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sabato 13 dicembre 2025

Perché non deve essere concesso l’ampliamento della fabbrica di bombe Rwm - Roberto Mirasola

 

In questi giorni i comitati impegnati in opposizione all’ampliamento della fabbrica di bombe RWM, hanno presentato alla Presidente Todde un’importante lettera.

Un contributo che fa ben capire il perché è stata corretta la posizione assunta nel chiedere un ulteriore approfondimento prima di pronunciarsi sulla richiesta di VIA. Si evidenzia che la sentenza del TAR che intima alla regione di pronunciarsi nel termine dei 60 gg. è una procedura amministrativa dovuta. La PA deve pronunciarsi non essendo possibile il suo silenzio. Viene, dunque, intimato un termine ma i giudici amministrativi giustamente non entrano nel merito della decisione politica che chiaramente è a carico della Presidente e della sua Giunta.

A nostro parere sarà difficile non tener conto degli importanti elementi che emergono dalla lettura del documento scritto dai comitati. Si fa notare ad esempio che “Il mancato coinvolgimento della Soprintendenza ai Beni Paesaggistici e Ambientali in ogni atto e procedimento riguardante l’ampliamento della fabbrica RWM, pur in presenza di vincoli paesaggistici tali da rendere il parere della Soprintendenza necessario e vincolante”. Queste affermazioni derivano dall’attenta lettura del D.lgs. 42/04: il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Si tratta delle norme che tutelano la protezione, la conservazione e la promozione del patrimonio culturale e paesaggistico. Ebbene i comitati evidenziano con dovizia di particolari tutte le omissioni della RWM tanto da far riportare che “L’istruttoria condotta dal Servizio VIA si è quindi conclusa senza che fossero acquisiti i necessari pareri in merito ai vincoli paesaggistici presenti nell’area di intervento, né da parte della Soprintendenza, che non è mai stata coinvolta, né da parte del Servizio tutela del paesaggio della Sardegna meridionale che non si è mai espresso in merito all’ampliamento dello stabilimento RWM nel suo complesso, come richiesto dalle sentenze del C.d.S.”

Altro aspetto importante riportato è la sottovalutazione da parte della RWM nel costruire gli insediamenti produttivi nonostante la presenza del Rio Figu. In particolare si legge “Si omette però di precisare che da tale analisi sia risultato un rischio di esondazione molto elevato per il Rio Figu (livello Hi4), il che comporta un rischio idraulico molto elevato in tutta l’area (livello Ri4, il massimo possibile…..Reparti produttivi, depositi, locali tecnici, strade e piazzali realizzati in quest’area si configurano quindi come abusi non sanabili”. Non possono non tornare alla mente tutti i disastri idrogeologici verificatisi in Sardegna quando si è costruito nel corso dei fiumi. Giusto per ricordare. Il ciclone Cleopatra nel 2013 causò perdite in vite umane e ingenti danni materiali, perché l’enorme quantità d’acqua non trovò spazio sufficiente nei canali a causa del fatto che diversi corsi d’acqua furono tombati o ristretti. Stesso discorso vale per l’alluvione del 2008 a Capoterra.

Ultimo aspetto che si fa notare è che nei documenti presentati dalla RWM alcuni edifici, si dice siano adibiti ad uso magazzinaggio quando in realtà il loro uso è ben diverso. Si legge: “L’unità esterna collocata in comune di Musei non svolge però la funzione di magazzino esterno, ma si tratta invece di un vero e proprio reparto produttivo nel quale si svolge l’assemblaggio delle loitering munitions (Droni Killer) della serie Hero prodotti su concessione della UVision Air Ltd, azienda israeliana del comparto militare-industriale”

In questi giorni diversi esponenti politici si sono espressi, alcuni mettendo in discussione il principio della libera impresa. In particolare si ritiene che l’eventuale decisione negativa della Regione limiterebbe irrevocabilmente l’iniziativa privata. L’articolo 41 della Costituzione riconosce la libera iniziativa economica privata, tuttavia la limita espressamente nel caso in cui rechi danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute o all’ambiente.  Rischi alla salute e all’ambiente che per i motivi sopra riportati sono abbastanza evidenti che devono creare una grande preoccupazione. Ricordiamoci che parliamo di una fabbrica che utilizza esplosivi e le conseguenze sulla popolazione non devono essere sottovalutate.

Roberto Mirasola è il responsabile pace di Sinistra Futura

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mercoledì 8 giugno 2022

«Non possiamo fornire informazioni». Il muro di gomma dell’industria delle armi - Simone Siliani

Reticenza. Questa è la cifra delle risposte delle due aziende di armamenti, l’italiana Leonardo Spa e la tedesca Rheinmetall, su cui svolgiamo azionariato critico. Le domande sono state, al solito, molto chiare e circostanziate. Tanto quanto le risposte sono state evasive, assenti, appunto reticenti.

 

Rheinmetall non fornisce informazioni neppure ai suoi proprietari

La tedesca Rheinmetall si colloca in testa a questa classifica. Alle domande su quali siano i Paesi extra-Ue a cui l’azienda ha venduto attrezzature militari, la risposta è stata: «Non possiamo fornire informazioni» (agli azionisti, dunque, ai proprietari in quota parte dell’azienda!) per motivi contrattuali.

Stessa cosa per le domande sulle esportazioni di armi in Paesi che violano diritti umani e in Stati belligeranti extra-Nato. Dunque, si potrebbe desumere che ve ne siano? Idem con patate sulle forniture di armi all’esercito ucraino da parte della controllata RWM Italia per motivi contrattuali. Di concorrenza – dunque, si tratta di commercio e non di dono? – e sicurezza.

Neppure alla domanda se fossero state avviate inchieste o comunque valutazioni interne sui casi di illeciti penali in cui sono coinvolti amministratori delegati e alti dirigenti di RWM Italia per l’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas-Iglesias in Sardegna. «Si tratta di accuse per infrazioni minori». E comunque, «non possiamo fornirvi informazioni sulle valutazioni interne che abbiamo fatto perché il procedimento è ancora in corso». Ma non sarebbe questo un rischio reputazionale per l’impresa di cui i suoi azionisti avrebbero il diritto ad avere informazioni?

 

Una reticenza a tutto campo, degna di altre latitudini

Neppure di fronte all’evidenza. Come quella della condanna in sede di Consiglio di Stato (10 novembre 2021) per irregolarità di licenze nella realizzazione del poligono di test esplosivi in Sardegna. Che infatti è stato chiuso poco dopo la sua realizzazione, con evidente danno finanziario per l’azienda.

Tanto meno il colosso tedesco si esprime su previsioni in fatto di rischi legati alle norme sui principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani: «Si prevede che entreranno in vigore in Germania nel 2025», dice Rheinmetall. E dunque perché occuparsene ora? Luminoso esempio di lungimiranza e programmazione aziendale.

La questione dell’esportazione di armamenti verso Arabia Saudita Emirati Arabi Uniti riguarda anche Leonardo Spa, a cui abbiamo rivolto la stessa domanda posta a Rheinmetall. Il governo italiano ha revocato licenze di esportazione verso questi Paesi precedentemente autorizzate. Ciò sulla base di una mozione parlamentare che metteva in rilievo come l’esportazione di armi verso Stati coinvolti in conflitti armati fosse in contrasto con la stessa legge 185/90.

 

Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti: da Leonardo e Rheinmetall poche informazioni

Nel 2021 ci sono state 52 nuove autorizzazioni di esportazione verso questi Paesi per un valore complessivo di 103,3 milioni di euro: Leonardo SpA e Rheinmetall sono stati beneficiari di alcune di queste autorizzazioni? Perché, nel caso, c’è il rischio che queste licenze siano a loro volta revocate, producendo anche un danno per l’azienda (che è il punto di vista che l’azionista deve adottare, anche in vista di possibili azioni legali contro il management).

Rheinmetall: reticenza totale! «Non possiamo dare informazioni su singoli contratti. Vi possiamo però assicurare che Rheinmetall agisce sempre in accordo con le autorità competenti e quindi anche con le autorità italiane. La revoca delle autorizzazioni è una chiara eccezione». Da non credersi! Il parla-come-mangi sarebbe: «Non vi diciamo un bel nulla. Comunque siamo in regola. E quando non lo siamo (come nel caso) è un’eccezione»...


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venerdì 21 gennaio 2022

The Sardinian factory of death (La fabbrica sarda della morte) - Lisa Camillo

 




The Sardinian factory of death


Esce sul canale Al Jazeera per la serie Close Up il nuovo documentario di Lisa Camillo “The Sardinian factory of death” (La fabbrica sarda della morte). Il film racconta la storia di un gruppo di coraggiosi iglesienti – Iglesias (SU) – che combatte per riconvertire una pericolosa fabbrica di armi di proprietà tedesca e trasformare la loro povera regione in una fiorente e sana terra, con il loro marchio di qualità: War_Free, liberi dalla guerra.

La regista del documentario lungometraggio, premiato ed apprezzato in tutto il mondo, “Balentes – I coraggiosi”, uscito nei cinema australiani e oggi disponibile su Prime Video, continua la sua lotta per preservare la sua amata terra, la Sardegna, divulgando l’orrore della guerra e le conseguenze socio-ambientali devastanti per il territorio sardo e per la popolazione stessa. Lisa mette in evidenza l’incredibile potere di resilienza di coraggiosi sardi che propongono una riconversione graduale della fabbrica di bombe in una industria che protegge i lavoratori e rispetta l’ambiente, costruendo un tessuto economico più sostenibile e consono al proprio territorio.

“The Sardinian factory of death” in 12 minuti ci fa sentire orgogliosi del nostro popolo e ci fa capire come organizzandosi, passo per passo, possiamo cambiare la storia ed il futuro della nostra Isola.

Lisa Camillo è una regista, scrittrice ed antropologa sardo-australiana, autrice del libro, una ferita italiana, che combatte per sensibilizzare la gente e soprattutto i giovani a proteggere la propria terra.

“I cuori dei sardi – ci confessa – dovrebbero opporsi a questo scempio, dovrebbero combattere per riappropriarsi della propria terra, dovrebbero dire basta. Io l’ho fatto, ho ricevuto diverse minacce, ma non mi sono mai fermata né mi fermo. Se vogliamo cercare di cambiare qualcosa, prima di tutto dobbiamo informarci e informare i nostri figli che sono quelli che più di tutti pagano e pagheranno il prezzo dell’inquinamento ambientale che avvelena la salute, che causa malattie, che impedisce un sano sviluppo”.

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venerdì 3 dicembre 2021

La Rete WarFree mette in luce i danni dell’industria bellica - Arnaldo Scarpa


È stato un successo il convegno organizzato dalla Rete WarFree nella mattinata di sabato 20 novembre, presso la Facoltà di Economia, Giurisprudenza e Scienze Politiche di Cagliari, in stretta collaborazione con alcuni docenti della stessa Facoltà.

Circa un centinaio i partecipanti, per la maggior parte in presenza, in rappresentanza delle tante organizzazioni che sostengono il progetto nato a Iglesias come alternativa all’economia predatoria e di guerra.

Numerosi i relatori, perlopiù del mondo accademico, a mettere in evidenza i danni dell’industria bellica, della chimica di base, dell’industria dell’alluminio e dei poligoni militari sull’ambiente, sulla salute e sul sistema valoriale dei sardi e, per contro, i benefici che progetti come WarFree possono portare.

Da una ricerca sul campo, intorno all’attività della fabbrica di bombe da guerra che si trova tra Domusnovas e Iglesias, condotta dal Comitato Riconversione Rwm negli anni scorsi, con l’impegno fattivo di un gruppo di laureandi e laureati dell’Università di Cagliari, è nato il progetto WarFree – Lìberu dae sa gherra, vera e propria ricetta alternativa all’estrazione di valore tipica dell’industria bellica e, in generale di tutte le attività produttive che non mettono al primo posto il benessere a lungo termine di tutti i soggetti coinvolti, dalla produzione all’utilizzo finale.

WarFree è una Rete di trentacinque microimprese che si riconoscono in una Carta dei Valori che ha come primo punto il rifiuto di ogni connivenza con l’economia di guerra. Esse si sostengono e si promuovono reciprocamente, nello sforzo di aumentare i fondamentali economici: fatturato, utili, occupazione, ecc., nell’attenzione costante alla sostenibilità etica ed ambientale.

Il Marchio Collettivo Europeo WarFree identifica i prodotti e i servizi del gruppo, caratterizzati da scelte concrete come la ricerca costante della sostenibilità ambientale, l’agricoltura naturale, l’impegno a sostituire le sostanze chimiche nocive e le plastiche per il confezionamento dei prodotti, la progressiva scelta di fonti energetiche rinnovabili e non inquinanti, il rispetto dei diritti dell’umanità, delle lavoratrici e dei lavoratori.

L’associazione che le rappresenta offre formazione permanente, consulenza rapida tramite una serie di professionisti esperti in vari campi e assistenza per l’accesso a finanziamenti agevolati.

I servizi di packaging, marketing e comunicazione digitale sono invece disponibili per i soci attraverso la Cooperativa WarFree Service, costituita da giovani comunicatori, in prevalenza donne, vincitrice di un premio di oltre 10.000 euro messo a bando dal programma europeo Success, condotto in Sardegna dalla Camera di Commercio di Sassari.

Il progetto è stato sostenuto fin dal principio dalla Chiesa Protestante del Baden (Germania), dalle Chiese Evangeliche italiane, e da altri partner, tra i quali l’associazione Link – Legami di Fraternità (del Movimento dei Focolari), i soci e le socie di Banca Etica – Sud Sardegna, oltre che dal citato Comitato Scientifico, costituito da alcuni docenti dell’Università di Cagliari.

Al convegno hanno inviato messaggi di saluto e sostegno i Vescovi di Cagliari e di Iglesias, così come i responsabili degli Uffici diocesani per i Problemi sociali e il Lavoro e per l’Ecumenismo di Cagliari mentre non hanno partecipato, pur essendo stati tutti invitati, i responsabili della amministrazione regionale e delle principali organizzazioni datoriali e sindacali della Sardegna. Assente anche il Comune di Iglesias, sede, oltre che della fabbrica di bombe, anche della Rete WarFree.

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mercoledì 1 dicembre 2021

Sardegna. Stop all’ampliamento della fabbrica di bombe - Antonio Mazzeo

Sono illegittime le autorizzazioni rilasciate dal Comune di Iglesias e dalla Regione Sardegna per ampliare lo stabilimento di Domusnovas di proprietà dell’azienda RWM Italia S.p.A. che produce le bombe utilizzate contro la popolazione yemenita dalle forze armate di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

A sancirlo la sentenza della Sezione Quarta del Consiglio di Stato (presidente Roberto Giovagnoli, consigliere estensore Silvia Martino) – pubblicata mercoledì 10 novembre – che ha accolto il ricorso proposto da Italia Nostra Sardegna, Assotziu Consumadoris Sardigna e USB – Unione Sindacale di Base (rappresentati e difesi dall’avv. Andrea Pubusa) e annullato il Provvedimento Unico del 9 novembre 2018 del Comune di Iglesias e la delibera della Giunta Regionale della Sardegna del 15 gennaio 2019. I due atti amministrativi avevano consentito all’azienda RWM di avviare un programma di ampliamento infrastrutture e della produzione dei sistemi di morte nello stabilimento sardo con investimenti per oltre 35 milioni di euro. In particolare Regione e Comune avevano autorizzato la costruzione di nuovi edifici e impianti e del Campo Prove R140, un poligono per prove esplosive all’aperto in località San Marco, nel Comune di Iglesias.

La decisione del Consiglio di Stato ha ribaltato il giudizio del TAR della Sardegna che aveva respinto le istanze delle tre associazioni ricorrenti. RWM Italia S.p.A. e gli amministratori del Comune di Iglesias e della Regione Sardegna sono stati condannati al pagamento delle spese della consulenza tecnica esperita nel procedimento amministrativo di primo grado.

“La decisione del CGA è un grande risultato per tutte le organizzazioni che con grande determinazione in questi anni si sono spese senza risparmio in questa vertenza”, è il commento a caldo del Comitato Riconversione RWM per la pace ed il lavoro sostenibile che raccoglie una ventina di associazioni impegnate contro la produzione di bombe ed esplosivi negli stabilimenti sardi e per l’embargo dell’export ad Arabia Saudita, Emirati Arabi, Turchia e Israele. ”Vogliamo ringraziare per il sostegno i numerosi cittadini, associazioni, comitati e gruppi che, nonostante le continue intimidazioni, si sono mobilitati e hanno partecipato attivamente alla campagna Stop-RWM, organizzando incontri e iniziative informative finalizzate alla sensibilizzazione sull’argomento e alla raccolta dei fondi necessari per coprire le spese legali, che hanno reso possibile la presentazione del ricorso e, dopo il rigetto del TAR nel luglio 2020, l’impugnazione della sentenza davanti al Consiglio di Stato”.

Italia Nostra Sardegna, Assotziu Consumadoris Sardigna e USB avevano rilevato anomalie e illegittimità nell’iter di concessione dei permessi per lo sviluppo produttivo dell’azienda militare. “Dalla fine del 2016 ad oggi Rwm Italia ha presentato progetti con i quali sono stati richiesti ampliamenti e realizzazioni di nuove aree”, scrive il difensore delle tre associazioni. In particolare, il 9 luglio 2018 la società aveva depositato presso il Comune di Iglesias il Progetto per la realizzazione del reparto R200 e del reparto R210, intervento destinato a raddoppiare la linea produttiva esistente nella quale vengono fabbricati gli esplosivi di tipo PBX e gli ordigni con essi caricati. Il progetto veniva approvato dall’ente locale quattro mesi più tardi, mentre il 16 gennaio 2019 arrivava l’Ok della Giunta Regionale (delibera n. 3/26) che riteneva non fosse necessaria la sua sottoposizione a V.I.A. (Valutazione d’impatto ambientale), ma solo il rispetto di alcune prescrizioni.

Procedimenti e valutazioni non condivise nel merito e nel diritto dalle organizzazioni ambientaliste e sindacali che avevano contestato in particolare la scelta di procedere a molteplici interventi di potenziamento dello stabilimento, “frazionandoli arbitrariamente in altrettante diverse richieste, onde farli apparire surrettiziamente come progetti distinti e separati”. Le associazioni hanno contato ben 21 ampliamenti, alcuni dei quali approvati dal Comune di Iglesias anche in tempi recentissimi, pur in presenza del parere negativo espresso da alcune amministrazioni coinvolte. “Buona parte di tali interventi ricadrebbe in tutto, o in parte, nella fascia di rispetto dei 150 metri dal Rio Gutturu Mannu – Rio Figu, che attraversa lo stabilimento e che lo studio di Compatibilità idraulica del comune di Domusnovas considera a rischio esondazione”, scrive l’avv. Andrea Pubusa.

 

Del tutto insufficienti e riduttive anche le valutazioni dei progettisti e degli amministratori locali sugli impatti del Nuovo Campo Prove 140 sull’area ambientale protetta di Monte Linas-Marganai (zona di nidificazione di numerose specie di uccelli protette e Sito di Importanza Comunitaria – SIC), sia per le implicazioni attinenti alle esplosioni degli ordigni durante i test, ma soprattutto in riferimento alla realizzazione di una dozzina di nuovi fabbricati, alcuni dei quali di imponenti dimensioni. “In primo grado il TAR non ha considerato che tale intervento edificatorio determina un consistente impatto ambientale e che pertanto doveva necessariamente essere sottoposto a V.I.A, e a valutazione di incidenza ambientale”, spiegano i ricorrenti. “Eppure il gran numero di interventi differenti previsti, connessi funzionalmente tra loro, aumenteranno esponenzialmente le emissioni in atmosfera, l’inquinamento acustico, il prelievo idrico, la produzione di acque reflue e di rifiuti, l’incremento del traffico veicolare, etc.”.

Il Consiglio di Stato ha fatto proprie le ragioni delle associazioni che aderiscono al Comitato Riconversione RWM. “La decisione dell’Amministrazione di frazionare il progetto complessivo di tali impianti in singole opere che, isolatamente considerate, non sarebbero sottoposte a valutazione di impatto ambientale, appare lesiva dell’interesse tutelato (…) con una sostanziale elusione delle finalità perseguite dalla legge”, si legge nella sentenza del Consiglio di Stato. “In primo grado è stata affrontata pure la questione attinente alla natura dell’attività svolta dalla RWM Italia S.p.A., nello stabilimento di Iglesias-Domusnovas, giungendo alla conclusione che esso non deve considerarsi impianto chimico integrato e che la fabbrica non produce esplosivi ma cariche esplosive per le testate di guerra e pani composte da una miscela di sostanze esplodenti e non (…) Il Collegio reputa invece che le conclusioni del consulente tecnico non consentano di escludere in maniera inequivocabile che ci si trovi di fronte a un impianto chimico integrato per la produzione di esplosivi, ai fini della sottoposizione a VIA obbligatoria”.

 

“Pure fondate risultano le doglianze attraverso cui le appellanti hanno dedotto l’erroneità dell’approccio delle Regione che, ai fini dell’istruttoria relativa all’autorizzazione del Campo prove 140, non ha considerato che esso sarà funzionalmente connesso ai reparti nei quali ha luogo la produzione degli esplosivi. Ivi si svolgerà infatti una ben precisa, specifica e necessaria porzione del processo produttivo in quanto i materiali che la RWM Italia prevede di testare nel poligono sono gli stessi impiegati e prodotti nello stabilimento di Domusnovas/Iglesias. Risulta esplicitamente che il nuovo poligono per test esplosivi è destinato non solo ad effettuare prove sui prodotti finiti, ma anche test sulla qualità dei materiali esplosivi utilizzati come materie prime per produrli, garantendo una fase di controllo indispensabile all’intero ciclo produttivo. La connessione funzionale comporta la necessità di includere anche tale intervento nel progetto di ampliamento da sottoporre a V.I.A. obbligatoria”. Da qui l’illegittimità delle scorciatoie procedurali di Comune e Regione e l’obbligatorietà a rinnovare dall’inizio l’iter autorizzativo.

RWM Italia S.p.A. è interamente controllata dal colosso tedesco Rheinmetall AG, uno dei maggiori produttori d’armi a livello internazionale. L’azienda italiana ha due stabilimenti, uno a Domusnovas-Iglesias e uno a Ghedi (Brescia), dove si trova anche la sede principale. “Il core business di RWM Italia è basato principalmente sulle attività di bombe d’aereo general purpose e da penetrazione; caricamento di munizioni e spolette; sviluppo e produzione di teste in guerra per missili da crociera, siluri, mine marine, cariche di demolizione e controminamento”, riporta il sito web dell’azienda. A Domusnovas, in particolare, vengono prodotte le famigerate Mk81, Mk82, Mk83 ed MK84 impiegate in Yemen e le devastanti bombe d’aereo di penetrazione BLU 109, BLU 130, BLU 133 e Paveway IV.

Lo stabilimento sardo insiste su un’ampia area situata tra i comuni di Domusnovas (località Matt’e Conti) e Iglesias (località S. Marco). Il primo nucleo industriale è stato avviato nel 1974 dalla società SEI (Società Esplosivi Industriali) per la produzione di esplosivi esclusivamente per uso civile da impiegare in cave e miniere. Per la conversione a fini militari si è invece dovuto attendere la fine degli anni ’90. Nel 2002 sono state avviate le linee produttive per la preparazione di miscele esplosive per uso militare (a base di TNT e del tipo PBX) e per la realizzazione ed il caricamento di ordigni esplosivi. Nel 2011 alla SEI S.p.A. è subentrata l’holding tedesca Rheinmetall nel controllo dello stabilimento di Domusnovas. “In conseguenza la produzione militare è stata fortemente incrementata e ha gradualmente soppiantato quella di esplosivi per uso civile, che è cessata del tutto nel 2012”, riferiscono gli attivisti del Comitato Riconversione RWM.

Le prove della rapida espansione della produzione dei sistemi di guerra e degli enormi guadagni ottenuti da RWM Italia sono contenute nei bilanci depositati dall’azienda presso la Camera di Commercio della provincia di Brescia. I ricavi delle vendite ai paesi dell’Unione Europea sono passati dai 35,510 milioni di euro dichiarati nel 2015 ai 51,865 milioni di euro nel 2018, con un incremento del +46% in soli quattro anni, Nello stesso periodo i ricavi delle vendite ai paesi esterni all’UE sono passati dai 12,609 milioni ai 50,776 milioni, con un incremento del +302,7%. I “migliori” clienti di RWM Italia sono state le forze armate saudite e degli emirati arabi, che proprio a partire dal 2015 hanno intrapreso la sanguinosa campagna militare in Yemen. “Nell’ultimo trimestre del 2015 – aggiunge il Comitato No RWM – il giro d’affari dell’export di armi e munizioni dalla Sardegna verso il resto del mondo ha corrisposto a 40 milioni di euro, così ripartiti: 19,5 milioni all’Arabia Saudita, 9 milioni al Regno Unito (che a sua volta le ha rivendute ai paesi della coalizione saudita), 6,6 milioni agli Emirati Arabi, 2,2 milioni a Israele e 1,5 milioni alla Turchia”. Sempre a partire dall’ultimo trimestre del 2015 sono stati registrati i trasporti di bombe ed esplosivi dall’aeroporto civile di Cagliari- Elmas e dai porti di Olbia e Cagliari. “Abbiamo accertato l’invio di 4.000 bombe da Elmas con tre carichi tra l’ottobre 2015 e il gennaio 2016, di 1,000 bombe da Olbia nel novembre 2015 e di 5.000 bombe dal porto canale di Cagliari con due navi cargo nel dicembre 2016 e nel marzo 2017”, aggiunge il Comitato.

Ricercatori indipendenti e giornalisti hanno documentato anche l’utilizzo del porto di Sant’Antioco per le spedizioni all’estero dei sistemi prodotti da RWM Italia. “In più casi le bombe hanno viaggiato scoperte sotto gli occhi di tutti, mentre in altri sono state trasportate all’interno di container senza particolari segni di riconoscimento, scortati da auto dell’istituto privato di vigilanza che lavora per l’azienda e/o da forze dell’ordine e vigili del fuoco”, conclude il Comitato. “Abbiamo avuto modo di seguire gli spostamenti delle navi adibite al trasporto verso l’Arabia Saudita (in genere della compagnia Bahri) e l’arrivo delle bombe prodotte a Domusnovas-Iglesias al porto di Gedda”.

A seguito della campagna internazionale di denuncia dei crimini perpetrati in Yemen dalla coalizione militare a guida saudita e della contestuale richiesta d’embargo nell’export di armi, il 29 gennaio 2021, poco prima delle dimissioni, l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte ha deciso di revocare le autorizzazioni per il trasferimento di missili e bombe a Riyadh e alle forze emiratine, rilasciate tra il 2016 e il 2018. Il provvedimento ha ovviamente “colpito” principalmente RWM Italia e la produzione dello stabilimento sardo. “Tra le forniture incluse ci sono quelle approvate nel 2016 durante il governo di Matteo Renzi, relative a quasi 20mila bombe aeree della serie MK per un valore di oltre 411 milioni di euro e la revoca decisa dall’esecutivo per questa sola licenza dovrebbe cancellare la fornitura di oltre 12.700 ordigni”, ricorda il ricercatore Giorgio Beretta di Rete Pace Disarmo ed Osservatorio OPAL.

La controffensiva degli amministratori delegati delle aziende del comparto bellico è stata immediata: da una parte il pressing sulle forze parlamentari e il nuovo esecutivo, dall’altra anche il ricorso davanti al TAR del Lazio per ottenere l’annullamento del provvedimento deliberato a fine gennaio. Il 22 aprile è giunto il primo giudizio in sede amministrativa, con il rigetto dell’esposto di RWM Italia. “Risultano ampiamente circostanziati e seri i rischi che gli ordigni oggetto delle autorizzazioni rilasciate dall’Autorità Nazionale per le esportazioni possano colpire la popolazione civile yemenita, in contrasto con i chiari principi della disciplina nazionale e internazionale”, ha sentenziato il TAR.

“Chiederemo al Consiglio di Stato che riveda le decisioni del Tribunale amministrativo”, ha annunciato subito dopo la sentenza, l’amministratore delegato di RWM, Fabio Sgarzi. “Nel 2019 qualcuno ha pensato che fare della nostra azienda il capro espiatorio dell’intero comparto, per mantenere attivo il resto delle esportazioni verso tutti i Paesi della coalizione occupata in Yemen a supporto del governo legittimo e per ricavarne ritorni di politica interna, non avrebbe avuto conseguenze. Non mi sorprende così, come ricorda un autorevole articolo di stampa di questi giorni che, a causa delle revoche delle licenze di esportazione alla RWM Italia, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita stanno prendendo le distanze dall’industria italiana della Difesa, non dando seguito a importanti commesse in discussione con la nostra industria di Stato. Con le revoche di gennaio, il Ministero degli Affari Esteri ha di fatto intrinsecamente espresso anche un chiaro giudizio negativo nei confronti di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, quasi fossero Stati canaglia. Quale reazione ci si poteva aspettare?”.

Nell’attesa che Draghi & C. revochi la revoca all’export, il management di RWM Italia ha pensato bene di diversificare il portafoglio produzione e clienti. Dato che l’Esercito italiano ha ritenuto di doversi dotare dei famigerati droni kamikaze (i minivelivoli a pilotaggio remoto che dopo essersi lanciati in picchiata si fanno esplodere al momento dell’impatto contro un obiettivo), e di doverlo fare proprio in Israele con l’azienda UVision Air Ltd. di Tzur Igal, sarà indispensabile individuare in Italia uno stabilimento che assicuri le future attività di manutenzione delle nuove munizioni a guida remota (Loitering Ammunitions). “E’ probabile che sarà proprio l’azienda RWM Italia di Domusnovas a svolgere le attività di manutenzione”, affermano i ricercatori di Milex, l’Osservatorio sulle spese militari promosso dalla Rete Italiana Pace e Disarmo. “Pochi mesi fa l’amministratore delegato Fabio Sgarzi ha annunciato che stava concludendo un accordo con la UVision per il co-sviluppo e la co-produzione in Italia dei suoi droni kamikaze”.

Adesso arriva però la doccia fredda del Consiglio di Stato con lo stop (temporaneo) all’ampliamento dell’industria di guerra sarda…


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