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sabato 16 maggio 2026

I portatori sani di sottosviluppo - Francesco Mariani


Esiste una figura ormai epica nei territori in difficoltà: non produce, non innova, non decide. Eppure occupa spazi, influenza processi, presidia stanze semiclandestine. È il “portatore sano di sottosviluppo”, una creatura che si nutre di controllo, intrecci e sopravvive grazie a una straordinaria abilità: sembrare indispensabile per l’inutile.

Non guida, perché privo di patente, ma presidia ed intesse la trama. Non costruisce, perché non lo sa fare, ma distribuisce ed elargisce. Non sceglie ma sistema, colloca, introduce.

Il suo habitat naturale sono le istituzioni vissute come simil proprietà privata. Qui coltiva con pazienza una filiera di fedeltà: terze linee senza arte né parte, selezionate non per competenza ma per docilità. Il criterio è semplice: meno sanno, più devono, più sono indebitati. E più devono, più obbediscono.

Questi piccoli architetti del vuoto parlano spesso di strategia. Amano le parole complesse, i retroscena, le allusioni. Sui social diffondono messaggi criptici, come oracoli di provincia: evocano visioni, promettono svolte, celebrano risultati che esistono solo nelle loro narrazioni. È il trionfo del “sottovuoto spinto”: tanto rumore, zero sostanza.

Nel frattempo, il territorio arretra. Le opportunità si riducono, le energie migliori emigrano, i progetti si arenano. Ma loro restano. Perché il loro vero talento non è governare il cambiamento, bensì rinviarlo, impedirlo. Il cambiamento, infatti, richiede merito. E il merito è incompatibile con un sistema fondato sul favore. La politica dovrebbe essere un ponte verso il bene comune, il clientelismo invece la trasforma in un mercato di favori personali. Chi entra nel circuito dei beneficiati cantori vi resta a vita e tramanda il tutto alla sua prole immortale. Da qui il moltiplicarsi di province, città metropolitane, enti, agenzie, consorzi, fondazioni, comitati, consulte, istituti ecc più numerosi degli stessi abitanti. Da qui l’inutile liturgia delle elezioni locali: si fa prima a fare il conto delle parentele, compari e compagnie senza ricorrere alle urne. 

Il paradosso: i nostri “portatori sani di sottosviluppo” si percepiscono come furbi, persino raffinati strateghi. In realtà sono custodi di un equilibrio fragile, tenuto insieme da relazioni drogate e ambizioni individualiste. Difendono posizioni e ruoli, non visioni. Amministrano consenso, non sviluppo. Basta osservarli mentre celebrano micro-nomine come conquiste epocali, o mentre trasformano ogni decisione in una trattativa di cortile. Basta ascoltare i loro discorsi: lunghi, fumosi, autoreferenziali. Parlano molto, per non dire nulla.

Eppure il problema non è solo loro. È l’ecosistema che li tollera, talvolta li premia. È l’abitudine al ribasso, la rassegnazione travestita da realismo. È l’idea che “così va il mondo”, quando invece così non dovrebbe andare.

Il sottosviluppo non arriva all’improvviso. Si installa lentamente, attraverso pratiche quotidiane che premiano la mediocrità e scoraggiano il talento. I portatori sani non lo creano da soli, ma lo diffondono con metodo.

La buona notizia? Non sono inevitabili. Dove si alza l’asticella, dove il merito torna criterio, dove le istituzioni smettono di essere feudi e tornano ad essere strumenti, queste figure evaporano. Non perché vengano cacciate, ma perché diventano irrilevanti.

Ed è forse questa la forma più elegante di mutazione: non riderne soltanto, ma superarli. Renderli inutili. Non associarsi ai loro metodi ma scardinarli.

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martedì 7 aprile 2026

Anna oltre il muro – Maria Rita Contu

Maria Rita Contu a partire da una fotografia che ha trovato in casa, quella di una ragazza, misteriosa, amica della madre, va alla ricerca di quella ragazza, Anna.

È come un lavoro di archeologia, di ricerca di un’assenza, ricostruendo a partire da testimonianze la vita di Anna, non solo, ma anche la vita di una comunità negli anni nei quali si passa da una società immobile a una che si trasforma a velocità fino ad allora impensabili.

E tutto da una fotografia.


Mi viene in mente Eduardo Galeano:

Introduzione alla storia dell’arte

Ceno con Nicole e Adoum.

Nicole racconta di uno scultore che conosce, un uomo di grande talento e famoso. Lo scultore lavora in un atelier enorme, circondato di bambini. Tutti i bambini del quartiere sono suoi amici.

Un giorno il comune gli commissionò la scultura di un cavallo per una piazza della città. Un camion portò all’atelier un grandissimo blocco di granito. Lo scultore cominciò a lavorarlo, dall’alto di una scala, a colpi di martello e scalpello. I bambini lo guardavano lavorare. Poi i bambini partirono in vacanza, in montagna o al mare.

Quando tornarono, lo scultore mostrò loro il cavallo terminato. E uno dei bambini, con gli occhi spalancati, gli chiese:

-Ma…come sapevi che dentro quella pietra c’era un cavallo?

 

(Ceno con Nicole y con Adoum.

Nicole habla de un escultor que ella conoce, hombre de mucho talento y fama. El escultor trabaja en un taller inmenso, rodeado de niños. Todos los niños del barrio son sus amigos.

Un buen día la alcaldía le encargó un gran caballo para una plaza de la ciudad. Un camión trajo al taller el bloque gigante de granito. El escultor empezó a trabajarlo, subido a una escalera, a golpes de martillo y cincel.
Los niños lo miraban hacer.
Entonces los niños partieron, de vacaciones, rumbo a la montaña o el mar.
Cuando regresaron, el escultor les mostró el caballo terminado. Y uno de los niños, con los ojos muy abiertos, le preguntó:
-Pero... ¿cómo sabías que adentro de aquella piedra había un caballo?)

Días y noches de amor y de guerra - Eduardo Galeano

 

  

La storia di Anna, a metà tra biografia e romanzo, riporta alla luce la figura di una cugina mai conosciuta dall'autrice perché morta troppo presto e in circostanze per certi versi misteriose, che nel piccolo centro ogliastrino, in Sardegna, danno luogo a un racconto popolare appena sussurrato, ma puntualmente tramandato. Rimosso dai propri familiari, il suo ricordo riaffiora nella memoria di chi la conobbe e consente all'autrice di far pace con il proprio passato e le sue ombre, riappropriandosi di un pezzo di vita e di amore che sanno pesare sull'anima.

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mercoledì 1 aprile 2026

Il salto del fosso - Romano Ruju

  

Pubblicato per la prima volta nel 1967, il libro, ormai pieno di polvere in qualche biblioteca, è stato ripubblicato recentemente, e meritoriamente, da Il Maestrale,

Romano Ruju, nato nel 1939, e morto prematuramente a 39 anni, nel libro racconta la vita a Nuoro dopo la seconda guerra mondiale.

Da bambino Romano si traferisce in un altro quartiere, quando Nuoro era solo un grande paese, una piccola cittadina, capoluogo di provincia, che piano piano si espandeva.

Erano pochi gli abitanti, nel dopoguerra, a Nuoro, per i bambini come Romano c’erano le bande dei bambini e le lotte fra le bande, come nella via Pál, di Budapest, tutto il mondo è (forse era) paese.

Intanto conosce la scuola, gli amici, i battiti del cuore, l’amore.

E poi parte verso il continente (salta il fosso), in traghetto, naturalmente, quando gli aerei erano rari, e dopo un po’ di tempo torna a Nuoro.

Scriveva Lev Tolstoj: Se vuoi essere universale, racconta il tuo villaggio, Romano Ruju dimostra quanto ha ragione Tolstoj.

Leggete il libro, sembra un mondo di due secoli fa, è molto più vicino. 

ps: Chi è nato 20 anni dopo Romano Ruju, come chi scrive, a Nuoro, sembra di rivivere un po’ le stesse esperienze, quando dentro la cittadina continuava a esistere dei pezzi di campagna, e la campagna, quella vera, era a pochi passi da casa, vent’anni dopo qualche palazzo in più, l’asfalto sulle strade, non tutte, c’erano ancora bambini scalzi, le prime automobili, le televisioni, poche, che favorivano gli incontri dei vicini.

Da bambini (fino a 15-16 anni) facevamo lunghissime partite a pallone, solo all’ora del pranzo e della cena si finiva, e poi scorribande in campagna e anche al Monte (a Nuoro c’è il Monte e poi anche altri monti), sui muri delle case c’erano (ancora negli anni sessanta e settanta) frasi indelebili e irrevocabili di Mussolini (come canta De Gregori).

Alle medie, la nostra scuola era intitolata a un partigiano sardo, ucciso dai nazisti tedeschi nel 1944 in Liguria, abbiamo imparato l’antifascismo, un po’ di storia sarda, su fotocopie di un professore poco italiota, abbiamo scoperto il cinema, grazie a un professore che aveva fondato un cineforum, facendoci conoscere film che oggi sarebbe impossibile vedere. E poi è impossibile dimenticare un professore che alle superiori ci ha fatto amare i libri per sempre. Allora si pensava, per nostra fortuna, che si cambiava la scuola, aumentando conoscenze e senso critico, per cambiare la società, che sarebbe migliorata (anche oggi, negli ultimi 30 anni, in direzione contraria, cambiano la scuola per cambiare la società, mortificando le conoscenze e penalizzando il senso critico, per costruire una società di merda).

E anche noi saltavamo il fosso, in traghetto naturalmente, costava poco rispetto all’aereo, verso Roma, o anche verso Genova, e poi in treno, destinazione Parigi o Londra, per vedere il mondo, e poi tornare nell’isola (oggi non si torna più, si parte in aereo, con biglietto di sola andata).

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Anche i giovani hanno capito che restare e lottare in Sardegna può diventare una ragione di vita. Mi ha detto Romano Ruju: «Il mio libro si propone proprio di far capire che non bisogna andarsene, che per un giovane sardo vale la pena di restare e battersi» (Corrado StajanoCorriere della Sera, 27 giugno 1968)

 

Romano Ruju è di Nuoro; il suo libro autobiografico allude apertamente alla crisi. Il giovane protagonista la vive dall’infanzia fino al momento delle scelte decisive, quando riesce a disciplinare il suo istinto di evasione trasformandolo in un sentimento di partecipazione ai problemi della sua isola. «I bambini sardi sono soli», dice Ruju. (Giuliano ZinconeCorriere d’Informazione, 24-25 giugno 1968)

 

Con Il salto del fosso Romano Ruju esordì nella narrativa nel 1967. Da allora mai ristampato, si ripropone il romanzo in questa nuova edizione arricchita di materiali rari e di notizie inedite. Un romanzo autobiografico, quello di Ruju, ambientato nella Nuoro degli anni ’50, quasi un Cosima al maschile traslato di mezzo secolo. Il protagonista ha 20 anni quando inizia a raccontare la propria esistenza, in un punto in cui la vita conosce una cesura coincidente con la fine delle illusioni giovanili. Cesura preceduta da altra pure dolorosa: la fine dell’infanzia, con il bambino strappato all’antico rione di Santu Predu per andare ad abitare nella prima periferia di Nuoro, dove l’edilizia popolare stona con la campagna circostante. Poi, l’ingresso nella giovinezza sarà il teatro del dissidio fra l’indole contemplativa del ragazzo e la realtà immediata, in un giovane che coltiva sogni di gloria artistica (il canto lirico), destinati a svanire sul ripiego di una condizione impiegatizia. La compensazione arriva dall’ethnos: il contrasto fra interno ed esterno, fra l’isola-prigione e il vagheggiato Continente che chiama al “salto del fosso”, si risolve in un “salto” rovesciato, e la rappacificazione con la realtà, superato il travaglio individuale, si realizza nell’appassionarsi a una tormentata vicenda collettiva, quella del popolo sardo.

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martedì 3 febbraio 2026

Dieci buone ragioni – Giovanni Gusai

 Si è appena concluso il primo mese del centenario dal Nobel per la letteratura a Grazia Deledda. Nell’attesa di scoprire in che modo Nùoro celebrerà questa ricorrenza così importante, visite istituzionali già programmate a parte, e dopo aver scritto dei miei timori di apparire (almeno esteticamente) inadeguati, riporto anche qui alcune considerazioni in merito al valore degli anniversari legati a nascita, morte, premi, pubblicazioni e traguardi delle personalità della letteratura e del mondo della cultura in generale.

Si tratta di considerazioni che ho raccolto in occasione di un evento organizzato dalla Fondazione Salvatore Cambosu, del cui Consiglio di Amministrazione faccio parte, e tenutosi il 20 dicembre scorso nell’auditorium della Biblioteca Satta, a Nùoro. L’idea era quella di concludere degnamente il 2025, e anticipare i temi del 2026. Si parlava di anniversari, appunto. Il 2025 cinquantennale della morte di Salvatore Satta e centotrentennale della nascita di Salvatore Cambosu. E il 2026, allora imminente, centenario del Nobel a Grazia Deledda. Era un evento pensato per classi delle scuole superiori.

Ho cercato di immedesimarmi nella loro visione delle cose, di adottare il loro sguardo sul mondo. Se uno indossa gli occhiali dei giovani e legge centotrentennale, ho pensato, si sente già morire. Sono moltissimi anni fa, forse era appena nata la madre di loro nonna. Ho temuto che magari a loro non interessasse per niente stare ad ascoltarmi. E a forza di convivere con questa paura, ho finito per interrogarmi più seriamente sul senso di ciò che stavamo facendo. Quindi mi sono imposto di rivolgere a me stesso un interrogativo, e di rispondermi nel modo più onesto possibile. È venuta fuori una domanda che suonava un po’ così: ha ancora senso celebrare tutti questi anniversari, e ogni due-tre anni averne uno sattiano, deleddiano, cambosiano, ciusiano, sattiano (dell’altro), dessanaiano, balleriano…? Forse una persona più giovane la esprimerebbe in forma affermativa: questi anni sattiani deleddiani cambosiani eccetera ci hanno stufato.

Mi sono poi risposto che sì, certo, ha senso, ma a una condizione. Ossia che le ricorrenze non si trasformino in pretesti per glorificare il passato. E dunque che ci sforziamo di enucleare, dalle biografie e dalle opere, la componente di attualità che rende quei morti ancora contemporanei, eternamente vivi. Da queste parti siamo spesso affetti dal morbo della nostalgia per i tempi d’oro che non torneranno. Proprio come chi, ormai incapace di sognare un futuro più radioso, si rifugia nel ricordo delle proprie gambette scattanti che correvano sulle strade sterrate sgombre di automobili, in cui ci si conosceva tutti, il cibo era più sano e si stava bene anche se si guadagnava poco. Niente di originale, lo so. A volte lo fanno le città, le comunità, le amministrazioni pubbliche, ma è una posa che appartiene ai vecchi.

Poiché avevo da rivolgermi a dei giovani, e ancora di più perché credo che questo rimpianto del passato abbia contribuito a determinare l’immobilismo delle politiche sociali e culturali in cui quest’isola affonda – e per questo lo detesto, ho cercato di impostare il mio intervento al convegno concentrandomi sul modo di stare al mondo (e cambiarlo) di Salvatore Cambosu, Salvatore Satta e Grazia Deledda. In dieci punti: tre per ciascuno, più uno alla Deledda per oggettivi meriti sul campo. Il Nobel non lo danno proprio a tutti. Le riporto qui di seguito, così come le ho raccontate ai ragazzi e alle ragazze presenti, o quasi. A loro le ho presentate come Lezioni utili per vivere la contemporaneità.

Uno. Non importa dove nasci.

Nel 1895 Orotelli aveva circa 2000 abitanti. Era un paese lontanissimo dal centro del mondo. In quell’anno, in quel luogo, nacque Salvatore Cambosu, del quale parliamo ancora oggi. Non dovremmo farci spaventare dal luogo in cui veniamo al mondo. È la lezione di Cambosu, ma è ciò che dimostra ogni contenuto che ci appare sul feed dei social, quando perdiamo le ore a osservare gente che inventa un balletto, costruisce piscine a mani nude, inventa trucchi per reinventare gli scarti dell’immondizia. Non ci chiediamo da dove provengano, arrivano tra le nostre mani e basta. Ecco: si può arrivare ovunque, ormai non importa più da dove si parte.

Due. Vivere il patriarcato, distruggere il patriarcato.

Grazia Deledda è cresciuta in un tempo in cui l’empowerment femminile era rubricato serenamente alla voce “isteria”. Però intanto lei: ha sposato un uomo che ha abbandonato il suo lavoro per diventarne di fatto l’agente letterario, ha fondato la letteratura sarda, ha reso ricca la sua famiglia, è stata la prima donna con cittadinanza italiana a candidarsi al Parlamento, è la prima e attualmente unica donna nata nello Stato italiano a essere insignita del premio Nobel per la letteratura. Non si è mai detta contraria a una visione patriarcale della famiglia o della società, ma le sue azioni l’hanno decostruita con costanza e caparbietà. Mi sembra una lezione che dobbiamo ancora imparare, uomini per primi.

Tre. Oltre il lavoro, c’è molto di più.

Salvatore Satta è uno dei giuristi più importanti del Novecento. I suoi contributi sulla procedura civile sono stati materia di studio per enormi personalità del diritto. Si potrebbe dire che abbia dedicato tutta la vita alla sua professione, ma forse è vero solo in parte. Mi sembra più probabile che, mai sopita del tutto, abbia albergato in lui una forza ostinata e potente, animata dalla passione per la scrittura, ed è a questa indomabile necessità, e non al suo rigore professionale, che dobbiamo rendere grazie se oggi possiamo tenere tra le mani quel capolavoro che è Il giorno del giudizio. Quindi, oggi che ci possiamo finalmente permettere di valutare che forse lavoriamo troppo, anche quando non dovremmo, e che a volte osiamo persino ammettere che forse il lavoro non è tutto: ecco, no. C’è molto di più, ma non bisogna dimenticarsene.

Quattro. Si può trascorrere una vita nascosta, intenti a osservare.

Salvatore Cambosu, sebbene inserito nel fermento culturale del suo tempo, è stato definito da alcuni dei suoi contemporanei “lo scrittore nascosto”. È stato giornalista, politico e insegnante. Tra gli altri, ha avuto come alunna Maria Lai. Mi sembrano tutte professioni in cui a lungo occorre stare a guardare, prendersi il dovuto tempo per comprendere e analizzare, misurare i contesti e le persone, sospendere il giudizio e soffermarsi sui dettagli, prima di agire o parlare. Anche questo mi sembra un antidoto alla velocità smodata dei nostri giorni, e un monito da ripeterci quando sentiamo di dover davvero, a tutti i costi, subito, gridare la nostra opinione da qualche parte.

Cinque. Il coraggio di dire e di non dire.

Colpi di scure è una novella di Grazia Deledda che denuncia il disboscamento selvaggio perpetrato dai piemontesi ai danni delle foreste millenarie del centro Sardegna. Scriverne duramente sarebbe già di per sé un bel gesto, ma c’è di meglio: il padre di Grazia Deledda stesso aveva commerciato in legname ricavato dal disboscamento. Ma era doveroso parlarne, e denunciare gli esiti di questi scriteriati, e dunque avere il coraggio di dire. Quando, nel novembre del 1927, la scrittrice ha ricevuto il premio Nobel, ha dovuto tenere un discorso, com’è consuetudine. L’ha scritto e proclamato, ha citato la sua infanzia in Sardegna, e ha ringraziato il Re di Svezia e il Re d’Italia. Mussolini era a capo del governo dittatoriale fascista da cinque anni: la scelta di escluderlo dai ringraziamenti non fu casuale. E quando lui le chiese di scrivere qualcosa per il partito, lei si rifiutò. Perché aveva il coraggio di non dire. Questa lezione è per ogni volta in cui non riusciamo a mostrare da che parte stiamo, neppure quando dovremmo.

Sei. Conoscere il valore dei soldi.

Ci sono degli scambi epistolari di Grazia Deledda con Angelo De Gubernatis in cui lei, neppure ventunenne, esige il pagamento che le è dovuto per la scrittura di un racconto. All’epoca De Gubernatis era uno degli editori più potenti d’Italia, e lei non aveva ancora scritto un romanzo importante o popolare. E in una corrispondenza recentemente recuperata, ironizza (ma neppure troppo, a parer mio) sull’opportunità di conservare il prezioso documento prodotto con il copialettere (si riferisce al romanzo Dopo il divorzio) affinché il suo piccolo Sardusino (uno dei due figli) possa venderlo a qualche signore inglese per cento milioni di lire. Non c’è mai desiderio di fare i soldi tanto per fare i soldi, eppure c’è sempre la consapevolezza del proprio valore, anche economico. La sesta lezione è la differenza tra queste due tendenze opposte.

Sette. Per le famiglie disfunzionali.

A chiunque sia convinto che solo in certi libri recenti ci sia spazio per le famiglie sballottate, zoppe o doloranti, e per chiunque tema invece di non trovare tra i libri adeguato conforto al dolore che la propria famiglia gli ha causato: non dimenticate che ne Il giorno del giudizio Don Sebastiano intima a Donna Vincenza di tacere, giacché lei è al mondo solo perché c’è posto. E sappiate che Salvatore Satta descriveva i propri genitori, e dunque il suo trauma e il suo dolore incurabile persino in punto di morte. Oggi che famiglia bisogna accordarsi su cosa sia, la lezione è semplice: è sempre stato un problema, oltre che una soluzione, e ci sono sempre e sempre ci saranno, parole per parlarne e per trovare una cura.

Otto. Restituire dignità alla morte (e alla vita).

Coerente con la vita nascosta che ha condotto, Salvatore Cambosu ha scelto di essere sepolto per terra, senza foto né orpelli sulla lapide. La tomba si trova nel cimitero di Nùoro, indistinguibile dalle altre. È morto il 21 di novembre, nel giorno della festa delle Grazie, e forse gli è dispiaciuto dare fastidio con un affare secondario come la sua dipartita, mentre i suoi cari avrebbero voluto magari festeggiare. Vedere la sua tomba spoglia e nuda mi ha dato l’impressione di un cerchio che si chiude, in un gesto che sembra ammettere con serenità che c’è poco da aggiungere, quando uno se ne va. Se ne va e basta. È molto triste e vero. Mi pare che non siamo capaci di convivere con l’idea della morte, e finiamo spesso per toglierle dignità. È un tema complesso che meriterebbe molto spazio, dunque qui non saprei dirvi bene perché quella lastra di granito mi sia sembrata una lezione per la contemporaneità. Però mi sembrava desse un senso al nostro essere creature mortali, ed è comunque tanto.

Nove. La scuola è l’inizio.

Siamo la provincia con il più alto tasso di abbandono scolastico, e lo Stato italiano non ci aiuta. La scuola è inadeguata e spesso anacronistica. Si imparano molte cose apparentemente inutili. Ma bisogna andare a scuola. Grazia Deledda ha potuto frequentare solo fino alla quarta elementare. L’ha fatto, per quanto le sembrasse poco. E poi ha ripetuto la quarta, perché potesse imparare qualcosa in più. Poi ha fatto tutto il resto, ma prima è andata a scuola. La lezione è per la nostra contemporaneità, per i ragazzi e le ragazze delle mie parti che scelgono di non andare a scuola: andateci.

Dieci. Bisogna osare.

Infine, prendete ancora Il giorno del giudizio di Salvatore Satta. Si possono scrivere libretti facili e leggeri, comporre musichette, girare filmucoli, strizzare l’occhio alle tendenze o cercare scorciatoie. Oppure si può scrivere un romanzo incentrato sul tema della morte e della caducità sociale e umana, con mezza riga di dialogo e senza trama, essere incompresi o fraintesi e poi entrare di diritto tra i libri più importanti del Novecento, morendo prima di saperlo. Perché bisogna fare le cose in grande, per sperare di rimanere vivi anche da morti. Non è una lezione per la contemporaneità: è così da sempre.
Non ci si deve accontentare.

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giovedì 22 gennaio 2026

A Decimomannu i docenti obiettori han vinto una ‘battaglia’ contro il militarismo


Al Collegio dei Docenti dell’I.I.S. “Meucci-Mattei” di Cagliari e Decimomannu del 28 ottobre 2025 un piccolo gruppo docenti aveva portato la mozione di minoranza formulata sulla base del modello riportato nel vademecum contro la militarizzazione delle scuole.

Alla sua presentazione e lettura in collegio i cinque docenti hanno constatato con stupore che alla loro proposta di dichiararsi contrari alla commistione tra studenti, studentesse e forze armate o forze dell’ordine, e pertanto indisponibili a esporre le classi a incontri con figure di militari sia in presenza che da remoto, hanno aderito molti più colleghi e colleghe di quanti prevedessero…

Con 30 firme apposte nel collegio successivo la mozione è stata inserita nel PTOF. e

Quest’obiezione di minoranza varrà ad evitare a studenti e studentesse parecchie iniziative “militarizzate” perché, per consuetudine di questa scuola, le iniziative parascolastiche, dell’orientamento e della FSL (ex PCTO) vengono prese con l’approvazione all’unanimità dei/delle docenti dei Consigli di classe.

Ciò va indubbiamente visto come un segnale di affinamento della sensibilità educativa in una scuola di cui un’ampia parte, il “Mattei”, è situata a Decimomannucittadina che ospita un’attivissima base militare aeronautica, con funzione di raccordo tra i poligoni militari della Sardegna, rilanciatasi da alcuni anni come scuola dei piloti che andranno a guidare aerei F35 e Eurofighter.

Docenti che in passato hanno portato le classi a visitare la base ora ritengono che sia forse arrivato il momento di riflettere sulle prospettive ultimative dell’umanità e sul rifiuto della guerra come portatrice di distruzioni drastiche e irreversibili per il genere umano.

Che la critica alla presenza dei militari nelle scuole, strenuamente portata avanti dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, stia creando un imbarazzo diffuso e molte obiezioni, si capisce anche dal fatto che ormai difficilmente le circolari che indicono iniziative scolastiche con militari sono reperibili nei siti scolastici. Più spesso sono accessibili solo dai registri elettronici che non sono pubblici.

Purtroppo però è tutt’ora vigente nelle scuole l’espediente, voluto da scelte politiche verticistiche e inaccettabili, di fare incontrare studenti, studentesse e militari. Le finalità sono la propaganda di valori militari e l’informazione sulle relative carriere, che culmina nell’invito all’arruolamento, visto il notevole bisogno delle nostre FFAA di incrementare gli effettivi.

LA MOZIONE

I sottoscritti docenti dell’Istituto Meucci – Mattei di Cagliari,

vista l’approvazione del PTOF e le pregresse iniziative di orientamento alle quali hanno partecipato gli studenti e le studentesse del nostro Istituto e nelle quali erano presenti le Forze dell’ordine e

CONSIDERATO CHE

·         la presenza della militarizzazione e della guerra, in qualunque modalità e forma con cui vengono presentate e promosse, è incompatibile con un effettivo processo educativo in quanto i valori e le pratiche che esse diffondono, contrastano con il ruolo di crescita personale e socio-relazionale strettamente connesso alla scuola;

·         la scuola a fine anno scolastico 2024/25 si è espressa a favore di una educazione alla pace;

·         le attività che coinvolgano i militari sono in conflitto con la nota MIUR, prot. n. 4469 del 14 settembre 2017, che fornisce linee guida per l’educazione alla pace e alla cittadinanza glocale;

·         tali attività sono in contrasto con il comma 7 lettera d) della Legge 107/2015, che indica tra gli obiettivi prioritari delle scuole lo sviluppo delle competenze in materia di cittadinanza attiva e democratica attraverso l’educazione interculturale e alla pace;

·         tali attività sono in contrasto con l’art. 11 della Costituzione italiana;

·         tali attività sono in contrasto con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, ratificata dall’Italia con legge del 27 maggio 1991, n. 176;

·         l’educazione alla pace è incompatibile con attività scolastiche che prevedano il coinvolgimento diretto o indiretto delle Forze dell’ordine, delle Forze Armate italiane, delle forze armate di altre nazioni e di corpi o istituzioni europee e internazionali che svolgono attività militari così come di enti e soggetti ad essi collegati;

·         tali attività sono in palese conflitto con la funzione istituzionale e costituzionale della scuola e con i principi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite;

·         la situazione internazionale richiede, al contrario, un’implementazione della cultura della pace e dell’educazione alla pace;

PREMESSO CHE I SOTTOSCRITTI

·         sono fortemente contrari ad attività che prevedano il coinvolgimento diretto o indiretto delle Forze dell’ordine, delle Forze Armate italiane e delle forze armate di altre nazioni e di istituzioni europee e internazionali che svolgono attività militari così come di enti e soggetti ad essi collegati, in quanto incompatibili con l’educazione alla pace;

·         sono fortemente contrari all’esposizione e alla diffusione nella scuola o fuori dalla scuola durante attività di orientamento, di materiale promozionale delle sopra indicate Forze di Pubblica Sicurezza e Forze Armate né di qualsiasi materiale finalizzato a propagandare le attività belliche e militari, l’arruolamento e la vita militare (anche al fine di orientare e condizionare le future scelte professionali degli/lle studenti/esse);

·         sono fortemente contrari all’organizzazione nella scuola di visite guidate presso strutture militari (quali basi militari, sedi di forze militari nazionali e non, caserme, ecc..) siano esse italiane o appartenenti ad altre nazioni e organismi internazionali (ad esempio basi statunitensi o basi NATO);

·         sono fortemente contrari alla realizzazione di progetti in partenariato con strutture militari o aziende (italiane e non) coinvolte nella produzione di materiale bellico;

DICHIARANO

·         di avvalersi dell’opzione metodologica di gruppo minoritario ai sensi dell’art. 3, comma 2 del DPR n.275/1999 come modificato dalla legge 107/2015, art. 1 comma 14;

·         di non rendersi disponibili a far entrare nella propria classe personale militare per qualsivoglia attività, sia in presenza che in modalità online;

·         di svolgere autonomamente le tematiche individuate o di avvalersi per le stesse di esperti esterni della società civile che interverranno a titolo gratuito, previa delibera del Consiglio di Classe;

·         di non rendersi disponibili fin da ora nelle proprie ore di servizio ad accompagnare le proprie classi in manifestazioni che prevedano la presenza di militari e in visite presso basi militari, sedi di forze militari nazionali e non, caserme, ecc. siano esse italiane o appartenenti ad altre nazioni e organismi internazionali (ad esempio basi USA o basi NATO);

·         di non rendersi disponibili fin da ora nelle proprie ore di servizio a realizzare progetti in partenariato con strutture militari o aziende (italiane e non) coinvolte nella produzione di materiale bellico;

·         di non rendersi disponibili ad esporre i propri studenti/studentesse ad attività di orientamento che prevedano la presenza di militari.

CHIEDONO

ai sensi della normativa vigente che la presente opzione di gruppo minoritario sia inserita nel verbale della presente riunione e diventi parte integrante del PTOF.

Decimomannu, 28/10/2025

da qui

sabato 13 dicembre 2025

Perché non deve essere concesso l’ampliamento della fabbrica di bombe Rwm - Roberto Mirasola

 

In questi giorni i comitati impegnati in opposizione all’ampliamento della fabbrica di bombe RWM, hanno presentato alla Presidente Todde un’importante lettera.

Un contributo che fa ben capire il perché è stata corretta la posizione assunta nel chiedere un ulteriore approfondimento prima di pronunciarsi sulla richiesta di VIA. Si evidenzia che la sentenza del TAR che intima alla regione di pronunciarsi nel termine dei 60 gg. è una procedura amministrativa dovuta. La PA deve pronunciarsi non essendo possibile il suo silenzio. Viene, dunque, intimato un termine ma i giudici amministrativi giustamente non entrano nel merito della decisione politica che chiaramente è a carico della Presidente e della sua Giunta.

A nostro parere sarà difficile non tener conto degli importanti elementi che emergono dalla lettura del documento scritto dai comitati. Si fa notare ad esempio che “Il mancato coinvolgimento della Soprintendenza ai Beni Paesaggistici e Ambientali in ogni atto e procedimento riguardante l’ampliamento della fabbrica RWM, pur in presenza di vincoli paesaggistici tali da rendere il parere della Soprintendenza necessario e vincolante”. Queste affermazioni derivano dall’attenta lettura del D.lgs. 42/04: il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Si tratta delle norme che tutelano la protezione, la conservazione e la promozione del patrimonio culturale e paesaggistico. Ebbene i comitati evidenziano con dovizia di particolari tutte le omissioni della RWM tanto da far riportare che “L’istruttoria condotta dal Servizio VIA si è quindi conclusa senza che fossero acquisiti i necessari pareri in merito ai vincoli paesaggistici presenti nell’area di intervento, né da parte della Soprintendenza, che non è mai stata coinvolta, né da parte del Servizio tutela del paesaggio della Sardegna meridionale che non si è mai espresso in merito all’ampliamento dello stabilimento RWM nel suo complesso, come richiesto dalle sentenze del C.d.S.”

Altro aspetto importante riportato è la sottovalutazione da parte della RWM nel costruire gli insediamenti produttivi nonostante la presenza del Rio Figu. In particolare si legge “Si omette però di precisare che da tale analisi sia risultato un rischio di esondazione molto elevato per il Rio Figu (livello Hi4), il che comporta un rischio idraulico molto elevato in tutta l’area (livello Ri4, il massimo possibile…..Reparti produttivi, depositi, locali tecnici, strade e piazzali realizzati in quest’area si configurano quindi come abusi non sanabili”. Non possono non tornare alla mente tutti i disastri idrogeologici verificatisi in Sardegna quando si è costruito nel corso dei fiumi. Giusto per ricordare. Il ciclone Cleopatra nel 2013 causò perdite in vite umane e ingenti danni materiali, perché l’enorme quantità d’acqua non trovò spazio sufficiente nei canali a causa del fatto che diversi corsi d’acqua furono tombati o ristretti. Stesso discorso vale per l’alluvione del 2008 a Capoterra.

Ultimo aspetto che si fa notare è che nei documenti presentati dalla RWM alcuni edifici, si dice siano adibiti ad uso magazzinaggio quando in realtà il loro uso è ben diverso. Si legge: “L’unità esterna collocata in comune di Musei non svolge però la funzione di magazzino esterno, ma si tratta invece di un vero e proprio reparto produttivo nel quale si svolge l’assemblaggio delle loitering munitions (Droni Killer) della serie Hero prodotti su concessione della UVision Air Ltd, azienda israeliana del comparto militare-industriale”

In questi giorni diversi esponenti politici si sono espressi, alcuni mettendo in discussione il principio della libera impresa. In particolare si ritiene che l’eventuale decisione negativa della Regione limiterebbe irrevocabilmente l’iniziativa privata. L’articolo 41 della Costituzione riconosce la libera iniziativa economica privata, tuttavia la limita espressamente nel caso in cui rechi danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute o all’ambiente.  Rischi alla salute e all’ambiente che per i motivi sopra riportati sono abbastanza evidenti che devono creare una grande preoccupazione. Ricordiamoci che parliamo di una fabbrica che utilizza esplosivi e le conseguenze sulla popolazione non devono essere sottovalutate.

Roberto Mirasola è il responsabile pace di Sinistra Futura

da qui

venerdì 21 novembre 2025

C’ERA UNA VOLTA LA RUSSIA SOVIETICA - Gianluigi Gessa

 

Nel 1978, durante gli anni dell’Unione Sovietica e della guerra fredda, partecipai a un convegno italo-sovietico di neurofarmacologia a Mosca. All’aeroporto di Mosca-Šeremét'evo, il funzionario che controllava il mio passaporto esclamò con voce amichevole:

— Sei di Cagliari, Sardegna? —

Pensando di compiacerlo, recitai con l’orgoglio di un compagno sardo comunista:

— Antonio Gramsci, Emilio Lussu, Enrico Berlinguer! —

Sembrò non aver capito. Dopo un breve silenzio, esplose felice:

— Gigi Riva! —

Io pensai, un po’ deluso, che non ci sono più i comunisti di una volta.

Iosif Vissarionovič Stalin era morto da un pezzo, e Nikita Sergeevič Chruščëv ne aveva rivelato pubblicamente le colpe. Ma Stalin rimaneva nell’immaginario dei lavoratori nello scongiuro minaccioso:

— Ha da venì Baffone. —

Avevo visto la sua faccia rassicurante su un manifesto affisso su un muro di via Arbat, simbolo della città di Mosca. Quel manifesto aveva resistito alle intemperie climatiche e politiche. Riportava la scritta in cirillico “Otche Nash”:

— Padre Nostro. —

All’epoca, segretario del Partito Comunista era Leonid Brežnev, quello del celebre bacio sul Muro di Berlino con il leader della Germania Est, Erich Honecker.

I promotori del convegno sono rappresentati in una fotografia, disposti in ordine anagrafico e, curiosamente, deceduti nello stesso ordine — tranne l’ultimo a sinistra.

Il primo a destra è Sergei V. Anichkov, classe 1892, patriarca della farmacologia sovietica. Fu allievo di Ivan Pavlov e insignito del Premio Lenin, la più alta onorificenza sovietica. Mi confidò di essere stato confinato in Siberia per cinque anni, sospettato di tramare contro la vita di Stalin. Commentai con lui che il freddo della Siberia allunga la vita. Tra me e me pensai che, forse, non era poi stato un bravo tossicologo.

Vladimir Vasilievich Zakusov, classe 1903, fondatore della farmacologia sovietica moderna e successore di Anichkov alla direzione dell’Istituto Medico di Mosca, fu anch’egli insignito dell’Ordine di Lenin. Era il vero zar della farmacologia sovietica.

Il terzo era Mark Valentinovich Valdman, classe 1929. Su di lui circolavano alcune malignità: troppo giovane e ambizioso, forse ebreo, forse gay. Non ho trovato evidenze affidabili che confermino l’internamento siberiano di Anichkov, né l’origine ebraica di Valdman. Avevo però notato che Valdman aveva baciato quattro volte sulle guance, anziché tre come da usanza russa, Umberto Scapagnini — il più bello dei farmacologi italiani.

Il quarto a sinistra è Vincenzo Longo (1929), direttore capo del laboratorio di farmacologia dell’Istituto Superiore di Sanità.

Il suo stereotaxic Atlas of the Cat’s Brain (1963) è utilizzato per localizzare con precisione le strutture cerebrali feline negli esperimenti neuroscientifici.

Il convegno sulla farmacologia dell’alcolismo fu un successo, festeggiato con un brindisi per ogni neurotrasmettitore — che allora erano più di dieci. Il rito, apparentemente in contrasto con le conclusioni del congresso, era perdonato: la vodka Stolichnaya, come è noto, non può che fare bene.

Al rientro, all’aeroporto, si ripeté la stessa scena dell’arrivo a Mosca. Un giovane funzionario commentò il mio passaporto esclamando con simpatia:

— Sei di Cagliari, Sardegna? —

Memore della prima esperienza, risposi:

— Gigi Riva! —

Mi guardò incredulo e disse, pronunziando lentamente:

— Iosif… Iosif… Brotzu, Iosef Brotzu! —

Mi spiegò che era studente in medicina all’Accademia Medica Militare Sovietica.

Commentai tra me:

— Non ci sono più quei doganieri di una volta!

https://www.facebook.com/uniaristan/posts/pfbid02pMCURukE6JG3XtatmEpyLSphpyZGcV7Te9Uix4pfr8kLqbfkrLfs4Hps2BG2rN3Dl

giovedì 21 agosto 2025

I criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna

a cura di Francesco Masala (disegni di Mr Fish e Latuff). Immagini contro il silenzio: “Guarda cosa mi ha fatto LEONARDO”

Il 15 agosto sull’Unione Sarda è apparso un articolo su un cartello che dice che “i criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna”, in realtà la maggior parte dello spazio è dedicato alle farneticanti dichiarazioni di un tipo che urla ANTISEMITA! VIGLIACCO! IGNORANTE! (sono più dignitose le discussioni nei bar, in Barbagia).

 

Chia, cartelli contro gli israeliani a Su Giudeu: «Criminali di guerra non benvenuti in Sardegna»

«I criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna e possono essere perseguiti dalla legge». Scritto in due lingue: ebraico e inglese. Sono i messaggi comparsi su alcuni manifesti affissi sopra i cartelloni dedicati ai turisti a Chia, nel comune di Domus De Maria. A corredo, oltre al disegno di una fantasia tipica dell’artigianato artistico sardo, due hashtag: “freepalestine” e “stopgenocide”.

I destinatari sono gli israeliani: il loro governo, con le sue forze armate, sta compiendo un massacro nella Striscia di Gaza, dove la popolazione è alla fame, dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre del 2023, ormai due anni fa. E la location non sembra essere casuale: quella è la spiaggia di Su Giudeu. 

A parlare di “antisemitismo” è Mario Carboni, presidente dell’associazione Chenabura – Sardos Pro Israele, che in passato aveva inneggiato alla distruzione di Gaza «come la Berlino di Hitler»:  «Gli anonimi eredi dei nazifascisti ed attuali sostenitori degli jihadisti islamici, autori del cartellone, dovrebbero firmare un manifesto con i loro nomi affinché vengano aggiunti ai firmatari del manifesto delta razza fascista degli anni ‘30», attacca, «Anche allora c’erano dei sardi come denunciava con disprezzo Emilio Lussu in un suo magistrale articolo in difesa dei giudei». Per Carboni gli autori dell’iniziativa «sono oltretutto vigliacchi, oltre che ignoranti e non lo faranno mai. Se lo facessero dovrebbero argomentare il perché hanno scelto lo scoglio de Su Giudeu come obiettivo esplicito della loro azione, che si suppone notturna»…

continua qui

 

 

Il 17 agosto sullo stesso giornale (qui) viene svelato, come se fosse uno scoop giornalistico, che l’autore del cartello è Pierluigi “Luisi” Caria.

In realtà si tratta di un parziale copia incolla della pagina fb di Pierluigi “Luisi” Caria, meglio leggere quello che scrive Caria, senza la mediazione del quotidiano:

L’ esercito più vigliacco e meschino del mondo continua a massacrare senza pietà uomini, donne e bambini, spesso giocando a tiro a segno con i profughi in fila per gli aiuti alimentari.

Io continuo a vedere questo schifo e a sentire nausea per l’indifferenza e il cinismo di politici, giornalisti, amministratori e affaristi.

Non ho neppure molto tempo da dedicare a questo e mi dispiace moltissimo…

Quindi le 5 o 6 volte che sono andato in spiaggia negli ultimi mesi, ho pensato di rendermi utile portando in borsa qualche cartellone di una campagna in solidarietà con il popolo palestinese.

“I criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna e possono essere perseguiti dalla legge” scritto bilingue, in ebraico e in inglese, perché è proprio ai criminali di guerra che vorrebbe rivolgersi.

In particolare assassini, criminali e torturatori in congedo che potrebbero venire in vacanza nella nostra terra per riposarsi dopo aver partecipato al massacro dei bambini di Gaza, anche attraverso il collegamento aereo Olbia – Tel Aviv.

Ieri mattina sono stato a Chia e mentre le persone che erano con me riposavano ho fatto una passeggiata in tutta la spiaggia per chiedere ai chioschi se potevo appendere un manifesto.

Sono arrivato fino all’ uscita dell’ ultimo parcheggio, dove alcuni turisti tedeschi mi hanno aiutato ad appenderne uno con lo scotch su un cartello di metallo non più leggibile e molto rovinato, che pareva essere lì proprio a posta.

Poco fa ho visto la foto di quel manifesto su un assurdo articolo online, secondo cui avrei appeso un manifesto “contro gli israeliani” in un posto che secondo il giornalista “non sembra essere casuale” dato che si tratta della spiaggia di “Su Giudeu”.

Il manifesto in questione (che abbiamo appeso all’ ingresso della spiaggia di “s’àcua druci”) non è contro gli israeliani ma appunto contro i criminali di guerra e la vicina spiaggia di Su Giudeu non ha assolutamente nulla a che fare con gli ebrei, facendo riferimento invece a “su purpu giudeu” che è il nome sardo del callistoctopus macropus, un cefalopode conosciuto in Italiano come “polpessa”.

Nell’ articolo sono riportate le dichiarazioni di Mario Carboni, che da tanti anni con la sua vergognosa associazione sottrae fondi destinati alla lingua sarda per diffondere propaganda filo sionista israeliana .

Vi lascio il link nei commenti se volete leggere nel dettaglio gli sproloqui di questo sostenitore del genocidio e della pulizia etnica del popolo palestinese.

Ci sono poi riportate delle dichiarazioni della sindaca di Domus de Maria che appena avuta la notizia avrebbe mandato i vigili urbani fino alla spiaggia di s’àcua druci, a posta per rimuovere il manifesto che secondo lei avrebbe rappresentato un pericolo per l’ordine pubblico.

Non c’è niente di strano se la signora Spada non capisce l’ ebraico ma forse avrebbe potuto capire la scritta in inglese: secondo l’ordinamento vigente i crimini di guerra (il bombardamento di ospedali e ambulanze, l’omicidio a sangue freddo o il rapimento di migliaia di persone, il bombardamento indiscriminato di città abitate da civili) possono essere perseguiti dalla magistratura.

Forse la cosa più imbarazzante dell’ articolo è il chiosco Araj, dove mi hanno fatto appendere il manifesto (come potete vedere nella foto), e che a differenza di altri chioschi che mi avevano detto di sì o di no, ha sentito il bisogno di rilasciare dichiarazioni al giornalista dicendo che “loro non fanno politica internazionale e ognuno è il benvenuto”.

Sarà anche vero che i soldi non puzzano, ma avrebbero potuto comunque risparmiare un po’ di dignità.

da qui

intanto è apparsa in spiaggia la bandiera dello stato genocida, come se quella spiaggia fosse un territorio occupato dai criminali di guerra.

scrive Giulia Lai:

Mentre Israele bombarda l’ennesimo ospedale con dentro persone inermi e medici eroi, a Su Giudeu hanno deciso di appendere una bandiera di quello Stato che sta portando avanti questo genocidio.

E questo perché qualcuno ha appeso un manifesto con su scritto che i “criminali di guerra non sono graditi”

Ma ora la Sindaca, e pure medico, avrà la stessa prontezza nel rimuoverla? Io spero di sì, quantomeno per solidarietà ai propri colleghi che stanno salvando vite umane sotto le bombe e per questo sono morti

da qui

anche in Grecia urlano le stesse parole di Luisi:

“Con milioni di turisti che affollano il Paese, rendiamo la nostra presenza visibile e rumorosa. Trasformiamo isole, spiagge, vicoli, cime di montagna e rifugi in luoghi di solidarietà — non in luoghi di svago per i soldati assassini dell’IDF. Lo sforzo organizzato per fare della Grecia un ‘rifugio’ per chi partecipa o sostiene il massacro in Palestina non passerà!”

da qui

 

Gaetano Colonna (meritoriamente) spiega come funziona la canèa dei sostenitori di chi compie il genocidio (e la pulizia etnica e l’apartheid); un’analisi approfondita in Europa e in Italia, con nomi e cognomi (non solo del governo della P2):

https://clarissa.it/wp/2025/07/27/il-potere-di-israele/

https://clarissa.it/wp/2025/07/29/israele-in-europa/

 

 

Mentre a Gaza si continua a morire, tra bombardamenti mirati e stragi indiscriminate, a Roma compaiono, silenziosamente e senza clamore mediatico, dei manifesti che rompono il muro del silenzio. Sono manifesti semplici, potenti, dolorosi: il volto di una bambina palestinese gravemente ferita, con una frase incisiva sotto: “Guarda cosa mi ha fatto LEONARDO!!”

Non è un errore. Leonardo, in questo caso, non è il genio del Rinascimento, ma Leonardo S.p.A., il più grande produttore di armi italiano, il primo nell’Unione Europea, il secondo in Europa e il tredicesimo nel mondo, secondo i dati SIPRI. Un colosso dell’industria bellica che gode di un’aura di “eccellenza nazionale” e di discrezione mediatica, ma che – come i manifesti indicano con chiarezza – è direttamente coinvolto nell’apparato bellico israeliano

continua qui

 

qui e qui Gian Luigi Deiana  in bottega aveva scritto da par suo di Luisi Caria (e Antonello Pabis)