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lunedì 12 gennaio 2026

Vi auguro due cose - Marco Sommariva

 

Un omaggio a Stig Dagerman per augurarvi cose che spesso ostacolano il successo esteriore e hanno tutto il diritto di farlo perché sono più importanti

 

Muoio di vergogna se non combatto la vostra idea che ogni pensiero conservatore non è solo farina del sacco reazionario; la stessa logica che vi porta a ritenere innovativa qualsiasi cosa provenga dall’area progressista.

Non è così, maledizione!

Muovendomi tra voi, in una società così ottusa, mi fate sentire come un anarchico durante la guerra civile spagnola, esposto a un fuoco incrociato; loro venivano colpiti in petto da tedeschi e italiani e alle spalle dai proiettili russi, io davanti dai conformisti e dietro dai riformisti.

Se continuate così non riuscirete mai a combattere seriamente le stridenti disuguaglianze nella distribuzione del cibo, dei vestiti e delle possibilità di istruzione, e tantomeno arriverete a realizzare che queste ingiustizie non sono l’unico criterio per giudicare la mostruosità di un sistema sociale

Se sistemi di terrore come il nazismo rivelano immediatamente la propria natura con una sfrenata violenza fisica, non dimenticatevi che bisogna diffidare pure delle autorità politiche che incutono terrore senza bastonare fisicamente le persone: anche i sistemi statali più democratici esercitano sui governati una pressione e incutono un’angoscia a cui non c’è romanzo horror o poliziesco che possa far concorrenza.

Occorre molta attenzione per capire quale lavoro compiono quelle matasse di fili invisibili che connettono tra loro stato e alta finanza, governanti e chi li manovra, politica e denaro. E quel che capite dovete raccontarlo a tutti, per intero, senza menzogne.

Se tacete di fronte a un’ingiustizia o alla violazione di un valore irrinunciabile fate quanto è in vostro potere per uccidere nel silenzio la giustizia e, in generale, il principio della libera opposizione.

Sappiate che negli anni Trenta veniva consigliato a chi era svedese di rimanere in silenzio mentre gli antifascisti tedeschi venivano torturati a morte nei campi di concentramento e gli ebrei costretti a spazzare le strade nelle città tedesche: dicevano che erano tutte questioni interne della Germania in cui gli svedesi non dovevano immischiarsi e che solo le questioni interne della Svezia li riguardavano. Sfortunatamente troppi seguirono quel cattivo consiglio e lasciarono che gli oppositori tedeschi se ne morissero in pace.

I cattivi consiglieri vennero poi smascherati come gente che, per vigliaccheria o per denaro, invitava a star zitti su quel che il nazismo faceva.

Il silenzio della gente comune è stata una ruota spaventosamente efficiente nell’ingranaggio della macchina nazista; diversamente non avrebbe funzionato per così tanti anni. Altra ruota indispensabile fu l’oblio dei poteri forti: Hitler era un uomo riconosciuto da tutto il mondo, gli statisti andavano in Germania e stipulavano trattati, il Papa è stato il primo a riconoscerlo, ho visto coi miei occhi una foto dove gli stringe la mano.

Spero che l’esperienza della Germania nazista vi convinca che esistono persone che ci consigliano di tacere quando accadono nel mondo cose contro cui il nostro senso di giustizia si ribella.

Ribellatevi a quel che vi ripugna, a persone come quel direttore di banca di Amburgo secondo cui i norvegesi avrebbero dovuto, nonostante tutto, essere contenti dell’occupazione tedesca, visto che si erano date loro un bel po’ di strade di montagna; o a quel tipo che è andato in Norvegia come medico militare dopo la laurea e ha raccontato solo di meravigliose discese con gli sci al chiaro di luna nelle località di montagna, che a sentirlo sembra quasi che i tedeschi abbiano occupato la Norvegia per amore degli sport invernali.

Vi scrivo di ribellarvi, di non tacere.

Vi scrivo come scrittore, non come giornalista perché il giornalismo è l’arte di arrivare troppo tardi il più in fretta possibile, e io non la imparerò mai. Non la voglio imparare.

Vi scrivo perché lo scrittore può ricoprire il modesto ruolo del lombrico nel terriccio della cultura che altrimenti si disseccherebbe nell’aridità delle convenzioni; essere il politico dell’impossibile in un mondo dove sono troppi i politici del possibile è un ruolo che personalmente mi può soddisfare come essere sociale e come individuo.

Scrivo per chi ha fame, perché la fame non favorisce la ricerca delle cause, e chi è permanentemente affamato non riesce a stabilire alcun’altra relazione se non la più immediata: chi vive alla soglia-limite della sopravvivenza non combatte per una democrazia, ma per allontanarsi il più possibile da tale limite.

Scrivo per chi è costretto a contare i suoi spiccioli anche mentre dorme.

Scrivo perché nessuno debba mai più ritenere il carcere più libero della società in cui vive e l’ospedale più salutare dello spietato campo di battaglia della lotta per la vita.

Scrivo perché le condizioni sociali hanno costretto sempre più persone a smettere di cercare un conforto tra le afflizioni, ma considerano l’afflizione in sé un conforto, a tal punto che si rattristano se si dice loro che altrove si sono viste cose peggiori.

Scrivo per scuotere chi è schiavo della necessità di guadagnare, di farsi strada, di diventare qualcuno.

Sapete bene che c’è un’ora della notte fonda in cui ognuno deve togliersi la maschera, ma immagino siate tutti convinti di poter sgusciare via poco prima della mezzanotte; v’invito a chiedervi cosa potrebbe succedervi se in quel momento inciampaste, se vi accadesse una di quelle cose che non si riescono più a dimenticare e veniste rimessi al vostro posto in modo così definitivo da non poter più sfuggire a voi stessi.

Spero pensiate un poco alle mie parole e, intanto, vi auguro due cose che spesso ostacolano il successo esteriore e hanno tutto il diritto di farlo perché sono più importanti: l’amore e la libertà.

Ma sì, perché no?!, vi auguro anche buone feste.

https://www.osservatoriorepressione.info/vi-auguro-due-cose/

mercoledì 29 gennaio 2025

Montblanc, il lusso del Daspo sindacale - Marco Sommariva

 

La ricchezza aumenta, ma chi ti salta fuori? Il rompicoglioni di sempre. Il sindacalista.

A ottobre dell’anno scorso ho letto sul quotidiano Avvenire  della protesta di un gruppo di lavoratori di Campi Bisenzio, dipendenti di due ditte cinesi che realizzavano borse per l’azienda tedesca Montblanc: immigrati di origine asiatica – quasi tutti pachistani e afghani – chiedevano di poter continuare a fare il loro mestiere in condizioni dignitose. La mobilitazione s’è spostata dai capannoni industriali alle vie del centro di Firenze, dove ha sede la boutique che, accanto alle storiche penne, vende borse e altri oggetti di pelletteria. Nel frattempo, altri presidi erano stati organizzati davanti ai negozi di Milano, in galleria Vittorio Emanuele, e a quelli di Napoli, Roma, Bologna e Verona.

In quell’occasione, il sindacato Sudd Cobas aveva denunciato “la vergogna di operai pagati tre euro l’ora per turni di dodici ore al giorno che producono borse da 1.700 euro” e chiesto alla Regione Toscana di convocare al tavolo il gruppo Richemont, proprietario del marchio Montblanc, in merito alla vicenda del taglio e successivo azzeramento delle commesse alle ditte cinesi: scelta non dettata da motivazioni di carattere produttivo, ma da una ritorsione rispetto alla mobilitazione sindacale avviata nel 2023 per chiedere salari e orari equi.

Riguardo la spinosa situazione creatasi, il gruppo svizzero Richemont – uno dei giganti del lusso mondiale specializzato in gioielli, orologi e accessori di moda con un fatturato di oltre 20 miliardi di euro e un utile operativo di quasi cinque miliardi nel 2024 – parrebbe aver rilasciato, all’epoca, la sola dichiarazione che l’interruzione del rapporto con le due ditte è il risultato del loro mancato rispetto del codice etico del Gruppo.

Il 21 gennaio scorso, il quotidiano La Nazione – titolando l’articolo Montblanc chiede il ’daspo sindacale’  – è tornato sull’argomento per informare che, per tutelare “la propria reputazione”, il brand del lusso ha richiesto al Tribunale di Firenze (Sezione Civile) di emettere nei confronti del Sudd Cobas un divieto a manifestare nel raggio di cinquecento metri dalla boutique di via Tornabuoni, nel salotto buono di Firenze, pena sanzioni da cinquemila euro.

Da una parte, Montblanc accusa il sindacato e alcuni suoi appartenenti d’aver “ripetutamente formulato, e continuano a formulare, accuse false e diffamatorie nei confronti dell’azienda in merito a presunte condotte scorrette nei confronti dei dipendenti di un ex fornitore”; dall’altra, i Sudd Cobas accusano Montblanc d’aver “deciso di scrivere una delle pagine più indegne della storia delle politiche antisindacali di questo paese”.

Ho provato a parlare di questa vicenda con amici e colleghi, ma nessuno era a conoscenza dell’episodio e, per il sottoscritto, già questo è un interessante argomento su cui riflettere.

Informati a grandi linee dell’accaduto, ho raccolto diversi commenti.

C’è chi mi ha detto che è tutto inutile, che la protesta di questi lavoratori non servirà a nulla, ma non mi hanno convinto: ero e resto d’accordo con quanto scritto da Stig Dagerman nel suo libro La politica dell’impossibile: “[…] è necessario ribellarsi, attaccare questo ordine nonostante la tragica consapevolezza […] che ogni difesa e ogni attacco non possono essere altro che simbolici. E tuttavia devono essere tentati, se non altro per non morire di vergogna”.

Ecco, intanto s’inizi a non morire di vergogna, prima di morir di fame.

C’è chi ha detto che i sindacalisti che si stanno esponendo rischiano grosso e su questo, invece, son d’accordo: “Conosco l’ambiente dell’industria, perché l’ho visto, sono entrato nelle fabbriche, nelle officine; ho visto i padroni seduti al tavolo delle trattative o nel proprio ufficio, mi hanno indicato le loro case, mi hanno mostrato le loro proprietà, ho visto le loro auto davanti alla fabbrichetta, e sono entrato nei loro negozi; […] uno l’ho guardato da vicino, vicinissimo, quando ha tentato di investirmi” – scriveva Paco Ignacio Taibo II nella sua raccolta di racconti intitolata E doña Eustolia brandì il coltello per le cipolle.

C’è anche chi ha detto il contrario, ossia che i sindacalisti sono quelli che rischiano meno di tutti perché, a breve, verranno sicuramente avvicinati da “qualcuno” e convinti a passare dall’altra parte della barricata, e questa purtroppo non è una novità: “[…] ti buttano addosso merda a palate, e poi ti dicono, vieni con noi, qui c’è un buon posto, farai i soldi in fretta… ma quello che vogliono da te è che diventi obbediente come un cane, e che tutto quello che hai imparato come sindacalista lo usi per controllare i lavoratori” – ancora Taibo II.

C’è anche chi ha detto a chiare lettere che i sindacalisti sono solo dei rompicoglioni, un po’ come scriveva il buon Valerio Evangelisti nel suo bel romanzo One Big Union: “Siamo usciti dalla crisi della fine degli anni Novanta. Stiamo entrando in un periodo di prosperità. C’è lavoro, si produce, la ricchezza aumenta. I poveri non sono più per strada a fare lavori inutili, disposti da sindaci e governatori troppo buoni. E chi ti salta fuori? Il rompicoglioni di sempre. Il sindacalista, il socialista, l’anarchico”.

In One Big Union, il protagonista – un giovane meccanico americano, religioso, affezionato alla famiglia, con pregiudizi razziali e un patriottismo che sconfina nel nazionalismo – s’infiltra nei sindacati col fine di combattere gli scioperi e riportare la disciplina fra i lavoratori, per conto di agenzie investigative come la Pinkerton e la Burns (da cui nascerà l’FBI) – agenzie pagate da industriali e grandi proprietari. Attraverso le sue vicissitudini, si seguono i grandi scioperi dei ferrovieri di fine Ottocento sino all’epopea, nei primi vent’anni del Novecento, dell’Industrial Workers of the World, l’organizzazione che cercò di unificare gli operai precari e non specializzati di tutte le etnie, usando armi inedite quali i volantini multilingue, la canzone e il fumetto.

Ma torniamo agli operai precari di tutte le etnie dei giorni nostri.

Fra le varie reazioni, c’è stato anche chi ha sostenuto che il sindacato continua ad avere troppo potere, e così mi è venuto in mente 1985, l’interessante romanzo di Anthony Burgess basato sull’opera di George Orwell, 1984, da cui trae spunto per il titolo. È un libro dove, in un futuro dominato dai sindacati e oramai completa­mente allo sfascio, il protagonista decide di non sottostare alla disciplina collettiva e così, dopo aver ascoltato le ultime parole della moglie bruciata viva in un ospedale durante uno sciopero dei pompieri – «Non permettere che vadano impuniti» –, inizia la sua lotta solitaria, ca­parbia e disperata, in nome della libertà di scelta tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto, tra la volontà e la convenienza.

Ascolto tutti, son fatto così.

Ascolto tutti, ragiono sull’elucubrazioni altrui e poi vedo cosa m’è rimasto in mano.

Stavolta resto con la sensazione che, tempo fa, per non danneggiare la propria immagine, una ditta come la Montblanc non si sarebbe avventurata in una querelle di questo genere e che se, invece, oggi succede è perché s’è pensato che, al contrario, l’immagine non solo non verrà danneggiata ma, chissà, magari ne trarrà addirittura qualche giovamento, un beneficio. Ma, ripeto, è solo una mia personalissima sensazione, frutto anche dei commenti da me raccolti, poco o nulla in sintonia coi lavoratori pachistani e afghani.

Purtroppo, è tutto qui quanto m’è rimasto in mano.

Se penso alle marce e alle battaglie ferocissime ascoltate, viste e vissute per decenni, per la conquista di diritti sociali e civili…

Meno male che i Miei non son più qui a veder tutto ‘sto sfacelo.

da qui

giovedì 10 novembre 2016

I miei amici - Emmanuel Bove

opera prima di Emmanuel Bove (e che opera prima!).
la storia di un uomo reduce di guerra, povero, e solo, che ha uno straordinario bisogno di consolazione (usando le parole di Stig Dagerman), vuole essere considerato, vuole essere amico per qualcuno, e cerca sempre amici, con esiti tragicomici.
una cosa straordinaria del libro, del 1924, è la scrittura, leggendolo sembra di essere l'occhio della cinepresa che riprende la storia, la vita, i movimenti, le esitazioni di Victor Baton (in certi momenti proprio come nel film scritto da Samuel Beckett nel 1965 con Buster Keaton).
vogliatevi bene, leggete I miei amici - franz

(grazie ad Antonietta per avermi fatto scoprire questo libro)


inizia così;
"Quando mi sveglio, la mia bocca è aperta. I denti sono unti: lavarli la sera sarebbe meglio, ma non ne ho mai il coraggio. Agli angoli delle palpebre mi si sono asciugate delle lacrime. Le spalle non mi fan più male. Una ciocca di capelli induriti mi copre la fronte. Li butto all'indietro con le dita aperte. È inutile: come pagine di un libro nuovo, si raddrizzano e mi ricadono sugli occhi.
Quando abbasso la testa sento che la barba mi è cresciuta: mi punge il collo.
La nuca tiepida, resto lì sulla schiena con gli occhi aperti, le lenzuola tirate fino al mento perché non si raffreddi il letto.
Sul soffitto ci sono macchie di umidità: è così vicino al tetto. Sotto la carta da parati, in certi punti passa dell'aria. I mobili assomigliano a quelli esposti dai robivecchi lungo i marciapiedi. Il tubo della stufa è fasciato da uno straccio, come un ginocchio. In alto, sopra la finestra, un avvolgibile rotto pende di traverso.
Quando mi allungo, sento contro la pianta dei piedi le sbarre verticali del letto, come un equilibrista sulla corda.
I vestiti, che mi pesano sopra le gambe, sono tiepidi e piatti da una parte soltanto. I lacci delle scarpe sono senza punte.
Se piove la camera diventa fredda. È come se non ci avesse dormito nessuno. L'acqua, scivolando per tutta la superficie del vetro, corrode lo stucco e forma una pozzanghera per terra.

Quando il sole sfavilla da solo nel cielo, proietta la sua luce dorata al centro della stanza. Allora le mosche tracciano sul pavimento mille linee rette..."






Sono arrivata a questo libro su consiglio di Vila-Matas e di Wim Wenders.
Vila Matas ne Il dottor Pasavento dedica parecchie pagine a Bove, accostandolo in qualche modo a Walser : “Non gli piaceva farsi vedere, voleva passare inosservato. E al pari dello svizzero Walser, aveva una profonda allergia per tutte le forme di magniloquenza. A questa etica della scomparsa in vita, Bove affianca uno stile che consiste, secondo quanto ne disse Artaud, nel rifiutarsi di fare letteratura, fuggire da tutto ciò che era letterario e dalle sue servitù, a cominciare dalla maggiore di tutte, quella dello stile”.
E tanto basta per incuriosirmi.
E poi scopro che Wim Wenders, nel corto del 1982 Reverse Angle. A letter from New York , passeggia per la città con una copia di Mes Amis in mano, o nella tasca della giacca, mentre un vinile suona Turquoise Days di Echo & The Bunnymen, o forse Talk Talk Talk dei Psychedelic Furs.
E così ho letto il libro, che è la storia di un giovane uomo solo e povero, che, nella speranza di dare e ottenere amore, si dedica un po’ ossessivamente all’antieconomica pratica della flanerie in una Parigi post-bellica (la Grande Guerra) cinica e disincantata…

Questo breve e perfetto romanzo di Bove è un’elegia triste, una sonata patetica; possiede l’equilibrio e il rigore della poesia e della musica e li raggiunge per mezzo di una scrittura preziosamente dimessa, volutamente monocorde, splendida nel suo assoluto rifiuto dell’effetto, nella sua volontà di rimanere ancorata ai dettagli per utilizzarne l’alfabeto e la voce. E’ l’elegia di Victor Baton che canta la sua solitudine e la sua povertà, che lo disgustano, e i suoi vani tentativi di avere degli amici, di lavorare, semplicemente di vivere, in un lungo racconto monologante che rende conto sostanzialmente di una serie di fallimenti che non possono che condurre alla disillusione, già presente in nuce, come un destino, fin dalla prima pagina. Bove permette ai lettori di scrutare la miseria e la solitudine, la povertà materiale e la ben più desolante mancanza di rapporti umani, fin nelle loro viscere più profonde, accompagnandoli, attraverso una storia semplice ed esemplare, a toccare quasi con mano le minutaglie, gli scarti, le briciole che pure, tutti insieme, possono comporre la vita di un uomo…

Una delle storie più struggenti e dolorose del novecento letterario europeo: un uomo, invalido di una mano a causa della prima grande guerra, per la quale disabilità ha ottenuto una piccola pensione, gira per le strade di Parigi cercando inutilmente un’amicizia per rendere meno triste e spaventosa la sua esistenza.
La solitudine mi pesa dice il protagonista, Victor Baton, all’inizio di una sua disavventura: perché quel che vive, nonostante un’investigazione straziante dei rapporti umani, son solo fondi dell’esistere…

chi da un romanzo si aspetti azione, artifici fantastici, sintassi amorose, precipizi della mente e quant' altro, se ne tenga alla lontana. Bove dà il meglio di sé quando racconta che cosa accade quando non accade nulla. Entrai in un bar. Un vapore leggero scappava fischiando da una macchina di caffé nichelata. Un cameriere, avvolto in un grembiale bianco, asciugava con un panno l' impronta dei bicchieri sui tavoli rotondi. I cucchiaini risuonavano nelle tazzine spesse come monete false... Quattro donne fumavano. Le loro camicette erano tinte a mano col colorante in bottiglia. Una di loro aveva uno di quei cappotti su cui si soffia per sapere se è di lontra. La filosofia di Bove è questa, dura e semplice: le cose sono come sono. E l' unico modo di stare al mondo è quello indicativo. Di fronte al disordine della realtà è inutile protestare, reagire. Meglio scegliere la strategia della rinuncia. E dedicarsi alla contemplazione delle magiche, istantanee apparizioni di cui è colmo il teatrino del mondo. Quei momenti in cui la vita, non ancora formata, è già sul punto di dileguarsi: Finalmente apparve nuda. Le sue coscie traboccavano sopra le giarrettiere. La colonna vertebrale le ammaccava la pelle all' altezza dei reni. Era vaccinata sulle braccia. Persi la testa. Dei brividi mi corsero lungo il corpo, simili a quelli che scuotono le gambe dei cavalli. Guardare e ascoltare

Questo breve romanzo è un gioiello prezioso.
E’ il primo romanzo di Bove, scritto in gioventù, pubblicato nel 1924. Ebbe molto successo, di pubblico e di critica. Bove scrisse poi altri romanzi apprezzati, ma morì piuttosto giovane e fu dimenticato dopo la sua morte; recentemente riscoperto grazie all’interesse di Peter Handke che lo ha tradotto in tedesco. Da allora, Mes amis è tornato ad essere un romanzo di culto. E’ ora che venga riscoperto come merita anche in Italia.
Mes amis: un giovane reduce dalla grande guerra, con una piccola invalidità che gli permette di sopravvivere miseramente con una piccola pensione di guerra. Vagabonda per le vie di Parigi, fantasticando, riflettendo, introspettivo, ingenuo, timido, sporco e malvestito, solo. I lungosenna, le osterie, le camere ammobiliate, i bordelli, le panchine dei parchi, il volto di una ragazza sconosciuta nella folla. E’ una versione parigina del Sognatore di Dostoevskij. E poi richiama alla mente Rimbaud, Dylan Thomas, Sergej Esenin, Knut Hamsun e Rilke (quest’ultimo era in effetti amico di Bove). I giovani poeti raminghi e solitari!
Un romanzo che ho letto in e-book ma che sarebbe bello possedere in una pubblicazione antica, un libriccino ingiallito, la copertina decorata da un motivo a cornice, il segnalibro di seta. Una delle cose più romantiche che abbia mai letto.
da qui

venerdì 3 ottobre 2014

5 ottobre 1923: nasce Stig Dagerman


Si è ucciso a 31 anni, nel 1954 (qui una piccola biografia), per meno di quello che ha scritto lui gli scrittori vengono osannati e considerati dei classici.
Sulla tomba c’è scritto: “Qui riposa uno scrittore svedese, caduto per niente, sua colpa fu l’innocenza; dimenticatelo spesso”
di Stig Dagerman si trova qualcosa qui.
ecco una poesia (era anarchico) e un racconto, bellissimo e sconvolgente:
Attenti al cane! – Stig Dagerman
“Certo è deplorevole
che gente che vive di sussidi si tenga poi un cane”
ha dichiarato un responsabile
della Previdenza Sociale
del Varmland
La legge ha i suoi difetti
I poveri han diritto di tenere un cane
Potrebbero tenere dei topi invece:
van bene anche loro e sono esentasse
Se ne stanno in anguste stanzette
coi loro costosi bastardi.
Perché non giocano con le mosche?
Non sono animali da compagnia?
E al Comune tocca pagare.
Bisogna farla finita
o c’è da temere
che si comprino delle balene
Una decisione va presa:
abbattere i cani! Non è una buona idea?
Il prossimo provvedimento. abbattere i poveri
Così il Comune risparmierà qualcosa.

UCCIDERE UN BAMBINO (1948)
E’ una giornata mite e il sole splende obliquamente sulla pianura. E’ domenica, tra poco suoneranno le campane. Fra i campi di segale due bambini hanno scoperto un sentiero che non avevano mai percorso e nei tre villaggi della piana luccicano i vetri delle finestre. Gli uomini si radono davanti a specchia appoggiati su tavoli da cucina, le donne canterellano affettando il pane per il caffè, e i bambini si abbottonano le camicette. E’ la mattina felice di un giorno infausto perché in questo giorno nel terzo villaggio un bambino sarà ucciso da un uomo felice. Il bambino è ancora seduto sul pavimento e si abbottona la camicetta, l’uomo che si sta radendo la barba dice che oggi faranno una gita in barca sul fiume mentre la donna canterella e mette il pane appena affettato su un piatto blu.
Non vi sono ombre nella cucina e l’uomo che ucciderà un bambino si trova ancora vicino a una pompa rossa della benzina del primo villaggio. E’ un uomo felice, che guarda dentro una macchina fotografica e nell’obbiettivo vede una piccola automobile blu e accanto all’automobile una ragazza che ride. Mentre la ragazza ride e l’uomo scatta la bella fotografia, il benzinaio stringe il tappo del serbatoio e annuncia che avranno una bella giornata. La ragazza si siede nell’auto, l’uomo che ucciderà un bambino estrae il portafoglio dalla tasca e spiega che arriveranno al mare e al mare affitteranno una barca e poi andranno a remare al largo, molto al largo. Attraverso i finestrini abbassati la ragazza sul sedile anteriore sente quello che dice e chiude gli occhi e ad occhi chiusi vede il mare e l’uomo accanto a lei nella barca. Non è certo un uomo cattivo, è felice e contento e prima di salire in macchina si sofferma un attimo davanti al radiatore che splende al sole a godere di quel luccichio e dell’odore di benzina e di biancospino. Nessuna ombra si proietta sull’auto, il paraurti splendente non ha nessuna ammaccatura né la minima traccia rossa di sangue.
Ma nello stesso momento in cui nel primo villaggio l’uomo dell’auto richiude la portiera di sinistra e tira verso di sè il pomello dell’avviamento, nel terzo villaggio la donna nella cucina apre la dispensa e si accorge che non c’è più zucchero. Il bambino, che ha finito di abbottonarsi la camicia e si è allacciato le scarpe, è in ginocchio sul divano e guarda il fiume che serpeggia tra gli ontani e la barca nera tirata in secco sull’erba. L’uomo che perderà il suo bambino ha finito di radersi la barba e piega lo specchio. Sulla tavola ci sono il caffè, il pane, la panna e le mosche. Manca solo lo zucchero e la madre dice al suo bambino di correre dai Larsson a chiederne in prestito qualche zolletta. E quando il bambino apre la porta l’uomo gli grida di far presto, che la barca è sulla spiaggia che aspetta e che devono remare più lontano di quanto non abbiano mai remato. E mentre corre attraverso il giardino il bambino non fa che pensare al fiume e alla barca e ai pesci che guizzano e nessuno lo avverte che gli restano soltanto otto minuti da vivere e la barca rimarrà dov’è per tutto quel giorno e per molti altri giorni ancora.
I Larsson non abitano lontano, appena dall’altra parte della strada e mentre il bambino l’attraversa correndo, la piccola automobile blu entra nel secondo villaggio. E’ un piccolo villaggio di casette rosse e di gente appena sveglia che siede in cucina colla tazza del caffè in mano, e vede l’auto che sfreccia al di là della siepe sollevando dietro di sè un’alta nuvola di polvere. Viaggia a gran velocità e l’uomo al volante vede i meli e i pali del telegrafo incatramati di fresco sfilargli accanto come ombre grigie. L’aria dell’estate soffia attraverso il parabrezza mentre escono sfrecciando dal paese e procedono veloci e sicuri al centro della carreggiata, sono soli sulla strada – per ora. E’ meraviglioso viaggiare così soli su una strada ondulata e larga, e in pianura è ancora più bello. L’uomo è felice e forte e col gomito destro sente il corpo della sua donna. Non è certo un uomo cattivo. Non farebbe male a una mosca ma tra qualche istante ucciderà un bambino. Mentre sfrecciano verso il terzo villaggio la ragazza chiude di nuovo gli occhi e, per gioco, dice che non li riaprirà fino a che non si vedrà il mare e sogna, al ritmo del dondolio dell’auto, quanto le apparirà splendente.
Perché la vita è congegnata così spietatamente che un minuto prima di uccidere un bambino un uomo felice è ancora felice e un minuto prima di urlare di terrore una donna può chiudere gli occhi e sognare il mare, e nell’ultimo minuto di vita di un bambino i suoi genitori possono stare seduti in cucina ad aspettare lo zucchero e a parlare dei suoi denti bianchi e di una gita in barca e il bambino stesso può chiudere un cancello e cacciarsi attraverso una strada con delle zollette di zucchero avvolte in carta bianca nella mano destra, e per tutto quest’ultimo minuto non vedere altro che un lungo fiume scintillante con grandi pesci e una grande barca coi remi silenziosi.
Dopo è troppo tardi. Dopo c’è una macchina blu di traverso sulla strada e una donna che urla si leva una mano sulla bocca e la mano sanguina. Dopo un uomo apre la portiera di un’automobile e cerca di reggersi sulle gambe nonostante l’abisso di orrore che ha dentro di sé. Dopo vi sono delle zollette di zucchero bianche assurdamente sparse nel sangue e nella ghiaia e un bambino giace inerte sul ventre con il volto brutalmente schiacciato contro la strada. Dopo accorrono due persone pallide che non sono ancora riuscite a bere il loro caffè e si precipitano verso un cancello e quello che vedono non lo dimenticheranno mai. Perché non è vero che il tempo guarisce tutte le ferite. Il tempo non guarisce le ferite di un bambino ucciso ed è molto difficile che guarisca il dolore di una madre che ha dimenticato di comperare lo zucchero e manda suo figlio dall’altra parte della strada a chiederlo in prestito; ed è altrettanto difficile che guarisca l’angoscia di un uomo un tempo felice che ora l’ha ucciso.
Perché chi ha ucciso un bambino non va più al mare. Chi ha ucciso un bambino guida lentamente verso casa, in silenzio, e accanto a sé ha una donna muta con una mano fasciata e in tutti i villaggi che attraversano non vedono più un solo uomo felice. Tutte le ombre sono cupe e quando i due si separano sono ancora in silenzio e l’uomo che ha ucciso un bambino capisce che quel silenzio è il suo nemico e che gli ci vorranno anni della sua vita per sconfiggerlo gridando che non è stata colpa sua. Ma sa anche che questa è una menzogna e la notte nei suoi sogni si struggerà di poter avere indietro un unico minuto della sua vita per far sì che quest’unico minuto possa essere diverso.
Ma la vita è così spietata con colui che ha ucciso un bambino che dopo è troppo tardi per qualsiasi cosa.

venerdì 13 dicembre 2013

Il nostro bisogno di consolazione è impossibile da saziare - Stig Dagerman (cantano "Têtes Raides")



Il nostro bisogno di consolazione è impossibile da saziare

Sono privo di fede e non posso dunque essere felice, poiché un uomo che rischia di temere che la sua vita sia un’erranza assurda verso una morte certa non può essere felice. Non ho ricevuto in eredità né un dio né un punto fermo sulla terra da cui possa attirare l’attenzione di un dio. Non ho ereditato nemmeno il furore ben celato dello scettico, le astuzie sottili del razionalista o l’ardente innocenza dell’ateo. Non oso dunque gettare alcuna pietra su colei che crede in cose che non mi ispirano che il dubbio  o su colui che venera il suo dubbio come se non fosse egli stesso circondato dalle tenebre. Questa pietra colpirebbe me stesso, perché di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uomo è impossibile da saziare.
Per quel che mi riguarda, cerco la consolazione come il cacciatore bracca la preda. Dovunque io creda di scorgerla nella foresta, tiro. Spesso non raggiungo che il vuoto ma, a volte, una preda cade ai miei piedi. E, poiché so che la consolazione non dura che il tempo di un soffio di vento sulla cima di una albero, mi affretto ad appropriarmi della mia vittima.
Cosa stringo allora tra le braccia?
Poiché sono solitario: una donna amata o un infelice compagno di strada. Poiché sono poeta: un arco di parole che tendo sentendomi pervadere di gioia e di spavento. Poiché sono prigioniero: un spiraglio improvviso di libertà. Poiché sono minacciato dalla morte: un animale caldo e vivo, un cuore che batte irridente. Poiché sono minacciato dal mare: uno scoglio d’inamovibile granito.
Ma ci sono delle consolazioni che vengono a me senza essere invitate e che riempiono la mia camera di mormorii odiosi: “Io sono il tuo piacere: amali tutti! Io sono il tuo talento: fanne cattivo uso quanto di te stesso! Io sono il tuo desiderio di godimento: che vivano solo i buongustai!  Io sono la tua solitudine: disprezza gli uomini! Io sono la tua aspirazione alla morte: allora tronca!”
Il filo del rasoio è ben stretto. Vedo la mia vita minacciata da due pericoli: dalle bocche avide della golosità da un lato e, dall’altro, dall’amarezza dell’avarizia che si  nutre di se stessa. Ma tengo a rifiutare di scegliere tra l’orgia e l’ascesi, anche se devo a causa di questo subire il supplizio della griglia dei miei desideri. Per me, non basta sapere che, poiché non siamo liberi dei nostri atti, tutto è scusabile. Ciò che cerco, non è una scusa alla mia vita ma esattamente il contrario di una scusa: il perdono. In effetti, quando la mia disperazione mi dice: “Disperati, perché ogni giorno non è che una tregua fra due notti”, la falsa consolazione mi grida: “Spera, perché ogni notte non è che una tregua tra due giorni.”
Ma l’umanità non sa che farsene di una consolazione in forma di motto di spirito: essa ha bisogno di una consolazione che illumini. E colui che si augura di diventare malvagio, cioè di diventare un uomo che agisca come se ogni azione fosse difendibile, deve almeno avere la bontà di farlo notare quando vi riesce.
Nessuno può elencare tutti i casi in cui la consolazione è una necessità. Nessuno sa quando cadrà il crepuscolo e la vita non è un problema che possa essere risolto separando la luce dall’oscurità e i giorni dalle notti. E’un viaggio imprevedibile fra due luoghi che non esistono. Posso, per esempio, camminare sulla riva e sentire d’improvviso la sfida spaventosa che l’eternità lancia alla mia esistenza nel movimento perpetuo del mare e nella fuga perpetua del vento. Che diventa allora il tempo, se non una consolazione per il fatto che niente di ciò che è umano dura. […]
Posso riempire tutti i miei fogli bianchi con le più belle combinazioni di parole che possa immaginare il mio cervello. Dato che desidero assicurarmi che la mia vita non sia assurda e che io non sia solo sulla terra, raccolgo tutte le parole in un libro e lo offro al mondo. In cambio questo mi dà ricchezza, la fama e il silenzio. Ma che posso farmene di questo denaro e che piacere può darmi contribuire al progresso della letteratura? Non desidero che ciò che non avrò: la conferma che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo. Che diventa allora il mio talento se non una consolazione per la mia solitudine? Ma che consolazione spaventosa, che riesce solo a farmi vivere la solitudine con intensità cinque volte maggiore! […]
Non possiedo filosofia nella quale possa muovermi come il pesce nell’acqua o l’uccello nel cielo. Tutto ciò che possiedo è un duello, e questo duello si libera, a ogni attimo della mia vita, fra le false consolazioni, che non fanno che accrescere la mia impotenza e rendere più profonda la mia disperazione, e quelle vere, che mi portano verso una liberazione temporanea. Dovrei forse dire: la vera perché, in verità, non esiste per me che una sola consolazione che sia reale, quella che mi dice che sono un uomo libero, un individuo inviolabile, un essere sovrano all’interno dei miei limiti.
Ma la libertà comincia dalla schiavitù e la sovranità dalla dipendenza. Il segno più certo della mia servitù è la mia paura di vivere. Il segno definitivo della mia libertà è il fatto che la mia paura lascia libero campo alla gioia tranquilla dell’indipendenza. Si direbbe che ho bisogno della dipendenza per poter finalmente conoscere la consolazione d’essere un uomo libero, ed è certamente vero. Alla luce dei miei atti, mi accorgo che tutta la mia vita sembra non avere avuto per scopo che di fare la mia stessa infelicità. Ciò che dovrebbe portarmi la libertà mi porta la schiavitù e le pietre al posto del pane.
Uomini diversi hanno padroni diversi. Io, per esempio, sono a tal punto schiavo del mio talento che non ho il coraggio di farne uso per timore d’averlo perso. Sono poi così schiavo del mio nome da non osare quasi scrivere una riga per paura di arrecargli danno. E quando infine giunge la depressione, sono schiavo anche di quella. Il mio più grande desiderio diventa quello di trattenerla, il mio più grande piacere è sentire che il mio unico valore stava in ciò che credo di aver perduto: la capacità di creare bellezza a partire dalla mia disperazione, dal mio disgusto e dalle mie debolezze. Con gioia amara voglio vedere le mie case crollare e me stesso sepolto sotto la neve dell’oblio. Ma la depressione è una bambola russa e dentro all’ultima sono riposti un coltello, una lametta da barba, del veleno, un’acqua profonda e un salto da una grande altezza. Finisco per essere schiavo di tutti questi strumenti di morte. Mi seguono come cani, o sono io a seguirli come un cane. E mi pare di capire che il suicidio è l’unica prova della libertà umana.
Ma, giungendo da una direzione che ancora non sospetto, ecco che si avvicina il miracolo della liberazione. Ciò può verificarsi sulla riva e la stessa eternità che, poco fa, suscitava il mio spavento è ora testimone del mio accesso alla libertà. In che consiste, dunque, questo miracolo? Semplicemente nella scoperta improvvisa che nessuno, nessuna potenza, nessun essere umano, ha il diritto di esprimere nei miei confronti esigenze tali che il mio desiderio di vivere ne sia indebolito. Perché se il desiderio non esiste, chi allora può esistere?
Poiché mi trovo sulla riva del mare, dal mare posso imparare. Nessuno ha il diritto di pretendere dal mare che sorregga tutte le imbarcazioni o dal vento che gonfi costantemente tutte le vele. Allo stesso modo, nessuno ha il diritto di pretendere da me che la mia vita consista nell’essere prigioniero di certe funzioni. Per me, non si tratta del dovere prima di tutto: prima di tutto è la vita. Come ogni essere umano, devo avere diritto a dei momenti in cui posso farmi da parte e sentire di non essere solo un elemento di una massa chiamata popolazione terrestre, ma di essere anche un’unità autonoma.
Solo momenti così posso essere libero davanti a tutte quelle consapevolezze sulla vita che, prima, hanno causato la mia disperazione. Posso riconoscere che il mare e il vento non potranno che sopravvivermi, e che l’eternità non si cura di me. Ma chi chiede a me di curarmi dell’eternità? La mia vita è breve solo se la colloco sul patibolo del tempo. Le possibilità della mia vita sono limitate solo se faccio il conto della quantità di parole o di libri che avrò il tempo di produrre prima della mia morte. Ma chi mi chiede di fare questo conto? Il tempo è una falsa misura per la vita. Il tempo è in fondo uno strumento di misura privo di valore, perché tocca esclusivamente le mura esterne della mia vita.
Ma tutto quel che mi accade di importante, tutto ciò che dà alla mia vita il suo contenuto meraviglioso – l’incontro con una persona amata, una carezza sulla pelle, un aiuto nel momento del bisogno, lo spettacolo del chiaro di luna, una gita in barca a vela sul mare, la gioia che dà un bambino, il brivido di fronte alla bellezza – tutto questo si svolge totalmente al di fuori del tempo. Perché poco importa che io incontri la bellezza per un secondo o nello spazio di cent’anni. Non solo la felicità si situa ai margini del tempo, ma essa nega anche ogni relazione tra il tempo e la vita.
Depongo dunque il fardello del tempo dalle mie spalle e, con esso, quello delle prestazioni che da me si pretendono. La mia vita non è qualcosa che si debba misurare. Né il salto del capriolo né il sorgere del sole sono delle prestazioni. E nemmeno una vita umana è una prestazione, ma qualcosa che cresce e cerca di raggiungere la perfezione. E ciò che è perfetto non dà prestazioni: ciò che è perfetto opera in stato di quiete. È assurdo sostenere che il mare esista per sorreggere flotte e delfini. Certo, lo fa, ma conservando la sua libertà. Ed è altrettanto assurdo affermare che l’uomo esiste per qualcos’altro che non sia il vivere. Certo, egli alimenta macchine o scrive libri, ma potrebbe fare qualsiasi altra cosa. L’essenziale è che faccia quel che fa mantenendo la propria libertà e con la chiara coscienza di avere in sé – come ogni altro dettaglio della creazione – il proprio fine. Egli riposa in se stesso come un ciottolo sulla sabbia.
Posso anche affrancarmi dal potere della morte. Certo, non potrò mai liberarmi dal pensiero che la morte segue i miei passi, e tanto meno negare la sua realtà. Ma posso ridurre la minaccia fino ad annullarla non ancorando la mia vita a punti d’appoggio tanto precari come il tempo e la fama.
Per contro, non è in mio potere di restare in eterno rivolto verso il mare e comparare la sua libertà con la mia. Arriverà il momento in cui dovrò rivolgermi verso la terra e affrontare gli organizzatori dell’oppressione di cui sono vittima. Ciò che sarò allora costretto a riconoscere, è che l’uomo ha dato alla sua vita delle forme che, almeno in apparenza, sono più forti di lui. Anche con la mia libertà così recente non le posso rompere, non posso che sospirare sotto il loro peso. Per contro, fra le esigenze che pesano sull’uomo, posso vedere quali sono assurde e quali sono ineluttabili. Secondo me, una specie di libertà è persa per sempre o a lungo. È la libertà che viene dalla capacità di possedere il proprio elemento. Il pesce possiede il suo, così come l’uccello o l’animale terrestre. Thoreau aveva ancora la foresta di Walden – ma dov’è ora la foresta nella quale l’essere umano possa provare che è possibile vivere in libertà al di fuori delle rigide forme della società?
Sono obbligato a rispondere: da nessuna parte. Se voglio vivere libero, occorre per il momento che lo faccia all’interno di queste forme. Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho nulla da opporre se non me stesso – ma, d’altro canto, questo non è poco. Poiché, fintanto che non mi lascio schiacciare dalla quantità, anch’io sono una potenza. E il mio potere è temibile fintanto che io posso opporre la forza delle mie parole a quella del mondo, perché colui che costruisce prigioni si esprime meno bene di colui che costruisce la libertà.  Ma la mia potenza non conoscerà più limiti il giorno in cui non avrò che il silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché nessuna ascia può intaccare il silenzio vivente.
Questa è la mia sola consolazione. So che le ricadute nella disperazione saranno numerose e profonde, ma il ricordo del miracolo della liberazione mi porta come un’ala verso una meta che mi dà la vertigine: una consolazione che sia più di una consolazione e più grande di una filosofia, cioè: una ragione di vivere.


Je suis dépourvu de foi et ne puis donc être heureux, car un homme qui risque de craindre que sa vie soit une errance absurde vers une mort certaine ne peut être heureux. Je n’ai reçu en héritage ni dieu, ni point fixe sur la terre d’où je puisse attirer l’attention d’un dieu : on ne m’a pas non plus légué la fureur bien déguisée du sceptique, les ruses de Sioux du rationaliste ou la candeur ardente de l’athée. Je n’ose donc jeter la pierre ni à celle qui croit en des choses qui ne m’inspirent que le doute, ni à celui qui cultive son doute comme si celui-ci n’était pas, lui aussi, entouré de ténèbres. Cette pierre m’atteindrait moi-même car je suis bien certain d’une chose : le besoin de consolation que connaît l’être humain est impossible à rassasier.
En ce qui me concerne, je traque la consolation comme le chasseur traque le gibier. Partout où je crois l’apercevoir dans la forêt, je tire. Souvent je n’atteins que le vide mais, une fois de temps en temps, une proie tombe à mes pieds. Et, comme je sais que la consolation ne dure que le temps d’un souffle de vent dans la cime d’un arbre, je me dépêche de m’emparer de ma victime. 
Qu’ai-je alors entre mes bras ?
Puisque je suis solitaire : une femme aimée ou un compagnon de voyage malheureux. Puisque je suis poète : un arc de mots que je ressens de la joie et de l’effroi à bander. Puisque je suis prisonnier : un aperçu soudain de la liberté. Puisque je suis menacé par la mort : un animal vivant et bien chaud, un cœur qui bat de façon sarcastique. Puisque je suis menacé par la mer : un récif de granit bien dur. 
Mais il y a aussi des consolations qui viennent à moi sans y être conviées et qui remplissent ma chambre de chuchotements odieux : Je suis ton plaisir – aime-les tous ! Je suis ton talent – fais-en aussi mauvais usage que de toi-même !
Le fil du rasoir est bien étroit. Je vois ma vie menacée par deux périls : par les bouches avides de la gourmandise, de l’autre par l’amertume de l’avarice qui se nourrit d’elle-même. Mais je tiens à refuser de choisir entre l’orgie et l’ascèse, même si je dois pour cela subir le supplice du gril de mes désirs. Pour moi, il ne suffit pas de savoir que, puisque nous ne sommes pas libres de nos actes, tout est excusable. Ce que je cherche, ce n’est pas une excuse à ma vie mais exactement le contraire d’une excuse : le pardon. L’idée me vient finalement que toute consolation ne prenant pas en compte ma liberté est trompeuse, qu’elle n’est que l’image réfléchie de mon désespoir. En effet, lorsque mon désespoir me dit : Perds confiance, car chaque jour n’est qu’une trêve entre deux nuits, la fausse consolation me crie : Espère, car chaque nuit n’est qu’une trêve entre deux jours.
Mais l’humanité n’a que faire d’une consolation en forme de mot d’esprit : elle a besoin d’une consolation qui illumine. Et celui qui souhaite devenir mauvais, c’est-à-dire devenir un homme qui agisse comme si toutes les actions étaient défendables, doit au moins avoir la bonté de le remarquer lorsqu’il y parvient.
Personne ne peut énumérer tous les cas où la consolation est une nécessité. Personne ne sait quand tombera le crépuscule et la vie n’est pas un problème qui puisse être résolu en divisant la lumière par l’obscurité et les jours par les nuits, c’est un voyage imprévisible entre des lieux qui n’existent pas. Je peux, par exemple, marcher sur le rivage et ressentir tout à coup le défi effroyable que l’éternité lance à mon existence dans le mouvement perpétuel de la mer et dans la fuite perpétuelle du vent. Que devient alors le temps, si ce n’est une consolation pour le fait que rien de ce qui est humain ne dure – et quelle misérable consolation, qui n’enrichit que les Suisses !
Je peux rester assis devant un feu dans la pièce la moins exposée de toutes au danger et sentir soudain la mort me cerner. Elle se trouve dans le feu, dans tous les objets pointus qui m’entourent, dans le poids du toit et dans la masse des murs, elle se trouve dans l’eau, dans la neige, dans la chaleur et dans mon sang. Que devient alors le sentiment humain de sécurité si ce n’est une consolation pour le fait que la mort est ce qu’il y a de plus proche de la vie – et quelle misérable consolation, qui ne fait que nous rappeler ce qu’elle veut nous faire oublier !
Je peux remplir toutes mes pages blanches avec les plus belles combinaisons de mots que puisse imaginer mon cerveau. 
Etant donné que je cherche à m’assurer que ma vie n’est pas absurde et que je ne suis pas seul sur la terre, je rassemble tous ces mots en un livre et je l’offre au monde. En retour, celui-ci me donne la richesse, la gloire et le silence. Mais que puis-je bien faire de cet argent et quel plaisir puis-je prendre à contribuer au progrès de la littérature – je ne désire que ce que je n’aurai pas : confirmation de ce que mes mots ont touché le cœur du monde. Que devient alors mon talent si ce n’est une consolation pour le fait que je suis seul – mais quelle épouvantable consolation, qui me fait simplement ressentir ma solitude cinq fois plus fort !
Je peux voir la liberté incarnée dans un animal qui traverse rapidement une clairière et entendre une voix qui chuchote : Vis simplement, prends ce que tu désires et n’aie pas peur des lois ! Mais qu’est-ce que ce bon conseil si ce n’est une consolation pour le fait que la liberté n’existe pas – et quelle impitoyable consolation pour celui qui s’avise que l’être humain doit mettre des millions d’années à devenir un lézard !
Pour finir, je peux m’apercevoir que cette terre est une fosse commune dans laquelle le roi Salomon, Ophélie et Himmler reposent côte à côte. Je peux en conclure que le bourreau et la malheureuse jouissent de la même mort que le sage, et que la mort peut nous faire l’effet d’une consolation pour une vie manquée. Mais quelle atroce consolation pour celui qui voudrait voir dans la vie une consolation pour la mort !

mercoledì 12 dicembre 2012

Il viaggiatore - Stig Dagerman

uno scrittore da leggere e rileggere, "Il viaggiatore" è un libro di racconti, alcuni sono solo bellissimi, gli altri immensi.
"solo" una raccolta di racconti (fra i quali “Uccidere un bambino”, qui)
qui ci sono solo cose che non si dimenticano, non te ne pentirai, promesso - franz




Non c'è spazio però per la disperazione, la tensione drammatica è resa con lucida consapevolezza, con disillusione: come se non valesse neppure la pena lottare per cambiare le cose, in un clima di rassegnazione, che solo poche volte viene vinto. Ognuno si dirige stancamente, più o meno conscio di ciò che lo aspetta, verso un destino tragico-ironico, che porta sempre l'opposto di ciò che si ricerca.
Dagerman rivolge il suo sguardo soprattutto sui bambini, presenti nei suoi racconti come "dannati dal destino", impossibilitati sia a dare che ad avere, ma soprattutto disillusi come gli adulti, senza più sogni, senza possibilità di uscire dalla loro statica condizione, assillati dal proprio dramma a causa di una maggior sensibilità che li porta a sentirsi essi stessi sbagliati, con il rimorso di vivere. 
Ma il dramma vero sembra essere soprattutto la mancanza di comunicazione, il restringimento degli affetti, l'incapacità di mettersi in comunione profonda…

lunedì 9 aprile 2012

Attenti al cane! - Stig Dagerman

"Certo è deplorevole
che gente che vive di sussidi si tenga poi un cane"
ha dichiarato un responsabile
della Previdenza Sociale
del Varmland



La legge ha i suoi difetti
I poveri han diritto di tenere un cane
Potrebbero tenere dei topi invece:
van bene anche loro e sono esentasse

Se ne stanno in anguste stanzette
coi loro costosi bastardi.
Perché non giocano con le mosche?
Non sono animali da compagnia?

E al Comune tocca pagare.
Bisogna farla finita 
o c'è da temere
che si comprino delle balene

Una decisione va presa:
abbattere i cani! Non è una buona idea?
Il prossimo provvedimento. abbattere i poveri
Così il Comune risparmierà qualcosa.