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lunedì 7 novembre 2022

Elogio ai migranti economici


I migranti economici sono quelle persone che abbandonano il loro paese (sperando un giorno di tornarci) per cercare un lavoro che permetta di vivere e mandare un po’ di soldi a casa.

Mio nonno era un migrante economico, all’inizio del ‘900 ha lavorato in Francia, in Algeria (quando era una colonia francese) in miniera, a Genova all’Ansaldo, voleva andare negli Stati Uniti, anni di pacchia, senz’altro.

A Ellis Island (chi non sa veda questo film) c’è un database (ecco il sito: https://www.libertyellisfoundation.org/passenger) con i nomi di decine di milioni di persone passate per quell’isoletta, vicino alla Statua della Libertà.

In Brasile e in Argentina sono arrivati qualche altro milione di italiani, fra gli altri, e qualche italiano, mi sembra, è andato in Francia, Belgio, Paesi Bassi, in Gran Bretagna, in Spagna, anche adesso.

Ma restiamo a Ellis Island: ho provato a frugare solo in quel database e ho trovato che sono stati registrati

Meloni 479 persone

Salvini 255 persone

Butti 240 persone

Fazzolari 232 persone

Musumeci 460 persone

Locatelli 557 persone

Nordio 113 persone

Crosetto 102 persone

Giorgetti 550 persone

Urso 1246 persone

Calderone 1362 persone

Bernini 174 persone

Schillaci 562 persone

 

Delle due l’una: o quei melonisalviniursogiorgetti erano tutti rifugiati e perseguitati politici come Pertini, i fratelli Rosselli, Gobetti oppure erano, udite, udite, che SCANDALO, che ORRORE, erano MIGRANTI ECONOMICI.

I melonisalviniursogiorgetti che governano l’Italia dovrebbero chiedere l’espulsione, e il rimpatrio in Italia di tutti i melonisalviniursogiorgetti (e i loro discendenti) che popolano il mondo, indegni migranti economici.

Se non lo faranno mi viene in mente quel pensiero sintetico ed efficace di Boris Vian (lo indirizzava al dottor Schweitzer), che con mio nonno migrante economico (morto da molti anni, ma sarebbe d’accordo, lo so) potremo indirizzare ai signori salvinidimaioconte (e a tutti quelli che disprezzano i migranti economici), parole semplici e chiare: CI FATE CACARE!


da qui

martedì 6 ottobre 2020

L’immigrazione legale conviene a tutti - Maite Vermeulen

Raramente mi è capitato di vedere un’idea tanto buona essere stroncata così nettamente.

Era il 12 febbraio, un paio di settimane prima che la pandemia da coronavirus raggiungesse i Paesi Bassi, e il politico dei Democratici D66 Maarten Groothuizen presentava alla camera la sua proposta: “Gestire la migrazione dei lavoratori”. Sottotitolo: “Per una migrazione dei lavoratori sicura, organizzata e temporanea”.

La proposta non era particolarmente allettante: i Democratici chiedono di guardare più seriamente alle possibilità che la migrazione per motivi di lavoro può offrire al paese. Questo istituendo una commissione che stabilisca quali siano i mestieri di cui c’è carenza e partecipando a progetti pilota europei nell’ambito dei quali venga rilasciato un visto di lavoro a un ristretto numero di lavoratori stranieri che si candidano per questi posti. Niente di clamoroso. Ma la camera non si è mostrata d’accordo.

Ecco un piccolo esempio delle invettive che sono piovute su Groothuizen sia da destra sia da sinistra: “Poco trasparente e miope” (Partito del lavoro), “Folle e pericolosissimo” (Partito per la libertà), “Manodopera a basso prezzo dall’Africa” (Partito socialista), “Ingenuo e fuori dalla realtà” (Partito popolare per la libertà e la democrazia). Viene da chiedersi se gli altri rappresentanti della camera abbiano letto la proposta dei D66, vista la facilità con la quale è stata gettata tra la carta straccia. Neanche i GroenLinks (Sinistra verde) si sono mostrati interessati, perché “è necessario pensare prima di tutto ai profughi”. Un po’ come i cavoli a merenda, insomma.

 

La chiave giusta
La creazione di nuovi canali d’immigrazione legale è uno dei pilastri della politica del governo olandese sull’immigrazione. Ma le reazioni alla proposta dei D66, e i risultati ottenuti finora dall’esecutivo, mostrano che si tratta più di un fregio decorativo che di una colonna portante.

Eppure l’immigrazione organizzata e temporanea di lavoratori da paesi a basso reddito sarebbe la soluzione a moltissimi problemi. Ogni porta sbarrata del dibattito sulla migrazione può essere aperta con questa chiave. E sia la destra sia la sinistra potrebbero rivenderla bene ai propri elettori, perché offre vantaggi a livello umanitario ed economico. Può salvare le società europee dall’invecchiamento e rendere il sistema di asilo più accessibile per i profughi. Converrebbe ai paesi europei e a quelli di provenienza dei migranti.

Ma fermi tutti: qualcuno ha detto “più immigrati”? Questa combinazione di parole sembra essere l’unico motivo per cui nei Paesi Bassi non può esistere un normale dibattito sull’immigrazione temporanea per motivi di lavoro.

Le cose però devono cambiare. Mi occupo d’immigrazione da anni e ho cercato insieme a esperti di tutto il mondo idee costruttive per una politica dell’immigrazione migliore (vale a dire: più umana, più onesta, più intelligente, più utile dal punto di vista economico). E ogni volta arrivo allo stesso risultato: la chiave è consentire una maggiore migrazione temporanea per motivi di lavoro. E non sono l’unica a pensarlo: centri studi, commissioni d’inchiesta e studiosi si dichiarano a favore di questa soluzione ormai da anni.

Ora che stiamo entrando in una gigantesca recessione, dobbiamo prendere sul serio questa ipotesi.

 

Posti vacanti
Proviamo a elencare i vantaggi. A cominciare da quello più evidente: stiamo diventando troppo vecchi. Di conseguenza l’economia olandese e quella europea avranno presto un gran bisogno di lavoratori extraeuropei. Bastano le cifre per far venire i capelli bianchi. La Commissione europea stima che tra il 2015 e il 2035 la popolazione europea di lavoratori diminuirà di 18 milioni di unità, più del 7 per cento. Nel 2012 nei Paesi Bassi c’erano ancora quattro potenziali lavoratori per ogni persona sopra i 65 anni, nel 2040 ne rimarranno solo due.

Nei paesi dell’Unione europea ci sono milioni di posti di lavoro vacanti, soprattutto nel settore tecnologico, nell’assistenza, nell’edilizia e in mansioni meno qualificate come quelle di commessi, addetti alle pulizie e autisti. Quasi un quarto dei datori di lavoro olandesi lamenta la carenza di personale adeguato. E per risolvere questa carenza l’immigrazione dagli altri paesi europei, come la Polonia e la Bulgaria, non è sufficiente.

La recessione causata dalla pandemia di covid-19 cambia poco: invecchiamo lo stesso e i nuovi disoccupati non si ritrovano all’improvviso con un diploma da elettricista, infermiere o sviluppatore di software in mano. E riqualificarsi in un altro settore non è una cosa che tutti vogliono fare e che tutti possono permettersi.

Un recente studio del ministero degli esteri olandese ha rilevato che negli stessi ambiti lavorativi in cui i Paesi Bassi hanno carenza di personale qualificato, in paesi come la Nigeria, la Giordania e la Tunisia le persone sono invece disoccupate o fortemente sottopagate.

I nigeriani continuano a fare richiesta di asilo, per il semplice motivo che non hanno altra scelta

Eppure è praticamente impossibile che ottengano un visto di lavoro per i Paesi Bassi, che invece hanno delle norme per favorire l’arrivo dei cosiddetti “migranti altamente qualificati”, vale a dire gli espatriati che guadagnano più di 4.612 euro lordi al mese. Qualcosa di simile esiste anche a livello europeo (la Blue card, un permesso di lavoro che può ottenere solo chi guadagna almeno il 50 per cento in più rispetto al salario medio nel paese di destinazione).

Ma l’offerta e la domanda riguardano soprattutto i lavori pagati un po’ meno. Tecnici, infermieri, personale di vendita. È per questi lavoratori che dobbiamo creare visti.

Ci sono anche altri vantaggi, che non riguardano l’economia ma la lotta al traffico di esseri umani e la prevenzione dei naufragi nel Mediterraneo.

Il sistema europeo di asilo è sovraccarico. In Europa quasi mezzo milione di richiedenti asilo attendono che la loro domanda venga esaminata. Tutto questo costa un sacco di soldi (i richiedenti asilo devono essere alloggiati e sfamati) e fa perdere ai profughi anni preziosi (non possono né lavorare né studiare).

Uno dei più grandi problemi del sistema di asilo è che molti dei richiedenti non ne hanno diritto. Sono i cosiddetti “migranti economici”: persone che fuggono dalla mancanza di prospettive, non dalla guerra. Il sistema di asilo non è pensato per loro. Dei 40mila nigeriani che hanno presentato richiesta di asilo nel 2017, il 91 per cento è stato rifiutato. Praticamente non hanno possibilità. Ma i nigeriani continuano a fare richiesta di asilo, per il semplice motivo che non hanno altra scelta. Non esistono visti di lavoro che possono richiedere. Così rischiano la vita in una traversata pericolosa e tentano la fortuna, finendo per sovraccaricare il sistema. E i nigeriani non sono certo gli unici: da anni ormai più della metà delle richieste di asilo in Europa viene respinta.

 

Un esempio che un’alternativa è possibile è la regolamentazione della Germania per i Balcani occidentali. Nel 2015 il sistema tedesco ha ricevuto decine di migliaia di richieste di asilo da cittadini dei Balcani occidentali che non avevano nessuna possibilità di ottenerlo. L’anno successivo la Germania ha messo a disposizione 20mila nuovi visti di lavoro per questi paesi. Le richieste d’asilo sono calate di quasi il 90 per cento: da 120mila nel 2015 a 11mila nel 2017.

Il calo non è dovuto solo ai visti. Nello stesso periodo la Germania ha accelerato la procedura di richiesta d’asilo per i paesi della regione e intensificato i controlli ai confini. Ma tutti concordano sul fatto che i visti hanno fatto la loro parte.

Una correlazione tra le possibilità di arrivare in Europa legalmente e i tentativi di entrarci in modo illegale emerge anche dalle cifre sulla migrazione attraverso il Mediterraneo. Quando il numero di visti destinati ai paesi dell’Africa occidentale cala, aumenta il numero di migranti che tentano la traversata.

Nel 2018 la commissione olandese sull’immigrazione ha affermato che più visti per motivi di lavoro e di studio sembrano essere il “modo migliore per limitare l’immigrazione irregolare”. Vale a dire: per ridurre il numero di morti nel Mediterraneo e ostacolare i trafficanti di esseri umani.

 

Un’altra possibilità
Forse starete pensando: tutto molto bello, ma chi garantisce che questa gente un giorno tornerà a casa? Prendete i marocchini e i turchi che sono venuti a lavorare nei Paesi Bassi negli anni sessanta e settanta. Più della metà di loro è rimasta.

È vero, ma c’è una considerazione interessante. Del primo gruppo di cosiddetti lavoratori ospiti arrivati negli anni sessanta, la maggior parte è ripartita. Solo negli anni settanta, quando i Paesi Bassi hanno fermato il reclutamento di lavoratori stranieri, gli immigrati hanno smesso di tornare in patria, perché sapevano che non avrebbero avuto un’altra occasione per venire. In altre parole, migrare era diventato una partita di poker in cui ci si poteva giocare solo il tutto per tutto: rimanere o andarsene per sempre.

Proprio come succede ora a chi si vede respingere la domanda di asilo. Molti non vogliono farsi espellere e scompaiono nell’illegalità perché sanno che ripartire significa non avere altre occasioni di tornare in Europa. Chi è riuscito a entrare nella fortezza Europa ci resta. Il viaggio è stato troppo costoso e troppo pericoloso per tornare indietro. Ma questo cambierebbe se, come per i marocchini negli anni sessanta, ci fosse la possibilità di entrare di nuovo con un visto di lavoro.

Ci sono diverse soluzioni per incentivare il ritorno nei paesi d’origine: offrire bonus per il rimpatrio, istituire un sistema obbligatorio di risparmio in base al quale una parte delle entrate del lavoratore viene erogata solo alla partenza, premiare i lavoratori che sono tornati in patria dandogli la precedenza per ottenere un nuovo visto o sanzionare i paesi dei cittadini che non rientrano concedendogli meno visti.

Offrire più visti di lavoro renderebbe inoltre maggiormente semplice rimpatriare chi si è visto rifiutare la richiesta di asilo. Attualmente il problema più grande è la scarsa collaborazione dei paesi di provenienza. È un gioco politico: da anni l’Unione europea cerca di concludere con paesi come la Nigeria o l’Etiopia accordi per favorire i rimpatri. Provate a indovinare cosa vogliono questi paesi in cambio? Esatto: più canali d’immigrazione legale.

 

Un rimedio per la paura
Non ho ancora citato il vantaggio maggiore dell’immigrazione legale: è molto conveniente per i paesi di provenienza. Già oggi i migranti mandano a casa 529 miliardi di euro all’anno. Per l’economia dei paesi in via di sviluppo sono cifre importanti: in Gambia o in Liberia le rimesse corrispondono a più del 20 per cento del pil. Se vogliamo eliminare la povertà e la disuguaglianza, gli aiuti allo sviluppo sono solo una goccia nel mare rispetto ai visti di lavoro temporanei.

Nel suo libro La globalizzazione intelligente (Laterza 2015) l’economista Dani Rodrik ha scritto che se i leader mondiali volessero davvero combattere la disuguaglianza, dovrebbero concentrarsi su un solo obiettivo: riformare le norme che limitano la mobilità internazionale dei lavoratori. Nessun’altra misura avrebbe un effetto paragonabile.

Qualcuno dice che più visti di lavoro causerebbero una fuga di cervelli dai paesi poveri: le persone più capaci verrebbero tutte a lavorare in Europa invece di restare nei loro paesi, dove ce n’è tanto bisogno. Ma gli studi mostrano che questo non sarebbe un problema, perché i numeri non sono così alti. Inoltre bisogna considerare che le rimesse dei migranti possono finanziare la creazione di piccole aziende e l’istruzione dei familiari.

Se i vantaggi sono tanti, perché nessun politico sostiene questa soluzione? Dipende dal fatto che controllo e limitazione dell’immigrazione sono equiparati. “Il fattore principale nell’infuocato dibattito sulla migrazione”, scrive l’esperta Katharina Natter, “è la sensazione di perdere il controllo”. La gente ha l’impressione di essere invasa dagli immigrati, che il proprio “stile di vita” subisca la pressione di nuove culture, di non essere più padrona del proprio paese. Sono questi i sentimenti che i partiti populisti di destra cercano di sfruttare proponendo di limitare l’immigrazione. Gli altri partiti credono di essere costretti ad accodarsi per non perdere voti. Controllo dei confini, collaborazione con la guardia costiera libica o con il governo turco: sono questi i metodi usati oggi per riprendere il controllo. Ma c’è un altro modo per rispondere a queste paure: più visti di lavoro temporanei. Attraverso l’apertura di più rotte legali per i migranti possiamo controllare l’immigrazione: decidere chi può entrare e chi no, rendere le cifre prevedibili e scegliere migranti che offrano un contributo alla nostra economia. E questo può aumentare il sostegno dei cittadini all’immigrazione.

 

Lavorare integra
L’aggettivo “temporaneo” è cruciale: non stiamo parlando di profughi che non potranno tornare nel loro paese per decenni a causa della guerra, ma di persone che avranno un contratto di qualche anno. Non ho mai sentito una discussione sull’integrazione dei ricchi espatriati. E i migranti economici sono proprio questo: espatriati, ma senza stipendi astronomici. Tutti gli studi confermano che il requisito numero uno per un’integrazione riuscita è avere un lavoro. E i lavoratori immigrati un lavoro ce l’hanno per definizione.

Ci sono diversi modelli a cui ispirarsi. A marzo in Germania è entrata in vigore una legge che favorisce l’immigrazione di lavoratori specializzati dai paesi extraeuropei. In Canada esiste un sistema a punti che coinvolge circa trecentomila immigrati all’anno. Sono stati proposti dei partenariati per eliminare le discrepanze tra la domanda europea e l’offerta dei paesi in via di sviluppo ed evitare la fuga dei cervelli. L’Australia e la Germania hanno addirittura già condotto con successo i primi esperimenti in questa direzione.

Quello che è certo è che dovremmo deciderci ad agire in questo senso. Non sappiamo ancora che effetto avrà la pandemia sul mercato del lavoro, ma l’invecchiamento della popolazione è inevitabile. Una recessione globale è l’occasione giusta per varare una misura che aiuti davvero i paesi poveri, colpiti più duramente da questa crisi, e riduca le disuguaglianze su scala mondiale. Se non dovesse funzionare, mi mangio il cappello.

 

(Traduzione di Valentina Freschi)

 

da qui

giovedì 21 maggio 2020

La Coalizione dei Ripugnanti all'attacco


L’Austria (e non solo, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia sono con l’Austria) oggi dice che la strada giusta sono i mutui non i contributi e gli aiuti vanno restituiti (qui)
Fra il 1948 e il 1951 l’Austria ricevette con il piano Marshall 468 milioni di dollari, dice wikipedia.
Fra il 1948 e il 1951 i Paesi Bassi ricevettero con il piano Marshall 1128 milioni di dollari.
Fra il 1948 e il 1951 la Danimarca ricevette con il piano Marshall 385 milioni di dollari.
Fra il 1948 e il 1951 la Svezia ricevette con il piano Marshall 347 milioni di dollari.
Non risulta finora nessun documento di qualche partito, impresa o cittadino di quei paesi che abbia detto o scritto, a proposito degli aiuti del piano Marshall, con vibrante protesta, la strada giusta sono i mutui non i contributi e gli aiuti vanno restituiti.
E se esiste qualche documento che lo diceva allora dev’essere molto segreto.
È veramente schifoso e squallido che quando hai bisogno di aiuto lo pretendi e quando puoi darlo giri la faccia dall’altra parte o, peggio, inventi motivi morali e/o economici per non darlo.

Per Covid-19 nei Paesi Bassi ci sono stati finora 5800 morti, in Svezia ci sono stati finora 3800 morti, in Austria ci sono stati finora 5800 morti, in Danimarca  ci sono stati finora 550 morti

Una domanda ipotetica, se in quei 4 paesi i morti fossero 10, 20 o 30 volte di più (senza augurarglielo, per carità), direbbero le stesse cose? La risposta non la sapremo mai. 
Non ci sono troppe cose da dire, se non le parole che Thomas Bernhard ha rivolto agli austriaci.

Discorso in occasione del conferimento del Premio di Stato austriaco per la letteratura, 1968 – Thomas Bernhard
Pregiatissimo signor ministro,
pregiatissimi presenti,

nulla è da lodare, nulla da maledire, nulla da accusare, ma il più è risibile; tutto è risibile, quando si pensa alla morte.
Si procede lungo la vita, turbati, non turbati, attraverso la scena, tutto è permutabile, nello stato-palcoscenico meglio o peggio ammaestrati: un errore! Si comprende:
un popolo ignaro, un paese stupendo – padri morti o coscienziosamente senza coscienza, uomini con la semplicità e la viltà, con la povertà dei loro bisogni… È tutto un antefatto in sommo grado filosofico e insopportabile.
Le ere della storia sono frenasteniche, il demonico in noi un incessante carcere patriottico in cui gli elementi della stupidità e dell’intransigenza sono divenuti bisogno quotidiano. Lo stato è una creazione ineluttabilmente condannata al fallimento, il popolo una creazione infallibilmente condannata all’infamia e alla stupidità. La vita di-sperazione, a cui le filosofie si appoggiano, in cui tutto, in fondo, deve impazzire.
Noi siamo austriaci, noi siamo apatici; siamo la vita come volgare disinteresse alla vita, siamo il senso della megalomania come futuro nel processo della natura.
Nulla abbiamo da narrare, se non la nostra miseria, travolti dall’immaginativa di una monotonia filosofico-economico-meccanica.
Strumenti al servizio della fine, creature dell’agonia, tutto a noi si rivela, nulla comprendiamo. Popoliamo un trauma, temiamo noi stessi, abbiamo il diritto di temerci, già contempliamo, sia pur distintamente, lo sfondo:
i giganti dell’angoscia.
Quel che pensiamo è già pensato, quel che sentiamo è caotico, quel che siamo non è chiaro.
Non dobbiamo vergognarci, ma non siamo nulla e null’altro meritiamo che il caos.
Ringrazio a mio nome e a nome dei premiati questa giuria, ed espressamente tutti i presenti.
Thomas Bernhard

domenica 12 aprile 2020

quanto sono bassi i Paesi Bassi


Rigoristi in fallo: Olanda paradiso fiscale senza vergogna - Ennio Remondino

Peccati caraibici
L’Olanda come le Cayman con furberie caraibiche. Predica austerità e disciplina di bilancio in lungo e in largo, poi ‘lavora sottotraccia’ per attirare le sedi fiscali di multinazionali di mezzo mondo. «Che nella maggior parte sono rappresentate da una cassetta delle lettere o poco più. Neanche fossimo in un qualsiasi arcipelago caraibico», commenta ‘Economia Spiegata Faciile’. Ma sui dettagli tecnici del ‘peccato ‘ e sui sorprendenti ‘peccatori, ci affidiamo alla ‘bibbia’ economica di Confindustria, Il sole 24ore, che non è il sovversivo Manifesto.
Grossi peccatori di casa
«Da Mediaset a Fiat-Chrysler, Olanda paradiso delle holding». Non è soltanto il Fisco, praticamente inesistente per le holding di partecipazioni, ad attirare uomini e capitali, spiega il Sole24.


«Mediaset e Fiat-Chrysler, Rolling Stones e U2. Non importa se ti chiami Berlusconi o Agnelli-Elkann, Mick Jagger o Bono Vox, in Olanda sei comunque il benvenuto. Cantanti e imprenditori, banchieri e finanzieri si affollano numerosi in questi giorni sui canali di Amsterdam, divenuta il crocevia dei vip di due mondi oggi più che mai interconnessi: il business e lo spettacolo. Eccolo, dunque, l’Eden delle multinazionali di ogni tipo. Se hai una holding e cerchi un luogo dove installarla, questo è il posto giusto. Perché Amsterdam è ormai un palcoscenico con una forza di attrattività spaventosa.

Prostituti in vetrina
«Fisco praticamente inesistente per le holding, flessibilità della ‘governance societaria’ (poche regole e vincoli di garanzia), un apparato giudiziario snello e sburocratizzato, un sistema finanziario dove è facile trovare capitali a costi bassi. E poi ci sono loro, i professionisti delle multinazionali: uno stuolo di fiscalisti, commercialisti, notai, avvocati, advisor e amministratori che rendono fluidi e rapidi i meccanismi di creazione e di gestione delle holding».

Un furto da 50 miliardi l’anno
Conti da paura. Su un totale di 4.500 miliardi di euro dei bilanci dekke oltre 15mila società che transitano tra Rotterdam e Eindhoven -oltre 5 volte il Pil dell’Olanda- meno di 200 diventano imponibili ai fini fiscali. Ecco spiegato perché colossi come Ikea, Unilever, Shell, Adidas, Niken (oltre all’italiana Fca, sede legale a Londra, sede fiscale ad Amsterdam) abbiano scelto proprio l’Olanda come domicilio fiscale.

‘L’Ue indaghi sui Paesi che chiedono i coronabond’, bufera sul ministro olandese
Le parole del responsabile delle Finanze dell’Aia, Wopke Hoekstra, hanno fatto scattare la reazione del premier portoghese Costa: “Commenti ripugnanti”. Insulti anche sulla pagina Wikipedia, dove viene definito ‘fascista’ e ‘clown’.
“La Commissione europea dovrebbe indagare sui Paesi che chiedono i coronabond per capire i motivi per cui non hanno abbastanza spazi di bilancio per rispondere all’impatto economico della crisi”, riferisce Dario Prestigiacomo su EuropaToday. Sono le parole che, a quanto fatto trapelare a Bruxelles, il ministro delle Finanze olandese Wopke Hoekstra avrebbe pronunciato durante l’accesa teleconferenza dell’Eurogruppo del 26 marzo. Le parole di Hoekstra hanno avuto l’effetto di incendiare un dibattito già teso. Tanto che prima il governo portoghese, poi fonti vicine a Spagna e Francia hanno fatto circolare sui media tutta la loro indignazione. Arrivata persino su Wikipedia.
Il primo a reagire pubblicamente è stato il premier del Portogallo, il socialista Antonio Costa, che ha definito “ripugnanti” i commenti del ministro dell’Aia. Il governo francese, avrebbe definito il politico olandese “chatelain”, significato a metà strada tra feudatario e villano. I commenti del ministro olandese hanno scatenato l’indignazione anche di semplici cittadini. E qualcuno si è vendicato su Wikipedia: nella pagina in inglese che racconta la biografia di Hoekstra (economista con un passato nella compagnia petrolifera Shell e nella società di consulenza McKinsey), sono spuntate per alcune ore le parole “fascista” e “clown”
Nessuno ha più tempo da perdere ad ascoltare i ministri olandesi delle Finanze dopo che lo abbiamo fatto nel 2009, 2010, 2011 e anche dopo”, ha sbottato Costa riferendosi proprio alle discussioni sulle politiche post-2008. “L’ultima cosa che un politico responsabile può fare quando vediamo i drammi in Italia, Spagna e in tutti gli altri Paesi, è non capire che la priorità delle priorità è combattere questo virus”, ha concluso il premier di Lisbona.
da qui



Olanda, no agli Eurobond e paradisi fiscali? Quanto ci costano le sue tasse

Il netto rifiuto dei Paesi Bassi alla possibilità di istituire bond comuni per tutta l’Unione Europea (indipendentemente dal nome che poi si voglia dare a questo strumento finanziario, Eurobond o Coronabond) ha riportato in auge tanto in Italia quanto negli altri Paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo una vecchia questione: l’Olanda è un paradiso fiscale?
Secondo alcuni analisti, infatti, l’ordinamento tributario olandese è particolarmente favorevole, tanto che potrebbe essere considerato alla stregua di altre nazioni finite nella black list dell’OCSE dei Paradisi Fiscali. A dimostrazione di ciò, sostengono i critici, ci sarebbe la lunga lista di aziende che, di punto in bianco, decidono di spostare la loro sede legale e fiscale dal Paese d’origine proprio in Olanda. Una scelta fatta, solo per rimanere in Italia, da FCA, Exor e Mediaset e che costa ogni anno all’Erario miliardi e miliardi di mancate entrate fiscali.
Dietro la ritrosia olandese alla “condivisione del debito” tramite emissione di bond comunitari (siano essi a tempo determinato come i Coronabond, o a tempo “indeterminato” come gli Eurobond) ci sarebbe la necessità di difendere il proprio sistema fiscale, che potrebbe risentire di un livello differente di indebitamento.
Sistema fiscale olandese: le aliquote
Da un confronto delle aliquote fiscali applicate dall’Italia e dall’Olanda è facile capire come mai sempre più aziende decidono di creare delle holding di diritto olandese e affidare loro il controllo del pacchetto azionario. Partiamo, ad esempio, dall’aliquota ordinaria: nel nostro Paese la tassazione del fatturato è al 24%, mentre nei Paesi Bassi è al 20% fino a 200 mila euro di reddito imponibile e al 25% per cifre superiori. I due dati non sono poi così lontani, ma l’Olanda fa la “differenza”  sul fronte della tassazione delle royalties, dei dividendi e delle plusvalenze.
In particolare, le società di diritto olandese possono godere di una esenzione totale su dividendi e plusvalenze generate da azioni di società controllate. Se una holding olandese ha in portafogli una partecipazione del 100% in un’azienda italiana e quest’ultima genera 1 miliardo di euro di dividendi, il fisco olandese non tasserà questa cifra. In Italia, invece, l’aliquota ordinaria per gli utili da dividendi è del 26% (anche se il nostro ordinamento fiscale prevede esenzioni e riduzioni).
Inoltre, l’Olanda è tra i Paesi europei più attivi sul fronte del Tax Ruling. Questo strumento consente a un Governo di sottoscrivere un accordo con un’azienda o una holding per determinare la base imponibile e altri accordi fiscali. Mediamente, i Paesi Bassi chiudono 250 accordi di Tax Ruling ogni anno, numero che li proietta al terzo posto nell’Unione Europea.
Quanto costano le tasse olandesi all’Erario italiano?
Va da sé che il trasferimento della sede fiscale dall’Italia all’Olanda comporta una perdita per le casse dello Stato di svariati miliardi di euro. Fare un conto preciso, in questo caso, non è possibile, ma alcune stime fatte da diversi economisti possono essere d’aiuto per farci un’idea. Secondo lo studio “The Missing Profits of Nations”, “I profitti perduti delle Nazioni”, realizzato dai ricercatori Thomas Tørsløv e Ludvig Wier dell’Università di Copenaghen e Gabriel Zucman dell’Università di Berkeley, l’Italia perde il 19% di entrate fiscali ogni anno a causa della “concorrenza sleale” di diversi paradisi fiscali in tutto il mondo.
Secondo il report presentato al Fondo Monetario Internazionale, ogni anno il nostro Paese “perde” 8 miliardi di dollari di tasse, frutto di oltre 25 miliardi di imponibile che viene trasferito verso paradisi fiscali tramite alcuni artifici contabili. Di questi 8 miliardi, ben 6 sono indirizzati verso Olanda, Lussemburgo e Irlanda (tutti e tre Paesi membri dell’Unione Europea).

martedì 3 luglio 2018

Elogio dei migranti economici


I migranti economici sono quelle persone che abbandonano il loro paese (sperando un giorno di tornarci) per cercare un lavoro che permetta di vivere e mandare un po’ di soldi a casa.

Mio nonno era un migrante economico, all’inizio del ‘900 ha lavorato in Francia, in Algeria (quando era una colonia francese) in miniera, a Genova all’Ansaldo, voleva andare negli Stati Uniti, anni di pacchia, senz’altro.

A Ellis Island (chi non sa veda questo film) c’è un database (ecco il sito: https://www.libertyellisfoundation.org/passenger) con i nomi di decine di milioni di persone passate per quell’isoletta, vicino alla Statua della Libertà.
In Brasile e in Argentina sono arrivati qualche altro milione di italiani, fra gli altri, e qualche italiano, mi sembra, è andato in Francia, Belgio, Paesi Bassi, in Gran Bretagna, in Spagna, anche adesso.
Ma restiamo a Ellis Island: ho provato a frugare solo in quel database e ho trovato che sono stati registrati 255 volte Salvini, 1990 persone col cognome Di Maio, 6535 italiani col cognome Conte.
Delle due l’una: o quei salvinidimaioconte erano tutti rifugiati e perseguitati politici come Pertini, i fratelli Rosselli, Gobetti oppure erano, udite, udite, che SCANDALO, che ORRORE, erano MIGRANTI ECONOMICI.
I salvinidimaioconte che governano l’Italia dovrebbero chiedere l’espulsione, e il rimpatrio in Italia di tutti i salvinidimaioconte (e i loro discendenti) che popolano il mondo, indegni migranti economici.
Se non lo faranno mi viene in mente quel pensiero sintetico ed efficace di Boris Vian (lo indirizzava al dottor Schweitzer), che con mio nonno migrante economico (morto da molti anni, ma sarebbe d’accordo, lo so) potremo indirizzare ai signori salvinidimaioconte (e a tutti quelli che disprezzano i migranti economici), parole semplici e chiare: CI FATE CACARE!