord sta facendo le sue fortune. 
L’infelice uscita di Sala (che è un sottoprodotto del centrosinistra italiano e nulla più) svela dunque il timore delle classi dirigenti del nord che le rendite di posizione siano finite. Milano sa di avere perso la sfida e ora ha paura. Perché con il Covid sono emersi dei protagonismi territoriali che impongono un’idea di Italia nuova, in cui si dovrà tener conto delle differenze più di quanto non sia stato fatto finora.
Con la sua frase, Sala ci sta intimando di non andare avanti in questo progetto folle, ci dice di non azzardarci a pensare di poter fare a meno del radicato approccio coloniale alla questione italiana. 
Però questa è la sfida. Peccato che a condurla in Sardegna sia una giunta dalle scarsissime capacità. E che (qualcuno lo spieghi a Sala), mai oserà mettersi contro i lombardi, verso i quali il presidente della Regione Sardegna Solinas ha una riverenza quasi sacrale, essendo la Lega il suo primo alleato.
Sindaco Sala, lo avrebbe mai detto?

sabato 18 aprile 2020

delirio in divisa





Adesso basta – Vito Biolchini

Così ieri ha scritto su Facebook un giornalista cagliaritano:
Ho appena assistito a una scena abbastanza scioccante in piazza San Benedetto. Una specie di blitz di finanzieri in borghese. Macchina buttata sul marciapiede tipo telefilm e giù all’inseguimento per controllare i documenti di un ragazzo che aveva appena attraversato via Paoli. Per quello che ho visto, aveva l’unica colpa di essere vestito un po’ modaiolo. Lui tranquillo e finanzieri con modi bruschi da poliziotti americani. Ma siamo impazziti?
Ieri notte mi arriva, sempre via Facebook, un video abbastanza scioccante. Mi dicono che siamo a Sassari, si vedono un uomo e una donna fermati e strattonati da agenti della Polizia Locale; una situazione inverosimile, di ingiustificabile violenza nei confronti di inermi cittadini. Lui si prende perfino qualche calcio, si vede chiaramente una colluttazione e ad un certo punto grida “Chiamate la polizia!”. Ecco il video. Scoprirò stamattina da una lunare cronaca della Nuova Sardegna (che titola “Sorpresa a gettare i rifiuti attacca i vigili”: titoli da regime, solo che allora i giornalisti che scrivevano la verità perdevano il posto. Ora di chi avete paura colleghi di Predda Niedda, del sindaco Campus?) che l’uomo era sceso con la sua compagna a buttare l’immondezza. Incredibile.
C’è evidentemente qualcosa di strano nell’aria, come se il lockdown avesse liberato in qualche esponente delle forze dell’ordine quell’oscuro istinto autoritario che talvolta anima chi veste una divisa.
Apro l’Unione Sarda: “Nuoro, va a fare la spesa con la moglie disabile: multa da 900 euro”. Leggo la cronaca:
Un verbale salatissimo: novecento trentatré euro. Vittima, una coppia di anziani di Nuoro: lei, 72 anni, disabile al cento percento con accompagnamento, era in auto col marito 74enne. Andavano a fare la spesa. I due ieri mattina sono stati fermati dalla polizia Stradale che non ha voluto sentire ragioni. Li ha sanzionati entrambi (533 euro all’uomo e 400 alla donna) per aver violato il decreto del presidente della Regione Solinas che impone l’uscita per necessità ad un solo membro per famiglia al giorno. «Io non so fare la spesa e certo non potevo lasciare mia moglie sola a casa» ha detto l’uomo agli agenti. Non è bastato. Subito dopo l’anziano ha accusato un grave malore tanto da far arrivare l’ambulanza. Nessun commento dalla Questura.
Volete altri casi? Ieri la testimonianza, sempre sull’Unione Sarda, di una donna inseguita e fermata dai vigili urbani solo perché, dopo avere visto la coda davanti ad un market, aveva deciso di recarsi n un altro esercizio commerciale.
Poi ancora un caso ancora più inverosimile, sempre a Cagliari: “Infermiera in pensione multata di 400 euro: Stavo solo facendo una telefonata sotto casa”.
Ora basta.
Basta con gli abusi. Basta con le forze dell’ordine che, male interpretando lo spirito delle leggi e delle ordinanze regionali e comunali, si lasciano andare a inverosimili manifestazioni di violenza e di sopruso contro semplici cittadini.
Non è possibile tollerare ancora. Consiglieri comunali, regionali, parlamentari: chi ha il potere di mandare un messaggio chiaro e forte ai responsabili dell’ordine pubblico o a chi, come il presidente della Regione Christian Solinas o ai sindaci delle maggiori città, si sono assunti l’onere di guidare le nostre comunità in questo momento di crisi, lo mandi immediatamente. 
La Sardegna non si merita atteggiamenti simili. Dalla crisi usciremo con un esercizio sempre maggiore dei nostri diritti democratici, non con gli atteggiamenti autoritari di chi pensa che la limitazione del diritto di circolazione equivalga alla dichiarazione di un generalizzato stato di emergenza in grado di giustificare la compressione di tutti gli altri diritti.
Non è possibile tollerare più oltre questa situazione di sopruso, che deve essere denunciata in ogni momento e in ogni sede.
Adesso basta.


giovedì 26 settembre 2019

Manifesto degli intellettuali a sostegno della manifestazione contro le servitù militari


Capo Frasca 12 ottobre 2019, ecco il manifesto degli intellettuali a sostegno della manifestazione contro le servitù militari

Questo è il documento che numerosi uomini di cultura e di spettacolo hanno sottoscritto in vista della manifestazione contro le servitù militari, in programma il prossimo 12 ottobre a Capo Frasca. È interessante aprire il dibattito su una questione che viene periodicamente espulsa dal dibattito ma che invece resta sempre centrale. E forse il punto è proprio questo: perché parlare di servitù militari in questi ultimi anni è diventato sempre più difficile? (vb)
***
OPPORSI ALL’ASSERVIMENTO MILITARE DELLA SARDEGNA È UNA BATTAGLIA DEMOCRATICA E CIVILE CHE RIGUARDA TUTTE/I, NON SOLO IN SARDEGNA
(Il mondo della cultura, della letteratura, dell’arte e dello spettacolo a sostegno della battaglia civile sulle servitù e le attività militari in Sardegna) 
In Sardegna è ubicata la maggior parte del territorio italiano sottoposto ad attività militari. Sono decine di migliaia di ettari, in terra e in mare, su cui, tutti gli anni, da più di settant’anni, vengono svolte esercitazioni e sperimentazioni di vario tipo. Decine di migliaia di ettari sottratti all’uso civile, alle attività economiche e alle comunità locali per molti mesi all’anno e in certi casi permanentemente. 
Nessuno ha mai chiesto il permesso o il consensodi chi in Sardegna vive, lavora, produce, ha i propri interessi e i propri affetti. Mai, né in passato, né oggi.
La Sardegna è stata trattata come una pedina di scambio, un mero oggetto storico, nel grande gioco delle relazioni di potere della geo-politica, senza alcun riguardo per la sua popolazione, la sua storia, la sua bellezza.
Le servitù militari in Sardegna servono a tenere in esercizio le forze armate italiane e dei paesi alleati (NATO in primis), e non solo. Ma soprattutto sono una condizione necessaria al giro di affari che l’industria degli armamenti muove da sempre. 
Per altro le aree sarde adibite a sperimentazioni belliche sono affittate dal Ministero della Difesa italiano anche ad aziende private, non necessariamente legate all’apparato militare e non necessariamente italiane. 
Un giro di soldi impressionante, che ha in Sardegna solo la sede operativa, ma per tutto il resto fa capo al Ministero e al Governo. Nell’isola arrivano, quando arrivano, le briciole, sotto forma di “compensazioni”, “indennizzi”, usati per lo più come strumento di persuasione e di controllo sociale
Le popolazioni locali sono state persuase che le attività militari sono la loro unica possibile fonte di reddito in quello che altrimenti sarebbe un deserto.
Questo non è vero. Esistono le alternative. La nostra terra stessa ci offre mille opportunità diverse dalle esplosioni, dalle esercitazioni, dai test di materiali pericolosi, dalle polveri velenose e dalle conseguenze che esse hanno sulla natura e sulla salute umana.
problemi ambientali e sanitaricausati dalle attività militari in Sardegna sono emersi solo in parte e solo negli ultimi anni, grazie all’opera tenace di associazioni e comitati, spesso isolati e ignorati, e infine anche tramite le inchieste della magistratura.
Quel che sta emergendo basta a considerarlo un disastro di proporzioni storiche. Di cui in tanti hanno pagato e stanno pagando le conseguenze. 
Ma sono reali e tangibili anche le conseguenze negative sul tessuto sociale locale, vincolato alla monocoltura della guerra. Un tessuto sociale reso fragile e precario, esposto a interessi e volontà su cui le comunità interessate non hanno alcun controllo.
E sono reali e tangibili le conseguenze sul tessuto culturale dell’intera isola, dato l’impatto molto forte del militarismo, già a partire dalla scuola, sull’immaginario, le aspettative e la visione del mondo dei sardi.
Le servitù militari hanno dunque un loro peso concreto, di indole sociale e ambientale, ma ne hanno anche uno politico, morale e simbolico.
La Sardegna, che non è in guerra con nessuno, deve ospitare la guerra sul suo suolo, nei suoi cieli e nei suoi mari per intere stagioni ogni anno. Partecipa dunque, sia pure passivamente, alla grande industria della morte, spesso come tappa decisiva di operazioni belliche che poi si dispiegano, con tutta la loro portata devastatrice, su altre terre e su altri popoli. 
Senza dimenticare che in Sardegna si assemblano ordigni che poi vengono venduti a stati belligeranti, in contrasto esplicito con la stessa legislazione italiana.
I governi, la NATO, le grandi aziende che guadagnano dall’industria bellica hanno senz’altro il loro interesse a usare la Sardegna in questo modo. Possiamo arrivare a comprendere –in un’ottica geopolitica – le esigenze di alleanze internazionali e di convenienza che spingono lo Stato italiano a mettere a disposizione la Sardegna per tali attività, a cui l’Italia stessa prende parte. 
Possiamo comprendere questa logica, ma non dobbiamo per forza accettarla. La prospettiva geopolitica non può comprimere e annullare i diritti civili e umani, né prevalere sulla democrazia, sulla salute dei cittadini e sull’equilibrio ecologico.
Ribadiamolo: nessuno ha mai chiesto il permesso e nemmeno il parere dei sardi in proposito.
Dopo settant’anni e passa di asservimento militaredella Sardegna, è lecito pretendere che esso sia messo radicalmente, pubblicamente e democraticamente in discussione.
Sia per ciò che rappresenta, sia perché il mondo ci manda ormai chiari segnali della necessità storica di mutare drasticamente i nostri paradigmi produttivi, di consumo, sociali e dunque anche giuridici e politici.
Il modello economico dominante, votato al profitto privato, alla competizione sfrenata, all’individualismo e alla legge del più forte, incurante di qualsiasi conseguenza sulle persone, su interi popoli, sul pianeta medesimo, ha negli apparati militari delle grandi e medie potenze un suo elemento costitutivo.
Si può e si deve discutere dell’asservimento militare della Sardegna anche dentro questa cornice più ampia, non più eludibile.
Appellarsi alla politica istituzionale non basta. Serve un’assunzione di responsabilità collettiva, a partire da chi ha più strumenti per comprendere quel che accade.
È del tutto inutile, come sappiamo per esperienza, affidarsi all’azione di controllo e di interlocuzione della politica sarda. Tale azione non è mai stata realmente esercitata. Non sistematicamente, né con l’attenzione e la severità necessarie. 
La politica italiana, dal canto suo, ha ben poco interesse per la Sardegna, che costituisce una porzione lontana e marginale del territorio statalee rappresenta meno del 3% della popolazione.
Dobbiamo essere coscienti di questa realtà, per spiacevole che appaia ai nostri occhi.
Come sardi, in qualità di cittadini di uno stato formalmente democratico e di un’Unione Europea formata da stati anch’essi nominalmente democratici, non possiamo né dobbiamo continuare ad accettare questa situazione passivamente.
Dobbiamo fare in modo che essa sia conosciuta e riconosciuta come un problema di democrazia, di giustizia e di salvaguardia ambientale dalle opinioni pubbliche di tutto il continente e anche oltre lo spazio europeo.
Dobbiamo pretendere di sapere quel che si fa sul territorio sardo, di avere voce in capitolo in questa come in altre questioni fondamentali e di vedere riparati i danni ambientali e materiali causati dalle attività militari (laddove ancora possibile). 
Non è una pretesa esosa. È una pretesa democratica. Da rivendicare davanti allo Stato italiano e alla comunità internazionale, in tutte le sedi. 
È il minimo che possiamo fare per cercare di recuperare voce in capitolo sulla nostra sorte collettiva, oltre che una dose accettabile di dignità.
Non si tratta di sostenere posizioni ideologiche o di alimentare retoriche politiche di parte. Non è nemmeno una questione di rivendicazioni localiste. 
Si tratta semplicemente diuna situazione intollerabile, ingiusta, anti-democratica e pericolosa, che deve finire al più presto.
La Sardegna ha bisogno di una democrazia compiuta e pienamente dispiegata. Ha diritto a decidere con piena competenza sulle partite strategiche che la riguardano. Ha diritto alla pace. Ha diritto a un’economia sana, non assistita, non asservita ad interessi costituiti esterni.
Chi abita e vive la Sardegna ha diritto di poter usufruire collettivamente delle proprie risorse e del proprio territorio, liberamente e in relazione proficua e solidale con i popoli e i territori vicini. Ha diritto alla salute, ossia, prima ancora che alle cure, a vivere in modo sano.
Tutto ciò è incompatibile col perdurante asservimento militare di ampie porzioni di territorio sardo.
La mobilitazione permanente di tante associazioni, gruppi di studio, comitati e organizzazioni politiche interessate al tema ha consentito negli anni la maturazione di una sensibilità diffusa in merito a questo problema. Oggi è più alta che in passato. 
Oggi sono meno efficaci le argomentazioni con cui i vertici militari italiani e la politica, sia italiana sia sarda, giustificano questo stato di cose insopportabile. Oggi è il momento di dare loro un segnale forte.
Un segnale libero, dignitoso, pacificamente intransigente, democratico, collettivo.
Riappropriamoci del nostro status di cittadinie rigettiamo quello di sudditi.
Ribadiamo la nostra ferma opposizione all’uso bellico del territorio sardo e alle sue nefaste conseguenze. A partire dalla manifestazionein programma il 12 ottobre 2019, presso il Poligono di Capo Frasca.
Così come abbiamo già fatto con la grande mobilitazione del 13 settembre 2014, a cui presero parte migliaia e migliaia di sardi, militanti, organizzazioni, singoli, famiglie, anziani, bambini.
Poniamoci come obiettivo una Sardegna che sia terra di pace, di accoglienza, di democrazia, di bellezza e di benessere diffuso.
Facciamolo insieme. Per l’oggi e per il domani.
PRIME/I FIRMATARIE/I
Omar Onnis
Frantziscu Medda “Arrogalla”
Michela Murgia
Giacomo Casti
Giulio Landis
Andrea Pau Melis
Stefano Puddu Crespellani
Angelo Monne
Ivo Murgia
Chiara Manca
Andrea Andrillo
Teresa Porcella
Francesco Leone
Josephine Sassu
Claudia Crabuzza
Francesco Piu
Alec Cani
Stefano Masili
Piero Marcialis
Anna Marceddu
Rossella Faa
Stefania Lai
Rossella Fadda
Giovanni Manunta Pastorello
Gianni Atzeni
Nicolò Migheli
Paolo Zucca
Claudia Aru
Tzoku
Nanni Falconi
Cristina Ariu
Giuseppe Mulas
Caterinangela Fadda
Marcello Fois
Cristina Sanna Passino
Francesca Biccone
Alberto Soi
Monica Corimbi
Alessandro Cauli
Sofia Inconis
Giacomo Pitzalis
Daniele Pani
Emiliano Longobardi
Francesca Mulas Fiori
Dr Boost
Giuseppe Serra
Francesco Trento
Mimmo Di Caterino
Giancarlo Biffi
Stranos elementos
Wu Ming
Chiara Effe
Silvano Tagliagambe



sabato 24 novembre 2018

Privatizzare la sanità e per il resto non cambiare nulla: ecco il progetto di Salvini per la Sardegna (che piace anche al Pd) - Vito Biolchini



Matteo Salvini arriva in Sardegna e per lui è, come dicono i giornalisti, “un bagno di folla”. Sorprendente? Anche no. Il centrodestra è sempre alla ricerca di un capo e il segretario della Lega, se uno si accontenta, indubbiamente mostra di esserlo.
E con le offese ai meridionali come la mettiamo? Semplice: i sardi non si sentono meridionali, e anzi spesso nutrono verso gli italiani del sud un malcelato fastidio. Quindi nessuna controindicazione. Piuttosto, in Sardegna la Lega può rispolverare i suoi vecchi arnesi ideologici dell’autonomia e del rispetto delle comunità locali, nel resto d’Italia messi in soffitta in cambio delle parole d’ordine contro i migranti, ma da noi buoni da ritirare fuori alla bisogna (i sardisti bisognerà pure gratificarli).
Se la Sardegna che guarda a destra trova dunque in Salvini l’ennesimo capo cui affidarsi, che cosa cerca invece la Lega in Sardegna? Su quali temi batterà maggiormente per provare a vincere le regionali di febbraio?
Di sicuro nell’isola non faranno presa più di tanto le parole contro i migranti (in Sardegna non c’è alcuna emergenza in tal senso), né la Lega potrà strizzare l’occhio alla borghesia produttiva che da noi semplicemente non esiste. Ma per la Lega, chiamata ad esprimere il candidato presidente dello schieramento di centrodestra, le regionali sarde sono ugualmente importanti per due motivi.
Se il primo è semplice (provare a battere i 5 Stelle in una regione dove appena lo scorso 4 marzo il Movimento aveva eletto ben 16 parlamentari su 25), il secondo è sicuramente più sostanzioso e non è di poco conto: aprire alle imprese private lombarde il mercato della sanità.
Già qualche settimana fa il coordinatore regionale della Lega in Sardegna Zoffili aveva infatti dichiarato: “In caso di vittoria, vogliamo la sanità” (ecco il pezzo di Sardinia Post per rinfrescarvi la memoria).
La sanità sarda vale tre miliardi e 400 milioni di euro l’anno, di cui appena 100 destinati alle cliniche private convenzionate. Posto che con l’apertura del Mater Olbia bisognerà mettere sul piatto almeno altri 60 milioni all’anno, è chiaro che i margini di crescita per il privato in Sardegna sono enormi, tenuto conto che ormai negli ultimi anni le grandi famiglie della sanità sarde stanno lentamente lasciando il campo a grandi gruppi continentali (basti vedere la crisi del Policlinico Sassarese, in procinto di passare ai Rusconi, come ha raccontato La Nuova Sardegna).
La Lega in questo modo importerebbe in Sardegna il modello lombardo, che prevede ingenti investimenti a favore dei privati, soprattutto nell’ambito dell’emergenza-urgenza. Una operazione quantomeno dichiarata e che sarà difficile da contrastare, visto il modo servile in cui il Pd ha assecondato l’incredibile operazione Mater Olbia. Con quale coraggio il centrosinistra potrà lamentarsi se la Lega al governo della Regione favorirà la sanità privata?
Per il resto, Salvini non ha nulla da dire e da dare alla Sardegna, se non promettere che tutto resterà come prima, ovvero che non ci sarà nessun nuovo modello di sviluppo ma si potrà continuare col vecchio. E quindi avanti col metano (cavallo di battaglia di Pigliaru, del Pd, della Cgil e di Confindustria messi assieme), con le grandi infrastrutture (quali, poi?), fino (c’è da aspettarselo) con la prosecuzione della farsa Portovesme.
Avete letto l’intervista del leader della Lega sulla Nuova Sardegna di ieri? Con le sue rassicuranti parole di continuità con il nulla attuale, Salvini dà semplicemente una rispolverata al vecchissimo centrodestra sardo e nulla più.
Per cui, state tranquilli: tranne un po’ più di soldi alla sanità privata, con Salvini alla guida della Regione non cambierà proprio niente. Grazie ad un neoautonomismo di maniera, si continuerà a navigare a vista, con le solite briciole spacciate per cambiamento epocale, i soliti accordi trasversali tra schieramenti solo fintamente contrapposti, e avanti finché dura.
Tutto questo, ovviamente, con gran sollievo anche degli establishment sindacale, del centrosinistra e del Pd, spaventati più che dalla batosta elettorale prossima ventura, dalla prospettiva che la Sardegna possa veramente cambiare rotta.

sabato 5 maggio 2018

In Siria infuria la guerra del gas e la Sardegna vuole a tutti i costi il metano: come se niente fosse - Vito Biolchini



Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna bombardano nella notte alcuni obiettivi militari in Siria, dove da sette anni è in corso una guerra tanto tragica quanto incomprensibile, soprattutto a chi, come noi italiani, ha smesso di leggere in chiave globale la crisi economica, militare, ambientale ed energetica che sta scuotendo il pianeta.
I sardi poi, tendono ad essere ancora più ingenuamente ottusi. Inconsapevoli del fatto che la loro isola sta al centro del Mediterraneo, e quindi protagonista in un modo o in un altro di rivolgimenti epocali, pensano di non dover fare i conti con nessuna delle crisi che attraversa questo mare.
“Siria, dietro il conflitto l’eterna guerra per le pipeline” spiegava sul Sole 24 Ore due anni fa Alberto Negri (e vi consiglio di leggere l’articolo). Perché sono due i progetti in competizione e che devono per forza passare per la Siria per portare il gas in Europa: uno (sostenuto dalla Russia) parte dall’Iran, l’altro (sostenuto dagli Stati Uniti) parte invece dal Qatar.
Il Qatar: lo stato che ha deciso di fare della nostra isola il suo avamposto nel Mediterraneo.
Nelle stesse ore in cui precipitava la crisi siriana, nel corso di un convegno a Cagliari la giunta Pigliaru e i soggetti economici più direttamente interessati rilanciavano come se niente fosse il progetto della metanizzazione della Sardegna. Guardando, essenzialmente, al loro ombelico.
Perché in realtà, il progetto prevede soprattutto la realizzazione di depositi costieri, che dovrebbero essere realizzati non a beneficio dell’esiguo mercato sardo ma di quello internazionale, ben più vasto e promettente, depositi che consentirebbero ai grandi player dell’energia di stoccare il gas per poi rivenderlo in altri stati.
Depositi costieri che per essere realizzati hanno bisogno di essere inseriti in una nuova pianificazione territoriale (ed ecco allora che potrebbe arrivare a fagiolo la nuova legge urbanistica targata VaniniErriuPigliaru, pronta a favorire gli interessi dell’Eni e non solo quelli degli speculatori locali).
Con questo progetto di metanizzazione la Sardegna diventerebbe dunque un grande hub nel Mediterraneo, una piattaforma energetica inserita in un contesto internazionale e mondiale ben più vasto. E ben più instabile.
A fronte di questo scenario, a leggere le cronache dei nostri giornali e a sentire le parole dei nostri politici, l’unico problema sarebbe invece quello della dorsale sarda, cioè del collegamento tra i bacini costieri (Porto Torres e Cagliari in primis) e i vari territori isolani. In Siria si muore per il gas, noi ci interroghiamo sul futuro di Santa Giusta.
Senza entrare nel merito del senso complessivo dell’operazione (perché il metano tra meno di trent’anni sarà una risorsa obsoleta), sarebbe opportuno chiedersi: ma il gas destinato alla Sardegna da dove arriverà? E chi lo porterà? E poi a chi sarà rivenduto?
Per capire la Sardegna bisogna anche guardare a ciò che avviene attorno a noi, e in questo caso bisogna allargare lo sguardo a ciò che sta avvenendo nel bacino del Mediterraneo e chiedersi: in che misura la metanizzazione della Sardegna giova ai sardi, all’Eni e al Qatar? E in che misura la realizzazione dei depositi costieri ci inserisce in un gioco geopolitico più grande e di cui adesso il presidente Pigliaru sembra essere assolutamente inconsapevole?
Perché tra ciò che sta avvenendo ora in Siria e la metanizzazione della Sardegna c’è una relazione strettissima. Ma questo la nostra politica sarda e italiana non lo dice: o finge di non averlo capito.

giovedì 13 luglio 2017

sulla morte di Doddore Meloni

forse avevano finito i braccialetti elettronici


La morte di Doddore Meloni è una sconfitta senza attenuanti per la magistratura sarda – Vito Biolchini

No, non si può certo dire che Doddore Meloni fosse un “leader indipendentista”: perché tutte le volte che negli ultimi anni era riuscito a mettere in piedi una lista prendeva letteralmente una manciata di voti, molti meno anche delle altre formazioni della grande galassia dell’autodeterminazione che pure non hanno mai brillato per consenso. La sua era piuttosto una battaglia solitaria, una avventura al limite dell’autolesionismo, suo e della causa che diceva di voler sostenere.
La Repubblica di Malu Entu, i Doddollari, i misteriosi rapimenti e altre trovate simili (molto amate dai giornalisti ma molto meno dai sardi, che alle urne lo hanno sempre, giustamente, snobbato), erano solo delle performances che paradossalmente finivano per riportare l’ideale indipendentista in quel ghetto dal quale faticosamente stava provando ad uscire. Non posso nascondermi che per anni ho pensato che se qualcuno avesse voluto screditare l’idea di indipendentismo, avrebbe dovuto fare esattamente quello che Doddore stava facendo. Cioè finire sempre sui giornali grazie a iniziative controverse, spesso dal sapore esclusivamente pubblicitario.
Ma questo era il personaggio: molti titoli, tante provocazioni (alcune sacrosante – come l’uso del sardo nelle aule giudiziarie -, altre meno), e alla fine sempre pochi, pochissimi voti.
Com’era possibile quindi avere paura di lui? Era evidente a tutti che se c’era qualcuno in Sardegna che non poteva rappresentare alcuna minaccia per lo Stato italiano, questo era proprio Doddore Meloni. Perché allora la magistratura sarda ha gestito la sua detenzione come peggio non si poteva?
Fin dalle modalità di arresto (assolutamente spropositate) si è capito che la permanenza in carcere di Doddore Meloni è stata approcciata in maniera discutibile. Non solo: una volta iniziato lo sciopero della fame e della sete, è apparso chiaro a tutti che la situazione rischiava di degenerare. E non si può dire certo che la politica e l’opinione pubblica abbiano taciuto: non solo le sigle indipendentiste ma anche altre (come Forza Italia) hanno chiesto alla magistratura di valutare l’opportunità che la detenzione di Meloni in carcere venisse sospesa.
Non solo: ci sono state delle associazioni che hanno detto chiaro e tondo che Doddore non poteva più stare in cella, ma ci sono stati anche dei magistrati che hanno messo nero su bianco il contrario. Chissà se stanotte prenderanno sonno.
Forse pensavano di avere a che fare con un personaggio; ma una volta finito in carcere Doddore Meloni è diventato semplicemente una persona: non un leader politico ma un uomo di 74 anni che aveva intrapreso uno sciopero della fame e della sete e che come tale doveva essere trattato. Ad essere preservata doveva essere innanzitutto la sua salute e non certo l’onore di uno Stato che, anche se Meloni si era dichiarato “prigioniero politico”, da lui non poteva subire alcun danno.
Questo sacrificio di Doddore Meloni non solo è inutile ma andava assolutamente evitato: perché non c’è niente di più prezioso della vita umana e lo Stato la deve sempre preservare. La magistratura isolana, colpita dalla sindrome di Creonte senza che davanti non ci fosse alcuna Antigone, è invece rimasta sorda alle sollecitazioni di chi chiedeva di affrontare questa situazione in maniera radicalmente diversa: più giusta e più umana.
Doddore Meloni non poteva e non doveva stare in carcere.
Così non è andata e la rabbia ora è tanta: un uomo è morto e la magistratura e le forze dell’ordine (a prescindere da ciò che dirà l’autopsia) non hanno capito che la situazione rischiava di degenerare: e questo è molto, molto grave. Adesso sarebbe opportuno che qualcuno fosse chiamato a risponderne, se non in sede giudiziaria, almeno in quella politica. A tutela di tutti i cittadini (e non solo degli indipendentisti) che con questo potere dello Stato devono fare i conti ogni giorno.
Condoglianze alla famiglia di Doddore Meloni e ai suoi compagni di strada.


Doddore Meloni è stato fatto morire in carcere


Meloni venne fermato mentre andava spontaneamente a consegnarsi al carcere di Massama. Dal giorno stesso aveva iniziato lo sciopero della fame e della sete dichiarandosi “detenuto politico belligerante”. Un'iniziativa che aveva fatto storcere il naso a molti, l'ennesimo episodio in cui l'eccentrico Doddore la “sparava grossa”. Come la volta che occupò l'isola di Malu Entu proclamando la “Repubblica Indipendente di Malu Entu”, dando comunicazione alle Nazioni Unite e stampando moneta propria, is “soddus sardus”, meglio noti come “doddollari”. Come quando finì inguaiato a processo con i Nuovi Serenissimi per averli aiutati, pare, a costruire il carro armato che occupò piazza San Marco raccogliendo la solidarietà di leghisti del calibro di Borghezio. Come la volta che nel 2013 denunciò di essere stato sequestrato per via della sua militanza indipendentista e costretto alla roulette russa dai “Guardiani della Nazione”, un gruppo eversivo legato e forze armate e fascisti, protetti dall'Arcangelo Michele.
Una figura irrecuperabile a qualsiasi martirologio ma tant'è, Doddore Meloni resta un uomo fatto morire in carcere. A inizio giugno era stato trasferito al carcere di Uta, vicino a Cagliari. Qui gli veniva forzatamente somministrato mezzo litro d'acqua al giorno. Alle numerose richieste degli avvocati difensori di tradurre Meloni agli arresti domiciliari il tribunale di Cagliari aveva ripetutamente risposto negativamente per mancanza di una relazione medica dal Carcere di Uta. Quando poi i medici di Uta hanno prodotto la loro relazione hanno dichiarato che le condizioni di Meloni, al cinquantesimo giorno di sciopero della fame, non erano incompatibili con il regime carcerario. A un primo ricovero al Ss. Trinità di Cagliari Doddore era stato poi ricondotto dietro le sbarre di Uta. Due giorni fa il coma e oggi la morte.
Solo nel 2017, al 30 giugno, sono 55 i morti nelle carceri italiane, di cui 23 suicidi. A maggio un detenuto cagliaritano si è impiccato nella sua cella nel carcere di Uta che, pur essendo considerata una struttura all'avanguardia (sic!), ospita più del doppio dei detenuti per i quali è attrezzata.
Il carcere fa schifo, lasciar morire in carcere come successo a Doddore Meloni è inaccettabile.


I giorni del golpe di Doddore Meloni nel racconto dell’ex “ministro” - Claudio Zoccheddu

Verso la fine dell’estate del 2008 a Mal di Ventre faceva caldo. I primi giorni della Repubblica di Malu Entu furono riscaldati da un sole implacabile. La tregua notturna abbassava la temperatura ma dormire era difficile al punto che Doddore Meloni iniziò a tramandare le sue memorie a uno dei seguaci più giovani, lo stesso ragazzo che il vecchio leader nominò, poi, ministro degli Esteri. E l’ex “ministro” Bruno Delussu ha deciso di raccontare quello che sarebbe dovuto diventare un libro prima che la morte di Doddore scombussolasse i piani.

Gli X-Files di Doddore. È un racconto che rivela i giorni del golpe separatista programmato per la notte di Natale del 1978. «Passavamo ore a chiacchierare – ricorda Delussu – io domandavo, lui rispondeva. Quello che si diceva del golpe era tutto vero ma molti dettagli non sono stati raccontati». La storia che ne viene fuori è la descrizione di un uomo pronto a tutto pur di realizzare il suo obiettivo: «Doddore aveva progettato un piano dettagliato con un amico di Bosa, di cui però non mi ha rivelato il nome ma diceva sempre che Bainzu Piliu non c’entrava nulla. L’idea era cavalcare l’onda indipendentista alzato dal Psd’az verso la fine degli anni 70 – continua Delussu – Decisero di fare un golpe sfruttando il braccio armato del loro movimento, ovviamente dopo che si erano allontanati dal Psd’Az. Potevano contare su un esercito di trecento sardi addestrati nei campi paramilitari libici, insieme a palestinesi e brigatisti. Era gente pronta a tutto». Il motivo per cui Doddore fosse così vicino alla Libia è una rivelazione: «Aveva un fratello di sangue nelle truppe di Gheddafi, si chiamava Tabet. Era lui il contatto con il Colonnello». Raggiungere la Libia, poi, era semplice: «Doddore si occupava di trasporti, aveva un ufficio a Genova e dal porto ligure imbarcava i suoi mezzi verso Bengasi. Alla guida c’erano i suoi “soldati” che riuscirono a contrabbandare in Sardegna un carico di armi che il padre nascose subito dopo l’arresto».

I rapporti con Gheddafi. Tra Doddore e il Colonnello scorreva buon sangue, perlomeno secondo Bruno Delussu: «Quando Doddore si addestrava in Libia sentiva ripetere tutti i giorni i versi del “Libro verde” che racchiudeva il pensiero politico di Gheddafi». Un testo che nei campi di addestramento nascosti nel deserto valeva quanto il Vangelo di cui Doddore conservava una copia particolare, quasi una prova: «Era autografata da Gheddafi perché mi raccontò di averlo incontrato e di aver ottenuto il suo appoggio».

Golpe e sequestri. L’obiettivo era la caserma della Brigata Sassari, a Macomer: «Volevano conquistarla la notte di Natale per poi interrompere la linea ferroviaria e aspettare la reazione dei sardi – racconta Bruno Delussu –. Erano convinti che la gente sarebbe stata con loro. Avevano l’appoggio di Libia e Somalia ed erano pronti a ricattare lo Stato italiano che, secondo Doddore, sarebbe sceso a patti». La sicurezza era giustificata dal mazzo di carte in mano ai golpisti: «C’era stato l’attentato alla sede della Tirrenia ma anche un blitz, mai rivendicato, dentro la base di Decimomannu. Doddore e suoi sabotarono diversi aerei da combattimento». Secondo Bruno Delussu gli indipendentisti erano pronti anche a far sparire alcuni militari: «Si trattava di due tecnici americani che lavoravano in una delle basi in Sardegna. Era tutto pronto, li avevano individuati e Doddore aveva già fatto la spesa in un supermercato di Sanluri dove aveva acquistato i generi necessari alla sopravvivenza degli ostaggi. Non gli avrebbero torto un capello, erano le pedine di un ricatto. Sarebbero stati nascosti nella miniere del Sulcis fino a quando la Sardegna non avrebbe guadagnato l’indipendenza».

Il fallimento. Il piano aveva diversi punti deboli, tra cui il numero di persone che ne erano a conoscenza. Fu proprio uno dei seguaci a tradire il silenzio che nascondeva il complotto separatista: «Saltò tutto quando fu arrestato Giampaolo Pisanu – ricorda il giovane ex ministro –. Lui era un militare ma non seppe dare spiegazioni plausibili quando venne trovato in possesso di una carica esplosiva. Durante un interrogatorio fece i nomi dei suoi compagni dando il via alle indagini che portarono all’arresto di Doddore e al tramonto del sogno indipendentista». Un’idea per cui Doddore era pronto a tutto.

venerdì 23 giugno 2017

Il primo scoop di FreeJourn: “Alla Saras il sistema contro gli incidenti si basa su carta straccia!” – Vito Biolchini


Niente male come notizia, vero? Quando l’ho letta, per poco non cadevo dalla sedia. Ieri a Milano è stata presentata FreeJourn, la prima piattaforma per giornalisti freelance che hanno idee, inchieste e approfondimenti da proporre e che ora possono affidarsi ad un sistema di crowdfunding per piazzarli nel mercato editoriale. Un progetto ambizioso, sostenuto da Google (ormai anche i padroni del mondo hanno pena di noi giornalisti e cercano perfino di aiutarci) e che nasce grazie alla società News3.0 di Paolo Madron (lettera43, giusto per capirci) che ha creduto nell’intuizione di Gea Scancarello (complimenti).
La sala della Base Milano in via Bergognone (all’interno di un gigantesco ex complesso industriale dalle parti di Porta Genova, già sede delle acciaierie Ansaldo e oggi trasformato in ciò che sarebbe dovuto essere a Cagliari la nostra Manifattura Tabacchi, ma non gettiamo sale sulla ferita) ieri era piena di giornaliste e giornalisti, curiosi e un po’ speranzosi nelle potenzialità taumaturgiche di questa nuova piattaforma. Funzionerà? Non funzionerà? A fine presentazione mi sembra che tra i colleghi prevalesse lo scetticismo ma l’avventura è appena iniziata (e noi abbiamo sempre da ridire), e comunque per ingolosire i professionisti dell’informazione gli amici di FreeJourn hanno tirato fuori due inchieste niente male.
La prima riguarda il cosiddetto “modello Riace” adottato dal comune della Locride nell’accoglienza dei migranti. Sembrava un esempio virtuoso, invece le cose forse stanno diversamente.
Poi c’è #cartefalse, l’inchiesta che riguarda in principal modo la Saras di Sarroch e il sistema di controlli che esiste nella raffineria per scongiurare gli incidenti e che invece, secondo i tre giornalisti che hanno scritto l’articolo, “si basa su carta straccia”.
Certo che è  proprio un periodo nerissimo per le industrie sarde, messe ovunque in cattiva luce per colpa di organismi di controllo che non fanno per niente il loro dovere! Solidarietà alle nostre industrie, vittime del sistema a Sarroch come a Macchiareddu!
In ogni caso, io non vi svelo nulla: per leggere l’inchiesta basta registrarsi su freejourn.org, e benvenuti nell’era del giornalismo 3.0.
Alla fine della presentazione mi avvicino ai tre baldi e giovani colleghi che rispondono ai nomi di Cecilia Anesi, Lorenzo Bagnoli e Giulio Rubino. “Beh, la Saras non vi ha ancora querelato?” attacco io per metterli subito a loro agio. “Forse non hanno ancora letto l’articolo…”, scherza Cecilia.
I tre sono tipi tosti; appartengono infatti all’Irpi, Investigative Reporting Project Italy, un collettivo che si occupa di giornalismo investigativo. “Questa nostra inchiesta è nata da un leak”, hanno spiegato alla platea di Base Milano. Praticamente, qualcuno ha bugato “ma poi trovare i riscontri è stato un lavoro accurato e molto certosino. E soprattutto, lungo”.
Già: perché, come ha spiegato nel corso della serata Milena Gabanelli, “nel giornalismo d’inchiesta non si può avere fretta, né pensare di arrivare al raggiungimento di una qualche verità definitiva. Allo stesso modo, bisogna evitare di avere quel linguaggio convenzionale che oggi ha stancato i lettori e gli spettatori. La sfida che attende i giovani giornalisti è soprattutto questa”.
La sfida che attende l’opinione pubblica sarda è invece quella di prendere atto che dalle parti di Sarroch non tutto funziona come la Confindustria, i sindacati e i partiti politici di destra e di sinistra vogliono farci intendere.
Quindi ora mi chiedo: l’inchiesta lanciata da FreeJourn sarà ripresa dalle nostre testate? La società dei Moratti risponderà alle accuse circostanziate lanciate da #cartefalse? I sindacati avranno finalmente qualcosa da dire?
Questo dipenderà anche da voi lettori, dalla vostra capacità di mobilitarvi ed essere opinione pubblica seria e responsabile: perché il giornalismo questa volta ha fatto il suo dovere.