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domenica 29 giugno 2025

E la quarta volta siamo annegati. Sul sentiero della morte che porta al Mediterraneo - Sally Hayden

quando pensi che le cose vadano male, ti capita un libro che ti dimostra che le cose (in Libia, ma non solo) vanno molto peggio di come t'immagini.

Sally Hayden è una giornalista che racconta cosa succede davvero in Libia (e non solo) e in Europa.

non ha paura di fare nomi e cognomi, gli unici ad avere un falso nome sono i migranti prigionieri dei lager libici, perché possano essere protetti. 

ONU, Unhcr, Frontex, tutti i governi europei e l'Unione europea sono corrotti, marci fino al midollo, assassini che usano i terribili schiavisti e libici perchè facciano il lavoro sporco (per usare le parole del tedesco Merz) per gli europei.

gli stati europei pagano, con i soldi dei cittadini europei, chi tiene lontano dalle coste europee i migranti, se crepano meglio.

ONU, Unhcr, Frontex, tutti i governi europei e l'Unione europea fingono di controllare i carcerieri, ma sono loro a essere controllati dai carcerieri libici, che, per essendo spesso ricercati dalla Corte penale internazionale come criminali contro l'umanità, possono viaggiare tranquillamente in Europa e fare quello che vogliono dappertutto.

il libro è un'avventura per chi legge, i migranti torturati Sally Hayden ce li fa conoscere per nome, e quando uno ha un nome diventa ancora di più una persona.

ps1: intanto i migranti, se arrivano vivi in Europa, vengono rimandati indietro, in qualsiasi paese dove verranno torturati, dopo essere stati rinchiusi, in Italia, in prigioni speciali (cpr et similia, cambiano il nome delle prigioni ogni qualche anno), o in altri stati disponibili a rinchiudere esseri umani, in cambio di soldi.

ps2: che bello sarebbe se mettessero in un barcone alla deriva tutti i componenti (e i loro figli e nipoti) dei governi e dei parlamentari dei paesi europei e dell'Unione europea, con un litro d'acqua (calda) a testa, e fossero riportati nei campi di concentramento libici, e fossero trattati come un/una qualsiasi migrante, per mesi e anni. 

chissà come cambierebbero le leggi e regolamenti europei. 



 

«Ho scritto questo libro perché volevo documentare le conseguenze delle politiche europee sulla migrazione, a partire dal momento in cui l’Unione europea diventa innegabilmente colpevole dal punto di vista etico: quando cioè i rifugiati vengono respinti con la forza». Una scelta strategica che l’Ue ha fatto esplicitamente nel 2017 e che consiste nel bloccare in Nordafrica i flussi verso l’Europa.

L’autrice comincia a dedicarsi al tema il 26 agosto del 2018 riceve messaggi su Facebook da migranti che vivono in un centro di detenzione in Libia. Persone che chiedono aiuto a una giornalista che vive a Londra e che non può fare molto, ma può ascoltare e interloquire. Da quei messaggi, nasce la determinazione di andare a raccogliere storie di migranti direttamente in Libia, Sudan, Tunisia, Sierra Leone, Rwanda...

da qui

 

…È un libro che non si concentra sul viaggio in mare, o almeno non principalmente, ma sul periodo subito prima, sui campi profughi in Libia, sulle torture che ogni giorno i migranti subiscono, sui processi in Etiopia a torturatori che improvvisamente spariscono senza scontare nessuna pena, sulle famiglie che tentano di richiamare l’attenzione su quello che sta succedendo ricorrendo a post correlati di foto su Facebook e altri social media, e soprattutto sulle responsabilità dell’Unione Europea e dell’ONU.

Il libro non descrive il ruolo di queste istituzioni in modo generico, ma fa nomi e cognomi e riporta stralci di interviste. È un insieme di reportage giornalistici, statistiche, ricerche fatte sul campo dalla stessa Hayden, vite private di migranti che lei ha incontrato o che l’hanno contattata per chiederle di raccontare le loro storie, riflessioni sulle sue scelte da giornalista, conversazioni e interviste con volontari di ONG, con membri dello staff di diverse organizzazioni internazionali e con politici di varie fazioni…

da qui

 


domenica 22 giugno 2025

Deja Vu di guerra - Chris Hedges

Ci sono poche differenze tra le menzogne raccontate per scatenare la guerra con l'Iraq e quelle raccontate per scatenare una guerra con l'Iran. Le valutazioni delle nostre agenzie di intelligence e degli organismi internazionali vengono, come già accaduto durante le richieste di invadere l'Iraq, liquidate con disinvoltura come allucinazioni.

Tutti i vecchi luoghi comuni sono stati riesumati per spingerci verso un altro fiasco militare. Un Paese che non rappresenta una minaccia né per noi né per i suoi vicini è sul punto di acquisire un'arma di distruzione di massa (WMD) che mette in pericolo la nostra esistenza. Il Paese e i suoi leader incarnano il male puro. La libertà e la democrazia sono in pericolo. Se non agiamo ora, la prossima prova schiacciante sarà un fungo atomico. La nostra superiorità militare assicura la vittoria. Siamo i salvatori del mondo. I bombardamenti massicci, una versione aggiornata dello Shock and Awe, porteranno pace e armonia.

Abbiamo sentito queste falsità prima della guerra in Iraq del 2003. Ventidue anni dopo sono state riesumate. Chiunque sostenga i negoziati, la diplomazia e la pace è un tirapiedi dei terroristi.

Abbiamo imparato qualcosa dai fallimenti in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, per non parlare dell'Ucraina?

Tutti i demoni che ci hanno venduto queste guerre passate con false pretese, come il conduttore conservatore di talk show Mark Levin, Max Boot – che scrive: «quell'imperativo strategico giustifica il bombardamento di Fordow», dove è sepolto il programma di arricchimento nucleare iraniano – David Frum, John Bolton, il generale Jack Keane, Newt Gingrich, Sean Hannity e Thomas Friedman, sono tornati a saturare le onde radio con allarmismo senza fiato.

Non importa che il loro grande piano di rovesciare i talebani in Afghanistan e poi invadere e sostituire i regimi in Iraq, Libano, Siria, Libia, Sudan, Somalia – e infine in Iran – sia fallito miseramente. Non importa che la loro brama di guerra abbia causato centinaia di migliaia, forse milioni di morti e prosciugato trilioni dal Tesoro degli Stati Uniti. Non importa l'assoluta idiozia delle loro argomentazioni. I loro megafoni sono al sicuro. Sono fedeli sostenitori dell'industria bellica, neoconservatori senza cervello e sionisti genocidi, che credono nella magica rigenerazione del mondo attraverso la violenza, ignorando catastrofe dopo catastrofe.

Dimenticate la valutazione annuale delle minacce della comunità dell'intelligence secondo cui “l'Iran non sta costruendo un'arma nucleare e il leader supremo Khomeini non ha autorizzato il programma nucleare che ha sospeso nel 2003”, cosa ribadita questa settimana dal direttore generale dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) Rafael Grossi.

Dimenticate che Benjamin Netanyahu, per quasi tre decenni, ha avvertito senza sosta che l'Iran è sul punto di produrre un'arma nucleare. Dimenticate che l'attacco preventivo di Israele all'Iran è un crimine di guerra, per non parlare dei bombardamenti di un ospedale, di un'ambulanza e di giornalisti.

Dimenticate le centinaia di civili iraniani che Israele ha massacrato nelle sue ondate di attacchi aerei.

Dimenticate che Israele ha lanciato il suo attacco contro l'Iran proprio mentre era in programma il sesto round di negoziati sull'arricchimento nucleare tra Stati Uniti e Iran in Oman.

Dimenticate che è il primo ministro israeliano, e non il leader iraniano, ad essere oggetto di un mandato d'arresto, accusato di crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

Dimenticate che Israele, mentre sta conducendo una campagna di genocidio contro i palestinesi, possiede almeno 90 armi nucleari – costruite in violazione del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) – e blocca le ispezioni dell'AIEA.

Dimenticate che Donald Trump ha strappato il Piano d'azione congiunto globale (JCPOA) nel 2018, un accordo per limitare il programma nucleare iraniano, che l'Iran stava rispettando.

Dimentichiamo che Washington e Londra hanno orchestrato il colpo di Stato del 1953 per rovesciare il governo democraticamente eletto dell'Iran, il primo nella regione, e hanno insediato al potere lo scià Mohammad Reza Pahlavi, più docile.

Dimentichiamo che gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno addestrato ed equipaggiato la SAVAK, la feroce polizia segreta dello scià.

Bombardate! Bombardate! Bombardate!


Il presunto programma nucleare iraniano è l'equivalente privo di prove delle mitiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e della sua alleanza con Al-Qaeda.

L'invasione e l'occupazione dell'Iraq, che hanno causato la morte di oltre 4.000 soldati e marines statunitensi e di centinaia di migliaia di civili iracheni, hanno provocato distruzione su vasta scala, instabilità regionale e dato vita a una serie di gruppi estremisti fanatici, tra cui lo Stato Islamico dell'Iraq e della Siria (ISIS).

Le assicurazioni - che la nostra invasione avrebbe portato la democrazia a Baghdad, che si sarebbe poi diffusa in tutto il Medio Oriente, che saremmo stati accolti come liberatori e che i proventi del petrolio avrebbero pagato la ricostruzione - erano una fantasia immaginata dall'amministrazione di George W. Bush e dai think tank di Washington. 

Questi sostenitori della guerra senza fine non comprendono il meccanismo o le conseguenze della guerra. Sono culturalmente, storicamente e linguisticamente ignoranti riguardo ai paesi che attaccano. Iraq. Afghanistan. Libia. Siria. Iran. Dubito che siano in grado di distinguerli.

Questi sostenitori della guerra, una volta dimostrata la loro errata valutazione, sono abili nel rilasciare dichiarazioni di mea culpa. Ci assicurano delle loro buone intenzioni. Non era loro intenzione diffondere disinformazione. Volevano solo proteggere il mondo dai “malfattori” e salvaguardare la nostra sicurezza nazionale. 

Nessuno, nemmeno all'interno delle amministrazioni Bush e ora Trump, è intenzionalmente disonesto. Non è colpa loro se agiscono sulla base di informazioni errate. Il problema è di giudizio, non di virtù. Sono brave persone.

Ma questa, forse, è la bugia più grande. Le valutazioni dei servizi segreti utilizzate per giustificare la guerra contro l'Iraq sono state inventate da una cricca di neoconservatori pazzi e sionisti rabbiosi perché non gradivano le valutazioni della Central Intelligence Agency (CIA) e di altre agenzie di intelligence. Ora un'altra cricca, dominata dai sostenitori della politica “Israel first”, sta inventando valutazioni di intelligence fasulle per giustificare una guerra con l'Iran. Queste guerre non sono condotte in buona fede. Non si basano su una valutazione attenta e razionale di informazioni verificabili. Sono visioni utopistiche scollegate dalla realtà, in cui le nostre agenzie di intelligence vengono ignorate insieme agli organismi internazionali come le Nazioni Unite, gli ispettori delle armi di distruzione di massa o l'AIEA.

La storia dell'Iran moderno è la storia di un popolo che combatte contro tiranni sostenuti e finanziati dalle potenze occidentali. La brutale repressione dei legittimi movimenti democratici nel corso dei decenni ha portato alla rivoluzione del 1979 che ha portato al potere i religiosi iraniani. Il nuovo governo islamico dell'Ayatollah Ruhollah Khomeini ha difeso l'Islam e ha sostenuto la necessità di opporsi alle potenze mondiali “arrogante” e ai loro alleati regionali, che opprimono gli altri - compresi i palestinesi - per servire i propri interessi.

" La storia centrale dell'Iran negli ultimi 200 anni è stata l'umiliazione nazionale per mano delle potenze straniere che hanno soggiogato e saccheggiato il Paese“, mi ha detto Stephen Kinzer, autore di ”All the Shah's Men: An American Coup and the Roots of Middle East Terror“ (Tutti gli uomini dello Scià: un colpo di Stato americano e le radici del terrorismo in Medio Oriente). ”Per molto tempo i responsabili sono stati gli inglesi e i russi. A partire dal 1953, gli Stati Uniti hanno iniziato ad assumere quel ruolo. In quell'anno, i servizi segreti americani e britannici rovesciarono un governo eletto, spazzarono via la democrazia iraniana e misero il Paese sulla strada della dittatura".

“Poi, negli anni '80, gli Stati Uniti si schierarono con Saddam Hussein nella guerra Iran-Iraq, fornendogli attrezzature militari e informazioni che permisero al suo esercito di uccidere centinaia di migliaia di iraniani”, ha detto Kinzer. “Data questa storia, la credibilità morale degli Stati Uniti nel proporsi come promotori della democrazia in Iran è vicina allo zero”.


Come reagiremmo se l'Iran orchestrasse un colpo di Stato negli Stati Uniti per sostituire un governo eletto con un dittatore brutale, che per decenni ha perseguitato, assassinato e imprigionato gli attivisti democratici? 

Come reagiremmo se l'Iran armassero e finanziasse uno Stato confinante, come abbiamo fatto noi durante gli otto anni di guerra con l'Iraq, per muoverci guerra? 

Come reagiremmo se l'Iran abbattesse uno dei nostri aerei passeggeri come fece la USS Vincennes (CG49) – soprannominata causticamente “Robocruiser” dagli equipaggi delle altre navi americane – quando nel luglio 1988 lanciò missili contro un aereo commerciale pieno di civili iraniani, uccidendo tutti i 290 passeggeri, tra cui 66 bambini? Come reagiremmo se i servizi segreti iraniani finanziassero il terrorismo all'interno degli Stati Uniti, come fanno i nostri servizi segreti e quelli israeliani in Iran? 

Come reagiremmo se questi attacchi terroristici finanziati dallo Stato includessero attentati suicidi, rapimenti, decapitazioni, sabotaggi e “omicidi mirati” di funzionari governativi, scienziati e altri leader iraniani? 

Come reagiremmo se, come Israele, un paese ci attaccasse sulla base di un'ipotesi, un attacco illegale secondo la Carta delle Nazioni Unite, che vieta la guerra preventiva?

I mercanti di guerra che orchestrano questi fiaschi militari sono risorti ancora una volta dalla tomba. Migrano come zombie da un'amministrazione all'altra. Sono insediati in think tank - Project for the New American Century, American Enterprise Institute, Foreign Policy Research Initiative, The Atlantic Council e The Brookings Institution - finanziati da società, dalla lobby israeliana e dall'industria bellica. Sono burattini manovrati dai loro padroni, dotati di megafoni da media in bancarotta, che ci spingono avanti da un pantano all'altro.

I vecchi volti e le vecchie bugie sono tornati, esortandoci verso un altro incubo.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

da qui

domenica 8 giugno 2025

Russia e Turchia ridisegnano il Mediterraneo, dalla Libia alla Siria - Giacomo Gabellini e Michelangelo Severgnini

 


Haftar e la Libia a fumetti del Corriere della Sera - Michelangelo Severgnini 

Quando qualche anno fa, tornato in Italia e stretto contatti con la Libia, ne cominciai a scrivere e raccontare, una delle convinzioni più radicate tra gli esperti italiani era che Haftar fosse un uomo della Francia.

Quando cominciò la campagna militare dell'Esercito Nazionale Libico per liberare Tripoli nell'aprile 2019, gli esperti di casa nostra erano tutti schierati con Tripoli.

Il ragionamento era: "Va bene, a Tripoli non saranno stinchi di santi, ma si sa, dai Libici che ti aspetti. L'importante è non perdere una seconda guerra in Libia contro la Francia. Siccome Haftar sta con i Francesi e noi qualche affare a Tripoli ce l'abbiamo, tutti contro Haftar".

Persino molti parlamentari filo-russi allora votavano finanziamenti a Tripoli, convinti di arginare la Francia.

Io trasecolavo: "E chi ve l'ha detto a voi che Haftar sta con i Francesi?". "Si sa...", la risposta.

Sono passati 6 anni e ieri il Corriere della Sera presentava un articolo allarmistico raccontando di come la Meloni e Macron, a margine del loro incontro due giorni fa, stiano cercando il modo di arginare la penetrazione in Libia della Russia, forte alleata di Haftar..

Ma come, non stava con i Francesi, Haftar?

Il Corriere della Sera dunque viaggia con 6 anni di ritardo quanto a informazione sulla Libia. Tutt'a un tratto Haftar è diventato uomo dei Russi, così, senza una spiegazione.

Anzi, si aggiunge che la Russia potrebbe addirittura puntare i suoi missili dalle basi nel sud della Libia verso l'Italia.

Che l'Italia, al pari degli altri Paesi occidentali, stia impedendo le elezioni libiche dal dicembre 2021 per impedire a Saif Gheddafi di diventare Presidente? Non risulta.

Che la popolazione libica di Tripoli sia in piazza da 3 settimane per cacciare il premier fantoccio da noi sostenuto illegalmente? Non risulta.

Che l'Italia, ben ultima, stia andando però anche a chiedere l'elemosina a Bengasi sottobanco? Non risulta.

Che Tripoli sia armata dall'Italia da anni in un regime di illegalità, sostenendo gruppi militari jihadisti, altrimenti detti milizie? Non risulta.

Che il governo di Bengasi abbia chiesto legittimamente il supporto militare russo per gestire e mettere un freno all'occupazione militare straniera a Tripoli? Non risulta.

Che le installazioni militari russe nel sud della Libia siano orientate a sostegno dei Paesi del Sahel che si sono liberati dal giogo francese? Non risulta.

Per tutti gli altri, quelli che cercano un'informazione proveniente da fonti dirette e quindi più aggiornate, sanno dove trovarmi.

da qui


venerdì 11 aprile 2025

Le atrocità di Mussolini – i crimini di guerra rimossi dell'Italia fascista - Michael Palumbo

(traduzione di Paola Tornaghi, Edizioni Alegre, 2024, 20€, prefazione di Eric Gobetti, postfazione di Ivan Serra)

 

Questo libro non è stato scritto recentemente, pubblicato da Rizzoli nel 1992 col titolo L’olocausto rimosso, non arrivò nelle librerie, fu mandato al macero prima della diffusione (anche se qualche copia si è salvata).

Dell’ottobre 2024 il libro è riapparso grazie alle Edizioni Alegre di Roma, con un titolo diverso, ma il contenuto non è cambiato, la storia è sempre quella.

I cittadini di Libia, Etiopia, Grecia, Albania, Slovenia, Croazia, furono le vittime del maledetto impero italiano, con più di un milione di morti causati dagli aguzzini italiani, senza dimenticare i crimini della repubblica di Salò.

Si tratta un libro intenso e denso di fatti, tratti da documenti che aspettavano solo di essere letti e diffusi, e si legge senza mai un momento di stanchezza o di noia, come un libro dell’orrore.

L’autore racconta anche, come in un giallo che si rispetti, il modo nel quale molti documenti sono stati riscattati dall’oblio, da un armadio della vergogna, nella sede dell’ONU di New York.

Il libro, che smonta la leggenda falsa di italiani brava gente, leggenda alla quale ha contribuito un film come Mediterraneo, di Gabriele Salvatores.

Purtroppo ai fatti isolati di soldati italiani che si ribellano contro il fascismo, episodi spesso richiamati, sottolineati e lodati, si contrappone il silenzio e la censura dei crimini e criminali dell’esercito italiano.

L’auspicio è che questo libro (come pure quelli di Angelo Del Boca) diventi un libro di testo nelle scuole di ogni ordine e grrado, ma può essere possibile se in Italia la seconda carica dello Stato ostenta orgogliosamente il busto di Mussolini, e gli eredi del fascismo sono al governo?

 

Gli israeliani si sono certamente ispirati ai crimini dell’Italia fascista, ci sono tante somiglianze, ci sono i criminali di guerra, come Graziani (e non solo) e Netanyahu (e non solo), ci sono i genocidi nelle colonie italiane durante la seconda guerra mondiale, ma anche in Grecia (i soldati tedeschi, in confronto ai maledetti italiani, erano dei gentiluomini), ci sono i campi di sterminio nei paesi occupati dall’Italia e Gaza (secondo il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres), e tra le enormi infamie sono da considerare il divieto di fornire cibo a chi muore, letteralmente, di fame, in Grecia gli italiani osteggiavano la Croce Rossa, a Gaza è l’ONU a essere perseguitato, in tutti i modi possibili.

 

 

QUI si può leggere un’interessante intervista con Michael Palumbo

QUI un’intervista apparsa in bottega

 

QUI si può vedere Fascist legacy (L’eredità fascista), prodotto dalla BBC, con regia di Ken Kirby

 

Il documentario Fascist Legacy (l’eredità fascista) dello storico italoamericano Michael Palumbo e dell’inglese Ken Kirby ha posto fine per sempre alla leggenda degli “italiani brava gente”. Ma che si trattasse, appunto di un mito senza alcun fondamento lo sapevano bene non solo gli storici, ma le vittime (libiche, etiopiche, greche, jugoslave) e, com’è ovvio, gli stessi carnefici”.

Così scriveva L’Unità il 10 giugno 1990,  mezzo secolo dopo l’annuncio della dichiarazione di guerra nel secondo conflitto mondiale e pochi mesi dopo la messa in onda del documentario da parte della Bbc in due puntate, il 1 e 8 novembre 1989, suscitando le proteste diplomatiche italiane, presentate dall’ambasciatore a Londra Boris Biancheri ed un ampio dibattito in Italia. (Si vedano ad esempio due articoli di Repubblica del 10 novembre 1989, “Italia, ecco i tuoi crimini di guerra” e “E’ vero, e Londra sapeva. Gli storici italiani rispondono“).

Il 2 dicembre 1989 vi fu una proiezione al Festival dei Popoli di Firenze e la Rai il 1 gennaio 1990 ne acquisì i diritti esclusivi per l’Italia facendoli però scadere il 30 settembre 1994 senza che il filmato fosse mai programmato (vedi interrogazione parlamentare del 25 novembre 1997).  Nel corso del 2004 l’emittente La7 ne trasmise ampi stralci e in seguito History Channel una versione integrale (si può visionare qui).

Fin dalla prima apparizione del documentario, era prevista la realizzazione da parte di Michael Palumbo, sulle cui ricerche era basato, di un libro sui crimini di guerra italiani.

Un articolo di Simonetta Fiori su Repubblica del 17 aprile 1992 (Quel libro non si stampi!) ci spiega perché fino ad oggi non ci fosse traccia del libro, arrivato ad una fase di produzione avanzato per la Rizzoli ma poi abortito per la minaccia di querela da parte di Giovanni Ravalli, ex ufficiale ai tempi dell’occupazione in Grecia, che respingeva le accuse sul suo conto rinvenute nelle prime bozze del libro fatte circolare. Nell’articolo la direttrice editoriale smentiva quanto riportato da una prima notizia secondo la quale “la Rizzoli aveva deciso di mandare al macero le ottomila copie già stampate, una tiratura giustificata dalle attese”, affermando che ”non ne era stata stampata neppure una copia”.

Oggi – per la prima volta dopo 28 anni, per quanto ne sappiamo – siamo in grado di presentare pubblicamente una copia sopravvissuta di quel volume, evidentemente scampata al macero, dimostrando che la prima notizia nell’articolo “Quel libro non si stampi!” era quella veritiera.

Come si lamentava Palumbo: “E’ una tragedia che si possano fare rivelazioni di questa gravità soltanto a distanza di decenni”. Era il 1992 e si riferiva alla documentazione della Commissione delle Nazioni Unite per i Crimini di Guerra rimasta sepolta fino al 1980.

Però la stessa sorte è purtroppo toccata al suo libro, censurato e dimenticato fino ad ora.

Forse, come riportato da Mimmo Franzinelli nel numero 3 del mensile Millenovecento del gennaio 2003, non fu il solo Ravalli ad interessarsi al futuro del libro:

“La minaccia di querela per autore ed editore, con le concomitanti pressioni di ambienti influenti della politica e del mondo militare [corsivo nostro], indussero i dirigenti della Rizzoli a riconsiderare il libro in uscita e a toglierlo dalla programmazione editoriale. Il tenace e combattente Ravalli è scomparso nel 1998, all’età di 89 anni, ed è inumato in un cimitero della capitale, nel loculo di famiglia. Dove sia sepolto il libro inedito di Palumbo è invece un mistero: le bozze di stampa sono scomparse dagli stessi archivi Rizzoli”.

Per ora si può solo raccontare della sfortuna editoriale di Michael Palumbo in Italia e approfondire il caso del tenente Ravalli…

continua qui

 

 

QUI si può vedere Il leone del deserto, un film del 1980 diretto da Mustafa Akkad.

Il film è stato censurato impedendone la distribuzione in Italia, in quanto ritenuto “lesivo all’onore dell’esercito italiano”, e non è mai stato mai trasmesso dalla RAI.

 

In bottega (QUI) avevamo ricordato Angelo Del Boca, il primo storico a pubblicare libri sul criminale colonialismo italiano.

martedì 8 aprile 2025

«Voluntary Humanitarian Refusal. Una scelta che non puoi rifiutare»

Al via la campagna per denunciare l’uso strumentale dei rimpatri volontari assistiti dai paesi di transito

 

Una campagna promossa da Asgi, ActionAid Italia, A Buon Diritto, Differenza Donna e Lucha y Siesta, Spazi Circolari e Le Carbet.

Negli ultimi dieci anni, i Rimpatri Volontari Assistiti (RVA) hanno assunto un ruolo centrale nelle politiche di gestione delle migrazioni, sia nei paesi di destinazione, come quelli europei, sia nei cosiddetti paesi di transito. Questi programmi sono fortemente promossi e ampiamente finanziati dai governi europei e attuati principalmente dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), che li definisce come “assistenza logistica o supporto finanziario, inclusa l’assistenza alla reintegrazione, alle persone migranti che non possono o non vogliono rimanere nel paese di destinazione o di transito e che decidono di tornare nel proprio paese di origine”.

A distinguerli dai rimpatri forzati dovrebbe essere la volontarietà, il desiderio della persona di tornare nel proprio paese, a cui si offre assistenza logistica e finanziaria per effettuare il viaggio. Un rimpatrio può essere considerato davvero volontario se la decisione è libera e informata, se non vi è alcuna coercizione fisica o psicologica e se esistono per la persona che lo richiede alternative reali al rimpatrio, come l’accesso a forme di protezione e a canali di migrazione regolare. Tuttavia nei paesi di transito come la Libia e la Tunisia queste condizioni sono sistematicamente assenti: le persone migranti sono costrette a ricorrere ai rimpatri per sfuggire a situazioni di violenza, torture e sfruttamento e non per una scelta libera, non possono accedere a forme di protezione legale né a canali di migrazione regolare, e il rimpatrio le espone spesso a rischi nei paesi di origine. 

Da anni, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) e gli Special Rapporteurs sui diritti dei migranti denunciano queste criticità. Eppure l’Italia e l’Europa continuano a finanziare i programmi di rimpatrio “volontario” da paesi di transito senza garanzie effettive di protezione.

Proprio per denunciare l’uso strumentale e distorto dei rimpatri volontari assistiti dai paesi di transito nasce la campagna “Voluntary Humanitarian Refusal: una scelta che non puoi rifiutare” lanciata dalle organizzazioni Asgi, ActionAid Italia, A Buon Diritto, Differenza Donna, Le Carbet, Lucha y Siesta e Spazi Circolari.

I dati raccolti dalle organizzazioni

RVA dalla Libia con finanziamenti italiani 1: tra settembre 2017 e dicembre 2024 sono state rimpatriate dalla Libia con finanziamenti stanziati dal MAECI, nell’ambito del c.d. fondo Migrazioni (ex fondo Africa), 11.415 persone, all’interno dei progetti dell’OIM Comprehensive and Multi-sectoral Action Plan in Response to the Migration Crisis in LibyaMulti-sectoral support for vulnerable populations and communities in LibyaMultisectoral support for vulnerable migrants in Libya.

L’ammontare dei finanziamenti ai programmi di rimpatrio volontario e reintegrazione:

§     2.450.000 euro, di cui 970.000 per il VHR, nell’ambito del progetto OIM Multisectoral support for vulnerable migrants in Libya (luglio 2024 – giugno 2026);

§      5.150.910 euro, nell’ambito del progetto OIM Multi-sectoral support for vulnerable populations and communities in Libya (settembre 2021-gennaio 2025);

§   11 milioni, nell’ambito del progetto OIM Comprehensive and Multi-sectoral Action Plan in Response to the Migration Crisis in Libya (settebre 2017 – aprile 2021).

RVA dalla Tunisia con finanziamenti italiani: tra marzo 2022 e febbraio 2024 sono state rimpatriate dalla Tunisia, con finanziamenti stanziati dal MAECI nell’ambito del c.d. Fondo premialità, 1.441 persone, nell’ambito del progetto dell’OIM Enhancing Response Mechanisms and Assistance to Vulnerable Migrants in Tunisia, nuovamente finanziato dal MAECI nel novembre 2024.
Un nuovo finanziamento di 3 milioni erogato dal MAECI nel novembre 2024 ha portato a più di 9 milioni la totalità del finanziamento, estendendo il numero di persone da rimpatriare entro il 28 febbraio 2027 a 2.050. Nelle diverse fasi del progetto in questione, le risorse economiche sono state progressivamente stanziate a favore dei programmi di RVA&R, a discapito delle misure di assistenza per le persone migranti in Tunisia, per un totale di quasi 5 milioni, che rappresenta più dell’80% dei costi operativi del progetto, al netto delle spese.

Con la campagna le organizzazioni promotrici chiedono:

§ 

lo stop ai finanziamenti ai rimpatri “volontari” dai paesi di transito, quali la Libia e la Tunisia, dove il rimpatrio diventa una scelta obbligata; 

§  l  libertà di movimento e politiche di protezione, non di esternalizzazione, e lo stop alla cooperazione legata a logiche di deterrenza e blocco della mobilità, per permettere la libera circolazione e il reale esercizio del diritto di lasciare il proprio paese in cerca di protezione, nel pieno rispetto del diritto di asilo; 

§  l l'interruzione immediata degli accordi e dei finanziamenti finalizzati a impedire l’arrivo delle persone migranti in Europa; 

§  l l'adozione di politiche attive di protezione, che garantiscano la possibilità di entrare in Europa per le persone che fuggono dalle violenze e dalle persecuzioni in Libia e Tunisia e nei loro paesi di origine; 

§    maggiore trasparenza, garanzie e monitoraggio dei diritti umani nei progetti finanziati con fondi pubblici.

§   

Scarica il manifesto della campagna

                     

È possibile unirsi alla campagna compilando questi moduli:

 

§      Form per organizzazioni

§   

§    Form per adesioni individuali

§   

da qui

domenica 29 dicembre 2024

La realtà dei conflitti mondiali oltre la propaganda e le rimozioni - Alberto Bradanini

 

1. Il deprimente riflesso dei media occidentali – ai quali ci sforziamo di sfuggire quanto possibile – ci condurrebbe alla più profonda depressione, se non fossimo soccorsi dalla fede nell’avanzare dell’autocoscienza dell’uomo nella storia, poiché nel tempo breve non v’è alcuna speranza di intravedere nemmeno l’ombra di un orizzonte più sereno. Più vivo – affermava G. B. Shaw – più sono convinto che questo pianeta sia usato da altri pianeti come manicomio dell’universo. Ed è difficile dargli torto. Eppure, se occorre dar senso al tempo che rimane da vivere, esso è quello di distruggere con l’arma della verità tutto ciò che può essere distrutto.

Non passa giorno che Israele non uccida intenzionalmente giornalisti palestinesi a Gaza[1] (196 negli ultimi 14 mesi, tra i 45.000 palestinesi uccisi e 150.000 feriti!), mentre impedisce a chi è fuori di entrare nella Striscia per nascondere i disumani massacri di cui si rende colpevole davanti all’umanità, alla giustizia internazionale, all’etica delle nazioni e alla storia, protetto e armato dai loro complici occulti, gli Stati Uniti d’America.

In Siria, in contemporanea, l’esercito d’Israele, che insieme ai conniventi americani e turchi, ha dato il via libera ai tagliagole jihadisti, si espande oltre il Golan – che occupava illegalmente dal 1967 – e invade altre terre siriane (che B. Netanyahu dichiara non verranno restituite mai più!) nel garbato silenzio di Usa ed Europa, vocianti propugnatori del Diritto Internazionale. Non solo, mentre sulla carta firma il cessate il fuoco con Hezbollah, lo Stato Ebraico non smette di bombardare villaggi libanesi già martoriati, facendo ogni santo giorno decine di vittime. Tutto ciò sotto lo sguardo appagato della presidente della Commissione Ue, la tossica von der Leyen, caporal maggiore del cupo esercito Nato e la cui unica caratteristica degna di nota è l’obbedienza al globalismo atlantico. Nella Nato, si pensava di aver toccato il fondo con il tramonto di Jens Stoltenberg, dal nome altamente evocativo, ma non è così! Al suo posto quale Segretario Generale abbiamo ora tale Marc Rutte, anch’egli con un nome onomatopeico, che dispone per nostro conto di ridurre gli stanziamenti a pensioni e sanità per produrre armi destinate, secondo cotanta testa, a sconfiggere la Russia! Ecco, in un mondo coerente, la stirpe dei Rutte dovrebbe dare il buon esempio, abdicando alle cure dei superbi ospedali Nato, rinunciando sin d’ora a percepire le ricche pensioni che aspettano i camerieri come lui e partire subito per il fronte a salvare l’Europa!

Davanti a tale turpitudine, la replica dei nostri governanti è stata fiera e indignata. Essi hanno immediatamente reagito agli spropositi ruttiani, qualificando tutto ciò per quello che è, vale a dire un ulteriore affronto alla nostra Costituzione e alla nostra (ahimè perduta!) sovranità. Tanto più che, come qualcuno lassù ha affermato, l’Italia sa notoriamente badare a sé stessa. Un concetto che tradotto in linguaggio fattuale sta per: non c’è bisogno di un Rutte qualunque per impoverire la nostra gente e ingrassare i produttori di armi, sappiamo farlo da soli.

2. A dispetto del diluvio di propaganda, salta agli occhi che gli orchestrali di turno sono guidati dalla malata plutocrazia dell’impero, un impero in declino, ma ahimè non rassegnato. Il modus è collaudato: quando taluno si attenta a sollevare una domanda impertinente, questa è sbeffeggiata, screditata o semplicemente occultata. Se poi insiste a riemergere, viene sommersa da un effluvio di inutili notiziole che riempiono uno spazio che potrebbe essere occupato da interrogativi seri.

Nessuno discute nemmeno più di rispetto di minimo comun denominatore di una democrazia, che le evolute nazioni dell’Occidente concepiscono solo come una religione formale. I mezzi di disinformazione di massa aggrediscono rumeni, georgiani e moldavi, colpevoli solo di essersi svegliati dal Lungo Sonno, insieme ai venezuelani, che in mezzo a mille difficoltà, sanzioni e minacce, cercano a modo loro di uscire dal sottosviluppo senza piegarsi agli ordini imperiali. A proposito di Venezuela, il 17 dicembre scorso, la Presidente dell’impalpabile Europarlamento, Roberta Metsola, ha consegneto il Premio Sacharov 2024 per la libertà di pensiero a María Corina Machado e a Edmundo González Urrutia, quest’ultimo riconosciuto presidente legittimo e democraticamente eletto del Venezuela. Invece dei cittadini venezuelani, nel distopico pianeta Terra sono i parlamentari di altri continenti a decidere chi ha vinto le elezioni in un paese lontano che nessuno ha nemmeno visitato una volta. Ridicolo e oltraggioso! Forse qualcuno potrebbe sospettare che l’ostilità statunitense nei confronti della minacciosa nazione venezuelana abbia a che fare con tutto ciò. Si tratta solo di un sospetto, beninteso. In tale scena angosciante, d’altra parte, a nessuno importa qualcosa di Nazioni Unite, diritto internazionale, principio di coesistenza pacifica e non interferenza negli affari altrui.

3. Se persino bambini di cinque anni, per far felici i genitori, fingono di credere alle fiabe ascoltate prima di addormentarsi, resta un doloroso mistero irrisolto che milioni di individui adulti, in apparente salute mentale, possano piegare l’intelletto davanti alla montagna di menzogne che sfida quotidianamente le leggi della fisica. In un infinito elenco, proviamo a illustrane alcune.

Nel 2020, l’ex-futuro presidente degli Stati Uniti confessava con candore (l’intervista è ascoltabile sul web[2]) di aver ordinato alle truppe americane (in Siria dal 2011, in violazione della Carta delle Nazioni Unite, del principio di non interferenza e di ogni norma immaginabile) di non abbandonare quella terra, perché lì c’era il petrolio! Chi legge ritiene forse che l’espressione sia esagerata, che la riflessione di quell’autorevole capo di stato fosse più articolata. Invece no, si è espresso proprio così. Anzi, per paura di non essere compreso, D. Trump ha ripetuto più volte petrolio, petrolio (!), affinché anche ai sordi fosse chiara la ragione per la quale i soldati americani venivano lasciati in Siria (dove si trovano tuttora, raddoppiati a 2000 unità).

Quel petrolio – dimenticava di precisare l’allora inquilino della Casa Nera (il colore bianco, nel nostro immaginario, si addice ad altri luoghi) – era di proprietà del governo siriano, un dettaglio insignificante, sfuggito al Principe Atlantico, nobile guida della sola nazione indispensabile al mondo (B. Clinton, 1999). Non fa meraviglia che la Siria – colpita da dure sanzioni sin dal 2011 – non sia stata in grado di difendersi dai terroristi armati e pagati dal reo-confesso saccheggiatore di petrolio altrui.

Sebbene fosse un paese multietnico e multireligioso, perla rara in Medioriente, la Siria di al-Assad non era certo una democrazia scandinava. E proprio per questo andava aiutata a progredire attraverso commercio, investimenti, scambi scientifici e culturali. Nessuno può ora escludere che la storia si prenda la sua vendetta, tramutando in veleno la gustosa pietanza iniziale. I terroristi oggi diversamente colorati potrebbero rendere pan per focaccia agli invasori turchi (i mercenari si vendono al primo offerente!), agli israeliani (quanto potrà durare la tregua dell’odio che li anima contro i figli di Sion?) e agli americani (riusciranno questi a trattenere i turchi intenzionati a liberarsi una volta per tutte dei curdi del Rojava?). A sua volta, è plausibile sia coinvolto anche l’Iraq, un paese che ha già pagato con una guerra insensata e ingiustificata che ha fatto un milione di morti, una guerra voluta dagli Stati Uniti per servire insieme Israele e la loro patologia di dominio universale, una guerra che gli smemorati ambienti occidentali tengono nascosta sotto un vergognoso tappeto.

Pensavamo di essere vaccinati davanti a tante menzogne. Continuiamo invece a stupirci all’ascolto del megafono mediatico, le maschere interscambiabili della politica, i venerabili predicatori televisivi, le maggioranze silenziose, queste sempre inquiete, tuttavia. In un effluvio assordante di vocaboli e concetti, tra cause ed effetti, etica e realismo, storia e leggenda, si staglia maestoso il faro celestiale del Regno del Bene propugnatore di Pace, valori umani, Progresso, libertà di pensiero, difesa di Costituzioni proprie e altrui, e via angelicando.

Magari in tale mondo incantato, come riconoscono persino i suoi più ortodossi difensori, non manca qualche difetto, ma – vivaddio! – la perfezione non è di questo mondo. Sappiamo bene – echeggia quella Voce dall’alto – che il mondo non va nel migliore di modi e che dovrebbe andar meglio, ma attenzione, potrebbe anche andar peggio, anzi molto peggio, ed è una fortuna che lassù vi sia qualcuno capace di contenere caos e barbarie: l’amichevole consiglio è dunque quello di giudicare con moderazione le vicende del mondo e non agitarsi troppo!

Dal 2021, la Casa Nera ha poi avuto un nuovo inquilino (che lì rimarrà fino al 20 gennaio 2025), un anziano signore il cui idioma è compreso solo dagli esquimesi, se escludiamo gli studiosi di sanscrito, e che sarà ricordato dai posteri per le atrocità contro il popolo palestinese di cui è corresponsabile insieme a Israele, per la guerra contro la Russia con il sangue e il territorio ucraini, per le coperture delle furfanterie figliolesche, per l’inclinazione a inciampare sulla scaletta degli aerei e la perdita d’orientamento al termine delle conferenze-stampa. Ci scapperebbe un sorriso pacificatore, se non avessimo a che fare con morti e devastazioni, e se quell’anziano signore non fosse portatore di una valigetta che può mettere la parola fine al genere umano. Quando si solleva timidamente tale questione, i difensori dell’Impero del Bene replicano seccati che in realtà quella valigetta si trova nelle mani di persone con la testa sulle spalle. Ma se è davvero così, di grazia, chi sono costoro, chi controlla siffatti controllori, chi ha loro delegato tale gigantesca responsabilità? Interrogativi che restano drammaticamente senza risposta.

3. Un’altra tra le infinite perle del Padrone Unipolare ci conduce a tale Pompeo Mike, ex-direttore della CIA (2017-2018) e segretario di stato (2018-2021), che in un momento di inattesa verità ammette[3] pubblicamente che la CIA è pagata per rubare, ingannare, frodare. Ascoltando tale insolita confessione, il pubblico presente (Università del Texas!), invece di chiamare la forza pubblica, esplode in una empatica risata seguita da un affettuoso applauso. Di tutta evidenza, non solo per il reo-confesso, ma anche per l’etica accademica americana rubare, ingannare e frodare è considerato un prestigioso compito istituzionale di un corpo dello stato.

Tra le nazioni che a tutela della loro sicurezza fruiscono dei disinteressati servigi dell’Impero Occidentale troviamo beninteso l’Ucraina. Accantoniamo pure il complesso di onnipotenza insieme all’infantile rimozione che un paese entrato in guerra per la sua sopravvivenza e che dispone di 6500 testate nucleare, prima di essere sconfitto ricorrerebbe all’arma atomica. L’Ucraina resta comunque una nazione devastata, governata da un mediocre attore comico, vincitore di un’elezione con un programma di pace, appassionatosi poi alla guerra con il sostegno di una miracolosa polverina bianca. Costui, arresosi alle carezze nostalgiche di una neodemocrazia dalla croce uncinata, insieme ai nobili valori atlantici (i dollari), quando non è in crociera per il mondo vestito da furiere (al fronte è bene che ci vadano gli altri!) trascorre il tempo a intitolare piazze e strade ai veneratori del padre della patria ucraina, l’eroico massacratore di polacchi ed ebrei, Stepan Bandera. L’orologio batte tutto, la memoria svanisce, la coscienza tace.

Ma facciamo un passo indietro. Nel marzo 2007, Wesley Clark, ex-generale a quattro stelle, comandante NATO nella guerra in Kosovo, rilascia un’intervista[4] che andrebbe letta e meditata. Il 20 settembre 2001, dopo un colloquio con il Segretario alla Difesa Rumsfeld e il suo vice Wolfowitz, Clark viene informato (da un suo superiore di cui tace il nome) che gli Stati Uniti intendono attaccare l’Iraq. Al suo sconcerto: “Stiamo aggredendo l’Iraq? perché?”, gli viene risposto: “Non lo so, forse non sanno cos’altro fare”. “hanno trovato qualche prova che collega Saddam ad al-Qaeda?” “No, non c’è niente di nuovo. La decisione di andare in guerra con l’Iraq è stata presa perché, immagino non sappiano bene cosa fare dopo l’11 settembre. Se si ha a disposizione un martello, si vedono chiodi dappertutto”.

In un altro incontro, qualche settimana dopo, Clark chiede: “ma davvero faremo la guerra all’Iraq?” E l’altro: “Oh, è peggio di così” e allungando la mano sulla scrivania, prende un foglio di carta e dice: “Me l’hanno dato poco fa all’ufficio del Segretario alla Difesa. Si tratta di un memo che descrive come far fuori sette paesi in cinque anni, prima Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e infine l’Iran”. Prima di congedarsi, Clark chiede: “ma si tratta di un documento classificato?” e l’altro: “certamente”. “Beh, allora non farmelo vedere”. Dopo un anno, Clark incontra di nuovo quel generale e chiede: “Ti ricordi di quel promemoria?” e l’altro: “ma che dici? Non ti ho mai fatto vedere quel promemoria!”. Clark termina l’intervista affermando: “se ripenso a tale episodio e vedo quanto accade in Medioriente, beh allora tutto si chiarisce”.

Sei di quei paesi sono stati invasi/destabilizzati, milioni di morti, feriti e rifugiati, infrastrutture rase al suolo e un’ambiente sociale restituito alla mera sopravvivenza. Ne manca solo uno all’appello, l’Iran, e sentiamo già battere i tamburi. L’aggressione a quel paese, ammesso che Teheran non si doti prima dell’arma nucleare, incendierebbe il Medioriente, colpirebbe a morte le economie occidentali, farebbe milioni di morti, ma andrebbe a beneficio di chi siede in cima alla piramide e all’espansionismo coloniale israeliano, nell’orgoglio compiaciuto di una nazione, gli Usa, che in 250 anni è vissuta in uno stato di pace solo 16 anni e che con il 4,3% della popolazione mondiale intende dominare un pianeta di 8 miliardi di individui!

4. Quanto alla Libia, fino al 2011 per le Nazioni Unite quel paese era quello col più alto indice di sviluppo umano di tutta l’Africa. In quell’anno, il paese viene bombardato e destrutturato dalla Nato senza alcuna plausibile ragione e beninteso in barba al diritto internazionale, per di più contro gli interessi europei e in particolare dell’Italia, all’epoca legata da vantaggiose relazioni con M. Gheddafi, aprendo per di più la porta a un’immigrazione da allora fuori controllo. Per gli Usa quella guerra era in linea con il cosiddetto ordine basato sulle regole (rules-based order), principio che definire comico è un complimento, basato sulla quotidiana volubilità delle gerarchie imperiali e citato a manetta dall’algido blateratore di falsità, Blinken Antony – tra i peggiori segretari di stato che la storia americana ricordi, in coppia con il suo compagno di merende, il consigliere per la sicurezza nazionale Sullivan Jake, anche lui in fondo alla lista della sua categoria. Un ordine incantevole quello basato sulle regole, difesa anche dalla Presidente del Consiglio italiana in visita a Pechino alcuni mesi orsono, chissà, forse nel convincimento che i cinesi avessero l’anello al naso e prendessero sul serio il suo arguto ragionare di geopolitica mondiale.

Della cupa Unione Europea abbiam detto più volte, un’entità colonizzata e assuefatta alla violazione di rilevanti principi di etica pubblica e privata. Aiuta ad attenuare la depressione la circostanza che essa non sia più, da tempo, protagonista della scena internazionale. Quanto all’Italia, il solo aspetto degno di nota è la cura che i suoi dirigenti riservano nella lucidatura dei bottoni della livrea da maggiordomo, che indossano però, questo non può essere sottaciuto, con gran dignità! È motivo di relativa consolazione che il Sud nel mondo – le nazioni resistenti e/o emergenti – sia in ricerca di altri orizzonti, verso un mondo plurale e multipolare non più asservito alla finanza globalista guidata dalle corporazioni americane e dallo stato profondo e bellicista degli Stati Uniti. I Brics, la Sco, l’Unione economica eurasiatica, la Rcep e altri raggruppamenti continentali costituiscono un’incoraggiante manifestazione di recupero di quella sovranità di ciascun popolo che un giorno potrebbe proiettare una benefica influenza persino sull’Occidente.

Il trucco c’è, dunque, si vede ma non importa niente a nessuno! Distrazione, offuscamento dell’intelletto, confusione prefabbricata, affollamento di notizie, scetticismo pervasivo e altro ancora è tuttavia condito dal convincimento che la società è un dato immodificabile. E questo è un male.

Eppure, mentre una palingenesi della società americana non è alle viste, resta quindi la speranza di un bilanciamento che l’asse della resistenza potrà indurre attraverso il consolidamento della barricata di resistenza. Non possiamo anticipare i tempi, ma prima o poi gli uomini di buona volontà vedranno l’’alba di un nuovo orizzonte. Noi non ci saremo, pazienza. Sarà sufficiente il ricordo che anche noi abbiamo contributo.

Dove prevale la menzogna, la verità incute terrore, genera disordine, annienta l’illusione solipsista del Potere, emerge come un gigantesco salto nel buio. Essa resta d’altra parte imprescindibile per chi cerca la salvezza. Se l’uomo vorrà distruggere il mondo dei fabbricatori di morte e sopravvivere, non potrà sottarsi a quell’orizzonte. La verità annienterà quel che deve essere annientato. Lorsignori possono starne certi.

“A bloccare la via – affermava J. M. Keynes, il grande economista liberale del XX secolo, difensore di un’economia etica a favore del benessere condiviso e dei bisogni essenziali degli uomini.- vi sono solo alcuni anziani signori, stretti nei loro abiti talari, che hanno bisogno di essere trattati con un po’ di amichevole irriverenza e buttati giù come birilli”.

In una società dove la maggioranza appare rassegnata alla schiavitù di un’alienazione pervasiva, narcotizzata nel torpore smartfonico e davanti a uno schermo televisivo, soccorre il pensiero salvifico di Franz Grillparzer: se poi il mio tempo mi vuole avversare, lo lascio fare tranquillamente. Io vengo da altri tempi, e in altri spero di andare.


[1] https://www.caitlinjohnst.one/p/that-which-can-be-destroyed-by-the?utm_source=post-email-title&publication_id=82124&post_id=153183786&utm_campaign=email-post-title&isFreemail=true&r=13lc4d&triedRedirect=true&utm_medium=email

[2] https://www.newsweek.com/donald-trump-us-troops-syria-oil-bashar-al-assad-kurds-wisconsin-rally-1482250

[3] https://www.youtube.com/watch?v=ZCjWAq7563I

[4] https://www.globalresearch.ca/we-re-going-to-take-out-7-countries-in-5-years-iraq-syria-lebanon-libya-somalia-sudan-iran/5166 https://genius.com/General-wesley-clark-seven-countries-in-five-years-annotated

 

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