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venerdì 1 novembre 2019

Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene - Pascal Manoukian

(Traduzione di Francesca Bononi)

Karim fa un viaggio dalla tranquilla Parigi fino ai tagliagole dell'Isis, in Siria. 
questo viaggio all'inferno, da cui tornare indietro è (quasi) impossibile, rivela il fascino e l'attrazione di quella macchina da guerra.
moltissimi vengono attirati laggiù, in nome di una purezza e giustizia dicono divina, ma è solo tremendamente umana (quanti lutti ha inflitto agli esseri umani lo sterminio in nome di qualche dio?).
Pascal Manoukian è stato inviato di guerra e dalla guerra trae un romanzo che fa soffrire, ma non riesci lasciarlo, fino all'ultima pagina.
cercalo e leggilo, non sarai deluso.

ps: l'unico altro romanzo in italiano di Pascal Manoukian è Derive, aspettiamo fiduciosi le traduzioni degli altri libri.




Il romanzo di Manoukian è complesso, con molti piani di lettura: non siamo nell’ambito del romanzo thriller strettamente detto, anche se vi sono moltissimi elementi d’azione, anzi potrebbe essere più vicino al romanzo di guerra per come la guerra è diventata nel mondo contemporaneo. E’ anche un accurato romanzo storico, con informazioni di natura geopolitica ed economica, che beneficiano dell’esperienza dell’autore come giornalista e che forse rappresentano la parte più interessante del romanzo.
La trame è ben costruita, e nonostante le vicende di Karim siano il filo conduttore di tutto il romanzo, si intrecciano le storie di molti personaggi che raccontano – attraverso le loro storie individuali – i percorsi di radicalizzazione di chi ha scelto di far parte dell’ISIS: la realtà che viene rappresentata è molto lontana dall’immaginario di molti, e in questo il romanzo  Manoukian riesce nell’intento di rappresentare una realtà che spesso non viene raccontata, o che – forse e anche –  non interessa a un lettore distratto (e l’Italia, da questo punto di vista, si distrae facilmente)…

Attraverso un ben miscelato parallelo tra il racconto romanzato del protagonista, a partire dalla scoperta del kamikaze che si è lasciato esplodere e ha ucciso Charlotte – Aurélien, un suo vecchio amico di infanzia cresciuto nel suo stesso quartiere ad Aubervilliers – e i racconti sull’organizzazione dello Stato Islamico che attraverseranno le terre della Siria, Pascal Manoukian (che nel 2016 ha pubblicato con la 66thand2nd anche Derive) riesce a coinvolgere il lettore e renderlo partecipe dei sentimenti di Karim, al quale lascia la facoltà di giudizio su ogni personaggio che incontra sul cammino; a partire dalle e-mail scambiate con Abu Walid, il reclutatore jihadista che accalappia nuovi adepti su Facebook, fino al viaggio in Belgio dove incontrerà altri “apprendisti soldati” dell’Isis come lui, pronti per affrontare la jihad ma senza sapere cosa c’è in realtà dietro. Una famiglia musulmana, Sarah, Anthony e il piccolo Adam, che ha scelto di farne parte credendo alle promesse propagandistiche sulla sicurezza di un futuro migliore, e poi l’adolescente e ribelle Lila, scappata di casa lontano dai suoi genitori, e che avrà un ruolo determinante nella storia.
Un viaggio che terminerà in Siria, dove la storia e il passato glorioso di Aleppo e di quella che fu la florida Mesopotamia sono stati distrutti in favore della guerra e della devastazione, umana ed etica; dove la fertile natura e lo sviluppo urbano e architettonico della città sono sostituiti dal deserto arido e vuoto, riempito solo da macerie e da casse piene di armi, come ci racconta l’autore in uno dei tanti passi emblematici che sottolineano il tremendo cambiamento…

a Manoukian premeva avere a disposizione un punto di vista, quello di Karim, del tutto scettico e per niente simpatetico nei confronti dell’ISIS, che viaggiasse verso il cuore di tenebra del cosiddetto Califfato restando ben consapevole della sua mostruosità. A Manoukian interessa farci vivere coi mezzi della narrativa quello che evidentemente ha visto e sentito nella sua attività giornalistica, e quello che col tempo s’è scoperto dei mezzi e dei fini dell’organizzazione, inclusa la sua capacità di finanziarsi vendendo petrolio sottobanco che poi va sempre a bruciare in occidente per produrre energia in varie forme, complice quella Turchia (dove si svolge una lunga sequenza della storia) che all’inizio era tanto amica dei tagliagole di Daesh.
Molto altro ci sarebbe da dire su questa narrazione, brutale e tagliente come quei coltelli che usano i kamikaze in occidente e gli sgozzatori in Medio Oriente. Ma un punto mi preme di sottolineare, come fa d’altronde anche lo scrittore, che qui devo citare: «Al Quaeda viveva nell’era delle caverne all’interno delle grotte di Tora Bora; l’ISIS vive in quella del virale e dei social network». Manoukian, che dei media ne sa parecchio, legge il nuovo terrorismo dei martiri col furgone e la mannaia come fenomeno pienamente inserito nella Società dello Spettacolo; stabilisce un parallelo forse blasfemo ma assai azzeccato tra il Califfato e i reality show, Grande Fratello in testa – invece di ripetere medioevo, come fanno i commentatori con troppa disinvoltura, mostra che questo è un orrore del XXI secolo. Non a caso il protagonista del suo romanzo è un professionista della TV e del web, come scoprirete leggendo…

Romanzo interessante, frutto (anche) dell’esperienza diretta di Manoukian come inviato di guerra, Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene restituisce appieno il senso di angoscia e di orrore provocato da una violenza e una volontà di sterminio rese ancor più spaventose dal fanatismo dogmatico di chi le esercita. Fanatismo esasperato attraverso letture strumentali dei testi sacri, attraverso le quali tutto – ma proprio tutto, nessuna nefandezza esclusa – viene giustificato e addirittura ne viene promosso il compimento. La frase del titolo, si legge nel romanzo, deriva da una Sura coranica che probabilmente aveva un senso un po’ diverso rispetto alla legittimazione di massacri, stupri e rapine ai danni delle vittime di guerra. Va precisato tuttavia che Manoukian non cade nel tranello di considerare assiomatici Islam e terrorismo: al contrario, in modo estremamente chiaro separa le due cose, descrivendo la religione islamica come una delle diverse fedi che arricchiscono il tessuto sociale di uno Stato che, forse non completamente ma almeno in linea di principio, ha la capacità di accoglierle pur mantenendo l’impostazione laica della propria struttura portante (no, non è l'Italia)…

venerdì 27 luglio 2018

Derive - Pascal Manoukian


(Traduzione di Francesca Bononi)

ci sono libri che raccontano storie di povera gente, i migranti, so chiamano adesso, vite di scarto, che riescono a elevare i protagonisti ad altezze insperate, miracolo della letteratura.
un padre e una figlia somali, un venditore di rose, un operaio moldavo hanno rischiato la vita e ipotecato la vita futura, solo per poter spostarsi, cosa che a noi capita senza troppe conseguenze (anche se qualcuno, giustamente, vorrebbe i centri di espulsione anche per noi),
nel romanzo conosciamo Virgil, Chanchal, Assan, Julien, Marie ed Elise, fra gli altri, e con la forza della fiducia e della solidarietà riescono a resistere.
un libro bellissimo, non sai cosa ti perderesti se non lo leggessi, e dopo averlo letto capirai.
davvero imperdibile, in questi tempi bui.







la scelta di scrivere un romanzo e non un reportage si rivela dunque particolarmente azzeccata, poiché nella letteratura c’è qualcosa di intimo che crea una sorta di complicità con il lettore, facendoci in questo caso realizzare quanto poco senso abbia la distinzione operata dalle regole internazionali dell’accoglienza tra rifugiati politici e “semplici” migranti economici, che non tiene conto del fatto che lasciare (o costringere) paesi alla povertà assoluta non può che portare a nuovi conflitti, dittature e rivoluzioni, e di quanto bisognerebbe piuttosto affrettarsi ad agire sulle vere cause di queste migrazioni.

Manoukian intesse una storia verosimile e ben costruita, che ci apre le porte del disperato mondo dei migranti. Un sottobosco popolato di sfruttatori, passatori, caporali che spesso sono connazionali, al quale il clandestino è costretto a piegarsi, semplicemente perché non ha scelta. Povertà e disperazione accentuano la crudeltà e l'umana cattiveria, ma l'autore vuole lasciarci un barlume di speranza. Quella che nasce fra queste quattro persone, pur non essendo affinità elettiva, è amicizia. È un legame capace di superare le differenze culturali e religiose. È solidarietà.
Dall'altra parte della barricata, c'è la polizia che bracca i clandestini per rispedirli in centri di detenzione e poi a casa. Ci siamo tutti noi che sappiamo, vediamo e facciamo finta di non aver visto. Ma ci sono anche Julien, Marie ed Elise, una famiglia francese qualsiasi, che un giorno decide di aprire le porta di casa sua per accogliere e per aiutare, a costo di finire nei guai con i vicini e con le autorità, perché i nuovi amici sono clandestini.
Non è una storia buonista, quella che racconta Derive di Pascal Manoukian. Basta avere il coraggio di arrivare fino in fondo per rendersene conto. L'autore, reporter di guerra e scrittore, si è documentato a fondo: la lettura di Derive aiuta a comprendere la mentalità e i drammi di chi scappa, raccontando anche le tragedie che affliggono le patrie da cui si è costretti a fuggire, le vessazioni e la violenza che si subiscono durante il viaggio della speranza verso l'Europa, le difficoltà che non sembrano avere mai fine. Manoukian esplora con profonda sensibilità l'animo dei clandestini. Non si fugge solo da una guerra: Virgil e Chanchal sono migranti per cause economiche, esiliati da patrie che non garantiscono un'esistenza dignitosa ai propri figli. Oggi sono loro a fuggire, cinquanta o cento anni fa sono stati i nostri nonni e bisnonni, alla ricerca di un futuro migliore per le loro famiglie.

...Le azioni si svolgono in un tempo ancora lontano dai numeri dei fenomeni migratori attuali: il 1992, un anno dopo la caduta dell’Unione Sovietica, lo scoppio della guerra civile in Somalia e il devastante ciclone tropicale che colpì il Bangladesh sudorientale. Guidati dalla cieca risolutezza di chi è sopravvissuto alla tragedia, i protagonisti di Derive sono gli apripista intraprendenti di un fenomeno destinato a prendere proporzioni smisurate, come profetizza Virgil rivolgendosi a un sindacalista: «Anche le cose che a voi sembrano più spente, per noi sono piene di luce! Più migliorate la vostra vita e più ci attirate come mosche. E questo è solo l’inizio, noi siamo solo i pionieri, i più coraggiosi. Vedrà, tra poco ci saranno migliaia di altre persone che seguiranno il nostro esempio e si metteranno in cammino da tutti i luoghi in cui gli uomini vengono trattati come bestie. Nessun muro sarà mai abbastanza alto, nessun mare sarà mai abbastanza burrascoso per trattenerli. Perché quello che di peggio c’è da voi, è comunque meglio di ciò che di meglio c’è da noi. Non potete farci niente, mi creda, quello che oggi è un lieve formicolio non è niente in confronto al prurito che sentirete domani».
Per anni Pascal Manoukian ha raccontato conflitti ed eventi attorno al mondo come reporter di guerra, e dalla minuzia nel tratteggiare i suoi personaggi si nota l’abitudine a osservare, ricordare, empatizzare con il dolore. Quelle del romanzo sono figure umane che si crede di conoscere abbastanza per poter predire come agiranno, salvo poi restare sorpresi dalle azioni inaspettate che la loro inventiva escogita quando subentra lo sconforto. Forse nell’evocare con tanta spontaneità le pene e le sfide delle migrazioni gioca un ruolo la storia della famiglia dell’autore, approdata in Francia dalla Turchia per sfuggire al genocidio del popolo armeno…

La caratterizzazione psicologica di Virgil, Assan e Chancal, nonché delle altre figure che incontreranno sulla loro strada, è tutta improntata sulle scelte che essi compiono a seconda delle contingenze ed è questo tipo di movimento che li porta, man mano che il romanzo va avanti, a stagliarsi nitidamente sullo sfondo di un mondo ingarbugliato e avvilente, dove vince chi abbandona qualsiasi scrupolo morale: la loro storia merita di essere narrata perché la metamorfosi, che chi li circonda vorrebbe per loro, nelle bestie da soma pronte a compiere qualsiasi abuso pur di sopravvivere, non si compie. Pur rinnegando molte delle certezze che custodivano prima di partire, essi scelgono di restare fedeli alla propria integrità.
La loro incompiuta trasformazione richiama, per contrasto, quella in larga parte già in atto nella società attuale e che vuole quest'ultima tradotta in un insieme di individui incapaci di empatia o compassione, in grado di annullare la propria coscienza storica, marionette nelle mani di chi vuole che riconosciamo nel prossimo il ladro di quelle entità intangibili che sono i nostri diritti.

In questo senso, Derive è qualcosa di più di un romanzo godibile e ben scritto: è l'offerta di una prospettiva meno miope su un fenomeno di cui troppo spesso si parla senza cognizione di causa e che, sfruttando i toni di un certo allarmismo populista sempre consono a diffondere insicurezza, viene facilmente strumentalizzato ai fini di una poco felice propaganda politica. Nel guidarci sapientemente nel mondo della clandestinità, Manoukian non cede mai alla tentazione moralizzatrice, preferisce farsi da parte e limitarsi a prestare un cuore e uno sguardo ai suoi personaggi. E in un periodo in cui precarietà e disoccupazione ci rendono tutti un po' “irregolari”, forse l'immersione nel microcosmo proposto dal'autore  può tornare utile a sollevare nel lettore il dubbio che, nella corsa per la (ri)conquista di migliori diritti, specchiarsi nell'Altro, qualunque sia la sua provenienza e lo stato del suo permesso di soggiorno, possa rivelarsi una risorsa e non per forza un inciampo.

Il desiderio di donare un volto ai migranti è possibile attraverso la creazione letteraria: ad un primo livello, quello prettamente testuale, lo scrittore riesce a realizzare una congrua mimesi del mondo ricreato e il lettore ravvisa, nelle descrizioni delle situazioni narrate, omologhe  rappresentazioni della realtà. Accade così che leggendo di Chanchal e del suo peregrinare per i locali notturni in cerca di coppie a cui vendere le proprie rose e immaginando il suo sorriso triste, prontamente visualizziamo le immagini dei venditori di rose incrociati agli angoli delle vie. Analogamente la descrizione dello sgombero del campo creato nel boschetto appena fuori dalla periferia rimanda sinistramente alle immagini viste mille volte ai telegiornali, non ultime le fotografie della rimozione di Calais avvenuto lo scorso ottobre. Esperto conoscitore della materia,  costella il romanzo di temi cari alla letteratura scientifica come il presentare i clandestini come non persone, reificandoli entro il dominio della natura attraverso non solo la scelta di farli nascondere al di fuori del confine cittadino, nel bosco, ma anche il ricorso a figure retoriche quali l’analogia con il mondo animale, agli uccelli migratori, ritroviamo inoltre il collegamento cibo-casa, il configurarsi delle prime reti familiari che fungeranno da traino per chi resta in patria. Se la mera rappresentazione mimetica riesce in parte ad avvicinare il lettore al mondo dei clandestini, a inverare il desiderio dello scrittore è il risvolto extratestuale che deriva dalla lettura della relazione amicale intercorrente tra i personaggi…