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giovedì 3 ottobre 2024

Il ruolo degli Stati Uniti e di Israele nei governi dell’UE e della Francia - Thierry Meyssan

  

L’Unione Europea non è stata fondata dagli europei, ma dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, allo scopo di controllarli meglio. La Commissione Europea, che un tempo si chiamava Alta Autorità, è l’amministrazione non-eletta cui è affidato il compito d’imporre la volontà degli anglosassoni ai Paesi membri. Negli ultimi anni è riuscita a estendere le proprie prerogative a scapito della sovranità degli Stati membri, senza tuttavia modificare i Trattati. Nella stessa ottica, il primo ministro Michel Barnier introduce nel governo francese i Democratici statunitensi e la fazione fascista di Israele.

 

 

In Francia e nell’Unione europea il ruolo e la responsabilità degli Stati membri sono stati progressivamente messi in discussione. Negli ultimi cinque anni molti poteri degli Stati membri sono stati trasferiti alla Commissione Europea, senza alcuna modifica ai Trattati europei.

 

L’origine della Commissione Europea

È bene innanzitutto ricordare che l’Unione Europea è il risultato di un processo ideato dagli anglosassoni alla fine del 1942. L’ammiraglio William Leahy, capo di stato-maggiore delle forze armate statunitensi ed ex ambasciatore a Vichy fino a maggio 1942, istituì ad Algeri un Governo miliare alleato dei territori occupati (Allied Military Government of Occupied Territories – AMGOT) per la Francia, guidato da François Darlan, poi dal generale Henri Giraud. Esso applicava le leggi di Vichy, ma non riconosceva l’autorità di Charles De Gaulle a Londra.

Charles De Gaulle, convinto che inglesi e statunitensi non avessero diritto di occupare la Francia più di quanto ne avessero i nazisti, vi si oppose fermamente: da qui la sua contrarietà allo sbarco in Normandia [1]. Sicché l’AMGOT poté essere instaurato in Germania, Austria e Giappone, Italia, ma non, come previsto, in Norvegia, Paesi Bassi, Lussemburgo, Belgio, Danimarca e Francia.

Alla luce di questo fallimento, gli anglosassoni cercarono una forma di governo che permettesse loro di controllare comunque il mondo nel suo complesso, secondo il comune desiderio espresso nella Conferenza Atlantica.

Alla fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti e il Regno Unito si divisero il mondo. Churchill ipotizzò di raggruppare Germania Ovest, Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi in un’organizzazione sovranazionale, la Comunità economia europea (CEE). Essa doveva sostituirsi all’AMGOT (che perdurava in Germania e Italia) per concretizzare il principio della libera circolazione di persone, servizi e capitali, in linea con la strategia anglosassone del libero scambio. Gli Stati Uniti vincolarono i prestiti del Piano Marshall all’obbligo di adesione di questi Paesi alla CEE.

L’MI6 britannico creò la Lega europea per la cooperazione economica (European League for European Cooperation, ELEC), mentre la CIA finanziò l’Unione europea dei federalisti (UEF) e creò il Comitato americano per l’Europa unita (ACUE).

Il primo presidente dell’Alta autorità della CEE, antenata della Commissione dell’Unione europea, fu il tedesco Walter Hallstein (1958-1967). Questo giurista nazista creò il Neuordnung Europas (Nuovo ordine europeo) per il führer Adolf Hitler: l’idea era sostituire gli Stati-nazione con strutture etniche regionali, estendendo al tempo stesso il Reich a tutte le popolazioni di lingua tedesca e svuotandone lo spazio vitale dalle popolazioni autoctone. Dovendo solo gestire per gli anglosassoni una parte dell’Europa, Walter Hallstein non dovette affrontare le questioni dell’espansione della Germania né quella dell’espulsione o sterminio delle popolazioni slave. Per precauzione, gli anglosassoni lo neutralizzarono sottraendogli la politica di regionalizzazione, che affidarono al Consiglio d’Europa.

Nel corso di tutta la loro storia, l’Alta Autorità e la sua erede, la Commissione Europea, sono state solo interfacce civili tra la Nato (che sostituì l’AMGOT) e gli Stati membri. I primi funzionari provenivano dall’AMGOT di Germania e Italia. Durante la guerra ricevettero una formazione in materia di affari civili e militari in una dozzina di università americane.

È prerogativa di queste amministrazioni (non elette, ricordiamolo), e non del parlamento europeo (eletto), introdurre norme all’interno dell’Unione. Questo è un punto estremamente importante: l’Alta Autorità prima e la Commissione poi non hanno altro scopo che incorporare tutte le norme della Nato nelle leggi degli Stati membri. Il parlamento europeo è solo un organismo di registrazione delle decisioni dell’imperialismo anglosassone.

Oggi le imposizioni della Commissione spaziano dagli standard per la produzione di cioccolato (che sono esattamente quelli stabiliti dalla Nato per la tavoletta di cioccolato della razione del soldato) a quelli per la costruzione di determinate strade, al fine di consentire il passaggio dei carri armati dell’Alleanza.

 

La Commissione von der Leyen

Nel 2014 fu concordato che la presidenza della Commissione venisse attribuita al capolista del partito arrivato in testa alle elezioni del parlamento europeo. All’epoca si pensava che a spuntarla sarebbero stati o il Partito popolare europeo (PPE) o il Partito socialista europeo (PSE), che già si alternavano alla presidenza del parlamento. Così il PPE designò l’ex primo ministro lussemburghese Jean-Claude Junker, membro delle reti stay-behind della Nato (Gladio), che guidò la Commissione dal 2014 al 2019.

Nel 2019 la presidenza della Commissione sarebbe dovuta andare al cristiano-democratico Manfred Weber, che però si dimise, aprendo così la strada al social-democratico Frans Timmermans, ex ministro degli Esteri olandese, il cui partito era arrivato secondo alle elezioni del parlamento europeo. Ma Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia si opposero perché Timmermans, in veste di Commissario per il miglioramento della legislazione, le relazioni interistituzionali, lo Stato di diritto e la Carta dei diritti fondamentali, aveva ripetutamente accusato questi Paesi di tendenze autoritarie. La cancelliera tedesca Angela Merkel propose la sua beniamina, nonché ministra della Difesa, Ursula von der Leyen. Il presidente francese Emmanuel Macron sostenne Merkel, a condizione che la franco-statunitense Christine Lagarde [2] fosse nominata presidente della Banca Centrale Europea.

Nel discorso d’investitura, von der Leyen annunciò il proprio orientamento dichiarando: «La mia Commissione sarà una Commissione geopolitica». Questa frase non si riferisce al ruolo dell’Europa nelle relazioni internazionali, ma alla teoria del Lebensraum (spazio vitale), elaborata da Karl Haushofer per motivare la strategia di espansione territoriale della Germania nazista. Ursula von der Leyen creò immediatamente il Gruppo di coordinamento esterno (EXCO), che si riuniva ogni martedì a livello di consiglieri dei direttori generali e ogni mercoledì a livello di consiglieri di gabinetto dei commissari.

A marzo 2020, appena insediatasi, Ursula von der Leyen deve affrontare la crisi del Covid-19. La neo presidente elabora un programma di rilancio economico del valore di 2.018 miliardi di euro (di cui 800 presi a prestito), poi organizza l’acquisto congiunto di 4,6 miliardi di dosi di “vaccino”, per una spesa di altri 71 miliardi di euro (cioè 15 volte il costo di produzione). Infine introduce un passaporto sanitario europeo, l’EU Digital COVID Certificate, noto come Codice QR. Queste iniziative non rientrano tra i poteri attribuiti alla Commissione dai Trattati, eppure vengono accolte con favore da tutti gli Stati membri. E pensare che fino a questo momento la Germania si era sempre opposta con forza al principio del prestito comune.

Gli scienziati oggi ritengono che 2,8 miliardi di queste dosi non fossero vaccini, ma semplicemente farmaci a RNA messaggero, tra l’altro sperimentali.

La Corte di giustizia dell’Unione europea deplorerà la mancanza di trasparenza della Commissione nella stipula dei contratti di acquisto delle fiale anti-Covid. Tuttavia, nessuno dei procedimenti avviati per conoscere le trattative tra i laboratori farmaceutici e la signora von der Leyen hanno avuto esito. Suo marito, Heiko vor der Leyen, è stato nominato direttore medico di Orgenesis (società legata a uno dei produttori delle fiale), dove, in cambio di pochissimo del suo tempo, riceve uno stipendio esorbitante. Inoltre, secondo la Corte dei conti di Cipro, la commissaria alla Sanità, Stélla Kyriakídou, avrebbe ricevuto quattro milioni di euro tramite il marito, Kyriakos Kyriakídou.

Il 23 febbraio 2022 la Russia inizia l’«operazione militare speciale» per porre fine ai massacri perpetrati dai “nazionalisti integralisti” a danno delle popolazioni russe nel Donbass. La Nato considera l’ingresso dell’esercito russo in territorio ucraino un’aggressione, nonostante sia motivato dall’applicazione della risoluzione 2202 [dell’Onu] e dalla responsabilità di protezione. E l’Alto rappresentante nonché vicepresidente della Commissione Josep Borrell dichiara: «In questo momento sta nascendo l’Europa geopolitica».

La Commissione propone immediatamente pacchetti di misure coercitive contro la Russia e il Consiglio le adotta senza dibatterne: è la trasposizione nel diritto europeo di misure già adottate dagli Stati Uniti [3] e coordinate dall’ex ambasciatore di Washington a Mosca, Michael McFaul.

La Commissione propone anche un vasto programma di aiuti finanziari e militari all’Ucraina, elaborato da Björn Seibert, capo di gabinetto di Ursula von der Leyen nonché ex analista dell’American Enterprise Institute, in contatto costante con Washington. A oggi la Commissione ha mobilitato 88 miliardi di euro di aiuto finanziario a Kiev e 50 miliardi di euro in armi («Strumento per l’Ucraina»).

 

Il ruolo di Michel Barnier in Francia

Prima delle elezioni europee di giugno 2024 il presidente Emmanuel Macron propone a Michel Barnier di diventare primo ministro. Ma, quando la lista presidenziale ottiene solo il 15% dei voti, Macron scioglie l’Assemblea nazionale nella fondata speranza di ricostituire la propria maggioranza parlamentare. Tuttavia, nel giro di due giorni Jean-Luc Mélenchon riesce a riunire tutti i partiti di sinistra nel Nuovo Fronte Popolare. Al primo turno la lista presidenziale ottiene solo il 20% dei voti. Macron evita il peggio organizzando il Fronte Repubblicano contro il Rassemblement National di Marine Le Pen. Solo dopo due mesi di indugi Macron riesce a nominare Michel Barnier primo ministro.

Michel Barnier è un opportunista. Sostenitore del gollista Jacques Chaban-Delmas, nel 1977 lo tradisce per l’atlantista Valery Giscard d’Estaing. Sostenitore del neogollista Jacques Chirac, nel 1993 lo tradisce per l’atlantista Édouard Balladur. Nel 2007, nell’affare Clearstream 2 testimonia davanti al giudice Renaud Van Ruymbeke contro il gollista Dominique de Villepin e a favore dell’atlantista Nicolas Sarkozy.
L’unica costante della sua carriera politica è la partecipazione alla costruzione dell’Unione europea all’ombra di Washington e Londra. Dopo il respingimento per referendum della Costituzione Europea, Barnier entra nel Gruppo Amato, incaricato di redigere il Trattato di Lisbona che sarà imposto per via parlamentare. Negozia pazientemente con Londra i termini della Brexit perché è l’unico commissario europeo che conosce la storia della Ue e capisce la logica della volontà britannica.
Tuttavia, durante la campagna presidenziale francese del 2022 si inimica molti alti funzionari europei denunciando il modo in cui i suoi colleghi della Corte di giustizia della Ue hanno gestito per decenni le norme sull’immigrazione. Una presa di posizione inedita da parte sua.

Il 21 settembre l’Eliseo annuncia la composizione del governo di cui Barnier è primo ministro. Il capo del governo neoeletto si premura di far credere di esserne l’unico artefice e di non essere stato influenzato dal presidente Macron.
Non è ovviamente vero. Per esempio, Marc Ferracci, ministro delegato all’Industria ed ex compagno di studi di Macron a SciencesPo, fu testimone delle nozze di quest’ultimo, e viceversa. Il padre, Pierre Ferracci, partecipò alla Commissione per la liberazione della crescita francese (2007-2010), presieduta da Jacques Attali, di cui Macron fu relatore speciale. Ora dirige una rete per il ricollocamento degli alti funzionari temporaneamente messi da parte. La moglie del nuovo ministro, Sophie Ferracci, è stata capo dello staff di Macron al ministero dell’Economia, nonché al suo partito politico, En Marche. È stata ricollocata alla Caisse des dépôts et consignations; attualmente è presidente del Gruppo SOS di Jean-Marc Borello, amico di lunga data di Brigitte Macron.

Il governo Barnier è sotto l’egida dei Democratici statunitensi e dei sionisti revisionisti israeliani.

Il suo ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot è l’erede di una lunga stirpe di democratico-cristiani. Il nonno, Noël Barrot, fu membro della Resistenza e deputato. Il padre, Jacques Barrot, fondò con Michel Barnier il circolo Dialogo e Iniziativa; è stato deputato, ministro, vicepresidente della Commissione Europea e persino membro del Consiglio costituzionale. La sorella, Hélène Barrot, dirige la comunicazione di Uber-Europe. Specialista di finanza, Jean-Noël Barrot è stato professore associato al Massachusetts Insitute of Technology (MIT), poi docente alla HEC [École des hautes études commerciales] di Parigi. È stato uno dei premiati del programma Young Leaders della French-American Foundation (anno 2020).

 

il tempo di assassinare Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah.

Il membro più sorprendente del governo Barnier è il ministro per l’Europa, Benjamin Haddad. La stampa ha rivelato il suo ruolo nell’Atlantic Council, dunque al servizio di Washington. È stato anche alto funzionario del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), dove ha difeso le posizioni di Stati Uniti e Israele.
Ma la cosa più importante è altra: ha lavorato a lungo nel Tikvah Fund, che si presenta come un’associazione americana di educazione ebraica, ma in realtà è un’associazione di “sionisti revisionisti”, cioè di discepoli del fascista Vladimir Jabotinsky, il cui ritratto adorna le pareti di tutti i suoi edifici e le sue pubblicazioni. Il Tikvah Fund non è un’organizzazione filo-israeliana come le altre, ma promuove l’ideologia di Benjamin Netanyahu (il cui padre era segretario particolare di Jabotinsky) [4]. Ricordiamo che il primo ministro di Israele, David Ben-Gurion, vietò la sepoltura di Jabotinsky in Israele.
Secondo Haaretz, il Tikvah Fund, presieduto dal criminale statunitense Elliott Abrams [5], ha finanziato l’ascesa al potere di Benjamin Netanyahu e dei suoi alleati Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich [6].
Tre anni fa Benjamin Haddad spiegava che equiparare Hezbollah a un’organizzazione terrorista come Daesh, combattuta dall’organizzazione libanese e sostenuta invece da Israele, era un modo per ottenere l’appoggio degli europei [7].

 

Ecco i punti da ricordare:
• La Commissione Europea è l’erede dell’Alta Autorità della CEE, a sua volta erede dell’AMGOT, l’autorità militare di occupazione anglosassone.
• La Commissione europea quindi non è eletta, ma composta secondo i dettami degli anglosassoni. La sua unica funzione è far adottare agli Stati membri i precetti della Nato.
• Il governo Barnier è propaggine della Commissione. Ne fanno parte sia un ministro approvato dai Democratici statunitensi sia un ministro che rappresenta i sionisti revisionisti di Benjamin Netanyahu.

da qui

sabato 28 settembre 2024

Il 10 settembre i coloni israeliani sono diventati immigrati illegali - Thierry Meyssan

 

Siamo abituati a vedere Israele commettere atrocità prendendo a pretesto la propria sicurezza e gli anglosassoni prenderne le difese nel Consiglio di sicurezza. Siamo spettatori di crimini che non comportano alcuna conseguenza giudiziaria. Questa situazione sta per finire. La Corte internazionale di giustizia ha tolto di mezzo il paralogismo di Tel Aviv e ha riconosciuto lo Stato di Palestina membro a pieno titolo delle Nazioni Unite. Ormai non si potrà più fingere di non vedere la sofferenza dei palestinesi e costoro potranno perseguire i loro carnefici.

Il 10 settembre i coloni israeliani, che sostengono di adempiere a un piano divino insediandosi in Cisgiordania (per loro: Giudea-Samaria), sono passati dallo status di cittadini israeliani residenti in territori contesi, a quello d’immigrati illegali nello Stato sovrano di Palestina.

All’apertura della settantanovesima sessione, l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha infatti reso esecutiva la risoluzione ES-10/23 dello scorso 10 maggio [1]. Così lo Stato di Palestina è diventato membro a pieno titolo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu). Nessuno quindi può più opporsi all’esercizio dei suoi diritti di Stato sovrano.

Il riconoscimento della Palestina come Stato sovrano modifica l’interpretazione dell’Accordo interinale sulla Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza (il cosiddetto Accordo di Oslo II).

L’Autorità palestinese non è più l’amministrazione provvisoria di un periodo di transizione, ma un governo nel pieno senso del termine. I Territori palestinesi non sono più «aree contese», ma il territorio internazionalmente riconosciuto di uno Stato sovrano.

Dalla guerra del 1967, nota come Guerra dei Sei giorni, il movimento dei coloni ha guadagnato costantemente terreno. Oggi ci sono oltre 700 mila coloni in Cisgiordania, Gerusalemme Est e sulle alture del Golan.

Il 19 luglio la Corte internazionale di giustizia (CIG) - il tribunale interno delle Nazioni unite - consultato dall’Assemblea generale delle Nazioni unite, ha definito le norme giuridiche relative alle politiche e alle pratiche di Israele nei Territori palestinesi occupati [2]. Il parere della CIG non ha ancora avuto seguito perché solo il Consiglio di sicurezza ha il potere di costringere Israele ad applicarlo.

Ricordiamo che il diritto internazionale, a differenza del diritto penale, non si basa su una forza di polizia e su un sistema carcerario. Impone semplicemente ai governi l’obbligo di rispettare la firma del loro Stato. Aderendo all’Onu, Israele ne ha sottoscritto lo Statuto [3] che, al capitolo XIV, impegna ogni Stato membro «a conformarsi alla decisione della Corte internazionale di giustizia in qualsiasi controversia di cui sia parte».

La Corte ha ritenuto (paragrafo 229) che le politiche e le pratiche di Israele nei Territori palestinesi occupati vìolino la Convenzione internazionale per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. Secondo la CIG, Israele pratica una forma di apartheid (cfr. art. 3 della Convenzione). Questo è esattamente quanto proclamò l’Assemblea generale dell’Onu il 10 novembre 1975: «Il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale» (risoluzione 3379) [4]. Questo testo fu abrogato solo per facilitare la Conferenza di pace di Madrid del 1991 [5]. Tuttavia, non avendo Israele adempiuto agli impegni assunti all’epoca, anzi avendo esacerbato le sue politiche e le sue pratiche, questo testo dovrebbe essere ripristinato.

La Corte ha anche osservato (paragrafo 263) che «gli Accordi di Oslo non autorizzano Israele ad annettere parti dei Territori palestinesi occupati per soddisfare le proprie esigenze nonché gli obblighi in materia di sicurezza. Né lo autorizzano a mantenere allo stesso scopo una presenza permanente nei Territori palestinesi occupati». Ciò che era vero a luglio è ancor più vero ora che la Palestina è uno Stato sovrano, riconosciuto a livello internazionale.

Di conseguenza, la settimana scorsa - ossia dopo questa decisione e prima che la Palestina entrasse a far parte dell’Assemblea generale - le Forze di difesa israeliane (FDI) hanno improvvisamente evacuato le principali città della Cisgiordania che avevano occupato. Il 12 settembre il governo israeliano ha per contro dichiarato che non c’è ragione di aumentare gli aiuti umanitari a Gaza, poiché Israele non controlla questo territorio e quindi non vi ha alcuna responsabilità.

Ciò premesso, la Corte ha concluso che «Israele ha l’obbligo di risarcire pienamente i danni causati dai suoi atti internazionalmente illeciti [l’occupazione e l’apartheid] a ogni persona fisica o giuridica interessata» (paragrafo 269). Questo implica «l’obbligo per Israele di restituire terra e altre proprietà immobiliari, nonché tutti i beni confiscati, a qualsiasi persona fisica o giuridica dall’inizio dell’occupazione del 1967, e tutti i beni e gli edifici culturali sottratti ai palestinesi e alle loro istituzioni, compresi gli archivi e i documenti. Esige inoltre che tutti i coloni degli insediamenti esistenti siano evacuati, che le parti del muro costruito da Israele situate nei Territori palestinesi occupati siano smantellate e che tutti i palestinesi sfollati durante l’occupazione possano tornare al luogo di residenza originario» (paragrafo 270).

Si noti che la Corte non ha ordinato il risarcimento dei danni causati prima del 1967. Non era questo il quesito posto dall’Assemblea generale. Inoltre le armi hanno parlato e i palestinesi hanno perso diverse operazioni militari di cui devono sopportare le conseguenze. I torti sono da entrambe le parti, sebbene sia evidente che i danni subiti dai palestinesi sono sproporzionati rispetto a quelli subiti dagli israeliani.

La Corte si è pronunciata sulle conseguenze dell’occupazione dal 1967. Le sue decisioni non sono retroattive. Essa però prende atto che i danni hanno continuato ad aggravarsi dal 1967.

Rivolgendosi a tutti gli Stati membri delle Nazioni unite, la Corte ha notificato loro che «hanno l’obbligo di non riconoscere alcun cambiamento nel carattere fisico o nella composizione demografica, nella struttura istituzionale o nello status dei territori occupati da Israele il 5 giugno 1967, compresa Gerusalemme Est, se non quelli concordati con le parti attraverso negoziati, nonché di distinguere, nelle relazioni con Israele, tra il territorio dello Stato di Israele e i territori occupati dal 1967. La Corte ritiene che nelle relazioni con Israele l’obbligo di distinguere tra il territorio proprio di tale Stato e i Territori occupati comprenda tra l’altro l’obbligo di non intrattenere relazioni convenzionali con Israele in tutti i casi in cui quest’ultimo pretenda di agire in nome dei Territori palestinesi occupati o di una parte di essi in questioni riguardanti tali territori; di non intrattenere, in ciò che concerne i Territori palestinesi occupati o parte di essi, relazioni economiche o commerciali con Israele, che fossero di natura tale da rafforzare la presenza illecita di Israele in questi territori; nello stabilire e mantenere missioni diplomatiche in Israele, devono astenersi dal riconoscere in qualsiasi modo la presenza illegale di quest’ultimo nei Territori palestinesi occupati; nonché dall’adottare misure per impedire il commercio o gli investimenti che contribuiscano al mantenimento della situazione illegale creata da Israele nei Territori palestinesi occupati» (paragrafo 278).

Per questo motivo, il 9 settembre Volker Turk, alto commissario delle Nazioni unite per i Diritti umani, aprendo la 57^ sessione del Consiglio per i Diritti umani, ha dichiarato: «Nessuno Stato deve accettare la flagrante inosservanza del diritto internazionale, nonché delle decisioni vincolanti del Consiglio di sicurezza dell’Onu e le ordinanze della Corte internazionale di giustizia, in questa situazione [l’occupazione israeliana della Palestina] o in qualsiasi altra».

Ognuno di noi deve esserne consapevole: le regole sono cambiate. L’occupazione dello Stato di Palestina da parte di Israele è illegale. Dal 10 settembre questo Stato è riconosciuto a livello internazionale, anche se diversi membri del Consiglio di sicurezza non lo hanno fatto a titolo personale. Ora lo Stato di Palestina dispone dei mezzi legali che gli mancavano. L’ombrello anglosassone dietro cui Tel Aviv si ripara non esiste più a livello giuridico. Stiamo entrando in un nuovo periodo in cui Washington e Londra dovranno usare la forza per mantenere questo sistema di oppressione.

Questa rivoluzione giuridica segna una vittoria per la strategia del presidente Mahmoud Abbas (89 anni). Paradossalmente arriva alla fine della sua vita, proprio in un momento in cui il suo governo è screditato dalla collaborazione con Israele e dalla corruzione.


Traduzione di Rachele Marmetti


Note

[1] « Admission de nouveaux Membres à l’Organisation des Nations Unies », Réseau Voltaire, 10 mai 2024.

[2] • English : Legal Consequences arising from the Policies and Practices of Israel in the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, International Court of Justice, July 19, 2024.

• Français : Avis consultatif du 19 juillet 2024. Conséquences juridiques découlant des politiques et pratiques d’Israël dans le Territoire palestinien occupé, y compris Jérusalem-Est, Cour internationale de Justice, 19 juillet 2024.

[3] « Charte des Nations unies », Réseau Voltaire, 26 juin 1945.

[4] « Qualification du sionisme », ONU (Assemblée générale) , Réseau Voltaire, 10 novembre 1975.

[5] « Retrait de la qualification du sionisme », ONU (Assemblée générale) , Réseau Voltaire, 16 décembre 1991.

 

da qui

lunedì 19 giugno 2023

Spezzeremo le reni alla Russia

articoli e video di Jeffrey Sachs, Scott Ritter, Francesco Masala, Thierry Meyssan, Nicolai Lilin, Vladimir Putin, Ariel Umpierrez, Gigi Sartorelli, Clara Statello, Moni Ovadia, Tomaso Montanari, Annamaria Manzoni, Pepe Escobar, Raniero La Valle, Davide Malacaria, Stephen Wertheim, Giuseppe Masala, Davide Rossi, Alessandro Orsini, bortocal, Jesús López Almejo,  Demostenes Floros, Manlio Dinucci


Jeffrey Sachs (professore di economia alla Columbia University di New York) si è espresso molto duramente sulla propaganda NATO:

“Rispetto gli inglesi, parlate un inglese infinitamente migliore del nostro. Ma la russofobia britannica ha radici molto profonde. Ha già 200 anni. È così stantia… Una volta leggevo il Guardian, ma ora non si può andare sul loro sito web: è un’altra cosa. A proposito, il New York Times non è migliore. È illeggibile, completamente falso, non c’è altro che propaganda, e per di più di una sola cellula. Qualsiasi cosa scrivano, non raccontano la storia. Volevo pubblicare una cosa, ma si sono rifiutati. Non sono affatto pubblicabile per loro. Cosa loro vogliono pubblicare? “Aggressione non provocata”, “Abbiamo a che fare con un pazzo”, “Non c’è nessuno con cui negoziare”, “La guerra è l’unica soluzione”, “L’allargamento della NATO è l’unica soluzione”, “La diplomazia non porterà a nulla”. E tutte le lezioni della storia vanno al diavolo. Questo è il nostro attuale stato di cose.”

https://t.me/s/nicolaililin

 

 

“A certo punto ci saranno le trattative. A certo punto è possibile che l’Ucraina cederà alla Russia alcuni territori, probabilmente Donbass, Lugansk. È giusto dare alla Russia i territori di Lugansk e Donbass, perché la popolazione di questi territori è pro russa. Anche se questi territori fanno parte del’Ucraina, la gente che abita lì non può cambiare la mentalità”.
Il tenente colonnello dei servizi segreti ucraini Denis Desyatnik sta valutando la possibilità di un accordo di pace e di cedere i territori ucraini alla Russia. Dopo un contrattacco fallito i militari ucraini si stanno accorgendo che il Donbass è filo russo. Se avessero compreso questa realtà già nel 2014, forse si potevano evitare centinaia di migliaia di morti. E l’Ucraina non sarebbe distrutta come adesso.
L’unico dubbio: i curatori statunitensi saranno d’accordo di finire la guerra accettando il fallimento dell’Ucraina?

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Una sorprendente ammissione del Segretario alla Difesa britannico Ben Wallace! Commentando il contrattacco ucraino, ha dichiarato: “Non credo che dovremmo essere turbati. Loro (gli ucraini) stanno soffrendo. Ma i russi stanno subendo perdite significative come risultato. Tutto sta andando secondo i piani”.
E in effetti, perché i britannici dovrebbero essere turbati? I russi stanno morendo! E il fatto che gli ucraini vengano uccisi? Quindi questo è un piano di Londra! Perché Wallace o qualcun altro del parlamento britannico dovrebbe essere arrabbiato per questo! Non per niente agli ucraini è stato detto: “Fino all’ultima goccia di sangue!”.

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Scott Ritter, ex ufficiale dei servizi segreti del Corpo dei Marines degli Stati Uniti ed esperto militare sull’esplosione della centrale idroelettrica di Kakhovka:
“Non è stato fatto per ottenere un vantaggio militare. La diga è stata distrutta per motivi politici. È stato un atto di terrorismo ecologico. È stato fatto per creare un’ondata di entusiasmo nei Paesi occidentali, in modo che odiassero di nuovo la Russia”. <…> A Vilnius si terrà un importante vertice della NATO e l’Ucraina ha bisogno di rilanciare il sostegno dell’Occidente. La NATO non ha più nulla da dare. <…> Quindi è stato un atto di eco-terrorismo da parte degli ucraini per mettere in difficoltà la Russia. Hanno essenzialmente distrutto Kherson perché si sono resi conto di aver perso questa terra. Quindi Kiev sta cercando di far pagare alla Russia il prezzo più alto”.

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Ai cinegiornali luce, ancora una volta, non resta che gridare, col massimo di indignazione possibile: VERGOGNATEVI! E ringraziare i compagni sudafricani dell’ANC per aver dato oggi una LEZIONE DI CIVILTA’ e DI SCHIENA DIRITTA all’U-ccidente.

da qui

 

 

Il mondo che verrà – Francesco Masala

Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri. ― Antonio Gramsci

                   Uno dei mostri di cui parla Gramsci lo vediamo in Ucraina.

I paesi europei, la Nato sono governati da serial killer e genocidi, a partire dalla conquista dell’America, dell’Africa e dell’Asia, ma gli Usa e l’Australia, creati da europei espatriati, non sono da meno.

E la Nato oggi è il braccio armato dei paesi coloniali, neocoloniali, imperialisti.

Quando senti parlare l’Occidente collettivo, la Nato, gli anglosassoni, riempi le tue orecchie di guerra, bugie, basi militari, bombe, sanzioni, armi, con le conseguenze non dette di morti, invalidi, vedove, orfani, migranti

Quando senti parlare tutti gli altri, per esempio al Forum di San Pietroburgo, dove Putin dice che il sistema internazionale neocoloniale, malvagio per natura, ha cessato di esistere, riempi le tue orecchie di commercio, pace, accordi, aiuti, prestiti, dedollarizzazione, futuro.

Forse non hai ascoltato o letto dall’informazione schifosa che gestisce le tv e i giornali italiani che c’è stato il Forum di San Pietroburgo, ed erano presenti 130 paesi, la maggioranza del mondo che verrà presto.

E magari ci si stupisce che dall’Africa, dall’Asia, dall’America Latina tutti vadano a San Pietroburgo.

Forse in troppi dimenticano che per troppo tempo troppi stati dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina sono stati invasi, colonizzati, sfruttati, (civilizzati, dicono gli assassini) dai paesi che ora fanno parte della Nato (inglesi, francesi, belgi, tedeschi, spagnoli, portoghesi, statiunitensi, olandesi, italiani, mentre l’Urss sosteneva, appoggiava, finanziava, armava i fronti di liberazione nazionale, che combattevano gli aguzzini che occupavano i loro paesi.

Quei 130 paesi disegneranno le regole del mondo che sta arrivando.

 

 

Il crollo di Kiev – Thierry Meyssan

Le armi hanno deciso. È il momento della verità. La controffensiva ucraina è penosamente fallita. I grandi quantitativi di armi forniti dalla Nato non sono serviti a nulla. Il campo di battaglia è disseminato di cadaveri. Sacrificio inutile. I territori che hanno aderito alla Federazione di Russia resteranno russi. Uno “scacco matto” che segna non soltanto la fine dell’Ucraina come l’abbiamo conosciuta, ma anche della dominazione occidentale, che aveva puntato sulle sue menzogne. Il mondo multipolare potrebbe nascere in estate, in occasione dei molti vertici internazionali programmati: un modo nuovo di pensare, in cui la forza non detta il diritto

Questo articolo è stato redatto il 10 giugno, quando le uniche informazioni disponibili provenivano dalla Russia e dagli stati-maggiore alleati. L’Ucraina aveva disposto un embargo totale sulla controffensiva. Quindi avremmo dovuto aspettare prima di pubblicarne il testo. Tuttavia, considerando che, se l’Ucraina fosse riuscita a sfondare la prima linea di difesa russa, pur senza riuscire a dilagare, lo avrebbe certamente proclamato, pubblichiamo questa analisi.

In sei giorni, dal 4 al 10 giugno 2023, le forze armate ucraine hanno lanciato la controffensiva e subìto una terribile sconfitta.

L’estate scorsa le forze russe hanno costruito due linee di difesa – da un estremo all’altro della Novorossia liberata e nel Donbass – che impediscono il passaggio di ogni blindato.

Le forze ucraine hanno individuato una dozzina di punti d’attacco per riprendere il territorio «occupato dal nemico». I blindati non hanno potuto sfondare la prima linea di difesa russa, a ridosso della quale si sono ammassati e sono stati distrutti dall’artiglieria russa e dai droni suicidi.

Contemporaneamente, l’esercito russo colpiva con missili i centri di comando e gli arsenali all’interno del territorio ucraino, distruggendoli.

Appena installata, la difesa antiaerea ucraina è stata distrutta da missili ipersonici. Senza di essa, gli ucraini non hanno potuto eseguire le manovre pianificate dalla Nato.

La Russia non ha fatto ricorso a nuove armi, con l’eccezione del sistema d’interferenza negli apparati di comando delle armi della Nato, nonché di alcuni missili ipersonici.

La frontiera ora non è che un lungo cimitero di blindati e di uomini. Gli aeroporti sono pieni di carcasse fumanti di Mig-29 e F-16.

Gli stati-maggiore degli Stati Uniti, dell’Alleanza Atlantica e dell’Ucraina si rimpallano la responsabilità di questo storico disastro. Diverse centinaia di migliaia di vite umane e 500 miliardi di dollari sperperati. Le armi occidentali, che negli anni Novanta facevano tremare il mondo, non valgono nulla di fronte all’arsenale russo odierno. La forza ha cambiato campo.

Sin d’ora è d’obbligo trarre due conseguenze:

Non confondere le forze armate ucraine e i “nazionalisti integralisti”

Se le forze armate ucraine non sono più in grado di sostenere una guerra ad alta intensità, ci sono però le forze dei “nazionalisti integralisti” (chiamati anche “banderisti” o “ucro-nazisti”), addestrate solo per le guerre a bassa intensità. Alla fine degli anni Novanta i loro comandanti si sono battuti in Cecenia per conto della CIA e dei servizi segreti della Nato; qualche volta, negli anni Venti del nostro secolo, hanno combattuto in Siria; sono addestrati per uccisioni mirate, per sabotare e massacrare civili. Niente altro.

Le forze dei nazionalisti integralisti sono riuscite:

– il 26 settembre 2022 a sabotare il gasdotto russo-tedesco-francese-olandese Nord Stream con lo scopo di far precipitare la Germania, dunque l’Unione Europea nella recessione;

– l’8 ottobre 2022 a sabotare il ponte dello stretto di Kerch (chiamato Ponte di Crimea);

– il 3 maggio 2023 ad attaccare il Cremlino con droni;

– il 26 maggio 2023 ad attaccare nel Mar Nero con droni l’Ivan Kurs, nave di ricognizione che difendeva il gasdotto Turkish Stream;

¬– il 6 giugno 2023 a sabotare la diga di Kakhovka, allo scopo di dividere in due parti la Novorossia;

– il 7 giugno 2023 a sabotare il gasdotto che trasportava ammoniaca Togliatti-Odessa per distruggere l’industria russa dei concimi minerali.

Proprio come durante le due guerre mondiali e la guerra fredda, hanno dimostrato di essere abili nelle azioni terroristiche, senza però svolgere un ruolo decisivo sul campo di battaglia.

Quindi è più che mai necessario fare una distinzione tra gli ucraini: i militari, che pensavano di difendere il popolo, e i “nazionalisti integralisti” [1], cui non importa nulla dei loro compatrioti e cercano da oltre un secolo di sradicare i russi e la cultura russa.

L’Ucraina che abbiamo conosciuta è morta

Finora l’Ucraina è stata innanzitutto una potenza mediatica. Kiev è riuscita ad accreditare il concetto che il colpo di Stato del 2014, che ha rovesciato un presidente democraticamente eletto a beneficio dei nazionalisti integralisti, era una rivoluzione. È riuscita anche a far dimenticare in che modo Kiev ha sopraffatto i concittadini del Donbass, rifiutandogli l’accesso ai servizi pubblici, non pagando gli stipendi ai funzionari e le pensioni agli anziani e, infine, bombardando le città. Da ultimo è riuscita a far prendere agli Occidentali lucciole per lanterne, convincendoli che l’Ucraina è un Paese omogeneo dove vive un’unica popolazione con un’unica storia comune.

Come nella maggior parte delle guerre, c’è anche un aspetto di «guerra civile» [2]. Tutti oggi possono constatare che, contrariamente a quanto è stato affermato, l’analisi pubblicata da Vladimir Putin non era una manipolazione della Storia, ma una verità fattuale. Il popolo del Donbass è profondamente russo. Quello della Novorossia (Crimea inclusa) è di cultura russa, benché abbia alle spalle una storia differente (non ha mai conosciuto il vassallaggio). Nella storia, l’Ucraina non è mai esistita in quanto Stato indipendente, a eccezione di un decennio – dal 1917 al 1922 e dal 1941 al 1945 – e di altri tre decenni, dal 1991 a oggi.

In queste tre esperienze, con i nazionalisti integralisti al potere, Kiev ha sempre cercato di epurare la popolazione, massacrandone i cittadini: dal 1917 al 1922 con Simon Petliura; dal 1941 al 1945 con Stepan Bandera; infine dal 2014 al 2022 con Petro Poroshenko e Volodymyr Zelensky. In un secolo, i nazionalisti integralisti – è così che loro stessi si designano – hanno ucciso oltre tre milioni di compatrioti.

Già durante la prima guerra mondiale la popolazione della Novorossia si sollevò, guidata dall’anarchico Nestor Makhno; durante la seconda guerra mondiale la popolazione del Donbass e della Novorossia si sollevò come appartenente all’Unione Sovietica; ora si batte, insieme alle forze russe, contro i nazionalisti integralisti di Kiev.

L’unico modo per far finire questi massacri è separare i nazionalisti integralisti dalla popolazione di cultura russa, di cui vogliono disfarsi [3]. La Nato ha organizzato il colpo di Stato del 2014 e li ha portati al potere, sicché non c’è altro mezzo che prendere atto della divisione del Paese e lasciare che continuino a esercitare il potere a Kiev. Solo gli ucraini, e soltanto loro, potranno rovesciarli.

Le operazioni militari in corso lo hanno già fatto. I territori liberati dai russi con un referendum hanno votato l’adesione alla Federazione di Russia. Tuttavia il presidente Putin ha interrotto l’avanzata russa dello scorso anno, nel quadro dei negoziati con l’Ucraina svoltisi prima in Bielorussia poi in Turchia. Legalmente Odessa continua a essere ucraina, ma culturalmente è russa. La Transnistria è tuttora moldava, sebbene culturalmente russa.

Tecnicamente la guerra è finita. Nessuna offensiva potrà modificare gli attuali confini. Certamente gli scontri possono prolungarsi all’infinito e si è ancora lontani da un trattato di pace, ma il dado è tratto. Restano due problemi irrisolti, in Ucraina e in Moldavia: Odessa e la Transnistria non sono diventate russe. Ma soprattutto esiste un problema di fondo: violando gli impegni verbali e scritti, i membri dell’Alleanza Atlantica hanno stipato armi statunitensi alla frontiera della Russia, minacciandone la sicurezza.

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