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martedì 10 gennaio 2023

Twitter files

 

"Twitter Files": i documenti e le prove di come l'intelligence Usa ha fabbricato la madre delle fake news - La Redazione de l'AntiDiplomatico

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Che il cosiddetto RussiaGate fosse un immenso castello di bufale è assodato da anni. Restano solo i media con i “bollini verdi” a continuare a dare per certa la notizia secondo cui la cosiddetta 'disinformazione russa' abbia determinato l’elezione di Donald Trump nel 2016 e che giochi un ruolo centrale nel diffondere fake news in occidente anche oggi.

Dagli Stati Uniti arrivano le prove, i documenti e le e-mail di come a fabbricare la più grande fake news degli ultimi cinque anni siano stati i servizi di intelligence Usa e media conniventi. Non potendo gestire la loro pubblicazione senza dovervi decenni di scuse pubbliche, i giornali mainstream italiani fanno quello che gli riesce meglio: censurare. Di quello che segue, al momento non vi è traccia su nessuno di loro.



TWITTER FILES: IL RUOLO DELL’INTELLIGENCE USA

Il giornalista Matt Taibbi ha rilasciato ieri la undicesima parte dei cosiddetti "Twitter Files", nei quale emerge come le agenzie di intelligence statunitensi – che hanno “preso il controllo” del social secondo lo scrittore - senatori di alto rango del Partito Democratico e importanti media statunitensi (come Politico e BuzzFeed) siano intervenuti per fabbricare la storia della ingerenza russa nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 e costringere il social media a censurare migliaia di account.

Da agosto a ottobre 2017, prosegue il giornalista, la "rete di microblogging" è diventata una parte fondamentale dello scandalo "Russiagate", prendendo ordini dalle “spie statunitensi” su chi censurare. "Prima sono arrivate le minacce del Congresso, poi una valanga di brutti titoli (ispirati da fughe di notizie dai comitati congressuali) e, infine, una serie di richieste di moderazione arrivate dall'estero", ha scritto il giornalista, che ha mostrato in un thread di 30 tweet. Email e altri documenti interni di Twitter ottenuti grazie al nuovo proprietario del social, Elon Musk. "L'agenzia governativa degli Stati Uniti ha chiesto la sospensione di 250.000 account, inclusi giornalisti e funzionari canadesi!", questo il commento di Elon Musk al thread su Twitter.

Neanche una riga, fino adesso, sui giornali mainstream italiani.


I DOCUMENTI

Dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016, i Democratici hanno attaccato Twitter per la sua "inerzia" - a differenza di Facebook - nelle indagini sulla presunta influenza russa che, secondo loro, avrebbe danneggiato Hillary Clinton. I democratici sostenevano che il rilascio da parte del social di notizie fatte trapelare da WikiLeaks di documenti interni del Comitato nazionale democratico e delle e-mail della campagna di Clinton avessero qualcosa a che fare con Mosca. La propaganda era che i 'bot' russi avessero utilizzato la loro 'disinformazione' per minare le elezioni.

Nell'agosto 2017, Facebook aveva bloccato centinaia di account di "sospette origini russe", ma Twitter "era così sicuro che non ci fossero problemi" da non prestare attenzione alle accuse dei politici. Nel settembre dello stesso anno, i dirigenti del “servizio di microblogging” hanno informato il Senato della sospensione di 22 "presunti account russi e altri 179 con possibili collegamenti a tali account". I numeri "irrilevanti" hanno "fatto infuriare" il senatore Mark Warner, un alto democratico del Senate Intelligence Committee, che ha criticato il rapporto di Twitter, definendolo "inadeguato a tutti i livelli".

Successivamente, il management della piattaforma ha incontrato Warner e altri legislatori democratici, che hanno rivelato l'esistenza di un "incentivo politico" per mantenere la questione dell''interferenza russa' come una notizia di primo piano, nonché le loro intenzioni di continuare con la pressione sui social reti per continuare a "produrre materiale". I membri del Congresso stavano seguendo le orme di Hillary Clinton, che all'epoca aveva accusato Twitter di essere "uno strumento per la guerra informatica di Mosca" contro gli Stati Uniti, sostiene Taibbi.


Di fronte alla crescente pressione, la piattaforma ha formato una "task force antirussa" per "indagare in modo proattivo su se stessa". Tuttavia, "la ricerca del complotto russo è stata un fallimento", poiché non è stata trovata alcuna prova di presunte interferenze russe. Indagini approfondite e migliaia di revisioni manuali hanno portato alla luce solo 32 "account sospetti" e solo 17 di loro avevano qualche collegamento con Mosca, inclusi due profili di Russia Today (RT).


Il "fallimento" della 'task force russa' nel produrre materiale ha aggravato la crisi delle pubbliche relazioni di Twitter, portando a un fiume di storie "riversate" sulla stampa dalla commissione intelligence del Senato in cui si accusava il social di eliminare "dati potenzialmente cruciali per le indagini " della presunta ingerenza russa nelle elezioni presidenziali del 2016. Alcuni membri democratici del Congresso hanno successivamente minacciato un disegno di legge che avrebbe influenzato la politica pubblicitaria dei giganti della tecnologia. Di fronte a questa situazione, tra la crescente pressione di stampa e politica, Twitter si è finalmente "impegnata a lavorare con loro".

Ciò ha portato Twitter a cambiare idea sull'esiguità del suo problema con la Russia. E così il direttore delle politiche di Twitter, Carlos Monje, ha condiviso i punti salienti della legislazione che i senatori Warner, Klobuchar e McCain stavano introducendo.


I Twitter Files mettono a nudo senza possibilità di smentita chi vi ha mentito e chi ha fabbricato le fake news più grande degli ultimi cinque anni. Dal 2018, inoltre, i gangli del potere statunitense si sono organizzati per dare una struttura censoria e hanno creato un’agenzia, NewsGuard, con l’obiettivo di filtrare tutta l’informazione su motori di ricerca, browser e social media negli Stati Uniti. Dal 2019 questo abominio opera anche in Italia, offrendo “bollini rossi” a
 testate regolarmente registrate. La logica è chiara: impedire che un'informazione diversa da quella decisa da Washington possa essere filtrata ai cittadini. Si chiama censura. E' anticostituzionale.

da qui


Cosa sono questi “Twitter Files” (da ilpost.it)

Matt Taibbi è un giornalista che negli anni Duemila e Dieci si era costruito una grande fama da reporter brillante e spesso sopra le righe, apprezzato in particolare tra i progressisti, mentre negli ultimi tempi si è occupato con toni spesso critici delle questioni legate alla cosiddetta “cancel culture”, guadagnando estimatori soprattutto tra i conservatori. Oggi scrive una sua newsletter, e venerdì ha pubblicato una lunghissima serie di tweet che includono gli screenshot a delle email scambiate all’interno di Twitter nei giorni successivi alla decisione sul PC di Hunter Biden.

I documenti, che lui stesso ha soprannominato “Twitter Files”, dimostrano secondo la ricostruzione di Taibbi da una parte i presunti favoritismi di Twitter verso i Democratici, e dall’altro le complesse, contraddittorie e per certi versi improvvisate modalità con cui si arrivò alla censura della notizia su Hunter Biden. Secondo molti commenti, in realtà, pur fornendo nuovi e interessanti elementi su quella vicenda, i documenti sono meno compromettenti di come li abbia presentati Taibbi. Questa impressione è stata manifestata anche tra chi avrebbe sperato in conferme maggiori: una giornalista del New York Post, Miranda Devine, ha detto al presentatore di Fox News Tucker Carlson che i documenti «non erano esattamente la prova schiacciante che speravamo di ottenere» e l’opinionista conservatore Sebastian Gorka si è detto «molto deluso».

I documenti mostrano diversi scambi di email tra le persone responsabili della decisione all’interno dell’azienda, leader politici esterni e il comitato elettorale di Biden dopo che la decisione era già stata presa. Nelle conversazioni i dipendenti di Twitter discutono animatamente di come attuare e spiegare una decisione difficile di moderazione dei contenuti. In un messaggio, ad esempio, l’allora vice avvocato generale di Twitter Jim Baker scrisse che «è ragionevole per noi presumere che i documenti possano essere stati hackerati e che la prudenza sia giustificata». In altri passaggi invece ci si domanda se l’azienda prenderà decisioni simili in futuro o se si sia trattato di un caso isolato. In nessun punto dei documenti però si discute in base a cosa sia stata presa la decisione iniziale…

da qui



Twitter files: molto rumore per nulla (da wired.it)

 

…È difficile prendere sul serio chi si lamenta del fatto che il gruppo di persone che in passato era a capo di Twitter (e le cui qualifiche professionali comprendevano responsabilità manageriali) abbia effettivamente preso decisioni in materia di gestione aziendale, mentre allo stesso tempo acclama il consolidamento di queste funzioni nelle mani di un uomo solo. Quella di Musk non è trasparenza: sono capricci. Le sue bizze, secondo le quali dovremmo limitarci a credere alla sua parola rappresentano di fatto l'attuale politica di moderazione dei contenuti di Twitter. È difficile credere che qualcuno possa considerare tutto ciò un miglioramento.

Questo aspetto rispecchia la narrazione che più in generale viene propagandata dai fan di Musk in relazione all'acquisizione di Twitter, secondo cui l'imprenditore avrebbe in qualche modo emancipato l'azienda rendendola più democratica e responsabile. In termini di gestione, in realtà, Musk è semplicemente passato dalla democrazia oligarchica di un'azienda quotata in borsa – che, non a caso, era tenuta per legge a rendere pubbliche molte informazioni – a una dittatura personalistica.

Il sogno di Musk è essere libero da qualsiasi responsabilità. Non sta liberando "il popolo", ma se stesso: trasformare Twitter in un'azienda privata serviva a fare in modo di non dover rendere conto agli azionisti o a un consiglio di amministrazione e per avere la facoltà di divulgare pubblicamente solo ciò che vuole. Con la sua tipica sfacciataggine, dopo aver concesso un accesso illimitato agli strumenti di Twitter a persone che si sono rivelate stenografi motivati ideologicamente per promuovere un messaggio a lui gradito, Musk ha inviato un'email in cui minacciava il suo staff di azioni legali nel caso in cui avessero fatto trapelare informazioni sull'azienda. A proposito di trasparenza. Musk sogna un mondo in cui nessuno gli dica "no", un sogno solipsistico condiviso da fin troppi suoi fan…

da qui


I Twitter files sono una manna dal cielo per i complottisti

(da wired.it) 

Le email interne delle aziende, divulgate da un giornalista e promosse da Elon Musk, stanno ringalluzzendo i sostenitori di Donald Trump e della destra americana

 

Quando la scorsa settimana il giornalista Matt Taibbi ha dato il via su Twitter a un thread composto da 36 tweet, pubblicando email trapelate da ex dirigenti della società di social media ora di proprietà di Elon Musk, i complottisti hanno esultato. Poi è arrivata anche la reazione dello stesso Musk.

Le email oggetto del leak – che descrivono i tentativi da parte di Twitter durante la campagna elettorale presidenziale del 2020 di limitare la diffusione di un articolo del New York Post (un tabloid di orientamento conservatore) sul contenuto copiato da un laptop di Hunter Biden, figlio dell'attuale presidente degli Stati Uniti Joe Biden – sono state accolte come un momento di svolta dai sostenitori più accaniti dell'ex presidente Donald Trump. Secondo queste persone, i “Twitter Files", come è stato ribattezzato il leak, rappresenterebbero la prova di un complotto finora impalpabile per mettere a tacere le opinioni conservatrici online e far eleggere Joe Biden.

Mentre la teoria prendeva piede, i complottisti hanno identificato come nemico uno dei migliori avvocati di Twitter, che martedì 6 dicembre Musk ha deciso di licenziare bruscamente. Lo sviluppo sottolinea uno schema ricorrente che sta emergendo in maniera sempre più accentuata nel quartier generale di Twitter: lisciare il pelo della massa.

I Twitter files, la cui pubblicazione era stata anticipata dallo stesso Musk, sono stati spacciati come la tessera mancante per svelare cospirazioni di ogni tipo, da QAnon ai brogli in occasione delle ultime elezioni presidenziali statunitensi, fino alla presunta opera di corruzione in Ucraina da parte di Biden. Nel frattempo, su Twitter la diffusione di queste teorie sta generando esattamente il tipo di traffico che Musk desiderava

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giovedì 1 luglio 2021

Chi stabilisce la verità e cosa sia dicibile? - Sara Gandini

Testo discusso con il comitato editoriale della pagina facebook “la Goccia” https://www.facebook.com/SaraGandini68

 

Il film distopico in cui siamo inseriti sta assumendo tinte surreali che non avrei mai immaginato. Mi consola solo il fatto che le censure e gli attacchi personali che sono capitati, quando ho espresso dubbi riguardo la gestione della pandemia, sono successe anche a Carl Heneghan, direttore del Center for Evidence-Based Medicine dell'università di Oxford. E’ successo quando Henegan ha pubblicato, sul suo profilo Facebook, un link all'articolo che ha scritto con il collega Dr Tom Jefferson, famoso Epidemiologo che lavora da tempo sulle pandemie, riguardo uno studio scientifico sulle mascherine. Tom Slater, vicedirettore di Spiked, su The Spectator, ha commentato la vicenda affermando che tra i più preoccupanti fenomeni attuali, c'è il modo in cui i proprietari di grandi aziende tecnologiche siano arrivati ​​a stabilire i termini del dibattito scientifico sulla pandemia e persino a stabilire ciò che deve essere accettato come vero. Alcuni rappresentanti di Facebook e Twitter sono stati portati davanti al parlamento inglese a discutere la censura da parte delle loro aziende intorno alle discussioni sulla pandemia. Sono stati sollevati due casi particolarmente pertinenti, sebbene ce ne siano molti di più (pensiamo al caso di Trump). La prima è stata una dichiarazione di Martin Kulldorff, professore presso la Harvard Medical School e uno degli autori chiave della Great Barrington declaration anti-lockdown. Il suo tweet il mese scorso, in cui suggeriva che non tutti probabilmente dovranno essere vaccinati, in particolare quelli che erano stati precedentemente infettati, è stato etichettato come "fuorviante" da Twitter. I twittatori non sono stati più in grado di interagire con lui e hanno ricevuto un messaggio che affermava che "i funzionari sanitari raccomandano un vaccino per la maggior parte delle persone".

Allo stesso modo, a novembre, Facebook ha etichettato un articolo di The Spectator sull'efficacia delle mascherine, scritto da Carl Heneghan e Tom Jefferson del Center for Evidence-Based Medicine dell'Università di Oxford, come "informazioni false".

La questione è che abbiamo due giganti dei social media che intervengono nel dibattito scientifico e politico. Kulldorff, Heneghan e Jefferson non sono teorici della cospirazione o persone improvvisate in ambito scientifico. Sono scienziati e medici che ricoprono incarichi in istituti stimati. Su quale base Facebook o Twitter possono dichiarare false o pericolose le loro argomentazioni? Le risposte fornite ai parlamentari sono state agghiaccianti, scrive Slater.

Katy Minshall, responsabile delle politiche pubbliche di Twitter nel Regno Unito, ha sostanzialmente affermato che tutto ciò che contraddice le indicazioni ufficiali delle autorità sanitarie pubbliche è ritenuto fuorviante dalla piattaforma. Katy Minshall ha spiegato: "Quello che abbiamo fatto è questo: quando le persone vedevano il tweet [di Kulldorff] le indirizzavamo rapidamente a fonti di informazioni autorevoli come il CDC, il NHS o il Dipartimento della Salute in modo che potessero vedere qual è la versione dei fatti ufficiale e prendere una decisione. Il commento di Minshall è stato: Twitter non sta invitando le persone a "prendere una decisione", sta etichettando le dichiarazioni come errate e vietando agli utenti di interagire con lui. Il rappresentante di Facebook ha detto ai Lord che un esercito di "verificatori di fatti", la maggior parte dei quali non ha avuto alcuna formazione medica o scientifica, ha essenzialmente l'ultima parola su ciò che è o non è considerato "falso" sul più grande social del mondo.

La censura sui social media non è una novità. Da anni Twitter, Facebook e YouTube stanno gradualmente rafforzando le loro politiche sull'incitamento all'odio e sulla disinformazione. Ma la pandemia di Covid li ha spinti ben oltre. All'inizio della pandemia c'è stato un presupposto discriminante: i responsabili delle piattaforme hanno dato per scontato che gli utenti non fossero all’altezza del dibattito e quindi non avrebbero dovuto essere lasciati a navigare da soli nel dibattito sulla pandemia e questo ha portato a filtrare e censurare.

Recentemente, nel 2018, Mark Zuckerberg ha insistito sul fatto che Facebook non avrebbe censurato le teorie del complotto, nemmeno la negazione dell'Olocausto, perché non era compito di Facebook gestire l’attendibilita delle informazione diffuse sul social. Ora Facebook, Twitter e gli altri stanno censurando non solo coloro che negano il Covid, ma anche eminenti scienziati che portano una posizione scientifica differente.

Si tratta di un evento epocale e molto grave per la libertà di parola. Questi giganti aziendali possiedono di fatto la moderna piazza, che è un contenitore mainstream tecnicamente privato, ma effettivamente pubblico. Inoltre, in un momento in cui ai cittadini viene chiesto di sopportare restrizioni senza precedenti su tutte le loro altre libertà, la libertà di parola non può e non deve essere compromessa. Quand’anche ci fosse un forte consenso su una linea d'azione specifica, come il lockdown, il dissenso è vitale. Se non altro mette le istituzioni nelle condizioni di presentare le proprie evidenze e affinare le proprie argomentazioni. In tempi di crisi la libertà di parola conta di più, non di meno. Eppure chi gestisce i social ha fatto esattamente l’opposto: restringere gli spazi della discussione anziché ampliarli per consentire ai cittadini di discutere apertamente della pandemia. Il sospetto è che la pandemia possa essere usata come pretesto per aumentare misure di controllo.

A mio parere la discussione deve poter continuare senza dogmi, tabù, censure, posizioni intransigenti, verità assolute (sulle mascherine all'aperto, sull'efficacia del lockdown, sulla didattica integrata, ecc) senza che le varie posizioni e le paure vengano strumentalizzate, banalizzate e rese ideologiche, in ambiente scientifico e accademico ma soprattutto con la popolazione generale. Perché è importante che si crei consapevolezza e senso critico e la scienza non diventi una religione; è importante che tutte le discipline del sapere, scientifiche e non, possano entrare in dialogo in un momento storico così cruciale. C'è bisogno di senso critico e libertà di pensiero, c'è bisogno di coraggio e indipendenza.

Chiarisco che io sono contraria all'obbligo universale del vaccino contro Sars-CoV-2 ma a favore dello stesso per la popolazione anziana e per i pazienti fragili. Ho forti dubbi sulla mascherina all'aperto ma a favore della mascherina nei luoghi chiusi a rischio maggiore di trasmissione del contagio. Sono contro uno stato autoritario che tratta i cittadini come bambini scemi ma a favore della diffusione di informazioni che chiariscano le misure di prevenzione da adottare contro Sars-CoV-2 e che permettano l 'assunzione di responsabilità da parte di tutti.

Concludo dicendo che c'è assoluto bisogno di promuovere senso critico e libertà di pensiero, c'è bisogno di coraggio e indipendenza. Bisogna ricreare luoghi di pensiero libero, permettendo un dialogo aperto tra scienziati, artisti, psicologi, giuristi... e da qui nasce la pagina “Goccia a goccia”




Ulteriori Informazioni sulle vicende:

Vicenda di Martin Kulldorff. Twitt del 16 marzo 2021: Pensare che tutti debbano essere vaccinati è scientificamente sbagliato come pensare che nessuno dovrebbe. I vaccini COVID sono importanti per le persone anziane ad alto rischio e per coloro che si prendono cura di loro. Quelli con una precedente infezione naturale non ne hanno bisogno. Né bambini. https://t.co/qXtpM3QRY3



Vicenda di Jefferson ed Henegan. I due importanti accademici dell'Università di Oxford, hanno accusato Facebook di "censura" perché hanno affermato che un articolo che avevano scritto sulle maschere per il viso equivaleva a "false informazioni". Il professor Carl Heneghan, direttore del Center for Evidence-Based Medicine dell'università di Oxford, ha pubblicato un link sul suo profilo Facebook all'articolo che ha scritto con il collega Dr Tom Jefferson, dal titolo: "Un importante studio danese mostra che le maschere per il viso non hanno effetti significativi".

Il pezzo presentava lo studio "Danmask-19" recentemente pubblicato, che ha esaminato l'efficacia delle maschere nel prevenire l'infezione da Covid-19 a chi le indossa nella popolazione generale fuori casa.



Dopo aver seguito circa 6.000 volontari per un mese, a metà dei quali è stato chiesto di indossare maschere per il viso fuori casa e metà dei quali è stato chiesto di non indossarle, i ricercatori hanno concluso che la differenza nei tassi di infezione (1,8 contro 2,1 per cento) era così piccola non era "statisticamente significativo", nel senso che potrebbe essere accaduto per caso. I ricercatori danesi hanno descritto i loro risultati come "inconcludenti".

Facebook ha messo un avvertimento sul link, che appare sul sito web di The Spectator, sostenendo che era stato "controllato da verificatori indipendenti" che hanno trovato che si trattava di "informazioni false".



Prof Heneghan, furioso, ha attirato l'attenzione sul suo scontro con Facebook su Twitter, dicendo ai suoi 70.000 follower: 'Sono consapevole che ciò che sta accadendo anche ad altri. Cosa è successo alla libertà e alla libertà accademica di parola? Non c'è nulla di falso in questo articolo."

Facebook ha citato una recensione di Health Feedback da "verificatori di fatti indipendenti di terze parti", intitolata: "Lo studio danese sulle maschere per il viso non ha rilevato che le maschere fossero inefficaci nel ridurre la diffusione del Covid-19; lo studio era sottodimensionato e i risultati erano inconcludenti." Il dottor Jefferson ha dichiarato a The Mail on Sunday: "È censura ed è uno dei motivi per cui affrontiamo un crollo globale di libertà di pensiero e scienza".



Lo studio Danmask-19 era molto atteso in quanto si trattava di uno "studio controllato randomizzato" (RCT), considerato il gold standard nelle prove mediche. Gli studi "osservazionali" hanno collegato l'uso della maschera a un rischio leggermente inferiore di infezioni respiratorie, ma questi possono essere soggetti a bias e altri problemi metodologici. Un aspetto importante che Danmask non ha affrontato, tuttavia, era se le maschere facciali aiutassero a fermare la trasmissione delle infezioni. Molti scienziati ritengono che questo sia il loro principale vantaggio, poiché gli studi di laboratorio mostrano che le maschere riducono notevolmente la quantità di goccioline potenzialmente infette che si allontanano da chi le indossa.

https://www.spectator.co.uk/article/covid-has-emboldened-our-modern-censors

https://www.dailymail.co.uk/news/article-8973631/Two-Oxford-academics-accuse-Facebook-censorship-article-warning.html

 

da qui

 

domenica 6 giugno 2021

Lo sdoppiamento virtuale dello spazio pubblico - Renato Curcio(*)

 

Con l’inizio del terzo millennio l’espansione del continente digitale planetario ha investito l’Italia e coinvolto nell’erosione progressiva dello spazio pubblico gran parte dei suoi cittadini. Con “spazio pubblico” non intendo soltanto quell’insieme di luoghi aperti e reali, ovvero non virtuali, entro cui lo Stato dovrebbe garantire a tutti la libertà di esercitare apertamente i diritti di cittadinanza, d’informazione, di attività culturale e politica in tutte le varianti. Ancora prima, infatti, lo si dovrebbe considerare come uno spazio strategico per la maturazione e il consolidamento delle nostre abilità relazionali; delle capacità di progettazione comune, di collaborazione empatica e di operatività condivisa. Come una grande rete di luoghi immaginati, voluti e liberamente istituiti da aggregazioni sociali autonome e autogestite. Luoghi aperti, dunque, in virtù dei quali possano svilupparsi e assumere una forma storica i momenti di confronto e le forme sorgive della creatività e del mutamento sociale. Nella seconda metà del Novecento gli spazi pubblici post-bellici avevano vissuto in questo Paese un importante scossone. Le deboli attrezzature associative istituite per via burocratica dallo Stato dovettero cedere il passo a nuove esigenze culturali portate avanti da un fermento generazionale e laico nato in alternativa anche ad altre istituzioni robustamente sostenute da enti religiosi o privati. Negli anni ‘60 e ‘70 si è data infatti una fioritura rigogliosa di energie istituenti e ha preso vita un vasto arcipelago di inedite associazioni culturali, formazioni politiche, fermenti sindacali, centri sociali e movimenti extra-parlamentari accomunati, pur nella loro varietà spesso conflittuale, a forti attese di progresso sociale. Negli ultimi vent’anni, gran parte di questo processo si è tuttavia inaridito confluendo nella grande ragnatela di internet e nei suoi incanti; ragnatela che ha saputo presentarsi al mondo come un’offerta di libertà per tutti pur che si fossero dotati di dispositivi mobili e avessero aperto profili e account nelle sue maglie. Abbiamo visto così un grande esodo verso le nuove community disseminate nello spazio virtuale messo a disposizione “gratuitamente” dalle piattaforme e sapientemente mitizzato dalle loro agenzie di marketing prodighe di allettanti inviti ad esplorare le sue meraviglie. Lentamente rispetto ad altre aree del mondo, ma velocemente per i tempi del rinnovamento sociale che caratterizzano i processi storici dell’Italia, molti cittadini hanno così aperto profili social su questa o quella piattaforma e trasferito lì gran parte delle loro pubbliche attività.Non si può dire che questa migrazione, avvenuta in ordine sparso, sia stata accompagnata da una riflessione critica e matura. Al contrario la penetrazione delle imprese digitali planetarie è stata ingenuamente accolta come una gradita ventata di progresso e all’invito a trasferirsi online” si è obbedito senza aver contezza di ciò che ne sarebbe conseguito. Confondendo il progresso tecnologico con il progresso sociale, sia lo Stato, sia un gran numero di cittadini hanno in tal modo attivamente contribuito al declino e alla degradazione degli spazi pubblici in lande virtuali dove la vita di relazione viene sempre più confusa con le pratiche di connessione. In poco meno di vent’anni, questo sdoppiamento digitale, infine, è riuscito a consolidare un nuovo contesto societario colonizzato dai padroni delle piattaforme entro cui gli attori mentre si illudono di agire vengono invece agiti. Dicendolo con un paradosso: ha generato un simil-spazio pubblico radicalmente privatizzato.

 

Le simulazioni del privato in veste pubblica

Naturalmente, in questa deriva del pubblico sulle piattaforme private, anche i cittadini hanno fatto la loro parte. La nascita e la crescita della politica digitalizzata e lo sconfortante conteggio dei “Mi piace” e degli “indici di gradimento” hanno ormai preso il sopravvento. Ai leader che lanciano slogan, proclami e anatemi dai balconcini virtuali, i militanti degradati a “follower”, ammiratori, rispondono riprendendo, ritwittando e moltiplicando pedissequamente i “meme” sui loro profili. Così, se per un verso ci capita di assistere allo scatenarsi di infuocate battaglie “virali”, per un altro dobbiamo constatare la chiusura progressiva dei luoghi d’incontro in presenza. Senza neppure rendersene conto l’attività politica pubblica, così vivace nel secondo Novecento, armi e bagagli si è infatti trasferita sulle piattaforme private delle Big Tech statunitensi e, sfidando il ridicolo, perfino sulla “Rousseau” di un’azienda nostrana. E tutto ciò ha dato vita a un curioso e grottesco paradosso: il travestimento del privato in veste pubblica. Prendendo atto di questa deriva, e certo per spingerla ancora più in basso, alcuni commentatori hanno poi cominciato a sostenere che le piattaforme private come Facebook, Twitter, TikTok e via elencando svolgono, bontà loro, un vero e proprio servizio pubblico. Basterà al riguardo una sola citazione: “I social network americani sono servizi divenuti pubblici e globali che hanno ottenuto un successo straordinario senza precedenti. Aziende fondate e gestite da privati che rispondono agli azionisti: non appartengono né a chi le frequenta né ad organi statali. Una condizione peculiare con la quale bisogna fare i conti. È questa la differenza fra l’Internet decentralizzato dei primi tempi e il web dei social network” [NOTA 1] Ora, che una piattaforma privata non sia uno spazio pubblico dovrebbe essere di per sé lapalissiano. Ma ci sono voluti il clamoroso scontro tra il presidente in carica al tempo dei fatti, Donald Trump, e Twitter e quello non meno significativo tra Facebook & Google e il Parlamento australiano per far lievitare almeno qualche dubbio. Vediamo dunque cosa possiamo apprendere da questi avvenimenti.

 

Da Capitol Hill all’Australia

La prima storia si è svolta a cavallo tra il 2020 e il 2021 negli Stati Uniti d’America. Riassumo anzitutto l’antefatto. Dopo un’infuocata campagna elettorale per il rinnovo della carica di Presidente degli Stati Uniti, gli organi di controllo istituzionali e le istanze competenti del Partito Democratico e del Partito Repubblicano hanno riconosciuto infine la vittoria a Joe Biden. Donald Trump, campione dei repubblicani e presidente ancora in carica degli Stati Uniti, tuttavia, contesta il risultato e, anzi, in modo esplicito accusa con veemenza il Partito Democratico di aver compiuto dei “brogli”. In seguito a queste accuse – non meglio documentate ma negli ultimi mesi della campagna elettorale già cucinate con insistenza e a fuoco lento come una probabile eventualità – egli si rifiuta di “concedere” al Partito Democratico la vittoria e di cooperare al passaggio rituale delle funzioni presidenziali e dei suoi segreti. La ritrosia di Trump inaugura così un “tempo sospeso” in cui il presidente sconfitto rimane in carica temporeggiando e Biden, pur essendo stato confermato vincitore dal Congresso USA, non ottiene, come stabilito dalla tradizione, il riconoscimento dal suo avversario. In questo tempo irrituale, il 6 gennaio 2021 gli eventi precipitano e un consistente numero di sostenitori di Donald Trump accerchia Capitol Hill, la sede del Congresso degli USA, e si spinge al suo interno occupandone per alcune ore uffici e locali. Questa irruzione avviene sotto gli occhi di mezzo mondo poiché in quel momento cruciale erano sul luogo giornalisti e televisioni di tutti i continenti. A sgombero avvenuto si contano sei morti e un certo numero di feriti – anche tra le forze di polizia – sull’identità dei quali tuttavia viene mantenuto un imbarazzato per non dire curioso e perdurante silenzio istituzionale. Veniamo dunque a ciò che ci interessa. Sulla soglia dell’irruzione, all’acme della tensione, in un messaggio inviato ai manifestanti, ai 75 milioni di elettori che lo avevano votato e agli 89 milioni di follower dichiarati sulla piattaforma di Twitter, Donald Trump ( @realDonaldTrump ) ribadisce le sue posizioni sulla “vittoria rubata” dai democratici, inneggia apertamente alle buone ragioni dell’adunata in suo sostegno ed esprime tutto il suo “amore” per i manifestanti. Più blandamente, tuttavia, invita anche gli attivisti a tornarsene a casa per poter proseguire nei giorni a venire la loro sacrosanta iniziativa di lotta. In risposta a questo suo tweet, sostenendo che le parole del presidente avevano violato la “policy” del servizio, Mark Zuckerberg per la piattaforma di Facebook decide di bloccare temporaneamente il profilo di Trump e dichiara: “Il rischio di consentire al presidente di continuare a usare il nostro servizio in questo momento è semplicemente troppo grande. Per questo estendiamo il blocco che abbiamo deciso sui suoi account Facebook e Instagram a tempo indeterminato e per almeno le prossime due settimane, fino a quando una pacifica transizione di potere sarà completata”. [NOTA 2]. Quasi in contemporanea una analoga decisione viene presa dalla piattaforma Twitter che, in quel momento, sospende il profilo personale di Trump per 12 ore. Donald Trump, ancora formalmente presidente degli Stati Uniti, risponde a questa mossa spostando i suoi messaggi sull’account presidenziale #POTUS, ospitato anch’esso sulla piattaforma Twitter. Ma Jack Dorsey, CEO di Twitter, con una ulteriore progressione, decide a quel punto di bannare “a tempo indeterminato” anche #POTUS adducendo come motivazione “il rischio concreto che (Trump) inciti alla violenza anche il prossimo 27 gennaio”; data in cui rumor insistenti, soprattutto sui “social”, annunciavano una nuova manifestazione pubblica dei sostenitori di Trump. Ecco, ho riportato le prese di posizione di Facebook e di Twitter perché in qualche modo esse fanno emergere, oltre allo scontro tra repubblicani e democratici, tra seguaci di Trump e istituzioni politiche, anche una tensione la cui qualità specifica sembra destinata a proiettarsi ben oltre gli Stati Uniti. L’aperto conflitto tra l’esponente in carica di uno Stato e la coalizione di un certo numero di piattaforme digitali della Silicon Valley che si stringe in alleanza per togliergli visibilità e parola nel continente digitale ci offre infatti l’anteprima di uno scontro di potere che da allora abbiamo già visto riprodursi sempre più velocemente e in più varianti in molte altre parti del mondo: in Australia, in Uganda [NOTA 3], nel Myanmar [NOTA 4]; e i cui sintomi già si erano mostrati perfino in Europa [NOTA 5].

Vediamo ora la seconda storia. Nel febbraio del 2021 il Governo australiano mette in discussione una proposta di legge intesa a obbligare le grandi piattaforme digitali a pagare i diritti agli editori per i link che conducono agli articoli pubblicati dai media australiani. In risposta a ciò, prima ancora che il Parlamento sia giunto a una decisione, Facebook e Google rendono invisibili i link di collegamento alle pagine dei giornali australiani bloccando in tal modo l’accesso degli utenti. In questo blocco restano ovviamente coinvolte anche un gran numero di “informazioni essenziali sui servizi sanitari e di emergenza” [NOTA 6] che di quel motore di ricerca e di quella piattaforma abitualmente si servono. E questo, in tempo di Covid, rafforza la potenza del ricatto. A questo punto, commentando la vicenda, il premier australiano Scott Morrison, si fa portavoce delle “preoccupazioni che sempre più Paesi esprimono sul comportamento delle aziende Big Tech, società che pensano di essere più grandi e influenti dei governi e ritengono di essere al di sopra delle regole”. Al conflitto tra Big Tech e governi, già ben delineato nella prima storia, si affianca qui quello tra settori diversi del capitalismo e tra monopoli e imprese minori. Più precisamente: tra il capitalismo digitale emergente e i grandi (e piccoli) gruppi dell’editoria cartacea. Una contraddizione che ha in palio la marea di miliardi che vengono ogni giorno spesi in pubblicità. Contraddizione, tuttavia, che non ha faticato a trovare soluzione con gli accordi stipulati sia da Google che da Facebook con News Corp di Rupert Murdoch, il gruppo monopolistico più forte della carta stampata australiana (controlla il 70% delle testate) e con Seven West Media, a totale scapito naturalmente dei piccoli editori [NOTA 7].

Le poche scene in cui ho riassunto i passaggi salienti della contraddizione in corso tra il dominio digitale delle grandi piattaforme e il potere politico degli Stati e di altri governi ci offre l’occasione di mettere meglio a fuoco anche la metamorfosi in atto nello spazio pubblico locale oggetto di questo scritto poiché non riguardano soltanto o principalmente ciò che è avvenuto negli USA, in Australia, in Uganda, nel Myanmar o in Spagna in un momento particolare della loro storia interna, ma proiettano il loro significato sull’intero continente digitale. Ci riguardano nella misura in cui gli account, le pagine e i profili che vengono aperti in qualsiasi parte del mondo su quelle piattaforme sono da esse gestiti – tenuti aperti, momentaneamente oscurati oppure chiusi – in piena autonomia o comunque in accordo coperto con questa o quella fazione politica del potere politico locale che volta a volta maggiormente tutela i loro interessi economici e solo quelli.

 

Tre domande fondamentali

Tornando alla deriva privatistica dello spazio pubblico italiano cui ho fatto cenno nella prima parte di questo scritto e tenendo conto dei fatti sopra riportati penso che tre domande ce le dovremmo pur fare.

La prima: fino a che punto gli interessi privati dell’oligarchia digitale possono già oggi condizionare quelli di uno Stato?

La seconda: fino a che punto gli interessi di uno Stato sono ancora in grado di tenere a freno le ambizioni strategiche di Big Tech?

La terza: fino a che punto le piattaforme private svolgono effettivamente la funzione di un vero e proprio spazio pubblico?

Per bocca del suo portavoce Steffen Seiber, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha accennato una risposta definendo “problematica” la chiusura degli account sui social network del presidente americano. “È possibile interferire con la libertà di espressione, ma secondo i limiti definiti dal legislatore, e non per decisione di un management aziendale” [NOTA 8]. Il filosofo Massimo Cacciari, a sua volta, è entrato in argomento stigmatizzando come “inaudito” che imprenditori privati quali Dorsey e Zuckerberg, padroni delle reti, possano controllare e decidere se i messaggi circolanti in rete siano o meno osceni. Anche per lui, insomma, “dovrebbe esserci una forma di autorità politica che decide. Esattamente così come c’è l’Autorità per la concorrenza, per la privacy, che decide ‘questi messaggi in rete sono razzisti, sono sessisti, incitano alla violenza’ e così via.” [NOTA 9]. L’economista Luigi Zingales, dopo aver definito l’esclusione di Trump dalle piattaforme di Facebook e di Twitter “una straordinaria limitazione della libertà personale, che può essere imposta solo dalle autorità legittime in seguito ad un giusto processo, non da compagnie private” ha ulteriormente precisato che questo “colpo di stato silenzioso non sarebbe stato possibile senza l’estrema concentrazione del settore digitale” [NOTA 10].

Potremmo fare altri esempi ma ci possiamo accontentare perché i tre precedenti esprimono l’essenziale della discussione in corso tanto ricca di buoni propositi quanto, credo di poter dire, “fuori misura”. Posta su quel piano, infatti, la riflessione resta assai lontana dalla radice più profonda del problema. Non mette in discussione l’essenziale. Che non può essere ridotto all’arroganza monopolistica di queste imprese planetarie senza chiamare in causa la loro sostanza capitalistica. L’antitrust o l’Authority per la difesa della privacy non sono altro che pallidi palliativi, peraltro impotenti vista la radicalità dell’espropriazione di dati sensibili che aziende come Google, Microsoft, Facebook e Amazon da almeno vent’anni portano avanti disdegnando platealmente le tiratine d’orecchie dei benevoli Stati d’Occidente. Inoltre, se mai si potesse porre la museruola alla smisurata ambizione di addentare dati e di incrementare le posizioni di dominio dell’oligarchia digitale non per questo si riuscirebbe a incidere sul codice sorgente del rapporto di produzione capitalistico. Questa è da sempre l’illusione delle democrazie liberali e delle socialdemocrazie europee in tutte le versioni storiche che negli ultimi cento anni hanno assunto. Ed è da sempre anche una illusione sconfitta. Ma l’obiezione può essere spinta perfino più a fondo. Essa non tiene conto, infatti, del mito originario su cui poggia il web. Quel mito autorevolmente rilanciato di recente da Tim Berners-Lee – l’inventore del WEB – quando, riferendosi alla legge poi approvata dal Parlamento australiano per far pagare a Google e a Facebook i collegamenti che consentono la visualizzazione delle notizie pubblicate dai media cartacei ha voluto ribadire il principio fondamentale del suo credo: la libertà assoluta di collegarsi senza alcun vincolo o pedaggio sul web; principio che se venisse anche solo scalfito, egli ha detto, farebbe precipitare il web nel disastro. Insomma, senza questa possibilità per chiunque di linkare liberamente “il web ne uscirebbe minato alla radice” [NOTA 11]. Come si permettono dunque gli staterelli locali del pianeta e i sostenitori a vario titolo delle museruole d’insistere su questo punto? Secondo questa mitologia delle origini, apparentemente libertaria, imporre vincoli ai link di condivisione delle news comporterebbe una minaccia per i diritti degli avatar che popolano il continente virtuale e per l’immensa rete delle reti costituirebbe una malattia mortale. In effetti, come abbiamo visto in Australia il blocco dei link colpisce un po’ tutti ma sono anzitutto e soprattutto i frequentatori singoli delle piattaforme e i piccoli editori ad essere penalizzati perché i gruppi monopolistici tra loro trovano quasi sempre il modo di venire a patti stipulando accordi commerciali di reciproca convenienza. E, quando non li trovano, il pesce grosso si mangia con piacere quello più piccolo. D’altra parte, piaccia o non piaccia a Tim Berners-Lee, che i colonizzatori del web abbiano creato i più grandi monopoli mai esistiti sul pianeta e proprio da questa sua mitologia traggano gli argomenti per legittimare gli enormi profitti ricavati è un dato di fatto. La malattia mortale del web in questa prospettiva non è portata dai governi che cercano in modo dopo tutto assai delicato di regolamentare in qualche modo lo strapotere delle piattaforme, bensì è la radice capitalistica che fin dalla loro origine ne costituisce il codice sorgente. In una tale cornice la risposta alla terza domanda cammina sulla corda dei funamboli senza rete. Un solo passo falso e si va giù. La libertà di link e di parola sotto il monitoraggio permanente di algoritmi censori – e perfino di “moderatori di contenuti”, lavoratori umani a contratto precario – vista l’incertezza degli attuali algoritmi nel saper distinguere con chiarezza intenzioni e significati attribuiti alle parole dei post, ai messaggi e alle immagini, dagli iscritti alle piattaforme e dagli inserzionisti, ricorda molto la condizione carceraria dove per far fronte alla censura i detenuti più presenti a sé stessi nel migliore dei casi finiscono per imporsi consapevolmente l’autocensura permanente. In entrambi i casi, del resto, la comunicazione avviene in un contesto obbligante e, francamente, sottoporre la propria parola al carceriere, agli algoritmi censori di Google-Facebook-Twitter o ai loro “moderatori di contenuti”, non fa proprio alcuna differenza. Ciò che agli uni o agli altri non nuocerà verrà lasciato libero di circolare, ciò che invece in qualche modo verrà ritenuto nocivo genererà conseguenze. Ma rispetto al carcere la sorveglianza delle piattaforme è anche peggiore. Esse, infatti, si approprieranno comunque di tutti i dati in esse riversati. D’altra parte, è anche vero che attualmente la quasi totalità della comunicazione politica avviene ormai proprio su quelle piattaforme ovvero all’interno di quella che potremmo chiamare l’area di sorveglianza e di tolleranza della “grande élite” digitale. Il che ci chiede di spendere ancora due parole sull’Intelligenza artificiale.

 

Intermezzo: dalle grandi élite alla Intelligenza Artificiale

Nel 1956, Charles Wright Mills, in un saggio sociologico molto acuto [NOTA 12] cercò di mettere in evidenza il modo in cui le forze motrici del capitalismo industriale – oligarchie digitali, finanziarie, militari e politiche – intrecciavano le loro relazioni strategiche in luoghi non dichiarati e sovranazionali. In quei luoghi le “grandi élite del potere” maturavano i loro confronti e le loro decisioni invisibili; i contenuti forti della loro azione egemonica. Inutile dire che quel metalivello di ingegnerizzazione delle dinamiche sociali restava coperto allo sguardo dei cittadini e per chi poteva avere accesso a quei confronti non era conveniente farne parola altrove.

Anche ai nostri giorni le “grandi élite” del capitalismo digitale planetario continuano a intrecciare relazioni indicibili tra sé e con governi o Stati ma, a differenza degli anni in cui scriveva Mills, la catena di comando trova oggi nuove linee di occultamento e si disperde in quel complesso sistema che l’etichetta Intelligenza Artificiale indica e nasconde. Tanto per evitare equivoci di ascendenza heideggeriana va chiarito allora che di quel complesso l’oligarchia digitale ha saldamente in pugno i brevetti e il monopolio delle intenzioni oggettivate nei dispositivi. L’Intelligenza Artificiale, debole o forte che sia, in altri termini, non manifesta un “dominio della tecnica” ma trasmette, come sempre è stato nelle società capitalistiche, gli interessi e le intenzioni dei magnati di Big Tech e dei loro azionisti. I dispositivi sistemici dell’Intelligenza artificiale, intendo dire, non stanno affatto rendendosi autonomi dalla gestione umana. All’origine della loro operatività troviamo ancora, come sempre, matematici, informatici, ingegneri sociali e, prima ancora, consigli di amministrazione, azionisti e padroni (parola abbandonata ma più che mai attuale). Detto questo, è anche vero però che il grado di autonomia relativa dei sistemi di Intelligenza artificiale oggettivati sta guadagnando giorno dopo giorno terreno; e che la loro operatività ordinaria tende a eliminare via via un numero crescente di intermediazioni umane. Quando ci rechiamo a un bancomat, chiediamo consigli a un navigatore, scegliamo un film su Netflix, clicchiamo like, lanciamo tweet, scriviamo mail, poniamo “query” a Google, tra noi e la risposta gli umani sono assenti. Oggi, per farla breve, le “grandi élite” si stanno oggettivando nei nostri dispositivi personali, negli smartphone e negli iPhone che maneggiamo compulsivamente e, sotto forma di algoritmi, dal loro interno, mentre amichevolmente ci assecondano o ci consigliano, inoculano nelle nostre identità di connessione un quid di quell’intenzionalità capitalistica di cui sono espressione. Ecco, questa gestione disciplinare degli umani digitalizzati mediante l’intelligenza artificiale disseminata, come ha scritto Miguel Benasayag, mentre annuncia il ritorno del totalitarismo [NOTA 13] ma in una veste nuova, procede alla distruzione sistematica di un grande numero di ambiti relazionali. E, nel quadro della nostra riflessione, questa distruzione ha di mira anzitutto proprio quello che un tempo veniva percepito come “spazio pubblico”. Si tratta infatti di una distruzione per annessione: per acquisirne i luoghi, sussumerli nella dimensione digitale riproposta in una nuova versione scorporata, de-umanizzata e virtuale, per seminare gli standard di una nuova e automatica obbedienza. Con tutto ciò la nostra ormai esangue libertà di decisione – quello spazio di libertà che Hannah Arendt ha messo a fondamento della nozione stessa di libertà – dovrà ora sempre più confrontarsi.

 

Contro la colonizzazione dello spazio pubblico

La colonizzazione dello spazio pubblico da parte delle aziende digitali private, se solo rivolgiamo lo sguardo ai luoghi d’incontro effettivi, si mostra ai nostri occhi sia come mancanza di luoghi reali garantiti dalle istituzioni e utilizzabili dai cittadini reali per socializzare, agire il confronto politico, far musica, teatro, cultura e quant’altro possa contribuire a produrre intreccio, discussione, coinvolgimento e costruzione collettiva del tessuto sociale; sia come sublimazione digitale di questi luoghi, attrezzata con piattaforme private specializzate nella rapina di ogni genere di dati e nella loro vendita ai mercanti del marketing commerciale o politico. Una doppia espropriazione in seguito alla quale i nostri corpi e le relazioni di cui si nutrono per soddisfare i loro desideri sociali vengono radicalmente disconfermati per lasciare spazio all’incorporea leggerezza delle identità di connessione. Identità, lo ribadisco, oggetto e mira di azioni e di intenzioni intrinsecamente alienanti. Va detto anche però che un ruolo rilevante in questa devitalizzazione dello spazio pubblico e del suo stravolgimento digitale l’hanno assunta quelle figure politiche che in questa direzione si sono spinte in prima linea. Leader di partiti politici, primi ministri, capi di Stato. Su Twitter, ad esempio, Donald Trump, prima di essere bannato “nei quattro anni della sua pre-sidenza ha postato 26.557 tweet, in media 18 al giorno” [NOTA 14]. Giuseppe Conte, nella sua veste di Presidente del Consiglio, ha ripetutamente dato i suoi appuntamenti pubblici con i cittadini dal balconcino di Facebook. Come se per ascoltare le motivazioni dei suoi DPCM fosse necessario aprirsi un profilo sulla piattaforma americana. Intendo dire che queste, come molte altre figure pubbliche di primo piano, per accreditare sé stesse hanno scelto di eleggere le piattaforme digitali private come spazi pubblici. Non interessano qui le considerazioni personali o politiche che li hanno spinti a fare questo passo. Quello di cui va preso atto è che l’hanno fatto e, così facendo, hanno degradato e umiliato la comunicazione istituzionale e lo spazio pubblico alla condizione di account su una piattaforma digitale privata.

Certo, in quest’ultimo anno, la chiusura per decreto di una gran parte dei luoghi pubblici residuali – circoli culturali, spazi d’incontro, centri sociali, musei, teatri – peraltro bollati come “non essenziali” o “non vitali”, ha contribuito a rafforzare questa tendenza. Ma sarebbe un errore ritenere che l’assalto alle piattaforme digitali sia di questa “emergenza” soltanto una conseguenza. Sappiamo tutti per esperienza diretta che lo spazio pubblico si va dissolvendo anche per scelta di quei cittadini che trovano più comodo scambiare messaggi infuocati in un gruppo WhatsApp, oppure post al vetriolo sulla piattaforma di Facebook o ancora immagini dissacranti su Instagram, piuttosto che calarsi in carne e ossa nei luoghi vivi e faticosi del consorzio umano dove la tensione dialogica deve fare i conti con gli interlocutori in presenza. Come pure sappiamo che post, messaggi e videoconferenze sulle piattaforme non smuovono di un micron i rapporti di proprietà, ovvero i rapporti di produzione materiale della vita. Anzi, li riconfermano come i ricavi e i profitti di Facebook, Twitter, Google, Microsoft e altri ancora, impietosamente e in modo ostentato sono lì a dimostrare.

 

In difesa dello spazio pubblico

La difesa dello spazio pubblico e dei luoghi pubblici aperti a tutti cittadini e finalizzati all’esercizio del loro benessere relazionale e del loro diritto di coltivare incontri, confronti, atti-tudini e progetti, oggi pesantemente minacciato dall’abbandono delle istituzioni e dal processo di colonizzazione aggressiva trainato dell’oligarchia digitale chiede ad un tempo una disposizione antropologica e un immaginario istituente. La prima riguarda la difesa del primato delle relazioni sociali e interpersonali sulle connessioni digitali; una battaglia contro il proprio personale e acritico sdoppiamento. Va da sé che in quest’epoca sono gli stessi contesti istituzionali che ci inducono, quando non ci obbligano, a operare in prevalenza con le nostre identità di connessione nei luoghi digitali: lavoro a distanza, didattica a distanza, esami a distanza, conferenze a distanza e così via. Non è però egualmente scontato che questi luoghi abbiano la stessa valenza di quelli in cui si affermano e si cimentano le nostre identità relazionali. La disposizione antropologica di cui parlo è allora quella che, pur non rinunciando ad operare in connessione, si batte per non subordinare o perdere il proprio ancoraggio relazionale; perché lì e soltanto lì la specificità dell’umano vive o muore. L’immaginario istituente, invece, ci è richiesto dalla presa d’atto del sempre più profondo malessere personale e dall’accrescersi esponenziale delle disuguaglianze sociali verso cui il modo di produzione capitalistico, ancor più nella sua fase digitale, ci sta conducendo e precipitando. Non è vero che l’innovazione digitale porta a maturazione l’anima progressista del capitalismo. Il progresso dell’Intelligenza Artificiale, degli algoritmi predittivi, e così via è direttamente proporzionale al conseguimento delle intenzionalità di profitto e di dominio in essi oggettivato. Altra cosa è la prospettiva del progresso sociale che oggi si misura sulla nostra capacità di acquisire coscienza delle istituzioni, degli ambienti e dei contesti che ci attraversano e dai quali dipendiamo, così come dal nostro impegno in prima persona nell’azione di gruppo per trovare insieme vie di fuga e di emancipazione dall’atomizzazione digitale e burocratica che ci paralizza.

 

NOTE

1 Sreenath Sreenivasan intervistato da Jaime D’A-lessandro; Repubblica, 10/01/21

https://www.ansa.it/sito/notizie/mon-do/2021/01/07/zuckerberg-blocca-trump-su-face-book-e-instagram-rischio-troppo-grande_a27b-b6c2-1bf1-4448-aa89-49f08242eb6a.html

3 All’inizio di gennaio il governo ugandese ha bloccato l’accesso a Facebook e ad altre piattaforme accusandole di consentite la manipolazione del processo elettorale in corso. A elezioni avvenute le piattaforme oscurate sono state riaperte, ma non quella di Facebook.

4 Nel Myanmar, Facebook ha disattivato profili e pagine dei sostenitori dei generali che il 1 febbraio avevano assunto con un atto di forza il potere dello Stato. E questi, pochi giorni dopo, hanno limitato a loro volta gli accessi a Facebook

5 Spagna: il 16 dicembre 2014 Google aveva indirizzato agli utenti spagnoli questo messaggio: “Google News ha chiuso in Spagna (…), in seguito ai recenti cambiamenti nella legislazione spagnola, le pubblicazioni degli editori spagnoli non compaiono più in ‘Google noticias’”.

6 fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2021/02/18/facebook-oscura-lau-stralia-scontro-sulla-nuova-legge_1aebb-b45-0367-44ec-ba33-fb1911dfca13.html

7 Kewin Carboni, Wired, 16/03/21: https://www.wi-red.it/attualita/media/2021/03/16/facebook-austra-lia-murdoch-news-corp-notizie/?refresh_ce=

8 Repubblica, 1/11/21

9 Massimo Cacciari, Agenzia Adnkronos, 8/01/21

10 http://vocidallestero.blogspot.com/2021/01/zin-gales-il-colpo-di-stato-silenzioso.html

11 https://www.theguardian.com/media/2021/jan/20/australias-proposed-media-code-could-break-the-world-wide-web-says-the-man-who-invented-it; Carlo Bonini (a cura di), La guerra mondiale delle News, Longform, Rep, 7/03/21

12 Charles Wright Mills, The Power Elite, Oxford, University Press, New York, 1956.

13 Miguel Benasayag, La tirannia dell’algoritmo, Vita e pensiero, 2020

14 Enrico Pedemonte, Trump e i social asociali; in Limes 1-2001

 

(*) testo ripreso da “Su la testa” di maggio.

 

da qui

martedì 16 marzo 2021

conoscendo Zeynep Tufekci

Ingredienti - Giovanni De Mauro

Zeynep Tufekci è nata in Turchia e insegna sociologia all’università del North Carolina a Chapel Hill, negli Stati Uniti. Si occupa dell’impatto sociale delle tecnologie e nell’ultimo anno ha scritto alcuni degli articoli più lucidi sulla pandemia. In un ritratto uscito sul New York Times, Ben Smith l’ha definita una persona che “ha l’abitudine di aver ragione sulle cose importanti”. Il suo libro del 2017 si intitola Twitter and tear gas (Twitter e gas lacrimogeni), è sulla forza e la fragilità delle proteste in rete e non è ancora tradotto in Italia.

Di Tufekci abbiamo già pubblicato due articoli. Il primo, uscito alla fine di agosto, era sull’importanza dell’aerazione nella prevenzione del covid. Il secondo, a ottobre, spiegava perché gli “eventi superdiffusori” sono stati il principale motore della pandemia. Il terzo, che pubblichiamo questa settimana, descrive gli errori che abbiamo fatto finora e spiega perché, malgrado tutto, dobbiamo essere ottimisti.

Tufekci racconta che deve molto a un’infanzia che non augurerebbe a nessuno e a tre ingredienti: un punto di vista internazionale acquisito rimbalzando tra Turchia e Belgio quand’era bambina e poi lavorando negli Stati Uniti; una conoscenza che attraversa le aree tematiche e le discipline accademiche, frutto del suo essere una programmatrice informatica che si è avvicinata alla sociologia; un’abitudine a ragionare su sistemi complessi. Ma tutto è cominciato crescendo a Istanbul “in una casa infelice” con una madre alcolizzata.

A metà degli anni novanta, ancora adolescente, è andata via e ha trovato lavoro all’Ibm. La sua vita è cambiata quando ha scoperto una mailing list sul movimento zapatista, la mobilitazione degli indigeni messicani contro la privatizzazione delle terre. Nel 1998 è andata in Chiapas. La rete di relazioni che ha costruito in quegli anni è stata fondamentale. “Tufekci è l’unica persona con cui ho mai parlato convinta che l’era moderna sia cominciata con la solidarietà zapatista”, ha scritto Ben Smith. “Per lei è stato un primo bagliore della ‘globalizzazione dal basso’”.

https://www.internazionale.it/opinione/giovanni-de-mauro/2021/03/11/ingredienti-tufekci-coronavirus






lunedì 14 settembre 2020

Sorveglianza predittiva; riconoscimento facciale; elezioni Usa - Carola Frediani

 E poi censura; e trojan... what else?


Guerre di Rete - una newsletter di notizie cyber
a cura di Carola Frediani
N.80 - 13 settembre 2020

Buongiorno a tutti, eccoci qua di nuovo dopo la pausa estiva. Sono già due anni che esiste questa newsletter. Nel tempo è cresciuta (di utenti e spero anche di contenuti), ma è sempre rimasta gratuita, accessibile, priva di sponsor, pubblicità o altro. Ricordo per chi fosse nuovo che la scrivo nel mio tempo libero, con l’intento di fare informazione su questi temi.
Qui raccontavo due anni fa come era nata e il suo senso. E qui c’è una sua presentazione in un convegno sui nuovi giornalismi. La trovate anche molto citata online e da testate varie - apprezzo sempre molto quei giornalisti che decidono di citarla, anche quando potrebbero usarla in silenzio (ma va bene lo stesso, è fatta apposta per essere usata in fondo). Ah, e qua c’è l’archivio di tutti i suoi numeri (a me serve molto, magari anche a qualcuno di voi).
Bene, le presentazioni sono fatte (e per altre info pratiche, ad esempio come contattarmi, andate in fondo). Basta chiacchiere, abbiamo un periodo intenso davanti. Buona lettura.

PS: Per chi è in zona ci vediamo domenica 27 settembre al Trieste Next, dove parlerò del mio libro #Cybercrime con Sergio Maistrello

PREDICTIVE POLICING
Sorveglianza predittiva e contee di polizia
C’è una storia dalla provincia americana che racconta plasticamente i rischi e le aberrazioni del predictive policing. Con questa definizione si intende, per farla breve, l’uso di varie tecniche di analisi dei dati per prevenire il crimine, tendenzialmente individuando dei target per la polizia. Ovvero “un metodo per impiegare risorse delle forze dell’ordine sulla base di analisi guidate dai dati che dovrebbero predire colpevoli, vittime o luoghi di futuri crimini”, secondo l’associazione Electronic Frontier Foundation. Queste tecnologie sono entrate nell’uso dei dipartimenti di polizia di varie città americane (e non solo) negli ultimi anni. A produrle aziende come PredPol, HunchLab, CivicScape, Palantir ma anche università, come la Carnegie Mellon University col suo CrimeScan. Nell’estate 2020, strumenti di questo tipo sono usati in dozzine di città statunitensi, da New York a Portland, da Orlando ad Atlanta.

Il concetto è il seguente: si analizzano grandi quantità di informazioni da crimini precedenti incluse indicazioni relative all’ora, stagione, meteo, tipologia di vittime, luogo e così via, al fine di inferire quando e dove del nuovo crimine potrebbe accadere. Esiste poi un predictive policing “person based”, basato sulle persone (e non sui luoghi). Si crea un sistema di rating che assegna agli individui un valore di rischio basato su un certo numero di flussi di dati, dall’età alla sospetta affiliazione a gang ai precedenti, ma anche al fatto se il soggetto sia stato a sua volta vittima di crimini, e altro. Entrambi i sistemi sono evidentemente problematici. Il sistema di rating delle persone crea delle liste nere imperscrutabili in cui chi ci finisce diventa automaticamente un sospettato per future azioni. E anche l’individuazione di aree geografiche a rischio può gettare sulle stesse, e soprattutto su chi le frequenta, un’aura di sospetto e un eccesso di controllo da parte della polizia, specie in contesti sociali dove sono già presenti discriminazioni contro minoranze (questo aumento di controllo significa spesso anche un aumento nella rilevazione di reati minori o infrazioni, che porta a sua volta ad alzare il punteggio negativo dell’area, e a maggiore controllo, in un circolo vizioso.)

Questo per quanto riguarda, come dire, l’astratta analisi sociologica. Ma il bagno di realtà ci arriva dalla contea di Pasco, in Florida. Qui dal 2011, al momento dell’insediamento, lo sceriffo decise di creare un avanzato programma di intelligence per fermare il crimine prima che avvenisse. Il risultato però è stato di mettere in piedi un sistema per monitorare e molestare continuamente vari residenti della contea, racconta un eccezionale reportage del Tampa Bay Times. Infatti l’ufficio dello sceriffo genera liste di persone considerate a rischio di violare la legge, in virtù dei loro “precedenti, di altra non specificata intelligence, e di decisioni arbitrarie prese dagli analisti della polizia”. A quel punto sono mandati degli agenti a cercare e interrogare periodicamente quelli che sono nella lista, senza alcun indizio fondato, mandato o prova che sia stata commessa qualche violazione. A essere interrogati anche parenti e amici, anche sul luogo di lavoro. Le spedizioni della polizia potevano avvenire a qualsiasi ora, pure di notte, e se trovavano resistenza si trasformavano in multe per piccole violazioni, come l’assenza del numero sulla cassetta delle lettere o l’erba non tagliata nel prato davanti a casa. Un ragazzino di 15 anni, colpevole in passato di aver rubato una moto (e di aver scontato la relativa pena) ha avuto visite della polizia per 21 volte, tra il settembre 2019 e il gennaio 2020.
I più tartassati dal sistema sono stati quelli identificati come “delinquenti prolifici”. A definirli come tali un algoritmo inventato dal dipartimento che assegna alle persone un punteggio in base ai precedenti, ma questi includono anche arresti per cui successivamente le accuse sono cadute. Il fatto di essere stato anche solo sospettato per qualcosa ti fa guadagnare punti. Tale punteggio viene poi “migliorato” mettendo assieme altri parametri, incluso il fatto di apparire in un report della polizia come testimone. Il sistema crea quindi una lista di trasgressori ogni 90 giorni, anche se gli analisti della polizia la rivedono a mano e determinano il centinaio di persone che dovrebbero rientrarci, inclusi i Top 5, i primi cinque. Poi partono le visite.
Moltissimi in questa lista erano giovani accusati in passato di reati minori. Loro e le loro famiglie sono stati quindi molestati per anni. Alcuni se ne sono andati, altri hanno fatto causa. Il ragazzo di quindici anni si è suicidato. Non sappiamo la causa del gesto, o quanto abbiano pesato queste “attenzioni” rispetto ad altri fattori, ma dal racconto emerge che di certo la situazione non è stata d’aiuto.

Torniamo al quadro più ampio. A giugno la città di Santa Cruz, California, è stata la prima negli Usa a mettere al bando l’uso del predictive policing. Proprio la città che era stata fra le prime ad adottarlo, nel 2011 (in quel caso la modalità era quella per area geografica, e non per persona). Tuttavia, dopo nove anni, la città ha votato per un divieto a causa del timore che quello strumento perpetuasse la diseguaglianza razziale. L’ordinanza della città descrive così la tecnologia in questione: “software che è usato per predire informazioni o trend sul crimine, o la criminalità nel passato o nel futuro, includendo (ma non limitandosi) le caratteristiche, il profilo o l’identità di qualsiasi persona ritenuta più a rischio di commettere crimini, i luoghi o la frequenza del crimine, o le persone colpite dal crimine previsto”.
Una delle pecche principali del predictive policing sono i dati fallaci che nutrono lo stesso sistema, spiega in un report la Electronic Frontier Foundation. Prendiamo ad esempio i dati su reati, violazioni accadute ecc. Non tutti questi eventi finiscono registrati. Inoltre alcune comunità tenderanno ad avere un maggior tasso di segnalazioni di altri. E come dicevo prima, un aumento di controllo può portare a un aumento di segnalazioni che può rendere il predictive policing “una profezia che si autoavvera”.La tecnologia, scrive ancora l’EFF, non può predire il crimine, ma “può solo usare la prossimità all’azione di polizia da parte di una persona come un’arma contro la stessa. Un individuo non dovrebbe vedere erosa la propria presunzione di innocenza perché un contatto casuale, un famigliare o un vicino commettono un crimine”.
Come raccontavo a giugno in newsletter, il movimento americano Black Lives Matter ha contribuito a rendere più forte la critica all’uso del riconoscimento facciale nelle città. Ora è probabilmente lo stesso clima di consapevolezza degli abusi da parte della polizia nei confronti di minoranze razziali negli Usa a mettere sulla graticola il predictive policing.

RICONOSCIMENTO FACCIALE
Il doppio ban di Portland

E a proposito di riconoscimento facciale. A Portland, in Oregon, città che continua a essere attraversata da molte manifestazioni del movimento Black Lives Matter, il consiglio comunale ha unanimemente votato per adottare due tra le messe al bando più nette di tecnologie di questo tipo negli Usa. Il primo divieto proibisce l’uso pubblico del riconoscimento facciale, ovvero l’uso da parte di agenzie della città, incluso il dipartimento di polizia. L’altro proibisce l’uso privato in ambienti pubblici, come parchi ed edifici.

Dunque le due ordinanze mettono al bando l’uso del riconoscimento facciale in negozi, banche, ristoranti, trasporti pubblici, alloggi per homeless, uffici medici, immobili in affitto, Airbnb, pensionati, e una vasta gamma di altri luoghi/attività. E consente alle persone di fare causa sia ai privati sia al governo nel caso di violazione delle norme. Rimangono fuori dal ban i club privati, i luoghi di culto, le case private e i luoghi di lavoro come fabbriche e uffici (ad eccezione delle zone accessibili al pubblico). via VentureBeat - Onezero

Riassumendo: Portland è importante perché per prima ha messo al bando anche l’uso privato/corporate in ambienti pubblici.
La lista di città Usa che hanno vietato il riconoscimento facciale: San Francisco, Boston, Oakland, Berkeley, Alameda, Santa Cruz, Somerville, Brookline, Cambridge, Springfield, Northampton, Easthampton, Portland ME.

RICONOSCIMENTO FACCIALE
Sei arrabbiato? Il software della polizia lo vuole capire
A livello globale però la battaglia sul riconoscimento facciale è tutta in salita. Lo si capisce da una notizia minore che arriva dalla Gran Bretagna. La polizia del Lincolnshire (UK) vuole testare una tecnologia di riconoscimento facciale che sostiene di dedurre pure alcuni stati d’animo (in particolare rabbia e stress) dei soggetti ripresi dalle telecamere, di riconoscere persone che indossino occhiali e cappelli, e di identificare chi porti una borsa. Le proteste non sono mancate. La critica, da parte ad esempio di associazioni come Big Brother Watch, è in sostanza di buttare soldi in tecnologie invasive, prive di efficacia, che espandono però lo stato di sorveglianza. L’AI (Intelligenza Artificiale) per individuare emozioni sarebbe un mercato in crescita, ma c’è ben poca evidenza che quella tecnologia funzioni, scrive NextWeb. E tempo fa l’istituto di ricerca AI Now aveva chiesto già la sua messa al bando per decisioni importanti. E questo senza nemmeno stare a cacciarsi nel rovo etico di registrare e classificare i presunti stati d’animo di persone che transitano per qualche luogo.

USA ELEZIONI 2020
Campagne presidenziali nel mirino di vari gruppi hacker (a partire dai russi)
Dopo mesi di attesa trepidante e di angosciante scrutinio di orizzonti immobili, in una sorta di riedizione digitale del Deserto dei Tartari, gli hacker russi sono tornati. Sono cioè tornati ad attaccare le campagne presidenziali americane, sostiene Microsoft. Che sul piatto aggiunge però pure Iran e Cina. “Nelle ultime settimane Microsoft ha individuato cyberattacchi contro organizzazioni e persone coinvolte nelle imminenti elezioni presidenziali”, scrive l’azienda sul suo blog, specificando che nel mirino sarebbero state sia la campagna di Trump che quella di Biden.
In particolare la multinazionale di Redmond avrebbe osservato tre distinti gruppi:
- il primo, Strontium, “che opera dalla Russia, ha attaccato più di 200 organizzazioni incluse campagne politiche, gruppi di advocacy, consulenti”. Strontium è uno dei simpatici nomignoli dati a un gruppo di hacker russi ritenuto tra i più avanzati e aggressivi, noto anche come APT28 o Sofacy o Fancy Bear. Si tratterebbe dello stesso gruppo implicato nell’attacco ai Democratici americani nelle presidenziali del 2016 che portò a vari leaks del Comitato nazionale democratico e di John Podesta, il capo della campagna di Hillary Clinton. E che il dipartimento di Giustizia Usa associò all’intelligence militare russa, GRU, incriminando alcuni suoi agenti (racconto quella vicenda nel mio ultimo libro #Cybercrime).
Rispetto al 2016 il gruppo si sarebbe però evoluto in alcune sue tattiche includendo nuovi strumenti per fare ricognizione del target e dei suoi sistemi (reconnaissance) e per offuscare le proprie attività. Inoltre mentre nel 2016 il gruppo si era affidato soprattutto all’invio di mail di spear phishing (phishing mirato) per catturare le credenziali delle persone, negli ultimi mesi si sarebbe invece impegnato in attacchi di forza bruta e di tipo “password spray”, ha usato cioè due tattiche per trovare le credenziali di un profilo in modo più o meno automatizzato.
Maggiore attenzione anche all’infrastruttura usata e all’uso di diversi indirizzi IP per rendere più difficile l’identificazione. In pratica il gruppo avrebbe migliorato un po’ la propria operational security (opsec), ovvero nel contesto specifico la propria capacità di non essere facilmente individuati (ma migliorata fino a un certo punto visto che Microsoft non si fa problemi a nominarli). C’è da dire che gli attacchi finora mostrati sembrano però sparare nel mucchio con poca strategia, se quanto meno stiamo alla parte emersa finora (e se non ci stiamo perdendo qualcosa nel mentre). Sicuramente, come avevo raccontato in newsletter mesi fa, i partiti Usa (e soprattutto i democratici) hanno rafforzato le proprie difese, specie quelle contro il phishing e questo può aver obbligato gli attaccanti a cercare strade diverse. In ogni caso APT28 o, come lo chiama Microsoft, Strontium, resta il gruppo più insidioso.
Qui un documento più tecnico rilasciato sempre da Microsoft su di loro.
- il secondo gruppo, Zirconium, “opera dalla Cina, ha attaccato individui di alto profilo associati alle elezioni, incluse persone legate alla campagna presidenziale di Joe Biden e leader di rilievo nella comunità che si occupa di relazioni internazionali”.
- il terzo, Phosphorus, “opera dall’Iran, ha continuato ad attaccare gli account personali di persone associate alla campagna presidenziale di Donald J. Trump”.
La maggior parte di questi attacchi, scrive ancora Microsoft, sarebbero però stati fermati da strumenti e sistemi di sicurezza.
Russia, Cina e Iran sono anche le tre nazioni indicate ad agosto dall’intelligence americana come i tre soggetti principali da cui aspettarsi cyber minacce in occasione delle elezioni 2020. Secondo la dichiarazione del direttore del National Counterintelligence and Security Center, la Cina avrebbe una preferenza per una non-rielezione di Trump; la Russia punterebbe a denigrare Biden e sarebbe pro-Trump; l’Iran cercherebbe di diffondere divisione e disinformazione, con particolare sfavore verso una rielezione dell’attuale presidente.

In generale il rischio sembra essere circoscritto a operazioni limitate di hacks-and-leaks su singole figure legate alle campagne presidenziali (un po’ come accadde con la vicenda di Podesta). L’infrastruttura usata per le elezioni risulta al sicuro. Almeno questo è quanto dichiarato da CISA, l’agenzia Usa per la sicurezza dei dati e delle infrastrutture, secondo la quale non ci sono segni di infiltrazione sui sistemi usati per registrare e conteggiare i voti (CNBC).

Intanto, sul fronte rischio disinformazione, Google e Twitter assicurano di essere pronti a un giro di vite su affermazioni false legate al voto di novembre, in particolare su quelle affermazioni che riporterebbero la vittoria di una parte in anticipo rispetto alle conferme ufficiali. Il timore è che l’utilizzo del voto via posta nelle elezioni americane potrebbe portare a dei ritardi significativi nel conteggio dei risultati e questo potrebbe aprire un varco per chi voglia diffondere falsità e confusione (BBC).
Tanto per non stare troppo tranquilli, alcuni esperti sul New York Times delineano alcuni degli scenari peggiori che potrebbero accadere alle elezioni, da ransomware a disinformazione fino alla debacle logistica del conteggio dei voti.

CENSURA
Dagli Usa alla Bielorussia con furore
Nelle contestate elezioni di agosto tenutesi in Bielorussia, il governo di Minsk aveva temporaneamente bloccato l’accesso a una serie di piattaforme e di siti, da Google a YouTube, da Twitter a Facebook, inclusi siti di notizie come la CNN e la BBC.
Secondo Bloomberg, il blocco sarebbe avvenuto grazie all’uso di dispositivi di Deep Packet Inspection (DPI), di ispezione profonda dei pacchetti, prodotti da una azienda americana, Sandvine, e ottenuti dal National Traffic Exchange Center, che in Bielorussia gestisce le rete del Paese, all’interno di un contratto da 2,5 milioni di dollari con un fornitore russo, Jet Infosystems. In pratica il percorso sarebbe il seguente: Usa -> Russia-> Bielorussia.
I sistemi di Deep Packet Inspection (DPI) permettono di monitorare e filtrare il traffico internet, “ispezionando i contenuti di ogni pacchetto che è trasmesso a un punto di ispezione, permettendo di filtrare malware o traffico non desiderato, ma anche di monitorare in tempo reale le comunicazioni, e di implementare blocchi mirati. Perciò la tecnologia DPI consente sia violazioni della privacy sia censura di massa”, scrive l’associazione Access Now. “Questo è stato documentato in molti Paesi, tra cui Etiopia, Kazakistan, Iran, Cina”. Sandvine è un’azienda canadese acquistata nel 2017 dalla società di private equity Francisco Partners, che l’ha poi fusa con Procera Networks. Francisco Partners era già nel mirino di associazioni di diritti digitali quando era proprietaria di NSO Group, il produttore di spyware israeliano. Così ora gruppi di attivisti come Access Now tornano all’attacco e chiedono conto a Sandvine e a Francisco Partners di queste vendite.

SORVEGLIANZA
Hotel spyware?
L’arresto di Paul Rusesabagina - l’uomo che ha ispirato il film Hotel Rwanda - da parte del governo ruandese solleva anche domande sul possibile uso di spyware da parte del Paese, scrive il Guardian. L’uomo sarebbe stato fermato mentre si trovava a Dubai e secondo i famigliari rapito dalle autorità ruandesi e fatto salire su un jet privato, con accuse legate al terrorismo. Le circostanze misteriose del suo arresto hanno indotto altri dissidenti del Paese a pensare che l’uomo sia stato sorvegliato elettronicamente. Più in generale il governo Kagame era già stato accusato di utilizzare spyware per monitorare critici e attivisti. “Nel 2019 almeno sei dissidenti connessi al Rwanda erano stati avvisati da Whatsapp di essere stati target di uno spyware prodotto dalla società israeliana NSO Group”.
Uno di questi era l’oppositore Faustin Rukundo, che vive in Uk, come avevo scritto mesi fa raccontando dell’attacco a centinaia di utenti Whatsapp (ne avevo parlato qua).

SE VE LO ERAVATE PERSO
SNOWDEN
Quel programa di sorveglianza di massa era illegale, corte Usa dà ragione a Snowden
Sette anni dopo la rivelazioni di Edward Snowden sulla stampa mondiale, una corte d’appello americana ha stabilito che il programma di sorveglianza della Nsa, l’Agenzia di sicurezza nazionale americana, era illegale (e inutile). Stiamo parlando in particolare di quel programma (fra i tanti che emersero dalle rivelazioni) che raccoglieva segretamente i metadati sulle telefonate di tutti gli americani, ovvero chi chiama chi, quando, quanto ecc. Un tipo di dato che rivela frequentazioni, grafi sociali, abitudini, e molte altre informazioni private, incluse condizioni sanitarie (ci sono degli studi al riguardo come questo). Il programma fu poi in parte riformato nel 2015, proprio a seguito del dibattito emerso, con l’USA Freedom Act. - Ars Technica.
Il tweet di Snowden.

Scrive Simone Pieranni sul manifesto: “La sentenza della corte d’appello americana, infatti, ha rafforzato e riabilitato il ruolo di Snowden: secondo i giudici, con le sue rivelazioni l’ex analista «ha provocato un dibattito pubblico significativo sull’opportunità della sorveglianza di massa da parte del governo americano» (...) E ancora: “Innanzitutto il testo della sentenza riabilita il ruolo di Snowden e sarebbe bene ricordarlo. Edward Snowden, analista della Nsa, venuto a conoscenza del piano di sorveglianza di massa da parte dell’agenzia tentò di denunciarne l’esistenza attraverso canali istituzionali. Ignorato e senza ottenere alcun riscontro, decise di passare all’azione solitaria, con l’aiuto del giornalista Glenn Greenwald, di alcuni media che pubblicarono via via parte del materiale e di WikiLeaks, senza la quale probabilmente Snowden oggi non sarebbe al sicuro, per quanto esiliato, in Russia.
Anche a questo proposito è bene ricordare che Snowden accettò la proposta russa – in mezzo ci fu una fuga a Hong Kong – dopo aver visto stracciato il proprio passaporto americano, dopo accuse di tradimento da parte di mezzo mondo politico americano e dopo il silenzio dei paesi europei che non offrirono alcun sostegno al whistleblower, tacciato anzi di essere una talpa, una spia, quando non un «amico di Putin» e come tale intenzionato a complicare la vita agli Stati uniti”.

Commenta su Twitter l’avvocato Carlo Blengino: “Sommessamente ricordo che in Italia i metadati sono raccolti per 6 (dico sei!) anni; Che non è previsto intervento giudice per loro acquisizione; Che Servizi accedono a tutti i DataBase di tutti i concessionari; Non abbiamo avuto uno #Snowden in IT, ma quanto a #sorveglianza…”

Più protezione contro sorveglianza intelligence, Consiglio d’Europa rilancia la Convenzione 108 su protezione privacy
E proprio Snowden viene citato nelle prime righe di una nuova recente dichiarazione da parte del Consiglio d’Europa (organizzazione di 47 Paesi che promuove la democrazia, da non confondere col Consiglio europeo), in particolare dal commissario per la protezione dei dati Jean-Philippe Walter, e dalla presidente della commissione sulla Convenzione 108, Alessandra Pierucci. La dichiarazione chiede una “migliore protezione per gli individui nel contesto del flusso di dati internazionali e il bisogno di un controllo efficace e democratico sui servizi di intelligence”.
Così esordisce: “Anni dopo le rivelazioni di Snowden che hanno portato alla luce l’entità della sorveglianza di massa da parte delle autorità pubbliche, la digitalizzazione delle nostre società è continuata a un ritmo veloce, tanto più accelerato dalla corrente crisi sanitaria che ha richiesto a molti di noi di lavorare, imparare e socializzare a distanza. (...). Alcune voci influenti hanno chiesto, a seguito della decisione Schrems II [presa dalla Corte di Giustizia Ue a luglio che ha riaffermato la necessità di garantire lo stesso livello di protezione ai dati trasferiti fuori dall’Unione rispetto a quella garantita dal GDPR, e ha affossato il Privacy Shield, l’accordo tra Ue e Usa, ndr), un accordo internazionale legalmente vincolante sulla protezione della privacy e dei dati personali. Questo strumento esiste: è la Convenzione 108+”. Il + sta per emendata recentemente da un protocollo (ne parlava qua il nostro Garante).

Vedi anche: Ue: cosa prevede la sentenza Schrems II che invalida il Privacy Shield - PolicyMakerMag
Intanto Facebook ha ricevuto l'ordine di non trasferire i dati degli europei negli Stati Uniti. Il Garante della privacy irlandese prova a mettere un blocco allo scambio di informazioni dopo la sentenza che interrompe lo spostamento di dati tra le due sponde dell'Atlantico.
Wired Italia

WIKILEAKS
Estradizione di Assange, la posta in gioco per il giornalismo
Il 7 settembre Julian Assange si è presentato in un tribunale britannico per opporsi all’estradizione negli Stati Uniti. Il fondatore di WikiLeaks è accusato di 18 capi d’imputazione, inclusa la violazione della legge sullo spionaggio, e se condannato rischia fino a 175 anni di carcere.
“Il tribunale esaminerà le accuse del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti secondo cui Assange avrebbe cospirato assieme all'analista dell'intelligence dell'esercito americano Chelsea Manning con l’obiettivo di violare una password che avrebbe dato loro accesso a informazioni riservate del governo”, scrive Valigia Blu, ricordando che si tratta di una password che non è mai stata violata in realtà (e i documenti erano già stati prelevati).

Ma, come scrivevo in newsletter mesi fa, nell’intenzione dell’accusa, “non conta che Assange abbia “craccato” la password o meno, che Manning – la quale già aveva i documenti - abbia usato la password o meno. Conta che ci fosse un accordo fra i due, che sarebbe testimoniato da poche frasi buttate in chat. Chat che, per l’incriminazione, rifletterebbero “il fatto che i due collaboravano sul rilascio pubblico e che Assange attivamente spingeva per più materiali”.
Dunque la storia della password è l’appiglio a cui si attacca uno specifico impianto accusatorio che presuppone un accordo tra Assange e le sue fonti per ottenere documenti riservati, un Assange che procaccia leaks, che recluta hacker. E infatti nell’incriminazione più recente, gli americani ampliano il quadro, e lo “accusano di aver proprio “reclutato” hacker di Anonymous/Lulzsec e altri ancora, con l’obiettivo di violare sistemi e ottenere documenti riservati da organizzazioni governative” (come avevo scritto anche qua). Accuse che appaiono un contorno per dare più sostanza alla vicenda della password, l’elemento evidentemente più specifico (più forte), per così dire, di tutta l’incriminazione.

L’assurdità di questo impianto è però sintetizzato dal giornalista James Ball, che pur conoscendo bene Wikileaks (per un periodo ci ha lavorato, salvo poi allontanarsi in modo molto critico) non può certo essere descritto come un suo fan.
“Le autorità americane stanno cercando di inquadrare l’incriminazione di Assange come hacking, in relazione al suo apparente stupido accordo per aiutare Manning a ottenere (senza successo) la password di un altro analista dell’intelligence, nel tentativo non di accedere a documenti extra ma di coprire le sue tracce come fonte (di nuovo, senza successo). Un giornalista con esperienza saprebbe che ciò va oltre l’etica giornalistica - e certe protezioni legali - ma punire tale violazione con decenni di prigione non sembra certo commisurato”.
Il messaggio di Ball è inequivocabile: “Ora è il momento di difendere Assange, anche se lui non ti piace”.

Il mondo dei media, accusato di essere stato indifferente sulla vicenda, sta dunque iniziando timidamente a muoversi. Julian Assange non deve essere estradato, ha dichiarato il sindacato nazionale dei giornalisti in UK e Irlanda (NUJ). “Se verrà permessa questa estradizione, si manderà un chiaro messaggio che giornalisti ed editori sono a rischio ogni volta che il loro lavoro dia fastidio al governo americano. La libertà dei media nel mondo farà un passo indietro se Assange è obbligato ad affrontate queste accuse”.
“Se la Gran Bretagna capitola all’America di Trump, il diritto di pubblicare materiali provenienti da leak nell’interesse pubblico potrebbe subire un colpo devastante”, scrive il noto giornalista britannico Peter Oborne.
“L’estradizione di Assange minerebbe alla base lo stato di diritto”, scrive un accademico inglese su The Times.
Lunedì si riprende in tribunale - Guardian

INTERCETTAZIONI ITALIA
Nuova disciplina, nuove sale, nuovi trojan, ancora pochi paletti

È in vigore la nuova disciplina sulle intercettazioni, che tra le altre cose legittima l’uso dei trojan (anche se, nota qualcuno, manca ancora il decreto per la definizione dei loro requisiti tecnici). Sono stati investiti, sulle intercettazioni in generale, 60 milioni di euro in infrastrutture, allestite 140 sale dedicate, comprati centinaia di server e pc.

Nello specifico: “Il Ministero ha allestito 140 sale Centro Intercettazioni Telecomunicazioni (CIT) con rete dedicata e cablaggio e dotazione dedicata di Pc portatili. In ogni sala CIT è stato inoltre installato il server ministeriale e realizzato il software per la gestione dell'archivio digitale multimediale e per l'archivio documentale; 60 milioni di euro sono gli investimenti già spesi per le infrastrutture tecnologiche, per le opere murarie e per gli acquisti necessari; 700 i server e i rack dedicati alle sole intercettazioni; oltre 1100 i PC dedicati e destinati alle sale d'ascolto; circa 3.500 le persone coinvolte nella formazione specifica (personale amministrativo, magistrati e polizia giudiziaria)”, scrive Il Sole 24 Ore.

Sui trojan: “Dopo 4 proroghe è in pieno vigore la legge sulle intercettazioni telefoniche (Decreto legislativo n. 216/2017, poi modificato dal Decreto Legge n. 161/2019 convertito in Legge n. 7/2020), che legittima l’uso dei trojan. Ma manca ancora (art. 2, commi 3-6) il decreto del Ministro della giustizia per la definizione dei requisiti tecnici dei programmi informatici funzionali alle intercettazioni mediante trojan, software che dovranno avere caratteristiche tali da garantire affidabilità, sicurezza ed efficacia; dei criteri cui i titolari degli uffici di procura dovranno uniformarsi per regolare l'accesso all'archivio da parte dei difensori e degli altri titolari del diritto di accesso; e delle modalità e termini di informatizzazione di tutte le attività di deposito e di trasmissione relative alle intercettazioni. Insomma, data la invasività di questo strumento di indagine, manca un tassello fondamentale per garantirne l’utilizzo pienamente legittimato”, scrive Altalex.

Molto critico sulla nuova disciplina l’avvocato Eriberto Rosso, segretario dell’Unione delle Camere penali: “In materia di intercettazioni, la partita doveva giocarsi non solo sulle modalità di gestione dei dati – è comunque inquietante che per una parte del procedimento la gestione sia in mano a società private, con ogni conseguente considerazione in materia di sicurezza e segretezza – ma sui presupposti sostanziali che autorizzano il ricorso ad uno strumento così invasivo. Su questo piano il nostro Legislatore ha perso un’importante occasione per dare un equilibrio conforme alla Costituzione ai diritti in gioco. Resta comunque inaccettabile ed incompatibile con il principio della parità delle parti nel processo che sia riservata al pubblico ministero l’individuazione del termine, previsto dall’art. 268 comma 4 c.p.p., entro il quale il difensore può esaminare le risultanze e la documentazione inerente l’attività di intercettazione” - Il Riformista

Inchiesta Lega, un trojan nel cellulare dei commercialisti
La procura di Milano ha inserito un software spia nel telefonino di Michele Scillieri, revisore del partito. Intercettando ogni incontro, anche nella sede di via Bellerio, scrive Repubblica (paywall)

APP DI TRACCIAMENTO CONTATTI
A che punto siamo in Italia con Immuni?
(Iniziamo a piccoli passi per volta….. Per i nuovi iscritti: in archivio trovate tanti numeri della newsletter dedicati a Immuni, se volete ripercorrerne la storia)
- “I download sono a quota 5,5 milioni, 9,9 per cento della popolazione (al lordo però di disinstallazioni e di installazioni da parte dello stesso utente su più cellulari)”, scrive Il Sole 24 Ore, facendo il punto sugli ultimi numeri, le luci e le ombre di Immuni, l’app italiana per il tracciamento dei contatti nel contrasto al Covid-19, e aggiungendo come sulla sua diffusione pesino diversi fattori, tra cui una sfiducia generale da parte dei cittadini nei confronti della capacità di coordinamento complessivo delle autorità sanitarie.
Anche Wired si concentra sull’analisi dei dati, e traccia pure una mappa della diffusione regionale di Immuni che, partendo dal dato del ministero della Salute, stimi quante persone mancano all’appello per tagliare il traguardo del 15% raccomandato dall’università di Oxford. I più vicini sono Valle d’Aosta, provincia di Bolzano e la vicina Trento. I più distanti sono Sicilia, Campania e, ultima, la Lombardia.
- “Immuni, cos’è e come funziona l’app italiana contro il coronavirus” - Agenda Digitale

Postilla: Forse avrete sentito che alcuni ricercatori di sicurezza “hanno scoperto un bug nel sistema Apple-Google per il tracciamento Covid-19 che potrebbe avere impatti sulla privacy degli utenti e sulla sicurezza dei loro dati. Ricordiamo che è il sistema alla base anche di Immuni”, come ricorda Cybersecurity360.
Ma il rischio per gli utenti, scrive lo stesso articolo (e vari altri esperti concordano), è piuttosto basso. Il tema è semmai qua l’apertura del codice nel caso del framework usato (Apple-Google).
Riassumendo: non è questo bug la ragione per non installare Immuni.

Più in generale, come si sono comportati i vari Stati nell’adozione di tecnologie, e in particolare di sistemi di decisioni automatizzate (ADM), per contrastare l’emergenza Covid-19?
Per una visione globale, in termini geografici e tecnologici (gli strumenti presi in considerazione vanno dalle app di tracciamento contatti ai braccialetti elettronici), rimando a questo report di Algorithm Watch & Bertelsmann Stiftung.

5G ITALIA
I Comuni continuano a bloccare il 5G anche dopo il divieto del governo

Nonostante il decreto Semplificazioni impedisca ai sindaci di vietare le reti 5G, proseguono le ordinanze contro. Con rischi sui tempi e spese legali per gli annullamenti
Wired

APPROFONDIMENTI
CYBER SPACEFORCE
L’amministrazione Trump ha rilasciato la sua quinta Space Policy Directive, con una serie di best practices per l’industria spaziale su come proteggersi da minacce cyber (sì, pure lì). Al solito, il punto è pensare a una progettazione sicura fin dall’inizio. Le aree interessate sono i canali di comunicazione, il rischio di jamming o spoofing ma anche la sicurezza di funzioni critiche dei velivoli.
(via The Verge).

CYBER COMMAND E IL PERSISTENT ENGAGEMENT

Intanto il generale Nakasone, capo della NSA e del Cyber Command, spiega su Foreign Affairs come il Cyber Command implementi la strategia detta defend forward (il contrasto proattivo di attività cyber malevole avversarie, in modo tale da interromperle o degradarle e infliggere loro costi operativi). E come parte di questa strategia sia la dottrina del persistent engagement. Ovvero l’idea che il Cyber Command non deve prepararsi per il grande attacco ipotetico del futuro, ma competere con gli avversari giorno per giorno.
Nakasone non lo dice ma l’effetto è quello di una guerriglia persistente fra avversari, una guerra di posizione che spesso appare lontana e silenziosa (salvo esplodere a tratti, e apparentemente all’improvviso).

VACCINI E HACKER
Cosa è l’operazione Warp Speed, lo sforzo del Pentagono e della Nsa per aiutare le industrie farmaceutiche a proteggersi meglio dal rischio di cyberintrusioni - Cyberscoop

FINTECH
La storia di come un giornalista finanziario ha smascherato Wirecard (in inglese)
FT

CYBERCRIME
Come Tesla ha sventato un attacco ransomware organizzato da una gang che ha cercato di entrare nei suoi sistemi corrompendo un suo dipendente (senza riuscirci) – vicenda folle, in inglese su Electrek

CYBERSPAZIO
Parlare della fine del mondo con William Gibson - Rivista Studio

AI E LINGUAGGIO
Leggete questo articolo (inglese). È stato scritto da GPT-3, un generatore di linguaggio di OpenAI. Usa machine learning, delle istruzioni e un testo introduttivo e tenta di completarlo con un testo. Il Guardian, in un’operazione un po’ furbesca a mio avviso, ha messo insieme il meglio di diversi testi generati sulla base delle stesse indicazioni nell’articolo finale che potete leggere. Ognuno può valutare quanto sia avanzato o meno.
La cosa interessante è che non solo ha fatto scaturire un dibattito sullo stato di avanzamento dell’AI ma anche sull’hype prodotta al riguardo. In pratica c’è chi ha paragonato l’operazione a qualcuno che “ritagli alcune frasi dalle ultime mail di spam ricevute, le metta assieme, e sostenga che gli spammer hanno composto l’Amleto”, come rileva Next Web in una critica al pezzo del Guardian.

DOCUMENTARI
Segnalo The Social Dilemma, il nuovo documentario Netflix sull’impatto dei social media sulla società (segnalo ma non ho ancora avuto modo di vederlo).
Qui una recensione sul NYT

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