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venerdì 20 giugno 2025

Odifreddi a Ibex: Israele fanatico, fondamentalista, colonialista, razzista, terrorista e stragista

 



Israele, la verità proibita. Le parole che non si possono dire e il coraggio di dirle - Giuseppe Gagliano

Uno sguardo senza sconti su Gaza, la propaganda occidentale e la complicità dell’ipocrisia italiana

Ci sono parole che pesano come macigni, e nomi che funzionano come barriere semantiche: appena vengono pronunciati, si attiva un sistema immunitario che sterilizza ogni possibilità di dibattito. “Genocidio” è una di queste. “Israele” è l’altra. Quando le due si incontrano nello stesso discorso, il pensiero libero viene disinnescato, la logica si dissolve, e l’analisi viene ridotta a insinuazione. Chi osa criticare Israele è etichettato come antisemita, chi difende i palestinesi è sospettato di appoggiare il terrorismo, chi parla di crimini di guerra è accusato di odio razziale. In questa zona grigia del discorso pubblico, la voce di Piergiorgio Odifreddi irrompe con la forza di un’evidenza che non si può più eludere.

Nel corso di un’intervista lunga, complessa e senza sconti concessa alla piattaforma Ibex, Odifreddi smonta, con lucidità chirurgica e rigore logico, le fondamenta del consenso occidentale attorno a uno degli ultimi progetti coloniali del nostro tempo: lo Stato d’Israele nella sua configurazione attuale, governato da una destra ultra-nazionalista, sostenuto militarmente dalle potenze occidentali, e inchiodato a una strategia che da decenni fa della repressione e della disumanizzazione la sua grammatica politica.

Dall’utopia sionista al teocratico colonialismo armato

La prima frattura intellettuale che Odifreddi affronta è quella tra il progetto sionista originario e ciò che lo Stato israeliano è diventato. Il sogno di una “terra per un popolo senza terra” si è rapidamente trasformato, già nel dopoguerra, in un processo sistematico di espropriazione, sostituzione etnica e annessione. Una dinamica che nulla ha più a che vedere con l’idea di rifugio o autodeterminazione, e tutto invece con la logica implacabile di un’espansione coloniale che ha fatto della Palestina una terra deprivata, disarticolata, senza continuità geografica, senza risorse proprie, e senza sovranità.

A Gaza, dice Odifreddi, non si sta combattendo una guerra: si sta portando a compimento, con strumenti tecnologici del XXI secolo, un modello che ricorda le praterie dell’Ovest americano nel XVII secolo. La storia è nota, eppure sistematicamente dimenticata: una popolazione straniera si insedia in una terra già abitata, la dichiara propria, e attraverso una progressiva ma inesorabile politica di violenza, espulsione, emarginazione e sterminio, elimina o neutralizza i nativi. Così avvenne con gli indiani d’America, così – osserva – avviene oggi con i palestinesi.

E come nel caso degli Stati Uniti, la memoria del massacro è ricoperta da una retorica di civilizzazione, di progresso, di diritto alla sicurezza. Il paradosso è che Israele, come “unica democrazia del Medio Oriente”, mantiene prigioni segrete, detenzioni amministrative senza processo, torture sistematiche, bombardamenti su scuole e ospedali. Una democrazia che detiene centinaia di testate nucleari ma che si arroga il diritto di impedire che altri, come l’Iran, possano anche solo sognarle.

L’apartheid, parola che brucia

Il termine “apartheid” – troppo spesso liquidato come iperbole – viene invece riportato da Odifreddi alla sua cruda precisione: lo usano da anni Nelson Mandela, Desmond Tutu, Jimmy Carter. Tre figure che hanno conosciuto l’apartheid e il razzismo sulla propria pelle. Non sono attivisti improvvisati, né ideologi. Sono premi Nobel per la pace, presidenti, autorità morali. Ma il loro giudizio è stato rimosso.

Cosa distingue Gaza e Cisgiordania dalle riserve indiane? Cosa distingue i checkpoint israeliani dai bantustan del Sudafrica? Cosa distingue il trattamento riservato ai palestinesi, privati di acqua, libertà di movimento, accesso alla sanità, istruzione, lavoro, da un regime di apartheid? Nulla. O meglio: la sola differenza è che nel caso israeliano l’apartheid è protetto, finanziato, giustificato.

La complicità dell’Occidente e il silenzio calcolato

Odifreddi non ha dubbi: Israele è il nostro gendarme regionale, l’avamposto armato dell’Occidente nel Mediterraneo orientale. Non si tratta di affinità valoriali ma di interessi geopolitici. Controllare la rotta tra lo Stretto di Hormuz e il Canale di Suez è vitale per le economie europee, americane, cinesi. Israele è il garante, armato fino ai denti, che impedisce agli stati arabi di esercitare pienamente la propria sovranità.

Ecco perché nessuno parla: perché Israele è parte della catena di comando dell’Occidente. È il nostro “uomo a Lavana”, la nostra base avanzata, il nostro satellite strategico. Gli lasciamo tutto, in cambio di tutto. Lo dotiamo di armi, tecnologie, appalti, software di sorveglianza. Come ricorda Odifreddi, l’Italia stessa ha aperto i suoi bandi per l’intelligence digitale a imprese israeliane. E il governo Meloni, nonostante provenga da una tradizione storicamente filopalestinese, ha voltato le spalle a ogni residuo di dignità diplomatica, piegandosi alla logica dell’asse atlantico.

Il doppio pesismo e l’inganno morale

Ciò che rende tutto questo insopportabile – e al contempo invisibile – è il doppio standard morale. Ci scandalizziamo per le repressioni russe in Cecenia o in Ucraina, per la censura cinese, per la brutalità saudita, per la corruzione africana. Ma ci rifiutiamo ostinatamente di applicare gli stessi criteri a Israele. Come se uno Stato che bombarda ospedali, affama bambini, deporta civili e cancella interi quartieri potesse comunque rivendicare una superiorità morale. Come se la Shoah – tragedia incommensurabile della storia umana – potesse giustificare l’annientamento sistematico di un altro popolo.

Nel frattempo, in Israele, l’opposizione interna tace o si occupa solo degli ostaggi. Nessuna mobilitazione paragonabile a quella che portò alla fine dell’apartheid in Sudafrica. Perché la società israeliana, spiega Odifreddi, è ormai completamente militarizzata, coesa attorno a un’identità esclusiva e suprematista, fondata su una narrazione etnica, religiosa e vittimaria.

Destra e sinistra in Italia: l’ipocrisia bipartisan

Ma anche in Italia il dibattito è anestetizzato. Le origini storiche contano poco: la destra, che fu antisionista e filopalestinese, oggi difende Israele in nome della fedeltà a Washington. La sinistra, che un tempo lottava per l’autodeterminazione dei popoli, oggi balbetta, si divide, rinuncia. Odifreddi non fa sconti: le identità politiche si sono sgretolate e ciò che resta è un riflesso condizionato, in cui la posizione è dettata non da convinzioni ma da alleanze.

Il risultato? Nessuna piazza che possa unire. Nessun linguaggio condiviso. Nessuna denuncia pubblica degna di questo nome. Solo una protesta frammentata, isolata, confinata tra chi viene tacciato di antisemitismo se osa pronunciare la parola “genocidio”.

La spirale della violenza e la rimozione della storia

Genocidio annunciato” è il titolo del libro di Chris Hedges, cui Odifreddi ha firmato la prefazione. È un’espressione che dice tutto: non si tratta di un errore, ma di una strategia a lungo termine, in cui ogni atto è parte di un disegno più ampio. Lo sterminio lento, la riduzione della Palestina a brandelli, l’espulsione silenziosa, l’umiliazione sistematica. E dietro a ogni colpo di artiglieria, dietro a ogni casa rasa al suolo, dietro a ogni bambino sventrato da un drone, c’è una logica che non è follia: è ideologia, calcolo, volontà di potere.

Odifreddi lo dice senza ambiguità: il terrorismo, quello palestinese, è anche la conseguenza di una storia di oppressione, disillusione, negazione dei diritti fondamentali. Non lo giustifica, ma lo spiega. E lo ricorda con le parole stesse di Mandela: “ci avete costretti ad arrivare fin qui”.

Ecco perché oggi, chi tace è complice. Perché il crimine peggiore non è solo uccidere, ma impedire agli altri di chiamare le cose col loro nome.

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lunedì 12 maggio 2025

Israele nazione di criminali di guerra

articoli di Norman Finkelstein, Michele Giorgio, Gideon Levy, Francesca Albanese, Piergiorgio Odifreddi, Primo Levi (ripresi da zeitun.info, ilfattoquotidiano.it, pagineesteri.it)


Atroce dichiarazione da parte di UK Lawyers for Israel (Uklfi), un gruppo di avvocati a sostegno di Israele, con sede in Gran Bretagna

Secondo l’associazione, la guerra in corso a Gaza avrebbe il benefico effetto di ridurre l’obesità nella popolazione della Striscia e quindi aumentare l’aspettativa di vita tra i palestinesi. Sinora i bombardamenti israeliani hanno causato circa 52mila morti, la metà dei quali donne e bambini. Diversi studi ritengono però queste cifre largamente sottostimate. Tutti gli operatori presenti sul posto segnalano inoltre situazioni di carenza di cibo e grave malnutrizione, specie tra i bambini. I camion di aiuti e beni alimentari sono infatti bloccati da settimane da Israele.

Come ricorda il quotidiano inglese Guardian, le dichiarazioni sono state fatte da Jonathan Turner, amministratore delegato di Uklfi, in risposta a una mozione che sarà discussa durante l’assemblea generale annuale del Co-operative Group e che chiede di interrompere la vendita di prodotti ortofrutticoli israeliani. Turner ha invitato quindi i proponenti a ritirare la mozione. In particolare l’avvocato critica una ricostruzione della rivista britannica specialistica Lancet secondo cui le vittime a potrebbero, in realtà, superare le 180mila.

Ha quindi affermato che la stima di Lancet “Ha anche ignorato i fattori che potrebbero aumentare l’aspettativa di vita media a Gaza , tenendo presente che uno dei maggiori problemi di salute a Gaza prima dell’attuale guerra era l’obesità”. Un altro studio pubblicato su Lancet ha rilevato che l’aspettativa di vita a Gaza è diminuita di 34,9 anni durante i primi 12 mesi di guerra, circa la metà (-46,3%) rispetto al livello prebellico di 75,5 anni.

I commenti degli avvocati britannici per Israele sono stati condannati come “ripugnanti” dalla Palestine Solidarity Campaign (PSC). Tra i sostenitori dell’Uklfi figurano anche l’ex giudice della Corte Suprema John Dyson, l’ex leader conservatore Michael Howard e David Pannick KC, che ha rappresentato anche Boris Johnson e la defunta regina.

Ben Jamal, direttore del PSC, ha dichiarato: “Mentre i bambini della Striscia di Gaza affrontano il crescente rischio di fame, malattie e morte, l’idea del capo degli avvocati britannici per Israele che potrebbero trarre beneficio dalla perdita di peso è assolutamente disgustosa. Questi commenti ripugnanti illustrano esattamente cosa significhi essere ‘per Israele’ e quanto in basso siano disposti a sprofondare i suoi apologeti nel tentativo di giustificare il genocidio a Gaza”.

Una denuncia dell’Uklfi ha spinto l‘ospedale Chelsea and Westminster di Londra a rimuovere nel 2023 un’opera d’arte realizzata da bambini palestinesi, dopo che il gruppo aveva affermato che essa faceva sentire i pazienti ebrei “vulnerabili, molestati e vittimizzati”. Ha inoltre minacciato di intraprendere azioni legali contro il governo del Regno Unito per la sua decisione di sospendere circa 30 licenze per l’esportazione di armi verso Israele.

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Ora il governo italiano confessa: “Vendiamo armi a Israele, ma non colpiscono civili”

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giovedì 6 giugno 2024

Fahrenheit 451*

 


articoli e video di Alessandro Robecchi, Antonio Minaldi, Ugo Giannangeli, Nora Hoppe, Michele Giorgio, Andrea Zhok, Alessandro Di Battista, Piergiorgio Odifreddi, Ariel Umpièrrez, Liat Kozma, Wiessam Abu Ahmad, con un disegno di Mr Fish


Gaza. la dura rappresaglia di Rafah come la “zona di interesse” di Israele – Alessandro Robecchi

Il quadrante 2371 della striscia di Gaza si colloca, nelle cartine dell’esercito israeliano, appena a ovest di Rafah, una città con oltre un milione di profughi, famiglie, donne, bambini, civili. In un volantino diffuso tra la popolazione, l’esercito di Israele ha indicato il quadrante 2371 come “safe zone”, cioè zona sicura, o “zona umanitaria”. Insomma, un posto dove chi non ha più nulla – scacciato dalle sue case al nord di Gaza rase al suolo, spostato verso il centro della Striscia, poi spostato a sud quando è stato raso al suolo il centro – può piantare una tenda. Poi, la sera del 26 maggio 2024, la “zona sicura” è stata bombardata da aerei israeliani con proiettili incendiari, facendo della “zona sicura” un rogo spaventoso. Il conto dei morti, 45-50 vittime, è un numero stupido: la quantità di persone che avranno la loro vita cambiata per sempre dalla notte del 26 maggio non è calcolabile, tra feriti, ustionati, bambini rimasti orfani, che hanno perso madri, padri, fratelli.

Conosco i balletti della propaganda, e quindi non mi dilungo: chi ha visto qualche immagine – sui social, più che altro, perché le televisioni non gradiscono, minimizzano – sa di cosa stiamo parlando. Stiamo parlando di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema. Di una rappresaglia sulla popolazione civile innocente.

La guerra è brutta, la guerra è una merda, è tutto quello che ci fa schifo, chiunque la faccia. Ma quella di Gaza non è una guerra, o per meglio dire non è solo una guerra, ma una deliberata distruzione di un territorio (scuole, moschee, case, ospedali, tendopoli, campi profughi) accompagnato dallo sterminio della popolazione civile.

So che i sostenitori di Israele si offendono molto se qualcuno paragona l’attuale operazione israeliana alle gesta di quelle SS che compirono l’Olocausto, una macchia indelebile, incancellabile, sulla storia dell’umanità. Eppure, con le immagini e le notizie che ci vengono da Gaza, il paragone non sembra così assurdo. L’immagine del soldato israeliano che si fotografa mentre incendia la biblioteca di un’università ha fatto il giro del mondo. Qualche anima bella ha provato a gridare al fake, ma invece no: il soldato si chiama Tair Glisko, 424simo battaglione, Brigata Givati, ha pubblicato la foto sui suoi social. Ne La zona di interesse, il bellissimo film del regista (ebreo) Jonathan Glazer (ha vinto due Oscar), si racconta la storia della famiglia Hoss, il capofamiglia Rudolf, comandante del campo di sterminio di Aushwitz, e la moglie che cura il suo bellissimo giardino e vive una vita agiata, felice della sua sistemazione. Accanto al giardino, l’inferno in terra del campo, che non si vede mai: si sentono i suoni, rumori, raffiche, lamenti, sterminio scientifico e pianificato. Quel che importa alla famiglia Hoss è il bel giardino, la loro “zona di interesse”. Una delle scene più agghiaccianti è quando la signora Hoss e le sue amiche si spartiscono i vestiti delle deportate ebree, cappotti, pellicce, biancheria. Da sei mesi, i social sono pieni di immagini di soldati israeliani che penetrano nelle case sventrate della popolazione palestinese uccisa o deportata e si fotografano ridendo con la biancheria delle donne palestinesi, o i giocattoli dei loro bambini, scherzando sul bottino di guerra, disumanizzando un intero popolo. Bisogna guardarle, quelle fotografie, guardarle bene. Si capirà che ciò che oggi fa Israele a Gaza non è diverso da quello che faceva la famiglia Hoss, nel bel giardino accanto ad Aushwitz.

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Genocidio e sostituzione etnica in Palestina – Antonio Minaldi

Si usa spesso la parola genocidio per indicare quanto sta attualmente avvenendo in Palestina per mano israeliana, utilizzando, (per ironia della sorte e della storia), un termine coniato nel 1944 da un avvocato ebreo polacco (Raphael Lemkin) per descrivere le politiche di sistematico sterminio degli ebrei perpetrate dai nazisti.

Si può concordare con tale scelta, ma io credo che ancora non basti. Per descrivere quanto sta succedendo mi pare plausibile che al termine “genocidio” si aggiunga l’espressione “sostituzione etnica”, ad indicare che non si tratta soltanto del tentativo di cancellare una minoranza, come fu nel caso dell’olocausto nazista, ma della volontà di sostituire un popolo o una etnia, che storicamente abita e vive in un territorio, con una di più recente immigrazione.

Capisco come possa apparire strano l’uso di una espressione che gode di grande discredito tra i più seri studiosi ed analisti, essendo associata ad una teoria complottista tipica dei suprematisti bianchi di casa nostra, che con sostituzione etnica, o “grande sostituzione”, pretendono di raccontarci come “… l’immigrazione di massa in Europa non è frutto di un moto spontaneo, ma risponde ad un deliberato piano di sostituzione delle popolazioni europee bianche e di fede cristiana…” (cit. Treccani).

Eppure questo modo di dire (pensiamo anche qui con grande ironia della sorte e della storia) ci pare perfetto per indicare quello che noi occidentali abbiamo fatto (o abbiamo tentato di fare) in cinque secoli di storia del colonialismo in giro per il mondo, di fatto prendendo possesso di terre non nostre e costringendo le popolazioni locali, definite, in modo sprezzante come “nativi”, all’estinzione o più spesso distruggendone l’identità, in termini di storia e di cultura, per poterli schiavizzare, e poi rinchiudere in appositi spazi, comunemente definiti come “riserve”.

Un processo che è stato portato avanti a livello globale e che è spesso arrivato alle sue estreme conseguenze divenendo ormai irreversibile come nelle Americhe ed in Oceania. E se i popoli dell’Asia e dell’Africa si sono salvati dalla “sostituzione etnica”, non è stato per nostra benevolenza, ma per situazioni particolari. In Asia per via delle grandi culture millenarie che preesistevano all’arrivo dello homo occidentalis. In Africa per tante ragioni, tra le quali non ultima (almeno a mio avviso), lo straordinario incremento demografico che ha portato la popolazione a moltiplicarsi di dieci volte in poco più di un secolo (da 120 milioni a inizio del secolo passato agli attuali 1,2 miliardi), come in una sorta di spontanea reazione al tentativo di cancellazione della loro esistenza.

Se interpretiamo in questi termini il rapporto tra Israele e Palestina, capiremo ancora meglio che le attuali vicende non si originano con i fatti del 7 ottobre, ma hanno invece radici profonde nella storia dello Stato ebraico.
Il 1948 è forse la data simbolo che segna l’inizio delle attuali politiche di sostituzione etnica, quando, a seguito della guerra arabo-israeliana, si ebbe l’espulsione, senza possibilità di ritorno dopo il conflitto, dei Palestinesi dalle proprie terre per opera dell’esercito sionista. Un episodio che viene ricordato come nakba, che in arabo significa letteralmente “disastro”, “catastrofe” o “cataclisma”.
Da allora la caccia al palestinese da sradicare dalle sue terre non si è più arrestata, pur assumendo nel tempo forme diverse che possiamo tentare di classificare e riassumere come pratiche di segregazione, deprivazione culturale, genocidio e di recente anche ipotesi di deportazione verso terre altre e lontane.

Il fatto stesso che l’annientamento del palestinese possa essere attuato con mezzi diversi, più o meno violenti, o più o meno subdoli, determina anche l’esistenza di un pluralismo di posizioni politiche all’interno dello Stato ebraico, come può essere dimostrato dalla forte opposizione recentemente cresciuta nei confronti di Netanyahu, del suo governo e a volte anche dei suoi metodi violenti e sbrigativi.
Personalmente, tuttavia, non sono ottimista sulle possibilità di una sostanziale inversione di tendenza nelle politiche di Israele. Anche quando si esprime su posizioni più moderate, tutta la società israeliana è fortemente impregnata dalla idea del diritto di conquista e difesa della “terra promessa”. Ne fa fede il comune sentire. Ne fanno fede i programmi scolastici che di questo mito sono impregnati fin dalle elementari. E d’altra parte non è un caso che lo spirito aggressivo dei coloni è quello che sempre meglio esprime la società israeliana. E neppure è un caso che chi non è allineato, e può permetterselo, preferisce lasciare il paese.

Vi è, in conclusione, un solo elemento di ottimismo possibile, e consiste nel fatto che il mondo, come ha detto qualcuno, è un villaggio globale e quanto succede in Palestina può essere visto e conosciuto in ogni angolo del globo.
Certo non saranno gli Stati, e i governi che li rappresentano, che potranno cambiare l’ordine delle cose, visto che le scelte di geopolitica, per loro stessa natura, sono determinate sempre da interessi parziali ed egoistici e mai da questioni di valore etico. Eppure riteniamo possibile che le immagini di sofferenza, morte e distruzione che ci giungono da Gaza possano scuotere le coscienze dei popoli, come per esempio pare che stia già succedendo nelle tante università americane occupate, in modo da fare maturare nell’opinione pubblica mondiale l’idea che Israele stia portando avanti un progetto, che abbiamo definito, di sostituzione etnica e quindi di annientamento di massa del popolo palestinese.

Solo lo sdegno generalizzato e senza appello, e la mobilitazione di massa a livello globale, possono fermare da subito le mani sporche di sangue dell’assassino. Domani sarà troppo tardi, perché non è vero che la storia è sempre riparatrice. Le tardive considerazioni sulla distruzione, a volte totale, dei popoli vittime del colonialismo occidentale servono a rasserenare le nostre coscienze e a nient’altro.
La Palestina e il popolo palestinese devono continuare a vivere. No al genocidio. No alla sostituzione etnica.

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L’inferno sulla Terra… e il tempo dei mostri: Può nascere un Nuovo Mondo? – Nora Hoppe

 

“La metafora della Palestina è più forte della Palestina della realtà.”    – Mahmoud Darwish

“Il mistero dell’esistenza umana non sta solo nel rimanere in vita, ma nel trovare qualcosa per cui vivere.”   – Fëdor Dostoevskij

 

Mentre scrivo, una parte di Rafah viene inghiottita da un incendio infernale… Se Hieronymous Bosch fosse vivo e al lavoro oggi, come ritrarrebbe l'”Inferno” alla luce di quanto sta accadendo a Gaza? E se lo facesse, il suo dipinto renderebbe giustizia a questa realtà?

Rafah era l’ultima area della Striscia di Gaza che non era ancora stata distrutta dall’entità sionista. Molti Paesi si sono appellati all’entità affinché non attaccasse Rafah, senza alcun risultato. Perché l’entità non dà retta a nessuno e a niente, non rispetta nessuno e niente ed è al di sopra di tutti e di tutto. È una cosa a sé. Un’aberrazione.

Quello che era iniziato come un avamposto coloniale occidentale proliferante per calcolo, si è metastatizzato in una macchina per uccidere… che ora sta persino accelerando la propria fine (anche se non abbastanza velocemente). Come ha detto Norman Finkelstein in questa straordinaria intervista: “‘Israele’ ha raggiunto un punto delirante in cui è in gioco la sopravvivenza non solo delle regioni, ma del pianeta”.

La domanda grande e NUDA che passerà nei libri di storia (se l’umanità sopravviverà ai piani dell’entità sionista) è: Perché il resto del mondo non è stato in grado di fermare il genocidio?

Si può già escludere l'”Occidente” (il mondo anglofono e l’Europa) da questa domanda, in quanto è ed è stato il motore di questa mostruosità; questo loro avamposto di coloni incarna l’essenza stessa del mondo occidentale contemporaneo – la sua morale, i suoi principi, i suoi obiettivi… Significa l’apice di 500 anni di avidità, ipocrisia, arroganza, sfruttamento, saccheggio, razzismo, colonialismo, genocidio.

E il resto del mondo?

Gli stessi palestinesi lottano per la loro stessa vita fin dalla creazione dello “Stato di Israele”; nonostante le innumerevoli morti e le indicibili sofferenze, il loro spirito continua a resistere. Lo Yemen è ora profondamente impegnato in questa battaglia e la vede come una lotta comune. L’intero Asse della Resistenza in Asia occidentale sta facendo il possibile per contrastare i crimini sionisti. La rappresaglia iraniana ha aumentato il morale dei palestinesi e dell’Asse della Resistenza e ha cambiato il paradigma in Asia occidentale. Il Sudafrica ha cercato di fare il possibile con il suo caso presso la Corte internazionale di giustizia e continua a cercare ulteriori azioni punitive. La Colombia ha interrotto i rapporti con Israele e il Nicaragua ha accusato la Germania di favoreggiamento del genocidio presso la Corte internazionale di giustizia. La Russia – oltre a combattere il nazismo nell'”altra guerra” in Ucraina – sta guidando la creazione di un Mondo Multipolare; sia la Russia che la Cina stanno condannando il genocidio, insieme a molte altre nazioni. 143 Stati membri dell’ONU su 193 hanno votato per il riconoscimento dello Stato palestinese… In tutto il mondo gli studenti universitari e altri giovani hanno finalmente iniziato a protestare contro il genocidio…

La Maggioranza Globale – l’88% del pianeta – si oppone alla minoranza – l’Impero e i vassalli in Europa – che sostiene direttamente e indirettamente e addirittura legittima il genocidio.

Eppure… i massacri continuano.

Certamente si può cercare di giustificare questo fallimento da parte della Maggioranza Globale – l’88% del pianeta – nel porre fine al genocidio dicendo: “è complicato”, “non è la NOSTRA guerra; ci stiamo occupando dei nostri conflitti e delle minacce alle nostre nazioni”, “i sionisti hanno armi nucleari e le useranno su di noi quando saranno messi alle strette”, “non possiamo portare la situazione alla terza guerra mondiale”, “le persone ai vertici dell’economia mondiale sono sioniste”, “non abbiamo le strutture legali internazionali per essere coinvolti direttamente”, “dobbiamo pensare alle conseguenze economiche”, “l’entità sionista si sta logorando e si sta consumando da sola, bisogna avere pazienza”, “ci vorrà tempo per creare un’ONU nuova e più giusta”, “dobbiamo aspettare un ‘nuovo ordine mondiale’ per -… “

E… così… i massacri continuano.

A un certo punto nel futuro – se il pianeta esiste ancora – o, come prevede il piano sionista, tutti o la maggior parte dei palestinesi saranno stati massacrati e gli altri espulsi… OPPURE… l’esercito sionista e la società sionista si saranno consumati grazie alla strategia di logoramento impiegata dall’Asse della Resistenza e allo spirito di resistenza dei palestinesi stessi (che avranno pagato con un prezzo incalcolabilmente pesante). In quest’ultimo caso, il trionfo sarà loro – e solo loro! Il “Resto del Mondo”, me compreso, dovrà vivere con una cicatrice sulla coscienza.

Nel frattempo…
Ora, in ogni singolo momento, persone innocenti muoiono di morti atroci. Certo, per ora sono… “solo palestinesi”.

Chi non si rende conto che questa è una guerra contro tutti noi, una Guerra contro l’Umanità, una lotta tra responsabilità etica e barbarie… si illude e finisce per ostacolare le soluzioni. Il genocidio di Gaza è solo la “punta” di un’agenda più ampia. Non dobbiamo dimenticare che l’entità sionista non è che un avamposto coloniale – o per dirla con una formulazione più contemporanea: “la portaerei dell’Impero in Asia occidentale”. (E, come ho scritto in un precedente saggio, questa “entità” coloniale si sta ora mostrando come una fatale maledizione anche per le persone di fede ebraica.)

In questi giorni ci sono discussioni tra Netanyahu e Biden sul fatto che Rafah sia una “linea rossa” – ma si tratta semplicemente di pose teatrali di facciata. Dodici senatori repubblicani statunitensi avrebbero minacciato i membri della Corte penale internazionale di imporre “severe sanzioni” qualora venissero emessi mandati di arresto nei confronti di personaggi come Netanyahu, Gallant e il Capo di Stato Maggiore delle forze di occupazione israeliane (IOF) Herzi Halevi per crimini di guerra – il che verrebbe interpretato “non solo come una minaccia alla sovranità di Israele, ma anche alla sovranità degli Stati Uniti”. L’idea che l’entità sionista comandi l’Impero è assurda e, come al solito, una deviazione dai veri poteri dell’Impero.

Non potremo procedere alla nascita di un Nuovo Mondo senza fare i conti con questa “intera agenda”… e senza comprendere tutto ciò che comporta la scelta tra responsabilità etica e barbarie.

Quindi… come possiamo parlare sinceramente del “Futuro dell’Umanità”?

Come possiamo parlare anche solo pragmaticamente di “un futuro Mondo Multipolare” – un mondo più equo di nazioni diverse, libere e sovrane… quando la questione più urgente ed essenziale che riguarda la nostra umanità non solo non può essere affrontata, ma non può nemmeno essere formulata in modo ufficiale?

Mentre si spera di passare da un mondo unipolare in decadenza e di iniziare a costruire un nuovo Mondo Multipolare, ci si chiede quale posto avranno la nostra umanità e la nostra empatia in tutto questo. Abbiamo uno scopo comune? Quali sono le nostre risorse filosofiche e spirituali? Quali sono i nostri valori più alti e come li radichiamo nelle nostre società? E… qual è il ruolo della cultura oggi?

Quando – a un certo punto, quando saremo tutti sopravvissuti – i palestinesi e l’Asse della Resistenza avranno trionfato nelle loro lotte, saranno LORO ad avere le lezioni più importanti per il mondo.

E si spera che tutti noi possiamo imparare da loro… non solo come evitare futuri genocidi e la discesa nella barbarie, ma anche come concentrarci maggiormente sull’umanità.

 

La de-dollarizzazione è vitale ma non sufficiente… è necessaria anche la de-colonizzazione.

Le menti sono state colonizzate. In tutto il mondo. Affinché nasca un Mondo Multipolare di nazioni veramente sovrane, dovrà disfarsi delle ultime vestigia di razzismo, colonialismo, neoliberismo, tecnofilia e distruzione culturale con cui si è lasciato infettare dai colonizzatori e dagli infiltrati dell’Occidente moderno.

Per cominciare… possono organizzazioni nobili come BRICS+ aprire una nuova categoria per i suoi prossimi vertici? Accanto – o forse anche prima – di tutti gli attuali importanti temi del commercio equo, della cooperazione economica, del miglioramento della logistica, della sicurezza comune, dei vantaggiosi sviluppi tecnologici ecc., ci sono indispensabili questioni filosofiche, etiche e di civiltà che devono essere affrontate. I temi culturali, sociali e spirituali non dovrebbero essere lasciati in secondo piano… perché costituiscono il fondamento di una società giusta.

Considerando lo stato del nostro mondo odierno, la salvaguardia dell’umanità dovrebbe essere di primaria importanza.

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*451 gradi Fahrenheit è la temperatura alla quale brucia la carta nelle biblioteche palestinesi, secondo Ray Bradbury